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Guerrafondai Illusionisti

di Gaetano Colonna

chebrutto e1783350496803Proporre all’umanità obiettivi fumosi è sempre stata una maniera per creare illusioni a beneficio solo delle forze che hanno invece chiarissimi obiettivi di potere e ben definite strategie da perseguire: basti pensare a quello che avvenne in Europa dopo la Prima Guerra mondiale, “la guerra che doveva porre fine alle guerre”, con i Quattordici Punti del presidente Usa, Woodrow Wilson.

La nostra epoca, invece di illusioni, richiede un livello sempre più elevato di coscienza. Dobbiamo quindi attivare la massima possibile consapevolezza in tutto quello che ascoltiamo, vediamo, leggiamo, dato che tutto questo influisce sui nostri pensieri, sui nostri proponimenti e sulle nostre azioni.

Una delle grandi menzognere illusioni propinate ai popoli, sta proprio nei programmi delle Nazioni Unite. Come tutti sanno, esse sono nate alla fine della Seconda Guerra Mondiale (1945), esattamente come la Società delle Nazioni alla fine della Prima, nell’intento proclamato di creare una struttura sovra-nazionale capace di risolvere i contenziosi nelle relazioni tra gli Stati con metodi il più possibile lontani dalla guerra.

 

Fallimento dell’ONU

Il bilancio oggi dell’azione dell’ONU da questo punto di vista, cioè proprio dal punto di vista della pace nel mondo, è ampiamente fallimentare. Noi abbiamo infatti assistito da decenni a quelle che qualche studioso ha definito «guerre in serie»: il caso del Medio Oriente, di cui mi sono occupato[1], è un caso tipico. A partire dalla guerra arabo-israeliana del 1948, siamo arrivati a qualcosa come la quinta o la sesta guerra in serie: senza che mai le Nazioni Unite abbiano raggiunto in quell’area l’obiettivo che oggi viene proposto dall’Agenda 2030: vale a dire pace, giustizia, stabilità delle istituzioni.

Ma c’è un fallimento nel fallimento, perché dal 1994, cioè precisamente dal 28 febbraio di quell’anno, l’ONU di fatto ha ceduto alla Nato, cioè a dire all’organizzazione militare internazionale del Trattato dell’Atlantico del Nord, il ruolo di “risolvere” i conflitti: in questo caso, si noti, con un intervento militare nel nostro continente.

Questo è avvenuto quindi proprio in un’Europa reduce da ben due conflitti mondiali, alla fine di ognuno dei quali era stata proclamata appunto la volontà di finirla con tutte le guerre: per questo erano state inventate prima la Società delle Nazioni, poi le Nazioni Unite appunto.

Quel giorno, dunque, nel cielo di Banja Luka, nella Bosnia serba, durante il conflitto nella ex-Jugoslavia, due F-16 della Nato abbattono quattro velivoli da combattimento serbi. La Nato interviene cioè per la prima volta con le armi in Europa, di fatto scalzando quello che era uno dei compiti fondamentali delle Nazioni Unite, il cosiddetto pace keeping, il mantenimento della pace: proprio la chimera che oggi ci viene riproposta con l’Obiettivo 16.

 

Atomiche in Italia

L’azione della Nato riguarda direttamente anche noi, anche l’Italia, paese membro di questa organizzazione. I velivoli che allora abbatterono i velivoli serbi, che poi bombardarono intensivamente la Serbia, colpevole di non avere accettato i diktat occidentali, partivano da basi situate in Italia.

Non solo. In almeno due di queste nostre basi, Aviano e Ghedi, ancora oggi ospitiamo unità militari degli Stati Uniti d’America, con un compito specifico. Ad Aviano, il 31° stormo dell’aviazione statunitense, composto da due squadroni di F-16 in grado di portare ordigni nucleari; a Ghedi, dove opera il 6° stormo dell’Aviazione Militare Italiana, troviamo anche il 704° sq. MUNSS, cioè un’unità delle forze armate Usa addetta al munizionamento nucleare, costituito da bombe atomiche modello B61/10. A quanto pare, l’Italia ospita da decenni almeno un centinaio di questi ordigni, e gli Usa hanno stanziato ben 384 milioni di dollari per mantenere efficienti e pronte all’uso queste loro installazioni militari presenti in Europa, Italia compresa.

Eppure l’Italia ha sottoscritto il Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP) nel 1969, ratificandolo nel 1975. Ecco un’altra palese contraddizione, che valenti giuristi hanno infatti discusso, anche pubblicamente: come si concilia il fatto che sul nostro territorio sono presenti armamenti nucleari, pur avendo l’Italia sottoscritto il TNP? Come possiamo quindi oggi contemporaneamente sbandierare ai nostri studenti nelle scuole l’Obiettivo 16 dell’Agenza 2030, e intanto da decenni mantenere, in tempo di pace, nelle nostre basi, armi nucleari e velivoli, stranieri e italiani, predisposti per impiegare queste stesse armi in caso di guerra?

L’attuale è un momento particolarmente delicato anche su questo piano, perché Federazione Russa e Nato di tanto in tanto si rimpallano la minaccia di impiegare proprio quel tipo estremo di armi: quindi potrebbe benissimo succedere che piloti italiani su velivoli col tricolore, quindi nostri concittadini, che servono nelle nostre Forze Armate per la difesa dell’Italia, e cioè in primo luogo della nostra sovranità nazionale, possano trovarsi alla guida di un velivolo da combattimento che aggancia un ordigno nucleare, per compiere, su ordine non italiano ma statunitense o Nato, una missione di bombardamento nucleare.

Non sono ipotesi così remote, anche per un fatto poco noto, ma fondamentale. Sono infatti in corso oramai da almeno quindici anni sviluppi di armi nucleari di “quarta generazione”, cosiddette “miniaturizzate”, vale a dire di potenze comprese tra alcuni chilogrammi e alcune tonnellate di esplosivo convenzionale equivalente, vale a dire tra 100 e 1000 volte più basse delle potenze delle testate attuali, che si possono sviluppare senza violare formalmente gli accordi internazionali che hanno messo al bando i test effettuati con ordigni di maggiore potenza. Quindi si parla oggi anche di una maggiore “usabilità” delle armi atomiche: e noi Italiani, in quanto membri della Nato, potremmo quindi essere coinvolti in missioni che prevedono l’impiego anche di questi ordigni.

 

Gli Italiani non devono sapere

Come viene regolato tutto questo – visto che tutti i governi italiani indistintamente si trincerano dietro gli accordi Usa-Italia per non spiegare alla gente comune come vengono utilizzate queste basi italiane?

Dobbiamo partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, dalla ratifica del Trattato di Pace del 1947. Perché c’è una caratteristica in quel trattato che da allora arriva fino ad oggi: la segretezza. Ci sono clausole segrete di quel Trattato, firmato a Parigi nel febbraio 1947, poi ratificato dal nostro Parlamento nell’agosto del 1947, sulle quali ancora non si è fatta chiarezza, sulle quali è stato ripetutamente opposto il segreto di Stato.

Questo vale anche per gli accordi pattuiti col governo nordamericano in merito proprio a come vengono utilizzate le nostre basi. Il Trattato costitutivo della Nato, sottoscritto a Washington il 4 aprile 1949, entrò in in vigore il 1° agosto del 1949: a seguito di quel trattato, i rapporti giuridici fra Italia e Nato furono definiti sulla base dei cosiddetti SOFA (Status of Forces Agreement), ai quali fece seguito, il 20 ottobre 1954, l’Accordo Bilaterale sulle Infrastrutture (BIA) Usa-Italia, cosiddetto accordo ombrello: un accordo diretto fra il governo Pella e l’ambasciatore americano Claire Booth Luce, mai sottoposto a verifica o ratifica del nostro parlamento, né mai pubblicato. Neanche il successivo Memorandum d’intesa USA-Italia, noto anche come Shell Agreement del 2 febbraio 1995, è stato mai reso pubblico.

Un fatto interessante anche questo: dell’esistenza di tale memorandum infatti si ebbe notizia solo dopo il tragico incidente del 3 febbraio 1998, quando un aereo militare statunitense Grumman EA-6B Prowler dello United States Marine Corps, per l’appunto decollato da Aviano, volando “per divertirsi” a una quota inferiore a quella consentita, tranciò il cavo della funivia del Cermis in Italia, facendone precipitare la cabina e provocando la morte di tutti i venti occupanti: processati non in Italia, dove pure la strage era stata compiuta, ma negli Usa, sulla base proprio di quel pacchetto di accordi, i piloti responsabili della tragedia furono ovviamente assolti dall’accusa di omicidio colposo.

La richiesta, timidamente avanzata dal governo italiano il 7 luglio 2008, di rivedere questi accordi e di renderli pubblici almeno in parte, venne respinta dagli Usa, come si legge in un documento pubblicato da Wikileaks, con la seguente motivazione: «è probabile che se il testo venisse reso pubblico, i partiti politici che si oppongono alla presenza militare americana in Italia ed agli impegni militari degli Stati Uniti oltremare farebbero pressione sul governo italiano affinché ne dia una lettura più restrittiva, chiedendo che non vengano intraprese azioni non-Nato senza ampi negoziati formali con il governo italiano».

Risposta che mette in risalto un ulteriore fondamentale risvolto della dipendenza italiana dalla Nato: essa consente infatti agli Stati Uniti d’America, che della Nato sono la potenza egemone, di utilizzare per proprie operazioni militari, senza renderne conto al governo italiano, le oltre 100 installazioni militari che sono nella loro disponibilità. Numero davvero enorme, del quale non esiste ad oggi un censimento ufficiale, pubblico, di quali e quante esse siano esattamente e di quali utilizzazioni siano suscettibili: mai si è discusso di questo nel nostro parlamento.

Accertamento che sarebbe doveroso nei confronti del popolo sovrano. Soprattutto quando sappiamo oramai, come dato certo, seppure attraverso una storia giudiziaria molto complessa, che sicuramente navi da guerra e velivoli da combattimento di Paesi membri della Nato hanno svolto le attività di guerra che hanno causato l’abbattimento dell’aereo civile italiano Dc-9 Itavia, nel cielo di Ustica, il 27 giugno del 1980, determinando la morte di 81 civili nostri concittadini. Questa è una verità storica, riconosciuta anche in giudizio, che ci dà la certezza che la Nato sapeva quali erano le forze militari alleate impegnate in quella vera e propria azione di guerra: però a noi, comuni cittadini italiani, questi cosiddetti Alleati non hanno mai detto la verità, per cui è ancora oggi possibile ad alte autorità militari e civili di mentire al nostro popolo, che ha subito queste vittime innocenti, su quella strage, senza che i responsabili politici del nostro Paese abbiano mai messo in discussione per questo la presenza dell’Italia nell’Alleanza Atlantica.

 

Armi per la Nato

Sempre a proposito dell’obiettivo della pace nel mondo, un altro atto significativo, che il largo pubblico non conosce, è che la Nato è oggi la prima organizzazione di natura militare che sta emettendo dei bond, cioè degli strumenti finanziari. È interessante il fatto che in questo modo, esplicitamente, degli strumenti finanziari vengono utilizzati per il potenziamento della spesa militare complessiva della Nato.

Non basta. La Nato sta costituendo e finanziando anche una rete internazionale di centri di ricerca scientifica in campi vastissimi, puntando quindi sempre di più ad un’integrazione fra aspetto economico, militare e scientifico. L’Alleanza Atlantica potrà così disporre di ulteriori vaste disponibilità finanziarie, che saranno investite nei più diversi ambiti tecnico-scientifici d’interesse militare, dalla biochimica all’elettronica. Tutto questo avviene nonostante, negli ultimi dieci anni, cioè 2013-2023, complessivamente la Nato, e quindi anche l’Italia, abbia aumentato del 270% le proprie spese militari. La Nato, insieme agli Stati Uniti, spendevano per la difesa 1.400 miliardi di dollari nell’anno fiscale 2024. La Cina ne spendeva circa 300, la Russia non arrivava a 200: eppure entrambe vengono presentati come le grandi minacce contro le quali la Nato si dovrebbe armare sempre di più. Tutto questo mentre si proclama di perseguire l’Obiettivo 16 dell’Agenda ONU 2030, cioè pace, giustizia e istituzioni stabili.

Guardiamo ora a situazioni concrete, a quale cioè sia divenuto sul campo il ruolo delle Nazioni Unite. Ad esempio la situazione dell’Unifil, cioè la missione ONU nel Libano meridionale, della quale fanno parte anche oltre un migliaio di soldati italiani, ragazzi che hanno indossato la divisa in nome dell’Italia, i quali sono utilizzati in quella missione internazionale di peace keeping.

Una missione di pace alla quale, negli ultimi mesi del 2024, il governo di Tel Aviv ha chiesto di farsi da parte, e che, perché il messaggio fosse più chiaro, non ha esitato a colpire ripetutamente nel corso delle sue operazioni militari contro Hezbollah. Risulta evidente che, davanti ad un uso della forza spregiudicato, indifferente agli appelli internazionali, l’ONU in realtà è del tutto impotente.

Ma anche gli interventi della Nato si sono dimostrati negli ultimi decenni del tutto fallimentari, sia in termini di mantenimento della pace che della giustizia e della stabilità istituzionale. Il Trattato costituivo della Nato, nel fondamentale articolo 5, prevede l’attivazione dell’Alleanza nel caso di un’aggressione ad uno dei suoi membri, caso in cui gli alleati sono tenuti a reagire militarmente. Questo articolo 5, di cui si sta parlando anche in riferimento a possibili sviluppi della guerra russo-ucraina, è stato già attivato una volta, come è forse noto: dopo l’attentato alle Torri Gemelle del settembre 2001.

Il che significa che anche noi Italiani siamo entrati in guerra contro il cosiddetto terrorismo internazionale al seguito della Nato. Anche noi siamo andati in Iraq, e poi anche in Afghanistan, sempre per i nostri obblighi verso la Nato: in Iraq abbiamo avuto 19 caduti, di cui 2 civili, in Afghanistan hanno lasciato la loro vita 53 soldati italiani. Dopodiché, dall’Afghanistan siamo dovuti venire via con la Nato, nel settembre 2021, con le pive nel sacco, a seguito del ritiro degli Usa. Un popolo in ciabatte e kalashnikov, che difendeva la propria terra, ci ha quindi costretti ad andarcene, nonostante la tecnologia, i finanziamenti, gli armamenti – come in un secondo Vietnam. In certo modo gli Afghani si sono ripresi la pace, a modo loro, finché durerà: finché non diventeranno nuovamente obiettivo del grande gioco delle potenze imperialiste odierne.

In modo molto semplice, si tocca quindi con mano, in casi come quello dell’Afghanistan, che i grandi progetti del cosiddetto interventismo democratico, da Woodrow Wilson in poi, quando vanno sul terreno, dove c’è carne e sangue, non portano mai la pace, ma la guerra, e si dimostrano fallimentari quando incontrano un’opposizione di popolo alle ambizioni di costruire un “ordine basato su regole”, che in realtà è un dominio.

Quindi stiamo attenti alle esortazioni al riarmo europeo, perché le armi, una volta prodotte, sono destinate ad essere utilizzate; così come dovremmo respingere gli inviti della Nato a prepararsi all’inevitabile guerra con la Russia, perché le guerre a volte si perdono.

La Nato infatti le sue guerre finora le ha perse: perché dall’Afghanistan è dovuto venire via, dall’Iraq è dovuto venire via, così come gli Stati Uniti dovettero ritirarsi ignomignosamente dal Vietnam, abbandonando i suoi alleati di allora.

Quando ci si va a incontrare con popoli che hanno una loro identità e che la difendono, le armi non bastano, non sempre bastano la tecnologia e la potenza del denaro. Quanto accaduto con l’Iran negli ultimi mesi dovrebbe pur insegnarci qualcosa.


Note
  1. G. Colonna, Medio Oriente senza pace, Edilibri, Milano, 2009.
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