Fai una donazione
Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________
- Details
- Hits: 5297
Volo Egyptair, regolamento di conti ad alta quota
di Federico Dezzani
I cieli dell’Egitto, di questi tempi, sono più pericolosi del triangolo delle Bermude, soprattutto per gli aerei che transitano da uno scalo di un Paese alleato del presidente Abd Al-Sisi: il disastro del volo Egyptair MS804 presenta forti analogie con l’attentato al volo russo Metrojet 9268, perpetrato ufficialmente “dall’ISIS”. Il mezzo di trasporto, la tratta percorsa ed il momento della quasi certa esplosione sono vocaboli di un preciso lessico terroristico, con cui gli ambienti atlantici esprimono il loro disappunto per l’intraprendenza francese in Egitto ed Libia, in contrasto con gli interessi angloamericani. L’attentato denota un salto di qualità nel contesto internazionale, spostando la lotta per gli assetti mediorientali dentro al ristretto “patto di sindacato” della NATO.
* * *
I parallelismi tra il volo Egyptair MS804 ed il Metrojet 9268
Appartiene agli anni ’50-’60, l’epoca dei primi voli commerciali transoceanici col puntuale scalo alle isole Azzorre, il mito del triangolo delle Bermude: era il tratto di oceano “maledetto” tra l’arcipelago delle Bermude, l’isola di Puerto Rico e la penisola della Florida, dove si narrava che aeroplani e navi scomparissero sovente nel nulla.
- Details
- Hits: 3959
Metrojet, Egipt Air, Regeni
Gli assassini dell'Egitto: Utili idioti, amici del giaguaro
di Fulvio Grimaldi
Nella tattica del terrorismo aereo di Stato, scatenato contro i paesi islamici a partire dai missili travestiti da aerei dell’11 settembre, rilanciato contro la Russia dal MH17 malese abbattuto sul Donbass nel luglio 2014, l’Egitto è al momento il target privilegiato. E possiamo con tranquilla sicurezza dire, parafrasando Pasolini, che noi sappiamo, pur non avendo altre prove che l’identità, la pratica storica e gli interessi del colpevole. Chi, l’ottobre scorso, ha fatto esplodere sul Sinai il Metrojet russo in volo da Sharm el Sheik con 224 persone a bordo ha colpito la Russia, antagonista globale e particolarmente vincente in Siria, insieme all’Egitto, dove un’insurrezione di 30 milioni di cittadini aveva eliminato dalla scena il Fratello Musulmano Mohamed Morsi e aveva sancito nel successivo voto la vittoria del generale Abdel Fatah Al Sisi. E qui colui che aveva collocato la bomba sull’aereo è stato catturato: un jihadista dell’Isis, vale a dire un miliziano del ramo terrorista della Fratellanza.
Questi aeroporti supersicuri con le voragini
Visto che Francia e Belgio appaino terreni di scorribande di terroristi con appiccicata l’etichetta Isis e vista la dimostrata apatia (inefficienza? complicità?) dimostrata dalle autorità di sorveglianza franco-belghe in occasione delle mega-operazioni di questi terroristi, viene naturale pensare che anche all’aeroporto Charles De Gaulle non si sia stati esasperatamente impegnati a impedire che qualche manina depositasse nell’Egypt Air in partenza per il Cairo l’ordigno che è stato visto bruciare nel cielo sopra il Mar Egeo.
- Details
- Hits: 2368
Guerre vere e guerre immaginarie. Sull'uso del concetto di geopolitica
di Marco Bertorello
“Siamo entrati nella terza guerra mondiale, solo che si combatte a pezzetti” ha dichiarato recentemente il Papa prospettando il rischio di un nuovo conflitto planetario. Ma, nonostante il forte ritorno ai nazionalismi, l’allarme del pontefice pare infondato perché non sussistono le condizioni politico-economiche per tale evenienza e la globalizzazione – per quanto multilaterale e asimettrica – rimane il fulcro centrale
Il Papa ha sostenuto ripetutamente che la terza guerra mondiale sarebbe iniziata. Su “Repubblica” ha affermato che «Siamo entrati nella terza guerra mondiale, solo che si combatte a pezzetti, a capitoli»[1] e successivamente sul “Corriere della sera” ha ribadito in maniera ancor più perentoria «Io ho parlato di terza guerra mondiale a pezzi. In realtà non è a pezzi: è proprio una guerra»[2]. Le affermazioni del Papa vengono interpretate come una provocazione, una metafora per denunciare un contesto fatto di crescenti conflitti militari, ma al contempo contribuiscono a confondere le idee su ciò che sta accadendo. Dico subito che questo modo di leggere le vicende del mondo contemporaneo non mi convince e proverò a spiegare perché.
Va registrato che le affermazioni del Papa hanno rafforzato, per certi versi si potrebbe dire sdoganato, un esteso sentire a sinistra che legge i conflitti militari in corso dentro un più generale contesto di guerra finendo, in alcuni casi, per dare la stura a un nuovo «campismo», cioè a una nuova divisione del mondo in blocchi politico-economici già militarmente in conflitto tra loro. Ovviamente questa visione viene sviluppata con modulazioni differenti, ma in tutti i casi è indice di una certa propensione a leggere gli attuali conflitti regionali dentro un processo più ampio e ben più drammatico.
Una versione sofisticata e problematizzata è proposta anche dalla rivista «Limes» che vi ha dedicato un numero intero dall'emblematico titolo «La terza guerra mondiale?»[3] e con il medesimo titolo ha organizzato un Festival, a Palazzo Ducale di Genova, che ha visto la partecipazione di 8.000 persone. Numeri che parlano dell'attenzione al tema.
- Details
- Hits: 4454
Chi farà la prossima mossa
Demostenes Floros
Tra Mosca, Ankara e Atene, si gioca una partita importante per i futuri flussi di oro blu nel vecchio continente, sempre che si metta mano alle nuove vie di collegamento e si definiscano meglio i termini della discesa in campo di Teheran
I fortissimi contrasti fra la Turchia e la Federazione Russa in merito al conflitto siriano e al futuro del Medio Oriente hanno portato al congelamento della costruzione del Turkish Stream, il gasdotto progettato dalla Gazprom sotto il Mar Nero, con approdo in Turchia, ai confini con la Grecia, per il trasporto del gas naturale all’Europa centro meridionale e nei Balcani.
Il 2 dicembre 2015, in conseguenza dell’abbattimento del jet militare russo ad opera della Turchia, la Russia, per bocca del Ministro dell’Energia, Alexander Novak, "ha sospeso le negoziazioni in merito al Turkish Stream", e ha bloccato la costruzione dell’impianto nucleare da 22 miliardi di dollari di Akkuyu in Mersin (Turchia) appaltato alla Rosatom. Dopodiché, ha accelerato le operazioni relative al raddoppio della capacità di trasporto della pipeline Nord Stream I, il progetto Nord Stream II. In precedenza, il 1° dicembre 2014, Vladimir Putin aveva ufficialmente cancellato la costruzione del gasdotto South Stream prendendo atto, in primo luogo, degli effetti delle pressioni americane sulla Bulgaria - con conseguente ritiro del permesso di costruzione - e degli ostacoli posti dalla Commissione Europea - "approccio non costruttivo", le parole utilizzate dal Presidente russo - in merito all’uso della pipeline. In tale contesto politico, come potrebbe evolvere lo scenario della realizzazione delle infrastrutture energetiche (pipeline) per l’approvvigionamento del gas naturale russo verso il Mediterraneo nord-orientale? Quali sono gli effetti che un mutato contesto geopolitico dell’energia potrebbe avere sulla Turchia e sulla Grecia?
- Details
- Hits: 5589
Perché Putin ci fa paura?
I. L. Galgano intervista Giulietto Chiesa
Putinfobia di Giulietto Chiesa (edito da Piemme) è un libro che analizza la paura che l'Occidente ha sempre provato nei confronti della seconda potenza mondiale: l'Unione Sovietica, ora diventata Russia.
Come sua consuetudine, Chiesa presenta dati e fatti secondo un criterio spazio-temporale che fin da subito lascia intendere al lettore che ben altro si chiarirà con la lettura del libro.
Si può essere d’accordo con le posizioni di Giulietto Chiesa o non condividerle, ma non si può negare che seguire il suo ragionamento conduce, inevitabilmente, ad allargare il proprio orizzonte, a porsi delle domande, a cercare delle risposte... come se all’improvviso, dopo aver sempre osservato il mondo dalla stessa postazione, si venisse catapultati nello spazio e lo si potesse osservare da lì, il nostro pianeta. Ogni cosa acquista una prospettiva nuova, differente.
Per Chiesa, la Russia potrebbe essere uno straordinario ponte di collegamento dell'Occidente con l'Asia e il resto del mondo ma ciò non accade perché gli occidentali non vogliono questo.
- Details
- Hits: 4105
La costruzione di un nuovo nemico dell’occidente: il radicalismo islamico
di Renato Caputo
A quindici anni dai tragici attentati terroristici, vero e proprio casus belli per la guerra di civiltà contro il radicalismo islamico, è indispensabile fare un bilancio storico, per risalire alle cause profonde di questo conflitto. Sin dai tempi antichi, lo spettro del nemico esterno e la conseguente guerra contro di esso, è stato funzionale al potere, che si è cementificato imponendo la pace sociale all’interno, indispensabile alla salvaguardia di privilegi sempre meno funzionali allo sviluppo economico e sociale
Con la dissoluzione del “blocco sovietico”, il fantasma del comunismo non appariva più in grado, da solo, di tenere insieme le classi dominanti e dirigenti occidentali. Ciò ha favorito il riesplodere della conflittualità interimperialista, solo in parte attenuata dalla forma tendenzialmente transnazionale che è venuto assumendo il capitale finanziario. Con il dileguare del “fantasma del comunismo”, tendeva a dileguare anche il fantasma del totalitarismo, l’ombra inquietante della quale – sfruttando le contraddizioni reali nei processi di transizione al socialismo – l’ideologia dominante aveva abilmente proiettato sul comunismo, presentandolo come una distopia. In tal modo diveniva decisamente più arduo per la grande borghesia mantenere l’egemonia, ossia il proprio dominio di classe con il consenso dei subalterni e cementificare l’adesione in funzione subordinata di ceti medi e piccola borghesia al blocco sociale dominante.
Vi era dunque l’urgenza di favorire la costruzione di un nuovo nemico globale in grado di ricompattare il fronte imperialista, il mondo occidentale in primis, all’interno del quale il processo di unificazione economica europea e, in seguito, la moneta unica mettevano in discussione il signoraggio del dollaro, indispensabile a coprire le crescenti voragini nella bilancia commerciale statunitense, acuendo i conflitti interimperialistici. La costituzione di un nuovo nemico globale era altresì indispensabile per giustificare il mantenimento di enormi spese militari, che rischiavano altrimenti di apparire superflue, soprattutto in una fase di crisi in cui si assiste a un costante ridimensionamento delle spese sociali.
- Details
- Hits: 3116
Quattro brevi punti più uno che è utile considerare quando discutete del problema islamico
di Pierluigi Fagan
Ad estrema e brutale sintesi dello studio che svolgemmo sull’islam in diversi momenti e più puntate (qui, qui), vorremmo mostrare quattro punti della sua costituzione teorico – storico – politica, che è utile –a nostro avviso-, conoscere. A premessa, va detto che l’islam è un corpo di dottrine che si fonda come credo religioso ma comporta anche disposizioni giuridiche che poi diventano sociali e politiche e che si basa non su una scrittura sacra com’è il caso degli altri sue monoteismi ma divina, nel senso che le parole contenute nel Corano sono parola di Dio, espresse e trasmesse senza interpretazioni terze, da Dio stesso. Dio, nel Corano, dice di aver parlato chiaramente e quindi esclude debba esserci qualcuno che intermedi ovvero interpreti le sue parole, tant’è che ritiene questa Sua rivelazione, l’ultima, quella dopo la quale non ve ne saranno altre. Avvicinandosi con fede e cuore aperto alla scrittura, chiunque può entrare in contatto con la parola di Dio, quindi con Dio stesso. Questo porta ad escludere in via di principio vi possa essere una Chiesa islamica che intermedia tra Dio e fedeli per cui, ciò che è scritto nel Corano, è valido per l’eternità e non ha declinazione storica. Detto ciò, ci sentiamo di segnalare quattro punti critici perché invece, una problema di interpretazione -a nostro avviso- rimane:
- Muhammad ricevette la rivelazione divina lungo ventidue anni (610-632). Fintanto che fu in vita, sia lui che i credenti che lo seguivano, recitarono i versetti ricevuti da Dio a memoria, l’intero corpo era orale.
- Details
- Hits: 3650
Gli attentati, la crisi, i fallimenti e i tradimenti
di Piotr
E' una questione di logica elementare fare il secondo passo in più e cercare di capire gli obiettivi dei padrini degli attentati
1. Vi ricordate Beppe Braida e le sue notizie a Zelig sui contrattempi di Berlusconi, che esposti in un crescendo di esagerazioni dai vari telegiornali finivano col TG5 che decretava immancabilmente: "Attentato! Trattasi di attentato!"?
Il mainstream sta facendo un percorso inverso e partendo da veri, orrendi attentati dove persone reali, come me e come voi, hanno perso tragicamente la vita, in un retro-crescendo di panzane finisce per sminuire, volutamente, l'origine e il significato degli attentati di Bruxelles.
Sembra ad esempio che ci sia uno sforzo per reprimere una serie di domande del tutto naturali: Come mai mentre l'Europa sta discutendo se e come intervenire in Libia "contro l'ISIS", il suo centro nevralgico viene provocato con un sanguinoso attentato? È una coincidenza? O è fatto per impaurirci? Per dirci di non provarci? O, al contrario, per spingerci a lasciar perdere la prudenza e intervenire?
In compenso il fatto che i fratelli Bakraoui, oggi indicati come i responsabili dell'attentato all'aeroporto di Bruxelles, fossero noti ai servizi segreti ma siano lo stesso riusciti a entrare in zone sorvegliatissime senza nemmeno tentare di camuffarsi, desta la solita meraviglia e il solito stupore che vediamo in bocca agli "esperti" ad ogni attentato.
- Details
- Hits: 3812
'Caos', 'errori' e informazioni mancanti. Dove va l'Impero?
di Piotr
Offriamo alla vostra lettura un lucido saggio che rilegge in modo spregiudicato gli ultimi cinque anni della crisi sistemica e le premesse delle prossime mosse
1. Le vicende nel Vicino Oriente impongono di riflettere sulle modalità e le categorie con cui cerchiamo di interpretare la realtà.
Una di queste categorie, "caos", è tra quelle che devono essere maggiormente chiarite. Di questa necessità mi sento un po' responsabile perché sono stato uno dei primi a farne uso
Questo termine viene sempre di più utilizzato per descrivere situazioni incomprensibili nei termini di una strategia razionale da parte dell'impero statunitense.
La vittoria alleata in Europa nel 1945 non ha prodotto caos. La "mission accomplished" (in Iraq) di Bush sulla portaerei Lincoln nel 2003 segnò invece l'inizio dell'impressionante caos mediorientale oggi sotto i nostri occhi. Parimenti, il rovesciamento violento di Gheddafi non ha portato a un cambio di governo favorevole all'Occidente, bensì ha gettato quello sventurato paese nel caos più orrendo. Lo stesso destino che attendeva la Siria se l'Esercito Arabo Siriano e le milizie curde, infine con l'aiuto della Russia, non si fossero eroicamente opposti all'aggressione jihadista diretta e sostenuta dagli USA e dai suoi alleati (fra cui l'Italia).
A distanza di cinque lustri, l'Afghanistan "de-talebanizzato" persiste ad essere in una situazione caotica.
- Details
- Hits: 2253
La spinta dei pedoni: Turchia ed Arabia saudita aprono la partita?
Federico Dezzani
Le avvisaglie di guerra che cogliemmo nel 2015 si concretizzano un passo alla volta: dopo aver individuato già nello scorso autunno il Medio Oriente come probabile innesco del conflitto, i recenti sviluppi avvalorano l’ipotesi che ad incendiare le polveri siano Turchia ed Arabia Saudita, semplici pedine di una partita manovrata da angloamericani ed israeliani. Le probabilità di uno scontro bellico sono direttamente proporzionali al deterioramento del quadro economico-finanziario: il livello di indebitamento insostenibile e la deflazione strisciante indicano che il ciclo avviato nel secondo dopoguerra è ormai esaurito. Alle oligarchie finanziarie non resta che la guerra per evitare le aborrite politiche finanziarie non ortodosse che castrerebbero il loro potere. Per trascinare l’Europa nel conflitto è probabile il ripetersi di un attentato in stile 13/11: in Siria si verificano già con crescente frequenza sinistri attacchi falsa bandiera.
* * *
È sempre questione di moneta…
Se guerra sarà, sarà ancora un volta questione di moneta. Se da qualche parte nel deserto siriano ed iracheno sarà sparato il primo colpo d’artiglieria che innescherà un conflitto prima regionale e poi globale, sarà ancora una volta una questione di banche centrali: che l’evidente correlazione, percepita da molti nel subconscio e trattata da pochi a livello di pubblicistica, non trovi spazio nel dibattito mediatico, è solo l’ennesimo sintomo del controllo ferreo esercito dalle oligarchie massonico-finanziarie sui media e sul mondo accademico.
- Details
- Hits: 4076
2016: un’osservazione dall’alto della tempesta
by Federico Dezzani
Il 2016 si preannuncia un anno movimentato: la tensione internazionale, in progressivo aumento sin dal 2011, difficilmente decrescerà ma, al contrario, toccherà lo zenit in coincidenza con l’elezione del nuovo inquilino della Casa Bianca che, imprimendo una svolta militare alla situazione mediorientale, incendierà probabilmente le polveri. L’elaborazione di qualche carta è utile a comprendere la strategia di fondo delle oligarchie euro-atlantiche che, abbandonati i sogni di egemonia globale di inizio millennio, hanno ripiegato sino all’attuale ipotesi di un conflitto militare per impedire che il vuoto lasciato dietro di sé sia colmato da Russia e Cina.
* * *
Il piano A
Per comprendere la realtà, afferrarne le dinamiche sottostanti ed ipotizzarne gli sviluppi, bisogna sempre partire dagli obbiettivi di fondo di chi occupa la stanza dei bottoni: solo così si può evitare di interpretare i fatti secondo i propri parametri e scadere in analisi autoreferenziali. La corretta comprensione degli attuali avvenimenti necessita quindi dell’interrogativo: qual è l‘obbiettivo strategico delle oligarchie euro-atlantiche? La risposta, può sembrare sproposita, ma non lo è, è il dominio globale, una meta quasi raggiunta nel periodo che intercorre tra il collasso dell’URSS (1991) e la bancarotta di Lehman Brothers (2008).
- Details
- Hits: 5039
La menzogna della preminenza finanziaria
di Gianfranco La Grassa
1. Oltre un secolo fa Hilferding scrisse il suo principale (e famoso) libro: Il capitale finanziario. Alcuni marxisti, presi da troppo facile entusiasmo, lo considerarono il nuovo Il Capitale o comunque la sua continuazione, una sorta di IV libro. Questo testo è nella sostanza invecchiato. Lenin lo criticò subito perché dava eccessiva importanza al capitale bancario. Tuttavia, va detto che Hilferding non fu così sciocco come gli economisti odierni; il suo capitale finanziario non è esclusivamente bancario, è un intreccio di questo con quello industriale. Indubbiamente però nell’intreccio tra i due, il bancario veniva trattato come quello decisivo.
Ciò indubbiamente fu dovuto al carattere assunto dallo sviluppo economico nei paesi della seconda ondata industriale, tenuto presente che la prima riguardò la sola Inghilterra. Quelli della seconda erano soprattutto Germania, Giappone; e indubbiamente gli Stati Uniti, paese che ebbe però caratteristiche particolari (non notate all’epoca), prese più volte da me in esame. La seconda ondata di industrializzazione vedeva in primo piano le società per azioni, un già avanzato processo di centralizzazione dei capitali (da non confondere con la concentrazione come sovente si fa) e la conseguente, iniziale, presa in considerazione di quella forma di mercato detta monopolio; anche se, più precisamente, si sarebbe dovuto parlare di oligopolio come più tardi infatti si fece.
Lenin, distanziandosi dall’impostazione di Hilferding, usò la felice espressione di simbiosi per indicare quell’unione di bancario e industriale che dà vita al capitale finanziario.
- Details
- Hits: 4584
Il ruolo della Russia e la bancarotta dei rossobruni
Stefano Zecchinelli
“Gratta molti comunisti, e troverai degli sciovinisti gran-russi” (Lenin).
Il presidente russo, Vladimir Putin, ha criticato l’operato di Lenin, leader bolscevico ed architetto della Rivoluzione russa. A detta di Putin le teorie leniniste sull’autodeterminazione dei popoli sarebbero una ‘’bomba atomica’’, la vera causa della distruzione dell’Urss. La posizione di Putin è impegnativa e non può essere liquidata con poche battute. Per il capo del Cremlino “E’ stato proprio questo modo di pensare – il presidente russo si riferisce alla teoria bolscevica sull’autonomizzazione – che ha portato al crollo dell’Unione Sovietica”, “La rivoluzione mondiale non ci serviva”. Putin non attacca l’esperienza sovietica, ma rinviene nel leninismo la ‘bomba’ che ha fatto crollare l’esperimento nazionalcomunista staliniano. Questa contrapposizione Lenin/Stalin – contrapposizione reale – ha una sua precisa genesi storica ma, prima di dare le dovute spiegazioni, è bene chiarire cosa intendesse Lenin per ‘’diritto delle nazioni all’autodecisione’’.
La reale posizione di Lenin sulla questione nazionale
Per prima cosa chiariamo che cos’è una nazione. Una nazione secondo Stalin è ‘’ un’entità stabile di linguaggio, territorio, vita economica, formazione psicologica, che si è storicamente evoluta e si manifesta in una cultura comune’’ ( Il Marxismo sulla Questione Nazionale e Coloniale ).
- Details
- Hits: 3226
Geopolitica e comprensione del mondo
di Pierluigi Fagan
Uscito di recente, “Il mondo nel 2016 in 200 mappe” per i tipi della Leg edizioni di Gorizia, a cura di Frank Tétart, offre una buona panoramica su i costituenti geopolitici del mondo attuale ed a venire. Il volume è una guida che mira allo sguardo panoramico, sintetico e non particolarmente approfondito, sebbene abbastanza ampio e completo. Forse si sorvola con un po’ troppa leggerezza sull’intera questione medio-orientale ma poiché Wikipedia.fra c’informa che il compilatore insegna, tra l’altro, negli Emirati Arabi Uniti, si capisce l’auto-censura. Cinque le sezioni: attori geopolitici, guerre – conflitti e tensioni, problemi ambientali, globalizzazione, aspetti sovrastrutturali. E’ una buona introduzione alla complessità delle rete di variabili che tessono l’ordito geopolitico del pianeta, niente di che, ma un buon entry-level per approcciare la questione.
L’attenzione per la geopolitica, anche in Italia, sta moderatamente crescendo. Buone le vendite per Internazionale (che è una rivista di fatti internazionali e non di geopolitica), cresce anche Limes che varia le sua offerte di accesso on line per far lavorare meglio l’archivio. Accanto, pubblicazioni più specifiche di buon livello come Eurasia e Geopolitica rivista dell’IsAG mentre rimane fisso l’appuntamento con l’Atlante Treccani in collaborazione con l’ISPI, la cui edizione 2015 (pubblicazione nata nel 2012) si presenta poderosa ed utile.
- Details
- Hits: 2801
«Putin ha ragione, la Nato non ha più senso»
F. Cancellato intervista Sergio Romano
L’ex ambasciatore, oggi editorialista: «L’industria delle armi americana controlla la politica estera dell’Occidente. Schäuble dice bene, serve un esercito europeo, ma non accadrà»
Botti d’inizio anno. A dare fuoco alle polveri per primo è stato il presidente russo Vladimir Putin, che poche ore dopo la mezzanotte del primo gennaio ha dichiarato, aggiornando la lista delle principali minacce alla Russia, che «la Nato è il nemico». Poche giorni prima era stato il turno del ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble, che in un’intervista alla Bild am Sontag aveva detto che «Il nostro scopo finale dovrebbe essere un esercito dell’Unione Europea», poiché «le risorse che spendiamo per i nostri ventotto eserciti nazionali potrebbero essere usate molto meglio, se le spendessimo assieme».
Così, nel giro di meno di una settimana, la Nato, l'alleanza militare occidentale nata in funzione antisovietica nel 1949, è stata messa nel mirino. Direttamente, da uno dei suoi più strenui oppositori. Indirettamente, ma nemmeno troppo, da un ministro di uno dei più importanti stati membri. La domanda, in fondo, è una sola, ma si può declinare in modi diversi: a che cosa serve oggi la Nato? Che senso ha? Contro chi combatte?
«Putin ha ragione, sulla Nato. E anche Schäuble». A dirlo non è uno qualunque, ma Sergio Romano, oggi apprezzato editorialista e scrittore, ma, negli anni ottanta, rappresentante italiano alla Nato e ambasciatore italiano in Unione Sovietica.
Page 64 of 71


















































