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Come David Harvey nega l’imperialismo

di John Smith

In calce una replica di David Harvey

mrp5779 e1450731839974David Harvey, autore di La guerra perpetua: analisi del nuovo imperialismo e di altri acclamati volumi sul capitalismo e l’economia politica marxista, non solo crede che l’epoca dell’imperialismo sia conclusa, ma è anche convinto si sia ribaltata. Nel suo commento su A Theory of Imperialism di Prabhat e Utsa Patnaik, egli afferma:

Coloro fra di noi convinti che le vecchie categorie di imperialismo, al giorno d’oggi, non funzionino adeguatamente, non negano in alcun modo i complessi flussi di valore che espandono l’accumulazione di ricchezza e potere in una parte del mondo a scapito di un’altra. Semplicemente, riteniamo che tali flussi siano molto più complicati e cambino continuamente direzione. Lo storico drenaggio di ricchezza dall’Oriente verso l’Occidente, protrattosi per oltre due secoli, ad esempio, è stato in larga parte invertito negli ultimi trent’anni (enfasi mia, qui e nel prosieguo – JS, p. 169).

Invece di “dall’Oriente verso l’Occidente” si legga “dal Sud al Nord globali”, ovvero, paesi a basso salario e quelli che alcuni, incluso l’autore in questione, definiscono paesi imperialisti. Per riprendere la sorprendente affermazione di Harvey: durante l’epoca neoliberista, vale a dire, gli ultimi trent’anni, Nord America, Europa e Giappone non solo hanno cessato il loro secolare saccheggio di ricchezza da Africa , Asia e America Latina, ma il flusso è stato addirittura invertito: “i paesi in via di sviluppo” stanno ora drenando ricchezza dai centri imperialisti. Questa asserzione, fatta senza portare alcuna evidenza a suo sostegno o una qualsivoglia stima di grandezza, riprende affermazioni analoghe contenute nelle precedenti opere di Harvey. In Diciassette contraddizione e la fine del capitalismo, ad esempio, agli sostiene:

Le disparità nella distribuzione globale di ricchezza e reddito fra paesi si sono molto ridotte, con la crescita del reddito pro capite in molte parti del mondo in via di sviluppo. Il drenaggio netto di ricchezza, che per oltre due secoli è stato prevalentemente dall’Est verso l’Ovest, ora ha invertito la sua direzione, da quando l’Asia orientale in particolare è salita alla ribalta come grande potenza nell’economia globale (p. 173).

La prima frase della citazione esagera enormemente la convergenza globale: una volta rimossa la Cina dal quadro, e dato conto delle accresciute diseguaglianze di reddito in molte nazioni del sud, nessun progresso reale è stato compiuto nel superare l’enorme divario in termini di salari reali e livello di vita tra “Occidente” e resto del mondo.

La seconda frase è confutata da un rapido esame della più importante trasformazione verificatasi nell’epoca neoliberista – lo spostamento dei processi produttivi verso i paesi a basso salario. Le imprese multinazionali con sede in Europa, Nord America e Giappone hanno guidato questo processo, tagliando i costi di produzione e aumentando i margini di profitto, tramite il rimpiazzo della relativamente ben pagata manodopera domestica con quella estera più a buon mercato. Nel suo Outsourcing, Protecionism, and the Global Labor Arbitrage Stephen Roach, già economista presso Monrgan Stanley, nonché suo responsabile per le operazioni in Asia, ne ha spiegato il motivo:

In un’epoca di eccesso d’offerta, le aziende sono quantomai prive di potere contrattuale relativo ai prezzi. Come tali, si trovano a dover essere inesorabili nella ricerca di nuove forme di efficienza. Non sorprende dunque che il centro di simili sforzi sia il lavoro, il quale rappresenta la maggior parte dei costi di produzione nel mondo sviluppato… I tassi salariali in Cina e India vanno dal 10 al 25% di quelli di lavoratori comparabili negli USA e resto del mondo sviluppato. Conseguentemente, la delocalizzazione che estrae prodotto da lavoratori a salario relativamente basso, nel mondo in via di sviluppo, è divenuta una sempre più urgente tattica di sopravvivenza per le aziende delle economie sviluppate.

La vasta scala raggiunta dalla delocalizzazione della produzione verso i paesi a basso salario, sia attraverso investimenti diretti esteri che tramite rapporti più indiretti, significa uno sfruttamento di gran lunga superiore della manodopera del Sud da parte delle imprese multinazionali di USA, Europa e Giappone, dunque legioni di lavoratori soggetti ad un maggiore tasso di sfruttamento. Talvolta, David Harvey, sembra riconoscere tale realtà. Nella sua critica ai Patnaik, ad esempio, appena due paragrafi prima dell’affermazione secondo la quale l’Oriente sta ormai drenando ricchezza dall’Occidente, osserva che “Foxconn, che produce i computer Apple in un regime lavorativo di supersfruttamento per i lavoratori migranti nel sud della Cina, registra un 3% di profitto, laddove Apple, la quale vende i PC nei paesi metropolitani, realizza il 27%”. Eppure, tutto ciò, nonché il quadro più ampio di cui fornisce un’eloquente illustrazione, implicano nuovi e sempre maggiori flussi di valore e plusvalore per le imprese multinazionali di USA, Europa e Giappone provenienti da lavoratori a basso salario cinesi, bangladesi, messicani e di altre aree, oltreché ragione di individuare in una simile trasformazione il segno di un nuovo stadio nello sviluppo dell’imperialismo. David Harvey, a dispetto delle evidenze, e tuttavia riflettendo un diffuso punto di vista fra i marxisti nei paesi imperialisti, ritiene sia vero il contrario.

L’enigma del capitale, sempre di Harvey, non solo fornisce la prima iterazione della prospettiva in base alla quale “l’Oriente” sta ormai drenando ricchezza “dall’Occidente”, ma anche la sua fonte: Harvey cita con approvazione le “stime sibilline sullo stato delle relazioni internazionali nel 2025, pubblicate dal national Intelligence Council degli Stati Uniti poco dopo l’elezione di Obama. Forse per la prima volta nella storia un’organismo ufficiale statunitense ha previsto che entro quella data gli Stati Uniti… non saranno più l’attore dominante sulla scena mondiale… Sopratutto, ha affermato il Nic, “lo spostamento senza precedenti, in termini relativi, di ricchezza e potere economico da Occidente a Oriente, attualmente in corso, è destinato a continuare” (pp. 46-47). Harvey ripete il tutto, ma con una sua specifica torsione: “questo “spostamento senza precedenti” ha invertito il trasferimento di ricchezza dall’Asia orientale, sud-orientale e meridionale all’Europa e al Nord America che era in atto fin dal diciottesimo secolo” (p. 47).

Eppure, nello stesso volume, Harvey riconosce che “inondate di un eccedenza di capitale, le grandi imprese statunitensi avevano cominciato a trasferire la produzione all’estero già alla metà degli anni sessanta, ma questo movimento ha preso slancio soltanto un decennio più tardi”, e che lo spostamento della produzione “quasi ovunque nel mondo – preferibilmente dove la manodopera e le materie prime erano più convenienti” è stato determinato dalla decisione dei capitalisti USA di esportare i propri capitali (direttamente, via IDE, o indirettamente, tramite il mercato dei capitali) invece di investirli in patria. Tutto ciò implica un crescente potere metropolitano sulle economie destinatarie ed un crescente sfruttamento del loro lavoro vivo, fenomeni per i quali il termine più appropriato rimane “imperialismo”. Un indizio che aiuta a spiegare come Harvey razionalizza la sua negazione dell’imperialismo si può trovare in La guerra perpetua: analisi del nuovo imperialismo, dove afferma “società capitalistiche transnazionali che… si diffondevano sul mappamondo in modi impensabili nelle fasi precedenti dell’imperialismo (i trust e i cartelli descritti da Lenin e Hilferding erano tutti legati molto strettamente a particolari stati-nazione)” (pp. 62-67). In altre parole, si tratta di un “capitale globale” sradicato, deterritorializzato e depersonalizzato, il quale trae profitto dallo spostamento della produzione nei paesi a basso salario, non delle multinazionali statunitensi ed Europee e dei loro proprietari capitalisti.

Notevole anche il commento di Harvey contenuto nel nuovo libro dei Patnaik, in particolare il riferimento al supersfruttamento, concetto la cui assenza nel resto della sua opera sull’imperialismo e la teoria del valore è degna di nota:

Le aree tropicale e subtropicale costituiscono un’enorme riserva di lavoro che vive in condizioni favorevoli al supersfruttamento. Negli ultimi quarant’anni (è questo è un fatto inedito), il capitale, alla ricerca di maggiori profitti, ha tentato di mobilitare questa riserva di lavoro tramite lo sviluppo industriale. Se vi è una mappa che conferma il carattere distintivo dell’area tropicale, illustra certamente la posizione delle zone di trasformazione delle esportazioni, il 90% delle quali si trova appunto in tale regione del mondo. Ed è la riserva di lavoro ad esercitare richiamo, non la base agraria (sebbene la proletarizzazione parziale, che si verifica nel momento in cui riproduzione sociale è a carico della terra, mentre il capitale sfrutta il lavoro per un salario minore a quello di sussistenza, è senza dubbio importante) (p.165).

Non si dà una definizione di supersfruttamento, ma l’evocazione del concetto è un importante punto di partenza. Tuttavia, si parte… ma non si arriva da nessuna parte: “il capitale” rimane un’astrazione disincarnata e deterritorializzata, non dunque i proprietari milionari di imprese multinazionali congregate nei paesi imperialisti, consentendo ad Harvey di evitare una conclusione ovvia: ovvero, quella per cui tale nuovo ed enorme sviluppo implica un rilevante impulso ai flussi di valore dai paesi a basso reddito verso i centri imperialisti. L’offuscamento da parte di Harvey delle persistenti divisioni imperialiste si spinge, più avanti nella stessa pagina della citazione precedente, sino all’asserzione secondo la quale le condizioni dei mercati del lavoro, nei paesi “metropolitani” e in quelli a basso reddito, stanno convergendo e i confini trai due stanno scomparendo:

la distinzione tra esercito industriale di riserva nel centro metropolitano e nella periferia, recentemente è stata di gran lunga ridotta dalla globalizzazione, a tal punto che possiamo ormai ragionevolmente pensare che lo scontro capitale-lavoro sia, attualmente, maggiormente unificato attraverso gli spazi dell’economia globale.

La negazione dell’imperialismo da parte di Harvey è tutt’altro che netta. Le sue credenziali come scienziato sociale progressista, e teorico marxista, non avrebbero potuto sopravvivere a un rigetto categorico della rilevanza contemporanea del concetto di imperialismo, o al rifiuto di riconoscere la persistenza delle sue forme più evidenti e familiari. Invece, egli offusca, semina confusione e pretende di essere agnostico riguardo a questo problema dei problemi. Nella sua critica alla teoria esposta dai Patnaik, per esempio, parla di “problema dell’imperialismo – ammesso che ve ne sia uno” e fornisce quale esempio,

il caso del cotone, la depressione del prezzo del quale è stata distruttiva, in particolare per i produttori dell’Africa occidentale. Il punto non è negare i trasferimenti di ricchezza e valore che avvengono tramite il commercio globale e l’estrattivismo, o a causa di politiche geo-economiche penalizzanti i produttori primari. Semmai, consiste nell’insistere sul fatto che non sussumiamo tutte queste caratteristiche sotto la semplice e fuorviante rubrica di imperialismo, dipendente da un’anacronistica e speciosa forma di determinismo geografico fisico (p. 161).

Quest’ultimo passo fa riferimento alla specifica teoria sviluppata da Prabhat e Utsa Patnaik in A Theory of Imperialism; se la caratterizzazione fornitane da Harvey sia corretta o meno va oltre lo scopo del presente articolo, ma risulta abbondantemente chiaro come l’obiettivo di Harvey non sia una qualche speciosa variante della teoria dell’imperialismo, bensì la teoria dell’imperialismo tout court, nonché tutti coloro che si considerano antimperialisti.

In conclusione: l’affermazione di Harvey secondo la quale “l’Oriente” sta ormai sfruttando “l’Occidente”, affermazione sostenuta da nient’altro che la sua autorità, è falsa. Non potrebbe essere più in errore, e su una questione di tale rilevanza. Errore la cui radice risale alla negazione che lo spostamento globale della produzione verso i paesi a basso salario rappresenta un ulteriore approfondimento dello sfruttamento imperialista. Nell’estratto dal mio libro, Imperialism in the Twenty-First Century, qui riportato, rintraccio il fallimento di Harvey nel riconoscere, o analizzare, i tratti caratteristici della globalizzazione neoliberista in molti dei suoi lavori, sin dal celebre Limits to Capital.

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Estratto riguardante David Harvey dal volume di John Smith Imperialism in the Twenty-First Century (pp. 199-202)

Figura prominente tra i teorici marxisti contemporanei, David Harvey ha pubblicato una serie di influenti volumi sulla teoria del valore di Marx, il neoliberismo ed il nuovo imperialismo. In ragione dell’ampio riscontro acquisito per le sue opinioni, è necessario sottoporle ad una severa valutazione, un compito che, in questa sede, può essere solo abbozzato.

L’argomento centrale nella teoria del nuovo imperialismo di Harvey è che la sovraccumulazione di capitale spinge i capitalisti, e il capitalismo, verso un sempre maggiore ricorso a forme non-capitalistiche di saccheggio, ossia, forme altre rispetto all’estrazione di plusvalore dal lavoro salariato; dalla confisca delle proprietà comuni alla privatizzazione del welfare, derivanti dall’invasione da parte del capitale dello spazio dei beni comuni, sia che si tratti di proprietà pubblica o della natura incontaminata.

Egli sostiene che il nuovo imperialismo si caratterizza per “uno spostamento di enfasi dall’accumulazione tramite riproduzione allargata all’accumulazione per espropriazione”, rappresentando quest’ultima “la principale contraddizione da affrontare” (La guerra perpetua: analisi del nuovo imperialismo, Milano, Il Saggiatore, 2006, p. 146). Harvey correttamente richiama l’attenzione sulla continua, e persino crescente, importanza di vecchie e nuove forme di accumulazione per espropriazione, ma non riconosce che il più significativo spostamento di enfasi dell’imperialismo va in una completamente diversa – verso cioè la trasformazione dei suoi stessi processi fondamentali, quelli di estrazione del plusvalore, tramite la globalizzazione della produzione guidata dall’arbitraggio globale del lavoro, un fenomeno del tutto interno al rapporto capitale-lavoro.

Limits to Capital di Harvey (Londra, Verso, 2006; prima edizione 1982) ha un titolo deliberatamente ambiguo. Si tratta di un libro il cui obiettivo è scoprire i limiti all’implacabile avanzata del capitale, nonché identificare le limitazioni del Capitale, dunque della teoria dello sviluppo capitalistico di Marx. Limits to Capital dice molto meno riguardo all’imperialismo che in merito al Capitale stesso. Di fatto, l’imperialismo riceve solo una breve e saltuaria menzione (pp. 441-2): “Molto di ciò che passa per imperialismo si fonda sulla realtà dello sfruttamento delle popolazioni di una regione da parte di quelle di un’altra… I processi descritti consentono alla produzione geografica di plusvalore di divergere dalla sua distribuzione geografica”. Questa importante intuizione, invece di essere ampliata, non riceve ulteriore attenzione. Harvey ritorna sul tema dello spostamento geografico della produzione verso i paesi a basso salario in La crisi della modernità (Milano, Net, 2002, p. 207-209), dove viene inteso non come un segno di approfondimento dello sfruttamento capitalistico, com’è implicito nel commento in Limits to Capital, bensì del suo declino:

Dalla metà degli anni settanta… Paesi di nuova industrializzazione (Newly industrializing country, in sigla NIC)… cominciarono a fare delle serie incursioni nei mercati di certi prodotti (tessili, elettronica, ecc.) nei paesi del capitalismo avanzato, e furono ben presto imitati da altri paesi NIC (Ungheria, India, Egitto) e da quei paesi che avevano in precedenza seguito strategie di sostituzione delle importazioni (Brasile, Messico)… Alcuni dei cambiamenti nei rapporti di forza registrati a partire dal 1972 nell’economia politica del capitalismo avanzato sono stati davvero notevoli. La dipendenza degli Stati Uniti dal commercio estero… è raddoppiata nel periodo 1973-80. Le importazioni dai paesi in via di sviluppo sono quasi decuplicate.

In questo passo la realtà viene ribaltata: lungi dal rappresentare uno spostamento del potere in favore dei paesi a basso salario, la crescita del commercio estero riflette un’enorme espansione del potere delle imprese multinazionali imperialiste su tali paesi – oltreché della dipendenza di queste imprese dal plusvalore estratto dai lavoratori lì residenti.

Tale conclusione è suggerita dal riconoscimento da parte di Harvey, nella stessa opera (p. 192), della “maggior capacità del capitale multinazionale di esportare i sistemi fordisti di produzione in serie, e di sfruttare all’estero una forza lavoro femminile estremamente vulnerabile in condizioni di bassissima retribuzione e quasi inesistente sicurezza del posto di lavoro”.

Inoltre, lo spostamento globale dei processi di produzione verso i paesi a basso salario è stato guidato dalle imprese multinazionali, col fine di rafforzare la propria competitività e redditività, e per di più con grande efficacia, eppure Harvey presenta questo fatto come prova della declinante competitività imperialista. A detta di Harvey, i tentativi del capitale centrale di risolvere la sua crisi di sovraccumulazione tramite un fix spaziale, coinvolgente la produzione di (p. 228) “nuovi spazi che rendano possibile la produzione capitalistica (con investimenti infrastrutturali, per esempio), la crescita degli scambi e degli investimenti diretti, e l’esplorazione di nuove possibilità per lo sfruttamento della forza lavoro”.

Questo è ciò che Marx definiva un concetto caotico. Invece della deliberata vaghezza dell’esplorazione di nuove possibilità per lo sfruttamento della forza lavoro, perché non parlare di qualcosa di assai più schietto, come l’intensificato sfruttamento della forza lavoro? In definitiva, i tentativi di Harvey miranti ad aggiungere una dimensione spaziale alla teoria marxista del capitalismo cadono nel vuoto, e questo perché egli tralascia la discussione delle implicazioni spaziali dei controlli sull’immigrazione, del crescente gradiente salariale tra i paesi imperialisti e quelli semi-coloniali e dell’arbitraggio globale del lavoro.

In La guerra perpetua: analisi del nuovo imperialismo, pubblicato nel 2003 (ed. it. 2006), Harvey dedica poche pagine alla globalizzazione dei processi di produzione. Egli esordisce inserendo tale sviluppo all’interno della sua tesi fondamentale circa la sovraccumulazione di capitale (p. 60): “forze di lavoro a bassi salari e facilmente sfruttabili si accompagnarono a una sempre più facile mobilità geografica della produzione, aprendo nuove opportunità di impiego redditizio del capitale eccedente. Ma, in breve tempo, il problema della produzione di eccedenze di capitale si ripresentò esacerbato a livello mondiale”.

Separando formalmente i capitalisti industriali da quelli finanziari, individua come forza guida dell’ondata di delocalizzazioni il potere sfrenato dei secondi, i quali affermano il proprio dominio sul capitale manifatturiero, a grande detrimento dell’interesse nazionale USA (pp. 60-61):

una raffica di innovazioni tecnologiche e organizzative… promosse il genere di mobilità geografica del capitale manifatturiero che il sempre più mobile capitale finanziario poteva alimentare. Benché l’ascesa del potere finanziario apportasse grandi benefici diretti agli Stati Uniti, gli effetti sulla sua struttura industriale furono traumatici, quando non catastrofici… Ondate di deindustrializzazione si abbatterono su un settore dopo l’altro, su una regione dopo l’altra… Gli Stati Uniti si fecero complici dell’indebolimento della propria industria manifatturiera, scatenando a livello mondiale le potenze della finanza. Il vantaggio, tuttavia, fu rappresentato da prodotti importati ancor più a buon mercato per alimentare il consumismo senza fine a garanzia del quale gli Stati unitisi erano impegnati.

Sorvolando sulla sua prospettiva nazionalista e protezionista, nonché sull’incapacità di spiegare che i beni a buon mercato provenienti dall’estero sono resi possibili dalla manodopera a basso costo estera, ovvero, dal supersfruttamento, l’argomentazione di Harvey presenta una falla irreparabile. La delocalizzazione non è stata guidata tanto dal riemergere della finanza, quanto invece dalla stagnazione e declino nel tasso di profitto manifatturiero, e dagli sforzi dei capitani d’industria per contrastarlo.

L’incremento delle importazioni di beni manifatturieri a buon mercato ha fatto molto più che alimentare il consumismo, sostenendo direttamente la redditività e posizione competitiva dei colossi industriali nordamericani, oltre ad essere stata da questi attivamente promossa. Lungi dal porre fine al dominio USA – in altre parole, la capacità delle sue imprese di conquistarsi la fetta principale del plusvalore – la delocalizzazione ha aperto ai capitalisti statunitensi, europei e giapponesi nuove vie per consolidare la loro supremazia sulla produzione manifatturiera globale.

L’errore fondamentale di Harvey si spinge a tal punto da spiegare il disastroso riformismo contenuto in conclusione di La guerra perpetua: analisi del nuovo imperialismo (pp. 171-172), laddove si crogiola alla prospettiva di “un ritorno a un New Deal dell’imperialismo più benevolo, cui si perviene attraverso il tipo di coalizione di forze capitalistiche previsto molto tempo fa da Kautsky… nella presente congiuntura è sicuramente qualcosa per cui vale la pena battersi”, dimenticando quanto da lui scritto due decenni prima in alla fine di Limits to Capital (p. 444): “Il mondo non fu salvato dal terrore della Grande depressione da un qualche glorioso new deal, o grazie al tocco magico dell’economia keynesiana sulle tesorerie del mondo, ma dalla distruzione e morte seminate dalla guerra mondiale”.


John Smith ha conseguito il dottorato presso l’Università di Sheffield ed è attualmente impegnato come ricercatore e pubblicista indipendente. È stato operaio su una piattaforma petrolifera, autista di autobus e ha lavorato nel settore delle telecomunicazioni, oltre ad essere un attivista di lungo corso dei movimenti contro la guerra e per la solidarietà con l’America Latina. Vincitore del primo Paul A. Baran–Paul M. Sweezy Memorial Award per una monografia originale circa la politica economica dell’imperialismo, il suo volume Imperialism in the Twenty-First Century è un’analisi fondamentale del rapporto tra i paesi capitalisti del centro e il resto del mondo nell’epoca della globalizzazione neoliberista. Lo si può contattare via This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it..

Questo post costituisce una versione leggermente ampliata di David Harvey niega el imperialismo, pubblicato su Nuestra America XXI, numero 14 (dicembre 2017), il quale è a sua volta una versione modificata di A critique of David Harvey’s analysis of imperialismA critique of David Harvey’s analysis of imperialism, pubblicato nell’agosto 2017 da MROnline.

Link al post originale in inglese roape.net

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Le realtà sul terreno: replica a John Smith

di David Harvey

John Smith si è perso nel deserto, prossimo a morire di sete. Il suo fidato GPS gli segnala la presenza d’acqua dieci miglia ad Est. Dato che ritiene si debba leggere “dal Sud al Nord globali” al posto di “dall’Oriente verso l’Occidente”, si incammina verso Sud per non essere più visto. Questa, ahimè, è la qualità dei rilievi che mi rivolge.

L’Oriente di cui parlo quando osservo che la ricchezza si è spostata, in tempi recenti, da Occidente verso Oriente è costituito dalla Cina, oramai la seconda economia più grande al mondo (laddove si consideri l’Europa un’unica economia) seguita al terzo posto dal Giappone. Si aggiunga Corea del Sud, Taiwan e (con una certa licenza geografica) Singapore e ci si trova di fronte ad un potente blocco nel contesto dell’economia globale (talvolta identificato come modello di sviluppo capitalistico delle “oche volanti”), il quale rappresenta, al momento, circa un terzo del PIL globale (rispetto al Nord America, che conta ora solo per poco più di un quarto). Se guardiamo indietro a come era configurato il mondo, diciamo per esempio nel 1960, allora l’incedibile crescita dell’Asia orientale come centro di potere dell’accumulazione globale di capitale appare in tutta la sua evidenza.

Cinesi e Giapponesi posseggono ormai enormi fette del sempre crescente debito USA. Vi è stata anche un’interessante sequenza, in cui ogni economia nazionale dell’Asia orientale si è attivata alla ricerca di un fix spaziale per le massicce quantità di capitale eccedente, accumulate all’interno dei rispettivi confini. Il Giappone ha iniziato a esportare capitale alla fine degli anni Sessanta, la Corea del Sud alla fine dei Settanta e Taiwan nei primi Ottanta. Non poco di tale investimento è andato verso il Nord America e l’Europa.

Adesso è il turno della Cina. Un mappa degli investimenti esteri cinesi nel 2000 appariva vuota. Ora la loro ondata sta attraversando non solo la “Nuova via della seta”, lungo l’Asia centrale in direzione dell’Europa, ma anche l’Africa orientale, in particolare, e sino all’America Latina (più della metà degli investimenti esteri in Ecuador proviene dalla Cina). Quando la Cina ha invitato leader da tutto il mondo a partecipare, nel maggio del 2017, alla conferenza della Nuova via della seta, oltre quaranta fra loro sono venuti ad ascoltare il presidente Xi enunciare quello che molti hanno visto come l’esordio un nuovo ordine mondiale, nel quale la Cina dovrebbe essere una (se non la) potenza egemone. Questo significa che la Cina è la nuova potenza imperialista?

Si possono individuare delle interessanti micro-caratteristiche in tale scenario. Quando leggiamo i resoconti delle terribili condizioni di supersfruttamento nel settore manifatturiero del Sud globale,  spesso emerge come siano imprese taiwanesi o sudcoreane ad esservi coinvolte, anche se il prodotto finale giunge poi in Europa e Stati Uniti. La sete cinese di minerali, nonché di prodotti agricoli (in particolare la soia), significa che le imprese del grande paese asiatico sono anche al centro di una forma di estrattivismo che sta distruggendo l’ambiente in tutto il mondo (si dia un’occhiata all’America latina). Uno sguardo superficiale all’accaparramento delle terre, in tutta l’Africa, mostra che le compagnie e i fondi sovrani cinesi, nelle loro acquisizioni, sono molto più avanti di qualunque altro soggetto. Le due maggiori compagnie minerarie operanti nella cintura del rame in Zambia sono, rispettivamente, indiana e Cinese.

Dunque, la rigida e fissa teoria dell’imperialismo, cui fa appello John Smith, cosa ha da dire in merito?

A detta di Jon Smith averi fallito, in The Limits to Capital, nell’affrontare la questione dell’imperialismo. Ne avrei fatto cenno, afferma, solo una volta. L’indice registra circa 24 menzioni e l’ultimo capitolo è intitolato “la dialettica dell’imperialismo”. È assolutamente vero che ho ritenuto la tradizionale concezione dell’imperialismo, derivante da Lenin (e successivamente incisa nella pietra da John Smith e simili), inadeguata a descrivere le complesse forme di produzione, realizzazione e distribuzione – siano esse spaziali, inter-territoriali e specifiche di un luogo – che si stavano dispiegando in tutto il mondo.

In seguito sono stato intrigato dal trovare uno spirito affine in Giovanni Arrighi, il quale, in La geometria dell’imperialismo (scritto nello stesso periodo), abbandona il concetto di imperialismo (o, a voler esser precisi, la rigida geografia di centro e periferia esposta nella teoria del sistema mondo) in favore di una più aperta e fluida analisi delle mutevoli egemonie nel contesto del sistema mondo. Con questo nessuno di noi vuole negare che il valore prodotto in un luogo finisce per esser appropriato in un altro e che, in tutto ciò, vi un livello di brutalità spaventoso. Questo è, tuttavia, il processo (e sottolineo l’importanza del termine “processo”) che ci sforziamo di mappare, scoprire e teorizzare come meglio possiamo. Marx ci ha insegnato che il metodo del materialismo storico non consiste nel partire dai concetti per poi imporli alla realtà, ma, al contrario, dalle realtà sul terreno al fine di scoprire i concetti astratti adeguati alla loro situazione. Iniziare dai concetti, come fa John Smith, significa impelagarsi in un crudo idealismo.

Dunque, sulla base di quanto si sta verificando sul campo, preferisco lavorare su una teoria dello sviluppo geografico ineguale, delle proliferanti e differenti forme di divisione del lavoro, a una comprensione delle catene globali delle merci e dei fix spaziali, nonché dei luoghi di produzione (in particolare, l’urbanizzazione – tema fondamentale, del quale John Smith è ignaro) e della costruzione e distruzione di economie regionali, entro le quali potrebbe formarsi, temporaneamente, una certa coerenza “strutturale” (o “regime di valore regionale”), prima che potenti forze di devalorizzazione e accumulazione tramite e espropriazione dispieghino forme di distruzione creativa. Tali forze influiscono non solo su quanto accade nel Sud globale, ma anche sul Nord in via di deindustrializzazione.

Il mio è un tentativo di osservare tutto ciò attraverso il prisma delle differenziali mobilità geografiche del capitale, del lavoro, del denaro e della finanza e, ancora, gettare uno sguardo al crescente potere dei rentier, nonché ai mutevoli equilibri di potere tra le varie fazioni del capitale (ad esempio tra produzione e finanza), così come a quelli fra capitale e lavoro. Questo è quanto sostituisco alla cruda e rigida teoria dell’imperialismo esposta da John Smith. Non si nega l’immensa accumulazione di potere monetario concentrata nelle mani di poche imprese e famiglie facoltose, o le terribili condizioni di vita in cui è ridotta gran parte della popolazione mondiale. Ma non si immagina neanche che le classi lavoratrici dell’Ohio e della Pnnsylvania vivano nel lusso. Si riconosce il valore della teoria del plusvalore relativo di Marx, con cui si rende possibile l’innalzamento significativo dello standard fisico di vita del lavoro, anche se il tasso di sfruttamento cresce a livelli drammatici, impossibile da raggiungere attraverso il plusvalore assoluto guadagnato nelle arene più povere dell’accumulazione del capitale, spesso dominante nel Sud globale. Inoltre, come ha fatto notare Marx tempo addietro, i trasferimenti geografici di ricchezza da una parte del mondo ad un’altra non vanno a beneficio di un intero paese; sono semmai invariabilmente concentrati nelle mani delle classi privilegiate. In tempi recenti, a quelli di Wall-Street e ai loro tirapiedi le cose sono andate splendidamente, non altrettanto si può dire degli, una volta, lavoratori del Michigan e dell’Ohio.

Diamo uno sguardo al passato di quanto detto sopra. Negli anni Sessanta, settori privilegiati della classe lavoratrice erano ampiamente protetti all’interno dei confini del proprio stato nazione nel Nord globale, e potevano lottare per il potere politico dentro il loro spazio. Avevano ottenuto un welfare tramite le tattiche socialdemocratiche e ricevuto alcuni dei benefici derivanti dalla crescente produttività. La contromossa capitalista consisteva nel cercare di indebolire tale potere e abbassare i salari incoraggiando l’immigrazione. I tedeschi guardavano alla Turchia, i francesi al Maghreb, gli svedesi alla Jugoslavia e i britannici  alle ex colonie, gli USA, infine, riformavano le leggi sull’immigrazione nel 1965, aprendosi al mondo intero. John Smith dimentica come tutto ciò sia stato interamente sovvenzionato dallo stato capitalista per su commissione della classe capitalista. Una soluzione che non ha funzionato. Così, dagli anni Settanta in poi, alcuni capitali (ma nient’affatto tutti) si sono diretti dove la forza lavoro era più a buon mercato. Ma la globalizzazione non può funzionare senza ridurre le barriere allo scambio di merci e ai flussi di denaro, quest’ultimo aspetto ha significato l’apertura di un vaso di Pandora per il capitale finanziario, a lungo frustrato dalle regolamentazioni nazionali. L’effetto a lungo termine è stato la riduzione della forza e dei privilegi dei movimenti della classe lavoratrice del Nord Globale, appunto mettendoli nel raggio di competizione di una forza lavoro globale a cui si poteva accedere praticamente a qualsiasi prezzo. Sostengo l’affermazione secondo la quale le classi lavoratrici, all’interno della struttura globale del capitalismo contemporaneo, sono oggi di gran lunga più competitive l’una con l’altra rispetto agli anni Sessanta.

Allo stesso tempo, i cambiamenti tecnologici hanno reso il lavoro meno importante in molte sfere dell’attività economica (si pensi a Google e Facebook). Mentre le nuove strutture che connettono il lavoro intellettuale e organizzativo del Nord Globale con quello manuale del Sud globale hanno scavalcato il tradizionale potere della classe lavoratrice  del Nord, lasciandosi dietro un paesaggio desolato di deindustrializzazione e disoccupazione da sfruttare con qualsiasi altro mezzo possibile.

Un ultimo commento per caratterizzare il genere di polemica lanciata da Smith come sostituto di una critica ragionata. Egli si prende gioco del modo in cui, in La guerra perpetua: analisi del nuovo imperialismo, mi crogiolerei all’idea di “un New Deal dell’imperialismo più benevolo”. Dal contesto si evince come stessi dicendo che questa era l’unica via possibile all’interno del modo di produzione capitalistico. All’epoca (2003) era evidente l’assenza di un movimento della classe lavoratrice anche remotamente in grado di definire un’alternativa al capitalismo, e quest’ultimo si stava dirigendo verso una spiacevole sorpresa, del tipo effettivamente verificatosi nel 2007-8 (sì, ho chiaramente previsto la probabilità di tutto ciò nel 2003, in La guerra perpetua: analisi del nuovo imperialismo). Dato che la susseguente, e prevedibile, crisi è stata risolta espropriando ulteriormente intere popolazioni di gran parte della loro ricchezza e patrimoni, sono convinto sarebbe stato meglio per la sinistra appoggiare un’alternativa di tipo keynesiano (il che, per inciso, è quanto in seguito implementato dalla Cina).

Questo, nel mio giudizio politico del tempo, era l’unico modo in cui poteva crearsi uno spiraglio per la sinistra, al fine di compensare la tendenza, all’epoca chiaramente definita dal movimento neoconservatore, verso una violenta soluzione militaristica e supersfruttatrice riecheggiante quanto accaduto nel periodo precedente la Seconda guerra mondiale. Sono convinto che a tal riguardo, retrospettivamente,  fossi nel giusto, sebbene riconosco che in molti non saranno d’accordo con me. Questo dilemma, ahimè, è ancora tra di noi. Ma la critica ragionata è una cosa, la polemica sterile e derisoria un’altra.


David Harvey è  Distinguished Professor di antropologia e geografia presso il  Graduate Center della City University of New York.


Link al post originale in inglese roape.net

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