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Orientamenti politici e materialismo storico
di Roberto Fineschi
Il nesso fra il livello strutturale e quello sovrastrutturale non è immediato. È un errore accettarne l’identità immediata e pensare che lottando contro uno dei due lati, immediatamente si lotti anche contro l’altro. Chiarito ciò è possibile comprendere il carattere non rivoluzionario o addirittura reazionario di alcuni movimenti politici attuali
Il seguente articoletto mira a esporre in termini inevitabilmente schematici ma spero chiari e orientativi alcuni posizionamenti politici a livello sia strutturale che sovrastrutturale [1]. Ciò permette di descrivere almeno a grandi linee fenomeni in atto. Gli schieramenti politici indicati riflettono orientamenti individuali che non immediatamente corrispondono a partecipazione attiva a un partito, ma a un modo di vedere. Tutte le mediazioni vanno ovviamente svolte per fornire un’analisi più adeguata. Qui, schematicamente, si pongono delle basi per procedere in questo senso.
Nella tabella che segue, nelle colonne si considerano cinque questioni di fondo, 3 a livello strutturale, 2 a livello sovrastrutturale. Per il livello strutturale: A1) essere favorevoli o meno al (per adesso non meglio specificato) capitalismo, A2) essere favorevoli o meno a una sua regolamentazione che includa l’intervento diretto dello Stato (o altra istituzione per lui) nella gestione della riproduzione sociale, ma senza uscire dal contesto capitalistico. Come accessoria, si aggiunge una terza posizione A3), vale a dire essere o meno favorevoli alla presenza dello stato sociale (o in subordine di soli ammortizzatori sociali). A livello sovrastrutturale tutto è ridotto a due nozioni base: B1) essere favorevoli o meno all’universalità del concetto di persona, B2) essere favorevoli o meno alle istituzioni rappresentative parlamentari e alla divisione dei poteri classica borghese. Nelle righe invece si hanno 10 posizionamenti politico-ideologici possibili (numerati progressivamente da 1 a 10). Negli incroci tra righe e colonne, la “V” sta per “sì”, la “X” sta per “no”.
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Rosa Luxemburg critica dell’economia politica
In questo centenario dalla morte della rivoluzionaria polacca pochi hanno approfondito il suo apporto alla teoria economica, che è stato invece fondamentale per lo sviluppo del marxismo
Nel centenario della morte, Rosa Luxemburg (1871-1919) è stata ricordata come socialista, per il suo ruolo nel pensiero femminile e per la straordinaria personalità che viene fuori dal suo epistolario. Qui vogliamo ricordare anche il suo fondamentale contributo alla critica dell’economia politica, in primo luogo con i libri L’accumulazione del capitale (1913) e Introduzione all’economia politica (1912 ).
L’accumulazione è senz’altro da considerare l’opera principale di Rosa Luxemburg. Lo scopo dell’opera era rispondere al quesito «dove sono i consumatori del plusvalore?». La risposta della rivoluzionaria polacca è che dentro un sistema puramente capitalistico sarebbe impossibile reperire la domanda per il consumo di merci prodotte in regime di accumulazione. Tale domanda dovrebbe ricercarsi altrove. E proprio per trovare questa domanda aggiuntiva nasce secondo Rosa Luxemburg l’imperialismo. Infatti, la conquista di nuove colonie da parte degli Stati a economia capitalistica andò di pari passo con la concorrenza, militare ed economica, per accaparrarsi nuovi spazi di accumulazione dopo la saturazione delle economie interne. Ma la lotta per la spartizione di queste zone pre-capitalistiche porta prima o poi alla saturazione dell’intera economia globale, in un mondo divenuto integralmente capitalistico. A quel punto si verifica il crollo del sistema per la carenza della domanda del sovrappiù.
Per questa sua teoria Rosa Luxemburg è stata accusata – anche da illustri marxisti come Lenin o Sweezy – di «crollismo sottoconsumista». Ma andiamo con ordine. Alla fine proveremo a spiegare come si difende da queste accuse e perché il suo contributo fu sottovalutato dai marxisti suoi contemporanei e successivi.
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Domenico Losurdo, alla testa del marxismo militante
di Joào Quartim de Moraes1
Materialismo Storico. Rivista semestrale di filosofia, storia e scienze umane è una pubblicazione dell'Università di Urbino con il patrocinio della Internationale Gesellschaft Hegel-Marx, n. 1 2019
Coincidenza non casuale, nello stesso momento in cui si riuniva per la prima volta a Sào Paulo il gruppo fondatore di “Critica marxista”, Domenico Losurdo pubblicava Dalla rivoluzione d’Ottobre al nuovo ordine internazionale (novembre 1993). Erano gli anni infausti nei quali lo smantellamento del blocco sovietico poneva fine a quattro decadi di equilibrio strategico USA/URSS, favorendo il predominio incontrastato del blocco occidentale riunito nell’alleanza militare del Patto Atlantico. Lunghe colonne di disertori aderivano alla Democracy e alla Globalization Made in USA e giustificavano il loro cambio di fronte con il pretesto della nuova fase storica, convinti che l’insuccesso di Gorbaciov e il golpe di Eltsin fossero solo l’ultima conferma del definitivo fallimento del marxismo. Tristi pappagalli del pensiero unico neoliberale preconizzavano, con la scomparsa dell’URSS, l’inizio di un’era di pace senza più muri né frontiere.
Non mancava, tuttavia, chi si sforzava di tener salda la propria posizione davanti alla valanga reazionaria che rovinava sul blocco sovietico e sotterrava sotto le sue macerie anche l’eurocomunismo. Tra questi, Domenico Losurdo: nel gennaio del 1991, al culmine dello smottamento, pubblicava il primo di una lunga serie di articoli in difesa del lascito della rivoluzione d’Ottobre del 1917. Losurdo aveva già ottenuto un vastissimo riconoscimento accademico internazionale per i suoi studi di filosofia e di storia politico-culturale della Germania (Kant e, principalmente, Hegel) realizzati tra il 1983 e il 1989. In seguito, aveva pubblicato La comunità, la morte, l’Occidente: Heidegger e l’“ideologia della guerra” (Torino, 1991) e Hegel e la libertà dei moderni (Roma, 1992). Ma a consacrarlo come uno dei maggiori storici e teorici del marxismo del nostro tempo era stato certamente Democrazia o bonapartismo, pubblicato nel 1993.
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Marxismo napoletano. Augusto Graziani
di Leo Essen
I
Nel 1983, per il centenario della morte di Marx, l’Istituto Gramsci invita a parlare i più importanti e rappresentativi marxisti. La conferenza si tiene a Roma dal 16 al 19 Novembre, e ha carattere ecumenico. Sono presenti autorità internazionali del marxismo terzomondista, ecologista, operaista, neoricardiano, sraffiano, liberale, strutturalista, keynesiano e nostrano. C’è anche un economista napoletano, Augusto Graziani.
Graziani si laurea nel 1955 in Giurisprudenza alla Federico II, con una tesi in Economia politica con Giuseppe Di Nardi, economista di scuola neoclassica. A metà degli anni Cinquanta si trasferisce alla London School of Economics (LSE) dove studia sotto la supervisione di Lionel Robbins. Un anno dopo si sposta ad Harvard e incontra Wassily Leontiev. Al Massachusetts Institute of Technology (MIT) frequenta Paul Rosenstein-Rodan. Nel 1962 ritorna in Italia, dove gli viene assegnata la cattedra di Economia politica a Catania e poi a Napoli.
Da Robbins, dice Graziani (Intervista), ho appreso quella che sinteticamente si potrebbe definire la grandezza della scuola neoclassica, e cioè la sua rigorosa coerenza interna. Ritengo, dice, che questo insegnamento mi sia rimasto, dal momento che anche negli anni successivi, quando mi sono discostato dalla scuola neoclassica, l'ho fatto senza mai formulare critiche interne, proprio perché ritengo che quello sia uno dei castelli teorici in sé più perfetti. Ho sempre cercato di formulare critiche esterne, e cioè dissociazioni sul terreno dei postulati di partenza e delle ipotesi di base. Da Leontief, dice, credo di aver appreso un principio di prudenza nella ricerca applicata, il non credere mai ciecamente ai dati empirici.
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Il “Manifesto contro il lavoro” venti anni dopo
Postfazione alla quarta edizione
di Norbert Trenkle
Pubblichiamo qui la post-fazione alla IV edizione tedesca del Manifesto contro il lavoro, apparsa in Germania quest’anno a distanza di venti anni dalla prima, uscita nel 1999 (in Italia nel 2003 per i tipi di DeriveApprodi).
Norbert Trenkle prova, con questo scritto, ad “aggiornare” le tesi del Manifesto, molte delle quali comunque non invecchiate ed anzi forse più attuali oggi di allora. Le condizioni che resero quasi “necessario” quel famoso libro non sono certo venute meno, al contrario si sono inasprite e approfondite. Il lavoro (che è qui inteso come una forma storicamente specifica di attività della società capitalistica, come attività che produce merci) è sempre più raro ed opprimente. Al tempo stesso , la crisi si è fatta più acuta e la forma-capitale più folle e devastante. Proprio per questi motivi, più forte si è fatta anche l’esigenza di emanciparsi una volta per tutte da questo sistema omicida, esigenza che però fatica a prendere forma e viene piuttosto incanalata verso vicoli ciechi sovranisti, antisemiti, razzisti, classisti e sessisti.
Il Manifesto contro il lavoro è stato e continua ad essere un tentativo che va nella direzione opposta, nella direzione cioè di dare forma ad un progetto di liberazione di cui si sente veramente la necessità e la mancanza. Per questa ragione resta un testo ancora attuale, e in modo stringente.
* * * *
Da quando abbiamo pubblicato il Manifesto contro il lavoro, quasi 20 anni fa, non solo la crisi fondamentale del capitalismo si è rapidamente intensificata dal punto di vista economico, ma sta mettendo sempre più in discussione l’esistenza stessa della società della merce nel suo insieme.
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“Buscar el Levante por el Ponente”
Lenin da “Materialismo ed empiriocriticismo” ai “Quaderni filosofici”
di Eros Barone
«Il mondo, l’unità di tutte le cose, non è stato creato da nessuno degli dèi o degli uomini, ma è stato, è e sarà un fuoco eternamente vivo, che secondo misura si accende e secondo misura si spegne»... Un’ottima esposizione dei princìpi del materialismo dialettico.
Lenin, Quaderni filosofici. 1
1. Tra la guerra imperialista e la repressione del partito bolscevico: genesi dei Quaderni filosofici
All’inizio della prima grande guerra imperialista Lenin viveva a Cracovia, allora regione polacca dell’Impero austro-ungarico, dove aveva scelto di espatriare per mantenere un collegamento diretto con la Russia in séguito all’ondata di persecuzioni politiche abbattutasi sul partito bolscevico. Sarà poi costretto a spostarsi in Svizzera a Berna, dove potrà lavorare con profitto avendo a disposizione il ricco materiale presente nelle biblioteche di questo importante centro culturale. In questa situazione di isolamento politico, che lo priva di ogni possibilità di influire direttamente sul movimento rivoluzionario, Lenin utilizzerà al massimo grado l’opportunità di svolgere uno studio teorico tendenzialmente sistematico della dialettica, di Hegel e dell’imperialismo. Si tratta di un momento estremamente importante nella maturazione complessiva del pensiero di Lenin, il cui frutto saranno le centinaia e centinaia di pagine dei Quaderni filosofici e dei Quaderni sull’imperialismo. Per usare un’immagine icastica, se è vero che Marx aveva caricato la bomba della rivoluzione, è altrettanto vero che Lenin la fece esplodere e che l’innesco di questa bomba fu fornito, alla fine del primo decennio del Novecento, dal saggio su Materialismo ed empiriocriticismo e, sei anni dopo, dalla lettura della Scienza della logica di Hegel.
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Lavoro di massa senza valore
di Norbert Trenkle e Ernst Lohoff
A prima vista, potrebbe sembrare che l'industrializzazione su larga scale dei paesi emergenti nel mercato mondiale - innanzitutto la Cina, l'India ed il Brasile, ma anche quella di altre regioni dell'Asia e dell'America Latina - fornisca le prove concrete che a livello mondiale non si può più parlare di una contrazione della sostanza del lavoro e del valore [*1]. Ma guardando la cosa più da vicino, tutto questo si rivela una mera finzione. Da un lato, se vista alla luce delle numerose perdite di posti di lavoro industriali nei paesi capitalisti del centro, ed ancor più nei paesi del defunto «socialismo reale», la crescita del lavoro di massa può essere relativizzata. Perfino in Cina, il paese del boom, a partire dagli anni '90 si registra un saldo negativo di quelli che sono i posti di lavoro industriali, fra l'altro perché il settore pubblico sottoproduttivo ha perduto più posti di lavoro di quanti ne siano stati creati nel settore privato [*2]. Questo fenomeno viene deliberatamente nascosto, dal momento che le imprese industriali pubbliche appaiono, viste attraverso gli occhiali ideologici del neoliberismo e quelli della sinistra tradizionale, come se facessero parte di un sistema differente, sebbene non rappresentino altro che è un'altra forma di valorizzazione nazionale capitalista. In realtà, in primo luogo, si tratta solamente dell'estromissione di queste imprese da parte di un capitale maggiormente produttivo.
Dall'altro lato - ed è questo il punto essenziale - il lavoro di massa nelle fabbriche del mercato mondiale, nelle imprese di subappalto, nelle fabbriche al nero dei paesi emergenti e nei luoghi di produzione a basso salario non rappresenta affatto in alcun modo una quantità di valore e di plusvalore così tanto elevata come si potrebbe credere a prima vista.
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Il capitalismo delle piattaforme1
di Antonio Savino
Dal capitalismo immanente, quello delle ciminiere, delle sirene che chiamano al lavoro migliaia di persone, si è passati al capitalismo trascendentale, un capitalismo simil-finanziario, che trae profitto creando centri (monopolisti) di servizi e “miners”, relazioni, collegamenti e estrazione di dati: sono le nuove piattaforme che internet e le nuove tecnologie digitali consentono; il loro core business è tanto la prestazione di un servizio (spesso retribuita, ma non sempre), quanto l’estrazione di valore dalle interazioni sociali che ne derivano.
Le piattaforme fino a ieri erano delle strutture piane e resistenti che servivano come base di appoggio per un trasbordo di merci e rendono possibili dei passaggi. Le recenti piattaforme digitali sono un agglomerato di hardware e software (con uso di intelligenza artificiale e big data) che si collocano in modo tendenzialmente monopolista, tra due entità fisiche come produttori e consumatori (es. Amazon), tra parlanti e riceventi (es. Facebook) o tra macchine e operatori (es. Siemens, GE) che permettono di svolgere determinate operazioni. Sono dispositivi con strutture e norme che regolano flussi, passaggi, spostamenti ed operazioni varie di informazioni e merci.
Fin qui tutto sembra normale, le piattaforme più o meno tecnologiche ci sono sempre state, svolgevano un servizio spesso legale e “utili” (il virgolettato del dubbio) come la grande distribuzione, notai, ecc, altre volte meno legali come i sistemi mafiosi, i quali ponendosi da monopolisti tra produttori e consumatori (nei settori droga, ortofrutta, caporalato, costruzioni, ecc.) traggono profitto dalla transazione.
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Un passaggio essenziale nella teoria di Marx
di Gianfranco La Grassa
Si tratta di un brano, un semplice e solo brano delle migliaia di pagine scritte da Marx e spesso pubblicate dai suo successori, magari con aggiunte non sempre messe in evidenza nella loro non stesura (o almeno non completa e letterale) fatta proprio da lui. Ma non m’interessa nulla di tutto questo. L’importante è fissare le parti salienti di una teoria scientifica e mostrarne la rilevanza ancora attuale e, ancor più, laddove essa va rielaborata alla luce dell’esperienza storica di un secolo e mezzo! Riporto quindi un brano tratto dal III Libro de “Il Capitale”, cap. XVII.
«Trasformazione del capitalista realmente operante in semplice dirigente, amministratore di capitale altrui, e dei proprietari di capitale in puri e semplici proprietari, puri e semplici capitalisti monetari. Anche quando i dividendi che essi ricevono comprendono l’interesse e il guadagno d’imprenditore, ossia il profitto totale (poiché lo stipendio del dirigente è o dovrebbe essere semplice salario di un certo tipo di lavoro qualificato, il cui prezzo sul mercato è regolato come quello di qualsiasi altro lavoro), questo profitto totale è intascato unicamente a titolo d’interesse, ossia un semplice indennizzo della proprietà del capitale, proprietà che ora è, nel reale processo di riproduzione, così separata dalla funzione del capitale come, nella persona del dirigente, questa funzione è separata dalla proprietà del capitale. In queste condizioni il profitto (e non più soltanto quella parte del profitto, l’interesse, che trae la sua giustificazione dal profitto di chi prende a prestito) si presenta come semplice appropriazione di plusvalore altrui, risultante dalla trasformazione dei mezzi di produzione in capitale, ossia dalla loro estraniazione rispetto ai produttori effettivi, dal loro contrapporsi come proprietà altrui a tutti gli individui REALMENTE ATTIVI NELLA PRODUZIONE, DAL DIRIGENTE ALL’ULTIMO GIORNALIERO [maiuscolo mio].
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La filosofia come «Kampfplatz» e l’intervento di Lenin nella “crisi delle scienze”1
di Eros Barone
Neppure una parola di nemmeno uno di questi professori – capaci di produrre le opere più preziose in campi particolari della chimica, della storia, della fisica – può essere creduta quando si passa alla filosofia. Perché? Per la stessa ragione per la quale neppure una parola di nemmeno uno dei professori di economia politica- capaci di produrre le opere più preziose nel campo delle indagini particolari condotte sui fatti – può essere creduta quando si passa alla teoria generale dell’economia politica. Poiché quest’ultima, nella società contemporanea, è una scienza di parte, come la gnoseologia.
V.I. Lenin, Materialismo ed empiriocriticismo, Editori Riuniti, Roma 1970, pp. 336-337.
Il libro di Lenin contro l’empiriocriticismo è, secondo me, davvero eccellente.
K.R. Popper, Alla ricerca di un mondo migliore, Armando Editore, Roma 2002, p. 104.
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La lotta teorica marxista in una congiuntura storica controrivoluzionaria
Materialismo ed empiriocriticismo fu scritto da Lenin nel 1908, in esilio, dopo la sconfitta della rivoluzione del 1905-1907. Sotto l’imperversare del terrore controrivoluzionario, in condizioni estremamente dure, i bolscevichi lottavano per dare ordine alla ritirata, per indietreggiare senza panico e sbandamento, per conservare i quadri, raggruppare le forze, ricostituire le file. Allora, nel momento in cui, battuta la rivoluzione, maggiore era la disgregazione tra i ‘compagni di strada’ della classe operaia e più profondi l’abbattimento e la confusione tra gli intellettuali, l’offensiva controrivoluzionaria venne sferrata anche sul fronte teorico e ideologico. Nel giro di poco tempo si moltiplicarono i tentativi di revisione del marxismo e la ‘critica’ del materialismo dialettico divenne un fatto alla moda.
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Marx e l'ornitorinco1
di Antonio Savino
Il mondo popolato da spiriti
Il metodo: guardare le cose è diverso dal guardare le relazioni tra le cose. Le prime sono visibili con gli occhi le seconde con la mente.
Nel passato si chiamavano “spiriti” (fantasmi) perché esiste una realtà dietro le apparenze e queste sono le vere causali che muovono il mondo visibile. Anche nelle realtà umane esistono relazioni sociali che sono invisibili ma non per questo meno vere.
Sulla natura di questi spiriti i filosofi e studiosi si sono dati da fare: dal delirio di onnipotenza di Nietzsche all'inconscio di Freud fino all'economia di Marx (tralasciando gli spiriti religiosi o animisti).
L’economia per Marx
Nella teoria di Marx nella società capitalista, lo sfruttamento non avviene a forza d'imposizione, di virtù di razze, di norme morali ed etiche, di regole religiose ecc., ma attraverso lo scambio di prodotti del lavoro. I rapporti di dipendenza tra gli individui assumono l'apparenza di rapporti tra cose, tra prodotti del lavoro.
Il dominio capitalistico è un meccanismo impersonale perché mediato dai rapporti di scambio.
Per Marx l'economia è lo spirito che ben rappresenta la forma di relazione sociale dominante nella modernità, l'economia segna il passaggio epocale tra il mondo pre-moderno e moderno.
Il nocciolo della sua analisi era la teoria del valore. Intorno a questa tesi di Marx, da centinaia d'anni si sono imbastite teorie, carriere, sudore, partiti, guerre, sangue, e tante rotture di capo di molte persone.
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La critica del valore come confezione ingannevole
di Thomas Meyer
1. Introduzione
Sono già passati alcuni anni dalla scissione di Krisis e dalla conseguente dissoluzione di quello che era il suo contesto precedente (cfr. Kurz, 2004). Anni durante i quali i testi di Krisis (e di Streifzüge) sono stati criticati più volte da Exit. [*1] Sia che si trattasse di una critica riduttiva del lavoro, o che nascondessero ed ignorassero le critiche al sessismo, all'antisemitismo e al razzismo, sia che esprimessero un punto di vista della classe media degli uomini precarizzati (cfr. Scholz, 2005). Con il riferimento positivo al «software libero», insieme allo scandalo delle merci che si presume non siano più tali, vale a dire, con la propaganda dei cosiddetti «beni universali», così come con la presunta «sorella delle merci», divenne evidente la fissazione sulla sfera della circolazione e l'adesione all'individualismo metodologico (cr. Kurz, 2008).
A partire dalla pubblicazione del libro "La Grande Svalorizzazione" (Lohoff; Trenkle 2012), il termine di «merci di second'ordine» (obbligazioni, prodotti finanziari, ecc.) ha cominciato a circolare in diversi testi di Ernst Lohoff, nei quali le merci di prim'ordine rappresentano i beni di consumo abituali (mele, automobili, armadi, ecc.). Le «merci di second'ordine» sarebbero la «nuova merce di base», in quanto nuova «base della valorizzazione del valore» al posto ed in sostituzione della forza lavoro (Lohoff 2016, 17) e, infine, le merci di second'ordine sarebbero la nuova «merce-denaro» che avrebbe sostituito l'oro (Lohoff 2018, 11). Mentre la nuova merce denaro « [esiste] solo dal lato delle attività di bilancio della banca centrale» (ivi, 38). La crisi del capitalismo viene negata a partire dal fatto che si afferma, in tutta serietà, che l'accumulazione di capitale fittizio non è affatto fittizia, e che il lavoro non è assolutamente l'unica fonte di produzione di plusvalore.
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Le risposte che è difficile trovare
Marco Diani intervista Nicos Poulantzas
E se accettassimo l'idea di una tensione strutturale tra la teoria e la pratica? Di fronte a problemi nuovi non troviamo soluzioni bell'e pronte nè in Marx, nè in Lenin, nè in Gramsci. Le difficoltà dei partiti operai non riguardano tanto la "forma" organizzativa, quanto il rapporto tra politica e società. Classe operaia e democrazia formale: una questione teorica cui guardare senza miti
Questa intervista a Nicos Poulantzas è apparsa sul settimanale comunista Rinascita il 12 ottobre 1979, pochi giorni dopo la morte dell'autore, e può essere considerata la sua ultima espressione pubblica. Nel corso dell'intervista emergono i temi centrali della sua analisi: l'irrisolta questione del potere e della teoria dello stato moderno nel pensiero marxista e l'inadeguatezza delle forme di rappresentanza e di organizzazione politica affermatesi nei partiti del movimento operaio occidentale.
Il testo, riprodotto di seguito, ci è stato segnalato da Marco Diani, che ringraziamo, ed è stato ricavato da una lunga conversazione da lui tenuta con Poulantzas, che avrebbe dovuto costituire il prelundio a un libro.
* * * *
Nel dibattito sulla « crisi del marxismo », o meglio dei marxismi, è stato ripreso e sviluppato il tema della « responsabilità della teoria ». Da parte tua, hai spesso ricordalo che non sì possono attribuire alla teoria responsabilità che non ha bisogna dedurne che sei propenso a separare i presupposti teorici dalla pratica e dalle realizzazioni polìtiche?
Precisiamo. In un primo momento, ho voluto intervenire nel pieno di una polemica, quella dominata dall’antimarxismo isterico dei nouveaux philosophes, in cui il marxismo era identificato puramente e semplicemente con il gulag. Mi sembra sempre più urgente abbandonare la concezione, impressa da Lenin al marxismo e ancor molto resistente, fondata sulla adeguazione tra teoria e pratica, e in base alla quale si riconoscono e si classificano i « ritardi » e gli « scarti » attribuiti alle peripezie della storia.
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Uscire dall'economia
di Antonio Savino
Filosofia economica. La crisi economica ed ecologica del pianeta è la conseguenza dell'elevata capacità produttiva di merci raggiunta, come mai nella storia, merci che devono passare dalla cruna dell'ago della loro valorizzazione per trasformarsi in denaro. Se non sopraggiungono strategie per abolire questo stato di cose, non si avrà nessun cambiamento e l'arma delle crisi e dei conflitti mondiali sarà sempre carica (Parafasi art. in Krisis)
Premessa
Se nel precapitalismo il sistema egemone era la religione che a sua volta aveva preso il sopravvento sul precedente sistema della città-impero (la Roma sacralizzata) nella modernità invece il sistema egemone è l'economia. Il valore che si valorizza ha preso il sopravvento sia sulle precedenti relazioni ed ha egemonizzato ogni altra forma di relazione sociale, è la grammatica della modernità. Essa ha messo l'intelligenza umana, l'intelligenza collettiva, al servizio del valore privato.
Il capitalismo non ha niente di “naturale”, ma è il frutto storico di relazioni e reazioni spontanee che si sono succedute nel tempo (da quasi 800 anni). Nato in un Occidente medioevale da una serie di coincidenze; è frutto di una “tempesta perfetta', come si dice in scienze. Conseguenza di una concatenazione di eventi particolari verificatesi in una particolare zona del mondo, si ha attecchito ed ha avuto successo.
La forma capitalista si è affermata in Occidente e poi ovunque e da qui ha segnato la storia dell'umanità degli ultimi secoli.
Per questo il capitalismo non va considerato come frutto di qualche progresso naturale, e neppure come un epifenomeno tecnologico, ma è una idea di uomo e di mondo mutuata dall'economia.
Il capitalismo nelle sue invarianti antropologiche, è un insieme di dispositivi sociali, un complesso sistema di relazioni che formano un insieme di canali, dighe e cascate dove scorre il fluido dell'economia, “liquido” su cui nuota tutta la civiltà attuale.
Dispositivi niente affatto “naturali”, ma prodotti dall'uomo, e per questo fanno parte integrante del suo “patrimonio” culturale. Un ordine sociale che ha plasmato il senso comune, e l'inconscio collettivo.
Ovunque nel mondo, sui fili portanti della società capitalista, si hanno le medesime reazioni di fronte ai medesimi stimoli si è un insieme omogeneo almeno sul fronte economico.
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Democrazia e potere
di Salvatore Bravo
Diritto e violenza
Il Marx di Maurizio Ricciardi in “Il potere temporaneo Karl Marx e la politica come critica della società” è il Marx della prassi (dal gr. πρᾶξις «azione, modo di agire», der. di πράσσω «fare»), in cui la cristallizzazione del potere capitalistico opera capillarmente e nel contempo si irrigidisce in istituzioni che eternizzano il potere politico. Le istituzioni che in Hegel erano il luogo etico nel quale il diritto esplicava l’universale, in Marx non solo sono storicizzate, ma non vi è nessun diritto che precede la prassi, il diritto si forma nella storia, nella relazione tra struttura e sovrastruttura. Le istituzioni ed il diritto, se rappresentate come astoriche, sono il mezzo con cui i sistemi perpetuano se stessi e legittimano la violenza. Con la genealogia storica si denuncia la modalità ideologica con cui il potere si afferma nel quotidiano. La ricostruzione storica curvata nell’ideologia, nella difesa degli interessi particolari a cui si doveva “necessariamente” giungere è già violenza, perché si vorrebbe inibire il pensiero, la critica radicale e la prassi. La storia collassa su se stessa, si chiude al futuro, ed il passato diventa il despota del presente1:
”Ciò che preme a Marx è mettere in discussione l’ipoteca del passato sul presente, il cui effetto è la radicale destoricizzazione dei rapporti tra gli uomini, che non vengono interpretati per ciò che sono, ma per ciò che si presume siano sempre stati e di conseguenza dovranno essere sempre, legittimando in questo modo la necessaria e indiscutibile trascendenza del potere”.
Astoricizzazione e gerarchia
Storicizzare è riportare il fenomeno storico alla sua genetica storica. Con la categoria della comprensione si materializza l’attività del soggetto storico resistente che in quanto tale “si umanizza”, mentre la naturalizzazione del presente, per mezzo della sua astoricizzazione preserva e conserva “l’antiumano”, il dominio della forma merce sulla persona.
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Un nuovo Marx
di Roberto Fineschi
[Trascrizione, con revisione minima, della conferenza inaugurale del ciclo “Officina Marx 2018”, tenutosi presso Le stanze delle memoria il 22 ottobre 2018. Per una trattazione più dettagliata di molte delle questioni toccate, si veda: R. Fineschi, Un nuovo Marx. Interpretazione e prospettive dopo la nuova edizione storico-critica (MEGA2), Roma, Carocci, 2008]
1. Il titolo del mio intervento è “Un nuovo Marx”. Da una parte è un titolo un po’ paradossale perché Marx è un autore ben noto, molto letto, molto interpretato. Su di lui si sono scritti fiumi di inchiostro e non solo: la sua faccia era impressa su bandiere politiche, il suo nome è stato utilizzato da molti e in molte direzioni come bagaglio politico ideologico per legittimare movimenti storici, addirittura Stati.
In questo senso, nella misura in cui lo si utilizzava politicamente, era in una certa misura inevitabile creare una ortodossia, perché i movimenti politici che diventano istituzioni hanno bisogno di una verità ufficiale, eterna che, chiaramente, per esigenze di identità e di autolegittimazione , tende irrimediabilmente ad irrigidirsi in formule che piano piano perdono appiglio alla realtà e si trasformano in un formulario da ripetere negli anniversari e nelle celebrazioni.
Sicuramente questo è in parte il destino che l’opera di Marx ha subito in Unione Sovietica o nell’est Europa dove era una dottrina ufficiale di una istituzione e non poteva che essere vera, immodificabile, sicura in secula seculorum. Il diamat ne è l'esempio per antonomasia. Tra gli elementi cardine di queste varie formulazioni avevamo ovviamente che il socialismo reale costituiva l’inveramento delle teorie di Marx: il socialismo reale realizzandosi verificava le previsioni di Marx, l’esistenza di una intrinseca necessità storica per cui alla fine lì si doveva arrivare. Il presunto esito della evoluzione storica era quello che si era verificato.
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Lucio Colletti. Marxismo e Lotta di classe
di Leo Essen
Lucio Colletti è stato uno dei più raffinati marxisti italiani. La sua conoscenza di Hegel era pari a quella di Jean Hyppolite. Ma a differenza di quest’ultimo, il quale ebbe come allievi (diretti e indiretti) Deleuze, Derrida, Foucault, Balibar e Althusser, Colletti lasciò poche tracce del suo passaggio, se si escludono le influenze su Napoleoni e Orlando Tambosi. La sua posizione mediana era incuneata tra i computisti neo-ricardiani partoriti da Sraffa, e gli operaisti legati a Marcuse, Schmitt, Heidegger, Lukács, Korsch e compagnia bella.
Insegnava filosofia teoretica all’università di Roma, era iscritto al Partito Comunista Italiano (PCI), e collaborò con la rivista del Partito «Società» fino al 1962, anno in cui il PCI, impaurito dalla linea troppo leninista e marxista della rivista, ne decise la chiusura. Nel 1964 uscì anche dal PCI.
Mi trovai sempre più emarginato all’interno del partito - disse nel 1974, nella famosa intervista alla New Left Review (Intervista politico-filosofica) -, mi si permetteva quasi soltanto di pagare la tessera. La militanza nel PCI non ebbe più senso per me, e lasciai il partito in silenzio.
Colletti sarebbe potuto diventare una Star della filosofia europea, e avere una caterva di discepoli e seguaci, se non si fosse incaponito nella demolizione del Diamat, combattendo una guerra solitaria e inutile che lo allontanò da Hegel e dai nuovi e giovani marxisti. Il disgusto per il Diamat lo portò ad abbandonare Hegel e ad arretrare verso Kant e l’empirismo. Da un punto di vista strettamente epistemologico, disse, c’è solo un grande pensatore moderno che può aiutarci, ed è Kant.
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Per un altro Marx
di Michele Figurelli
L’einaudiano Karl Marx biografia intellettuale e politica 1857-1883 è una prima felicissima conclusione di un lungo viaggio compiuto da Marcello Musto dentro il laboratorio di Marx. La prima novità del libro è proprio questa: lo scavo tra manoscritti anche inediti, quelli preliminari e poi di scrittura e riscrittura e di correzioni continue del Capitale, lo scavo tra i 200 quaderni di appunti delle sue ricerche multidisciplinari e delle sue tantissime letture, che accende una luce nuova anche sui moltissimi suoi articoli di analisi degli avvenimenti vicini e lontani della sua epoca. Si tratta di un mare magnum di scritti che mediante riscontri continui sono stati da Musto contestualizzati in quelle straordinarie registrazioni che l’ epistolario completo contiene sia dello svolgimento dei fatti sociali politici e culturali sia della militanza e della lotta politica sia della drammatica sua esistenza di esule e della “vita senza pace”(p. 55) di una famiglia molto amata : Jenny sua moglie, la più bella di Treviri, e le figlie Eleanor (detta Tussy), Laura e Jenny, e “la pupilla dei suoi occhi” (p. 171) il nipotino Johnny.
I riscontri e le contestualizzazioni di Musto consentono di leggere Marx dentro il work in progress ma senza fine della sua critica dell’economia politica, dentro il divenire di una ricerca tanto appassionata quanto tormentata, dentro le sue domande, i suoi ripensamenti, e le revisioni continue, risultato dopo risultato, di un lavoro antidogmatico per eccellenza. Il libro ci fa vedere un Marx vivo, quasi come quello del bel film di Raoul Peck tanto applaudito dai giovani per la capacità di trasformare una riproduzione filologicamente accurata di documenti e di testi in scene ed immagini assai suggestive, come ad esempio quelle di un bosco, il bosco dei cosiddetti furti di legna, dove immediatamente si riconoscono le differenze tra quelli che erano raccoglitori dei rami caduti e quelli che invece distruggevano gli alberi e li facevano a pezzi.
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Ricchezza della forza lavoro
Salario, prezzo e profitto di Karl Marx
di Adelino Zanini
Anticipiamo qui l’introduzione di Adelino Zanini alla nuova edizione di Salario, prezzo e profitto di Karl Marx, in uscita in questi giorni per ombre corte. Ringraziamo l’editore e l’autore per la disponibilità
Ci sono molte ragioni per riproporre alla lettura un testo breve e molto noto quale Salario, prezzo e profitto. E ci sono, anche, molte possibili letture del testo medesimo. Ricordiamo, anzitutto, come si tratti di un lavoro da Marx scritto nel 1865, per una situazione particolare e uno scopo specifico: rispondere, durante le assise del Consiglio generale dell’Associazione internazionale dei lavoratori, alle tesi propugnate dall’owenista John Weston, secondo il quale qualsiasi aumento dei salari monetari ottenuto dagli operai sarebbe stato annullato da un equivalente aumento dei prezzi. La risposta di Marx fu molto ampia e articolata, al punto da valutarne, in una lettera a Engels del 24 giugno 1865, la possibile pubblicazione, poi scartata per non anticipare inadeguatamente l’uscita del Libro I de Il capitale, che avvenne due anni dopo. Questa è la ragione per la quale il breve testo sarà pubblicato postumo nel 1898, dopo che Eleanor Marx ne rinvenne il manoscritto, redatto in lingua inglese. Molte possibili letture, dicevamo. Quella più ovvia non può che muovere da quanto lo stesso autore afferma nella lettera ora citata, ove è detto che il testo conterrebbe “parecchio di nuovo”, tolto dal manoscritto de Il capitale. Sul punto, si è molto insistito, cogliendo la possibilità di intendere Salario, prezzo e profitto non solo come un’anticipazione, ma anche come uno scritto divulgativo in sé compiuto e capace di sintetizzare, con efficacia, le prime tre sezioni de Il capitale.
Di qui due complementari linee interpretative, per nulla contrapposte, l’una più attenta alla tautologia da Marx discussa e insita nella formulazione classica della teoria del valore-lavoro, l’altra intesa a spingersi oltre, sino a cogliere la funzione svolta nel testo marxiano dalla domanda aggregata.
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Althusser e Poulantzas: egemonia e stato
di Bollettino culturale
Althusser incontra Gramsci
L'incontro di Althusser con il lavoro di Gramsci nei primi anni '60 fu un evento importante nel suo sviluppo teorico. Althusser scoprì Gramsci insieme a Machiavelli ed era inizialmente entusiasta di queste scoperte. Dalla sua corrispondenza con Franca Madonia sappiamo che ha letto Gramsci durante l'estate del 1961 e che è tornato a Gramsci durante la preparazione del suo corso su Machiavelli del 1962. Nel gennaio del 1962, durante la preparazione del corso su Machiavelli, la "scrittura forzata" come la descrive, ricorda di nuovo "quella facilità che avevo trovato in Gramsci". Questo primo corso su Machiavelli è stato intenso per lui, sia a livello filosofico che personale, Althusser insisteva sul fatto che «era su di me che avevo parlato: la volontà del realismo (volontà di essere qualcuno di reale, di avere qualcosa da fare con la vita reale) e una situazione "de-realizzante" [déréralisante] (esattamente il mio attuale delirio) ». Althusser mantenne questo rispetto per la lettura di Gramsci su Machiavelli, facendo riferimenti positivi a Gramsci in Machiavelli e Noi, il suo manoscritto degli anni '70 su Machiavelli, in cui accetta sostanzialmente la posizione di Gramsci secondo cui la sfida teorica e politica che Machiavelli affrontava era quella della formazione di uno stato nazionale in Italia. L'importanza di questo incontro iniziale con Gramsci è evidente in "Contraddizione e surdeterminazione".
«La teoria dell'efficacia specifica delle sovrastrutture e di altre "circostanze" resta in gran parte da elaborare; e prima della teoria della loro efficacia o simultaneamente (poiché è formulando la loro efficacia che la loro essenza può essere raggiunta) ci deve essere elaborazione della teoria dell'essenza particolare degli elementi specifici della sovrastruttura. Come la mappa dell'Africa prima delle grandi esplorazioni, questa teoria rimane un regno abbozzato in contorni, con le sue grandi catene montuose e fiumi, ma spesso sconosciuto nei dettagli al di là di alcune regioni ben note. Chi ha davvero tentato di seguire le esplorazioni di Marx ed Engels? Posso solo pensare a Gramsci ».
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Novità su Marx, novità da Marx
di Antonino Morreale
Nostalgie?
Se mai qualcuno della generazione che ha avuto i suoi primi contatti con Marx negli anni ’60 e ‘70, ritornasse oggi a rileggerlo, avrebbe di che meravigliarsi, scoprendo che tutto è cambiato.
I 35 anni che ci separano dal centenario della morte di Marx nel 1983 al bicentenario della sua nascita nel 2018 (che abbiamo festeggiato in allegria qui al Gramsci con una banda musicale al suono dell’Internazionale), hanno consumato molte illusioni.
Abbattuti muri che andavano abbattuti, altri ne sono stati costruiti che non andavano costruiti. E il mondo non si presenta più oggi come una marcia trionfale nel regno della libertà capitalistica finalmente realizzata; così come l’URSS allora e tutte le guerre di liberazione, dall’Algeria, al Vietnam, dall’Angola a Cuba, e il maggio francese, non erano una marcia trionfale verso il socialismo.
Il mondo è cambiato, noi con lui, e anche Marx è cambiato nel frattempo, ma diversamente da molti di noi è cambiato in meglio, e può aiutarci a decifrare il nostro diverso presente.
Certo, non basta tirar giù dagli scaffali più alti le vecchie edizioni Rinascita o Editori Riuniti, perché, ed è questa la novità, oggi il Marx che può aiutarci è molto diverso dal Marx che ci aiutò e guidò allora.
A questa premessa, diciamo così, generazionale, devo aggiungerne una più personale.
È per me una occasione singolare e fortunata parlare di questo libro di Musto K. Marx. Una biografia intellettuale e politica (1857-1883)”, perché è con un suo precedente lavoro Ripensare Marx del 2011 che mi è capitato di tornare a questo tipo di studi dopo molti anni dedicati ad altro.
Bisognava tornare a leggere Marx, ed è a questo punto che ho incontrato i lavori di Musto.
Anche per questo il libro che discutiamo non è per me uno dei tanti buoni libri che si possono leggere sull’argomento.
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Requiem per il Plusvalore
di Leo Essen
Secondo la legge del valore-lavoro, il valore delle merci si fonda sul lavoro speso nella loro produzione. Le merci devono essere scambiate in proporzione al lavoro in esse incorporato.
Se l’operaio fannullone della fabbrica A produce un frigorifero in 12 ore, mentre l’operaio diligente della fabbrica B produce lo stesso modello di frigorifero in 6 ore, il frigorifero A avrà un valore di 12 unità, mentre il frigorifero B avrà un valore di 6 unità. Se la legge del valore incorporato regolasse sul mercato lo scambio dei beni in modo necessario e universale, il lavoratore fannullone (oppure il capitalista al suo posto) incasserebbe il doppio del lavoratore diligente. Ma ciò contrasta con ogni fatto empiricamente osservabile. Le scelte individuali dei consumatori – le loro motivazioni psicologiche, ridotte al mero calcolo di convenienza – indirizzerebbero le domande verso l’offerta della fabbrica B, costringendo la Fabbrica A a chiudere e a licenziare il fannullone e a spostare i capitali verso la fabbrica B.
Il prodotto quotidiano di un ingegnere meccanico non ha un valore uguale, ma di gran lunga superiore a quello di un semplice operaio industriale, quantunque in entrambi sia incorporato lo stesso tempo di lavoro. Come equiparare i due lavori?
Il lavoro definisce la quantità pura nella quale si esprimono i valori di grandezza. La quantità pura misurata da una bilancia è la pesantezza, mentre i chilogrammi esprimono la grandezza (il Quanto) della pesantezza di un oggetto determinato. Allo stesso modo, il lavoro esprime la quantità pura del valore, mentre i minuti e le ore ne esprimono la grandezza. Pertanto, per commisurare il lavoro dell'ingegnere a quello dell’operaio occorre trovare la quantità pura per esprimere la grandezza nella quale il primo lavoro sta in rapporto al secondo.
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La Dialettica della natura di Engels
Tra metodo e sistema, filosofia e scienza
di Eros Barone
Ad ogni passo ci vien ricordato che noi non dominiamo la natura come un conquistatore domina un popolo straniero soggiogato, che non la dominiamo come chi è estraneo ad essa, ma che noi le apparteniamo con carne e sangue e cervello e viviamo nel suo grembo: tutto il nostro dominio sulla natura consiste nella capacità, che ci eleva al di sopra delle altre creature, di conoscere le sue leggi e di impiegarle nel modo più appropriato.
Friedrich Engels, Dialettica della natura.
1. Significato e costruzione di una “dialettica della natura”
Per valutare il significato storico e teorico del modo in cui Engels ha esteso la dialettica dal campo delle scienze storico-sociali a quello delle scienze fisico-naturali occorre considerare nel suo significato complessivo la elaborazione teorica da lui sviluppata, che comprende la scienza, la dialettica e il materialismo, e individuare nel contempo lo sfondo storico-culturale di tale elaborazione. Né si può prescindere, per un verso, dai limiti storici inerenti allo stadio di sviluppo delle scienze che offrono ad Engels la base di appoggio per la sua costruzione di una “dialettica della natura” e, per un altro verso, dal fine che egli in generale attribuisce a tale dialettica, quindi alla funzione che essa svolge nella prospettiva del comunismo. Questo duplice aspetto è stato al centro dell’attenzione critica e della ricerca teoretica che, nell’àmbito del marxismo italiano, hanno contraddistinto i contributi forniti da Ludovico Geymonat e dalla sua scuola.
La feconda vitalità del pensiero di Geymonat nasce da una riflessione originale sul materialismo dialettico. Tale concezione, oltre ad occupare un posto centrale e prioritario nelle indagini svolte dal pensatore torinese sulla storia del pensiero filosofico e scientifico, chiarisce anche in quale senso si muova la stessa battaglia culturale condotta da Geymonat per affermare il valore conoscitivo della scienza e contrastare le molteplici forme di irrazionalismo e di “reazione romantica contro la scienza”.
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L'altro Marx
Perché il Manifesto Comunista è obsoleto
di Norbert Trenkle (Krisis)
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È almeno a partire dalla crisi finanziaria del 2008 che Karl Marx viene di nuovo riconosciuto, abbastanza giustamente, come altamente attuale. I suoi nuovi e vecchi amici, ad ogni modo, si sono concentrati su quella parte della sua teoria che è ormai da lungo tempo superata: la teoria della lotta di classe tra la borghesia ed il proletariato. Diversamente, l'«altro Marx», quello che ha criticato il capitalismo in quanto società basata sulla produzione generale di merci, sul lavoro astratto, e sull'accumulazione del valore, ha ricevuto ben poche attenzioni serie. Ma invece è proprio questa parte della teoria di Marx che ci permette di analizzare adeguatamente la situazione attuale di quello che è il sistema capitalistico globale ed il suo processo di crisi. La teoria della lotta di classe, al contrario, non contribuisce in alcun modo alla nostra comprensione di quello che sta attualmente accadendo, né è in grado di riuscire a formulare una nuova prospetta di emancipazione sociale. Per tale ragione, bisogna dire che oggi il Manifesto del Partito Comunista è obsoleto, e conserva solo un valore storico.
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Ad una prima occhiata, tutto ciò può sembrare sorprendente. A leggere, estrapolandoli, alcuni passaggi del Manifesto suonano come se fossero delle diagnosi altamente attuali del nostro tempo. Ad esempio, quando Marx ed Engels scrivono che la borghesia, nella sua incessante urgenza di espandersi, ha «dato un'impronta cosmopolitica alla produzione e al consumo di tutti i paesi» e «ha tolto di sotto i piedi dell'industria il suo terreno nazionale» (Marx/Engels 1848), questo si legge come una diagnosi in anticipo di quella che sarà la cosiddetta globalizzazione.
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La teoria marxista dello Stato socialista e del diritto
di Mario Cermignani
Il concetto di “democrazia socialista” e la funzione delle regole giuridiche in Marx, Lenin e nell'ottobre 1917
Processo rivoluzionario, questione della proprietà e Stato socialista. La visione marxista ed il ruolo del Partito comunista
Alla base della teoria marxista dello Stato vi è la contraddizione ultima ed insanabile (che, nella logica “dialettica” del reale, costituisce il fondamento oggettivo della necessaria e razionale evoluzione socialista del processo storico) fra sviluppo delle forze produttive della società e rapporti di produzione/proprietà capitalistici: cioè l'inconciliabile contrasto, scoperto dalla scienza marxista, tra l'oggettiva e progressiva “socializzazione” (interconnessione/correlazione/interdipendenza generale e “collettiva”) della produzione, della capacità e dei processi lavorativi, da un lato, e, dall'altro, i rapporti di appropriazione “privata”, da parte di una esigua minoranza dell'umanità, del prodotto sociale generato dal medesimo lavoro collettivo.
Sul punto è illuminante Lenin, in “Che cosa sono gli amici del popolo”:
“Le cose vanno in un modo del tutto diverso quando si giunge, grazie al capitalismo, alla socializzazione del lavoro. (…) Ne risulta che nessun capitalista può fare a meno degli altri. E' chiaro che il detto 'ognuno per sé' non è più applicabile in nessun modo ad un simile regime: qui oramai ognuno lavora per tutti e tutti lavorano per ciascuno (…). Tutte le produzioni si fondono in un unico processo sociale di produzione, mentre ogni produzione è diretta da un singolo capitalista, dipende dal suo arbitrio, e gli dà i prodotti sociali a titolo di proprietà privata. Non è forse chiaro che la forma di produzione entra in contraddizione inconciliabile con la forma dell'appropriazione? Non è forse evidente che quest'ultima non può non adattarsi alla prima, non può non divenire anch'essa sociale, cioè socialista?”.
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