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Chi critica la critica? Alla ricerca di soggetti storici
di Roberto Fineschi
I. Per una definizione meno vaga del concetto di “critica” attraverso Marx
Nel mondo anglosassone e non solo, la popolarità del termine “critica” è tale che sulla “critical theory” si possono trovare in libreria dizionari, glossari, antologie.1 Sfogliando le pagine di queste pubblicazioni, tuttavia, talvolta si resta un po’ disorientati vedendo accostati autori assai lontani tra di loro, al punto che è difficile scovare un tratto comune, se non in un generico atteggiamento anti-mainstream. Che cosa sia mainstream resta del resto non chiaramente espresso. Ovviamente, non si intende qui liquidare il contributo di autori assai importanti; si tratta piuttosto di prendere atto che questo galassia pare riconducibile a una qualche unità solo per via negativa, un criterio di distinzione/identificazioni troppo generico e, da sempre, potenzialmente foriero di accostamenti pericolosi.2
Un tentativo di ricostruzione della storia del termine andrebbe ovviamente molto al di là dei limiti di questo contributo, in questa prospettiva però si può forse fare qualche considerazione di carattere generale a partire dall’autore che meglio conosco, vale a dire Karl Marx. È noto, infatti, che molte delle sue opere contengono la parola “critica” addirittura nel titolo3 e che l’ambiente della “critica critica”, come sarcasticamente Marx la definisce nel sottotitolo della Sacra famiglia, rappresentò il contesto culturale nel quale avvenne la sua formazione e dal quale prese successivamente le distanze. La tesi da indagare, che qui si espone solo come spunto di ricerca da approfondire, è che il termine venga utilizzato in una maniera analoga a quella che si configura nell’ambito della metodologia storico-critica dell’esegesi biblica tedesca degli anni trenta e quaranta dell’ottocento grazie a interpreti come Strauss, Bruno Bauer, ecc.
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La teoria del valore nel capitalismo e nel socialismo/comunismo
di Eros Barone
Quanto più ci addentriamo nel processo di valorizzazione del capitale, tanto più il rapporto capitalistico apparirà mistificato e tanto meno si scoprirà il segreto del suo intrinseco organismo.
K. Marx, Il Capitale, libro III.
1. Plusvalore e profitto: l’autoriflessione del capitale
«Nel primo Libro si sono analizzati i fenomeni che il processo di produzione capitalistico, preso in sé, presenta come processo di produzione immediato, astraendo ancora da tutte le influenze secondarie di circostanze ad esso estranee. Ma questo processo di produzione immediato non esaurisce il corso dell’esistenza del capitale. Esso, nel mondo della realtà, viene completato dal processo di circolazione, il quale ha costituito oggetto delle indagini del secondo Libro. Vi si mostrava, specie nella terza sezione, che tratta del processo di circolazione quale mediazione del processo di riproduzione sociale, che il processo di produzione capitalistico, preso nel suo complesso, è unità dei processi di produzione e circolazione. Scopo del presente Libro... [è quello] di scoprire ed esporre le forme concrete che sorgono dal processo di movimento del capitale, considerato come un tutto... Gli aspetti del capitale, come noi li svolgiamo nel presente volume, si avvicinano quindi per gradi alla forma in cui essi si presentano alla superficie della società, nell’azione dei diversi capitali l’uno sull’altro, nella concorrenza e nella coscienza comune degli agenti stessi della produzione». 1
È questo l’incipit del terzo libro del Capitale, quale si presenta, alla pari del secondo libro, in base all’ordinamento che Engels ha conferito ai quaderni inediti di Marx. Il fatto centrale, su cui quest’ultimo richiama l’attenzione del lettore, è che la concorrenza capitalistica porta ad occultare la realtà del plusvalore che nella realtà fenomenica “si dilegua”, cedendo il posto al profitto.
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Il contributo delle nuove interpretazioni di Gramsci alla delineazione della strategia politica contemporanea
di Javier Balsa (Universidad Nacional de Quilmes/CONICET, Argentina)
Materialismo Storico. Rivista semestrale di filosofia, storia e scienze umane è una pubblicazione dell'Università di Urbino con il patrocinio della Internationale Gesellschaft Hegel-Marx, n. 2 2019 (vol. VII)
Premessa
Nella fase di sconfitta strategica nella quale ci troviamo dopo il crollo dei cosiddetti “socialismi reali”, in un momento in cui il socialismo non è più un’aspirazione di massa, la sinistra ha bisogno di riflettere sulla propria strategia politica. Riteniamo che Gramsci, e in particolare la sua teoria dell’egemonia, possa contribuire in questo senso. Manca però una chiara sistematizzazione della teoria gramsciana, a partire dalla quale si può giungere a pensare una strategia. Nelle analisi politiche, troppo frequentemente Gramsci è invocato solo con qualche frase ad effetto, con l’intenzione di a dare un sostegno “teorico” a una politica pensata senza in realtà ricorrere a Gramsci.
Per fortuna, durante gli ultimi decenni abbiamo assistito a un rinnovamento degli studi gramsciani e, specificamente, alla realizzazione di lavori “filologici” che hanno provveduto a una teorizzazione più sistematica dell’egemonia, a partire dalla quale diventa possibile delineare una migliore strategia politica.
Paradossalmente, questi lavori filologici si sono sviluppati a partire da un confronto con il testo che più ha criticato l’impiego delle elaborazioni gramsciane per pensare una strategia politica: Ambiguità di Gramsci di Perry Anderson1. In quel contributo, Anderson intendeva attaccare l’eurocomunismo, e vide in Gramsci il principale rife rimento di quella strategia. Perciò propose una critica contro ciò che definì le “antinomie” del suo pensiero, fino a sostenere che Gramsci si era perso nel labirinto dei suoi quaderni. In realtà, così facendo Anderson intendeva affermare una determinata idea: che il nocciolo del dominio capitalistico risiede nella credenza nella legittimità della rappresentazione politica propria delle “democrazie borghesi” (oltre che nella minaccia dell’impiego della coercizione diretta).
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Una pagina di Marx. Critica al mistero della costruzione speculativa
di Lorenzo Procopio
In occasione del bicentenario della nascita di Marx ripubblichiamo un paragrafo della Sacra Famiglia in cui viene criticato il metodo del sistema speculativo. Una lettura che ci aiuta a comprendere le contraddizioni del moderno capitalismo e che dimostra come il pensiero di Marx sia sempre più attuale ed indispensabile per l’emancipazione dell’umanità dalla schiavitù del lavoro salariato
In questo 2018, che ormai volge al termine, numerose sono state le iniziative, in Italia come nel resto del mondo, di commemorazione del bicentenario della nascita di Karl Marx. Molte di queste, anche quelle organizzate da gruppi e personalità che si richiamano direttamente al suo pensiero, hanno avuto il vizio di essere improntate ad una retorica commemorativa distante anni luce dal pensiero del grande rivoluzionario di Treviri.
La ricorrenza del bicentenario della nascita è stata anche l’occasione per la pubblicazione di numerosi saggi e libri su Marx che, se da un lato hanno sortito l’effetto positivo di ridare fiato ad un dibattito che negli ultimi anni si era affievolito ed in parte sclerotizzato, dall’altro ha ancora una volta mancato inevitabilmente l’obiettivo di rilanciare su un piano più ampio la critica radicale del sistema capitalistico che è stata di fatto l’unica ragione di vita di Karl Marx.
Così come abbiamo fatto in occasione del centenario della Rivoluzione russa, anche questa volta non vogliamo cadere nella retorica delle commemorazioni né tantomeno accademizzare, o peggio ancora fossilizzare, il suo pensiero. Riveste per noi una straordinaria importanza politica non sterilizzarlo in un mero fatto accademico o di semplice studio filologico; pur potendo talvolta apprezzare gli sforzi compiuti in tale direzione da accademici e da studiosi di filologia marxiana, ci sembra di cogliere in questi un palese limite laddove è da loro completamente ignorata l’importanza dell’analisi marxiana in relazione allo scontro sociale e alla lotta di classe.
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La tesi di Costanzo Preve che spaventa i marxisti italiani
di Fabio Rontini
Si propone all’attenzione dei lettori il presente saggio di Fabio Rontini che, brevemente e sinteticamente, ripercorre alcuni temi fondamentali del dibattito teorico-politico avvenuto negli ultimi anni in Italia tra autori di grande livello, come Preve, Losurdo e altri. L’autore ripropone nel finale alcune tesi già precedentemente espresse in un lavoro più ampio, e sul quale a mio personale avviso, occorre procedere con molta prudenza. Il livello di regressione e semplificazione teorica a cui è giunto il movimento comunista italiano impone la necessità di portare avanti uno studio più sistematico e collettivo su una serie di tematiche complesse che necessitano non solo una conoscenza puntuale dei classici, ma anche un aggiornamento agli studi più recenti, specie nei campi della psicologia e delle neuroscienze. Chi scrive, a differenza dell’autore del saggio, non ritiene che il materialismo neghi l’esistenza reale e concreta delle idee, ma le ritiene dei costrutti socio-individuali prodotti dal cervello, e quindi come tali determinati dialetticamente dalle esperienze sensoriali esterne. Il problema vero è capire se e quando tali idee siano in grado di svincolarsi dal determinismo a cui l’essere umano, come ogni essere naturale, è sottoposto fino al momento in cui acquista un livello di sviluppo cerebrale tale da rendere la sua attività ideale (e utopica) superiore agli input provenienti dalla realtà materiale ed ideale a lui esterni. Il tema non è una questione di lana caprina, ma si coniuga con la possibilità o meno di combattere e sconfiggere il controllo sociale attuato dall’attuale totalitarismo “liberale”. Da cui consegue la necessità di riflettere costruttivamente sulle possibilità concrete di vittoria di un movimento comunista in un contesto, come quello dell’Occidente, in cui l’egemonia è totalmente nelle mani della borghesia.
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Su Togliatti, il marxismo e lo stato socialista
Intervista sconosciuta del 1968
Ferenc Fehér intervista György Lukács
Da Lukács parla. Interviste (1963-1971), a cura di A. Infranca, Edizioni Punto Rosso, Milano 2019
Dal 1967 Lukács aveva ripreso la tessera del Posu, il Partito socialista operaio ungherese. György Aczél, l’allora segretario del Comitato Centrale gli chiese di collaborare con i membri dirigenti del partito, sviluppando le sue opinioni sulle questioni politiche e teoriche del momento. Così si preparò la presente intervista, a titolo informativo, fatta pervenire ai membri del Comitato Centrale il 22 luglio 1968.
Lukács e i dirigenti del partito erano arrivati a un comune accordo: in tal modo le questioni trattate e le sue opinioni potevano essere ascoltate, ma non potevano essere rese pubbliche.
La prima parte della presente intervista è dedicata alla personalità politica e teorica di Palmiro Togliatti e, a questo proposito, Lukács si occupa delle questioni teoriche e politiche a lui connesse. Il punto saliente è la prospettiva di una possibile alternativa di sinistra in Europa, analizzando l’articolo di Togliatti su “Capitalismo e riforme di struttura” (Rinascita, 11 luglio 1964), che contiene gli appunti, scritti qualche ora prima della sua morte, sull’unità del movimento operaio internazionale. L’intervista è a cura di Ferenc Fehér.
* * * *
Fehér – Oggi conversiamo sul fondamento della personalità teoretica e politica di Togliatti. Compagno Lukács come consideri le doti di Togliatti nella salvaguardia della teoria marxista, e dove vedi i limiti teorici della sua personalità?
Lukács – Se parlo dell’uomo Togliatti, devo innanzitutto rilevare che si tratta di un uomo di eccezionale capacità politica, con una visione puntuale sulla peculiarità di ogni situazione, che è in continua ricerca e non ragiona schematicamente su nessuna questione; dunque sarebbe possibile dire che nella nostra epoca è stata indubbiamente una delle personalità politiche più grandi. Poi si deve aggiungere – e ciò non ne diminuisce l’importanza – che nonostante Togliatti sia relativamente la personalità politica più grande di questa epoca, purtroppo, condivide largamente i fondamentali errori dell’ambito marxista.
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Comunizzazione e teoria della forma-valore
Introduzione1
di End Notes
La forma valore del prodotto del lavoro è la forma più astratta, ma anche più generale, del modo di produzione borghese, che ne risulta caratterizzato come un genere particolare di produzione sociale, e quindi anche storicamente definito.2
Nel primo numero diEndnotesabbiamo descritto la genesi della teoria della comunizzazione in Francia negli anni successivi al Maggio '68. Il testo seguente e altri presenti in questo numero si collocano all'interno della prospettiva della comunizzazione, ma sono anche fortemente influenzati dagli sviluppi teorici nell'area della teoria marxiana della forma valore e, in particolar modo, dalla tendenza della “systematic dialectic” che è emersa negli ultimi anni.3
Marx era stato chiaro: ciò che contraddistingueva il suo approccio, e che fa di esso una critica piuttosto che una continuazione dell'economia politica, era la sua analisi della forma valore. Nella sua celebre esposizione de “Il carattere feticistico della merce e il suo segreto” egli scrive:
Ora, l’economia politica ha bensì analizzato, seppure in modo incompleto, il valore, la grandezza di valore, e il contenuto nascosto in tali forme. Ma non si è nemmeno posto il quesito: perché questo contenuto assume quella forma? Perché, dunque, il lavoro si rappresenta nel valore, e la misura del lavoro mediante la sua durata temporale si rappresenta nella grandezza di valore del prodotto del lavoro? Formule che portano scritta in fronte la loro appartenenza ad una formazione sociale in cui il processo di produzione asservisce gli uomini invece di esserne dominato, valgono per la loro coscienza borghese come ovvia necessità naturale quanto lo stesso lavoro produttivo.4
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Su una recente edizione tedesca del I libro del Capitale*
Nota critica di Alessandro Cardinale
Karl Marx, Das Kapital, Kritik der politischen Ökonomie, Erster Band, Buch I: Der Produktionsprozess des Kapitals, a cura di Thomas Kuczynski, VSA Verlag, Hamburg, 2017
Di carta e di silicio si presenta la più recente edizione tedesca del Libro primo de Il capitale: il libro cartaceo con il testo principale è infatti accompagnato da una pennetta USB a forma di carta di credito che contiene una copia digitale del testo e l’apparato storico-critico. Il curatore Thomas Kuczynski, statistico di formazione, nato a Londra nel 1944 durante l’esilio del padre Jürgen (l’autore della monumentale opera Die Geschichte der Lage der Arbeiter unter dem Kapitalismus, uscita a Berlino dal 1960 al 1972 in 40 volumi), è stato l’ultimo direttore dell’Istituto per la Storia dell’Economia dell’Accademia delle Scienze della DDR, sciolta il 31 dicembre 1991.
La scelta di Kuczynski è stata di partire da quella che considera «la base irremovibile di ogni nuova edizione [die unverrückbare Grundlage jeder neuen Ausgabe]»1 del Libro primo, vale a dire dalla seconda edizione, quella licenziata da Marx in persona, e di editarla2 scegliendo «in ogni singolo caso dalle differenti varianti testuali marxiane [...] quella che col maggior grado di probabilità avrebbe corrisposto alle intenzioni dell’autore accennate nel Dicembre del 1881»3. Il riferimento è alle intenzioni accennate nella lettera inviata il 13 Dicembre 1881 a Nikolai F. Daniel´son4, lettera in cui Marx affermava che avrebbe concordato con l’editore di effettuare per la terza edizione solo le modifiche e integrazioni indispensabili (rimandando invece a un tempo successivo una ulteriore più ampia rielaborazione).
Il bisogno o l’opportunità di forni re una edizione alternativa alla terza e quarta (pubblicate rispettivamente nel 1883 e nel 1890) curate da Engels sta per Kuczynski nella convinzione di poter svolgere rispetto a quello engelsiano un lavoro editoriale migliore, cioè più fedele alla volontà di Marx.
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La trasformazione dei valori in prezzi di produzione
Il capitolo IX del Terzo libro del Capitale
di Giorgio Bellucci
Materialismo Storico. Rivista semestrale di filosofia, storia e scienze umane è una pubblicazione dell'Università di Urbino con il patrocinio della Internationale Gesellschaft Hegel-Marx, n. 1 2019
I.
Sono passati più di 120 anni dall’uscita del III libro del Capitale di Marx a cura di F. Engels. Fin da subito, quel testo fu oggetto e bersaglio delle più forti critiche, da destra e da sinistra, da parte di tutte le più varie specie di economisti e filosofi, da parte di antimarxisti come da parte di marxisti eterodossi, ortodossi, rinnovatori o riformisti. Per onestà intellettuale bisogna riconoscere che una tale sequela, lunga più di un secolo, non ha eguali in letteratura né in economia.
Delle molte soluzioni che si sono tentate di dare al famoso problema della trasformazione dei valori in prezzi di produzione, si può discettare quale sia, o possa essere, la più vicina all’originale; nessuna però, in ogni caso, si presenta basata sui calcoli del Capitolo nono o sui ragionamenti impliciti ed espliciti dello stesso capitolo. La materia è dunque ancora incandescente e da parte degli studiosi, accademici o meno, il rischio di scottarsi è sempre alto.
Sono convinto da tempo che se anche si trovasse una soluzione logicamente coerente al problema della trasformazione, essa non sarebbe comunque considerata valida e validante ai fini dell’interpretazione della società capitalistica. Sono anzi convinto che essa scatenerebbe ulteriore livore verso l’opera di Marx. D’altronde, le continue accuse di falso che percorrono le pagine di Bortkievicz o di Steedman stanno lì a dimostrarlo. Come già avvenuto in passato, quando alcuni pezzi dell’intellettualità marxista e di quella keynesiana attribuirono addirittura a Marx e al suo esercito industriale di riserva le radici analitiche alla base delle teorie dell’inflazione legate alla curva di Philips, anche oggi la storia potrebbe ripetersi.
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Rosa Luxemburg, teorica marxiana dell’economia e della politica
di Riccardo Bellofiore
[Dal numero monografico dedicato a Rosa Luxemburg dalla rivista «Alternative per il socialismo», n. 56, dicembre 2019/marzo 2020]
«Qualche sentimentale piangerà che dei marxisti bisticcino fra loro, che ‘autorità’ provate siano messe in discussione. Ma il marxismo non è una dozzina di persone che si distribuiscano a vicenda il diritto alla ‘competenza’, e di fronte alle quali la massa dei pii musulmani debba inchinarsi in cieca fede. Il marxismo è una dottrina rivoluzionaria che lotta per sempre nuove conquiste della conoscenza, che da nulla aborre più che dalle formule valide una volta per tutte, che mantiene viva la sua forza nel clangore delle armi incrociate dell’autocritica e nei fulmini della storia.» (Rosa Luxemburg, 1916)
Sono trascorsi cento anni dall’assassinio di Rosa Luxemburg. Ecco che si sono svolte numerose iniziative per ricordarne la figura, è stato pubblicato qualche volume, o qualche articolo di rivista. Certo, nulla a che vedere con la doppia ricorrenza marxiana che abbiamo alle spalle (due anni fa, il cento- cinquantenario della pubblicazione della prima edizione del Capitale, l’anno scorso duecento anni dalla nascita di Karl Marx). Nel caso di Rosa Luxemburg, comprensibilmente (ma pur sempre discutibilmente) il fuoco eè stato sulla figura personale e politica, non sulla teorica, tanto meno sulla Luxemburg economista. Il che, dal mio punto di vista, è una mutilazione che cancella il centro della figura che si vuole ricordare, e in fondo rende concreto il rischio di disperderne l’eredità.
Mi proverò allora a ripercorrerne la riflessione guardando agli scritti economici e politici, oltre gli stereotipi. Si comincerà dalla Luxemburg marxista, per approdare alla Luxemburg marxiana, che ci interroga ancora oggi. Dovrò procedere un po’ con l’accetta, rimandando per un approfondimento a miei altri scritti, che saccheggerò qua e là.
Gli inizi: ristagno e crisi nel marxismo
Rosa Luxemburg nasce il 5 marzo 1871. Formalmente, la sua istruzione universitaria, un vero e proprio dottorato, fu a Zurigo (dov’era emigrata nel 1889), in legge ed economia, dopo iniziali studi in filosofia, scienze naturali e matematica.
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Althusser e l’Ideologia
di Bollettino Culturale
Viviamo in un mondo dominato da un modo particolare di vedere, in cui le opinioni neoliberali, socialmente autoritarie e pro-capitaliste sono date per scontate dalla maggior parte della popolazione, almeno in alcune parti del mondo. Questo fenomeno, indicato come «ideologia» nella teoria marxista, è il campo principale in cui Louis Althusser è rilevante.
Sebbene non sia più ampiamente studiato nei corsi universitari, lo strutturalista marxista Althusser ha avuto una grande influenza sia sulla teoria critica, sia sullo sviluppo del marxismo dagli anni ’70. Badiou, Ranciere e Balibar sono tra i suoi seguaci più noti, Laclau e Castells sono tra i suoi ex allievi e Spivak, Žižek, Foucault e Negri mostrano tutti forti segni della sua influenza.
È diventato fuori moda per una serie di ragioni, alcune biografiche, altre teoriche. Tuttavia, essere fuori moda non implica necessariamente essere meno rilevanti. La teoria dell’ideologia di Althusser continua a fornire spunti sul funzionamento di un discorso dominante sempre più chiuso, anche se, come suggerito di seguito, presenta anche difficoltà fondamentali.
La funzione dell’ideologia
Per capire il lavoro di Althusser, è necessario dare un senso al modo in cui usa le idee della struttura sociale. Althusser è un teorico sincronico, non diacronico. Ciò significa che, anziché guardare alle origini storiche degli aspetti della struttura sociale, osserva come si adattano insieme in un sistema, le funzioni che svolgono e come possono essere ricostruiti teoricamente come escrescenze della logica sottostante del sistema.
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Aristotele e Marx
di Leo Essen
I
Agli occhi degli economisti del XVIII secolo gli individui indipendenti della moderna società borghese appaiono come un ideale la cui esistenza appartiene al passato. Non come un risultato storico, dice Marx (Introduzione del 57), ma come il punto di partenza della storia. Il lavoratore indipendente conforme a natura non è infatti, secondo la concezione della natura umana degli economisti, originato storicamente, ma posto dalla natura stessa. Quanto più risaliamo indietro nella storia, dice Marx, tanto più l’individuo – e quindi anche l’individuo che produce – ci appare non autonomo. La produzione ad opera dell’individuo isolato è un non senso. Allo stesso modo è mitologico pensare che l’origine dell’idea di Economico sia spuntata in testa bella e fatta e sia stata poi applicata.
A questo punto, dice Marx, poiché ogni periodo storico è una singolarità diversa da tutte le altre, sarebbe impossibile parlare, in riferimento a periodi diversi, di Economico, di Lavoro, eccetera, perché nel tempo l’attimo scorre e non si fissa in niente.
In ogni caso, continua Marx, tutte le epoche hanno certi caratteri in comune, certe determinazioni comuni. La produzione in generale – ad esempio – è un’astrazione che ha un senso, in quanto mette effettivamente in rilievo l’elemento comune, lo fissa e ci risparmia una ripetizione. Allo stesso modo il lavoro in generale.
In quanto generalità, dice Marx, il lavoro è una categoria antichissima. D’altra parte, dice, questa astrazione del lavoro in generale non è soltanto il risultato mentale di una concreta totalità di lavori. L’indifferenza verso un lavoro determinato corrisponde a una forma di società in cui il genere determinato del lavoro è fortuito e quindi indifferente.
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«Herr Vogt»: una battaglia di Marx poco nota (e quasi sempre fraintesa)
di Eros Barone
Lo stesso Vogt afferma che il suo proposito... era quello di chiarire «lo sviluppo del suo personale atteggiamento nei confronti di questa cricca» (Marx e compagnia). Abbastanza curiosamente, egli descrive solamente conflitti che non ha mai vissuto e vive solo conflitti che non ha mai descritto. È quindi necessario porre a confronto le sue panzane con un pezzo di storia reale.
Karl Marx, Herr Vogt. 1
Oltre al suo talento di oratore, Kossuth possiede anche quello altrettanto grande di saper starsene in silenzio appena l’uditorio dà chiari segni di insofferenza... Al pari del sole, conosce perfettamente l’arte di eclissarsi. In una sua recente lettera a Garibaldi ha dimostrato di saper essere coerente con se stesso almeno una volta nella vita: in essa ammonisce Garibaldi a non attaccare Roma, per non offendere l’imperatore dei francesi, «l’unico sostegno per le nazionalità oppresse».
Karl Marx, Herr Vogt. 2
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Il signor Vogt: chi era costui?
Nella primavera del 1859 vide la luce, nel mondo di lingua tedesca, uno scritto intitolato Studi sulla situazione attuale dell’Europa, nel quale si sosteneva il punto di vista del partito bonapartista in politica estera. Questo scritto recava la firma di Carl Vogt, rappresentante della sinistra nell’Assemblea nazionale di Francoforte durante il cruciale periodo 1848-1849, esule in Svizzera dopo gli anni rivoluzionari e professore di scienze naturali a Ginevra. 3 Nello stesso anno apparve a Londra un volantino anonimo che denunciava le mene di Vogt per creare consenso intorno alla figura di Napoleone III e alla sua politica europea che proprio in quel periodo compiva un salto di qualità con l’appoggio francese all’unificazione italiana.
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Critica dell'economia politica del segno. Baudrillard e Marx
di Leo Essen
I
L’obiettivo dichiarato di Per una critica dell’economia politica del segno di Jean Baudrillard è la decostruzione della distinzione tra valore-uso e valore-scambio che apre il Capitale. L’opera di Marx ha come sottotitolo Critica dell’economia politica. Dunque, il libro di Baudrillard, sin dal titolo, si inscrive nella storia del marxismo, nonostante ne contesti un argomento considerato da Marx elementare, dunque basilare: la distinzione, appunto, tra valore-uso e valore-scambio.
La merce è in primo luogo una cosa – dice Marx (Capitale I, 1.1). Una cosa che soddisfa bisogni umani. Il modo d’uso delle cose non è definito una volta per tutte. La proprietà della calamita di attrarre il ferro, dice Marx, divenne utile solo quando fu scoperta per suo mezzo la polarità magnetica. È compito della storia scoprire i molteplici modi d’uso delle cose. Come è compito della storia definire i termini e i modi di quantificazione di questi oggetti.
L’utilità della cosa è ciò che fa di essa un valore-uso.
Ma che cos’è l’utilità?
Marx ha già chiarito che l’utilità è legata alla proprietà della cosa.
Mentre la proprietà è data (o fabbricata), l’utilità, in ogni caso, è prodotta dalla storia. Ma la storia la produce a partire dalla proprietà della cosa, dalla sua attitudine naturale (qui Marx cita a sostegno Locke) ad appagare un qualche bisogno umano.
L’utilità, dice Marx, non aleggia nell’aria. È legata alle proprietà del corpo dell’oggetto, e non esiste senza di esso. La calamita diventa utile con l’invenzione della bussola. Prima di questa invenzione, la proprietà del magnete di indicare il nord non aveva alcuna utilità. Pertanto, l’utilità non è un carattere permanente e fisso della cosa, non è un carattere naturale. Si potrebbe dire, forzando un po’ la mano, che solo nel suo utilizzo in quanto bussola, la calamita manifesta la sua proprietà.
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Althusser, maledetto!
di Andrea Muni
Non avendo un’esistenza veramente mia, un’esistenza autentica, dubitando di me stesso fino all’estremo […], non sono mai stato altro che un essere artificiale, fatto di nulla, un morto.
(Althusser, L’avvenire dura a lungo)
Trent’anni fa sei morto, Louis Althusser. Uno dei più grandi filosofi marxisti del secolo breve, uno di quelli che hanno dovuto vedere, e patire nella carne, il tramonto di un grande sogno. Sei morto pazzo, graziato parzialmente da una supposta infermità mentale attribuita a un delitto tra i più orribili che una persona possa commettere. Un femminicidio brutale, a mani nude, che hai raccontato nelle tua toccante e sconcertante autobiografia postuma L’avvenire dura a lungo (Guanda, 1992). L’omicidio della persona che si ama, l’omicidio di chi non possiamo accettare di perdere. Se non è follia questa… Hai ucciso una grande donna, e lo sapevi. Una donna che non meriterebbe di essere ricordata sempre e solo all’ombra del tuo nome e del tuo crimine, una donna sopravvissuta alla resistenza che ha dovuto soccombere alla violenza del tuo amore malato. Sono anche i quarant’anni dalla sua scomparsa, ed è giusto, prima di tutto, ricordare lei: onore alla memoria di Hélène Rytmann-Legotien.
Quello che cercavo era la prova, la contro-prova, della mia non-esistenza. La prova che ero già bello che morto a ogni speranza di vita e salvezza. Ma la mia autodistruzione doveva passare simbolicamente per la distruzione degli altri, compresa quella della donna che amavo più di ogni altra cosa.
(Althusser, L’avvenire dura a lungo)
Un comunista, un marxista, un filosofo sempre pronto a mettere in dubbio i propri presupposti. Sei diventato da un giorno all’altro un “maledetto”.
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In ricordo di Sebastiano Timpanaro
Intervista a Luca Baranelli
Con la partecipazione di Fiamma Bianchi Bandinelli
Nel novembre 2000 moriva Sebastiano Timpanaro jr, uno dei massimi protagonisti del dibattito culturale e politico del dopoguerra. Filologo e latinista di fama mondiale, uomo schivo e appartato, insegnante in scuole medie e professionali e poi, per tantissimi anni, “correttore di bozze” com’egli amava definirsi, marxista e materialista, militante del Psi e poi del Psiup con simpatie per Trotsky, intellettuale attentissimo e appassionato alle vicende politiche e culturali italiane e internazionali, autore di testi sul materialismo, lo strutturalismo, la psicoanalisi, accolti dal silenzio degli specialisti eppur fondamentali, studioso massimo del Leopardi.
Per ricordarlo pubblichiamo una intervista rilasciata da Luca Baranelli per la rivista “una città” nel 2001 alla cui conversazione ha partecipato anche la rimpianta Fiamma Bianchi Bandinelli.
Luca Baranelli è stato un esponente del movimento della nuova sinistra e ha collaborato con il gruppo di Quaderni rossi. Ha fatto parte successivamente anche della direzione della rivista Quaderni piacentini diventando poi redattore a Torino delle case editrici Einaudi e Loescher.
* * * *
Tu sei stato amico di Sebastiano Timpanaro. Un aspetto che impressiona è constatare quanto egli sia stato importante per tantissimi intellettuali e militanti della sinistra e quanto poco fosse invece conosciuto. Ce ne puoi parlare?
Provo a dire perché è stato importante per me, anche se non bisognerebbe partire da sé per parlare di una persona del suo livello intellettuale, culturale e morale. In queste settimane, dopo la sua morte, ripensavo a quando l’ho conosciuto: poteva essere il ’59 o il ’60. Sapevo chi era, perché mio padre, un pittore nato nel 1895, aveva conosciuto il padre di Timpanaro, amico di tanti artisti, e conosceva il figlio.
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Intervista a Wolfgang Streeck
di Bollettino Culturale
Wolfgang Streeck, nato a Lengerich il 27 ottobre del 1946, studia sociologia all’Università Goethe di Francoforte, proseguendo i suoi studi alla Columbia University tra il 1972 e il 1974. A Francoforte studia nel contesto dell’omonima scuola marxista, fondamentale per lo sviluppo del marxismo occidentale. Dopo aver insegnato in alcune università tedesche, nel 1995 diventa direttore dell’Istituto Max Planck per lo studio delle società mentre insegna sociologia all’Università di Colonia.
Dal 2014 è direttore emerito dell’Istituto Max Planck.
Nei suoi lavori è centrale l’analisi dell’economia politica del capitalismo, usando un approccio dialettico applicato all’analisi istituzionale. Feroce critico del neoliberismo e della struttura imperialista chiamata Unione Europea, negli ultimi anni ha anche cercato di definire le modalità con cui potrebbe collassare il capitalismo.
In italiano è stato tradotto nel 2013 Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico. Segnaliamo inoltre: How Will Capitalism End?: Essays on a Failing System; Re-Forming Capitalism: Institutional Change in the German Political Economy; e Politics in the Age of Austerity.
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1. Professor Streeck, come Samir Amin e Giovanni Arrighi lei parla di una crisi del capitalismo che dura dagli anni ’70. In Gekaufte Zeit. Die vertagte Krise des demokratischen Kapitalismus conduce un’analisi interessante del capitalismo dagli anni ’70 ai giorni nostri. Vorrei chiederle se la sua lettura accetta l’analisi di Arrighi, che interpreta il predominio nel capitalismo del capitale fittizio come parte finale del ciclo di accumulazione aperto dagli Stati Uniti.
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Marx a cent’anni dalla Rivoluzione d’Ottobre
Un seminario del 2017 di Domenico Losurdo
di Gabriele Borghese
Il presente testo costituisce una sintesi degli argomenti affrontati nel corso delle tre giornate di seminari tenuti da Domenico Losurdo dal 4 al 6 dicembre 2017 a Napoli, presso l’Istituto italiano per gli Studi Filosofici. Durante il seminario Losurdo concentrò l’attenzione, oltre che sul bilancio storico della Rivoluzione d’Ottobre, anche su punti più prettamente teorici della filosofia marxista, tra i quali il dibattito che si è sviluppato nel Novecento riguardo alla concezione dello sviluppo delle forze produttive e alla relazione che questo sviluppo ha con la natura; e la definizione operata da Marx ed Engels del socialismo scientifico rispetto alle altre correnti utopiche del socialismo.
Le considerazioni di merito presentate nel testo seguente intendono tutte riferire il ragionamento di Losurdo, non sono giudizi o conclusioni dell’autore di questo testo.
Nella prima giornata di seminari intitolata Decrescita o sviluppo delle forze produttive, Losurdo ha trattato da un punto di vista critico la posizione di Serge Latouche, che ha sostenuto l’idea della decrescita felice (S. Latouche – 2006, Le pari de la décroissance) in contrapposizione alla teoria di Marx, che invece poneva l’enfasi proprio sullo sviluppo delle forze produttive considerandolo decisivo per la propria teoria della rivoluzione. Secondo Latouche non sarebbe sostenibile, anche dal punto di vista ecologico, una nuova crescita impetuosa del PIL. In quest’ottica non è opportuno seguire Marx che criticava il modo di produzione capitalistico perché esso blocca lo sviluppo delle forze produttive e distrugge la ricchezza sociale.
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Gramsci in translation: egemonia e rivoluzione passiva nell’Europa di oggi
di Fabio Frosini*
Materialismo Storico. Rivista semestrale di filosofia, storia e scienze umane è una pubblicazione dell'Università di Urbino con il patrocinio della Internationale Gesellschaft Hegel-Marx, n. 1 2019
1. La fine dell’egemonia
Se analizzato con categorie gramsciane, il secondo dopoguerra europeo può essere descritto come una trentennale guerra di posizione, il cui il risultato è stata l’integrazione delle organizzazioni di massa delle classi lavoratrici dentro la trama del potere pubblico da un lato, dall’altro il forte condizionamento del mercato da parte di istanze depositate nelle costituzioni, nel complesso normativo e nella serie di pratiche di patteggiamento sviluppate tra Stato, capitale e lavoro mediante una serie molto ampia di corpi intermedi, come la giustizia sociale e l’ eguaglianza, che esprimevano le rivendicazioni di quelle stesse classi lavoratrici come rappresentanti dell’intera nazione1. Questa guerra di posizione può essere vista pertanto come un compromesso, una rivoluzione passiva in termini gramsciani2, che è entrato in crisi dagli anni Settanta e che è stato abbandonato unilateralmente dalle classi dominanti negli anni Ottanta.
Le ragioni di questo abbandono sono complesse da enumerare e argomentare. Dal nostro punto di vista importa solamente notare che i presupposti della crescita economica del dopoguerra furono messi in discussione non dalla dinamica puramente interna dello sviluppo, ma dal fatto che non si riuscì a separare questa dinamica – a livello delle forze sociali organizzate e, di riflesso, a livello dei vari Stati europei – dalla prospettiva dell’accumulazione capitalistica. La crisi esplose per volontà degli Usa, che dinnanzi all’assottigliarsi dei profitti inaugurarono una politica economica di carattere neo-protezionistico, iniziando a usare il dollaro non più come fattore di stabilizzazione ma come strumento flessibile per drenare risorse e per ottenere un vantaggio competitivo3.
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Reading Capital Politically
di Harry Cleaver
[Uscito sul finire degli anni Settanta, Reading Capital Politically (1979) di Harry Cleaver propone una lettura politica dell’opera marxiana al servizio della lotta di classe. Tradotto in svariate lingue, il testo è stato diffuso in italiano nel corso degli anni Novanta dalla rivista vis-à-vis – Quaderni per l’autonomia di classe. Nonostante alcuni riferimenti al contesto politico-economico internazionale siano inevitabilmente dettati dal periodo in cui il testo è stato steso, l’analisi proposta dall’autore mantiene inalterata la sua efficacia politica ed è per tale motivo che si riproduce di seguito l’apertura del libro.
Harry Cleaver ha insegnato economia alla statunitense University of Texas di Austin, ha pubblicato numerosi articoli su riviste scientifiche e politiche sui temi dello sviluppo economico, sulle politiche economiche, sulle teorie della crisi, su Marx e sul marxismo, è stato redattore della rivista statunitense Zerowork ed ispiratore e curatore, insieme ad altri, del Texas Archive of Autonomist Marxism- ght].
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Introduzione
In questo libro vengono riesaminate le analisi sul valore condotte da Marx mediante uno studio dettagliato del Primo Capitolo del Volume I de Il Capitale. L’oggetto di questo studio si propone di trovare un’utilità politica all’analisi del valore situando i concetti astratti del Primo Capitolo all’interno dell’analisi globale fatta da Marx della lotta di classe nella società capitalista. Ci si propone di tornare a quello che si consida il proposito originario di Marx: Il Capitale è stato scritto come arma data nelle mani dei lavoratori. In quest’opera egli ha presentato una dettagliata analisi delle dinamiche fondamentali della lotta tra la classe capitalista e quella operaia1. Dalla lettura de Il Capitale come documento politico, i lavoratori potranno approfondire tanto le diverse forme con cui sono dominati dalla classe capitalista quanto le modalità con cui essi lottano contro tale dominio.
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Plusvalore e autocrazia di fabbrica
di Marco Beccari e Domenico Laise
È trascorso circa un secolo e mezzo dal Capitale di Marx, ma la natura della fabbrica capitalistica è rimasta, nella sostanza, la stessa: un'organizzazione gerarchica dispotica. L’articolo trae spunto dal seminario “L’organizzazione del lavoro nella fabbrica capitalistica” tenuto da Domenico Laise per l’Università Popolare A. Gramsci nell’anno accademico 2018-2019 [1]
Nel celebre capitolo tredicesimo del Primo Libro del Capitale− dal titolo Macchine e Grande Industria − Marx descrive quelle che sono le principali caratteristiche organizzative del lavoro di fabbrica. Tra le tante, Marx sottolinea e si sofferma sulla natura "autocratica" (dispotica) della gerarchia organizzativa di fabbrica. Egli osserva che nella "fabbrica il capitale formula come privato legislatore e arbitrariamente la sua autocrazia" [2]. Il potere autocratico del capitalista è fatto osservare dai sorveglianti, che, per conto dei capitalisti, somministrano le multe e le ritenute sul salario, quando gli operai non osservano il "codice della fabbrica".
Oggi, come ai tempi di Marx, i sorveglianti si chiamano "foreman (caporeparto)" o "controller (controllore)". La sostanza delle cose non è cambiata: la fabbrica non è il luogo dove si afferma e si respira la "democrazia industriale". Il nucleo operativo della fabbrica (operai) è escluso, infatti, dall'ambito delle decisioni strategiche, che competono solo ai top-manager, nominati ed eletti dagli azionisti, che sono i proprietari della fabbrica e dei mezzi di produzione. In sintesi, in fabbrica vige, tuttora, la "dittatura degli shareholder" (azionisti-proprietari) [3]. Dall'epoca in cui scriveva Marx ad oggi non ci sono state modifiche di rilievo. La fabbrica è, ancora, un "Panottico", in cui aleggia quello che, un competente come Taiichi Ohno, ha definito "lo Spirito della Toyota". Come osserva Marx, "La direzione capitalistica ... allo stesso modo di un esercito ha bisogno di ufficiali superiori (manager) e sottufficiali (foremen) i quali comandano in nome del capitale" [4].
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Come applicare una teoria al capitalismo contemporaneo, in molteplici crisi
di Makoto Itō
Prezioso e gentile contributo dell’economista giapponese Makoto Itō
Caratteristiche della teoria di Uno
La teoria di Uno fu elaborata dall'economista politico marxiano giapponese Kozo Uno (1897–1977). Aveva tre caratteristiche principali, come ho riassunto nel mio libro Value and Crisis. La prima è una chiara distinzione tra l'ideologia socialista e il ruolo dell'economia marxiana come scienza sociale oggettiva. La seconda è la differenziazione sistematica di tre livelli di ricerca - vale a dire i principi dell'economia politica come nel Capitale di Marx, mette in scena la teoria dello sviluppo capitalista (come in Uno 1971; per seguire Lenin 1917), e l’analisi concreta del capitalismo mondiale contemporaneo dopo la Prima guerra mondiale. La terza comprende i tentativi teorici di completare il Capitale, come principi dell'economia politica. Attraverso queste tre caratteristiche, la teoria di Uno intende leggere l'essenza del Capitale di Marx come una solida base della ricerca scientifica nell'economia politica, che può essere applicata in modo flessibile al capitalismo contemporaneo, nelle crisi attraverso la teoria degli stadi intermedi dello sviluppo capitalista.
Secondo la mia comprensione, l'essenza teorica del Capitale di Marx è composta principalmente dalla teoria del valore e della crisi.
Sulla teoria del valore, Uno ha sistematicamente sottolineato la scoperta originale di Marx della forme-valore nelle relazioni tra merci, denaro e capitale, che è stata trascurata dalla teoria del valore-lavoro della scuola classica rappresentata da Smith (1776) e Ricardo (1817). Uno ha sottolineato il riconoscimento teorico di Marx secondo cui "lo scambio di merci inizia laddove le comunità hanno i loro confini, a contatto con altre comunità o con i membri di queste ultime".
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Karl Marx sul populismo contemporaneo
di Anselm Jappe
150 anni fa, Marx ha pubblicato il suo Capitale. Agli occhi dei pensatori borghesi e di quello che era il mainstream accademico e mediatico, oggi Marx è del tutto superato. Dove sono i proletari straccioni? Oggi viviamo in un mondo di democrazia e di libero mercato. La sinistra tradizionale a sua volta potrebbe obiettare che il capitalismo è tornato, che esiste di nuovo un enorme divario tra ricchi e poveri, e che esistono anche un altro tipo di persone che sono subalterne e oppresse. Io ritengo che invece ci sia un altro modo per valutare oggi la teoria di Marx: In 150 anni la superficie del capitalismo è cambiata un bel po', ma il suo nucleo rimane ancora lo stesso. Il nucleo è quello che Marx ha analizzato soprattutto nel primo capitolo del Capitale: merce e valore, denaro e lavoro astratto. Al fine di evitare equivoci e confusione tra lavoro astratto e lavoro immateriale, è maglio partire dal lato astratto del lavoro, della sua duplice natura. Marx stesso considerava la sua analisi relativa alla «duplice natura del lavoro» - astratto e concreto - come una delle sue più importanti scoperte. [*1] Ogni singolo esempio di lavoro, in condizioni capitalistiche (ma solo nel capitalismo, dal momento che non c'è niente di naturale in tutto questo), è allo stesso tempo sia astratto che concreto. In quanto lavoro concreto, ogni singola attività produce beni o servizi, ma la medesima attività è anche allo stesso tempo semplice dispendio di energia umana che, misurata in unità di tempo, è una pura quantità di tempo, indipendentemente da ciò che durante quel tempo è stato fatto. Il lato concreto del lavoro corrisponde al valore d'uso ed il lato astratto corrisponde al valore (rappresentato dal denaro) di quella stessa merce. Nel capitalismo, il lato astratto del lavoro, e di quello che è il suo prodotto, prevale sul lato concreto, ed è questa la radice più profonda di quella che è l'assurdità del modo capitalistico di produzione.
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Karl Marx e la religione come «oppio dei popoli»
di Franco Livorsi
Religiosità, redenzione e rivoluzione costituiscono un nodo importante del marxismo sin dalle origini. Emerge già da una decisiva pagina di Marx in cui compare la famosa apostrofe sulla religione come oppio dei popoli, compresa nel suo saggio del 1844 Critica della Filosofia del diritto di Hegel. Introduzione (1844)1. Intendere quel che si dice lì può ancora darci una chiave interpretativa non priva d’importanza.
Al proposito ritengo importante dire due parole preliminari sul contesto storico e filosofico, in funzione della comprensione del testo in oggetto.
Prima c’era stato l’Illuminismo, e più in generale il XVIII secolo: con la sua costante tensione a illuminare il reale con la ragione e soprattutto a razionalizzarlo; col suo rifiuto dei dogmi, e con la messa in discussione radicale di ogni rivelazione e dello stesso cristianesimo, in nessun periodo anteriore mai avvenuta in tale forma radicale e su così vasta scala; con la valorizzazione della scienza unita alla tecnica sin dalla famosa Enciclopedia delle scienze, delle arti e della tecnica curata da D’Alembert e soprattutto da Diderot (1751-1765, in 17 volumi); con la prima rivoluzione industriale inglese e poi europea e, last but not least, con la Rivoluzione francese del 1789 e degli anni successivi. Poi era arrivato Napoleone, che aveva portato, sulla punta delle baionette della sua Armata nazionale, l’idea dell’uguaglianza giuridica tra i cittadini, propria della Gran Rivoluzione, e il proprio Codice civile moderno, privatistico e borghese, dappertutto, sino a Mosca, sia pure con tratto autoritario e con intento imperialistico.
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Lenin e la Rivoluzione
di Gianni Fresu (Universidade Federal de Uberlândia)
Materialismo Storico. Rivista semestrale di filosofia, storia e scienze umane è una pubblicazione dell'Università di Urbino con il patrocinio della Internationale Gesellschaft Hegel-Marx, n. 1 2019
Il centenario della Rivoluzione d’ottobre è trascorso in un clima culturale e politico non certo favorevole al libero confronto intellettuale e ben poco disponibile a valutare ragioni ed eredità di un evento che, qualunque possa essere il nostro giudizio, ha rappresentato un radicale cambio di passo nella storia dell’umanità dal quale non si può prescindere. In un quadro nel quale comunismo e nazismo sono presentati come fratelli gemelli figli della stessa degenerazione (il trauma della Prima guerra mondiale), il principale protagonista della Rivoluzione russa è generalmente considerato come l’origine di ogni moderno fanatismo ideologico. Se il Novecento è stato archiviato come il secolo degli orrori, delle dittature e dei totalitarismi, all’interno di questo quadro apocalittico Lenin è l’arcidiavolo cui vanno imputate tutte le calamità di un secolo insanguinato, fascismo incluso1.
Non solo nel mondo liberale, ma anche a sinistra, la principale accusa mossa alla Rivoluzione d’ottobre sarebbe anzitutto da ricercare nella mancata estinzione dello Stato. Al contrario, l’ipertrofia delle sue funzioni e attività necessarie a dirigere questo inedito processo storico, che avrebbe svuotato il concetto di libertà individuale fino a impedirne l’esistenza, spiegherebbe la natura liberticida del socialismo storico. È l’idea di un rapporto inversamente proporzionale tra sfera delle libertà e estensione delle attività dello Stato, un’idea che accomuna la concezione del “governo limitato” di Locke alle teorie sul totalitarismo di Hannah Arendt.
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