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La grande inversione: dalla valorizzazione alla finanziarizzazione

di Giordano Sivini

VillaIgea2ssDallo studio delle grandi trasformazioni che scandiscono la storia del capitalismo emergono, secondo Giovanni Arrighi, cicli successivi di accumulazione, attraversati ciascuno da fasi di espansione materiale e fasi di espansione finanziaria, in spazi di crescente ampiezza governati da Stati che ad ogni ciclo acquistano la supremazia sugli altri. La fase di espansione finanziaria si avvia quando i profitti derivanti dalla produzione e dai commerci cominciano a calare a causa di una competizione sempre più forte. Il capitale si riversa in forma liquida verso le agenzie dello Stato egemone che hanno la capacità di gestirla, provocando una grande redistribuzione di ricchezza in favore dei gruppi sociali dominanti.

Le trasformazioni della vita materiale non sono oggetto di considerazione da parte di Arrighi, né per la fase attuale di espansione finanziaria né per quelle del passato, quando “l’indebitamento eccessivo di Stati o dinastie (…) non si era mai esteso alla riproduzione sociale in quanto tale, diventandone l’anima”1 . Per trattarne è necessario cambiare il quadro teorico e passare da quello di Arrighi che, combinando Marx con Weber, inquadra l’evoluzione storica del capitalismo, a quello che, interpretando in vario modo Marx, si concentra sulle forme di riproduzione dei rapporti sociali determinate dal movimento del capitale attraverso la creazione di ricchezza scandita dal valore e misurata dal denaro.

Questa è la prospettiva di David Harvey, di Robert Kurz e di Ernst Lohoff, per i quali il passaggio dalla fase di espansione economica alla fase di espansione finanziaria può essere spiegata dall’inversione del rapporto tra capitale produttivo di merce e capitale produttivo di interesse.

Il primo accresce la ricchezza sociale materiale attraverso la produzione e realizzazione di plusvalore, appropriato privatamente e destinato ad essere riprodotto su scala allargata. L’altro contribuisce all’espansione della ricchezza monetaria privata, attraverso la percezione di un interesse derivante dal possesso di un titolo finanziario, che attesta l’erogazione di un credito e resta in vita fino a che il credito non viene rimborsato.

Il titolo finanziario ha come ‘entità sottostante’ il capitale produttivo di merce per la cui valorizzazione è stato erogato il credito, e circola sul mercato finanziario producendo rendimenti (interessi, dividendi), e, negli scambi, plusvalenze o minusvalenze a seguito di variazioni del prezzo, il quale all’origine corrisponde alla duplicazione della somma del credito. Il titolo costituisce capitale fittizio in quanto, a differenza della merce, non è frutto di un processo di produzione che gli attribuisce un contenuto di valore.

Nella fase di accumulazione allargata il capitale produttivo di interesse è al servizio del capitale produttivo di merce, il quale per espandersi ha bisogno di credito, che rimborsa assieme all’interesse con parte del plusvalore realizzato. Se l’accumulazione è bloccata, il denaro, che fatica ad accrescersi attraverso D-M-D’, si riversa nell’acquisto di titoli finanziari per accrescersi come D-D’. Questo capitale fittizio individua nuovi terreni sui quali erogare credito, in cui è possibile pretendere maggiori rendimenti. La pretesa del capitale produttivo di interesse sul capitale produttivo di merce riflette il rapporto invertito tra i due, che dura finché non si ristabiliscono le condizioni di profittabilità della valorizzazione attraverso la svalutazione di ciò che la ostacolava2 .

Nell’evoluzione del capitalismo le inversioni sono ricorrenti. La grande inversione è invece specifica del passaggio contemporaneo dalla fase di espansione materiale alla fase di espansione finanziaria nei termini di Arrighi, ovvero dalla valorizzazione alla finanziarizzazione dei rapporti sociali nei termini di Harvey, Kurz e Lohoff. Potrebbe rivelarsi a posteriori come ennesima manifestazione di crisi superabile, ma le interpretazioni di questi eminenti studiosi lo esclude o, quanto meno, sono propense ad escluderlo, individuando un futuro segnato non da un ulteriore evoluzione del capitalismo, bensì da svolte radicali.

Arrighi confida nel passaggio ad una fase di espansione produttiva in un nuovo quadro egemonico, basata su differenti rapporti sociali che mettono fine alla storia dell’attuale capitalismo. David Harvey prospetta un futuro in cui la voracità insaziabile del capitale fittizio non cessa di espropriare la ricchezza sociale. Robert Kurz ed Ernst Lohoff, entrambi esponenti della Critica del valore, sostengono che il capitale rivolge questa voracità verso se stesso, spingendo la produttività a sopprimere il lavoro che è la fonte del valore. Tra i due, tuttavia, le posizioni divergono: per Lohoff l’inversione consente al capitale fittizio di prolungare temporaneamente la vita del capitale; per Kurz la fine del valore è già in atto e l’inversione è solo un’operazione di copertura fittizia.

Queste previsioni derivano da impianti teorici diversi, che in questo testo vengono sinteticamente esaminati dopo aver preliminarmente definita la relazione del capitale produttivo di interesse con il capitale produttivo di merce che porta alla grande inversione, e dopo aver esemplificate le conseguenze che questa produce per la nostra vita materiale. Nelle conclusioni si evidenzia che la concentrazione delle analisi sul capitale produttivo di interesse porta a trascurare la dinamica relativa al capitale produttivo di merce.

 

Il capitale fittizio

Marx non ha mai usato il termine capitale finanziario, ma dall’esame della “massa di scritti non molto coerenti sul processo di circolazione di differenti tipi di capitale monetario”3 lo si può riferire al capitale produttivo di interesse, che, centrale nella riproduzione del capitale, “contiene il potenziale di superare gli antagonismi tra produzione e consumo, tra produzione e realizzazione, tra utilizzazione presente e futura del lavoro, tra produzione e distribuzione”4 .Il capitale produttivo di interesse è, secondo Marx, originato da rotture, nel circuito industriale D-M-D’, del flusso di accumulazione del plusvalore. La parte che non trova remunerazione nell’investimento produttivo viene traslata nel circuito finanziario per farla accrescere come D-D’. Le crisi provocate da queste rotture vengono superate con temporanee inversioni rispetto al capitale produttivo di interesse.

Nella prospettiva canonica della valorizzazione D-M-D’, il capitale produttivo di interesse fornisce credito al circuito industriale per acquistare mezzi di produzione e forza lavoro al fine di creare valore e realizzare sul mercato il plusvalore necessario al rimborso e al pagamento dell’interesse. Con questa anticipazione di credito realizza l’incremento D-D’. Interesse e rimborso sono attestati da un titolo di debito, che può esaurirsi nella mera rappresentazione del credito partecipe della valorizzazione, oppure circolare fin quando il credito è attivo nella forma di quello che Marx definisce capitale fittizio.

“I titoli - chiarisce un economista finanziario - traggono la loro esistenza dal solo fatto che sono nel contempo matematizzabili e radicati in uno spazio giuridicamente coerente di diritti, doveri o convenzioni. Esistono dunque in quanto derivati dalla realtà che li contiene. Perciò, all’estremo, tutti gli elementi della realtà possono essere introdotti nello spazio teorico e pratico della finanza (…). La rappresentazione sottostante è ovunque la stessa: quella di uno stock autonomo di ricchezza che mira a generare un flusso di ‘remunerazioni’, e che deve essere preservato dal rischio, e mantenuto o addirittura aumentato”5 . La relazione tra finanziarizzazione e valorizzazione si fonda su questa stretta connessione tra il titolo e quella che viene definita come attività sottostante.

Nel rapporto creditizio una stessa quantità di denaro si presenta nelle forme diverse di capitale-denaro e di capitale fittizio. Il capitale-denaro si accresce nel circuito industriale contribuendo alla produzione e realizzazione di plusvalore. Il capitale fittizio si accresce nel circuito finanziario con gli interessi, ma anche con le eventuali plusvalenze o minusvalenze derivanti dalle variazioni di prezzo negli scambi, e con la possibile trasformazione in denaro liquido per essere ulteriormente investito. Credito e titolo hanno dunque lo stesso valore d'uso di generare ricchezza privata, ma nel primo caso si tratta di ricchezza materiale dotata di valore socialmente fruibile, nel secondo è privo di valore sociale.

Le azioni, a differenza delle obbligazioni, sono titoli di proprietà che danno diritto a dividendi ma non al rimborso. Dal punto di vista di Marx sono una “validazione anticipata del processo di valorizzazione”6 . “Questo capitale - scrive - non può esistere due volte, una volta nelle azioni come titoli di proprietà di un valore-capitale, la seconda come capitale realmente investito. Esiste solo nella seconda forma e le azioni non sono altro che titoli di proprietà che danno diritto, in proporzione alla partecipazione, al plusvalore o pluslavoro generato dal capitale”7 . I crediti bancari, ad esempio le obbligazioni, si duplicano invece in titoli di debito che restano attivi fino al compimento dell’obiettivo necessario al rimborso gravato da interessi. “Consistono - scrive Marx - in una somma o in una apertura di credito in favore di un industriale per un investimento di una durata determinata e il capitale fittizio creato è destinato ad estinguersi quando l'investimento restituisce valore e plusvalore”8 . I titoli dello Stato, infine, sono soltanto capitale fittizio, in quanto duplicati di un credito i cui interessi e rimborso sono garantiti per legge. “Sono capitale fittizio e illusorio non solo perché la somma data allo Stato non esiste più, ma soprattutto perché non era destinata ad essere investita come capitale”9 .

Il capitale produttivo di interesse eroga credito sulla base di garanzie circa il pagamento degli interessi e il rimborso. Per il credito allo Stato le garanzie sono definite giuridicamente. Quelle per il credito agli investimenti da fidi, poiché “il capitale monetario viene anticipato contro il lavoro futuro piuttosto che contro la garanzia di merci già esistenti”10 . Le garanzie per il credito al consumo, consistono in ipoteche su patrimoni nella forma di mutui che si estinguono gradualmente attraverso rate che connettono interessi e rimborso.

Su come si determini il tasso di interesse si trovano in Marx soltanto riferimenti a relazioni competitive di mercato tra domanda e offerta, che talora distinguono tra credito alla produzione e al consumo. La conclusione di Harvey è che il tasso non dipende dal suo contributo alla produzione o alla realizzazione del valore ma dai rapporti di potere tra interessi industriali e finanziari11 .

L’aumento della produttività accresce il bisogno di credito a causa dell’aumento del capitale costante rispetto a quello variabile nel processo di valorizzazione. Le conseguenze negative sul tasso di plusvalore vengono compensate - fin quando è possibile realizzare il valore su un mercato in espansione - dalla diminuzione del valore dei beni di sussistenza con i quali si riproduce il capitale variabile. Il bisogno di credito viene soddisfatto dalla mobilitazione del denaro privato e dal credito dello Stato. Per le spese non coperte dalla fiscalità vengono emessi titoli del Tesoro, fatti acquistare dalla banca centrale affinché li ceda alle banche commerciali, che possono allargare il credito e stimolare una valorizzazione dei capitali privati, accrescendo anche il flusso fiscale.

“Quando negli anni ‘70 la crescita fordista si esaurì e la connessione tra sistema di credito anticipato e produzione di plusvalore reale cominciò a rompersi, fu in primo luogo il credito statale ad essere allungato oltre la capacità di creazione di valore sociale, per mantenere la congiuntura in funzionamento attraverso l’anticipazione del futuro. Come risultato, l’inflazione andò sempre più fuori controllo in tutto il mondo”12 .

 

L’inversione

L'alternativa keynesiana di crescita forte e inflazione moderata versus crescita debole e stabilità monetaria viene superata dalla stagflazione, crescita molto debole e inflazione. Nella crisi della riproduzione del plusvalore, il processo di inversione tra capitale produttivo di merce e capitale produttivo di interesse si manifesta con la traslazione in capitale fittizio dei profitti non reinvestiti delle grandi industrie statunitensi realizzati all’estero e di quelli dei paesi petroliferi, nonché dei risparmi incanalati dai detentori di patrimoni e dagli investitori istituzionali. Il capitale produttivo di interesse, già alimentato dai titoli di Stato, condiziona sempre più il capitale produttivo di merce, in un processo stimolato e sostenuto dal governo degli Stati Uniti, il quale, eliminata la convertibilità del dollaro, non incontra più limiti nell’emissione di moneta, e allarga lo spazio di attività del sistema bancario, che si centralizza in grandi gruppi finanziari.

Il blocco dell’inflazione viene realizzato con l’aumento stratosferico del tasso di interesse, che richiama a Wall Street il capitale transnazionale e serve a finanziare il debito pubblico degli Stati Uniti. Il suo doppio deficit strutturale, del bilancio pubblico all’interno e delle partite correnti all’esterno, sostiene il processo di “accumulazione primitiva del capitale fittizio”13 da parte dei creditori esteri fornitori delle merci importate. “Al debito con l’estero dello Stato o delle imprese statunitensi corrisponde un aumento della fortuna monetaria dei creditori europei e asiatici” 14 , sotto forma di titoli statunitensi.

L’inversione è compiuta. “Il nuovo slancio che si instaura nel processo della rivoluzione neoliberale traccia la linea al di là della quale l’accumulazione di ‘capitale reale’ diventa una variabile dipendente dall’accumulazione di crediti monetari”15 .

A partire dalle politiche di Margaret Thatcher e Ronald Reagan si abbassano le imposte liberando denaro che viene investito in titoli. Si modifica la legislazione pensionistica per incanalare in borsa l’enorme massa di salari differiti dei lavoratori. Si privatizzano infrastrutture, servizi e imprese pubbliche. Si deregolamenta il settore finanziario creando le condizioni per il lancio e la moltiplicazione dei titoli derivati. Tutti i paesi del centro seguono un cammino analogo, partecipando ad una crescita drogata dal debito, con lo sviluppo delle istituzioni finanziarie facenti capo a Wall Street che “centralizzano il plusvalore sotto forma di profitti, dividendi, interessi da debito pubblico e societario, flussi di reddito e di risparmio delle famiglie”16 .

La figura del finanziere che presta denaro contro interesse viene sostituita dall’investitore che utilizza il denaro affluito nel sistema finanziario per promuovere la costituzione di titoli ancorati all’economia reale; curarne la gestione per massimizzare le plusvalenze; puntare, trainato da queste, all’aumento dei rendimenti; e inventare titoli lontani dall’ancoramento in quanto derivati da altri titoli. Se i capitalisti sono la personificazione del capitale produttivo di merce, gli investitori sono la personificazione del capitale produttivo di interesse che, in competizione, si impegnano sia nella cessione di crediti e gestione dei debiti, sia nella speculazione sui titoli. Finché mantengono la fiducia del mercato i titoli sono considerati liquidi e diventano denaro, ricchezza monetaria, fonte di potere personale e sociale, che può ancora accrescersi con una offerta di credito indirizzata, in base alla redditività attesa e al rischio, al circuito industriale o a quello finanziario.

La dinamica competitiva tra investitori realizza una moltitudine di innovazioni, che consentono compravendite allo scoperto senza possedere i titoli, o senza possedere denaro ricorrendo alla leva; utilizzano titoli come garanzia per la creazione di altri titoli, incentivano scommesse sul futuro, e aggirano gli ostacoli di legge attraverso il sistema finanziario ombra. I capitali di rischio raccolgono credito emettendo titoli con attività sottostanti che spesso sono mere speranze di valore. Queste strategie facilitano ed espandono le attività speculative sovraesponendo in misura crescente i titoli rispetto alle attività sottostanti. La speculazione si muove sull’orizzonte della formazione di titoli che si rivelano tossici, e che, per salvare gli istituti finanziari che li emettono, vengono assorbiti dalle banche centrali.

La cartolarizzazione è una pratica emblematica della finanza. L’erogazione massiccia di credito è finalizzata a costituire mutui coperti da pacchetti di titoli che vengono venduti agli investitori nella forma di strati di titoli derivati, a prezzi che per ciascun strato riflettono i potenziali rendimenti e i rischi di default, certificati da agenzie addomesticate di rating. La vendita dei pacchetti genera flussi di liquidità destinata ad alimentare nuovo credito, spingendo a convincere sempre nuove schiere di persone ad indebitarsi. “E’ questo l’aspetto più dirompente del nuovo paradigma della finanza globale: che il credito non venga creato su richiesta del debitore per rispondere a precise esigenze di finanziamento, ma su proposta insistente, spesso subdola, talvolta fraudolenta, di chi vuole a tutti i costi prestare. Originate to distribuite significa proprio originare al fine di distribuire, visto che l’erogazione del prestito è funzionale alla vendita dei titoli e non viceversa”17 .

Con l’inversione tra capitale produttivo di interesse e capitale produttivo di merce il capitale fittizio si nutre di plusvalore. I titoli infatti sono capitale fittizio privo di valore, capaci tuttavia di condizionare la attività sottostanti dotate di valore. Cupole finanziarie e fondi di investimento di ogni tipo massimizzano gli utili condizionando con strumenti e strategie finanziarie le attività e l’organizzazione delle imprese di cui detengono titoli di proprietà e titoli di debito. Le quotazioni di borsa definiscono in ogni momento la capitalizzazione azionaria delle imprese, spesso tenuta artificiosamente alta dalle stesse imprese che riacquistano a questo fine quantità ingenti di proprie azioni.

Per realizzare il “valore per l’azionista” le imprese si strutturano al fine di gestire attraverso dipartimenti e banche interne “un fluido insieme di attivi, che i manager assemblano e dividono in funzione della valutazione dei mercati”, gestendo “un portafoglio continuamente ricombinato di filiali, linee di prodotti, tecnologie, mercati, beni intangibili”18 . Emettono titoli azionari per disporre di capitali che investono in titoli. “Architetti del valore aggiunto”, lo ricercano e se ne appropriano in tutti i punti del sistema di impresa, e soprattutto incorporano capitale fittizio nei bilanci delle aziende. “Il fattore decisivo non è più costituito dalla produzione reale e dai suoi successi sul mercato, ma da un’abile contabilità in grado di far quadrare il bilancio tramite operazioni speculative. In altre parole: oggi la difesa di quote di mercato riesce, totalmente o parzialmente, solo attraverso l’afflusso di guadagni speculativi”19 .” Un esempio: “Negli anni ’70 nel bilancio Fiat gli attivi erano costituiti per il 70,9% da immobilizzazioni industriali ed erano finanziati per l’87,5% con mezzi propri; alla metà degli anni 2000 i rapporti erano capovolti: gli attivi finanziari coprivano il 71,9% e i debiti costituivano l’84,8% del capitale tangibile investito”20 .

Il management passa da obiettivi di retain and reinvest che massimizzano i profitti, a divest and distribute21 che massimizzano i rendimenti. Incentivato da generose distribuzioni di stock options, comprime i costi del lavoro, chiude le strutture con redditività sotto la media, sostiene fusioni e acquisizioni, organizza catene produttive che subordinano i piccoli capitali, i quali “non possono raggiungere la produttività del lavoro sociale per sostenere la battaglia competitiva, ma possono estendere la loro agonia, comprimendo il valore della forza lavoro al di sotto della sussistenza”22 . Le catene produttive sono il risultato di processi di liberalizzazione che consentono alle grandi imprese, dapprima tramite investimenti all’estero e poi con il decentramento delle attività, di disgregare le concentrazioni operaie dei paesi centrali, contando su un esercito di riserva mondiale per accrescere lo sfruttamento della forza lavoro in accordo con i governi nazionali centrali e periferici.

“La finanziarizzazione ha realizzato la sussunzione reale del lavoro alla finanza e al debito”23 . C’è stata da un lato “la ‘decostruzione’ del lavoro in una fase di accumulazione capitalista caratterizzata da nuovi stili di governo societario che hanno portato a una ‘centralizzazione senza concentrazione’ - e quindi all'indebolimento dei lavoratori nel mercato del lavoro e nel processo lavorativo”; dall’altro “l'integrazione subordinata delle famiglie nel mercato borsistico, col loro progressivo inabissamento nell’indebitamento bancario”24 .

Il capitale fittizio si è incuneato infatti nel processo di valorizzazione. Nella fase espansiva del plusvalore la riproduzione del lavoro vi entrava come salario e come salario differito, a copertura dei costi del lavoratore e della sua famiglia, che era “il prodotto di un particolare processo di responsabilizzazione del maschio della specie umana nei confronti della moglie e dei figli”25 . Nel capitalismo invertito l’unità familiare non c’è più. E’ stata travolta dallo stesso sviluppo materiale del fordismo, che al suo apogeo ha fatto saltare il disciplinamento sociale, disarticolando la famiglia nei suoi soggetti componenti e facendo emergere una molteplicità di interessi individuali, oggetto di puntuale aggressione da parte della finanza. Una aggressione che si aggiunge a quella in atto sul piano della riproduzione del valore, dove i costi crescenti del credito sono scaricati dalle imprese sul lavoro. Il salario differito a fini pensionistici dei lavoratori è trasformato giuridicamente in investimento finanziario. La pensione viene a dipendere non dalla capitalizzazione dei redditi accantonati in banca ma dai rendimenti e dalle plusvalenze delle obbligazioni in cui sono fatti confluire, gestite da investitori istituzionali che pretendono “il valore per l'azionista”, strumento di pressione per l'intensificazione dello sfruttamento degli stessi lavoratori.

“La razionalità finanziaria è penetrata nei comportamenti, i meccanismi e le strutture delle nostre società, trasformandole” e “la finanziarizzazione è diventata un principio di organizzazione sociale”26 . Il consumo si autonomizza dal reddito attraverso l’indebitamento, e il debito supplisce al venir meno dei servizi pubblici; alla precarietà dell’occupazione; all’aumento dei costi per la casa, per l’istruzione, per la salute, per i trasporti, per i beni di consumo, per la vecchiaia. Le relazioni di mercato sono captate dalle carte di credito e di debito; in molti paesi l’accesso agli studi universitari è condizionato dall’accensione di mutui; il denaro per rimborsarli, per far fronte ad eventi straordinari e persino a spese correnti, proviene - fin quando i tassi di interesse sono bassi e i valori immobiliari in crescita - da secondi mutui sulla casa; l’acquisto di beni durevoli è assicurato da garanzie patrimoniali o da ipoteche sul reddito ancora da realizzare. “Più hanno debiti, meno i lavoratori possono scioperare”, diceva Alan Greenspan, governatore della Federal Reserve27 .

L’indebitamento ha preso il posto di quello che nel fordismo era il risparmio canalizzato nel sistema bancario come eccedenza rispetto al rapporto corrente tra reddito e consumi, riserva per eventi straordinari. Gli investitori si occupano della promozione di ogni tipo di debito conseguendo utili con una moltitudine di minute espropriazioni esercitate sugli individui. “La magia della finanza sta nell’abilità di dare prendendo”28 , perché, anche se questa connessione è imposta, “il prodotto finanziario – un vitalizio, una pensione, un mutuo o un contratto assicurativo – connettono dal punto di vista dell’individuo costi attuali con benefici futuri”29 .

 

Le letture dell’inversione

Arrighi prevede a livello mondiale un quadro inedito di rapporti sociali retti da una competizione tra capitali controllata da un nuovo Stato egemone. La sua analisi riguarda l’evoluzione del capitalismo, segnata da ‘agenti capitalisti’ che si arricchiscono attraverso la produzione materiale o l’investimento finanziario dove più conviene, e da Stati che in situazioni di crisi fiscale si fanno concorrenza per accaparrarsi liquidità. Storicamente si susseguono quattro cicli, ciascuno segnato dall’egemonia di uno Stato, nei quali ad una fase di espansione materiale segue una fase di espansione finanziaria; il termine ‘inversione’, citato da Braudel30 , definisce il passaggio da una fase all’altra. Nella fase finanziaria di ogni ciclo lo scoppio in sequenza di bolle speculative segna l’approssimarsi della crisi finale dello Stato egemone, e la liquidità si rivolge a Stati emergenti che la orientano verso nuovi orizzonti produttivi, superando i limiti del sistema precedente; distruggendo e redistribuendo ricchezza in termini materiali e monetari.

Pubblicando nel 1994 l’edizione inglese de Il Lungo Ventesimo Secolo, Arrighi sostiene che la conclusione dell’ultima fase finanziaria preannuncia la fine della storia del capitalismo. La sfera di azione spaziale e funzionale dei capitali produttivi è infatti esaurita; la liquidità mondiale che deve essere mobilitata per ristrutturare nuovi rapporti politici, produttivi e sociali, è in gran parte nelle mani degli Stati dell’Oriente asiatico; più tardi - nel 2007 con Adam Smith a Pechino31 - è alla Cina che guarda, emersa nel frattempo come potenza finanziaria ed economica. L’ipotesi è che l’egemonia che si sta profilando, diversamente da quelle precedenti, potrebbe basarsi su un progetto di sostenibilità umana e ambientale condiviso da un sistema di Stati capaci di condizionare il mercato in cui si muovono i capitali. Le premesse per il realizzarsi di questa prospettiva stanno nei principi teorici di Adam Smith che suggeriscono di contenere le tendenze predatorie dei capitalisti, e nella storia dello sviluppo ‘industrioso’ della Cina e dell’Oriente asiatico.

Smith guarda ad una società divisa in tre ordini, dipendenti rispettivamente dalla rendita, dal salario e dal profitto. I primi due sostengono i consumi e spingono il mercato ad allargarsi aumentando la divisione sociale del lavoro, da cui dipende la crescita della produttività e del benessere economico. Questo processo virtuoso incontra limiti nei capitalisti, che tendono a realizzare profitti comprimendo i salari. A questo deve ovviare “uno Stato forte, capace di creare e riprodurre le condizioni necessarie per l’esistenza del mercato stesso, capace di servirsene come di un efficace strumento di governo e capace di imporgli delle regole intervenendo attivamente per limitarne le conseguenze socialmente o politicamente negative”32 .

All’egemonia statunitense in crisi potrebbe seguire, sostiene Arrighi, una world-market society, in cui l’economia sarebbe regolata da meccanismi di mercato sottoposti al controllo degli Stati, tornando all’assetto dei cicli precedenti in cui le imprese capitalistiche “erano incassate in un sistema di Stati”33 . L’intervento non riguarderebbe la proprietà e il controllo dei mezzi di produzione, come nella tradizione socialista, ma gli scambi di mercato, in modo da dare più potere al lavoro e meno al capitale. La world-market society, ponendo limiti ai capitali, segnerebbe l’esaurimento della storia del capitalismo, e con essa verrebbe anche posta fine alla ripetitività, ciclo per ciclo, dell’alternanza tra fasi di espansione economica e fasi di espansione finanziaria. Nell’inversione finale la liquidità verrebbe indirizzata alla realizzazione di un mondo diversamente produttivo.

David Harvey non fa, come Arrighi, riferimento al capitalismo ma al movimento del capitale in quanto suo motore. In Marx e la follia del capitale34 constata che “il capitale produttivo di interesse è diventato una potente e indipendente forza trainante dell’accumulazione”35 . E’ una situazione che negli anni ’70 aveva escluso potesse mai verificarsi: “Il potere del capitale finanziario (quale che sia la definizione di questo blocco istituzionalizzato) - aveva scritto - è necessariamente un potere circoscritto, e non può mai diventare smisurato o totalmente egemonico”36 . La riproducibilità senza fine del capitale, allora assunta a fondamento teorico, non sembra tuttavia minacciata dall’inversione, se è una crisi come altre verificatesi in passato. Ogni crisi che blocca il movimento del capitale viene superata dalla svalutazione di ciò che lo blocca, così che il capitale “reinventa se stesso e si tramuta in qualcos’altro, che può essere meglio o peggio per le persone”37 . Le sue instabilità “vengono affrontate, riplasmate e reingegnerizzate per creare una nuova versione di quel che è il capitalismo”38 .

Questa certezza viene intaccata negli anni recenti da alcune tendenze: da un lato la caduta del tasso di profitto e la riduzione del valore prodotta dalla contrazione del lavoro che lo produce: dall’altro la massimizzazione del profitto monetario senza produzione di valore e plusvalore. “Combinate (e quel che sta succedendo mostra che entrambe le tendenze sono percepibili), potrebbero essere catastrofiche”39 .

Negli anni ’70 Harvey aveva escluso che in Marx ci fossero fondamenti per sostenere la tesi della caduta tendenziale del saggio di profitto. In Diciassette contraddizioni e la fine del capitalismo, riconsidera però il peso delle controtendenze. “Non è chiaro se Marx pensava che queste forze di contrasto fossero o meno sufficienti per prevenire indefinitamente la caduta del valore della produzione e dei profitti”40 . Harvey prende anche atto che l’esaurimento del lavoro in conseguenza dello sviluppo tecnologico è una rilevante contraddizione. “Dal punto di vista del lungo termine del capitale, sembra che siamo su una ‘ultima frontiera’ per l’assorbimento di lavoro in tutto il capitalismo globale”41 , e “se andiamo verso un mondo in cui il lavoro sociale di questo tipo [produttivo di merce] scompare, non esiste valore da rappresentare”42 .

Infine Harvey rileva che la riproduzione del capitale produttivo di merce è ormai nelle mani del capitale produttivo di interesse. “L’abbandono della base metallica del sistema monetario agli inizi degli anni settanta del secolo scorso ha consentito alla circolazione del capitale produttivo di interesse di conquistarsi il ruolo di principio guida senza freni dell’accumulazione infinita di capitale”43 . Si rende manifesto “il dualismo in quello che è stato concettualizzato come un unico flusso di valore in movimento”44 per la pretesa del capitale produttivo di interesse, erogando credito, di appropriarsi di una parte sempre maggiore del plusvalore prodotto e realizzato. Con la crisi dell’accumulazione questa pretesa si è spinta fino a configurare un’economia dell’espropriazione. “Marx percepiva chiaramente che, fra tutti i pericoli futuri che avrebbe dovuto affrontare la riproduzione del capitale, questo alla fine si sarebbe potuto dimostrare fatale”45 .

Il pericolo viene tuttavia esorcizzato, assumendo che il debito è uno stimolo alla valorizzazione. Circola come capitale fittizio fino a “degenerare in un vasto schema Ponzi in cui i debiti di ieri sono coperti oggi con crediti più elevati”46 , ma contiene in sé il germe del credito. Il debito è anti-valore ma “ha un ruolo fondamentale anche nel definire e garantire il futuro del capitale. La lotta contro l’anti-valore tiene sveglio, per così dire, il capitale. Il bisogno di redimere l’anti-valore è una forza che impone attenzione alla produzione di valore”47 . Harvey stesso si accorge però dei limiti di questa tesi. Se l’accumulazione del debito supera la capacità di produrre e realizzare valore, ci si muove su un orizzonte in cui “il peonaggio del debito impastoia il futuro per le persone come per intere economie”48 .

Nel suo ultimo libro Harvey accenna alla tesi di Kurz relativa alla crisi finale del capitale. E’ una dimostrazione della difficoltà in cui si trova nella disperata ricerca di ridefinire una classe antagonistica al capitale capace di agire efficacemente nel capitalismo neoliberista. Con Kurz però non si misura49 , a differenza di François Chesnais, che - da sempre sulle orme teoriche di Harvey – richiama l’attenzione in una recente intervista, sulla “tendenza del capitalismo al tracollo finale” preconizzata da Mandel e da Kurz, accentuata dalla robotizzazione che riduce il volume del valore prodotto e del plusvalore realizzato50 .

La scomparsa del valore è considerata da Kurz come conseguenza della contraddizione interna al capitale tra sviluppo delle forze produttive e riduzione del lavoro sociale creatore del valore. E’ un processo diventato strutturalmente irreversibile dopo che, in conseguenza della terza rivoluzione industriale della microelettronica, “la base della riproduzione capitalistica ha incontrato il suo limite assoluto, anche se il collasso (in senso sostanziale) ancora non si è realizzato sul livello fenomenico formale"51 .

Su questa tesi convergono le interpretazioni di Marx che fanno capo alla Critica del valore. Il capitale non è un rapporto sociale antagonistico tra capitale e lavoro, come nella tradizione marxista del movimento operaio, ma è un soggetto automatico che genera valore. L'espressione soggetto automatico è usata da Marx in un breve passaggio nel capitolo quarto del primo libro del Capitale: “Il valore passa continuamente da una forma all'altra, senza perdersi in questo movimento, e si trasforma così in un soggetto automatico”52 . Un astratto movimento di riproduzione del valore mediante il lavoro sociale determina, nelle forme della merce e del denaro, le relazioni sociali costitutive del capitalismo riplasmando continuamente tutti i soggetti viventi in suoi agenti inconsci; “permea tutte le classi sociali e filtra o forma tutto il pensare e l’agire”53 .

Il capitale produttivo di interesse, per Kurz, è di norma strettamente connesso alla valorizzazione. L’interesse conseguito attraverso il credito (D-D’) è capitale-denaro parte del plusvalore (D-M-D’). “Il capitale denaro dell'economia industriale non è altro che lo stadio finanziario provvisorio della metamorfosi perpetua dell'accumulazione capitalista, ed è quindi un capitale denaro che, in quanto tale, non cessa di ri-trasformarsi direttamente in mezzo di produzione (c) e in forza lavoro vivente (v)”54 .

Tuttavia, aggiunge Kurz, “succede continuamente che la relazione fra il capitale reale ed il capitale finanziario si rompa da un punto di vista o dall'altro (…). La cosa diventa un problema sociale generale solo quando da una parte il capitale fittizio proveniente dai crediti senza copertura che hanno rotto con la creazione del valore reale del capitale in funzione, e dall’altra i titoli azionari (immobiliari ecc.) puramente speculativi o i debiti dello Stato, superano una certa massa critica”55 . Allora il capitale produttivo di interesse produce capitale fittizio, poiché “il capitale denaro prestato non è stato utilizzato dal debitore nel circuito produttivo del capitale, e non ha svolto veramente la funzione di capitale (che utilizza realmente della forza lavoro), oppure questo utilizzo non ha sortito effetto”56 .

Fin dall’origine i titoli del Tesoro sono capitale fittizio in quanto non finalizzati alla valorizzazione. La loro storia secolare è legata all’espansione del capitale produttivo di merce sostenuta dall’intervento dello Stato. L’emissione di questi titoli si è fatta però storicamente tanto massiccia da soffocare la creazione di valore, provocando un paradossale rovesciamento del rapporto tra Stato e società: “non è più la società a nutrire lo Stato, perché questi ne sbrighi gli ‘affari generali’, ma viceversa è lo Stato a dover nutrire con il capitale fittizio la società”57 . Così, con la crisi, “le imprese, gli Stati, le famiglie, continuano a restare a galla per un certo tempo e si indebitano creando capitale fittizio, mentre i loro reali profitti, redditi, ecc. regrediscono o si fermano del tutto”58 .

“Il collasso della relazione di valore non aspetta, ‘per partire’, che sia avvenuta l'eliminazione dell'ultimo lavoratore dalla produzione immediata, ma inizia proprio in quel momento storico in cui la relazione generale fra eliminazione e riassorbimento del lavoro vivente immediatamente produttivo comincia a ‘ribaltarsi’59 . Si tratta di un processo storico iniziato approssimativamente fra l’inizio e la metà degli anni ’70, che - osservava Kurz nel 1986 - “durerà forse per molti decenni”60 . Quel che importa è che la connessione tra capitale produttivo di interesse e capitale produttivo di merce è “irreversibilmente squarciata”, e il processo di accumulazione continua “guidato solo dalle creazioni, ormai incontrollate, del capitale fittizio e del denaro senza sostanza nelle loro diverse forme fenomeniche (…). Il denaro desostanzializzato non passa neanche più per i mercati finanziari regolari; la riproduzione sociale in forma di merce viene piuttosto alimentata direttamente con quantità di valuta create dal nulla, in base alla sola decisione statale”61 . Il capitale produttivo di interesse eroga crediti a fronte di debiti che, se non vengono ripianati, alimentano bolle finanziarie; quando scoppiano non resta niente di quel che è stato generato sulla loro base.

Ernst Lohoff, che condivide la teoria del capitale come soggetto automatico e della sua crisi finale, contrappone all’intransigenza di Kurz la necessità di individuare nella sfera finanziaria la capacità “di produrre, in qualche modo, una forma peculiare di moltiplicazione del capitale che permette di sostituire, transitoriamente, l'accumulazione di plusvalore”62 , spiegando così la crescita degli anni ’80 e ’90 del ‘900.

Il suo lavoro parte da premesse diverse da Kurz, in quanto considera tutti i titoli finanziari come duplicati del credito. Li definisce merci di tipo particolare, ‘merci derivate’ o ‘merci di ordine 2’, che rappresentano la promessa di realizzare plusvalore per far fronte agli interessi e al rimborso, essendo ‘merci di ordine 1’ quelle che si basano sul lavoro vivo che attribuisce loro valore, riconosciuto nella circolazione come plusvalore e ricchezza sociale.

Con l’inversione le ‘merci derivate’ producono “una sorta di ricchezza capitalistica che non è per nulla meno reale della variante della ricchezza capitalistica fondata sullo sfruttamento effettivo del lavoro vivo”63 . E’ venuta infatti meno la capacità del denaro di rappresentare il valore. “Sono i titoli finanziari depositati presso la banca centrale ad assumere la funzione di merce-denaro” e la banca centrale copre i bisogni dell’economia.64 . Perciò “l'accumulazione reale di valore nella produzione di beni non può essere concepita come la sola fonte che alimenta l'accumulazione sociale totale del capitale. La moltiplicazione dei duplicati del capitale nella forma delle merci del mercato dei capitali può esser considerata come fonte del processo globale di accumulazione capitalistico”65 .

 

Conclusioni

Harvey, Kurz e Lohoff sviluppano analisi sul terreno del capitale produttivo di interesse, abbandonando prematuramente quello del capitale produttivo di merce, travolto con l’inversione nella sua stessa essenza costitutiva del capitalismo. Il capitale fittizio è per Lohoff un agente di valorizzazione diretto, per Harvey un agente indiretto attraverso il debito, per Kurz un suo simulacro: nel quadro teorico di Arrighi è addirittura il soggetto che porta il capitale produttivo di merce alla rottura storica con il capitalismo industriale. Le loro indicazioni convergono sull’insostenibile protrarsi nel tempo della erosione delle condizioni sociali di riproduzione da un lato; della corrosione delle relazioni egemoniche degli Stati Uniti dall’altro.

Kurz e Lohoff enunciano la fine del valore. Harvey sembra avviarsi a prospettare la fine del capitale, benché finora coerentemente abbarbicato al quadro teorico degli anni ’70 del ‘900, quello derivato dal movimento operaio che ha accompagnato lo sviluppo del capitale e ne è uscito sconfitto, lasciando, come scrive Wolfgang Streek, le classi possidenti - “trincerate in una piazzaforte politicamente imprendibile: l’industria della finanza internazionale”66 - libere di produrre barbarie fino alla loro propria estinzione.

Kurz, rileggendo Marx, rimuove il campo della lotta di classe. Harvey invece, stordito dalla violenza con cui stanno esplodendo le contraddizioni costitutive del capitale, non riesce a dare alla classe un significato che possa definirla come nuovo soggetto antagonistico67 . Indica però la necessità di superare le posizioni persistenti in quella parte del movimento che ha messo “eccessivamente in evidenza” la contraddizione tra capitale e lavoro nella teoria e nella prassi68 . Storicamente il movimento operaio l’ha praticata soltanto in termini di ricomposizione finalizzata al progresso nel capitalismo. Lo rileva Claudio Napoleoni nel 1970: “Il capitalismo non crolla né esce fuori di sé in modo evoluzionistico: il suo superamento è concepibile soltanto sulla base di un intervento sociale e politico”69 . Altri economisti hanno continuato invece a sostenere la tesi dell’oggettività dell’accumulazione senza fine, nel “presupposto cieco che ogni stadio di sviluppo delle forze produttive sarà eternamente in grado di generare il meccanismo di compensazione basato sulle nuove industrie e quindi sulla rinnovata capacità di assorbimento capitalistico di un’immane quantità di lavoro vivo su quel livello di sviluppo”70 .

Harvey ha provato ad articolare oggettività e soggettività rilevando nel capitale “x” contraddizioni, che la classe, come piede di porco, potrebbe/dovrebbe forzare. Kurz si è limitato ad una sola fondamentale: il lavoro sociale produce valore, i capitali ne traggono plusvalore, la loro competizione alimenta una produttività che riduce il lavoro. Viene interpretata talora come processo oggettivo: “Il capitale lavora ‘per noi’, autodistruggendosi”71 . Ma per Kurz, all’opposto, la soggettività è essenziale e penetrante, retrospettivamente e nel presente.

“L’obiettivo che si vuole presentare oggi ‘come irreversibile oggettività’ - scrive - avrebbe potuto emergere in una qualsiasi fase dello sviluppo capitalistico”. Invece, “né le ribellioni del settecento e dell’inizio dell’ottocento, né il vecchio movimento operaio e nemmeno i movimenti sociali degli ultimi decenni sono stati capaci di produrre tale coscienza. Al contrario: le forme capitaliste del lavoro astratto, della valorizzazione del valore e dello Stato moderno sono state sempre più interiorizzate"72 . Oggi, il blocco della valorizzazione attribuisce a questo obiettivo una dimensione esistenziale. “O si rompe il feticismo della forma sociale o la vita della società sarà ‘disattivata’ in modo quanto mai più catastrofico”73 . Il lavoro deve essere assunto come categoria negativa, altrimenti quanto più quello residuale diventa precario e obsoleto, tanto più si diffondono ideologie che alimentano le discriminazioni e la paura. Gli interessi vitali non sono negoziabili, i criteri di finanziabilità devono essere rifiutati. “Ciò non sarà l’atto di un ‘soggetto oggettivo’, ma di essere umani che vogliono essere tali e nulla più” 74 .

Kurz confina tuttavia la prassi al mondo delle forme che sopravvivono alla fine del valore. Per Harvey e Lohoff il terreno definito dal capitale produttivo di merce sarebbe invece ancora potenzialmente praticabile, ma trascurano gli effetti che la pressione del capitale fittizio esercita sulla dinamica competitiva che gli è propria accelerandone la centralizzazione. La produttività aumenta e il lavoro sociale si contrae, fino all’Industria 4.0 che considera la forza lavoro esplicitamente in gran parte spreco.


Note
1 Kurz R., La fine della politica e l’apoteosi del denaro, Roma, Manifesto libri, 1997 (ed. orig. 1995), ripreso come L’ascesa del denaro al cielo, blackblog francosenia, 11 novembre 2017.
2 Harvey D., Limits to capital, London, Verso, 2006 (ed. orig. 1982), p. 186.
3 Ivi, p. 283.
4 Ivi, p. 287.
5 Dembinski P.H., Finance servante ou finance trompeuse?, Paris, Parole et Silence, 2008, p. 86.
6 Durand C., Le capital fictif, Paris, Les prairies ordinaires, 2014, p. 63.
7 Marx citato da Chesnais F., Capital fictif, dictature des actionnaires et des créanciers, Les Possibles, 6, 2015.
8 Ivi.
9 Ibidem.
10 Harvey D., Limits to capital, cit. p. 267.
11 Ivi, p. 297.
12 Kurz R., La rottura strutturale del capitale e il ruolo della critica categoriale, intervista a Robert Kurz, Ozio produttivo, 31 luglio 2009.
13 Lohoff E., Trenkle N., La grande dévalorisation, Fécamp. Post-éditions, 2014, p. 254.
14 Ibidem.
15 Ivi, p. 255.
16 Chesnais F. Finance capital today, Chicago, Haymarket Books, 2016, p. 7.
17 Amato M., Fantacci L., Fine della finanza, Roma, Donzelli, 2009, p. 103.
18 Dembinski P.H., Finance servante, cit., p. 145.
19 Kurz R., La fine della politica, cit.
20 Coltorti F., Le multinazionali, Prato, Lezioni UniFi, 2009.
21 Dembinski P.H., Finance servante, cit., p.150.
22 Starosta G., The Outsourcing of Manufacturing and the Rise of Giant Global Contractors: A Marxian Approach, New Political Economy, 15, 4, 2010.
23 Bellofiore R. (a cura di), The Great Recession and the Contradictions of Contemporary Capitalism , Cheltenham, Edward Elgar, 2015, p.7.
24 Ivi, p. 11.
25 Fiocco L., Innovazione tecnologica e innovazione sociale, Soveria Mannelli, Rubbettino, p. 60.
26 Dembinski P.H., Finance servante, cit., pp. 16-17.
27 Cfr. Amato M., Fantacci L., Fine della finanza, cit., p. 280.
28 Martin R., Financialization of daily life, Philadelphia, Temple University Press, 2002, p. 16.
29 Blackburn R., Finance and the fourth dimension, New Left Review, 39, 2006.
30 Arrighi G., Il lungo XX secolo, Il Saggiatore, Milano, 1996 (ed. orig. 1994), p. 23.
31 Arrighi G., Adam Smith a Pechino, Milano, Feltrinelli, 2007 (ed. orig. 2007).
32 Ivi, p. 57.
33 Arrighi G., Trascrizione del ciclo di lezioni tenute dal 9 al 17 dicembre nel Dipartimento di Sociologia e Scienza Politica dell’Università della Calabria.
34 Harvey D., Marx e la follia del capitale, Milano, Feltrinelli, 2018 (ed. orig. 2017).
35 Ivi, p. 69.
36 Harvey D., Limits to capital, cit., p. 299.
37 Ivi, p. 17.
38 Harvey D., Diciassette contraddizioni e la fine del capitalismo, Milano, Feltrinelli, 2014, p. 9 (ed.orig. 2014).
39 Harvey D., Marx e la follia, cit., p. 111.
40 Harvey D., Diciassette contraddizioni, cit., p. 114.
41 Ibidem.
42 Ivi, p. 115.
43 Ivi, p. 75.
44 Ivi, p. 32.
45 Ivi, p. 79.
46 Ivi, p. 90.
47 Ivi, p. 87-88.
48 Ivi, p. 100.
49 Sivini G., “Marx e la follia del capitale”. Un confronto fra Harvey e Critica del valore. L’anatra di Vaucanson, settembre 2018.
50 Intervista di Henri Wilno a François Chesnais, L’Anticapitaliste, 86, 2017.
51 Kurz R., La fine della politica, cit..
52 Marx K., Il capitale, Libro primo, capitolo quarto, ed. Cantimori D., Roma, Editori Riuniti, 1972, pp. 170-1.
53 Montano S., Intervista a Robert Kurz, Ozio produttivo, 31 marzo 2007, da IHU On-Line, 188, 10 luglio 2006.
54 Kurz R., ll capitale portatore d'interesse, la bolla speculativa e la crisi della moneta, blackblog francosenia, 8 settembre 2016, da Kurz R. Lire Marx, Paris, La balustrade, 2002.
55 Ivi.
56 Kurz R., Crisi economica mondiale, movimento sociale e socialismo 12 tesi, Comunicazione al Forum Marxista della Sassonia il 14 novembre 2009, Ozio produttivo, 4 luglio 2013.
57 Kurz R., La fine della politica, cit..
58 Kurz R., ll capitale portatore d'interesse, cit..
59 Kurz R., La crisi del valore di scambio (1986), blackblog francosenia, 2 maggio 2016
60 Ivi.
61 Ibidem.
62 Lohoff E., Per una discussione su "La grande svalorizzazione" e "Denaro senza valore", blackblog francosenia, 2 giugno 2017, da Krisis, 14 maggio 2017.
63 Lohoff E., Trenkle N., La grande dévalorisation, cit., p.136.
64 Lohoff E., Autodestruction programmée. À propos du lien interne entre la critique de la forme-valeur et la théorie des crises dans la critique marxienne de l’économie politique, overblog, 1(1/2019 (orig. 2017).
65 Lohoff E., Acumulaçao de capital sem acumulaçao de valor, Krisis, 2018 (orig. 2014).
66 Streeck W., Crisis of democratic capitalism, New Left Review, 71, 2011.
67 La classe “non è un concetto bensì un processo” che riguarda le dinamiche di accumulazione del capitale: cfr. Schouten P., David Harvey on the Geography of Capitalism, Theory Talks, 9 ottobre2008.
68 Harvey D., Diciassette contraddizioni, cit., p. 77.
69 Citato da Bellofiore R., L’importante è finire. Su un libro recente di Giordano Sivini, Economia & Lavoro, 4, 2017, p. 203.
70 Kurz R., Tutto sotto controllo sulla nave che affonda, L’anatra di Vaucanson, 18 dicembre 2018 (orig. 1989).
71 Bellofiore R., L’importante è finire, cit..
72 Kurz R., Vies et mort. cit., p. 9.
73 Montano S., cit..
74 Kurz R., Vies et mort, cit., p. 19.
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Comments   

#1 Alfonso 2019-01-29 08:49
Pregevole...non ho finito di leggerlo, ma non credo di aver affrettato il giudizio. Anche su Weber, che pesa fin troppo su categorie come egemonia, norma, coscienza, individuo. La scuola del CICP, che tu citi, porta avanti sviluppi anch'essi di grande portata. Non immediatamente riconducibili agli altri autori, tuttavia: ad esempio, sulla rendita, della quale hanno comunque una letteratura di tutto rispetto. Grazie compagni
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