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La nuova edizione del “capitolo sesto inedito” del primo libro del “Capitale”

di Salvatore Tinè*

marx2015Pubblicato per la prima volta nel 1933 dall’Istituto Marx-Engels-Lenin di Mosca, il manoscritto del cosiddetto Capitolo VI inedito del primo libro de Il capitale costituisce senz’altro non solo uno dei testi più importanti e complessi dell’opera di Marx, ma anche un documento particolarmente significativo dell’immane lavoro di redazione de Il capitale che avrebbe occupato per più di vent’anni la vita del pensatore di Treviri. Il manoscritto, redatto nel 1864 e intitolato Risultati del processo di produzione immediato, è l’unica parte pervenutaci dell’ultima redazione del primo libro del Il capitale che precedette la sua edizione a stampa del 1867, originariamente contenuta nel Manoscritto 1863-1865.

L’edizione del Capitolo VI a cura di Giovanni Sgro’ appena uscita con La Città del Sole ci consente di rileggere queste pagine di Marx in una nuova traduzione condotta sul testo stabilito dai curatori del volume 4.1 della seconda edizione della MEGA2. Solo in alcuni punti tuttavia l’attale traduzione modifica quella già condotta dallo stesso curatore e pubblicata nel tomo II del volume XXXI della edizione italiana delle Opere Complete di Marx ed Engels. Molto più aderente alla “lettera” del testo delle tre precedenti traduzioni italiane di Bruno Maffi, di Liliana La Mattina e di Mauro di Lisa, ci pare che essa possa essere utile a cogliere meglio in alcuni suoi passaggi la densità e la complessità del testo di Marx. L’ottima introduzione di Sgro’ e un indice analitico molto ragionato individuano con molta precisione filologica e rigore la trama teorica che innerva, spesso solo sottesa, le pagine del pensatore di Treviri.

Nelle originarie intenzioni di Marx il Capitolo VI avrebbe dovuto riassumere, come ultimo capitolo del primo libro de Il capitale, i “risultati” del processo di produzione immediato, fungendo da cerniera tra quest’ultimo e il processo di circolazione del capitale, tema del secondo libro. Marx decise tuttavia di escludere il capitolo VI dalla redazione definitiva del suo capolavoro, probabilmente in seguito alla decisione di pubblicare il primo libro separatamente dal secondo.

I titoli dei tre paragrafi del capitolo ci indicano i temi fondamentali del testo inedito: il primo riguarda le merci come prodotto del capitale, della produzione capitalistica; il secondo, la produzione capitalistica come produzione di plusvalore; l’ultimo, la produzione capitalistica come produzione e riproduzione dell’intero rapporto, ovvero come ciò che conferisce al processo di produzione immediato un carattere specificamente capitalistico. Lo stesso Marx ci indica che il primo paragrafo nell’edizione definitiva per la stampa avrebbe dovuto essere disposto al termine della trattazione, «perché costituisce il passaggio al secondo libro, il processo di circolazione del capitale» (p. 55). Marx intende infatti mostrare il carattere di “totalità” della produzione capitalistica, attraverso il nesso dialettico di reciproca determinazione che lega tra loro la circolazione mercantile e la produzione capitalistica come produzione di plusvalore. Scrive all’inizio del paragrafo intitolato Le merci come prodotto del capitale: «La merce, come forma elementare della ricchezza borghese, è stata il nostro punto di partenza, il presupposto per la genesi del capitale. D’altra parte, le merci si manifestano adesso come il prodotto del capitale» (p. 55). Marx sottolinea subito come tale «corso circolare» della «esposizione» corrisponda allo «sviluppo storico del capitale» dispiegatosi nel corso del processo della sua genesi a partire dallo «scambio delle merci», dal «commercio di merci». E tuttavia sul piano dello svolgimento logico-storico è altrettanto vero che lo sviluppo dello scambio di merci, quindi l’imporsi della forma sociale di merce come forma universale presuppongono a loro volta il pieno sviluppo del modo di produzione capitalistico: solo insomma nell’ambito nel pieno sviluppo di quest’ultimo la merce appare non solo come forma elementare ma anche come forma universale della ricchezza borghese. Come forma universale la merce è già capitalistica. E precisamente in questa sua natura, come sottolinea opportunamente Sgro’ nella sua introduzione, essa compare come incipit, come “cominciamento” fenomenologico nel “modo di esposizione” proprio de Il capitale. È questo nesso tra merce e capitale, che fa adesso della prima il prodotto, il risultato immediato del secondo, a caratterizzare specificatamente il modo di produzione capitalistico, ovvero la produzione capitalistica nel suo pieno sviluppo, pienamente adeguato al suo concetto: «se consideriamo, d’altronde, le società a produzione capitalistica sviluppata, in esse la merce si manifesta sia come il costante presupposto elementare del capitale, sia, d’altra parte, come il risultato immediato del processo di produzione capitalistico» (p. 56).

Il rapporto di circolarità dialettica che rende insieme rigorosamente distinte e inscindibili produzione e circolazione struttura dunque il carattere di totalità del processo di produzione capitalistico considerato appunto nella sua configurazione complessiva. Ma la generalizzazione dello scambio, ovvero l’universalizzazione della mediazione del valore di scambio rispetto a ogni valore d’uso, presuppone come sua condizione fondamentale che lo stesso lavoro, o meglio la capacità di lavoro, assuma la forma di merce. Forma trasformata della merce, risultato del processo di autonomizzazione del valore di scambio in essa immanente, il denaro diventa capitale, ovvero valore in processo, valore che si valorizza, solo quando attraverso la compravendita della forza-lavoro come merce.

Scrive Marx: «La trasformazione in capitale del denaro, il quale è esso stesso solo una forma trasformata della merce, ha luogo non appena la capacità di lavorare sia trasformata, per lo stesso lavoratore, in una merce, quindi solo quando la categoria del commercio di merci si è già impadronita di una sfera un tempo esclusa dal suo ambito o che vi era inclusa solo sporadicamente. Non appena la popolazione lavoratrice ha cessato o di far ancora essa stessa parte delle condizioni di lavoro oggettive o di comparire sul mercato essa stessa come produttrice di merci e, invece del prodotto del suo lavoro vende piuttosto il suo stesso lavoro o, più precisamente, la sua capacità di lavorare, solo allora la produzione diventa in tutta la sua ampiezza, in tutta la sua profondità ed estensione produzione di merci. Solo allora ogni prodotto si trasforma in merce e le stesse condizioni oggettuali di ogni singola sfera di produzione vi entrano come merce» (p. 57). Marx mostra così come alle spalle della circolazione è il processo di produzione capitalistica a spiegare la stessa universalizzazione della forma di merce, la quale presuppone la separazione del lavoro dalle sue condizioni oggettive di produzione e quindi il suo convertirsi in merce. Per comprendere la produzione di merci nella sua natura specificamente capitalistica occorre risalire dalla divisione sociale del lavoro, sottesa alla sfera della circolazione, alla più fondamentale divisione capitalistica del lavoro interna al processo di produzione immediato, lì dove si dispiega la separazione tra il lavoro, meglio la forza-lavoro, e le sue condizioni oggettive di realizzazione, divenute capitale. Ma ancora una volta la distinzione tra le due forme di divisione del lavoro deve fare salvo il loro nesso inscindibile. Lo scambio tra lavoro e capitale, la compra-vendita della forza-lavoro è un presupposto fondamentale del processo di produzione capitalistico. Esso si svolge ancora nella sfera della circolazione delle merci, nel mercato. Ma il consumo di questa specie particolare di merce, l’unica dotata della proprietà di creare valore, avviene all’interno del processo produttivo. Compra-vendita e consumo della forza-lavoro costituiscono allora due momenti separati e autonomi ma organicamente e circolarmente legati tra loro del processo di produzione capitalistico considerato nel suo complesso. E tuttavia una volta consumatosi, lo scambio appare del tutto escluso dentro il processo produttivo.

Se all’atto della compra-vendita della forza-lavoro, infatti, «capitalista e lavoratore stanno l’uno di fronte all’altro soltanto come possessore di denaro e possessore di merce, e la loro transazione, come ogni transazione tra compratori e venditori, è uno scambio di equivalenti», successivamente all’acquisto della capacità lavorativa da parte del capitalista «l’operaio si manifesta pro tempore per un certo tempo, come parte costituente viva del capitale stesso e la categoria dello scambio è qui del tutto esclusa, perché il capitalista si è appropriato, attraverso la compera, di tutti i fattori del processo di produzione, sia cosali [sachlich] materiali sia personali, prima che il processo cominci. Sebbene, però, entrambi i processi esistano autonomamente l’uno accanto all’altro, essi si condizionano reciprocamente. Il primo avvia il secondo e il secondo porta a compimento il primo» (pp. 111-112).

L’analisi di Marx risale allora dal rapporto formale tra possessori di merci che caratterizza sempre il processo di scambio, anche quando in tale rapporto si fronteggiano l’operaio e il capitalista, alla sua reale natura, così come essa si rivela nell’ambito del più complessivo processo di produzione capitalistico, in cui sia i mezzi di sussistenza necessari alla riproduzione della forza-lavoro che gli oggetti e i mezzi di lavoro necessari alla realizzazione del lavoro si ergono di fronte all’operaio come proprietà del capitalista e quindi come potenza estranea e ostile a esso, già prima ancora del vero e proprio ingresso dell’operaio nel processo di produzione immediato, nel cui ambito egli è destinato a divenire una parte costituiva vivente del capitale ad esso incorporato. È il rapporto tra classe capitalistica e classe operaia a rivelarsi come la vera base materiale soggiacente al rapporto puramente formale tra individui o persone che caratterizza la sfera della circolazione. Ma siamo ancora tuttavia sulla soglia del processo di produzione immediato.

Al centro della critica marxiana dell’economia politica è infatti il tema del duplice carattere del processo di produzione immediato come processo lavorativo e processo di valorizzazione. È proprio tale carattere duplice a sfuggire agli economisti. «Nella misura in cui – scrive Marx ‒ il processo di produzione è meramente processo lavorativo, il lavoratore consuma in questo processo i mezzi di produzione come meri mezzi di sussistenza del lavoro. Nella misura in cui il processo di produzione è, però, al contempo processo di valorizzazione, il capitalista consuma in esso la capacità di lavorare del lavoratore, ovvero si appropria il lavoro vivo, come sangue vitale del capitale» (p. 117). La mistificazione dell’economia politica consiste nello scambiare la forma materiale, il valore d’uso che il capitale deve necessariamente assumere nel processo di produzione immediato al fine della sua valorizzazione, con il capitale stesso, facendo così di questo una cosa, un feticcio, un presupposto naturale del processo lavorativo in quanto tale e smarrendo così il suo carattere specifico di rapporto sociale. Certo non sfugge neanche all’economia politica che il processo di produzione è anche processo di valorizzazione. Quando ciò, come dice ironicamente Marx, «ritorna poi in mente» agli economisti, questi ultimi definiscono «quel che poco fa era definito come una cosa», come una realtà puramente ideale, ovvero, come qualcosa che staccandosi come valore che si valorizza dalla merce e restando così proprietà del capitalista assume la qualità di quella che Sismondi definisce una «idea commerciale» (pp. 110-111). Di qui l’identificazione immediata di denaro e capitale, l’incomprensione del rapporto dialettico, circolare tra quest’ultimo e le sue forme ancora solo elementari di merce e denaro. Un’incomprensione di cui Marx denuncia il carattere mistificatorio e apologetico: inteso come puro valore “immateriale” il capitale è reso infatti altrettanto eterno che nella considerazione che lo identifica in una “cosa”. In questa rappresentazione del tutto astratta e reificata della produzione capitalistica non si dà nessuna trasformazione reale, nessuna effettiva metamorfosi tra denaro e capitale, ovvero tra le forme e le figure di quest’ultimo, il capitale presentandosi immediatamente e astrattamente come valore o denaro come entità puramente immateriale e ideale. Nella circolazione del denaro considerata in termini puramente generici e astratti svanisce così il suo nesso interno al processo di produzione dove solo avviene la metamorfosi, la trasformazione del denaro in capitale.

Al centro della critica dell’economia politica è quindi il reale rapporto di unità e distinzione tra processo di produzione e processo di circolazione. Il difetto dell’economia politica è infatti quello di avere identificato immediatamente lo scambio tra una parte del capitale, il capitale variabile, e la forza-lavoro che avviene nella sfera della circolazione con il processo di assorbimento del lavoro vivo da parte del lavoro morto oggettivato nei mezzi di lavoro che avviene nella sfera della produzione. Tale processo di assorbimento si realizza in forma compiutamente e specificatamente capitalistica attraverso quella che Marx definisce sussunzione reale del lavoro al capitale, consistente nell’adeguamento della stessa configurazione materiale, tecnologica del processo lavorativo al fine della valorizzazione del capitale. Un tema di grande rilevanza che Marx aveva già diffusamente sviluppato in un capitolo del Manoscritto 1861-1863 e che tuttavia ritornerà con minora forza e importanza nell’edizione a stampa de Il capitale.

Nel Capitolo VI è in stretta relazione a esso che Marx definisce in termini di «rovesciamento» del rapporto tra «soggetto» e «oggetto» il carattere dialettico del rapporto tra lavoro e capitale, tra lavoro vivo e lavoro morto, nella sfera della produzione immediata. Marx riconsidera in chiave materialistica, concretamente storica, il medesimo schema dell’inversione di stampo feuerbachiano sulla cui base egli aveva costruito nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 la sua teoria del “lavoro estraniato”. Non a caso lo schema viene ripreso da Marx in relazione al tema del superamento della forma antagonistica che lo sviluppo del lavoro sociale assume nella produzione capitalistica: il rovesciamento tra soggetto e oggetto è tutto interno al rapporto tra capitale e lavoro salariato e non coinvolge alcuna “essenza umana” astoricamente intesa o una qualche condizione naturale del lavoro alienatesi e quindi da ripristinare in quanto tali. «Nella produzione materiale [materiell] – egli scrive ‒, nell’effettuale processo sociale della vita ‒ perché questo è il processo di produzione ‒ ritroviamo proprio lo stesso rapporto che si espone in ambito ideologico, nella religione: il capovolgimento del soggetto nell’oggetto e viceversa. Considerato storicamente, questo capovolgimento si manifesta come il punto di passaggio necessario per estorcere, a spese della maggioranza, la creazione della ricchezza come tale, cioè delle forze produttive incondizionate [rücksichtslosen] del lavoro sociale che sole possono costituire la base materiale [materiell] di una libera società umana. Si deve passare attraverso questa forma oppositiva, proprio come in un primo momento l’uomo deve raffigurarsi le proprie forze intellettuali [Geisteskräfte], come nella religione, quali forze indipendenti da sé. Questo è il processo di estraneazione del proprio lavoro» (p. 99).

Espressione della potente tendenza alla cooperazione e alla socializzazione della forza produttiva del lavoro sociale, propria della produzione capitalistica, la sussunzione reale del lavoro al capitale determina per Marx una straordinaria estensione dell’area del lavoro produttivo. Alle categorie di lavoro produttivo e di lavoro improduttivo Marx dedica alcune pagine del Capitolo VI particolarmente importanti. «Poiché con lo sviluppo della sottomissione reale del lavoro sotto il capitale, ovvero del modo di produzione specificatamente capitalistico, non il singolo lavoratore, bensì una capacità di lavorare socialmente combinata, diventa sempre più il funzionario effettuale del processo lavorativo complessivo; e poiché le diverse capacità di lavorare che vi concorrono e che costituiscono la macchina produttiva complessiva partecipano in modo molto diverso al processo immediato della costituzione della merce, o meglio, qui della costituzione del prodotto […], sempre più funzioni della capacità di lavorare vengono classificate sotto il concetto immediato di lavoro produttivo e i portatori di queste funzioni sotto il concetto di lavoratori produttivi, di lavoratori direttamente sfruttati dal capitale e in genere subordinati al suo processo di valorizzazione e produzione» (p. 150).

Tuttavia Marx distingue rigorosamente il fenomeno della estensione del lavoro produttivo da quello della estensione del lavoro salariato nei servizi, per quanto anche quest’ultimo sia una conseguenza dello sviluppo della produzione capitalistica e del suo carattere sempre più sociale: contrariamente all’idea particolarmente diffusa in una certa “sinistra antagonista” di ispirazione “post-operaista”, l’estensione dell’area del lavoro salariato nelle odierne forme cognitive e immateriali non significa affatto che la distinzione tra “lavoro produttivo” e “lavoro improduttivo” sia da considerarsi ormai obsoleta e che dunque qualunque forma di “prassi sociale” lavorativa debba assumersi immediatamente come un momento del processo di valorizzazione. Molto utile a capire la sostanza apologetica di siffatte posizioni ci paiono a questo proposito i tanti passi del Capitolo VI in cui Marx stabilisce una rigida distinzione tra lavoro produttivo come lavoro che si scambia con capitale e lavoro improduttivo come servizio che si scambia con denaro: il fatto che molti lavoratori dei servizi si trasformino in lavoratori salariati spinge, dice Marx, gli «apologeti» a «trasformare il lavoratore produttivo, poiché è lavoratore salariato, in un lavoratore che scambia con denaro meramente i suoi servizi (cioè il suo valore come valore d’uso). In tal modo si sorvola felicemente sulla differentia specifica [differenza specifica] di questo “lavoratore produttivo” e della produzione capitalistica ‒ come produzione di plusvalore, come processo di autovalorizzazione» (p. 153).

Del resto, un aspetto fondamentale della sussunzione reale del lavoro al capitale è il definirsi del potere di quest’ultimo nei termini di un “comando” dispotico. Proprio in conseguenza della sempre più sistematica applicazione della scienza e del macchinismo alla produzione immediata il rapporto di subordinazione del lavoro al capitale assume un carattere non solo economico ma anche, sia pure non immediatamente, politico: la trasformazione della stessa configurazione materiale, tecnologica del processo lavorativo ai fini della valorizzazione espropria i lavoratori produttivi di ogni sapere e controllo della loro attività lavorativa trasformandoli in mere parti separate e insieme combinate di un meccanismo complessivo che appare sussumerli e sottometterli totalmente. E tuttavia sono da considerarsi sostanzialmente errate quelle interpretazioni della sussunzione reale al capitale come espressione di un dominio “totalitario” e “impersonale” della razionalità scientifica e tecnologica tale da rendere il lavoro del tutto “astratto” e perciò del tutto subordinato e integrato al capitale. Sul carattere “politico” della sussunzione reale come rapporto di sottomissione e di sovraordinazione e sulla sua importanza anche in relazione alla teoria politica di Marx, presente anche ne Il capitale sia pure «ad un livello necessariamente alto di astrazione», richiama opportunamente l’attenzione Giovanni Sgro’ nella sua introduzione (cfr. pp. 27-28). Ma è proprio il carattere politico e non solo economico del rapporto di subordinazione del lavoro al capitale a introdurre di nuovo la contraddizione dentro il suo definirsi e il suo concreto svolgersi storico. Il “dispotismo” del capitale, forma sociale capitalistica dell’indispensabile funzione di direzione e coordinamento del processo lavorativo, nulla toglie al carattere pur sempre duplice e quindi antagonistico del processo di produzione immediato, ovvero al suo essere insieme processo lavorativo e processo di valorizzazione.

In tal senso la “sussunzione”, come notava Nicola Badaloni in un importante lavoro del 1980 dedicato al Manoscritto 1861-1863, non deve considerarsi «assoluta»: «essa ‒ scriveva lo studioso italiano ‒ implica la violenza della sottomissione esterna, e di contro può esprimere da sé la violenza della lotta di classe»[1]. La natura antagonistica della produzione capitalistica ne definisce il carattere storico e transitorio, che appare perciò immanente alla stessa tendenza all’espansione illimitata e “totale” che la caratterizza specificatamente distinguendola da tutte le altre forme di produzione che l’hanno preceduta. Se è vero infatti che la sussunzione reale conducendo al massimo del suo sviluppo la forza produttiva del lavoro socializzato come forza produttiva del capitale, è anche vero che è proprio il carattere sempre più sociale del lavoro a rivelare in modo sempre più evidente la necessità solo storica del dominio capitalistico. «D’altra parte, solo qui – scrive Marx ‒ proprio attraverso il mutamento dello stesso processo di produzione immediato e attraverso lo sviluppo delle forze produttive sociali del lavoro, risalta in modo evidente (specifico) anche il significato storico della produzione capitalistica» (p. 134).

Nelle importantissime pagine sulla riproduzione del rapporto capitalistico, intesa qui da Marx ancora solo come “ripetizione” della produzione, ovvero come riproduzione delle sue condizioni e non ancora come riproduzione realmente e non solo idealmente mediata dalla circolazione, il carattere storicamente determinato del rapporto capitalistico emerge a un diverso, più complessivo, livello di astrazione. Dal punto di vista del processo di riproduzione, il processo di produzione appare infatti in termini diversi e per così dire rovesciati: il capitale non si presenta più nelle forme di condizioni già oggettivate poste di fronte al lavoratore, come “premessa” del processo di produzione, ma all’opposto come suo “risultato”, come prodotto del lavoro dell’operaio. «Dunque ‒ scrive Marx ‒ non soltanto il lavoro produce in opposizione a se stesso su scala sempre più larga le condizioni di lavoro come capitale, ma il capitale produce su scala che sempre più si allarga i lavoratori salariati produttivi di cui ha bisogno. Il lavoro produce le proprie condizioni di esplicazione come capitale; e il capitale produce il lavoro come mezzo per la sua realizzazione come capitale, come lavoro salariato» (p. 172). Nella totalità e continuità del processo di produzione scompare così la «parvenza» di quel rapporto di scambio tra capitale e lavoro che pure precedentemente si presentava come la premessa, il momento iniziale del rapporto di capitale, sua «forma originaria» (p. 173). L’origine si rivela parvenza, la premessa, risultato. «La compravendita della capacità di lavoro come risultato costante del processo di produzione capitalistico – scrive Marx ‒ implica che l’operaio debba costantemente ricomprare una parte del proprio prodotto in cambio del proprio lavoro vivo. Con ciò si dilegua la parvenza di un mero rapporto tra possessori di merci» (p. 174).

Dal punto di vista della riproduzione del rapporto di capitale, il nesso tra produzione e circolazione appare di nuovo anche a questo livello essenziale come il rapporto monetario tra capitalista e lavoratore, la «forma del salario» che lo media. Ma adesso la sua circolarità si presenta diversamente: la vendita del lavoro al capitale si riconferma «forma essenziale della mediazione del rapporto di produzione capitalistico», «formalità essenziale» dice Marx con un apparente virtuosismo dialettico, e tuttavia non più come «essenza» del rapporto stesso (p. 175). Lo scambio tra lavoro e capitale si presenta solo come una forma mediatrice del soggiogamento del lavoro al capitale, ovvero della riduzione del lavoro vivo a semplice mezzo per l’accrescimento del lavoro oggettivato. Appare evidente lo sforzo di Marx di cogliere di là dai modi in cui l’economia politica rappresenta il modo di produrre la ricchezza sociale dentro il rapporto capitalistico il modo in cui si produce questo stesso rapporto, non solo quindi la sua genesi storica ma anche il suo “normale” riprodursi su scala allargata. Acutamente nei suoi saggi sulla teoria del valore di Marx, alla fine degli anni Venti del secolo scorso, l’economista sovietico Isaak Il’ijč Rubin individuava «il punto di partenza» della ricerca di Marx e della sua critica del feticismo «non nel valore, ma nel lavoro», non nelle «transazioni mercantili in quanto tali», ma «nella struttura produttiva della società mercantile», in quella «totalità dei rapporti di produzione sociale» sui quali si basava per Marx la stessa cosiddetta teoria del “valore-lavoro”[2].

È il carattere antagonistico dello stesso processo di riproduzione di tali rapporti considerato nella sua totalità a produrre, nello stesso tempo, le condizioni storiche del superamento della produzione capitalistica, ovvero le basi per l’affermazione di un nuovo modo di produrre la ricchezza sociale. Solo in relazione a tale carattere oggettivamente antagonistico, dimostrato da Marx attraverso il procedere rigorosamente scientifico della critica dell’economia politica, emerge il «lato negativo», ovvero il «carattere oppositivo», contrario all’ulteriore sviluppo dell’umanità, della produzione capitalistica. Quest’ultima si pone, secondo Marx, «in opposizione ai produttori e senza preoccuparsi di loro». Per essa il «produttore effettuale» si pone come «mero mezzo di produzione, la ricchezza cosale [sachlich] come scopo a sé. E di conseguenza lo sviluppo di questa ricchezza cosale [sachlich] in opposizione all’individuo umano e a sue spese» (p. 148). La prospettiva storica del superamento della produzione capitalistica emerge così dalle pagine di Marx come l’oggettiva determinazione di nuove possibilità di sviluppo e di liberazione dell’individuo in relazione al carattere sempre più universale e sociale della sfera dei bisogni e del lavoro umani.


* Karl Marx, Risultati del processo di produzione immediato. Il “capitolo sesto inedito” del primo libro de “Il capitale”, introduzione, traduzione e cura di Giovanni Sgro’, Napoli, Edizioni La Citta del Sole, 2018, 237 pp., ISBN 978-88-8292-334-1.

Note
[1] N. Badaloni, Dialettica del capitale, Roma, Editori Riuniti, 1980, p. 13.
[2] I.I. Rubin, Saggi sulla teoria del valore di Marx, Milano, Feltrinelli, 1976, p. 52.
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Comments   

#1 Mario Galati 2018-07-19 10:02
"E tuttavia sono da considerarsi sostanzialmente errate quelle interpretazioni della sussunzione reale al capitale come espressione di un dominio “totalitario” e “impersonale” della razionalità scientifica e tecnologica tale da rendere il lavoro del tutto “astratto” e perciò del tutto subordinato e integrato al capitale. Sul carattere “politico” della sussunzione reale come rapporto di sottomissione e di sovraordinazione e sulla sua importanza anche in relazione alla teoria politica di Marx, presente anche ne Il capitale sia pure «ad un livello necessariamente alto di astrazione», richiama opportunamente l’attenzione Giovanni Sgro’ nella sua introduzione (cfr. pp. 27-28)".
Mi permetto di segnalare che questo concetto è presente già in "Per la critica dell'economia politica", laddove Marx sostiene che una società comunistica collettivista, all'interno della quale è presente una divisione delle funzioni lavorative propria di una complessa organizzazione produttiva, muta il carattere del lavoro erogato da astratto (come sarebbe in una società capitalistica, con la sua divisione sociale, non meramente funzionale, del lavoro) a concreto.
Nessun dominio astratto e impersonale della razionalità scientifica e della tecnica, come si vede, nel pensiero di Marx.
Al momento non ho a disposizione il testo per la citazione.
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