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La contraddizione fra proletariato e capitale è ineluttabile

di R. - Théorie Communiste

263N09497 62T9ZChe si scelga l'uno o l'altro dei due corni del dilemma, l'alternativa tra ineluttabilità e non- ineluttabilità (possibilità) del comunismo è priva di senso. L'alternativa ed entrambi i suoi termini, presi separatamente, si basano su una sola ed unica confusione tra il processo di caducità del modo di produzione capitalistico e il suo superamento. Una volta acquisita questa confusione, l'alternativa si impone: per gli uni la confusione è totale e rivendicata: il comunismo è ineluttabile; per gli altri la confusione è altrettanto totale, ma il superamento potrebbe avere luogo soltanto essendo qualcosa di più che un'oggettività, poiché – lo sanno tutti – la rivoluzione è attività, e dunque soggettività: il comunismo diventa allora un possibile. Possibilità e ineluttabilità del comunismo non esistono che come termini di un'alternativa; il problema è il fondamento di questa alternativa.

La tesi della possibilità funziona, come quella dell'ineluttabilità, sulla base di una contraddizione dello sviluppo del modo di produzione capitalistico, che fornisce all'azione un dato oggettivo (insufficiente per la prima, sufficiente per la seconda). I “possibilisti” dicono: il proletariato può utilizzare questo dato. Gli “ineluttabilisti” dicono: il proletariato è costretto ad utilizzare questo dato. Per gli uni come per gli altri, il punto di partenza, la base dell'alternativa, è il processo di caducità del capitale considerato come un dato oggettivo, e la confusione tra questa caducità e il suo superamento. Nella tesi dell'ineluttabilità, la lotta di classe – in quanto costrizione – viene posta come se avesse bisogno di una legittimazione, una garanzia oggettiva del non essere una semplice ginnastica sociale (si tratti della “realizzazione del plusvalore” e dei “mercati non capitalistici”, della “caduta tendenziale del saggio di profitto”, o anche della “riduzione assoluta del numero dei lavoratori produttivi”). La tesi possibilista funziona esattamente allo stesso modo; essa non fa che aggiungere che una cosa del genere, in rapporto a ciò che sappiamo della rivoluzione, sembrerebbe contraddittoria; l'intervento della classe decisa a fare la rivoluzione sul corso naturale del modo di produzione capitalistico, farà sparire (forse) ciò che – per questa tesi – è una contraddizione in termini nell'idea di rivoluzione.

La critica dell'oggettivismo svuota l'alternativa e ciascuno dei suoi termini di qualsivoglia significato. Il “capitale come contraddizione in processo” è una contraddizione fra le classi: è molto semplicemente la lotta di classe attuale; tale contraddizione è la condizione e il corso della sua propria risoluzione, del suo proprio superamento, che essa produce contro questo stesso corso, precisamente in quanto è il corso – pure in crisi – del modo di produzione capitalistico, il suo necrologio e allo stesso tempo la sua forza. Il proletariato, abolendo il capitale e producendo il comunismo, non approfitta di uno sviluppo del capitale che gli faciliterebbe il compito.

Il capitale è una contraddizione in processo, questo processo è quello della sua caducità. Ma quest'ultima non ci dà immediatamente la rivoluzione (il suo superamento) bensì la controrivoluzione. La rivoluzione è lotta contro – e abolizione di – ciò che la rende possibile all'interno di ciò che la rende possibile. Salvo addentrarci in costruzioni teoriche particolarmente ardìte sulla produzione, da parte della rivoluzione, della sua stessa necessità (il che non è falso, ma rasenta la tautologia), è la questione stessa che bisogna trasferire. La questione che pone l'alternativa tra possibilità e necessità della rivoluzione rinvia la sua risposta al futuro, ma ci si ritrova così con un processo di caducità del capitale confuso con il suo superamento (i due termini dell'alternativa). In rapporto alla lotta di classe, la rivoluzione e il comunismo sono considerati come una conclusione; a questo punto la conclusione può essere considerata o “ineluttabile” o “possibile”, poiché non viene compresa come contenuto del movimento stesso di cui è la conclusione. Per gli uni come per gli altri, ci sarebbero da un lato la lotta di classe, la cui “ineluttabilità” – quanto ad essa – è incontestabile, e dall'altro il suo esito. I possibilisti vorrebbero essere i giustizieri dell'oggettivismo, ma questa semplice separazione temporale che fonda tutta la formulazione della loro tesi, è oggettivista, è un togliersi il cappello di fronte all'oggettivismo; ci sarà bisogno di qualcosa di più nel futuro. Per gli ineluttabilisti il “di più” verrà da sé, inscritto nel corso oggettivo del capitale.

L'alternativa tra ineluttabilità e possibilità è priva di senso, poiché la produzione del comunismo è una questione attuale e non un problema posto dal compimento di un processo avente un altro contenuto. Se la questione viene coniugata al presente, non si può che abbandonarla, giacché si esce dal dilemma. Non ci si interroga più, allora, sulla conclusione della lotta di classe, sul futuro, ma sulla definizione della contraddizione fra proletariato e capitale che è la lotta di classe oggi. Non dico, evidentemente, che il comunismo sia possibile in qualsiasi momento, né che sia fin d'ora opposto al capitalismo in una contraddizione di cui il proletariato sarebbe il semplice supporto. Il comunismo non è un germe né una tendenza. Esso è il contenuto della lotta di classe, e senza questo contenuto la lotta di classe non esisterebbe.

«Il comunismo non è per noi uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente» (K. Marx - F. Engels, L'Ideologia Tedesca). Il comunismo è nel presente, in quanto è la condizione e il contenuto delle pratiche attuali della lotta di classe. I portuali di Liverpool, i disoccupati e i precari del '98, gli operai della Cellatex non si sono battuti per il comunismo, quest'ultimo non rappresenta il senso segreto delle loro lotte. Il comunismo è il movimento contraddittorio del modo di produzione capitalistico, il processo stesso della sua caducità. Non è un “senso nascosto”. La contraddizione fra il pluslavoro e il lavoro socialmente necessario, la legge del valore e l'aumento della composizione organica, la massa del plusvalore e il capitale totale impiegato, l'universalità delle forze produttive e lo sfruttamento in quanto sua base e contenuto – tutte “cose” che sono direttamente la lotta tra proletariato e capitale (ciò che meglio le riassume è la caduta tendenziale del saggio di profitto) – sono all'interno del modo di produzione capitalistico il corso necessario del suo superamento – ciò che Marx, nel quadro della visione oggettivista del programmatismo (là dove la lotta del proletariato si limita ad eseguire la condanna a morte pronunciata dal capitale contro sé stesso), enunciava in questo modo: «La società borghese, basata sullo scambio di valore, genera rapporti di produzione e circolazione che rappresentano altrettante mine per farla esplodere. Esse sono una massa di forme che si oppongono alla unità sociale, il cui carattere antagonistico non potrà mai essere eliminato attraverso una pacifica metamorfosi. D'altra parte, se noi non potessimo già scorgere nascoste in questa società – così com'è – le condizioni materiali di produzione e di relazioni fra gli uomini, corrispondenti ad una società senza classi, ogni sforzo per farla saltare sarebbe donchisciottesco» (Grundrisse).

Non si tratta di condizioni, ma del contenuto e della ragion d'essere stessi del corso immediato delle lotte di classe: la lotta di classe è la sua propria “condizione”. La posizione ineluttabilista contiene, in modo storicamente specifico, il superamento dell'alternativa, la possibilità di uscirne, a partire dal momento in cui la critica del programmatismo si spinge fino alla critica dell'oggettivismo, ovvero fino al punto seguente: il proletariato è un termine di tutte queste “forme antagonistiche”. La lotta tra le classi, poiché ha come contenuto e definizione lo sfruttamento, è in sé stessa – non in maniera velata, ma manifestamente ed esplicitamente – la dissoluzione delle condizioni attuali; non solo negativamente, ma positivamente in quanto produzione del suo stesso superamento, ovvero, già adesso, in quanto forma e contenuto attuali della lotta di classe: sparizione di ogni identità operaia, identità tra la definizione delle classi e la loro contraddizione, e infine appartenenza di classe come costrizione esteriore (caratteristiche che non sono nient'altro che il significato storico del capitale).

Il possibilista accusa l'ineluttabilista di “attendismo”; riconosce in questo modo che per lui la lotta di classe è una questione di scelta, e che il comunismo risulta da un suo intervento volontario, che potrebbe tuttavia anche non darsi; è un attivista dilettante e nega l'attività. L'ineluttabilista rimprovera al possibilista di non concepire la sua attività come un portato del corso oggettivo della caducità del capitale, che la renderebbe efficace, e ammette così che per lui il corso oggettivo del capitale non è che un'astrazione, una garanzia della sua pratica; la caducità del capitale in quanto processo è la sua cauzione. Fintanto che l'ineluttabilità è prodotta su queste basi, essa rimane incapace di rispondere alla tesi del comunismo come possibile, e le due proposizioni restano legate nel loro comune oggettivismo. L'ineluttabilista e il possibilista sono costretti ad attribuire un ruolo alla lotta di classe. Concepito come conclusione, ineluttabile o possibile, il comunismo non viene compreso come il movimento attuale della lotta di classe. L'alternativa è priva di senso e priva di realtà, poiché i due termini concepiscono la lotta di classe come una pratica, ma presuppongono le condizioni di questa pratica come se non fossero esse stesse pratiche.

Abbiamo cominciato col dire che, in quanto contraddizione in processo, il capitale ci offre soltanto la propria caducità, e non il proprio superamento, il che è esatto ma unilaterale. La proposizione si contraddice da se stessa, giacché la caducità del capitale è essa stessa sfruttamento, ovvero contraddizione, e non risultato della contraddizione, sebbene la lotta di classe si rivolti, come produzione del comunismo, contro ciò che la rende possibile. È il motivo per cui abbiamo precisato subito: «contro ciò che la rende possibile all'interno di ciò che la rende possibile». La caducità del capitale non è identica al suo superamento, in quanto il capitale “caduco” non è mai uno stato, ma sempre sfruttamento; in ciò essa ha un contenuto che è il superamento di sé. Considerata nella sua totalità (ovvero come contraddizione) e non unilateralmente (ovvero come autopresupposizione del capitale), la caducità del capitale è una positività. Non è il comunismo, separato in quanto stato sociale, a essere ineluttabile, ma la lotta di classe, e solamente attraverso di essa il comunismo. È l'intera problematica a essere trasformata, dislocata. Questa ineluttabilità non è più l'opposto del possibilismo, promotore della prassi, non si pone più come sua alternativa. Il possibilismo è realmente abolito, e con esso l'ineluttabilità intesa come il suo correlativo opposto. Questa “nuova” ineluttabilità è essa stessa attività, comprende tutte le questioni relative alla pratica (feticismo, coscienza, teoria), ma questa volta fuori dall'opposizione tra soggettività e oggettività così come il possibilismo (e anche l'ineluttabilità, con la sua “costrizione” e la sua “garanzia”) la formulava rispetto al tema dell'intervento soggettivo, della scelta.

Il superamento di una contraddizione è compreso nella contraddizione stessa, non è come la ciliegina sulla torta (qui parliamo della contraddizione tra le classi all'interno del modo di produzione capitalistico; la validità generale di questa proposizione, per quanto concerne i modi di produzione anteriori, richiede di essere discussa). Il superamento va oltre la contraddizione, ma è incluso nella contraddizione tra proletariato e capitale come il suo stesso contenuto, come la sua ragion d'essere – pena il venir meno della contraddizione – e questo nelle forme più immediate della lotta di classe. A questo punto, se noi affermiamo che la rivoluzione e il comunismo sono “ineluttabili”, il possibilista che intende questa affermazione come un attendismo oggettivista, non ha capito assolutamente nulla della pratica; l'ineluttabilista che la comprende come il risultato della caducità del capitale, non ha compreso assolutamente nulla della caducità del capitale. Tutta la lotta di classe si ridurrebbe a mera agitazione e addirittura non esisterebbe, se il suo superamento non ne rappresentasse il contenuto, contro la lotta di classe stessa; se non trovassimo nell'inevitabile lotta tra le classi la produzione della società senza classi. Il possibilista e l'ineluttabilista hanno in comune il fatto di domandarsi a cosa serva la lotta di classe (anche se per l'ineluttabilista essa non può non essere: egli le assegna un ruolo in rapporto ad una “necessità” che è la sua garanzia). La rivoluzione e il comunismo sono ineluttabili in quanto lotta di classe, dunque in quanto attività, pratiche. La questione che il possibilista pone circa la necessità della propria azione non ha alcun senso; ma la questione che viene posta dall'ineluttabilista riguardo alla garanzia della propria, a ciò che la impone, non ne ha di più. È la lotta di classe ad essere ineluttabile, e questo ci basta.


Da «Théorie Communiste», n. 17, settembre 2001
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