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controlacrisi

Trump, risposta alla crisi secolare e apertura della seconda fase della globalizzazione

di Domenico Moro

trump globalizzazione1. Populismo o alternanza nella democrazia oligarchica?

La vittoria di Trump è stata vissuta come uno shock in tutto lo spettro politico. La stragrande maggioranza delle interpretazioni aderiscono alla medesima visione: Trump sarebbe l’espressione statunitense della ventata populista che sta imperversando nei Paesi avanzati e di cui sono esempio anche Brexit e l’affermazione elettorale di partiti e movimenti populisti in tutta Europa. Si va dalle posizioni che paventano l’affermazione di un nuovo fascismo a quelle che vedono nella vittoria di Trump un segno anti-establishment. Secondo questa visione, Trump ha vinto perché avrebbe raccolto il voto degli esclusi mentre la Clinton ha perso perché rappresentante del capitale globalizzato e di Wall Stret.

In primo luogo, va precisato che Trump ha vinto solo in virtù del sistema elettorale spiccatamente maggioritario, basato sul sistema dei grandi elettori e in un contesto in cui vota poco più della metà degli aventi diritto. La Clinton, secondo gli ultimi conteggi, avrebbe un vantaggio, in termini di voto popolare, di oltre 2 milioni di voti1. In secondo luogo, per essere una ipotesi che terrorizzava Wall Street e per essere Clinton la beniamina dei mercati finanziari, come titolava il Sole24ore2, la Borsa di New York ha reagito in modo ben strano alla vittoria di Trump.

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sebastianoisaia

Gli Stati Uniti tra "isolazionismo" e "internazionalismo”

di Sebastiano Isaia

bertramstrump1.
Ho trovato molto interessante l’articolo di Dario Fabbri pubblicato da Limes che analizza il voto americano ponendolo in rapporto con l’orientamento geopolitico strategico degli Stati Uniti. Il solo punto debole dell’articolo mi è parso di coglierlo nella definizione che l’autore dà della globalizzazione come «pax americana sotto pseudonimo», cosa che mi sembra quantomeno riduttiva. Infatti, anche Paesi come la Germania, la Cina e il Giappone, per non allungare troppo l’elenco e fermarmi al vertice della piramide capitalistica mondiale, hanno partecipato e partecipano a pieno titolo alla «globalizzazione», concetto che d’altra parte sintetizza, almeno nella mia “declinazione”, la naturale tendenza del Capitale ad annettersi non solo l’intero pianeta (realizzando la Società-Mondo), come aveva capito l’anticapitalista di Treviri in anticipo sui tempi, ma anche l’intera esistenza degli individui, come hanno dimostrato la psicoanalisi e la medicina orientata in senso psicosomatico. La definizione di cui sopra sembra fatta apposta per eccitare l’anima “antiamericana” di buona parte dei cosiddetti “antimperialisti”.

Ho sempre considerato un grave errore di prospettiva, fondato soprattutto sul pregiudizio antiamericano che da molto tempo (diciamo pure da un secolo) alberga in una larga parte dell’intellighentia europea (tanto di “destra” quanto di “sinistra”), spiegare la dinamica della competizione interimperialistica del Secondo dopoguerra ricorrendo esclusivamente, e comunque essenzialmente, al confronto politico-ideologico-militare Stati Uniti-Unione Sovietica.

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lantidiplomatico

Decisioni complicate attendono Donald Trump

di Federico Pieraccini

trump 700x350La vittoria di Donald Trump è stata colta con sorpresa, infondendo insperato entusiasmo agli osservatori internazionali. Coloro che si occupano di politica estera hanno immediatamente preso nota delle grandi promesse fatte durante la campagna elettorale. Durante i 18 mesi di rincorsa alla presidenza, Trump ha evocato numerose politiche internazionali di distensione e cooperazione. Rimangono di primaria importanza regioni come Europa, Medio Oriente ed Asia, storicamente rilevanti per Washington. Quale potrebbe essere, realisticamente, una dottrina credibile in politica estera per Donald Trump?

Donald Trump è stato eletto contro il volere di tutto l’apparato statale, mediatico, militare, spionistico, ma la vera battaglia inizia adesso. Il primo passo per il presidente eletto coinvolge la nomina del suo staff.

E’ un compito difficile e complicato che potrebbe modellare il futuro atteggiamento dell’amministrazione Trump. Il giusto mix imporrebbe al neo presidente un’assegnazione nei ruoli chiave dell'amministrazione di persone ritenute adatte, ma anche in linea con le aspettative dell’establishment. Trump si ritiene una persona di successo soprattutto grazie alla sua capacità di negoziazione, lo ha ribadito ripetutamente durante tutta la campagna elettorale.

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lantidiplomatico

Donald Trump chiude la fase unipolare

di Federico Pieraccini

Siamo davanti ad una svolta senza precedenti. Un cambiamento globale che potenzialmente potrebbe definitivamente travolgere l’ormai vecchio ordine mondiale unipolare creato dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989 e perfezionato grazie all’11 Settembre 2001. La vittoria di Donald Trump è la più emblematica rappresentazione di un rifiuto totale della popolazione americana per il cosiddetto establishment e per i loro interessi

trump 700x350c50Le elezioni americane si sono concluse con un verdetto inatteso e insperato che ha finito per travolgere tutte le previsioni. Trump ha vinto le elezioni negli Stati Uniti, patria e capitale di tutto il sistema occidentale, ridefinendo le logiche con cui normalmente viene eletto il presidente degli Stati Uniti. Soprattutto per questo motivo, si tratta di una vittoria straordinariamente importante. Non sono bastati tutti gli apparati del potere americano messi in campo come media, politici, esperti, intellettuali per arginare il voto di protesta.

La vittoria di Trump è anche la fine di due dinastie come i Bush e i Clinton e l’epilogo più inatteso del mandato di Obama, il più grande traditore del mandato dei cittadini nella storia degli Stati Uniti. Eletto per risolvere problemi come l’iniquità, divisioni razziali, povertà ed ingiustizia sociale ha fallito su tutta la linea, diventando uno dei maggiori promotori del voto di dissenso che si è focalizzato su Trump. Barack Obama, inconsciamente ed inconsapevolmente, è stato uno dei più grandi sponsor di Donald Trump: ironia della sorte. Gli elettori di Obama del 2008 e del 2012 non si sono fatti trarre in inganno dalle promesse della Clinton, e, dopo aver votato per Sanders come ultima speranza, hanno preferito rimanere a casa o addirittura votare Trump come massimo segno di disprezzo verso lo status quo, rappresentato dai democratici, dal partito repubblicano e dall’establishment di Washington. E’ stata soprattutto la vittoria della classe dei lavoratori, stufi della loro condizione economica, in continuo peggioramento da più di tre decenni.

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megachip

La vittoria di Donald Trump

Tra rottura e ripetizione della Storia

di Piotr

La candidatura Clinton era il frutto marcio di un'America stravolta che la crisi sistemica ha reso torva, torbida, ipocrita, feroce e cinica

trump 2612021. Donald Trump è il nuovo presidente degli Stati Uniti d'America

Non esulto. Non gioisco. Sono solo moderatamente meno preoccupato. Per il momento.

La candidatura Clinton era il frutto marcio di un'America stravolta che la crisi sistemica ha reso torva, torbida, ipocrita, feroce e cinica ben più di quanto già fosse quando nel secolo scorso gettò due bombe atomiche sui civili giapponesi e uccise in Vietnam circa 2 milioni di persone.

Le élite che più di duecento anni fa ci hanno donato l'Illuminismo, hanno fatto la Rivoluzione Francese e scritto i Diritti dell'Uomo e del Cittadino, da tempo vogliono sbarazzarsi dei vincoli che i loro stessi vecchi valori impongono alle loro idee e alle loro azioni. Dopo la presa del potere della borghesia quei vincoli furono trasformati in ipocriti simulacri e disattesi con regolarità, ma c'era un ritegno, a volte solo formale, che comunque non permetteva di gettarli esplicitamente a mare. La borghesia come classe che doveva occupare ed egemonizzare lo spazio sociale aveva bisogno di un decente apparato ideologico. Oggi, nell'attuale crisi sistemica questi vincoli per quanto formali essi possano essere sono lo stesso sentiti come un'insopportabile camicia di forza che non permette tutte le sconsiderate azioni che le élite pensano di dover fare per mantenere la loro supremazia.

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megachip

Sul ciglio delle (loro) elezioni

di Piotr

donald hillaryOltre a quelli internazionali, nascono gravi conflitti interni anche in seno alla Superpotenza, che non è immune dalla crisi sistemica. Primo segno: queste elezioni USA

La Russia sta cercando in tutti i modi - sia nei negoziati diplomatici sia nel suo appoggio pratico - di unire in un unico dossier tutti i conflitti, dal quello nella Novorussia, a quello in Siria, nell'Iraq a quello nello Yemen e ora anche quello in Libia. Il motivo dovrebbe essere evidente anche: sono tutti legati e parte della stessa strategia.

Una strategia che ha visto tre tappe:

1) decisione nel 2001 (vedi "rivelazioni" del generale Wesley Clark),

2) pianificazione tra il 2006 e il 2008)

3) implementazione a partire dalle "primavere arabe" (benedetta dal discorso al Cairo di Obama). A cui si è aggiunto l'«inserto» ucraino, ad uso e consumo dell'Europa; una sorta di fuori programma offerto dalla coppia Clinton-Nuland.

Il fatto che l'Arabia Saudita sia impresentabile sotto tutti i punti di vista, permette agevolmente di indirizzare gli sforzi dei pacifisti (mi riferisco qui a quelli sinceri, non ai doppiopesisti) su battaglie focalizzate contro di essa [1].

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geopolitica

Ciò che è non appare, ciò che appare non è

Gianfranco La Grassa

geopL’unica cosa che appare pressoché sicura è che Renzi, (vedi qui e qui) appena rientrato dagli Usa e dopo il duetto con Obama, ha l’appoggio di quest’ultimo per entrambe le posizioni prese. Tuttavia, sappiamo che in merito ai due problemi, gli Stati Uniti sono decisamente contrari all’austerità e alla rigida posizione della UE (e soprattutto della Germania) in merito – così come si era già riscontrato all’epoca della grave crisi greca – e manifestano una dura contrapposizione alla Russia sia per l’Ucraina che per la Siria; per cui, sono favorevoli alle (anzi sono promotori delle) sanzioni economiche verso Mosca, considerata l’aggressore, esattamente come espresso dalla Merkel (“Chiediamo la fine degli attacchi. Non solo abbiamo detto che potremmo imporre sanzioni alla Siria, ma anche sanzioni contro tutti gli alleati della Siria. Questo si applica alla Russia).

Se fossimo affetti da quel rozzo economicismo attribuito, sbagliando di grosso, a Marx, potremmo dire che Renzi è spinto all’attenuazione del suo atteggiamento anti-russo dalla situazione difficile in cui verrebbero a trovarsi alcuni settori produttivi italiani che esportano in Russia. Troppo semplice a mio avviso. Non c’è un solo attore sulla scena politica mondiale che dica effettivamente quel che pensa e il cui gioco persegua gli scopi apparentemente voluti. Questo è abbastanza normale in politica e in ogni tempo; tuttavia, in periodi come questi, data la sempre accentuata subordinazione alla potenza predominante, le manovre dei paesi europei hanno un superiore tasso di ambiguità e autentico inganno.

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federicodezzani

Ciclone Duterte nelle Filippine

Lotta alla droga, rottura con gli USA e bombe dell’ISIS

di Federico Dezzani

Philippines Duterte U InteIl vento tempestoso del populismo soffia a tutte le longitudini e non risparmia neppure l’Asia, dove il candidato anti-establishment, Rodrigo Duterte, ha conquistato lo scorso maggio la presidenza delle Filippine: con la forza di un ciclone Duterte ha sradicato interessi ed assetti da tempo consolidati. La lotta senza quartiere al narcotraffico è coincisa in politica estera con la clamorosa “separazione” dagli USA e col parallelo avvicinamento alla Cina. Per Barack Obama, fautore del “pivot to Asia”, è l’ennesimo smacco in politica estera. La repentina comparsa dell’ISIS e gli attentati con cui si è cercato di eliminare Duterte non sono casuali: la riconquistata sovranità delle Filippine ed il giro di vite sul traffico di stupefacenti sono duri colpi per l’establishment atlantico.

* * * *

Il “pivot to Asia” cade a pezzi. Tra le bombe dell’ISIS

Non poteva concludersi nel mondo peggiore la permanenza di Barack Hussein Obama alla Casa Bianca: il fallimento negli ultimi mesi di mandato dell’unica strategia estera dichiarata, “il pivot to Asia”, ossia il disimpegno dal Medio Oriente e dall’Europa, per una maggiore focalizzazione sul Pacifico e sui Paesi asiatici in tumultuosa crescita.

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facciamosinistra

Il primo conflitto globale

di Pierluigi Fagan

soldati natoNominare cose e fenomeni è un esercizio delicato. Da come nomineremo un fatto ne determineremo la percezione e la categorizzazione con conseguenze seconde su gli atteggiamenti ed i giudizi che prenderemo nei suoi confronti. La ricerca del nome da dare alla situazione internazionale nella quale siamo capitati, va avanti da un po’ di tempo. Si va dalla nuova guerra fredda 2.0, alla guerra ibrida, alla Terza guerra mondiale portata avanti a pezzi ma sempre passibile di precipitare in un unico vortice fuori controllo dalle conseguenze terrificanti. Le prime parti di queste definizioni però sembrano concordare sul fatto che siamo in guerra. E’ invece proprio questo fatto a dover esser discusso.

Tutte le definizioni summenzionate ed in particolare la seconda che con “ibrida” tenta di relativizzare i significati ben precisi del termine “guerra”, vertono su un concetto di cui poi si cerca di modificare il significato. In questi casi, dove si tenti ripetutamente di forzare un significato dato per allargarne lo spettro, si fa prima a cercare un altro termine, soprattutto se l’esercizio viene condotto sul termine “guerra” il cui significato è inequivoco da qualche migliaia di anni. 

Guerra è decisamente ed apertamente confronto armato tra due o più contendenti. Al momento, abbiamo effettivamente una serie di guerre nel pianeta ma quella che potrebbe degenerare in una guerra mondiale è solo una, la Siria mentre in Ucraina c’è uno scontro locale ad intermittente e bassa intensità.

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lantidiplomatico

Conflitto Nucleare: inganno o minaccia reale?

di Federico Pieraccini

Gli eventi in Medio Oriente, in Siria e ad Aleppo sono al centro dell’attenzione globale. Raramente una battaglia è stata così decisiva per l’esito di una guerra e per il destino di centinaia di milioni di persone sparse per il mondo

700x350c50Nell’ultimo dibattito presidenziale Hillary Clinton ha invocato ripetutamente la creazione di una No Fly Zone (NFZ) in Siria. Il concetto, ribadito più volte, si scontra con le rivelazione contenute nelle email private dell’ex segretario di Stato, secondo cui tale impegno comporterebbe un’elevate quantità di morti tra i civili Siriani. Non solo. In una recente audizione presso la commissione del Senato sulle forze armate è stato chiesto al generale Breedlove quale sforzo occorrerebbe alle forze armate USA per imporre una NFZ sui cieli Siriani. Con evidente imbarazzo il Generale è stato costretto ad ammettere che tale richiesta implicherebbe di colpire aerei e mezzi Russi e Siriani, aprendo le porte ad un confronto diretto tra Mosca e Washington. Una decisione ben al di fuori delle competenza del generale. I vertici militari, da sempre favorevoli ad interventi bellici, fiutano il pericolo di un conflitto con Mosca.

Il Cremlino ha pubblicamente ammesso di aver schierato in Siria sistemi avanzati antiaerei e antimissilistici S-400 ed S-300V4. La presenza annunciata del complesso difensivo ha scopi di deterrenza, ed è una strategia più che prevedibile. Il messaggio per Washington è evidente: ogni oggetto non identificato sui cieli Siriani verrà abbattuto . Gli Stati Uniti basano molta della loro forza militare sulla costante necessità di proiettare potere, illudendo l’avversario di possedere capacità che altri non detengono. E' molto improbabile quindi che il Pentagono decida di mostrare al mondo quanto valgano davvero i suoi sistemi stealth e i ‘ leggendari’ missili cruise americani, in un confronto diretto con S-300V4 o S-400. Ancora oggi in Serbia si ricordano del F-117 abbattuto con sistemi sovietici (S-125) risalenti agli anni 60'.

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megachip

L'ultima guerra

di Piotr

adrien brody e il ghetto di varsavia distrutto1. È col cuore grave che sono costretto a prendere atto che dal giorno 6 ottobre 2016 una guerra tra la Russia e gli USA è possibile in ogni momento. Una guerra che può avere devastanti effetti anche per noi. Per quanto sia orrendo e penoso parlarne, bisogna farlo, perché i grandi media nascondono questa serissima eventualità. Non ne parlano perché vogliono continuare a farci pensare a una guerra mondiale come a un videogioco e perché vogliono continuare a convincerci che lo Zio Sam alla fine prevarrà, perché è il più forte e perché è nel giusto, qualsiasi cosa faccia.

Perché un'affermazione così brutale (o catastrofista, come mi vien detto)?

Bene, questo è lo svolgimento del dramma, in tre atti:

 

Atto 1. A margine dell'Assemblea Generale dell'ONU di qualche giorno fa, il segretario di Stato, John Kerry, si incontra con esponenti dei "ribelli" siriani, i quali sono preoccupati per come stanno andando le cose e soprattutto per il fatto che gli USA non abbiano mai attaccato militarmente Damasco. Kerry farfuglia le cose che potete leggere nell'articolo "Ad Aleppo si gioca il destino del mondo", che per il tema qui riguarda in sintesi suonano così:

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marx xxi

Una guerra fredda al servizio di una guerra geoeconomica

di Alberto Rabilotta e Michel Agnaïeff

soldato carroAttualmente, un quarto di secolo dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, la “guerra fredda” risorge per diventare una minaccia crescente per la pace mondiale. Il tentativo in corso di utilizzare l'espansione dell'Organizzazione del Trattato dell'Atlantico del Nord (NATO), per completare il’accerchiamento militare della Russia e il rivolgersi degli Stati Uniti alla regione Asia-Pacifico per preservare il suo status di potenza dominante, in particolare nel Mare della Cina, sono percepite come le fonti della rinascita di una guerra fredda che si pensava fosse sparita per sempre.

In realtà nulla nasconde la volontà di Washington di provocare un aumento delle tensioni. Gli annunci quasi quotidiani confermano l’intenzione di affermare la presenza attiva della NATO in Europa, e in particolare nei paesi limitrofi alla Russia, e questo di traduce nella creazione di nuove basi militari, nell’installazione di sistemi avanzati di radar e di missili a media distanza con la capacità di portare testate nucleari, e nell’annunciata installazione di bombardieri strategici B52 nelle basi europee della NATO. La base di tutto questo spiegamento è costitita dalle incessanti manovre militari, tra esse l'esercitazione militare Anaconda-16, che ha dato luogo al più importante spiegamento di forze straniere in Polonia dalla Seconda Guerra Mondiale.

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megachip

Ad Aleppo si gioca il destino del mondo

di Piotr

La miccia siriana: gli USA pensano sia possibile passare da una guerra circoscritta a una generalizzata e intanto vedere come reagisce l'avversario

aerei militari

Quod vult perdere Jupiter dementat
Giove toglie prima il senno a quelli che vuole rovinare

1. La Russia e gli Stati Uniti hanno rotto ogni collaborazione sulla Siria.

Dopo l'attacco aereo statunitense su Deir ez-Zor, coordinato con l'ISIS (e ci sono intercettazioni militari a riguardo) dove sono stati uccisi circa 80 soldati siriani e un numero non noto di militari russi e l'immediata, letale e soprattutto non prevista reazione russa, non riportata dai media occidentali (e ammessa solo implicitamente da Mosca) che ha annientato una centrale operativa di supporto ai "ribelli", nella fattispecie quasi tutti del Fronte al-Nusra, cioè al-Qa'ida in Siria, operanti ad Aleppo Est e Idlib, dove sono morti circa 30 ufficiali israeliani, qatarioti, sauditi, turchi e statunitensi, e dopo le accuse di Mosca a Washington di sostenere i jihadisti e la riasserzione che, costi quel che costi, Mosca non lascerà mai Damasco in mano ai jihadisti, gli Usa hanno iniziato a reagire come un pugile rintronato ma incattivito.

 

2. Da una parte il Pentagono e la CIA hanno dichiarato, ormai apertamente e senza più alcun ritegno, che aumenteranno il loro sostegno ai jihadisti con missili terra-aria e missili anticarro.

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lantidiplomatico

Il Fallimento della Dottrina Militare Americana?

di Federico Pieraccini

Analizzare la crescente insoddisfazione dei generali statunitensi verso i vertici politici di Washington, permette di gettare una nuova luce sulla direzione in cui procede la macchina militare Americana. In particolare è interessante osservare la futura programmazione bellica nell’ambito delle forze di terra, mare, aria, spazio e cyberspazio

700x350c50.jpgTerminata la guerra fredda le forze armate statunitensi si ritrovarono senza un vero e proprio avversario paritetico, decidendo quindi progressivamente di cambiare strategia ed investimenti in materia di guerra e conflitti. Passarono dal possedere una vasta forza numerica pronta a combattere avversari dello stesso livello (URSS), con una programmazione militare specifica, ad una strategia focalizzata su avversari ibridi (milizie o forze regolari) o di taglio inferiore (Iraq, Siria, Afghanistan, Jugoslavia, Libia). La forza militare degli Stati Uniti iniziava quindi a mutare programmazione e tattiche, assolvendo alle richieste dei nuovi inquilini della casa Bianca, i famigerati Neocon. Seguendo una dottrina militare incentrata sul concetto di mondo unipolare, miravano alla dominazione globale.

E’ da quando agli inizi degli anni 90’ i decisori politici (policy-makers) a Washington si prefissarono l’obiettivo utopico di egemonia planetaria, che le forze armate USA hanno dovuto espandersi per creare nuovi centri di comando (USAFRICOM, USNORTHCOM), oltre a quelli già esistenti (USEUCOM, USNORTHCOM, USPACOM, USSOUTHCOM, USSOCOM, USSTRATCOM, USTRANSCOM), dislocandoli in ogni angolo del pianeta.

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pierluigifagan

Italia – Europa – Mondo

di Pierluigi Fagan

ESCHER A ROMAJakub J. Grygiel insegna alla P.H. Nitze School della Johns Hopkins University ritenuta il vertice dell’insegnamento per le Relazioni Internazionali (in compagnia di F. Fukuyama e Z. Brzezinki), consulente OECD e World Bank, pubblica su American Interest e Foreign Affairs. Proprio sul numero di Settembre della rivista americana  che dà voce a gli studiosi degli scenari internazionali e della geopolitica dal punto di vista americano, Grygiel lancia la visione (qui) di una Europa in cui ritornano di centralità gli Stati-nazione. Ma non lo fa come lo farebbe un giornalista decerebrato dal tormentone retorico del terrore per il ritorno dei nazionalismi e dei populismi, lo fa da sano realista, intuendone la necessità e poi cogliendone le opportunità.

Grygiel definisce l’UE “sconnessa, inefficace ed impopolare” e più avanti “in chiaro deficit democratico”. Crisi dei migranti, asimmetrie non più sostenibili all’interno della zona euro, paralisi geopolitica nei confronti della Russia, del Medio Oriente, del Nord Africa, senza più il fidato (per gli americani) sergente britannico, scollamento ormai palese tra progetto ed opinioni pubbliche. Forze destabilizzanti che, in assenza di risposte e soluzioni, portano sempre più leader politici nazionali ad un ritorno alle leve di sovranità interna. L’utopia europea sembra aver perso la scommessa contro la sovranità nazionale.

Un ritorno allo Stato-nazione che, secondo lo studioso, non porta di necessità ad un traumatico scioglimento dell’UE ma ad una richiesta di minori vincoli unionisti e maggior libertà nella gestione delle essenziali leve del potere stato-nazionale, sul modello della linea del Gruppo di Visegrad – Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia.