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La Cina sta vincendo la guerra digitale
di Giacomo Marchetti
Le parole di Mike Pompeo, segretario di Stato USA, alla “tradizionale” conferenza sulla sicurezza della NATO svoltasi a metà febbraio a Monaco, rimarranno probabilmente nella storia come l’ultimo sussulto della velleitaria volontà di potenza statunitense. “L’Occidente sta vincendo e stiamo vincendo insieme” aveva detto rivolgendosi prioritariamente ai partner europei dell’Alleanza Atlantica. Ma in verità qualcosa scricchiola, e quel mondo pare andare verso il crepuscolo..
Quello di Monaco, quest’anno, non era una appuntamento rituale per l’establishment nord-americano, tant’è che all’appuntamento è stata presenziata da una delegazione bipartisan di 40 membri con una doppia finalità: convincere i propri recalcitranti partner che la NATO non fosse in stato di “morte cerebrale” come aveva affermato Macron, e soprattutto attaccare ogni possibilità di accordo con la Cina rispetto allo sviluppo del G5, rilevando la punta dell’ “iceberg” della “guerra tecnologica” tra USA e Cina, che da anni è in atto e che neppure gli accordi commerciali della “fase uno” tra USA e Cina hanno fin ora mitigato.
Nelle parole di Mark Esper – segretario della difesa USA – la scelta di un accordo con la Cina su questo campo (effettuata in Gran Bretagna ed in discussione in Germania), avrebbe potuto “compromettere il patto atlantico”. Non meno lapidaria, la speaker democratica Nancy Pelosi che aveva parlato di strada “molto pericolosa” per chi avrebbe accettato la collaborazione con la Cina. Infine, anche il segretario della NATO Jens Stoltenberg si era allineato alla visione statunitense, di fatto criticando le possibili scelte di collaborazione che per lui restavano rinchiuse in una logica di “breve periodo” anziché ponderate sul “lungo periodo”.
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Huntington, le guerre di faglia
di Salvatore Bravo
Globalizzazione e mito
Gli ultimi decenni sono stati caratterizzati dal perenne giubilo per la globalizzazione, la si presentava come il farmaco1 che avrebbe dovuto curare la conflittualità tra i popoli liberi di sciamare da un orizzonte ad all’altro del globo. Si sarebbero conosciuti e dunque ogni pregiudizio sarebbe caduto in nome della fratellanza ritrovata. Tutti uguali, tutti vicini e senza frontiere. Lo spazio ed il tempo si sarebbero disintegrati dinanzi alla velocità dei mezzi di trasporto e dei voli a basso costo che avrebbe trasportato le folle liberate dagli angusti spazi delle nazioni in ogni luogo. Le pubblicità osannavano la vicinanza ritrovata vestendo bimbi di diverse etnie nello stesso modo, le differenze, fardello contro il progresso dei popoli in marcia sarebbero state trascese in nome di una uguaglianza imprecisa, nebulosa a livello concettuale, ma molto spendibile a livello di immagine. Uguaglianza epidermica, poiché eliminate le differenze, non restavano che i corpi da soddisfare nello stesso modo. Dietro la commedia della globalizzazione che si concretizza nell’intercultura, nell’Erasmus, nel globo pronto all’uso della finanza, nel mercato del lavoro per cittadini sempre più precari invitati a cogliere le opportunità mondiali in un corale delirio di onnipotenza, non vi è che conflittualità. L’interconnessione ha aumentato in modo esponenziale i conflitti. La pace a cui inchinarsi ha il volto dei lavoratori sradicati dalla loro patria, dalla loro cultura, dai loro affetti. La loro lingua è ora l’inglese nuovo passaporto per la precarietà mondiale ed imperitura. La torre di Babele della globalizzazione si curva pericolosamente, e dalle sue “faglie” è possibile scorgere la verità che un numero incalcolabile di immagini hanno cercato di occultare.
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Pechino, il virus e lo sviluppo di internet
di Vincenzo Comito
La Cina si sta riprendendo dall’epidemia. La Banca Mondiale ne prevede una crescita nel 2020 del 2,3%. Negli Usa e a Londra c’è chi chiede il suo soccorso all’economia mondiale. Pechino punta sull’Europa e lancia un nuovo standard per le tecnologie dell’informazione
Da quando è scoppiata l’epidemia del coronavirus, la Cina è stata costantemente sotto i riflettori del resto del mondo e pensiamo che lo resterà ancora a lungo, anche se le ragioni di tale interesse per il paese asiatico sono cambiate nel tempo e dovrebbero cambiare ancora.
La direzione dell’attenzione cambia nel tempo
L’arrivo dell’epidemia nel paese asiatico è stata dapprima osservata con un certo distacco, come un affare lontano, solo con un poco di timore, semmai con scoppi qua e là di razzismo e di dicerie assurde (“i cinesi mangiano i topi vivi”; “quelli che in Cina non rispettano le regole vengono fucilati sul posto”). Successivamente, invece, il paese è stato guardato sempre più con rispetto e meraviglia, prima per come è riuscito a costruire degli ospedali dal nulla a tempo di record, poi soprattutto per la sua abilità nel domare pressoché totalmente il morbo, almeno sino a questo momento.
Questo anche se i commenti, sui media occidentali, si sono concentrati contemporaneamente sul come trovare i punti deboli, veri o presunti, di tutta la faccenda; si è così sottolineato il forte ritardo del paese nell’attaccare il problema, si è suggerito che i dati ufficiali non erano veritieri, si è persino parlato, su testate molto autorevoli, di uno stato di quasi rivolta della popolazione contro il governo, con possibilità di rovesciamento del “regime”.
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Epidemia, recessione, totalitarismo, guerra
Un virus per cambiare il mondo: in palio l’Eurasia
di Fulvio Grimaldi
I nostri in Occidente sono, da secoli, governanti ad alto tasso malavitoso, in quanto alle dipendenze di poteri criminali organizzati, economici, militari, religiosi, di intelligence, sia formalmente “legali”, sia massonico-mafiosi. Il quadro politico, economico e sociale che si vorrebbe produrre dall’attuale congiuntura, corrisponde a un disegno che annovera precedenti in tutte le fasi storiche in cui i popoli si sono fatti sottomettere e hanno condiviso la visione delle élite.
Verso il tecnofeudalesimo e il bioassolutismo
Alla fine di questa gigantesca operazione di riordinamento dell’Occidente in chiave di tecnofeudalesimo e bioassolutismo, ci saranno inevitabilmente conseguenze economiche rispetto alle quali altre crisi epocali, come quella del dopoguerra 1918 e del ’29, parranno, appunto, una lieve influenza. Da bischero toscano o, se volete, da nescio genovese, di economia so solo, per grandi linee, ciò di cui i veri saputi mi hanno beneficiato. E non è difficile condividere con loro, già solo su basi storiche e logiche (il famoso cui prodest), la visione di una società in cui le conseguenze, non del virus, ma dei provvedimenti presi, più o meno stoltamente e strumentalmente, da decisori (ir)responsabili, assomiglierà sul piano sociale a quella del tanto paventato day after nucleare.
In un futuro prossimo, per quanto reso nebbioso dalla totale mancanza di trasparenza dei provvedimenti e propositi dei vari regimi, già si possono intravvedere esiti catastrofici per vaste categorie di esseri umani.
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Come cambia la geopolitica del petrolio
di Demostenes Floros
Pil, Coronavirus e petrolio. Il report di Demostenes Floros per il Centro Europa Ricerche
L’esito del meeting di Vienna
Durante il meeting di Vienna del 5-6 marzo 2020, l’OPEC plus non ha raggiunto un accordo in merito alla riduzione della produzione di petrolio. Ciò ha determinato un crollo dei prezzi. Più precisamente, alla chiusura di venerdì 6 marzo, il Brent North Sea veniva scambiato a 45.5 $/b e il West Texas Intermediate a 41.55 $/b, il minimo da 3 anni a questa parte. Alla riapertura di lunedì 9 marzo, la qualità europea precipitava a 33.79 $/b, mentre quella statunitense a 30.17 $/b, il prezzo più basso da 4 anni, nel momento in cui scriviamo.
Nello specifico, la Federazione Russa, leader dei produttori non-OPEC, ha rifiutato di ratificare il piano deciso – imposto, secondo alcuni – dai produttori OPEC che prevedeva tagli per 1.500.000 b/g, di cui 500.000 b/g a carico dei non-OPEC, in aggiunta alle vigenti misure di riduzione dell’output di 2.100.000 b/g (1.700.000 b/g a carico dell’OPEC plus, + 400.000 b/g volontari dei sauditi che andranno a scadenza il 31 marzo 2020.
PIL, coronavirus e mercato petrolifero
Per quale motivo, la Federazione Russa – che a febbraio 2020 ha estratto 11.280.000 b/g, il massimo da agosto 2019 – ha preso una decisione che potrebbe teoricamente compromettere il futuro dell’OPEC plus, un organismo nato a fine 2016 sulla scia della vittoria militare russa in Siria e divenuto permanente a luglio 2019? Ad oggi, Mosca non ha forse tratto benefici da tale alleanza?
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Cina. La crisi del Coronavirus: un nuovo capitolo della “guerra dei dazi”
di Francesco Spataro
La notizia per cui un gruppo di ricercatori (soprattutto donne) dell’ospedale romano Spallanzani ha isolato il virus dovrebbe aprire un periodo di minore follia collettiva, consapevolmente o no “pompato” dai media occidentali.
In attesa che ciò avvenga – ma con quel che c’è scritto in questo articolo non c’è da sperarci molto – invitiamo i nostri lettori a tener presente che lo Spallanzani è un ospedale pubblico. E dunque che, invece di mollare ai privati certe perle che provvederebbero a smontare in pochissimo tempo, c’è da riflettere molto sulla forza della “nostra” sanità pubblica.
Nonostante le forbici pluriennali delle Lorenzin e dei Zaia, Formigoni, Zingaretti, Bonaccini, Toti, De Luca.
P..s. E invece lo Spallanzani ha ricevuto lo scorso anno un finanziamento pubblico di appena 3.5 milioni di euro, meno di una “minchiata” destinata ad una qualsiasi “impresa” fasulla con i fondi europei.
* * * *
“Era in quel giorno morta di peste, tra gli altri, un’intera famiglia.
Nell’ora del maggior concorso, in mezzo alle carrozze, i cadaveri di quella famiglia furono, d’ordine della Sanità,
condotti al cimitero suddetto, sur un carro, ignudi, affinché la folla
potesse vedere in essi il marchio manifesto della pestilenza.
Un grido di ribrezzo, di terrore, s’alzava per tutto dove passava il carro;
un lungo mormorìo regnava dove era passato; un altro mormorìo lo precorreva.
La peste fu più creduta: ma del resto andava acquistandosi fede da sé, ogni giorno di più;
e quella riunione medesima non dové servir poco a propagarla…”
Alessandro Manzoni, “I promessi sposi”.
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L’economia cinese tra minacce Usa e questioni interne
di Vincenzo Comito
L’accordo raggiunto il 15 gennaio tra Usa e Cina a ben vedere non sembra così vantaggioso per Washington, soprattutto rispetto alle mire iniziali di Trump. Pechino disinveste però negli Stati Uniti e ciò profila una tendenza decoupling tra le due economie e a una nuova stagione di guerra fredda economica
Sono almeno tre i fattiimportanti delle ultime settimane relativi all’economia cinese: le cifre del prodotto interno lordi per il 2019, l’accordo del 15 gennaio con gli Stati Uniti e gli sviluppi dei processi di decoupling tra Usa e Cina.
La crescita del pil nel 2019
Dunque il Pil della Cina è cresciuto del 6,1% nell’ultimo anno. Mentre i media occidentali hanno sottolineato come si tratti della cifra più bassa degli ultimi decenni e come essa appare influenzata dal conflitto Cina-Usa,i mercati hanno invece festeggiato la notizia.
Come stanno veramente le cose?
Nonostante la riduzione rispetto all’anno precedente, la crescita del Pil cinese continua ad essere la più elevata tra quella dei più grandi paesi del mondo (i mercati erano più pessimisti ex ante sulle cifre) e anzi essa risulta al primo posto nel 2019 anche se si prendono in considerazione tutti i 43 paesi economicamente più importanti del mondo (The Economist, 2020, a).
Qualche anno fa la crescita del Pil dell’India, dopo una revisione dei metodi di calcolo, era apparentemente diventata più elevata di quella cinese. Ma molti erano i dubbi suscitati già a suo tempo dalla notizia; ormai tutti sono oggi d’accordo che quelle cifre erano largamente gonfiate. La stima ufficiale per il 2019 dell’India è ora di una crescita del 4,9%, mamolti pensano che essa si collochi al disotto del 4%.
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L’ultima geopolitica: tra Leviatano e Behemoth
di Giorgio Gattei
1. Racconterò una favola, quella del Leviatano che lotta contro Behemoth. Al giorno d’oggi non va di moda il termine favola, che appare disdicevole, e si preferisce parlare piuttosto di “narrazioni” che risulterebbero necessarie per imbrigliare il disordine del mondo in una maniera comprensibile che possa essere di guida al comportamento politico più acconcio. E siccome adesso ci si è convinti che anche l’economia è un tipo di narrazione, e quindi è anch’essa una “favola”, partirò dalla favola economica che più grande non ce n’è, quella che racconta dello sfruttamento del lavoro salariato da parte dei capitalisti percettori di profitti, rendite ed interessi, quale è consegnata nelle pagine straordinarie del Capitale di Karl Marx.
Questa “favola” ha riscosso così tanto successo in passato (ma oggi non più di tanto) che da essa sono derivate altre narrazioni altrettanto favolose, come quella del Partito che, baciando la classe operaia addormentata, la risveglierebbe a volontà rivoluzionaria, oppure quella della caduta del saggio del profitto che, nel racconto del Capitale, dovrebbe svolgere la medesima funzione conclusiva del Crepuscolo degli dei nell’Anello del nibelungo di Richard Wagner. Ma dal Capitale è uscita fuori anche la favola dell’imperialismo per opera di quel grande narratore russo che si faceva chiamare Lenin (che però non è il suo vero nome): siccome i soggetti capitalistici sono plurimi, essi competono nell’arena del mondo sotto forma di Stati-nazione che cercano di accaparrarsi commercialmente, e anche militarmente qualora non basti, le maggiori aree di sfruttamento. E proprio così non era successo all’inizio del Novecento quando la competizione imperialistica, fino ad allora mantenutasi aggressiva ma pacifica, era sfociata nel grande macello della guerra mondiale del 1914-1918.
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Il ritorno della Russia nello scacchiere mediorientale
di Carlo Paternollo
L’intervento russo nel conflitto siriano a supporto del presidente Assad ha inciso sulle sorti della guerra ed ha rivoluzionato lo scacchiere geopolitico del Medio Oriente rovesciandone gli equilibri, facendo leva sul disimpegno degli Stati Uniti dalla regione. In questo articolo esamineremo le principali condizioni che hanno permesso il ritorno della Russia come attore protagonista nel Medio Oriente e le motivazioni che hanno spinto Putin ad intraprendere una campagna militare in Siria, supportando uno schieramento ostile a quello appoggiato da Stati Uniti ed Europa. L’articolo cercherà di delineare la Grand Strategy russa nel Medio Oriente, identificandone i punti principali e la loro declinazione a livello tattico e militare nel conflitto siriano. In un successivo articolo osserveremo come la diplomazia e gli investimenti economici russi nella regione siano ulteriori strumenti per comprendere la Grand Strategy di Mosca in Medio Oriente.
Per meglio cogliere le radici dell’intervento della Russia nel teatro siriano è utile fare un passo indietro, risalendo alle origini del conflitto nel 2011, con la violenta repressione esercitata dal regime di Assad sui movimenti di protesta. Nel corso dei mesi la violenza aumentò significativamente fino a sfociare in una guerra civile che in breve tempo assunse una dimensione internazionale. Stati Uniti, Inghilterra, Francia e Turchia – anche se quest’ultima ha tenuto un atteggiamento ambivalente nel corso del conflitto – supportavano la fazione dei ribelli mentre Russia, Iran e la milizia Hezbollah si schierarono con il regime di Assad.
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Dazi, Stato e Rivoluzione (digitale)
di Militant
“La Cina è vicina” gridavano le piazze degli anni Settanta, e dopo quasi mezzo secolo di storia quello slogan non è mai stato tanto aderente alla realtà come lo è oggi, anche se in forme ben diverse da quelle auspicate allora. Non si intravede nessun nuovo Mao al timone, nessuna Rivoluzione Culturale si profila all’orizzonte e non ci sono nemmeno le guardie rosse intente a bombardare il quartier generale. Da Deng Xiaoping in poi la Cina ha smesso di rappresentare un’alternativa ideologica di riferimento, non solo rispetto al comunismo sovietico, ma anche, e soprattutto, rispetto a quell’occidente capitalistico a cui si è andata viepiù, per l’appunto, avvicinando.
La tappa fondamentale di questo percorso è stata sicuramente, tra il 1999 e il 2001, il negoziato finale e poi l’ingresso della Repubblica Popolare nella World Trade Organization (Wto). Com’è noto l’ultimo ventennio di crescita dell’economia globale si è di fatto retto sulla complementarietà tra gli Stati Uniti e la Cina, diventata nel frattempo, la “fabbrica del mondo”. Un’interdipendenza talmente forte da spingere i media internazionali a definire questo G2 informale come “Chimerica”, termine coniato dallo storico statunitense Niall Ferguson e nato dalla crasi di China e America.
Questo processo d’inserimento nel mercato internazionale è rimasto sostanzialmente immutato per tutto il primo decennio del nuovo secolo. La trasformazione della Cina nel principale hub della manifattura globale ha portato con sé, però, uno squilibrio commerciale crescente a danno degli Stati Uniti che, almeno in parte, è stato compensato dai flussi di capitali cinesi a sostegno del debito pubblico USA.
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Le origini della Guerra Fredda e la nascita del “complesso militar-industriale”
di Giacomo Gabellini
Giacomo Gabellini torna sulle colonne dell’Osservatorio Globalizzazione, con una magistrale ricostruzione dell’inizio della Guerra Fredda, siamo sicuri che così, non la avevate mai letta. Buona lettura!
Verso la fine della Seconda Guerra Mondiale, divenne palese agli occhi degli strateghi Usa che le necessità connesse alla conduzione del conflitto avevano assorbito una quota ragguardevolissima della forza lavoro statunitense, e che che all’interno di gran parte delle fabbriche operanti in settori civili la produzione era stata orientata a sostegno dello sforzo bellico. Era quindi chiaro che una riconversione dell’economia al tempo di pace avrebbe prodotto un impatto fortissimo sull’occupazione e sull’andamento dell’economia nazionale.
La dimostrazione empirica di ciò la si ebbe nell’immediato dopoguerra, quando la smobilitazione e la contestuale sospensione delle commesse militari fecero aumentare il tasso di disoccupazione del 130% nell’arco di un biennio, deprimendo allo stesso tempo l’indice di produzione dal picco dei 212 punti registrato in corrispondenza del culmine dello sforzo bellico ai 170 punti rilevati del 1948. Nel primo trimestre del 1950, i capitali d’investimento rappresentavano appena l’11% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, mentre le esportazioni diminuirono del 25% tra il marzo del 1949 e il marzo del 1950. Di fronte al precipitare della situazione, l’amministrazione Truman decise di incaricare alcuni esperti del Dipartimento di Stato di elaborare un piano strategico in grado di rilanciare il Paese.
Le conclusioni a cui il gruppo, guidato dall’ex banchiere della Dillon, Read & Co. Paul H. Nitze, giunse dopo un anno di studio furono condensate nel National Security Council raport 68 (Nsc-68), un documento che coniugava le necessità economiche alle aspirazioni egemoniche degli Stati Uniti, individuando in una sorta di “riarmo permanente” la chiave di volta per far ripartire l’economia.
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Geopolitica di Macron
di Pierluigi Fagan
Torna sulle nostre pagine Pierluigi Fagan, che oggi analizza la proiezione geopolitica della Francia del Presidente Emmanuel Macron
Restiamo sulla notizia più recente, dopo l’incontro G7 di Biarrtiz, l’incontro annuale che il presidente francese ha col suo corpo diplomatico che si svolto l’altro ieri 27 agosto. Non è ancora pubblica la relazione 2019, ma è on line quella 2018. Per chi segue le questioni europee e la geopolitica, ma anche la politica nazionale, potrebbe esser istruttivo dargli almeno un scorsa per vedere che tipo di ampiezza di agenda venne svolta l’anno scorso.
Immaginare un Presidente del Consiglio italiano che affronta quei temi con quella prospettiva è inimmaginabile. Purtroppo, la differenza di peso tra Francia ed Italia è tutta lì. C’entra ovviamente la storia, la cultura, le tradizioni e molto altro ma è bene tenerne conto quando parliamo delle questioni europee o anti-europee poiché quella storia, quella cultura e quelle tradizioni pesano in entrambi i casi, sia che si voglia immaginare l’Italia in Europa, sia che la si voglia immaginare fuori. Il contesto delle relazioni internazionali e della geopolitica è quello ed anzi, viepiù si vorrebbe assumere autonomia o come molti dicono “sovranità”, maggiore dovrebbe esser la sofisticatezza di visione, alleanze, bilanciamenti, contrappesi necessari per intraprendere strade più ambiziose, quindi più rischiose.
La sovranità è nulla senza la potenza e la potenza se non la si ha la si dovrebbe costruire altrimenti si rimane alla petizione di principio, al post su Facebook o su Twitter, alla chiacchiera amatoriale, all’articolino dell’economista di periferia, ai vagiti di pianto da impotenza perché il mondo è brutto, cattivo, neoliberista ed anche un po’ imperialista.
Macron è sicuro: “stiamo vivendo la fine dell’egemonia occidentale”
Il discorso fatto da Macron quest’anno, subito dopo il G7, ha indubbiamente elementi di grande rilevanza e la prima cosa da notare è il silenzio con cui è stato accolto da parte dei principali organi di stampa occidentali, inclusi quelli che hanno una attenzione speciale alle questioni internazionali.
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Come ti sistemo quelli del sovranismo altrui
Il Bilderberg dei nostri
di Fulvio Grimaldi
Ecco qui coloro che ci hanno guidato alle nostre magnifiche sorti e progressive. E insistono
“Mai otterrai che il granchio cammini diritto” (Aristofane, Le Commedie)
Trentesimo anniversario dei fatti di Tien An Men, 65esima riunione segreta del Gruppo Bilderberg. C’è qualcosa che collega i due anniversari? Inevitabilmente, l’uno, nella congiuntura, è propedeutico all’altra e ne fonda l’attualità. Insieme a temi vari, segretissimi nella definizione del metodo, tra i quali abbastanza scoperto è quello delle Quinte Colonne politico-economico-mediatiche da infiltrare in campo amico, neutro o nemico. Però manifesti negli obiettivi, giacchè praticati dalla fondazione in piena prima guerra fredda, 1954. Fondazione in Olanda agevolata e protetta dai servizi segreti angloamericani e a cui hanno dato corpo, denaro, tattica e strategia le residue case monarchiche e le massime divinità del capitalismo imperial-tribale, Rockefeller e Rothschild. Obiettivo finale: globalizzazione, affermazione di una sovranità di portata planetaria e guerra totale a quella altrui, a partire – o finire – con la conquista del “cuore terrestre del mondo” (“Heartland”, nella famosa espressione di Brzezinski), Russia e Cina.
L’evento, dagli aspetti securitari di una trasparenza democratica da far scoppiare d’invidia un vertice mondiale della ‘ndrangheta e di Cosa Nostra messi insieme, ha avuto luogo dal 30 maggio al 2 giugno tra i fasti ultralusso dell’Hotel Montreux, congeniali a questo parterre de Rois , ascendente nobile dei Casamonica, nell’omonima cittadina svizzera. 130 partecipanti da 23 paesi, euro-atlantici con poche eccezioni. Tra cui lacréme de la créme di quell’0,1%, poche decine di individui, che veleggia sulla ricchezza di metà dell’umanità grazie a una pervicace creazione di diseguaglianza tramite guerra di classe capitalista , colonialismo, guerra e, appunto, globalizzazione.
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Vincerà la Cina?
di Vincenzo Comito
Quali potrebbero essere le contromisure ai dazi di Trump, dalla cacciata di Apple al renmimbi come valuta alternativa al dollaro fino alla vendita dei titoli pubblici statunitensi detenuti dalla Banca centrale cinese (1.130 miliardi). Tutti incubi per gli Usa
Di cosa siamo abbastanza sicuri
Sulla guerra scatenata su più fronti da Trump nei confronti della Cina alcune cose sembrano già oggi chiare. La prima è che tale guerra, partita apparentemente come un problema commerciale, si è via via mostrata nel suo vero volto, che è quello della lotta per il dominio tecnologico e, più in generale, per l’egemonia globale sul mondo. La potenza sino a ieri dominante cerca di impedire in ogni modo a quella emergente di raggiungerla e, peggio, di effettuare il sorpasso. Non è evidentemente la prima volta che ciò accade nella storia, con esiti nel tempo piuttosto vari.
Un’altra cosa che sembra certa è che tale guerra non si chiuderàcon qualche accordo decisivo. Nel breve termine sembrerebbe in qualche modo possibile che si trovi un punto di incontro, perché i costi della rottura sarebbero troppo alti per entrambi i contendenti, anche se bisogna tener conto dell’irrazionalità frequentemente presentenei comportamenti umani. Tra l’altro, le catene di fornitura a livello mondiale sono strettamente interconnesse e introdurvi dei cambiamenti significativi costa molto e richiede comunque tempi adeguati.
Ma la lotta è destinata a protrarsi a lungo e a non venir meno anche se le prossime elezioni presidenziali venissero vinte dai democratici; infatti, “moderati” o liberal che siano, i membri di quest’ultimo partito appaiono dei sostenitori ancora più accaniti dell’egemonia statunitense. Qualcuno pensa persino che il conflitto tra i due Paesi strutturerà tutto il XXI° secolo (Frachon, 2019).
L’altra cosa che almeno a chi scrive sembra evidente è che, in qualche modo, come anche qualcuno ha detto, il presidente Usa era obbligato a fare qualcosa per contrastare l’avvento di un nuovo potenziale Paese egemone. Alla fine, plausibilmente, la Cina vincerà la nuova guerra fredda o almeno questa prima battaglia, peraltrocon qualche danno temporaneo; maa soffrire, per un po’ almeno, saranno, oltre alla Cina, anche gli Stati Uniti, ma non solo, tutta l’economia mondiale.
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Franco CFA
Tutto quello che avreste sempre voluto sapere e non avete mai osato chiedere
di Thomas Fazi
Franco CFA. Fino a poco tempo fa queste due parole non avrebbero significato un granché per la maggior parte degli italiani. Oggi, invece, il termine è entrato nel dibattito pubblico anche da noi, grazie alle dichiarazioni di alcuni noti politici italiani, che hanno scatenato un’aspra crisi diplomatica tra Roma e Parigi. Dunque, chi segue la cronaca politica sa probabilmente che il franco CFA è una valuta utilizzata da una serie di paesi africani e soggetta alla tutela più o meno esplicita e più o meno disinteressata – a seconda dello schieramento del dibattito a cui si è scelto di credere – della Francia. Tuttavia per i più la questione rimane a dir poco fumosa. Vediamo dunque di fare chiarezza una volta per tutte.
Tanto per cominciare, quando parliamo di franco CFA, parliamo in realtà di due unioni monetarie: la Comunità economica e monetaria dell’Africa centrale (CEMAC), di cui fanno parte il Camerun, il Gabon, il Ciad, la Guinea Equatoriale, la Repubblica Centrafricana e la Repubblica del Congo; e l’Unione economica e monetaria ovest-africana (UEMOA), che comprende il Benin, il Burkina Faso, la Costa d’Avorio, la Guinea-Bissau, il Mali, il Niger, il Senegal e il Togo.
Queste due unioni monetarie usano due franchi CFA distinti, che però condividono lo stesso acronimo: per il franco della zona CEMAC, CFA sta per “Cooperazione finanziaria in Africa centrale”, mentre per il franco dell’EUMOA sta per “Comunità finanziaria africana”. Ad ogni modo, questi due franchi CFA funzionano esattamente alla stessa maniera e sono ancorati all’euro con la stessa parità di cambio. Insieme a un quindicesimo Stato – l’Unione delle Comore, che usa un franco distinto ma soggetto alle stesse regole – formano la cosiddetta “zona del franco”. Complessivamente, più di centosessantadue milioni di persone usano i due franchi CFA (più il franco delle Comore), secondo i dati ONU del 2015.
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