La fine dell’Unione europea non è un progetto politico: è un destino ineluttabile
di Alessandro Somma
Viviamo da tempo una crisi che “non è fortuita”. Deriva dalla genesi dell’Unione europea: nata dalla volontà di “mettere insieme Paesi differenti, con economie differenti, con mondi del lavoro differenti, con politiche industriali differenti, con rapporti sociali differenti in una sola unione monetaria, senza prevedere contemporaneamente un’unione politica vera e propria”. Queste affermazioni costituiscono l’incipit del saggio che Gabriele Guzzi ha dedicato non solo alle cause del drammatico declino italiano, ma anche alle ragioni per cui esse sono state ignorate, ovvero alla volontà di “assecondare acriticamente e religiosamente questa integrazione europea”. Con buona pace della narrazione ufficiale, secondo cui l’Italia è in crisi perché è “un Paese indisciplinato, la cui colpa sarebbe di non aver seguito pedissequamente le indicazioni di Bruxelles”[1].
Il testo che accompagna questo incipit combina uno stile a tratti immediato e leggero ad analisi colte e approfondite, corredate da una documentazione rigorosa e capace di restituire la cronaca di un fallimento annunciato: l’Unione europea, appunto. Nelle pagine che seguono si ripercorreranno le principali tappe di questa cronaca, cercando di completare qua e là il punto di vista dell’economista con quello dei cultori del diritto. Consapevoli che si tratta di una operazione non semplice, che ha incontrato non poche resistenze. Ma consapevoli altresì che entrambi i punti di vista sono indispensabili nella loro combinazione a scardinare definitivamente i luoghi comuni su cui si regge la “cultura ingenuamente europeista… incapace di osservare realisticamente i fatti” (17).
Non si tratta qui di identificare una gerarchia tra discipline, e neppure di contestare una sorta di primato dell’economia, che “influenza la cultura, la politica, la demografia, lo stato emotivo delle persone” (100). Si tratta più semplicemente di valorizzare la circostanza per cui il mercato è un luogo artificiale prodotto da regole, il che rende l’interazione tra economia e diritto un elemento imprescindibile per comprenderne appieno e criticarne efficacemente le dinamiche[2].
L’Europa unita come causa prima del declino italiano
Guzzi muove la sua analisi da una fredda e impietosa illustrazione dei numeri che descrivono il declino italiano, per poi evidenziarne le cause: prima fra tutte la moneta unica. Questa doveva portare i benefici attribuiti “a un modello nordico ritenuto ontologicamente migliore” in ragione della sua matrice “deflazionista e mercantilista” (30 ss.). Ha invece prodotto il risultato sotto gli occhi di tutti: “ha eliminato quarant’anni di sviluppo economico” (25).
Più precisamente, la moneta unica ha per un verso sottratto agli Stati nazionali le leve di politica monetaria utilizzabili per riequilibrare le economie nazionali, ovvero la possibilità di determinare il tasso di cambio e il tasso di interesse. Per un altro verso, ha reso inutilizzabili le leve di politica fiscale e di bilancio, vanificate dai presupposti per la sua adozione: i celeberrimi parametri di Maastricht[3], ovvero “stringenti criteri di austerità” (38 s.). Il tutto senza che le leve di politica fiscale e di bilancio venissero “opportunamente replicate a livello europeo” (16), con effetti perversi sul lavoro, sulla crescita economica e sulla capacità di spesa pubblica: se gli Stati nazionali non possono azionare leve monetarie, allora “il prezzo su cui si interviene non è più quello della valuta ma quello del lavoro”. Il che determina una riduzione del prodotto interno lordo, con ricadute negative sulla spesa sociale e in ultima analisi sul deficit pubblico (42 s.): gli ingredienti del declino italiano.
Non solo. L’assenza di una politica fiscale e di bilancio europee implica l’impossibilità di un indebitamento comune, e questa ha effetti particolarmente destabilizzanti in ordine all’indebitamento dei Paesi europei: avviene sulla base di “una moneta che non controllano”. Il tutto nell’ambito di un sistema monetario di tipo tecnocratico, o meglio politicamente irresponsabile, per il quale non solo la Banca centrale europea “non ha alcun dovere di fare da garante per i debiti pubblici europei”, ma “anzi ciò le è esplicitamente vietato” (62). Questo, invero, porta a una situazione nella quale si finisce per “affidare al funzionamento democratico questioni di secondo o terzo ordine, mentre le vere decisioni, quelle cioè che attengono all’economia, alla moneta e ora alla geopolitica”, sono “lasciate nelle salde mani di tecnici indipendenti” (75).
E si badi che tutto ciò è avvenuto sullo sfondo di autentiche menzogne, confezionate ad arte per motivare la necessità e l’urgenza delle riforme strutturali richieste dall’Europa. Si è detto ad esempio che l’Italia era “un Paese spendaccione”, mentre “dalla firma del Trattato di Maastricht nessun Paese al mondo ha adottato misure di contenimento fiscale tanto radicali quanto l’Italia” (83). Si è poi detto che flessibilizzando il lavoro si sarebbero ottenuti vantaggi quanto ai livelli occupazionali, mentre l’unico risultato è stato la trasformazione dell’economia italiana “quasi in una economia di sviluppo che, invece di puntare sul mercato interno e sui settori ad alto valore aggiunto, ha basato il suo modello di crescita sulle esportazioni, sui bassi salari e sui settori tradizionali dell’industria del 20. secolo” (88). E lo stesso vale per le privatizzazioni e le liberalizzazioni, che hanno raggiunto livelli di primo piano, e hanno avuto come esito tutto il contrario di ciò che avrebbero dovuto realizzare: sono state alla base di un notevole impoverimento, dell’azzeramento di diritti fondamentali e non da ultimo di “un disincentivo all’innovazione” (90 ss.).
Guzzi mostra che proprio su queste menzogne si è costruito il vincolo esterno, che prende corpo con la nascita del Sistema monetario europeo: l’accordo volto a stabilizzare i cambi tra i Paesi membri dell’allora Comunità economica europea. Questo accordo costituisce invero il detonatore per almeno tre vicende di assoluto rilievo per la svolta europeista[4]. La prima è il varo del Piano Pandolfi: l’atto che segna l’abbandono della programmazione economica, quindi l’impegno per la moderazione salariale e la riduzione della spesa sociale per consentire così “l’accelerazione verso un processo di integrazione europea” (106 s.). La seconda è la vittoria del capitale sul lavoro rappresentata dalla celeberrima marcia dei quarantamila, la manifestazione antisindacale con cui si pone fine allo sciopero dei lavoratori Fiat contro la riduzione della manodopera motivata con la necessità di ridurre i costi di produzione, che segna “la fine di quel periodo di lotta sindacale che aveva avuto il suo apice nel biennio 1969-70” (107). La terza è il divorzio tra Ministero del tesoro e Banca d’Italia, e con ciò la fine dell’architettura istituzionale che consentiva di tenere “l’intera strategia debitoria… saldamente nelle mani della politica” (111 s.).
Sono queste le ragioni per cui il debito pubblico italiano è esploso a partire dagli anni Ottanta: il venir meno dei “presupposti monetari su cui si fondava il portato sociale della costituzione” è a esse riconducibile, e non anche a un eccesso di “manie keynesiane” unite a “sprechi pentapartitici”, come invece si usa dire (117 ss.). Più precisamente le vicende in discorso hanno comportato la necessità di accordare elevati tassi di interesse indispensabili ad attirare capitali esteri e a mantenere i tassi di cambio ai livelli imposti dal sistema monetario europeo: la necessità di assicurare “grandissime rendite finanziarie per potersi permettere la permanenza in un sistema monetario asimmetrico” (122).
Dal federalismo hayekiano all’Atto unico europeo
Anche tra i cultori del diritto, almeno tra quelli con sguardo critico sulla costruzione europea[5], si rileva che questa non è nata con la sua attuale inclinazione ideologica. Del resto, sul finire degli anni Cinquanta il neoliberalismo non costituiva l’orizzonte ideologico indiscusso per definire la relazione tra ordine politico e ordine economico, il che si è per molti spetti rispecchiato nelle modalità con cui si è avviata la costruzione europea. Se non altro perché il Trattato di Roma identificava tra gli obiettivi della politica fiscale e di bilancio il mantenimento della “stabilità del livello dei prezzi”, ma anche un obiettivo di matrice keynesiana come “un alto livello di occupazione” (art. 104). Il tutto mentre sino al Piano Werner dei primi anni Settanta era diffusa la convinzione secondo cui la definizione di una politica monetaria comune doveva essere accompagnata, se non preceduta, da una politica fiscale e di bilancio comune. Si voleva cioè stabilire prima una gerarchia tra controllo dell’inflazione e promozione dell’occupazione, per poi identificare politiche monetarie conseguenti: di tipo restrittivo se doveva prevalere il primo aspetto ed espansionista se si voleva puntare sul secondo[6].
Guzzi illustra al meglio i termini di un profondo mutamento di paradigma che inizia ad affermarsi sul finire degli anni Settanta. Un paradigma che diviene senso comune per effetto di trasformazioni che prendono corpo in area francese[7], per poi divenire il mantra ispiratore delle politiche intraprese dalle Commissioni europee presiedute da Jacques Delors a partire dalla metà degli anni Ottanta. Politiche significativamente inaugurate dall’Atto unico europeo del 1986, il cui contenuto centrale concerne non a caso la realizzazione delle condizioni per attuare il principio della libera circolazione dei capitali.
Questo principio era previsto dal Trattato di Roma, ma era rimasto lettera morta in virtù di una massima recepita nello statuto del Fondo monetario internazionale: quella per cui è opportuno che le merci circolino liberamente, ma lo stesso non vale per i capitali, per i quali si “possono esercitare gli opportuni controlli per regolamentare i movimenti” (art. 6). Il tutto sul presupposto che, se i capitali sono liberi di circolare, gli Stati sono costretti ad adottare politiche volte ad attirare investitori internazionali, ovvero a favorire l’abbattimento dei salari e della pressione fiscale sulle imprese, rendendo così impraticabili approcci all’ordine economico di matrice keynesiana.
A ciò si aggiunga la scelta di non definire una politica fiscale e di bilancio comune, o meglio di farlo indirettamente stabilendo una politica monetaria comune di matrice neoliberale: quella ricavata dai parametri di Maastricht. Con il risultato che, se anche la prima politica rientra formalmente tra le competenze esclusive del livello nazionale, essa finisce per essere imposta sulla base di canoni tutti incentrati su tematiche neoliberali e dunque su modelli riassunti al meglio dai parametri in discorso[8].
Guzzi illustra al meglio le conseguenze della “perdita di leve importanti di politica economica e monetaria degli Stati nazione, senza che esse siano state opportunamente replicate a livello europeo” (16). Si potrebbe forse sottolineare quanto una simile situazione non indichi una incompletezza della costruzione europea, bensì il senso di un pieno successo circa il modo di concepirla: esattamente come “l’Euro può essere rivendicato come uno dei pochi successi degli economisti” (131). Il disaccoppiamento delle politiche monetarie da un lato e fiscali e di bilancio dall’altro, in effetti, corrisponde a un preciso modello di federalismo identificato sul finire degli anni Trenta da Friedrich von Hayek e per questo a buon titolo definibile in termini di federalismo neoliberale.
Nel merito l’economista austriaco non si concentrava più di tanto sull’architettura istituzionale da adottare. Si concentrava piuttosto su quanto reputava un compito fondamentale dell’entità federale, ovvero l’eliminazione di ogni ostacolo alla libera circolazione dei fattori produttivi in quanto espediente attraverso cui ottenere la moderazione fiscale degli Stati membri: una pressione fiscale elevata “spingerebbe il capitale e il lavoro da qualche altra parte”. La libera circolazione consentiva insomma di spoliticizzare l’ordine economico, dal momento che sottraeva alle “organizzazioni nazionali, siano esse sindacati, cartelli od organizzazioni professionali”, il “potere di controllare l’offerta di loro servizi e beni”. Di più: se lo Stato nazionale alimentava “solidarietà d’interessi tra tutti i suoi abitanti”, la federazione impediva legami di “simpatia nei confronti del vicino”, tanto che diventavano impraticabili “persino le misure legislative come le limitazioni delle ore di lavoro o il sussidio obbligatorio di disoccupazione”[9].
La moneta unica come mito fondativo della costruzione europea
Tra le parti più suggestive del saggio di Guzzi rientra indubbiamente quella dedicata alla ricerca delle ragioni profonde del declino indotto dall’Unione europea, ovvero dei meccanismi per i quali un simile destino si è affermato come orizzonte ineluttabile e indiscutibile. È una ricerca che riguarda le radici del declino, ma anche e soprattutto l’incapacità di vederle o quantomeno l’indisponibilità a tematizzarle, a farle emergere dalla cortina fumogena di un “conformismo strisciante” che avvolge tutto e tutti (134).
L’originalità dell’approccio di Guzzi non sta tanto nell’analisi dedicata alle radici più “materiali del declino”: quelle che attengono alla volontà di ripristinare la primazia del capitale sul lavoro (136 ss.), di modificare di conseguenza la costituzione materiale del Paese neutralizzando l’ispirazione democratica e sociale della Carta (151 ss.), e a monte di assicurare una collocazione geopolitica capace di fare i conti con le ricadute dell’intima ispirazione atlantista della costruzione europea (144 ss.)[10]. Di particolare interesse sono invero le riflessioni dedicate alla “precondizione culturale per la costruzione dell’Unione europea”: a quanto ha consentito che si instaurasse “il clima culturale da fine della storia che si respirava a inizio anni Novanta… la sensazione di essere prossimi a una transustanziazione della globalizzazione capitalista in una unione irenica tra i popoli… la percezione di una prossima liberazione antropologica oltre le gabbie asfittiche del Novecento” (132).
Guzzi richiama nel merito la valenza simbolica della moneta unica, da intendersi alla luce del periodo in cui si è affacciata sulla scena: gli anni in cui sono entrate in crisi le forze politiche che hanno tradizionalmente incarnato le ideologie poste a fondamento dalla Carta fondamentale. La Democrazia cristiana era implosa in un tutt’uno con il sistema di potere che aveva creato e alimentato, e lo stesso era accaduto al Partito socialista, mentre il Partito comunista era invece vittima della implosione del Socialismo reale. Ciò che accomunava queste forze politiche, aggiunge Guzzi, era “un rapporto mai esaurito con una sfera spirituale magari laica e del tutto secolarizzata”, ma comunque espressiva di una tensione ideale che doveva in qualche modo riattivarsi sotto nuove spoglie (157 ss.). Di qui la valenza simbolica acquisita dall’integrazione europea e più precisamente dalla moneta unica, che è divenuta “la grande narrazione sostitutiva” comunicata “come un immenso surrogato politico ideologico”, oltre che un espediente “per risolvere la crisi spirituale della politica italiana senza doverla realmente affrontare” (161).
A ben vedere, non è la prima volta che una moneta collegata a progetti neoliberali assolve alla funzione di mito fondativo di una identità collettiva: era già successo con il Marco tedesco alla rinascita della democrazia tedesca dopo il crollo del nazismo sulla spinta delle forze conservatrici[11]. Questa volta, però, il tutto avviene con il sostegno di forze politiche che non provengono da una tradizione neoliberale, come in particolare il Partico comunista e i suoi eredi. Siamo del resto negli anni in cui proprio la sinistra storica occidentale fornisce un contributo fondamentale all’affermazione del nuovo credo[12], a cui aderisce con “la radicalità dogmatica dei neoconvertiti” (7), con acrobazie retoriche che in Italia hanno raggiunto vette assolutamente ragguardevoli. Lo testimonia in particolare la riesumazione del Manifesto di Ventotene, e tra i suoi autori di quell’Altiero Spinelli che si sarebbe altrimenti ricordato, o più probabilmente scordato, come un personaggio confuso e irrisolto, se solo non fosse stato utile a legittimare la svolta neoliberale della sinistra storica italiana[13].
È appena il caso di segnalare a questo punto che anche il diritto, oltre alla moneta, è stato utilizzato come feticcio e “surrogato politico ideologico” (161) per fornire all’Europa unita una qualche tensione ideale. Il processo di unificazione non ha invero conosciuto una fase costituente, che coincide di norma con eventi tanto drammatici da poter fungere alla stregua di momento fondativo di un processo complesso come la nascita di una comunità politica. Non l’ha conosciuto e neppure poteva conoscerlo, se non altro perché non esiste un popolo europeo in quanto soggetto motore del processo costituente (169 s.): aspetto su cui peraltro insiste il federalismo hayekiano per presidiare l’essenza neoliberale della costruzione europea.
Proprio per questo l’Europa unita ama definirsi come “comunità di diritto”: creata dal diritto nella sua essenza di “forza intellettuale e culturale” alternativa alla forza della “conquista”, fonte di diritto in quanto possiede un “potere statuale di legiferare”, strutturata sotto forma di sistema di diritto condizionante i comportamenti dei Paesi membri e dell’“uomo della strada”[14]. Non è peraltro un caso se in questa formula non compaiono riferimenti alle vicende care al costituzionalismo democratico e sociale: fu coniata dal primo presidente della Commissione europea, quel Walter Hallstein ricordato soprattutto per il suo imbarazzante passato nazista. È del resto una formula espressiva della volontà di concepire lo spazio europeo come spazio spoliticizzato e liberato dal conflitto sociale: su questo apsetto torneremo fra breve.
Il momento Polanyi e il destino dell’Europa
La dissoluzione dell’Unione europea e comunque la “riacquisizione di sovranità da parte degli Stati” costituisce il naturale approdo della riflessione di Guzzi (168), il quale non condanna l’unita europea in quanto tale, bensì l’attuale modo di concepirla: occorre “disfare, tornare indietro per un po’ di tempo, imparare la lezione e poi ragionare insieme su come costruire altre forme di collaborazione”. Per giungere a “una nuova Europa che non si fondi più sulla strutturale disattivazione della sovranità popolare ma sulla cooperazione paritetica tra Stati, sulla giustizia sociale, sulla pace” (8).
Il modo più diretto per giungere a questo risultato è ovviamente l’uscita dell’Italia dall’Unione europea e con ciò dall’Eurozona, soluzione che si riconosce essere particolarmente problematica in quanto comporta inevitabilmente la necessità di affrontare una crisi. E tuttavia Guzzi documenta che, sebbene “nel breve periodo ci sarebbe da sostenere uno shock”, così non sarebbe nel medio e nel lungo termine: “se l’alternativa è la permanenza alle attuali condizioni, il sacrificio di uscire sarebbe minore rispetto ai costi che avremmo rimanendo” (177 ss.). Ovviamente, sulle concrete modalità si può discutere e in effetti questi aspetti sono al centro di aspre controversie, tanto quanto quelle concernenti le conseguenze di un simile gesto. Un aspetto pare tuttavia poco contestabile: se si decide di uscire, allora occorre farlo ricorrendo all’effetto sorpresa e quindi preparare il tutto “nella massima riservatezza” (179).
Che questo sia il modo di operare lo sostengono anche i tedeschi, che in effetti si sono preparati ad agire così ai tempi della crisi del debito sovrano per reagire al modo di affrontarla suggerito dall’allora Presidente della Commissione europea José Manuel Barroso. Questi aveva sponsorizzato una prudente emissione di debito comune, i cosiddetti Eurobond, peraltro a beneficio dei soli Paesi disposti ad adottare “tutti gli strumenti necessari per garantire integrazione e disciplina”[15]. La proposta si infranse però contro l’invincibile ostilità tedesca, che all’epoca venne espressa con particolare veemenza: fu all’origine di uno studio commissionato dall’esecutivo all’Università delle forze armate tedesche sul modo di attuare nell’arco di pochi giorni l’uscita dall’Eurozona[16], considerata un’opzione da prendere in considerazione in quanto fonte di oneri minori rispetto a quelli riconducibili a un sistema di condivisione dei rischi[17].
Guzzi si sofferma poi su un diverso modo di misurarsi con la dissoluzione dell’Unione europea, ovvero con la preparazione alle sue ricadute attraverso una “vigile attesa”: quella in vista della possibile se non probabile scelta di Francia o Germania di “spegnere il motore” di una architettura finalmente vista come un “ostacolo ai propri interessi” (189 ss.). L’idea di prepararsi alla dissoluzione dell’Unione europea, per ironia della sorte provocata dai Paesi la cui conciliazione dopo decenni di conflitti ha fornito un fondamentale impulso alla costruzione europea[18], è in effetti il punto di riferimento fondamentale per riflettere sul “che fare”.
Del resto, che la dissoluzione dell’Unione europea sia un esito ineludibile lo ricaviamo da quanto osservato da Karl Polanyi ben prima che si intraprendesse il percorso verso l’unificazione europea. Il fondatore dell’antropologia economica aveva analizzato le vicende che avevano caratterizzato i primi decenni del Novecento, mettendo in luce come la pressante richiesta di protezione sociale fosse la conseguenza di una espansione dei mercati particolarmente minacciosa per la società. Polanyi aveva poi rimarcato come la richiesta di protezione implicasse un ripristino della dimensione nazionale: la risocializzazione dei mercati doveva necessariamente invertire la tendenza alla loro denazionalizzazione, come sappiamo funzionale e impedire scelte incompatibili con la diffusione del modo neoliberale di concepire la relazione tra ordine politico e ordine economico. Sempre Polanyi aveva infine sottolineato come la protezione sociale potesse essere assicurata nel rispetto dell’ordine democratico, come avvenuto con il New Deal, ma anche in un tutt’uno con la sua soppressione: come drammaticamente realizzato dai regimi fascisti. Regimi che avevano realizzato la cancellazione delle libertà politiche al fine di riformare quelle economiche, e in ultima analisi per rendere storicamente possibile il funzionamento del capitalismo[19].
Ebbene, che l’Europa sia divenuta una minaccia per la società è evidente, così come l’esito di una simile situazione: una crescente richiesta di protezione da parte dello Stato che si sta concretizzando in ricette molto simili a quelle da ultimo richiamate: le ricette che comprendono una compressione delle libertà politiche. E che in ultima analisi neppure realizzano efficaci riforme delle libertà economiche: più spesso alimentano valori premoderni al fine di rimpiazzare il conflitto redistributivo con un conflitto di civiltà, buono solo a sostenere la modernità capitalista[20].
Questa ultima annotazione ci porta a mettere in luce una vicenda su cui varrebbe la pena di concentrarsi durante la “vigile attesa”: la centralità del conflitto sociale, forse più della mancanza di “combustibile spirituale” (199), come motore per produrre nuove forme di collaborazione in area europea capaci di valorizzare la partecipazione democratica, e per questo di alimentare la pace e la giustizia sociale. Il tutto per giungere finalmente a “una presa di coscienza forte” e per il suo tramite produrre “una vera e propria rivoluzione culturale” (197 ss.), indispensabile a orientare il recupero di spazi di sovranità statale: a renderlo uno strumento attraverso cui collegare il conflitto sociale alla decisione politica e ribaltare così la morsa del federalismo hayekiano.
E a proposito di ruolo del diritto. Da qualche tempo i cultori del diritto europeo sono percepiti come prigionieri di una sorta di idolatria del loro oggetto di studio, e criticati per la loro scarsa prepensione all’esercizio di una pratica ritenuta fondativa dello statuto dello studioso: l’analisi critica. Forse è presto per pronosticare un declino della disciplina, ma non anche per registrare un aumento di interesse per il diritto internazionale. Ad esso, infatti, occorre rivolgersi per ridefinire la relazione fra Stati in un contesto europeo nel quale la dimensione nazionale torna a essere protagonista.
Il dritto internazionale possiede del resto gli strumenti per mettere a fuoco i termini di un simile protagonismo. Non si tratta invero di recuperare i paradigmi vestfaliani, relativi cioè all’epoca in cui gli Stati si emanciparono dai poteri universali, impero e papato, e affermarono il loro protagonismo assoluto sulla scena internazionale[21]. Nel tempo il contesto internazionale è dominato da principi che addomesticano l’esercizio delle prerogative statuali secondo parametri in linea con quanto sintetizzato dalla Costituzione italiana: che si promuovono “limitazioni di sovranità” solo se “in condizioni di parità con gli altri Stati” e solo se volte a promuovere “la pace e la giustizia fra le Nazioni” (art. 11).
Appunto: limitazione e non cessione di sovranità, in condizioni di parità e non di soggezione e soprattutto per finalità molto diverse da quelle concernenti la costruzione di mercati e il varo di monete senza Stati. Insomma, l’Unione europea deve essere smontata anche e soprattutto per ritrovare una sintonia tra la collocazione dell’Italia nella comunità internazionale e quanto prescrive nel merito la Carta fondamentale.









































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