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ilpungolorosso

Che fine ha fatto la “questione catalana”?

di Pungolo Rosso

F2052280942FAGF EDITORIAL 1932979 prOltre la Brexit, e il crescente caos che sta producendo nel Regno Unito, senza ovviamente che i lavoratori ne traggano il minimissimo beneficio, un altro tema è pressoché scomparso dai siti “sovranisti” di sinistra, ed è la questione catalana. E anche in questo caso, ci sono ottime ragioni perché coloro che vollero caricare l’opzione indipendentista di significati progressisti, antifascisti, anticapitalisti o addirittura socialisti, per non dire rivoluzionari, stiano in rigoroso silenzio. Infatti a quasi un anno dal referendum, alla confusione dominante a Madrid dove è nato un governo di minoranza in sostituzione del defunto governo Rajoy, fa da corrispettivo altrettanta confusione dentro il Junts per Cat, il partito di Puigdemont, dove si fronteggiano gli indipendentisti a tutti i costi e coloro che pensano invece a soluzioni di compromesso (per lo stesso Puigdemont l’indipendenza “non è l’unica soluzione”) con Madrid e il nuovo, fragilissimo premier Sanchez, già sconfitto sulla legge di bilancio (redatta in sostanziale continuità con la politica anti-operaia di Rajoy). In tanta impressionante confusione, la sola cosa certa è che alla guida delle istituzioni catalane si è insediato Joachim Torra, esponente della componente più conservatrice e razzista dell’indipendentismo, colui che è arrivato a definire i castellanohablantes – quelli che parlano spagnolo – “bestie in forma umana”; sulla scia, del resto, del suo ben più famoso predecessore Jordi Pujol che gratificò gli andalusi, che spesso sono proletari immigrati in Catalogna, come “individui anarchici che vivono in uno stato di ignoranza e miseria culturale”. Insomma: sciovinismo catalano a tutto campo!

Lo stesso “miracolo economico” spagnolo degli ultimissimi anni (questi sono tempi in cui basta un +2% o +3% del pil per far gridare ai miracoli…), costruito sui tagli alla spesa statale, la depressione dei salari e la precarietà, sta cominciando a perdere colpi, a cominciare proprio dalla Catalogna che già a fine 2017 doveva registrare una prima fuga di oltre 3.000 imprese e un calo del turismo. Esattamente come nel Regno Unito, dove comincia a risultare evidente, anche in Spagna e Catalogna la prospettiva “sovranista” non porta nella sua cesta doni e prosperità per i lavoratori, ma solo veleni e funeste divisioni, a esclusivo vantaggio della classe sfruttatrice di Spagna, di Catalogna e degli altri paesi europei, che di una classe lavoratrice divisa per linee nazionaliste ed “etniciste” può disporre a proprio piacimento.

Nel n. 2 del “Cuneo rosso”, quando cominciava appena a montare il chiasso indipendendista, prevedevamo che la sua ulteriore crescita non avrebbe facilitato in nulla, avrebbe invece complicato e ostacolato “la creazione delle premesse di una risposta proletaria adeguata alla durezza della lotta di classe dall’alto”. Il corso successivo dei rapporti tra le classi ha confermato in pieno questa nostra previsione. Negli ultimi anni, in parallelo con l’esplosione della “questione catalana”, vi è stato un impressionante calo degli scioperi e dei conflitti tra proletari e padroni, e solo il provvisorio rinculo dello scontro Madrid-Barcellona ha consentito alla protesta dei pensionati e delle donne, in primavera, di avere un po’ di respiro come proteste che hanno attraversato l’insieme del paese senza inquinamenti nazionalistici. Gli stessi tassisti che si sono mossi di recente contro Uber e l’arrendevolezza di Sanchez verso la multinazionale statunitense, hanno dato vita a proteste che hanno riunito Madrid, Barcellona, Siviglia, Bilbao …

Ecco perché pubblichiamo con piacere questa riflessione “a freddo” sulla questione catalana, che ci è pervenuta da un compagno che ha una conoscenza diretta della situazione spagnola e catalana, e ha fatto esperienza politica in organizzazioni di matrice trotskista. Possiamo non concordare con lui su questo o quel passaggio della sua analisi e delle sue proposte, ma sta di fatto che tutta questa vicenda ha avuto l’effetto pernicioso di rafforzare l’influenza delle ideologie nazionaliste dentro la classe proletaria. Chi si aggrappa alla “alternativa” Colau e alla sua ipotetica rete delle “città senza paura”, si aggrappa al nulla.

 

Qualche dato sulla Catalogna

La densità di popolazione (n° di abitanti per ogni km2 di superficie del territorio) indica la capacità “attrattiva” di un territorio, naturalmente con le dovute cautele ed eccezioni. Nei territori dell’occidente sviluppato possiamo usare questo indicatore con un buon margine di sicurezza. In Catalogna dal 1978 (anno dell’adesione al Regno di Spagna) c’è stata una continua crescita della popolazione, e quindi della sua densità, rispetto al resto del regno, ma dal 2008 questa crescita si è fermata (Tab.1). Da dati più disaggregati si può vedere che il fenomeno è iniziato già dal 2006[1]. Nel triennio 2007-2009, come vedremo, hanno subìto veloci trasformazioni anche alcuni indicatori economici[2].

Tab.1 – Densità di popolazione (ab/km2)
1980 187
1991 190
2001 204
2008 229
2011 232
2015 232
2016 234

La Catalogna è tradizionalmente terra d’immigrazione, quindi qualche dato in merito va mostrato avvertendo che i dati che abbiamo sono instabili. Ciò è dovuto ad almeno tre fattori: la natura stessa dell’immigrazione, la complicazione dovuta alle recenti emigrazioni e la reticenza della Generalitat catalana a fornire questi dati al governo spagnolo al quale contesta anche l’esclusiva competenza in materia di controllo dell’immigrazione.

La presenza straniera negli ultimi anni è calata seguendo all’incirca lo stesso andamento del resto del paese (Tab.2). Due parole sui confronti.

Tab.2 – Percentuale di stranieri nelle rispettive popolazioni
  Catalogna Spagna U.E.
2008 15% 11,4% 6,2%
2009 15,9% 12,2% 6,3%
2011 15,6% 12,1% 6,6%
2014 14,5% 10,1% n.p.

Anzitutto notiamo che la presenza straniera non è prerogativa esclusiva della Catalogna. È vero che il dato dell’U.E. è molto composito, ma una delle prime cose che va messa in discussione è questa eccezionale “ospitalità” che sarebbe tipica solo dei catalani genericamente intesi.

Purtroppo i dati disponibili in materia si interrompono al 2014 e non ne abbiamo trovati per gli anni precedenti al 2008; pertanto, per capire meglio come possano essere andate le cose, ci aiuteremo col saldo migratorio in Tab.3.

Tab.3 – Saldo migratorio per 1000 abitanti
  Catalogna Spagna U.E.
2005 18,4 15 3,7
2006 17,6 14,4 2,9
2008 12,5 10,2 3,3
2011 -2,7 -0,9 1,7

Si tratta della differenza tra emigrazione ed immigrazione; quindi non sappiamo esattamente quanto conti la sola presenza straniera d’immigrazione, ma possiamo valutare con certezza che il suo apporto è notevole così come la capacità attrattiva del territorio, il che è anzitutto un indice di benessere economico, dal momento che si emigra in genere maggiormente verso le aree più ricche, quelle con più sbocchi lavorativi. Vediamo poi una flessione del fenomeno che nel 2011 diventa addirittura di segno negativo con un “abbandono” del territorio. Il 2008 e dintorni si conferma come punto di svolta.

Un dato interessante è costituito dalla composizione della provenienza degli immigrati per la quale ci limitiamo alla sola Barcellona perché i dati della città sono forniti dall’autorità municipale e sono ben controllati; del resto, almeno ad un primo esame, gli andamenti delle altre tre province catalane sono molto simili[3].

Nel 2016 c’è un ritorno di 5.345 immigrati al paese d’origine (soprattutto in centro e sud America) confermando la tendenza degli ultimi anni. La percentuale del 16,3% resta comunque alta, ma in linea con quella del resto della Catalogna e della Spagna. A Barcellona, al 2016, vivono 262.233 cittadini di nazionalità straniera (appartenenti a differenti classi sociali, ovviamente), che sono un pezzo importante della popolazione e sono in maggioranza favorevoli all’indipendenza per motivi legati alla politica del Regno di Spagna che in materia di immigrazione ha un orientamento più restrittivo di quello della Catalogna. Tra loro, i più accesamente favorevoli all’indipendenza arrivando perfino a sentirsi “più catalani dei catalani” sono quelli che hanno raggiunto un certo grado di benessere, aprendo negozi, acquistando appartamenti, etc. Il 37,2% dei 262mila di cui sopra proviene dall’Europa, il 31,8 dall’America (Sud e Centro, ma c’è anche qualche yankee), l’Asia, con in testa i cinesi, tocca il 23,2% e appena il 7,4% proviene dai paesi dell’Africa. La nazionalità più numerosa è quella italiana, ma ci sono sudamericani che hanno preso il passaporto italiano e quindi figurano all’anagrafe con la nazionalità “acquisita”. Italiani, cinesi e russi appaiono quelli in più rapida crescita, e questo accentua il dato che prima citavamo sul ritorno in patria dei sudamericani. Altra questione da prendere in considerazione per una descrizione più precisa della presenza di “stranieri” a Barcellona è il fatto che alcuni di essi hanno chiesto ed ottenuto la cittadinanza spagnola, scomparendo quindi dalle statistiche degli stranieri ed ingrossando quelle della popolazione residente. Quest’ultima circostanza accentua il calo demografico della componente autoctona. Tornando ai numeri, il 2009 è stato l’anno della maggiore presenza straniera (294.918 persone) registrata dall’anagrafe cittadina e da allora la diminuzione è stata di circa 33mila unità.

Altra questione di cui tener conto è l’arrivo di lavoratori dal resto della Spagna e in seguito dal Sudamerica. Naturalmente l’immigrazione da altre regioni della Spagna non è classificata come immigrazione straniera, ma ha dato vita ad una fetta di popolazione aliena dalla lingua catalana, concentrata nei quartieri operai e che ha fatto diventare Barcellona una città a maggioranza di lingua spagnola. Questo strato operaio è la componente della presenza immigrata che ha tenuto sempre un atteggiamento, se non di aperta diffidenza, almeno di consapevolezza che dalla “catalanità” non ha nulla di buono da aspettarsi. Non è un caso che il loro punto di riferimento sono le organizzazioni sindacali tradizionali (che non hanno partecipato allo sciopero del 3 ottobre) ed il Partito Socialista Catalano. Per inciso, come sempre quando un partito non risponde alle esigenze della sua base, si apre una crisi che sposta i delusi verso destra; è ciò che è accaduto quando il voto degli spagnoli “non catalani” si è spostato in tutte le direzioni e (secondo gli analisti) anche verso il Partito Popolare e Ciudadanos, ed anche in questo caso a partire dal 2009. Invece gran parte della borghesia, e soprattutto dell’intellighenzia catalana, sono rimaste orgogliosamente di lingua catalana e di questa “catalanità” fanno la propria bandiera.

Queste circostanze dovrebbero essere ben note alle formazioni politiche di “estrema sinistra” che si sono entusiasmate oltre misura per la causa dell’indipendentismo catalano al punto da far scomparire le loro rosse bandiere ed imbracciare saldamente quelle della nazione “oppressa” catalana rispolverando (a torto) e stiracchiando da tutte le parti il concetto di autodeterminazione delle nazioni, con una lettura completamente forzata e maldestra della questione posta da Lenin, tentando con questo di dare dignità alla loro posizione. In ogni caso per capire queste situazioni di classe solo apparentemente contraddittorie, non c’era bisogno di sofisticate analisi dei flussi elettorali; un minimo di radicamento sociale, un’attenta lettura dello stato di coscienza e della condizione delle classi medie così come dei propri stessi raggruppamenti politici sarebbero stati più che sufficienti. E così questi gruppi fanno passare sotto silenzio importanti atteggiamenti della classe operaia che perfino allo sciopero dell’8 novembre 2017, quello più politico e proclamato sotto la spinta della repressione statale, hanno fatto sentire la loro presa di distanza. Jorge Martin, in un breve comunicato stampa del 10, scrive: “Lo sciopero generale in Catalogna contro la repressione, l’introduzione dell’art.155 e per il rilascio dei prigionieri politici è riuscito a paralizzare il paese… grande seguito nel settore educativo, nel settore pubblico e nei media, ma è stato quasi insignificante nell’industria e nei trasporti…”.

 

Una breve ricostruzione del rapporto con lo stato centrale

Dopo la morte di Franco (1975), la Catalogna diventò Comunità Autonoma dello Stato spagnolo. La decisione fu votata dai catalani con un referendum (1978) che con oltre il 91% si pronunciò a favore della nuova Costituzione. Ma già immediatamente dopo la fine della dittatura franchista, la Catalogna aveva messo in atto molte iniziative di collaborazione con il governo centrale per poter cogliere le occasioni di ripresa che si presentavano con il cambiamento di regime. Così per oltre vent’anni non si parlò quasi più diindipendenza e, tanto per capire quanto il tema fosse ormai lontano, non ci fu mai alcun atto che manifestasse solidarietà con le azioni degli indipendentisti baschi negli anni ‘80.

Nel ’79 lo Statuto di Autonomia abrogò il divieto che Franco aveva posto contro l’uso della lingua catalana, ma non fu l’unica misura che “perfezionava” l’autonomia catalana. Intorno al 2003-2004 rinascono formazioni che invocano l’indipendenza, ma bisognerà aspettare le elezioni regionali del 2015 perché queste formazioni conquistino la maggioranza relativa. Il processo non è stato spontaneo, né dovuto a una sorta di evoluzione naturale della situazione causata da fattori culturali accumulatisi nel tempo; è stato il frutto di precise azioni e reazioni con il governo centrale inizialmente aperto verso le prime richieste indipendentiste: lo Statuto del 2006 (approvato dai catalani con referendum), che aumentava la sfera del potere locale; gli interventi del Tribunale Costituzionale che per almeno un lustro ha contestato le “conquiste” di quello Statuto provocando un innalzamento della tensione culminata nella manifestazione del 10 luglio 2010 che però non ebbe conseguenze decisive. Poi, a partire dal 2012, il governo Rajoy ha introdotto numerose leggi dal connotato “centralista” aumentando l’ostilità nei confronti del governo centrale al quale la propaganda catalana attribuiva vocazioni franchiste, senza evidentemente avere tutti i torti. Ciononostante è innegabile che il livello di autonomia della Catalogna sia superiore a quello, ad esempio, dei Lander tedeschi o delle nostre Regioni a Statuto Speciale, come prova l’istituzione di corpi militari locali. Completiamo questo schema espositivo citando la consultazione “non referendaria” del 2014 sull’indipendenza della Catalogna (non riconosciuta valida dal governo centrale, cosa che il governo catalano nemmeno pretendeva che fosse!) che vide circa l’80% di voti a favore (inferiore a quella dell’ottobre 1917, pardon, 2017) ma con una partecipazione al voto inferiore al 35%, evidente segno di un larghissimo disinteresse per la questione.

Ma la questione più importante da prendere in esame è senz’altro la crisi economica che iniziava ad affacciarsi anche nella regione catalana e fa da sfondo a tutto lo scenario descritto nelle righe precedenti. Quindi ritorniamo verso qualche numero.

Cominciamo col PIL per abitante, un dato che certamente non è esaustivo in sé ma ha una buona capacità descrittivaquandolosiconfrontatrapaesidifferenti.

P.I.L./abitante Catalogna Spagna U.E.
2005 24.843 20.838 23.452
2006 27.824 22.152 23.500
2008 29.757 23.870 25.130
2011 28.270 23.100 25.200
2015 28.929 23.300 28.700

La serie storica che abbiamo a disposizione non è completa ma si nota anzitutto lo scarto con i dati della Spagna. Si conferma il 2009 come anno critico e la ripresa debole degli ultimi anni, inferiore a quella dei paesi UE. Le attese dei catalani di una ripresa più consistente e la paura di non riuscire a tenere il passo dell’UE[4] hanno prodotto nel governo catalano non poche tensioni, acuite dalla politica di Rajoy tesa a restringere l’autonomia della regione ma, ancora di più, a limitare i trasferimenti statali alla regione stessa. Interessante anche il grafico che riporta l’andamento del PIL per abitante dal 2004 al 2015 prendendo a base quello della UE posto uguale a 100. Notiamo che intorno al 2008 la Spagna mostra una flessione che porta l’indice al di sotto della media UE, ma la Catalogna ha una discesa molto più accelerata e nel 2012 tocca il minimo: la “ripresina” degli anni seguenti non porterà più il PIL ai livelli degli anni precedenti.

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A qualcuno sembrerà strano che fenomeni così complessi possano essere spiegati da un paio di lineette, ma non c’è conoscenza che non parta da domande e tracce e che non provi a far ragionare le configurazioni dei dati, siano essi indiziari, matematici, scientifici. Intanto proviamo ad immaginare cosa accade in una “comunità” che vede abbassarsi il proprio tenore di vita e che osservi, insieme alla stagnazione, anche i “bei vecchi tempi andati” e l’incapacità di tornarvici. È normale che si cerchino soluzioni e capri espiatori, e i catalani hanno fatto abbastanza presto, e non senza qualche ragione, a trovarli nel centralismo di Rajoy e a rintracciare nella loro storia la soluzione dell’indipendenza fino a farne un’ideologia. Ma l’ideologia ha sempre una base materiale che in ogni singola fase storica è propria di una determinata classe sociale, informandone il comportamento, e dipende dalla collocazione che questa ha nei rapporti di produzione. Il modello che avevano in testa molti politici catalani rappresentanti della piccola e media borghesia è quello dei paesi ricchi che hanno avuto benefici enormi dall’immigrazione: la Svezia come pure, anche se in tempi più lontani, la Svizzera, il Belgio, gli stessi USA.

Ma c’è un’altra situazione che ha spinto i dirigenti politici catalani a cavalcare la soluzione indipendentista: Navarra e Paesi Baschi hanno un’autonomia finanziaria-fiscale che Catalogna non ha, e probabilmente la possibilità di dare uno sbocco alla battaglia concludendola con una trattativa che portasse ad avere lo stesso status di quest’ultimi ha dato il via alle iniziative referendarie, alle manifestazioni, all’agitazione che ha riempito la cronaca dell’ultimo anno. Ci si chiede perché non hanno impostato la lotta contro il centralismo direttamente con questo obiettivo. Per più di un motivo: primo, bisognava mobilitare “il popolo”, e quindi dare anche ad altri strati sociali una motivazione che li coinvolgesse direttamente. Inoltre la bandiera dell’indipendenza era comunque necessaria per conservare l’appoggio di Candidatura di Unità Popolare (CUP), la formazione più “separatista” ed allargare il fronte della protesta. Impostare un programma con la sola rivendicazione “impuestos catalanes a los catalanes”[5] sarebbe apparso segno di grettezza, mentre la parola d’ordine più evocativa della “republica” o addirittura “el poder popular” avrebbe avuto la quantità di fascino necessaria per catturare la solidarietà di secessionisti dell’ultim’ora, di trotskisti immaginari che mettono la politica avanti all’economia e a tutto il resto, di stalinisti da sempre innamorati delle guerre di liberazione nazionale e ancor più delle borghesie che le dirigono, di seguaci di Bernstein per i quali il movimento è tutto. L’ultimo motivo per rivendicare qualcosa in più della semplice riduzione delle imposte era la necessità di impostare la trattativa su basi di forza, dato l’attacco del governo centrale ad alcune delle conquiste dello Statuto del 2006.

Facciamo quindi un passo indietro per esaminare l’evolversi delle nuove esigenze di autonomia.

Abbiamo detto che per oltre un ventennio l’indipendentismo fu quasi del tutto dimenticato. Il primo a farlo fu proprio Jordi Pujol, capo del governo dal 1980 al 2003, ex antifascista che appoggiò il governo Aznar. Questo non lieve spostamento a destra avvantaggiò il Partito Socialista Catalano che però non pensava affatto all’indipendentismo e si era radicato proprio nelle zone industriali dove più forte era, ed è ancora, quella presenza operaia di immigrazione “interna” di cui abbiamo parlato prima. Dal 2003 l’alleanza di governo tra i socialisti e l’Erc (più a sinistra e con precisa vocazione indipendentista) diede inizio ad una fase di instabilità. Si votò nel 2006 con un’astensione di quasi la metà degli aventi diritto al voto. Il Partito Socialista arretrò mentre si riprese la vecchia formazione di Jordi Pujol, il CiU (Convergenza e Unione) con a capo, stavolta, Artur Mas, convinto di essere già il capo del governo. I socialisti, però, riuscirono a rinnovare il patto con Erc ed i Verdi ma nonostante questo, il motto del nuovo governo fu “prima la società, poi l’identità”. CiU e Ciutadans (per nulla indipendentisti) si presero la rivincita nelle elezioni del 2010. Fin qui la schematicità della nostra esposizione forse non fa trasparire il trasformismo e l’incertezza dei disegni politici, ma a questo punto la crisi entra in scena e sposta tutte le coordinate delle politiche di partito. Le forze indipendentiste si coalizzano, irrompe il CUP (in Italia la chiameremmo lista civica) con una posizione ancora più radicale: nel 2015, però, gli indipendentisti prendono solo la maggioranza dei seggi non quella dei voti (47,9%). Ancora una volta il progetto indipendentista non sembra conquistare la maggioranza dei catalani nonostante quanto già detto sugli interventi del Tribunale Costituzionale e gli attacchi di Rajoy allo Statuto d’Autonomia del 2006.

La coalizione indipendentista aveva dichiarato come condizione vincolante che avrebbe posto la questione dell’indipendenza solo se avesse avuto una chiara indicazione sia in termini di seggi parlamentari (necessari per governare) sia in quanto a maggioranza dei voti. Ma Puigdemont, il nuovo presidente della Generalitat, decide per il colpo di acceleratore e ai primi del 2017 annuncia il referendum “vincolante” per l’indipendenza; il resto appartiene alla cronaca.

Se la volontà indipendentista della maggioranza della popolazione non è così chiara (come vorrebbero dimostrare anche alcune formazioni politiche di sinistra con riferimenti che vanno dal trotskismo allo stalinismo), per quale ragione il partito di Puigdemont osa sfidare il governo centrale in maniera aperta e invece di preoccuparsi di allargare il consenso intorno alla propria proposta, si lancia in un percorso tanto pericoloso? Il motivo principale è che non può fare altro. La pressione dell’ala oltranzista del CUP arriverebbe presto a sottrarre il proprio appoggio al governo e il Presidente sarebbe molto più esposto alla repressione centrale mentre con un referendum che lo avesse appoggiato, la sua posizione sarebbe stata molto più forte anche in termini di una eventuale trattativa – senza contare che avrebbe costretto Rajoy ad usare la repressione di cui anch’egli non può fare a meno; di fronte ad una aperta violazione della legge costituzionale il governo spagnolo non avrebbe potuto non intervenire. È questo il calcolo che ha portato alla scelta referendaria di Puigdemont. Ma quello che ci interessa di più è fare chiarezza con alcune delle formazioni di cui parlavamo prima, che pensano alla Catalogna come una nazione oppressa da liberare al grido dell’autodeterminazione. Ne deriva che dobbiamo fare un passaggio obbligato per le classi sociali per cercare di capire e, se possibile, dimostrare che la spinta indipendentista catalana non ha molto a che vedere con l’autodeterminazione di una nazione oppressa, e tanto meno con gli ideali di una repubblica socialista; ha molto a che vedere, invece, con le istanze della piccola borghesia e di settori di quella media che vedono davanti a sé lo spettro del depauperamento, e cercano, agitandosi caoticamente, di allontanarlo. Qualche dato sulla composizione delle classi e sull’espressione di voto può aiutarci a dimostrare questa tesi.

 

… Classi sociali a parte!

Avvertiamo che faremo ricorso, in parte, ad un “sapere indiziario” sia perché i dati a nostra disposizione non sono disaggregati per classi sociali (quelli dei censimenti risponderebbero meglio al nostro obiettivo) sia perché i mezzi statistici sono troppo complessi (analisi di trend, campionature, eccetera) e non danno risposte coerenti. Comunque il materiale che abbiamo sotto mano ci pare sufficiente a rispondere alla maggior parte delle domande che ci siamo fatte sulla fase economica catalana. Ecco un primo grafico che evidenzia un fenomeno importante per la nostra analisi.

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Assumendo come base il tipo di occupazione in UE vediamo che in Spagna e Catalogna è aumentata la popolazione occupata nel terziario, è rimasta sostanzialmente stabile quella in agricoltura ed è diminuita l’occupazione nel settore secondario. Il fenomeno è più veloce in Catalogna e, ancora una volta, i punti di flesso si trovano intorno al 2008. A meno di non supporre che gli operai siano andati a coprire posti da impiegato, insegnante, commesso ed altro, dobbiamo concludere che l’economia catalana si è parzialmente terziarizzata. Facciamo notare che la tendenza è quella generale dell’economia capitalista contemporanea (vedi retta UE) ma in Spagna, più ancora in Catalogna, il fenomeno è decisamente importante. Si potrebbe supporre l’eventualità di una “migrazione” intrasettoriale dell’occupazione dato che la curva “Industria e costruzioni”  scende bruscamente a partire dal 2008 e non sorpassa mai lo standard europeo, mentre la curva “Servizi” si incrementa con lentezza maggiore e sorpassa la media UE solo tra il 2010 e il 2011. Escludiamo quest’ultima ipotesi ritenendola estremamente improbabile e facciamo invece notare che l’occupazione nel settore dell’industria si mantiene a livelli superiori alla media europea nonostante la crisi; la tendenza economica più rilevante resta comunque la terziarizzazione dell’occupazione ma, nel dettaglio, i dati mostrano una composizione di classe interessante. Iniziamo col dato più “grossolano” dell’occupazione per settore.

Popolazione occupata per settori di attività in unità
  2015 2016 2017
Agricoltura 47.800 50.800 54.500
Industria 582.100 583.600 590.500
Costruzioni 182.600 184.200 208.500
Servizi 2.265.200 2.365.200 2.421.800
TOTALE 3.077.700 3.183.800 3.275.300

L’aumento dell’occupazione è dovuto quasi del tutto al settore servizi ma in percentuale è il settore costruzioni che fa registrare un incremento del 13,1% nel 2017 rispetto all’anno precedente. Gli investimenti in questo settore, fatti guardando al turismo molto più che alla necessità della popolazione, ad onta dei sindaci di “sinistra”, sono giunti alla fase di realizzazione, ma intanto la crisi ha fatto irruzione e le transazioni immobiliari hanno imboccato una discesa dal 2010 ad oggi attestandosi sui valori minimi (con un lieve aumento solo nel 2017, che comunque non supera il livello del fatidico 2008). Secondo l’Istituto Nazionale di Statistica, lo stesso andamento hanno subìto i mutui domestici ed i prestiti. Questo dato potrebbe fare pensare che il settore abbia una composizione di classe di tipo totalmente proletario ma il dato, sempre da fonte catalana, ci dice che i salariati sono circa i due terzi della popolazione attiva del settore (nel IV trimestre, 139.600 salariati a fronte di 72.200 non salariati cioè imprenditori, direttori dei lavori, progettisti, quindi con una forte presenza di strati di piccola e media borghesia anche in questo ambito).

Nel settore delle TLC (3,5% degli occupati) i salariati sono 103.400, gli imprenditori-proprietari delle aziende 12.200. Nel turismo (13,8% degli occupati) abbiamo 363mila salariati e 95mila imprenditori di varia grandezza, perché in questo settore è maggiormente presente la micro-impresa. In riferimento allo stesso periodo dell’anno, nel settore servizi si registra la flessione del 19,9% del commercio al dettaglio, quella del 14,9% nelle attività finanziarie e assicurative ed infine un meno 14,3% nel settore dell’educazione, sempre con buona pace delle amministrazioni progressiste.

Questa situazione di evidente crisi della piccola e media borghesia sia accumulativa che stipendiata è accompagnata dall’aumento della popolazione a rischio di povertà (dopo i trasferimenti sociali) che passa dal 18,2% al 19%, dato ancor più rilevante se si confronta con la media europea del 17-17,3%. Più grave la situazione dell’intera Spagna che passa dal 20% al 22,1%. Il tutto nell’arco di tempo 2008-2015. A quanto pare le politiche di assistenza non hanno dato consistenti frutti nella Catalogna dei “governi popolari”.

Concludendo questa paginetta di dati dalla quale abbiamo omesso quanto più possibile numeri e diagrammi, e per i quali rimandiamo alle fonti Idescat e all’indagine INE, abbiamo nel 2017 una Catalogna in cui la classe operaia assomma a poco più di 500mila unità, cui aggiungiamo i salariati dei vari settori (140mila per il settore costruzioni, 103mila occupati nelle società informatiche, 363mila nel turismo, 107mila nel settore culturale) – tenendo conto, però, che i salariati del settore culturale e del settore informatico sono più vicini a un profilo impiegatizio che a un profilo proletario. Se poi ci spostiamo ad altri comparti dell’amplissimo settore dei servizi (che copre il 71% della popolazione occupata), stimare con una buona approssimazione la componente proletaria e quella, invece, proprietario-accumulativa è ancora più complicato. Però, se si tiene conto che nei servizi troviamo, ad esempio, oltre 310mila commercianti, più di 235mila immobiliaristi, tecnici, avvocati, ingegneri e un contingente importante di medici, dentisti e altri specialisti nell’ambito sanitario, tanto per parlare dei “settori” più affollati, che sono quasi tutti a Barcellona (1,7 milioni di abitanti) e nella sua area metropolitana (4,7 milioni di abitanti su una popolazione totale della Catalogna pari a 7,5 milioni circa), allora l’immagine di una Barcellona e di una Catalogna squisitamente proletaria, comunista e rivoluzionaria diffusa da alcune organizzazioni politiche più o meno extraparlamentari, viene seccamente ridimensionata.

 

 … E la politica?

Cominciamo con la composizione del Parlamento catalano uscito dalle elezioni del 2017. Ricordiamo che il sistema è monocamerale e prevede 135 parlamentari. In questa tornata la maggioranza ha 70 seggi e l’opposizione 63. Fanno parte della maggioranza Junts per Catalunya (34 seggi), Esquerra Republicana de Catalunya (32), Candidatura d’Unitat Popular (4). All’opposizione vanno Ciudadanos (36), Partido Socialista de Catalunya (17), Catalunya en Comu-Podem (8) e il Partito Popolare (4). L’analisi dettagliata del voto non è semplice sia per le aggregazioni tra partiti sia per la loro pressoché continua trasformazione in aggregati di diversa provenienza e di nascite improvvise, ma alcune cose si possono affermare con certezza. La prima è la sconfitta dei partiti di sinistra e, per converso, la crescita dei partiti di destra. La seconda questione è la trasversalità delle “aspirazioni” indipendentiste. La terza è la mancata affermazione del fronte indipendentista che ottiene una maggioranza relativa dei voti fermandosi al 47,5%. In ognuna di tali questioni sono presenti aspetti contraddittori. Nell’ordine, il Partito Popolare crolla da 11 deputati a 4, scontando la condotta di Rajoy nel corso della crisi referendaria, repressione compresa, ma anche CUP scende da 10 a 4 deputati, eppure ha rappresentato la punta di lancia nell’istanza indipendentista giunta fino a minacciare la caduta del governo Puigdemont se questo non avesse provveduto ad indire il referendum. Un partito di destra (Junts pel Si, formato a sua volta da quattro partiti diversi) diventa il primo partito, mentre Ciudadanos, altra formazione di destra conservatrice, contraria all’indipendenza e ora all’opposizione, passa da 25 a 36 deputati. Dunque due partiti di destra, l’uno indipendentista e l’altro contrario all’indipendenza, catalizzano l’elettorato, ma i primi si avvalgono di una legge elettorale che premia le circoscrizioni rurali. Non è quindi contraddittorio osservare che a Barcellona e nelle aree metropolitane e costiere prevale il voto contrario all’indipendenza: i due fattori si compensano finendo col mostrare una sostanziale equivalenza tra le due tendenze. A sinistra CCP (dicasi Podemos) passa da 11 ad 8 seggi e sconta una posizione di mediazione che in una fase di polarizzazione è quasi sempre penalizzante. Nel leggere la dichiarazione della Corrente Anticapitalista in Podemos si nota tutta la difficoltà a mantenere una posizione di condanna della repressione statale combinandola con la dichiarazione, neanche molto esplicita, che le istanze secessioniste non portano vantaggi ai settori proletari: molto più semplice e produttivo cavalcare il “populismo” indipendentista! In Spagna la frattura ha creato una sorta di sindrome per la quale chi era contrario o anche solo perplesso rispetto all’indipendenza veniva associato all’autoritarismo del governo centrale, all’arretrata monarchia, alla conservazione: una lezione anche per quelli che in Italia si trovano ad opporsi al ritorno alla “liretta nazionale”, contro i sovranisti di destra e di sinistra, e sospettati, perciò, di essere a favore dei despoti di Bruxelles e dell’Europa dei banchieri come se i capitalisti e i banchieri della nostra Italietta fossero estranei allo strozzinaggio, al falso in bilancio, al fallimento pubblico e al risanamento privato delle italiche banche. Difendersi da questo sospetto o, peggio, accusa, genera una sorta di senso di colpa, di arretramento difensivo per eccesso di cautela. Dimostrare la follia del ritorno alla lira, della doppia moneta e di altre invenzioni di economisti dell’inflazione è abbastanza semplice al cospetto di questi pseudo padroni della triste scienza, ma quando ci si confronta con la cosiddetta opinione pubblica, con gli slogan della perdita della “nostra” sovranità, allora le cose si complicano, ed essere in possesso di una adeguata ed efficace propaganda risulta difficile per chi è abituato a discutere e confrontarsi quasi soltanto con i suoi “simili”.

 

Chi ha votato per chi?

Anzitutto ripetiamo che nel sistema elettorale della Catalogna (e non solo) i deputati non corrispondono strettamente ai voti degli elettori. Infatti i voti non hanno stesso valore tra le zone della provincia e quelle del centro; i centri con meno abitanti ottengono, a parità di preferenze, due volte e mezzo i deputati di Barcellona città e circondario, in cui risiedono i tre quarti della popolazione catalana. Solo sfruttando questo vantaggio Junts per Si ha ottenuto nel 2015 46 deputati con il 40% dei voti. Una prima classificazione del voto vede Barcellona e la costa contro l’indipendenza (ad eccezione di Girona, il cui sindaco era Puigdemont, contornato dalla sua famiglia di notabili!) e le zone contadine a favore. Queste ultime hanno una struttura municipale molto frammentata in piccoli comuni sotto i mille abitanti e addirittura con qualche “villaggio” di poche decine di abitanti. Tra parentesi, alcuni ultra-indipendentisti, spinti da questa situazione, hanno messo in piedi una sorta di programma-associazione che hanno chiamato Tabarnia (crasi di Terragona e Barcellona) che chiede di diventare zona autonoma della Catalogna: siamo al grottesco!

Dobbiamo aggiungere un fatto poco noto che pesa moltissimo sul risultato elettorale: il voto in Spagna è tutt’altro che segreto. Sul tavolo del seggio sono riposte le schede elettorali divise su varie pile corrispondenti ognuna ad uno dei partiti in lizza con tanto di simbolo e lista dei candidati. L’elettore preleva la scheda dalla pila del partito scelto alla presenza di scrutatori e presidente di seggio e la mette in una busta da lettera fornita dal seggio dopo aver segnato, eventualmente, le preferenze sempre palesemente innanzi ai rappresentanti del seggio. Infine introduce quella busta nell’urna di plexiglass trasparente. Visto il clima recente è facile immaginare che qualcuno non gradisca essere classificato apertamente come contrario all’indipendenza con quello che ne consegue. Dicevamo prima dell’atmosfera che è stata talmente tesa da etichettare come fascista, monarchico, reazionario, anticatalano chiunque non aderisse alla ventata indipendentista e questo fa capire non solo la pressione sull’istanza secessionista ma anche l’elevato numero di schede bianche e nulle, rispettivamente circa 20mila e 16mila oltre ad una astensione del 21%, inferiore stavolta a quella del 2015 che toccò il 25%. In conclusione anche in Catalogna, come in altre aree di Europa (Italia inclusa), una buona quota degli strati più colpiti dalla crisi, quelli proletari e semiproletari, si è orientata verso formazioni di destra, più per delusione, protesta, sconforto che per vera e propria convinzione politica, nella illusione di poter ricevere in questo modo un qualche ascolto all’interno dell’istituto parlamentare. La scelta “conservatrice” di questo elettorato rispetto alla questione dell’indipendenza esprime anche una sorta di malcelata ostilità verso l’immigrazione. Al contrario, le classi medie “bene” della città, la piccola borghesia e la sezione più affermata degli “stranieri” hanno sostenuto apertamente l’idea indipendentista[6] spinti in questa direzione anche dalla posizione di chiusura del governo Rajoy[7] , ma alle ultime elezioni non sono riusciti a raggiungere la maggioranza.

A questo proposito crediamo che sia importante parlare della manifestazione di febbraio 2018 perché è certo che essa abbia avuto un peso nel determinare le posizioni di una certa sinistra con un piede dentro ed uno fuori delle istituzioni, principalmente di matrice trotskista. Alla testa della manifestazione dei 160mila vediamo la sindaca di Barcellona Ada Colau che però non si è mai detta apertamente indipendentista e che di recente ha anche preso, timidamente, una posizione contraria all’indipendenza. Ma la sua volontà di accoglienza non è “senza se e senza ma”. Ecco una sua dichiarazione: “Siamo pronti ad accogliere in maniera ordinata le persone che scappano dalla guerra [quindi non tutti!]. … Noi possiamo allestire tutte le strutture del caso, e lo abbiamo fatto. Dando più risorse per l’accoglienza e trovando un alloggio ai richiedenti asilo, ma nessuno può stabilirsi senza lo status giuridico, e quello lo deve dare lo Stato”.

Non vorremmo essere dissacranti ma riportiamo il commento dell’Agi che sostiene un’ipotesi che ha avuto certamente un suo peso: “Potrebbe essere l’ancestrale tensione che divide la Spagna dalla Catalogna. Oppure l’idea che un importante flusso di immigrati possa portare la regione autonoma verso lo stesso boom economico vissuto dalla Svezia. Fatto sta che Barcellona e Madrid hanno trovato sulle politiche migratorie un altro terreno di scontro e che 160mila persone sono scese in strada nel capoluogo catalano al grido di ‘Basta scuse. Accogliamoli’ per chiedere al governo centrale di fare entrare il numero di richiedenti asilo previsto dall’UE”.

È bastato questo per far gridare a molti militanti di cui sopra che la Catalogna è solidale, internazionalista e comunista. Secondo noi sono partite da là tutta una serie di attualizzazioni del ruolo anarchico, ribelle, democratico e di sinistra, antimonarchico, resistente, antifascista della Catalogna dei tempi della Repubblica Spagnola, che paiono francamente fuori tempo e fuori luogo.

Con queste considerazioni abbiamo cercato di mostrare come la questione dell’indipendenza sia tutt’altro che lineare, tutt’altro che legata alle posizioni politiche di destra o sinistra, e sia invece molto condizionata dalla situazione e dal processo di crisi dell’economia catalana. Gli aspetti politici sono solo l’apparenza, per non dire una sovrastruttura, di una situazione contorta che è tipica di tutte le questioni che affrontiamo anche in ambiti diversi da quello di cui stiamo discutendo: è una “complessità” molto differente da quella del passato quando l’esistenza di blocchi e di partiti dai contorni definiti rendeva facile ricondurre le situazioni ad una logica, per dir così, organica. È una complessità alla quale dobbiamo abituarci, altrimenti non riusciremo ad analizzare le situazioni e a prendere giuste posizioni secondo un’ottica di classe. Ci preme precisare, ad esempio, che quando affermiamo che Barcellona città non è indipendentista, siamo coscienti di ricorrere ad un’approssimazione, perché in realtà le percentuali dei due schieramenti si differenziano di poco; che poi la causa dell’indipendenza sia sposata da partiti di destra o di sinistra, almeno questo, è lampante per tutti e dovrebbe (ma non è stato così!) dettare, oltre alla cautela, una minore superficialità nello schierarsi. Purtroppo certi compagni non hanno dato buona prova di sé e della propria capacità di analisi, credendo che i 160mila a favore della “accoglienza” dei rifugiati fossero allo stesso modo a favore dell’indipendenza: niente di più sbagliato! Tanto che a Plaza de Cibeles, in piena Spagna monarchica, campeggiava uno striscione di benvenuto ai rifugiati, mentre nelle successive manifestazioni di ottobre non abbiamo visto nemmeno una bandiera rossa. Intanto entrando in Spagna per Pamplona (ricordate i Baschi?), abbiamo notato qualche attenzione alle vicende catalane, ma niente che andasse oltre una generica solidarietà. In compenso, viaggiando per Soria, Saragozza, Huerca per giungere a Barcellona, abbiamo sentito qualche commento del tipo: “bastardi”, “traditori”, “servi dei nazionalisti” (ricordiamo che Puigdemont è stato il fondatore della Gioventù Nazionalista Catalana), “se ne andassero pure, senza i catalani staremo tutti meglio!”.

Le osservazioni, raccolte in una escursione di appena quattro giorni fatta a cavallo del referendum, non sono certo rappresentative, ma il senso di questi commenti è duplice: da un lato mostrano quella distorsione della coscienza che appare quando offendono il “proprio” paese che si è maledetto appena due minuti prima, e ci si sente improvvisamente più stretti ad esso (nazionalismo chiama nazionalismo, del resto); dall’altro mostrano un pesante appannamento (per non dire altro) della solidarietà di classe che dovrebbe esserci a prescindere dalle nazionalità, residenze, amore per la propria terra, eccetera. Questo è il primo e più importante risultato che la classe dominante ha conseguito, e per noi internazionalisti è il più grande smacco. Quanto alle manifestazioni precedenti al referendum, dobbiamo dire che non abbiamo visto bandiere di organizzazione nemmeno la domenica del referendum e il giorno dopo. Abbiamo avvistato un gruppetto di studenti col pugno alzato e ci siamo avvicinati: avevano la bandiera catalana annodata al collo e sulle spalle e cantavano l’inno catalano. Noi non abbiamo visto bandiere rosse, né sentito canti comunisti ed  i pochi cartelli di piccole dimensioni recitavano parole d’ordine quali “vogliamo votare”, “democrazia”. Non escludiamo che ci sia stato qualche segno più “radicale”, ma noi non ne abbiamo visti per tutta la durata della manifestazione di sabato, alla vigilia del voto referendario.

 

Alcuni commenti sui social

Nel corso della vicenda abbiamo trattenuto discussioni frammentarie sui social con compagni che non sono gli ultimi arrivati nel campo della propaganda e dell’impegno politico, e che hanno seguito l’indicazione delle formazioni schieratesi a favore della richiesta catalana d’indipendenza. Ci rendiamo conto della parzialità di questo metodo, ma pensiamo che sia della massima importanza trattenere con i compagni una discussione, sebbene a distanza, cercando anche di capire come si è formato il loro punto di vista e, magari, come si forma la linea politica nelle loro organizzazioni. Finora ci siamo limitati alla descrizione di fatti e dati anche se da qualche commento si comprende che siamo del tutto contrari all’attività (molto modesta, in verità!) e alla posizione assunta dagli “indipendentisti di sinistra”. E dunque entriamo ora nel vivo della polemica.

Anzitutto, nei commenti di questi compagni troviamo molto spesso la definizione di popolo oppresso che scaturisce dalla visione delle manifestazioni come segno di ribellione all’autorità, e quindi automaticamente “di sinistra”, addirittura (in alcuni commenti) “di classe”. Ma il cuore della confusione non è terminologico. Parlare di nazione oppressa sarebbe stato molto pericoloso perché aldilà del ritornello sulle tipicità locali, sulla lingua ed altro, il passato autonomistico e antifranchista della Catalogna è così lontano e differente da altre situazioni in cui la questione dell’autodeterminazione conserva una sua legittimità (nonché da quelle vissute da Lenin e Trotsky) da rendere difficile considerare oggi seriamente la questione in termini di oppressione di uno Stato, la Spagna, su una nazione, la Catalogna, a cui è negata la possibilità di avere un proprio stato. Esistono tutt’oggi configurazioni nazionali con rapporti di questo tipo e la modalità dell’oppressione è talmente differente da smantellare ogni possibile confronto la situazione della Catalogna: pensiamo al Kurdistan e alla Palestina! Risulta anche difficile parlare di nazione oppressa di fronte al fatto che esattamente cinquant’anni fa l’adesione alla Costituzione spagnola fu votata col favore del 91% dei votanti e che, ancora nel 2006, lo Statuto di Autonomia vide il parere favorevole della maggioranza dei catalani. Ben consapevoli di questo (ma anche no!) le dichiarazioni delle organizzazioni di sinistra favorevoli all’indipendentismo si rifugiano nella genericità, negli appelli alla solidarietà col popolo catalano. Essi seguono due schemi: il primo, appannaggio di organizzazioni criptostaliniste, sostiene l’indipendenza dal Regno spagnolo di una Repubblica catalana, quindi ritiene che questo passaggio sia progressivo. È  tempo perso replicare a questa posizione che la Repubblica di cui si parla è uno stato capitalistico a tutti gli effetti, come lo è del resto la monarchia spagnola, il cui potere è del tutto formale; questo perché tali formazioni si innamorano sistematicamente di borghesie nazionali inesistenti e che tra l’altro, nello  specifico, sono più che timorose rispetto alla questione. La posizione che stupisce e meriterebbe risposte più adeguate è quella del filone trotskista, ma ora ci interessano di più i suoi militanti che si pronunciano grossomodo nei termini che seguono.

I commenti più severi sono rivolti a Podemos[8] che non riconoscendo: “…il diritto di autodeterminazione di una popolazione, sta col nemico”; e ancora: “…il loro ruolo è reazionario”, “…hanno dichiarato la sacralità e indivisibilità dello Stato spagnolo”, “…è del tutto indifferente la loro (di Podemos) opposizione alla repressione del governo Rajoy”, “…la posizione di Podemos favorisce lo Stato spagnolo e indebolisce il processo catalano”. Altri commenti, oltre a partire per la tangente, si contraddicono rigo per rigo: .in Catalogna il proletariato è insorto […] la secessione indebolirebbe i borghesi […] il movimento operaio, al contrario, sarebbe più forte”. Un altro è caduto nell’oblio dei fatti più chiari: “…Puigdemont, esponente della piccola borghesia al servizio del grande capitale, non voleva l’indipendenza e ha fatto di tutto per evitarla”. E di seguito: “…il problema è a monte […vista la situazione] Spagna e Catalogna non possono coesistere. O si va al conflitto armato, o la Catalogna rinuncia.”.

Altre posizioni, forse più articolate, si riferiscono direttamente a quelle di CRT (Corriente Revolucionaria de Trabajadores y Trabajadoras) aderente alla FT-CI. La condanna degli “incerti”, vale a dire di quelli che non si sono fatti incantare dalle sirene indipendentiste, dimenticando che il grosso di questi appartiene a settori del proletariato industriale, è senza appello. Con arditi paragoni con gli “incerti” della Rivoluzione d’Ottobre, essi bollano come controrivoluzionari al soldo dell’alta borghesia tutti coloro che criticano il nazionalismo separatista. “Se Lenin avesse ragionato così – proclamano questi movimentisti – non si sarebbe fatta la Rivoluzione. Anche tra i bolscevichi c’erano elementi indecisi ma fortunatamente vinse l’audacia e la determinazione di Lenin e Trotsky”. E qui siamo veramente al colmo: non importa l’obiettivo completamente diverso, anzi – ad essere precisi – opposto (allora la Rivoluzione socialista internazionale, ora l’“indipendenza” nazionale di una nazione che si fa assai fatica a vedere come nazione oppressa!) ma solo il movimento in sé e, come se non bastasse, stando completamente alla coda di esso. Non importa il contenuto sociale, di classe, del programma (allora le otto ore, la pace, la terra, mentre ora si tratta della secessione, della lingua catalana e di qualche tassa in meno!); la sola cosa che conta è l’opportunità di una crescita della propria organizzazione perseguita con un “lavoro politico” nei comitati per il SI, alla coda del nazionalismo catalano iper-borghese.

Altra posizione che affiora in queste discussioni è la concezione del fronte unico, che viene anch’essa stravolta, in quanto la politica del fronte unico è ridotta ad un semplice espediente tattico per strappare alle organizzazioni avversarie i migliori elementi per farli diventare membri della propria organizzazione. Degli obiettivi, del programma, dei metodi e criteri per la formazione del fronte unico proletario non si parla affatto; eppure si tratta della cosa più importante, e controversa, a cominciare dall’esperienza dei rapporti tra il neonato PCd’I e Zinoviev come segretario dell’Internazionale.

Emergono concezioni romantiche, una visione saintsimoniana della società, oltre al fatto di dover rimarcare e difendere la posizione della propria organizzazione non solo contro quella dei riformisti di Podemos. Popolazione, nemico, reazionario… ci domandiamo come si fa ad usare questi termini quando più di un partito di destra è a favore della secessione, quando nella popolazione non si distinguono più le classi, quando il nemico diventa uno Stato “straniero” e non la propria borghesia!?

Ci rendiamo perfettamente conto del fatto che la monarchia ed il governo (laico) spagnolo hanno operato una repressione brutale, e che questo ha complicato il compito di chi voleva mettere in campo un punto di vista di classe autonomo rispetto alle altre classi (soprattutto rispetto alle classi medie che hanno totalmente egemonizzato la campagna secessionista); ma il tentativo di sopperire alla mancanza di radicamento di massa, all’assenza di un lavoro di lunga lena in direzione della “conquista” del proletariato, questo tentativo non è stato fatto, e si è rincorsa una scorciatoia che costituisce un pauroso arretramento che sarà pagato caro. Quello che non si riesce a vedere è che tutta questa storia non ha fatto altro che rinfocolare i nazionalismi fino a dar voce e presenza di piazza alla più reazionaria destra spagnola; davvero un successone per l’internazionalismo proletario! Le posizioni sbagliate si scontano prima o poi. Mettere da parte lo sciovinismo organizzativo, unire le forze per giungere ad una presenza AUTONOMA, con una linea politica AUTONOMA del proletariato rispetto a tutte le altre classi non ha nemmeno sfiorato le teste dei movimentisti. Con questo non vogliamo dire che non bisogna “esserci”; spesso abbiamo definito detestabili gli atteggiamenti snobistici di chi sputacchia su tutti i movimenti. In tempi non sospetti abbiamo preso posizione contro questo tipo di atteggiamento definendolo da custodi dell’ortodossia e misuratori del grado di purezza chimica delle lotte. Ma con altrettanta tensione pensiamo che una organizzazione rivoluzionaria debba portare in avanti la classe con cui si è da sempre schierata, e non fare proprie rivendicazioni arretrate, “populiste”, interclassiste, dall’inequivocabile contenuto borghese. Il caso catalano depone ancora di più a favore di questo atteggiamento: il solo effetto del quasi generale accodamento della “estrema sinistra” al secessionismo catalano è stato quello di accrescere la già enorme confusione politica esistente tra i lavoratori, e verrà pagato dal proletariato, sia quello spagnolo (sic!) che da quello catalano.

Quanto a Trotsky, inopportunamente invocato per giustificare simili posizioni, è chiarissimo che sulla tattica del fronte unico egli si riferisse ad una fase in cui il movimento era largamente egemonizzato da organizzazioni proletarie. Facciamo un esempio del tutto ipotetico e lontano, così nessuno si offende: se il Clnai avesse – per estremo assurdo – proclamato la repubblica socialista sovietica nel Nord dell’Italia e sulla base del principio di autodeterminazione (essendo nazione, non popolo, si badi bene ai termini!) avesse proclamato la scissione dal resto d’Italia (dove intanto si andava consolidando la monarchia), allora saremmo stati nelle condizioni di cui parlavano Trotsky e Lenin. Si noti bene: la discriminante è il fatto che a dirigere, prendere l’iniziativa, proclamare la NATURA o, se si preferisce, il tipo di “secessione” sarebbe stata l’organizzazione proletaria, la classe proletaria, e non una classe media incazzata, avida, egoista, sfruttatrice che non desidera altro che sfruttare in proprio i “suoi” subordinati ed incassarne da sola il plusvalore prodotto.

Altrettanto chiara è la posizione che Lenin esprime ne “La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all’autodecisione”. Quindi è più che lecito chiedersi quali sono le ragioni della paurosa sbandata movimentista di un’organizzazione che pure si richiama ripetutamente proprio ai due principali dirigenti della Rivoluzione d’Ottobre. Noi pensiamo che sia necessario aprire la discussione sul come si forma la linea politica, sul modo in cui questa agisce sui propri appartenenti, sul rapporto tra il movimento e il processo di formazione della linea politica. Anche se questo argomento esce fuori dall’ambito di quello che abbiamo scritto finora, pensiamo che esso sia una delle questioni più importanti che derivano dalla cronaca di questi giorni in Catalogna. Ma vogliamo rilevare che non tutte le organizzazioni che si rifanno alla sinistra comunista hanno scelto la posizione di fiancheggiamento e condivisione dell’istanza catalana e questo rafforza la necessità di cui parlavamo; segnaliamo, ad esempio, la posizione dell’UCI e quanto scritto dall’Associazione L’Internazionale, che è tra i suoi aderenti.


Note
[1] Naturalmente per pesare la dimensione del dato occorre un elemento di confronto. Nel corso degli ultimi dieci anni la Spagna   ha una densità inferiore alla Catalogna di due volte e mezza e l’UE della metà.
[2] La fonte dei dati è l’Istituto di Statistica della Catalogna, ma abbiamo fatto ricorso anche a fonti giornalistiche quali quelle del Sole24Ore. Precisiamo che abbiamo trovato lievissime discrepanze e diversi criteri di approssimazione delle cifre decimali ma non abbiamo ritenuto interessante il rigore matematico e abbiamo seguito criteri che potessero mettere in evidenza gli andamenti, le tendenze, i fenomeni dal punto di vista qualitativo.
[3] Per ulteriori dati rimandiamo al portale dell’Adjuntament di Barcellona.
[4] La Catalogna è uno dei “quattro motori”, le 4 regioni più sviluppate d’Europa, insieme al Baden-Württemberg, alla Lombardia e al Rodano-Alpi. I presidenti delle quattro regioni, a partire dall’accordo di cooperazione del 1988 chiamato “Memorandum”, si incontrano regolarmente per fini di cooperazione economica e sociale. Il Memorandum stabiliva tra le quattro regioni la collaborazione a lungo termine nei campi della scienza, della ricerca, dell’istruzione, dell’ambiente, della cultura e in altri settori.
[5] Il bilancio del governo centrale dispone completamente sulle risorse per il sostentamento della Generalitat dopo averne raccolto le imposte e organizzato, in diverse voci di bilancio, il trasferimento alla Comunità Autonoma.
[6] Vi rimando all’Ansa del 23 giugno di Paola Del Vecchio da Madrid.
[7] Vi rimando all’Espresso del 29 giugno, “Migranti, la lezione della Catalogna”.
[8] La cui posizione, francamente imbarazzata, troverete in “Communiquè on the situation in Catalonia”, The Bullet n° 1505, introdotto dalla dichiarazione di Pablo Iglesias che sostiene che la “…declaration of indipendence is illegitimate, and favours the strategy of the PP”. Lo stratega sarà smentito dopo poco dalla disfatta del PP alle successive elezioni. Miguel Urban e Teresa Rodriguez si avventurano in analisi più approfondite, ma con uguali esiti.
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