Avviso

Ricordiamo agli utenti che gli articoli possono essere inviati per email, stampati e salvati in formato pdf cliccando sul simbolo dell'ingranaggio in alto a destra dell'articolo (nel menù a tendina la voce "Stampa" o "Print" consente sia di stampare che di salvare in pdf).

poliscritture

Il realismo di Danilo Zolo

Stralci

di Pietro Costa

Questi stralci selezionati da un saggio di Pietro Costa pubblicato su Jura Gentium vogliono essere un omaggio a Danilo Zolo, uno studioso scomparso ieri. Non l’ho mai incontrato. Ricordo di aver letto qualche suo scritto sui vecchi Quaderni Piacentini. O, più recentemente, diversi suoi articoli critici ai tempi della Guerra del Golfo (1990-1991) e una sua bella discussione con Antonio Negri al momento della pubblicazione di Impero (2003). Negli ultimi anni ho cercato di tener d’occhio il lavoro suo e dei collaboratori della sua rivista on line, ma non sono riuscito a leggere i suoi libri più importanti. Il suo nome per resterà quasi certamente nella mia lista dei libri “da leggere”. Non credo, però, di dovermi scusare con nessuno di questo. Sono come tanti in una condizione che non mi permette studi sistematici e approfonditi, ma ciò non mi ha mai impedito di individuare nel bailamme del mass media e delle mode gli studiosi di rilievo e di leggere almeno vari loro testi più brevi. Può un simpatizzante di Marx o delle “fisime comuniste” di Fortini e che ha appena pubblicato il ricordo partecipe di Giorgio Riolo sul marxista Samir Amin apprezzare Zolo? Senz’altro. Il rigore di certi studiosi anche accademici va sempre riconosciuto e anche chi si nutre di utopie, apparentemente irrealizzabili, impara parecchio da un realista come Zolo. Ringrazio Toto Beat per l’immagine d’apertura copiata dal suo profilo FB. [E. A.]

danilo zolo1 420x2951.

Chi entrasse in contatto, anche superficialmente, con la riflessione filosofico-giuridica e filosofico-politica sviluppata da Danilo Zolo nell’ultimo ventennio, non esiterebbe a ricorrere, per caratterizzarla con una formula riassuntiva, alla categoria del ‘realismo’. Per giungere a questa conclusione il lettore non avrebbe bisogno di particolari acrobazie ermeneutiche: è l’autore stesso che quasi in ciascuno dei suoi interventi impiega il termine ‘realismo’ (e i suoi derivati) per indicare sinteticamente il proprio schema teorico di riferimento. Nel suo più impegnativo contributo all’analisi della democrazia contemporanea – Il principato democratico – l’intenzione di delineare una teoria realistica viene programmaticamente indicata già dal sottotitolo dell’opera1 e in Cosmopoli2 – l’opera che apre la lunga serie di scritti dedicati alla filosofia del diritto internazionale – fino dalle prime pagine viene dichiarata l’appartenenza alla tradizione del realismo.

Il rinvio al realismo non è una clausola di stile; è un passaggio importante entro un discorso caratterizzato da una forte ‘riflessività’: sempre attento a intrecciare la costruzione dell’oggetto (sia esso la democrazia, l’ordine internazionale, la guerra o i diritti) con l’esposizione delle strategie linguistico-concettuali che la rendono possibile e imprimono a essa le sue caratteristiche peculiari.

 

2.

È corrente l’impiego del termine ‘realismo’ per connotare un’epistemologia che attribuisca alla scienza il compito e la capacità di descrivere il proprio oggetto elaborando teorie che lo rappresentano con crescente (ancorché asintotica) approssimazione senza essere condizionate dalle inclinazioni e dai pre-giudizi soggettivi dell’‘osservatore’. Una siffatta concezione epistemologica ha esercitato una notevole influenza non solo sulle cosiddette hard sciences, ma anche su numerosi settori delle scienze sociali (dalla storiografia alla scienza politica, alla filosofia giuridica, alla teoria delle relazioni internazionali) fino agli anni Sessanta, quando essa ha dovuto fare i conti con visioni alternative, molto diverse fra loro, ma convergenti nel respingere i principali assunti della received view positivistica: valga ad esempio il riferimento alla tradizione ermeneutica, che, pur essendo già una componente di rilievo della cultura europea otto-novecentesca, vede aumentare la sua rilevanza nella Methodenstreit degli anni Settanta e contribuisce a mettere in questione l’idea (positivistica e neopositivistica) del soggetto come mero ‘osservatore’ di fenomeni e a sottolinearne l’intervento necessariamente attivo e valutativo.

L’epistemologica positivistica non entra peraltro in crisi soltanto per la crescente influenza di orientamenti con essa incompatibili. Anche al suo interno prende forza un processo di revisione, o di aperta sconfessione, delle tesi (di molte, se non di tutte) che ne avevano sorretto la versione ortodossa e per lungo tempo dominante. Da Popper a Kuhn, a Toulmin, si moltiplicano le sollecitazioni che conducono a revocare in dubbio convinzioni date per acquisite: non sembra possibile un’osservazione pura e impersonale dei fenomeni, la cui analisi al contrario dipende dalle presupposizioni teoriche dello scienziato; cade la teoria della verità come corrispondenza, l’idea di una realtà che il discorso scientifico possa rappresentare-descrivere nella sua oggettiva consistenza; appare ineliminabile l’incidenza della componente valutativa nei processi euristici.

 

3.

È con questo processo di revisione interno alla tradizione dell’epistemologia neopositivistica che Zolo entra in contatto nel momento in cui prende a interrogarsi sui presupposti e sulle prestazioni cognitive dei saperi specialistici. L’appiglio gli è offerto dalla ricostruzione storico-teorica del pensiero di Otto Neurath3. La scelta di questo autore non è né casuale né gratuita: nel filosofo austriaco Zolo cerca non solo un’occasione per interrogarsi sulle condizioni di possibilità di un’analisi scientifica della dinamica politico-sociale, ma anche argomenti per corroborare e approfondire le ipotesi che egli enuncia già nelle prime pagine del suo libro: il superamento della teoria della verità come ‘corrispondenza’ e il rifiuto del cognitivismo etico.

 

4.

I principali assunti che Zolo trae (attraverso Neurath e oltre Neurath) dal processo di trasformazione della complessiva eredità neopositivistica mi sembrano i seguenti:

  1. a) il rifiuto dell’idea della verità come corrispondenza e la convinzione che il linguaggio non disponga di un punto su cui far leva per saltare oltre se stesso e attingere l’oggetto ‘come tale’;
  2. b) l’impossibilità di un’osservazione ‘pura’ dei fenomeni: il soggetto non è una tabula rasa, ma guarda al mondo attraverso un filtro linguistico-concettuale che impedisce il semplice ‘rispecchiamento’ della realtà nel processo conoscitivo;
  3. c) l’insistenza sui condizionamenti storico-sociali e storico-culturali che incidono sulle prestazioni cognitive della scienza e la tematizzazione del rapporto che intercorre fra la comunità scientifica e la formazione e l’affermazione delle teorie: legate al consenso della comunità ed esposte quindi alle strategie (retoriche) della ‘persuasione’ e al gioco degli interessi e dei conflitti;
  4. d) la scienza appare di conseguenza non tanto l’organo di un progressivo avvicinamento alla ‘realtà’ come tale, quanto il veicolo di visioni reciprocamente incommensurabili: un punto di vista sul mondo, sostenuto da un quoziente metaforico difficilmente riducibile all’univocità dell’argomentazione dimostrativa o della verifica empirica;
  5. e) le pretese conoscitive attribuibili alla scienza sono indebolite rispetto all’epistemologia neopositivistica e soprattutto non sono considerate esenti da impliciti o espliciti giudizi di valore.

La scienza non è eticamente e politicamente neutrale, ma le sue strategie euristiche appaiono in qualche misura orientate e influenzate dai valori condivisi. I valori peraltro non sono suscettibili di essere razionalmente fondati: una delle principali acquisizioni che Zolo trae dalle sue frequentazioni neurathiane è non solo il rifiuto del cognitivismo etico e la condanna della ‘fallacia naturalistica’, ma anche una complessiva svalutazione dell’universo di discorso normativo.

 

5.

L’analisi delle norme ha una sua limitata utilità se mira a controllare la coerenza interna del sistema giuridico, ma manca di un adeguato fondamento, dipendente come è dalla distinzione kantiana fra sfera dell’essere e sfera del dovere. Occorre al contrario ricondurre la norma all’interazione sociale di cui è funzione: il sapere giuridico può acquisire uno statuto scientifico solo convertendosi in un’analisi sociologica delle norme. Il discorso normativo, sia giuridico che etico, è scientificamente comprensibile soltanto in quanto venga ricondotto alle credenze, agli interessi, ai comportamenti di cui esso è una più o meno dissimulata ed efficace razionalizzazione e universalizzazione.

Accogliere la critica neurathiana dell’universo normativo significa far propria, sul terreno del sapere giuridico, la prospettiva del realismo (attaccando la presunta autonomia delle forme giuridiche per privilegiare, come scriveva Pound, il law in action sul law in books), mentre implica, sul terreno dell’etica, la scelta di contrapporre all’universalismo dell’imperativo categorico kantiano una molteplicità di scelte (individuali e collettive) legate alla contingenza di specifiche forme di vita.

 

6.

Zolo sottolinea il carattere riflessivo della sua epistemologia, utilizzando a questo scopo le suggestioni della celebre metafora neurathiana dei marinai costretti a riparare la navicella della scienza nel mare in tempesta, senza poter disporre di alcun bacino di carenaggio. Questa metafora – scrive Zolo – «allude infatti ad una situazione cognitiva che vieta ogni possibilità di certezza o di avvicinamento alla verità, à la Popper, poiché il soggetto stesso è incluso entro l’ambiente che egli si sforza di fare oggetto della propria conoscenza»7. La conoscenza si muove in un circolo: il soggetto conosce l’oggetto a partire dai pre-giudizi imposti dal suo radicamento storico-sociale e storico-culturale e, se pure consapevole dei propri condizionamenti, non è in grado di ‘guardarli dall’esterno’, di sbarazzarsene oggettivandoli.

Le conclusioni sulle prestazioni cognitive della scienza sono francamente pessimistiche. Le teorie non conducono a un progressivo rischiaramento dell’oggetto, ma esprimono un limitato, condizionato e soggettivo punto di vista sul mondo, influenzato dalle aspirazioni, dalle paure, dai valori del soggetto. «Il mio punto di vista – scrive Zolo – è consapevolmente context dependent, relativistico, gnoseologicamente scettico e sicuramente pregiudicato dal punto di vista cognitivo e valutativo»8.

Non esiste un punto di Archimede su cui far leva per uscire dal particolarismo delle più diverse forme di vita, entro le quali la stessa ‘scienza’ viene ad esistere e a funzionare. Se dunque anche una teoria che si vuole ‘descrittiva’ è in realtà una visione pre-giudicata dal soggetto e dal contesto cui egli appartiene, allo stesso modo (o a maggior ragione) il discorso normativo (sia etico che giuridico) dovrà essere spogliato delle sue pretese universalistiche e ricondotto al gioco delle aspettative, dei timori, delle esigenze di individui e gruppi determinati.

Muovendo da una siffatta prospettiva epistemologica, Zolo elabora una sorta di ‘strategia del sospetto’ nei confronti del discorso normativo. Confrontandosi con esso occorre, a suo avviso, evitare una doppia ‘fallacia’: non solo la fallacia ‘ontologica’ o ‘naturalistica’, che ricorre quando tentiamo di dedurre dalla struttura ‘oggettiva’ della realtà valori ed enunciati prescrittivi, ma anche la fallacia ‘deontologica’, che interviene quando ci dimentichiamo che nel processo conoscitivo incidono scelte di valore legate a progetti e forme di vita determinati e presentiamo come norme di portata universale regole di comportamento legate a inclinazioni soggettive.

 

7.

Zolo accoglie pienamente, su questo punto, la proposta neurathiana e vi resta sostanzialmente fedele in tutta la sua successiva riflessione. La sua diffidenza nei confronti degli enunciati prescrittivi e degli ‘immortali principî’ era stata peraltro già alimentata dalla lunga frequentazione dei testi di Marx, fatti oggetto, negli anni Settanta, di accurate ricostruzioni storico-teoriche9. Certo, l’ipotesi di rintracciare nell’opera di Marx i fondamenti di una vera e propria ‘scienza della società’ era caduta sotto i colpi dell’epistemologia post-empiristica. Restava però qualcosa dell’eredità marxiana: non solo la svalutazione degli enunciati prescrittivi e universalistici, ma anche la loro decostruzione e la loro riduzione al gioco degli interessi soggiacenti. La lezione marxiana – lo smascheramento della ‘falsa coscienza’ – non viene lasciata cadere, ma corrobora l’intenzione di strappare al discorso normativo le maschere universalistiche per far apparire il volto dei concreti agenti sociali. Resta infine un’ulteriore (e appena tratteggiata) eredità, che da Marx raggiunge, via Neurath, la riflessione di Zolo: un’immagine di uomo, che Neurath chiama epicurea (e anti-platonica) e attribuisce a Marx; un’immagine, che in qualche misura potrebbe rinviare a un’antropologia illuministica, caratterizzata dal protagonismo dell’individuo e dalla ricerca della felicità10.

 

8.

Non è comunque l’analisi realistica delle norme il principale obiettivo perseguito da Zolo fra gli anni Ottanta e gli anni Novanta. È piuttosto la teoria politica ad attrarre la sua attenzione e a offrirsi come il più rilevante banco di prova della sua epistemologia riflessiva.

Fra le scienze sociali, la scienza politica era stata particolarmente sensibile al fascino del neopositivismo e numerosi erano stati i tentativi di elaborare una teoria della democrazia che ne accogliesse i principali suggerimenti: la valorizzazione delle ricerche empiriche, la formulazione di leggi esplicative dei fenomeni, l’adozione di uno stile ‘descrittivo’, preservato da contaminazioni valutative. Sono in sostanza i caratteri che Bobbio aveva indicato, in vari saggi dei primi anni Settanta11, come propri di una teoria politica che ambisse a presentarsi come una vera e propria ‘scienza’: come una scienza empirica, dotata di un metodo di analisi non diverso da quello osservato dalle scienze fisico-naturali.

È con questa immagine di scienza che Zolo deve confrontarsi nel momento in cui si accinge a tracciare, a sua volta, una teoria della democrazia che egli intende connotare come realistica.

 

9.

Il realismo politico ha alle spalle una lunga e impegnativa tradizione18, che Zolo accetta solo con beneficio d’inventario. La sua prima preoccupazione è prendere le distanze da una celebre tesi: la tesi del primato della forza sulla giustizia; la tesi sostenuta da Trasimaco, che nella Repubblica di Platone afferma che il ‘giusto’ è soltanto ciò che il più forte ritiene utile. Zolo accoglie dal realismo ‘classico’ la diffidenza nei confronti della giustizia, senza per questo identificare la sfera della politica con gli interessi e le strategie del principe. Realistica è per Zolo una teoria che vede nella politica un ambito di esperienza non assoggettabile alle prescrizioni di un sovrastante modello normativo. La politica è il momento del particolarismo degli interessi e dei progetti, inevitabilmente diversi e conflittuali, che trovano provvisori punti di incontro e momenti di composizione pattizia, ma non possono essere disciplinati da una norma (etica o giuridica) di portata soi-disant universalistica.

 

10.

Realistica è infatti per Zolo un’analisi politica che concentra l’attenzione sugli interessi e le aspirazioni che emergono in un contesto determinato ed esclude il ricorso a criteri normativi sovrimposti, nella convinzione che essi siano la razionalizzazione e l’universalizzazione di ‘punti di vista’ (di aspirazioni, interessi, valori) contingenti.

La critica di quella ‘fallacia’ che Zolo chiama deontologica si incontra con la diffidenza, tipica della tradizione del realismo politico, nei confronti degli ideali, dei grandi principî, retoricamente solenni e politicamente imbelli. Certo, pur entro la medesima tradizione realistica, mutano il tono e la direzione di senso dell’argomentazione a seconda che essa si collochi ex parte principis o ex parte populi; resta però salda la convinzione (in Machiavelli come in Marx) che i principî e gli ideali non abbiano a che fare con l’essenza, con il motore segreto, dell’azione politica, ma ne siano solo una variabile dipendente.

 

11.

L’autonomia della sfera politica, la sua indipendenza da altri sottosistemi sociali, è dunque un importante lascito della tradizione realistica, che Zolo recepisce e valorizza facendo leva su due linee argomentative diverse, ma convergenti: il rifiuto (per intendersi, neurathiano) dell’universalismo normativo e la teoria luhmanniana della complessità sociale e della differenziazione sistemica.

 

12.

Della tradizione realistica Zolo non sembra invece voler accogliere il pessimismo antropologico ampiamente circolante al suo interno: l’idea di un essere umano egoista, inaffidabile, aggressivo, assetato di potere, di cui Machiavelli ha lasciato un’immagine tanto celebre quanto efficace. Non per questo però egli ritiene irrilevante per una teoria della democrazia qualsiasi rinvio a presupposti antropologici. Al contrario, egli si collega alla visione antropologica di Geh­len, che insiste sulla varietà dei comportamenti propri di un essere umano, la cui caratteristica più saliente è l’apertura al mondo e il continuo oscillare fra ricerca di innovazione e bisogno di stabilità, fra assunzione del rischio ed esigenza di sicurezza20.

La plasticità dell’essere umano non è però semplice indeterminazione e apertura a qualsiasi contenuto. Il nesso che Zolo intende instaurare fra antropologia e politica è più forte e sostantivo. Dall’etologia e dall’antropologia, da Lorenz e da Gehlen, egli trae la convinzione che l’essere umano nel suo rapporto con l’ambiente (con le sue eccessive sollecitazioni e con il troppo ampio ventaglio delle possibilità offerte) si senta esposto al rischio e all’imprevedibilità e chieda al gruppo sociale di intervenire con decisioni che riducano la complessità, contengano i rischi, controllino la paura. È la paura il principale collante dell’ordine politico: quella paura che almeno un grande ‘classico’ del realismo politico – Hobbes – aveva assunto come fondamento originario dell’ordine politico. È la paura che anche per Zolo contribuisce a tenere insieme il gruppo, a esaltare la differenza fra ciò che è interno ad esso e ciò che è esterno (e potenzialmente minaccioso), a conferire alle autorità un potenziale simbolico che svolge un ruolo rilevante nella stabilizzazione dell’assetto potestativo e nel disciplinamento sociale.

 

13.

Il realismo politico di Zolo trova quindi un importante complemento nella sua soggiacente antropologia (hobbesiano-gehleniana), ma non può assumerla come un assioma evidente o come un piedistallo incrollabile. Attenuata la differenza fra scienza e filosofia, sottolineato il carattere necessariamente soggettivo e valutativo di ogni teoria, il realismo politico è, come ogni teoria, semplicemente un punto di vista sul mondo ed è costretto a rinunciare alla mossa retorica più efficace della tradizione realistica: il richiamo alla dura ma indiscutibile realtà contro le illusioni delle anime belle e le astrazioni dei filosofi. L’immagine dell’uomo impaurito non è necessariamente più aderente al ‘reale’ dell’immagine dell’uomo egoista o dell’immagine dell’uomo sociale e collaborativo: si fronteggiano concezioni diverse dell’essere umano cui corrispondono altrettanto diverse rappresentazioni della politica (ed è aperto semmai soltanto il dibattito sulla coerenza interna delle rispettive ‘visioni’).

 

14.

È questo il programma euristico cui Zolo si attiene nello sviluppare la sua analisi della democrazia; e torna di nuovo, anche su questo terreno, il confronto con una tradizione, lunga e articolata, che si presenta appunto come realistica; una tradizione che nasce su impulso di Mosca e di Pareto, prosegue con Weber e con Kelsen (con il Kelsen teorico della democrazia), trova la sua più celebre fondazione e sistemazione in Schumpeter e influenza a fondo la politologia del secondo Novecento (si pensi a Robert Dahl).

In questa prospettiva, se analizziamo, senza pregiudizi e senza forzature ideologiche, la concreta dinamica degli attori sociali, ci accorgiamo che i principî e i simboli che avevano sorretto le concezioni sette-ottocentesche della democrazia sono destinati a cadere come aspirazioni illusorie o impossibili modelli normativi.

La democrazia (che Schumpeter chiama ‘classica’) – la democrazia di Rousseau (e anche la democrazia di Marx) – coincideva con l’idea di un popolo capace di porsi come un soggetto attivo e propositivo, detentore di una volontà sovrana che trascende il particolarismo dei gruppi e degli interessi e rende possibile la coincidenza fra governanti e governati. Certo, il modello rousseauviano era molto diverso dalla visione di Sieyès, per il quale la democrazia moderna si realizzava necessariamente nella forma della rappresentanza. Resta comunque indubbio che nel corso dell’Ottocento si sarebbe diffusa l’idea di un ordine politico che poteva dirsi legittimo solo in quanto fondato sul consenso dei cittadini, sulla libera espressione della loro volontà, sulla loro partecipazione (diretta o indiretta) al potere.

Sono appunto queste convinzioni a vacillare sotto i colpi di un’analisi che si presenta come realistica in quanto decisa a scendere dal cielo dei principî allo scopo di comprendere la più terrena dinamica del comando e dell’obbedienza. In questa prospettiva, il demos come unitario centro di volontà si dissolve, sostituito da gruppi ristretti, da élites politico-sociali impegnate ad assicurarsi una posizione di comando: non sono i ‘tutti’, o almeno i ‘molti’, a decidere, ma i ‘pochi’, i membri delle élites. Il meccanismo democratico-rappresentativo è soltanto una finzione giuridica, utile non perché assicuri la partecipazione del popolo al processo decisionale, ma perché rende possibile una regolamentata competizione fra leader rivali, che mirano ad accaparrarsi il voto elettorale e influenzano gli elettori impiegando tecniche simili a quelle adottate dagli esperti pubblicitari.

 

15.

Per Zolo infatti la crescente auto-referenzialità dei partiti politici, la persistente invisibilità di numerosi processi decisionali, l’incidenza della macchina multimediale sul processo decisionale dei cittadini, sempre più lontani dall’immagine idealizzata di soggetti compiutamente autonomi e razionali, sono fenomeni che inducono a dubitare della possibilità di tener fermo il concetto di democrazia e autorizzano l’ipotesi di una possibile diffusione di ciò che Zolo chiama il ‘modello Singapore’: un tipo di società dove la centralità del mercato e l’incremento della produttività coesistono con un sistema politico autoritario, quali che siano le foglie di fico democratico-rappresentative di cui esso voglia eventualmente adornarsi21.

 

16.

Un’analisi realistica della democrazia (un’analisi dove il lascito della tradizione elitistica si intreccia con il lessico teorico della sociologia sistemica) non sembra dunque poter individuare forze capaci di impedire la trasformazione dell’«elitismo democratico» nell’«elitismo tout court», ovvero della «democrazia» nel «suo contrario»22. Dissolti i parametri della rappresentanza e del pluralismo, restano, a caratterizzare i moderni regimi ‘democratici’, le articolazioni istituzionali che «corrispondono all’esigenza di conservare il livello di differenziazione e di complessità raggiunto dalle moderne società industriali»: è questa «la promessa che la democrazia deve mantenere»23. Rispettata questa promessa, però, la democrazia non sembra distinguersi essenzialmente da quel modello liberal-costituzionale che essa aveva preteso (o promesso) di trasformare in nome dell’eguaglianza.

In effetti, le promesse che la democrazia aveva formulato nella sua traiettoria sette-ottocentesca erano molte e impegnative. Che fossero troppe e troppo arrischiate è una tesi che Bobbio aveva già formulato negli anni Ottanta: per un verso, egli esortava a ridurre le aspettative, a tener fermo il ‘contenuto minimo’ della democrazia senza inseguire destabilizzanti chimere; per un altro verso, però, egli era convinto che alcune promesse erano inseparabili dalla democrazia e attendevano ancora la loro integrale realizzazione. «Le promesse non realizzate della democrazia»: è questa la famosa, e dolente, accusa formulata da Bobbio nel 198424. Attraverso una disincantata, ‘schumpeteriana’, analisi della società contemporanea Bobbio denuncia l’incompiutezza di una democrazia che ha promesso, ma non ha realizzato, la sovranità del popolo, la partecipazione eguale, il rafforzamento del potere decisionale dei cittadini, la trasparenza del potere.

Con il realismo di Bobbio (come con il realismo di Schumpeter) Zolo è simpatetico, ma ritiene anche che occorra procedere (con maggiore intransigenza) sulla medesima strada e sostenere che «le promesse non mantenute della democrazia sono, senza alcuna eccezione, promesse non mantenibili»25. È la realtà stessa (la realtà ‘costruita’ attraverso il gioco combinato dell’antropologia gehleniana e della sociologia sistemica) a rendere le promesse della democrazia «promesse da marinaio»26

 

17.

Anche sul terreno della politica internazionale, Zolo continua a sviluppare la sua prospettiva realistica. Occorre però tentare di capire se il suo realismo acquisisca determinazioni ulteriori nel nuovo campo di indagine, coltivato da tradizioni disciplinari specifiche e diverse (quali la teoria delle relazioni internazionali e il diritto internazionale).

 

18.

Per i realisti, la tragedia della guerra aveva spazzato via le illusioni ‘idealistiche’ di matrice wilsoniana e imponeva il recupero di una tradizione che poteva vantare come propria matrice addirittura la Guerra del Peloponneso di Tucidide e il famoso dialogo fra i Mèli e gli Ateniesi. L’aspirazione di Morgenthau è offrire una rappresentazione fredda e disincantata della politica internazionale, cogliendo le leggi che ne regolano i fenomeni. L’esistenza di oggettivi e inalterabili principî capaci di spiegare il comportamento degli attori internazionali rinvia, per Morgenthau, alla natura stessa dell’essere umano e alle sue costanti determinazioni. Ancora una volta, un’analisi realistica della politica trova il suo fondamento in precisi assunti antropologici. Come ogni essere umano è caratterizzato da un’originaria libido dominandi, così gli Stati – unici attori sulla scena internazionale – perseguono sistematicamente il proprio interesse, la propria conservazione e la propria affermazione. A un’antropologia hobbesiana corrispondono puntualmente tanto un rapporto di analogia fra l’individuo e lo Stato quanto un’immagine ‘anarchistica’ delle relazioni internazionali. Se pure è ipotizzabile una morale impegnata a contrastare l’egoismo auto-affermativo dell’individuo, è comunque indiscutibile l’autonomia della sfera politica e quindi la sua impermeabilità a criteri etici e ad aspirazioni universalistiche.

 

19.

[Sulle question internazionali] il suo riferimento (apertamente simpatetico) alla ‘scuola inglese’ e a Hedley Bull, che accoglie da Martin Wight35il suggerimento di guardare alla storia delle dottrine distinguendo fra un indirizzo realistico-hobbesiano, idealistico-kantiano e groziano e dichiara la sua appartenenza a quest’ultimo. Dalla riflessione di Hedley Bull Zolo trae non pochi spunti importanti36. In primo luogo, Bull tiene fermo il principio secondo il quale l’ordine internazionale ruota intorno alla pluralità (‘anarchica’) degli Stati e non mostra nessun cedimento di fronte alle sirene universalistiche, che anzi anch’egli (realisticamente) sospetta al servizio degli interessi, inevitabilmente particolaristici, dell’uno o dell’altro Stato37. In secondo luogo, l’anarchia internazionale (che pure dà il titolo al libro) non è affatto il bellum omnium temuto da Hobbes. L’ordine internazionale è, sì, riconducibile allo stato di natura della tradizione giusnaturalistica (salvo che i soggetti in esso operanti non sono gli individui ma gli Stati), ma deve essere compreso ricorrendo non già a Hobbes, ma a Locke; e lo stato di natura lockiano manca di un sovrano e di un giudice delle possibili controversie, ma ha una sua intrinseca strutturazione, è organizzato secondo regole, è già, in quanto tale e indipendentemente da un centro coattivo, un ordine. Allo stesso modo, nelle relazioni internazionali non esiste l’alternativa secca fra una cosmopoli convergente su un centro o su un vertice e il disordine provocato dall’incoercibile scontro dei Leviatani; è esistita e può continuare ad esistere una società internazionale in grado di dar vita a regole di varia natura (pre-giuridiche e anche giuridicamente formalizzate) e capace di raggiungere un suo equilibrio (un ordine), pur in presenza di una molteplicità di centri di potere38.

 

20.

Quali sono gli spunti che dalla frequentazione dei teorici delle relazioni internazionali trae Zolo nell’orchestrazione della sua prospettiva realistica?

Una prima, rilevante acquisizione mi sembra la valorizzazione della molteplicità dei centri di potere e il conseguente attacco a qualsiasi ipotesi di cosmopolitica reductio ad unum dell’ordine internazionale. Le tesi post-positivistiche da tempo messe a punto da Zolo trovano nel nuovo ambiente una conferma e uno sviluppo: la politica è il luogo dove interessi e progetti necessariamente particolaristici si scontrano e si compongono secondo una logica propria che non può essere forzata dall’applicazione di criteri normativi (etici o giuridici) che, lungi dal favorire l’ordine o addirittura rendere possibile un ordine ‘giusto’, operano come indebite razionalizzazioni di aspirazioni contingenti. È quindi utile la lezione dei teorici realisti delle relazioni internazionali nella misura in cui dimostra la possibilità di pensare l’ordine politico, anche nello scenario internazionale, come convivenza (fragile, locale, spontanea) del molteplice.

Se il realismo coincide con la valorizzazione dell’insuperabile molteplicità degli Stati, dei popoli, delle culture, il suo antonimo è una prospettiva che assuma come obiettivo la creazione di un ordine globale, capace di includere come proprie componenti i diversi centri di potere. Quali che siano le manifestazioni dell’istanza ‘globalistica’ (l’esigenza di un giudice come arbitro delle controversie, l’idea kelseniana di un unitario universo normativo), esse incorrono comunque nell’errore di voler imporre alle concrete dinamiche politiche una regolamentazione forzosa ed estrinseca che non tiene conto della loro irriducibile complessità. Il globalismo giuridico è insomma vittima di un’immagine ancora verticistica e piramidale dell’ordine, che invece, in una prospettiva realistica, deve essere rappresentato come «un reticolo normativo policentrico», come «una ragnatela», o «una serie di ragnatele disposte a frattale», compatibile con «processi diffusi di interazione strategica e di negoziazione multilaterale»39.

 

21.

Continua dunque, sul terreno dell’analisi della politica internazionale, la denuncia della ‘fallacia deontologica’: lo smascheramento delle pretese universalistiche del discorso normativo, che occulta, razionalizzandoli, interessi e posizioni di potere particolaristici. È in questa prospettiva che Zolo contrappone alla pretesa ‘terzietà’ del giudice internazionale la sua effettiva dipendenza dalla potenza egemone (quali che siano state le realizzazioni istituzionali – da Norimberga a Baghdad, come recita il sottotitolo di un suo libro40 – di una siffatta istanza giurisdizionale).

 

22.

L’anti-normativismo; la denuncia degli interessi particolaristici soggiacenti alla retorica dei ‘principî’; il rifiuto del cosmopolitismo: sono questi i tratti principali che caratterizzano, secondo Zolo, una filosofia ‘realistica’ dell’ordine internazionale; e sono questi gli stimoli principali che una siffatta filosofia può trarre, per un verso, dai teorici (da alcuni teorici) delle relazioni internazionali, e, per un altro verso, dalla riflessione politico-giuridica di Carl Schmitt.

Di Schmitt Zolo apprezza la «critica corrosiva» nei confronti del normativismo kelseniano, dandola però al contempo in qualche modo per acquisita43. È piuttosto una seconda componente del realismo schmittiano che egli sottolinea e valorizza: lo smascheramento della volontà di potenza soggiacente agli irenismi e agli universalismi geneticamente riconducibili all’‘idealismo’ wilsoniano. Non a caso un motto schmittiano (e proudhoniano) viene scelto da Zolo come titolo di un suo libro; un libro che invita appunto a diffidare «di chi usa la parola ‘umanità’ nel contesto di una guerra»44 e denuncia le crociate (sedicenti) umanitarie come l’espressione di una strategia retorica che legittima la propria guerra come ‘giusta’ e delegittima l’avversario trasformandolo in un nemico ‘dis-umano’. Ancora una volta, il realismo si accredita come un esercizio di ‘critica dell’ideologia’, capace di demistificare la pretesa oggettività e neutralità dell’etica universalistica.

 

23.

L’anti-normativismo; la denuncia degli interessi particolaristici soggiacenti alla retorica dei ‘principî’; il rifiuto del cosmopolitismo: sono questi i tratti principali che caratterizzano, secondo Zolo, una filosofia ‘realistica’ dell’ordine internazionale; e sono questi gli stimoli principali che una siffatta filosofia può trarre, per un verso, dai teorici (da alcuni teorici) delle relazioni internazionali, e, per un altro verso, dalla riflessione politico-giuridica di Carl Schmitt.

Di Schmitt Zolo apprezza la «critica corrosiva» nei confronti del normativismo kelseniano, dandola però al contempo in qualche modo per acquisita43. È piuttosto una seconda componente del realismo schmittiano che egli sottolinea e valorizza: lo smascheramento della volontà di potenza soggiacente agli irenismi e agli universalismi geneticamente riconducibili all’‘idealismo’ wilsoniano. Non a caso un motto schmittiano (e proudhoniano) viene scelto da Zolo come titolo di un suo libro; un libro che invita appunto a diffidare «di chi usa la parola ‘umanità’ nel contesto di una guerra»44 e denuncia le crociate (sedicenti) umanitarie come l’espressione di una strategia retorica che legittima la propria guerra come ‘giusta’ e delegittima l’avversario trasformandolo in un nemico ‘dis-umano’. Ancora una volta, il realismo si accredita come un esercizio di ‘critica dell’ideologia’, capace di demistificare la pretesa oggettività e neutralità dell’etica universalistica.

 

24.

Infine, il rifiuto del cosmopolitismo; un rifiuto che percorre l’intera analisi storico-teorica del Nomos della terra. Schmitt continua a far leva, in nome del suo «realismo polemologico»45, sulla sovranità degli Stati nazionali e a guardare (con qualche nostalgia conservatrice) al sistema dello ius publicum europaeum; e la lezione che ne trae Zolo è, in sostanza, la conferma di quell’idea di ordine internazionale delineata da alcuni teorici realisti delle relazioni internazionali (in particolare da Hedley Bull); l’idea di un ordine caratterizzato da «un regionalismo policentrico e multipolare» e dal «rilancio della negoziazione multilaterale fra Stati»46.

 

25.

Fenomeno intimamente ‘culturale’ (in senso antropologico), la guerra non può essere bandita una volta per tutte, come vorrebbe la generosa illusione del pacifismo assoluto, e nemmeno può essere riconosciuta come ‘giusta’, perché così facendo si incorrerebbe ancora una volta nella fallace universalizzazione di una scelta contingente e particolaristica. Certo, la guerra, in quanto legata agli interessi e ai progetti di un determinato gruppo sociale, può essere, per esso, «una scelta inevitabile». Chi però – aggiunge Zolo – «al suo interno si impegna a legittimarla come ‘giusta’ si rende moralmente responsabile di ciò che è inevitabile» e si dispone a scomodare «i valori più alti […] per giustificare moralmente il mondo così com’è»48.

In una prospettiva realistica, dunque, la guerra può apparire, in certe circostanze, come una soluzione obbligata: si può fare la guerra; ciò che però non si ‘deve’ fare è combatterla al grido di ‘Dio è con noi’. In effetti, però, chiunque guardi (realisticamente) alla storia dell’umanità si rende facilmente conto della ricorrente tendenza a fondare eticamente, a giustificare (a rendere giusta) la guerra, la propria guerra; e non sembrerebbe impossibile attribuire a questa tendenza profonde radici antropologico-culturali. Potrebbe allora profilarsi la possibilità di un ‘altro’ realismo; un realismo che assume come (antropologicamente) inevitabile una qualche fondazione etica della guerra.

Questa ipotesi non sembra però poter trovar posto nell’argomentazione di Zolo. Il suo realismo include un divieto: compiere il salto mortale dal particolarismo degli interessi all’universalismo dei valori. È però anche vero che quel divieto è costantemente disatteso dalla ‘realtà’. Nella rappresentazione della ‘realtà’ sembra allora aprirsi una tensione. È come se Zolo dicesse: succede, ma non ‘deve’ succedere, perché quel passaggio (dall’interesse al valore) viene, sì, costantemente effettuato, è, sì, ‘reale’, ma non è ‘vero’. Potremmo allora trarre due conseguenze: il ‘momento della verità’, nel realismo di Zolo, viene forse a trovarsi su un gradino più alto del ‘momento della volontà’. E poi: è la volontà che si impossessa strumentalmente dei «valori più alti». E allora denunciarne l’interessata e particolaristica utilizzazione può forse divenire (per una singolare eterogenesi dei fini) la strategia più efficace per preservarne l’incontaminata purezza.


(da http://www.juragentium.org/topics/thil/costazolo.html)

* Non riporto le note. Per recuperarle basta andare al link indicato qui sopra. [E. A.]
Pin It

Comments   

#1 Eros Barone 2018-08-27 19:22
Se oggi possiamo affermare che gli anni Novanta in Italia sono stati il decennio in cui si è compiuta una gigantesca "rivoluzione passiva" che ha prodotto, tra i vari effetti, una drastica degenerazione della stessa democrazia borghese concretàtasi in quella che un politologo ha definito simpaticamente "costituzionalizzazione delle estreme", nonché la riduzione decisionistica della politica a gestione amministrativa; se oggi possiamo affermare quanto precede, dicevo, lo dobbiamo anche a Danilo Zolo e al suo realismo. Egli ha infatti colto con chiarezza e denunciato con fermezza la 'ratio' autoritaria di una "normalità" che gran parte della classe dirigente italiana ha pervicacemente perseguito e posto in atto nel ventennio successivo. Certo, il problema non era esclusivamente italiano e non riguardava soltanto quel lasso di tempo, come hanno mostrato la repubblica monarchica dei Bush, l'"imperialismo democratico" di Obama, il populismo reazionario di Trump e l'intera vicenda dell'Unione Europea, poiché la deriva oligarchico-tecnocratica e la svolta autoritaria è una malattia di tutto l'Occidente, profondamente radicata in processi strutturali. Per capire ciò che è successo, dovremmo allora riconsiderare la risposta del capitale al protagonismo di massa - le lotte operaie, i movimenti contro la guerra, il femminismo, le rivolte studentesche - che nel lontano 1975 la "Trilaterale" bollò come "crisi della democrazia", dando inizio alla stagione della "governabilità" e delle "compatibilità". Fu questa risposta l'essenza della "rivoluzione conservatrice"
reaganiano-thatcheriana che investì l'Europa a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta.
Siamo ancora dentro fino al collo in quella storia, che chiamiamo riduttivamente "neoliberismo", spesso dimenticandoci che essa non ha inciso solo sulla produzione e sulla vita delle persone delocalizzando, precarizzando, privatizzando e finanziarizzando, poiché ha investito pesantemente anche la sfera pubblica e il politico, determinando una massiccia regressione a stadi premoderni. Come indicò nella sue analisi proprio Danilo Zolo, la privatizzazione delle istituzioni e della sovranità è il nocciolo duro dell'americanizzazione delle nostre società. In effetti, quando diciamo che i mercati votano, dovremmo sapere che non impieghiamo una metafora, ma che descriviamo fedelmente un processo in atto, che realizza l'espropriazione delle prerogative democratiche delle collettività sconvolgendo e travolgendo persone, identità e sistemi politico-istituzionali. Già fin d'ora, appare emblematica, a tale proposito, la stessa recente e terribile vicenda del crollo del ponte di Genova. Tutto ciò non può che generare una crescente carica di violenza. Prevedere dove questo 'combinato disposto' tra privatizzazione, affarismo e autoritarismo condurrà, è impossibile, ma certo non si può escludere che generi contraccolpi devastanti, simili a quella "grande trasformazione" che si verificò tra gli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso. Non si deve dimenticare - e Zolo non ha mai mancato di ricordarcelo - che allora la devastazione sociale prodotta dal liberismo provocò il ritorno del politico in forme autoritarie
(= fascistizzazione) e contribuì alla nascita di regimi reazionari sostenuti da un vasto consenso popolare
(= nazifascismo). E l'URSS non esiste più.
Quote

Add comment

Saranno eliminati tutti i commenti contenenti insulti o accuse non motivate verso chiunque.


Security code
Refresh

0
0
0
s2sdefault