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Salviamo l'ambiente dall'ecocapitalismo

di Giovanni Di Benedetto

eb76c 1213Come avviene la determinazione del valore in una società nella quale vige il modo di produzione capitalistico? In che modo si genera il valore di una merce e quale tipo di conseguenze economiche, sociali, ecologiche questo processo di produzione porta con sé? In particolare, come si ritiene possibile salvare l’ecosistema dal disastro ecologico senza tenere conto del problema della determinazione della struttura del valore? Si tratta di questioni che, nel drammatico crogiuolo della crisi economica, attraversano trasversalmente le dinamiche della ristrutturazione economica e quelle della crisi ambientale. Eppure, la quasi totalità delle analisi degli economisti di parte neoliberista che si confrontano col disastro ambientale eludono il problema relativo all’impossibilità di una razionalità economica che si faccia carico delle esternalità ambientali e, anzi, continuano a ritenere possibile non solo salvare il pianeta dalla catastrofe ecologica, cosa di per sé auspicabile, ma, per di più, trarre nuove occasioni per un’ulteriore accumulazione di profitto, coniugandolo magari, che ingenui, con il bene sociale.

Un approccio di questo tipo, per esempio, è rintracciabile in un recente contributo di Edmund S. Phelps, premio Nobel per l’economia nel 2006, e direttore del Center on Capitalism and Society della Columbia University, pubblicato su «Il Sole 24 Ore» di domenica 14 gennaio 2018 e intitolato Salvare l’ambiente e salvare l’economia.

Il problema principale è quello dei cambiamenti climatici e dei costi per la società generati da uragani sempre più violenti, aumento della temperatura dell’acqua nei Caraibi, innalzamento del livello del mare e aumento dei livelli di biossido di carbonio nell’aria. Il punto è che la devastazione ambientale, sostiene il nostro premio Nobel, non solo ha conseguenze disastrose per l’esistenza delle persone ma anche per i profitti delle imprese: “Pertanto, preservare il ‘capitale naturale’ aumenterebbe il tasso di rendimento del capitale nel settore imprenditoriale”. Un modo alquanto diplomatico per ribadire che il rapporto di capitale, ripercuotendosi distruttivamente sullo stato di salute dell’aria, dell’acqua e della terra, rischia di vedere limitate le possibilità di perpetuare la legge di accumulazione. La soluzione risiederebbe, pur nell’ambito di un variegato ventaglio di spunti e ipotesi di lavoro per arrestare il peggioramento dell’inquinamento, nella conferma, in sostanza, dell’attuale modello di sviluppo, considerato come la chiave di volta per garantire non solo gli attuali standard di benessere fondati sullo spreco e sul consumo ma soprattutto nuove occasioni di affari e profitti: “Ora che l’immaginazione e l’ingegnosità dei nostri esperti e ingegneri ci hanno aiutato a svoltare l’angolo” – ma di cosa sta parlando? quale sarebbe l’angolo che staremmo svoltando se è vero come è vero che ci troviamo tutti sull’orlo del precipizio? – , “sarà importante tornare al business: concepire nuovi prodotti e metodi di produzione, testarli sul mercato e impegnarsi per l’innovazione”. Il business sopra di tutto, il mercato come principio regolatore del funzionamento del sistema sociale. E per chiudere: “La preoccupazione – almeno la mia preoccupazione – è che le nostre economie nazionali, molte delle quali già altamente regolamentate in nome della stabilità, diventeranno molto più regolamentate in nome di un’economia verde. Certo, può esserci la necessità di molti regolamenti, ma dobbiamo stare attenti nei nostri sforzi per salvare il pianeta a non soffocare all’origine ciò che rende la vita degna di essere vissuta.” Un condensato di ragionamenti che, al di là della loro stupefacente banalità, rappresentano le linee guida verso il quale è orientato il potere del capitale nel XXI secolo. Trarre dal disastro ambientale ulteriori ragioni per alimentare la sete di guadagni, assecondando e fomentando il processo mortifero dell’accumulazione e della valorizzazione. Quel processo stesso che, a ben guardare, è alle radici della crisi sistemica nella quale siamo tutti impantanati.

E che nessuno si sogni di regolamentare la sfera dell’economico, tantomeno di elaborare una cultura del limite che scaturisca da una rinnovata consapevolezza dell’intimo e indissolubile legame che lega i destini della specie umana alle sorti della natura. Come un novello apprendista stregone, il Nobel per l’economia Edmund S. Phelps ci propone quale medicina la causa stessa della malattia dimostrando di continuare a utilizzare un pensiero lontano mille miglia dalla consapevolezza della necessità di un radicale mutamento di paradigma che tenga conto, in maniera sistemica, la butto lì enumerando le prime cose che mi vengono in mente, di una rinnovata analisi degli assetti produttivi, dei rapporti sociali di produzione, delle problematiche connesse all’ecologia della mente, di rispetto per le diversità, di sviluppo equo e sostenibile e di redistribuzione democratica delle risorse.

In verità, l’economia ortodossa manca di una teoria che sappia dare conto della questione ecologica, non è in grado di computare gli effetti di politiche dello sviluppo incardinate sulla centralità del mercato, è incapace di assegnare un valore ai costi sociali e ambientali, anche e soprattutto a quelli futuri. Il problema è che la scienza economica mainstream, compresa quella new keynesian, continua a configurarsi, anche quando dibatte della necessità di ricostruire la teoria macroeconomica, come una mera giustificazione ideologica del capitalismo. Si veda al riguardo l’ultimo numero dell’Oxford Review of Economic Policy (Volume 34, Issue 1-2, 5 January 2018), nel quale, sebbene si riconosca, sulla scia della crisi del 2008, la necessità di revisionare la teoria macroeconomica, si sostiene esplicitamente l’indisponibilità a un cambiamento di paradigma. Stiamo parlando di economisti del calibro di David Vines e Samuel Wills, Joseph E. Stiglitz, Olivier Blanchard e Paul Krugman. Come se l’assenza di attenzione nei confronti del fatto che la questione ambientale capovolge tutti i termini dell’indagine economica non rappresentasse un vuoto teorico da colmare. Anche se indirettamente, ci si rifiuta, in questo modo, di riconoscere l’urgenza di superare quel modello baconiano e cartesiano della ricerca scientifica che continua a essere il riferimento teorico di ogni riduzionismo astratto e economicista. Come se il ricorso a una epistemologia fondata sulla fisica meccanicistica newtoniana, e sulla correlata variabile della reversibilità, potesse trascendere il dato di realtà rappresentato dalla limitatezza e dall’esauribilità delle risorse naturali. Ma si sa, la scienza economica ama affidarsi all’astrattezza della modellistica matematica, avvitandosi su se stessa e perdendo di vista la concretezza della realtà.

D’altra parte è oramai chiaro che non si può continuare a dimenticare o tacere che il ricambio organico dell’uomo con la natura è minacciato pericolosamente dal modo di produzione. Marx, nel primo libro de Il Capitale, non solo si sofferma sulla suindicata relazione tra l’uomo e la natura ma chiarisce anche come sia il lavoro a configurarsi come condizione necessaria che media la relazione stessa: “In primo luogo il lavoro è un processo che si svolge fra l’uomo e la natura, nel quale l’uomo, per mezzo della propria azione, media, regola e controlla il ricambio organico fra se stesso e la natura: contrappone se stesso, quale una fra le potenze della natura, alla materialità della natura. Egli mette in moto le forze naturali appartenenti alla sua corporeità, braccia e gambe, mani e testa, per appropriarsi i materiali della natura in forma usabile per la propria vita. Operando mediante tale moto sulla natura fuori di sé e cambiandola, egli cambia allo stesso tempo la natura sua propria. Sviluppa le facoltà che in questa sono assopite e assoggetta il giuoco delle loro forze al proprio potere.” (Marx, Il Capitale, libro I, Roma, 1989, pp.211-212). Marx sembra fare riferimento, nel delineare i tratti astratti, e perciò stesso astorici, del processo lavorativo, al carattere tutt’altro che dualistico, bensì dialettico, del rapporto tra uomo e natura. Il ragionamento è, come sempre in Marx, molto più complesso di ciò che potrebbe apparire a prima vista, perché sembra che si fondi sulla capacità teorica di pensare l’innesco di una relazione ricorsiva che retroagisce sulle due polarità estreme. In buona sostanza, non si tratta qui di vedere, secondo una plausibile interpretazione umanistica, la presenza di due forze indipendenti, l’uomo da una parte, nel ruolo del soggiogatore, e la natura dall’altra. Il ricambio organico con la natura è mediato dal processo lavorativo che si appropria, rielabora e costruisce valori d’uso per garantire all’uomo la sopravvivenza e il soddisfacimento dei propri bisogni. Ma non si tratta di un rapporto unidirezionale, perché nell’interazione con la natura egli cambia allo stesso tempo la natura sua propria. Sviluppa le facoltà che in questa sono assopite e assoggetta il giuoco delle loro forze al proprio potere. La trasformazione di ciò che ci circonda non può non avvenire senza trasformare noi stessi, e la trasformazione di noi stessi non può avere luogo senza trasformare ciò che ci circonda. Si tratta, dunque, di un condizionamento reciproco, nel quale uomo e natura coevolvono insieme secondo una dinamica processuale che segue uno svolgimento storico. Nell’interazione reciproca i due termini della relazione devono essere considerati come poli mai identici a se stessi ma in perenne mutamento. Il rapporto con la natura è un rapporto dialettico. Entro questa visione ne va del modo in cui si sviluppa il processo di interazione reciproca, se esso si evolve secondo uno svolgimento compatibile con l’equilibrio ecosistemico o se va incontro a esiti dominati da elementi di mutua distruttività.

L’elaborazione di questo orizzonte teorico rappresenta un cambio di prospettiva radicale, orientato nella direzione del riconoscimento della profonda complessità che regola il rapporto tra il genere umano e la natura. Come se il filosofo di Treviri volesse, in anticipo sul nostro tempo, neutralizzare i limiti epistemologici della scienza economica attuale. Ossia di quel pensiero economico che non capisce, o non vuole capire che, di fronte alla gravità del problema ecologico, occorre ripensare un nuovo ordine categoriale che sappia mettere in discussione la separatezza, che rappresenta un presupposto fondamentale dell’economia ortodossa, tra soggetto e oggetto, tra uomo e natura e, per finire, tra scienze sociali e scienze naturali. Di fronte al disastro incombente la teoria mainstream si ostina a non riconoscere che è indispensabile un mutamento di paradigma che, ponendo in rilievo la dimensione economica e la portata politica dello svolgimento della dialettica della storia e, insieme, della natura, parta dalla consapevolezza che i due ambiti sono mediati dal lavoro. Peraltro, ne Il Capitale sono numerosi i luoghi in cui Marx sottolinea il ruolo distruttivo del capitalismo nei confronti della natura. E si vedano anche le Forme economiche precapitalistiche all’interno dei Grundrisse, dove le condizioni naturali della produzione sono rappresentate dall’organizzazione comunitaria e dalla sua relazione con la terra. Nel quadro delle forme economiche precapitalistiche tali elementi, non a caso, sono il presupposto, ossia le condizioni oggettive, del lavoro, preesistono come natura e, all’opposto, non ne sono il prodotto.

Il problema nasce nel momento in cui il ciclo di accumulazione, di per sé bulimico, insostenibile e illimitato, perché tendente a una crescente appropriazione di ricchezza astratta, si scontra, oltre che con la capacità di resistenza e opposizione della forza lavoro, con la finitezza e l’esaurimento delle condizioni e delle risorse naturali. Perché, come scrive Marx, nel momento in cui si tratta della valorizzazione del valore il problema diventa quello della circolazione del denaro come capitale e, in questo ciclo, in questo movimento sempre rinnovato la cui vocazione è quella di avvicinarsi alla grandezza assoluta, “il movimento del capitale è senza misura”(Marx, Il Capitale, libro I, Roma, 1989, pp.184-185). E per dirla tutta: anche se non è escluso che, per la sua natura flessibile, fluida e dinamica, il capitalismo riesca ad aggirare i limiti e gli ostacoli intrinseci al contesto naturale, è certo che se questo avverrà non potrà che causare ulteriori disastri ambientali e ecologici. Insomma, non esistono scorciatoie se vogliamo limitare i danni dovuti all’innalzamento delle temperature e salvare il pianeta. Per affrontare gli aspetti teorici e pratici relativi al funzionamento del modo di produzione dominante, alla salvaguardia della natura e al bisogno di rielaborare una prospettiva socialista, occorre ripartire dalla necessità di predisporre e sviluppare una visione sistemica che tenga innanzitutto conto del modo in cui i rapporti sociali di produzione distruggono le forze produttive e le condizioni di produzione. Di tutto questo, la teoria economica dominante sembra non curarsi affatto.

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