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costituzionalismo

Sulla dottrina marxista dello Stato

Una nota nel centenario della Rivoluzione d’ottobre

di Massimo Pivetti*

La nota discute criticamente la dottrina marxista dello Stato quale venne sviluppata da Lenin alla vigilia dello scoppio della Rivoluzione d’ottobre sulla base delle idee principali di Marx ed Engels sulla questione. Si argomenta che questa dottrina, a partire dalla sua tesi centrale di un’incompatibilità tra la nozione di Stato e quella di libertà, non ha reso nel complesso un buon servizio alla causa della classe lavoratrice nel capitalismo

8ad371a60b79dde852a35dac516a52b31. Due compiti della sinistra

Fino a una quarantina di anni fa, all’interno del capitalismo industrialmente avanzato, nella sinistra era ancora diffusa la consapevolezza che ciò che poteva indurre i capitalisti e i loro rappresentanti a fare delle concessioni importanti sul terreno economico era solo il timore di perdite maggiori, o addirittura il timore di perdere tutto. In generale, dunque, che i suoi compiti avrebbero dovuto essere sostanzialmente due: riuscire a tenere sempre vivo questo timore; sapere di volta in volta come sfruttarlo, ossia avere chiari i programmi e le misure necessarie a migliorare, attraverso l’intervento dello Stato, le condizioni di vita e di lavoro dei salariati e delle masse popolari – in pratica, le misure necessarie a migliorare il funzionamento stesso del capitalismo. Veniva al riguardo tenuto presente, da un lato, che a fronte di livelli di attività stabilmente elevati, quindi anche di una massa di profitti stabilmente elevata, i capitalisti e i loro rappresentanti avrebbero potuto col tempo abituarsi a considerare come normale un minor saggio di rendimento del capitale, finendo per accettare margini di profitto più contenuti e una minore quota dei redditi da capitale e impresa nel prodotto; dall’altro, che una parte della borghesia, la parte più istruita e socialmente sensibile, avrebbe anch’essa ricavato senso di tranquillità e di benessere da un contesto culturale e sociale non eccessivamente degradato e sufficientemente coeso; quindi, che avrebbe potuto essere indotta a sostenere, piuttosto che a contrastare, misure di riformismo socialdemocratico.

Ma anche se nel corso degli ultimi 40 anni la sinistra europea non avesse perso completamente la bussola, i due compiti appena indicati sarebbero oggi decisamente più ardui che alla fine della seconda guerra mondiale; questo, nonostante il cattivo andamento del capitalismo avanzato e l’esplosione delle disuguaglianze al suo interno abbiano finito per fornire elementi oggettivi di affermazione di istanze di rinnovamento in senso socialista della società. L’esistenza dell’URSS e le sue realizzazioni furono infatti nel primo trentennio postbellico i principali elementi fondanti della forza della sinistra – in particolare della forza sia del PCF che del PCI – in quanto prove solide della possibilità per i lavoratori di sottrarre con successo alla borghesia il controllo esclusivo della macchina dello Stato e dunque basi reali della minaccia del sovvertimento dell’ordine sociale in Europa. Con il peggiorato funzionamento e l’indebolimento dell’URSS dalla fine degli anni ’60, l’appannarsi progressivo della sua immagine e proiezione internazionale e infine la sua implosione, il comunismo europeo rapidamente si indebolì per poi sparire anch’esso del tutto.

 

2. Una cultura borghese illuminata e la sua estinzione

Essenzialmente alla minaccia della sovversione comunista si dovette dopo la guerra lo stesso prevalere in Europa di classi politiche e dirigenze statali progressiste, spesso capaci di fare buon uso di una cultura borghese illuminata di cui il keynesismo costituì una componente importante ma non l’unica. In Francia, ad esempio, era presente da tempo una solida tradizione culturale progressista, specialmente in campo storiografico e giuridico, ben espressa dalle idee e dai programmi governativi di vecchi esponenti importanti della sinistra non comunista come Jean Jaurés e Leon Blum. Nella stessa Inghilterra, nell’immediato dopoguerra, idee e programmi governativi di personaggi come William Beveridge e Clement Attlee furono da essi sviluppati abbastanza indipendentemente dalle concezioni keynesiane. Anche la sinistra comunista con responsabilità di governo andò allora sostanzialmente a rimorchio della cultura sociale della borghesia illuminata, contribuendo alla sua traduzione in impianti concreti di politica economica: il comunista francese Ambroise Croizat, ministro del lavoro dal 1945 al 1947, istituì in Francia la “Securité social” chiaramente ispirandosi al piano Beveridge.

All’estinguersi della minaccia della sovversione comunista si “estinse” in Europa anche la borghesia illuminata, insieme alla sua cultura economica e sociale progressista. E non appena quella cultura finì definitivamente in soffitta all’inizio degli anni ‘80, iniziò a sparire anche la sinistra: il neoliberismo della borghesia divenne rapidamente anche la sua cultura[1].

 

3. Sulle basi culturali dell’azione politica della sinistra

Merita a questo punto rilevare che le basi culturali dell’azione politica di tutta la sinistra europea dalla fine della seconda guerra fino alla grande svolta di politica economica dei primi anni ’80 furono contrassegnate da un’importante assenza: l’analisi economica di Marx. Due circostanze possono contribuire a spiegare il fenomeno. La prima è la scarsa conoscenza effettiva di quell’analisi da parte della sinistra politica, comunisti inclusi: un’assenza di dimestichezza con la critica dell’economia politica e con l’analisi marxiana dei limiti del modo di produzione capitalistico, paradossalmente diffusa tra gli stessi marxisti (fino a Bad Godesberg questo fu un po’ meno vero per la sinistra tedesca, grazie soprattutto alla diffusa conoscenza tra le sue fila degli scritti della Luxemburg [2]). Naturalmente, la scarsa conoscenza scientifica dei limiti del capitalismo ha ostacolato seriamente la capacità della sinistra di prefigurare dei rimedi per poi cercare di imporne l’adozione. La seconda circostanza ha invece a che vedere con la prospettiva rivoluzionaria del superamento del capitalismo, che non ha favorito l’elaborazione di una concezione dell’azione politica come sforzo diretto al miglioramento del suo funzionamento attraverso l’intervento dello Stato. In una prospettiva rivoluzionaria, la natura di classe dello Stato, concepito come mera sovrastruttura giuridica dei rapporti di produzione e sfruttamento capitalistici, porta a vederlo come il nemico numero uno del proletariato: fortezza da abbattere piuttosto che strumento utilizzabile anche per la difesa dei suoi interessi e il miglioramento delle condizioni materiali di vita delle masse.

Sarebbe difficile negare che le premesse di questa visione si trovino effettivamente in Marx. Nel Capitale il potere dello Stato è per lo più descritto in termini di violenza concentrata e organizzata della società – di potere utilizzato dalla borghesia per la gestione del conflitto di classe, per l’indispensabile lavoro di sorveglianza e più in generale per l’esercizio delle funzioni specifiche connesse, nel modo di produzione capitalistico, con “l’antagonismo tra il governo e la massa del popolo”. I servitori dello Stato vengono poi inclusi tra i “lavoratori improduttivi” e qualora lo Stato impieghi anche lavoratori salariati in miniere, ferrovie etc., esso opererebbe semplicemente come “capitalista industriale”, il carattere privato o statale del processo di produzione venendo considerato sostanzialmente indifferente. Quanto al debito pubblico e al sistema fiscale ad esso corrispondente (le entrate dello Stato servendo nell’analisi marxiana soprattutto a coprire il pagamento degli interessi sul debito), non si tratterebbe che di aspetti del più generale processo di “capitalizzazione della ricchezza e di espropriazione delle masse”. Naturalmente lo Stato spesso interviene con le sue leggi anche nelle fabbriche, per regolare il salario, del lavoro a cottimo o a giornata, la lunghezza della giornata lavorativa, il lavoro dei minori e delle donne etc. Marx sembra ritenere che sia appunto solo in questa sfera – una sfera prettamente sindacale – che la classe lavoratrice possa riuscire a strappare delle conquiste importanti. Nel suo discorso inaugurale all’Industrial Working Man’s Association (Prima Internazionale, 1864-1876), fondata dieci anni dopo l’estinzione del Cartismo, Marx così descrisse l’eredità di quel movimento di classe: “Dopo aver combattuto per trent’anni con la più ammirevole perseveranza, i lavoratori inglesi sono riusciti a conquistare le Dieci Ore.[…] La legge sulle Dieci Ore non è stata soltanto un’importante provvedimento pratico; è stata la vittoria di un principio; per la prima volta, in piena luce del sole, l’economia politica della borghesia ha dovuto cedere all’economia politica della classe lavoratrice”[3]. Egli appare nel complesso poco propenso a riconoscere che “l’economia politica della classe lavoratrice” possa riguardare anche la politica economica generale dei governi, che possa cioè puntare a sottrarre in parte alla borghesia l’utilizzo del potere dello Stato in funzione del miglioramento persistente delle condizioni generali di vita della massa del popolo.

 

4. La tesi dell’incompatibilità tra “Stato” e “libertà”

Consideriamo un po’ più da vicino la dottrina marxista dello Stato, quale la troviamo ricostruita e sviluppata da Lenin in Stato e rivoluzione (1917) sulla base degli scritti più rilevanti di Marx e Engels sulla questione[4]. In essa si riconosce che una repubblica democratica sia la forma migliore di Stato per il proletariato nel capitalismo: il peso dei rapporti capitalistici di produzione e distribuzione sulla massa del popolo è minore nella repubblica borghese più democratica che in quella meno democratica. Lo Stato nasce dal bisogno di tenere sotto controllo e moderare gli antagonismi di classe, sicché la natura dei suoi interventi dipende dai rapporti di forza effettivi tra di esse e contribuisce a sua volta a determinarli. Engels osserva al riguardo che vi sono periodi in cui l’equilibrio tra le classi contrapposte è tale da far apparire lo Stato come un mediatore al di sopra delle parti; in realtà non lo è mai – egli argomenta – ed interviene più a favore dell’una o dell’altra a seconda, appunto, dei loro rapporti di forza. In assenza dunque delle condizioni per la distruzione dello Stato borghese, per la classe lavoratrice si sarebbe trattato di riuscire a orientarne almeno in parte il potere a proprio favore. Non viene insomma negata l’importanza per il proletariato di cambiamenti dei rapporti di forza in vista del conseguimento, attraverso lo Stato, di miglioramenti nelle sue condizioni generali di vita.

Tuttavia oggi possiamo affermare che nel corso degli ultimi 70 anni la dottrina marxista dello Stato non ha reso nel complesso un buon servizio alla causa della classe lavoratrice nel capitalismo. Con la sua insistenza su un futuro di libertà in cui la macchina dello Stato sarebbe stata relegata «nel museo delle anticaglie, insieme al telaio a mano e all’aratro di bronzo» (Engels), essa ha contribuito suo malgrado alla persistenza di un diffuso antistatalismo nella cultura di sinistra. La tesi di un’incompatibilità prospettica tra la nozione di “libertà” e quella di “stato” – la tesi che «non appena diverrà possibile parlare di libertà lo stato come tale avrà cessato di esistere» (Engels), che «allorquando ci sarà libertà, non ci sarà più alcuno stato»[5] – ha contribuito a relegare in secondo piano la consapevolezza che, nel capitalismo, è soprattutto attraverso il potere dello Stato che la classe lavoratrice può riuscire a ridurre la pressione su di essa esercitata dalla borghesia.

La dottrina marxista dello Stato postula che esso non potrebbe che estinguersi quando non vi fossero più classi. Il comunismo renderebbe lo Stato completamente inutile perché non ci sarebbe più alcuna classe da sopprimere. Ma tra la borghesia e il proletariato c’è un’asimmetria importante che la sinistra di classe in Europa e altrove ha paradossalmente perso di vista: mentre il secondo può fare a meno della prima – ossia può “sopprimere” i capitalisti – la prima non può sopprimere il secondo senza sopprimere anche se stessa. Nel conflitto di classe, in altre parole, la borghesia non può andare “fino in fondo” ed è pertanto condannata a fare continuamente i conti col rischio di essere soppressa come classe. Proprio questa asimmetria è dopo tutto la base della possibilità per la classe lavoratrice di riuscire a condividere in parte con la borghesia il potere dello Stato, ossia la base di ogni conquista importante che essa riesca a strappare ai capitalisti e ai loro rappresentanti. L’antagonismo di classe deve infatti essere continuamente tenuto sotto controllo e contenuto, con mezzi che dipendono di volta in volta dalle «forze relative dei combattenti» (Marx); è appunto attraverso la condivisione del potere dello Stato che ha luogo questo contenimento.

 

5. Dottrina marxista dello Stato ed esperienza storica

Ma oltre ad aver contribuito suo malgrado all’antistatalismo diffuso nella cultura di sinistra, si può dire che la dottrina marxista dello Stato contenga al suo interno dei limiti che oggi possiamo ben cogliere alla luce dell’esperienza storica. Perché mai lo Stato dovrebbe tendere ad estinguersi a seguito della socializzazione dei mezzi di produzione e del superamento dell’antagonismo di classe? L’esperienza accumulatasi dalla Rivoluzione d’ottobre sembra aver privato di ogni solido fondamento la tesi che una società senza classi non abbia bisogno dello Stato.

La ragione più ovvia è quella che venne indicata da Stalin nel suo rapporto al 18° Congresso del PCUS nel marzo del 1939[6]. La tesi dell’estinzione dello Stato poggiava crucialmente sull’ipotesi di una vittoria della rivoluzione su scala mondiale, sicché ciascun paese socialista sarebbe stato circondato da altri paesi socialisti. Altrimenti, l’accerchiamento capitalista e la connessa minaccia esterna rendeva del tutto inconcepibile che all’interno di un paese divenuto socialista lo Stato potesse iniziare ad esservi relegato nel “museo delle anticaglie”. Ci troviamo qui di fronte, non tanto all’impossibilità del socialismo in un paese solo, quale era stata sostenuta da Trotzkij[7], quanto all’impossibilità dell’estinzione dello Stato nel socialismo in un solo paese[8].

Più complesse sono le ragioni interne, connesse con il funzionamento dell’economia e della società socialista, che rendono difficilmente concepibile l’estinzione graduale dello stato proletario prodotto dalla vittoria della rivoluzione. La dottrina marxista dello Stato considera il potere politico come l’espressione ufficiale dell’antagonismo di classe nella società civile, sicché una volta che le classi fossero sparite anche lo Stato dovrebbe finire per subire la stessa sorte. Il punto è che classi e antagonismo di classe potrebbero riformarsi: perché mai la loro iniziale abolizione dovrebbe essere irreversibile? A meno di considerare l’avvento della società senza classi come una sorte di fase storica finale della civiltà dell’uomo, allo Stato proletario non sarebbe concesso di potersi gradualmente estinguere perché esso dovrebbe continuare a guardarsi dal rischio di essere sostituito da un altro tipo di Stato, e ciò che col tempo tenderebbe a cambiare sarebbe solo la forma di volta in volta assunta da questo rischio.

Ma i lavoratori avrebbero bisogno dello Stato non solo, inizialmente, per vincere la resistenza degli sfruttatori, e, in seguito, per continuare a difendersi dal rischio di essere scalzati dal potere. Dopo la sua conquista, i lavoratori avrebbero persistentemente bisogno dello Stato per far funzionare l’economia socialista. L’esperienza ha dimostrato che non si tratta di un bisogno temporaneo, destinato a venir meno col passare del tempo e il cambiare delle abitudini della massa del popolo; neppure, che si tratta di un compito meramente tecnico-amministrativo. Il fatto che il proletariato non abbia bisogno della borghesia, non comporta che l’organizzazione e il funzionamento dell’economia socialista possano fare a meno dello Stato e di un governo politico. Al contrario, le funzioni dello Stato non possono che aumentare a dismisura con la trasformazione del capitale in mezzi di produzione di proprietà collettiva. Anche se le decisioni principali sono prese dai lavoratori, organizzati in «corpi simultaneamente legislativi e esecutivi» (Marx), sul modello della Comune di Parigi, alla macchina dello Stato borghese deve sostituirsi una macchina capace di tradurre quelle decisioni in produzione effettiva di beni e servizi e nella loro distribuzione tra la popolazione; una macchina composta oltre che di tecnici, ingegneri, agronomi etc., di funzionari pubblici di ogni ordine e grado – non importa quanto “revocabili e modestamente pagati”[9]– capaci di coordinare l’intero processo produttivo della nazione per dare esecuzione concreta alle istruzioni dei lavoratori.

L’eliminazione delle classi e dello sfruttamento non elimina poi i problemi del controllo e della disciplina dei singoli lavoratori nel processo produttivo. Si tratta di problemi che cambiano di natura ma che non spariscono nell’economia socialista; essi tendono piuttosto a divenire più acuti a causa dell’assenza della disciplina capitalistica di fabbrica connessa con la minaccia della disoccupazione, un’assenza che deve essere sostituita da qualche forma più complessa e politica di controllo sui singoli lavoratori da parte della collettività – ossia, appunto, attraverso «lo speciale apparato coercitivo che si chiama stato»[10]. L’esperienza ha mostrato che forme di “autocoercizione”, come le gare di emulazione socialista tra i lavoratori, non sono riuscite alla lunga ad assicurare l’autodisciplina richiesta; in particolare, non sono riuscite a contenere la tendenza dei lavoratori a “risparmiarsi” il più possibile nella sfera della produzione – tendenza naturale in qualsiasi economia industrialmente sviluppata, non importa se capitalista o socialista, in cui la grande maggioranza dei lavori non presenta alcun interesse per chi li svolge, a parte ovviamente quello di costituire fonti di reddito.

Di fatto, si può affermare che la convinzione di Engels, condivisa da Lenin, secondo cui l’estrema semplificazione delle funzioni dello Stato nel socialismo avrebbe fatto loro perdere ogni carattere politico, trasformandole in semplici funzioni amministrative che tutti sarebbero stati in grado di svolgere[11], sia stata completamente invalidata dall’esperienza delle difficoltà crescenti, non solo tecnico-amministrative ma politiche, incontrate dalla società socialista sia nella pianificazione centrale del processo produttivo che nella gestione dei problemi del controllo e della disciplina. L’esperienza ha mostrato che con la scomparsa delle classi lo Stato cambia ovviamente natura ma non può tendere ad estinguersi. Semplicemente, il suo ruolo politico primario cessa di essere quello di moderare l’antagonismo di classe affinché non sia messo a repentaglio l’ordine borghese e diviene quello di difendere il nuovo ordine dalla minaccia esterna e di farlo funzionare al meglio per riuscire a preservarlo.

 

6. Influenza negativa della dottrina

Si è suggerito sopra che la tesi di un’incompatibilità di fondo tra la nozione di Stato e quella di libertà e l’insistenza su un futuro di libertà in cui la macchina dello Stato sarebbe stata relegata nel museo delle anticaglie non abbiano reso un buon servizio alla causa del proletariato nel capitalismo. Torniamo brevemente sulla questione a conclusione di questa nota.

Negli scritti di Engels sulla questione dello Stato e in Stato e rivoluzione vengono criticati sia il punto di vista di Kautsky che quello anarchico o “antiautoritario”[12]. Ma la critica è ben più aspra, e la presa di distanza decisamente più marcata, nei confronti del primo che del secondo. La posizione di Kautsky viene ripetutamente definita come “opportunista”, l’obiettivo del proletariato nelle condizioni date non potendo per lui essere la distruzione del potere dello Stato ma il cambiamento dei rapporti di forza al suo interno in vista di concessioni specifiche da parte del governo in carica o la sua sostituzione con un altro meno ostile al proletariato[13]. Il contrasto con gli “antiautoritari”, invece, non sussisterebbe se essi si limitassero a predicare contro l’autorità politica, contro lo Stato:

«Tutti i socialisti – aveva scritto Engels ricevendo alla vigilia della Rivoluzione d’ottobre la piena approvazione di Lenin – sono d’accordo sul fatto che lo stato, e con esso l’autorità politica, sparirà come risultato della rivoluzione sociale, ossia che le funzioni pubbliche perderanno il loro carattere politico per essere trasformate in semplici funzioni amministrative».

Gli “antiautoritari” sono criticati in quanto propugnano l’estinzione immediata dello Stato, sostenendo che la sua abolizione possa e debba avvenire anche prima che siano state abolite le condizioni che ne hanno determinato l’esistenza. Ma la dottrina anarchica, anche se concepisce la fine dello Stato come l’atto iniziale della rivoluzione sociale, anziché come l’esito di un processo graduale di estinzione automatica, condivide pur sempre con la dottrina marxista l’obiettivo dell’abolizione di ogni autorità politica.

Sarebbe difficile negare l’influenza negativa esercitata da questo denominatore comune delle due dottrine sulla cultura generale della sinistra; il contributo da esso dato alla sua inattitudine a prefigurare autonomamente delle soluzioni progressive dei principali problemi sociali – delle soluzioni capaci in particolare di contrastare, attraverso il rafforzamento dello Stato, un crollo del potere politico-contrattuale del lavoro dipendente come quello cui abbiamo assistito all’interno del capitalismo avanzato nel corso degli ultimi decenni. La dottrina marxista dello Stato, in altri termini, non può considerarsi estranea alla visione dell’intervento statale in funzione dell’interesse collettivo come «una gigantesca mistificazione»[14], né, più in generale, alla diffusa insofferenza “di sinistra” verso ogni forma di autorità e di potere.


* Già Professore Odinario di Economia politica - Università di Roma "La Sapienza"

Note
[1] Sulla subalternità della sinistra nei confronti della cultura economica dominante, si veda A. Barba, M. Pivetti, La scomparsa della sinistra in Europa, Imprimatur, Reggio Emilia, 2016.
[2] In particolare della sua Accumulazione del capitale del 1913 e dell’Anticritica pubblicata postuma nel 1921 (entrambe le opere sono state pubblicate in Italia da Einaudi nel 1960 con una introduzione di P.M. Sweezy).
[3] Cit. in M. Beer, The Life and Teaching of Karl Marx, International Publishers, New York, 1929, p. 183. La maggior parte dei membri inglesi del comitato direttivo della Prima Internazionale provenivano dalla Universal League for the Material Elevation of the Industrious Classes: erano noti capi sindacali, ex seguaci di Owen e del movimento cartista, movimento il cui carattere può considerarsi particolarmente ben illustrato dalle parole pronunciate nel 1838 a Manchester da un oratore cartista di fronte a 200.000 lavoratori: «Il Cartismo, amici miei, non è un movimento politico che punti a strappare dei successi elettorali. Il Cartismo è una questione di coltello e forchetta: la Carta significa un alloggio decente, cibo e bevande di buona qualità, prosperità e una giornata lavorativa più corta» (cit. in F. Engels , The Conditions of the Working Class in England in 1844 (1845) , Oxford University Press, Oxford, 1993, p. 237).
[4] Si farà riferimento all’edizione inglese di Stato e rivoluzione, corredata di numerose e utili note redazionali, contenuta nel secondo volume di The Essentials of Lenin in Two Volumes, Lawrence & Wishart, Londra, 1947. Gli scritti di Marx e di Engels in base ai quali Lenin illustra e sviluppa in Stato e rivoluzione la dottrina marxista dello Stato sono, del primo: Miseria della filosofia (1847), Manifesto del Partito comunista (con Engels, 1848), Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte (1852), Lettera a Weydemeyer (5 marzo 1852), Critica del programma di Gotha (1875), Lettera a Kugelmann (12 aprile 1871) e La guerra civile in Francia (1891); del secondo: La questione delle abitazioni (1872), Dell’autorità (1874), Lettera a Bebel (18/28 marzo 1875), Anti-Dühring (1878), L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato (1884), Per la critica del progetto di programma di Erfurt (1891), Prefazione alla Guerra civile in Francia di Marx (1891), Introduzione a Cose internazionali estratte dal Volksstaat 1871-75 (1894).
[5] Lenin, The State and Revolution, cit., p. 206.
[6] I brani di quel rapporto che riguardano la dottrina di Marx e Engels sullo Stato sono riportati in una nota redazionale alle pp. 211 e 212 di The State and Revolution, cit., e sono tratti da J. Stalin, Problems of Leninism, ed ingl. 1943, pp. 656-7 e 662. Ampi brani del rapporto di Stalin al 18° Congresso sono riportati anche in Kelsen [1948], La teoria politica del Bolscevismo e altri saggi di teoria del diritto e dello Stato, a cura di R. Guastini, il Saggiatore, Milano, 1981, pp. 62-5.
[7] Cfr. L. Trotzkij, Il “socialismo in un paese solo” (1936), in La rivoluzione permanente, Einaudi, Torino, 1967.
[8] Kelsen osserva che la posizione sostenuta da Stalin al 18° Congresso rappresenta
«davvero un mutamento radicale della dottrina sviluppata da Marx ed Engels, che evidentemente non previdero, o non presero in considerazione, la situazione che sarebbe esistita nel caso che il socialismo fosse stato realizzato solo in uno Stato circondato da Stati capitalistici» e aggiunge che «Ciò che Stalin disse dello Stato sovietico è vero pure rispetto al diritto sovietico, poiché lo Stato non può venire separato dal diritto. Quando lo Stato, e quindi il diritto, viene riconosciuto come un’istituzione essenziale, allora non c’è alcuna ragione politica per negarne il carattere normativo» (H. Kelsen [1955], La teoria comunista del Diritto, Edizioni di Comunità, Milano, 1956, pp. 171-2). Qualche anno prima Kelsen aveva indicato «questa ‘lacuna’ della teoria marxista dello Stato: i fondamenti del socialismo scientifico ignorano la necessità di conservare la macchina coercitiva dello Stato anche dopo l’instaurazione del socialismo, laddove tale obiettivo sia raggiunto solo entro un singolo Stato. Tale lacuna non fu colmata da Lenin. … Di conseguenza, Stalin deve correggere non solo Marx ed Engels, ma anche – compito alquanto delicato per un bolscevico – Lenin» (Kelsen, La teoria politica del Bolscevismo e altri saggi, cit., p. 63).
[9] The State and Revolution, cit., p. 174. [10] Ibid., p. 202.
[11] Cfr. ibid., pp. 182, 210-11 e 222-23.
[12] Si veda ibid., pp. 182-3 e 218-223.
[13] Lenin critica come opportuniste specialmente le tesi sostenute da Kautsky nel 1912 sulla Neue Zeit in polemica con Antonie Pannekoek (cfr. Lenin, The State and Revolution, cit., pp. 218-23).
[14] L. Althusser, Marx nei suoi limiti (1978), Mimesis althusseriana, Milano, 2004, p. 133.
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Comments   

#3 Mario Galati 2018-01-22 10:54
Marx utilizza le espressioni "stato nel senso proprio della parola", "stato politico", "stato comunista". E' indubbio che lo stato, come storicamente formatosi e determinatosi, è l'organizzazione coercitiva dell'oppressione e del dominio di classe; che lo stato politico è l'organizzazione del dominio di classe della borghesia (il carattere "politico", nella sua separazione dalla società civile e nella scissione tra cittadini astratti e produttori, è la forma propria dell'organizzazione capitalistica e ad essa funzionale. In tal senso Lenin dirà che la repubblica democratica è "il miglior involucro per la dittatura della borghesia", non soltanto una forma più avanzata per la lotta di classe del proletariato ed, eventualmente, per sue migliori condizioni di vita, come dice l'autore dell'articolo). In questo senso, di espressione dell'oppressione e del dominio di una classe, lo stato nel senso proprio della parola e, nel nostro caso, lo stato politico, con il comunismo si estinguerà. Ma non si estinguerà ogni regolazione sociale. Questa, però, sarà basata sull'adesione spontanea dei produttori, più che su un apparato burocratico coercitivo esterno; sull'autonomia, più che sull'eteronomia; sul conformismo proposto più che sul conformismo imposto, per dirla con Gramsci (che pure era un critico del carattere utopico della dottrina dell'estinzione dello stato interpretata in chiave anarchica). E Marx, nella "Critica al programma di Gotha" chiamerà questa organizzazione sociale autoregolata, senza classi, "stato". L'idea di una società autoregolata è effettivamente quella del primo anarchismo (Godwin) ed è effettivamente comune al marxismo.
Come dice giustamente Eros Barone, il marxismo ha una teoria dello stato sotto forma della distruzione dell'apparato del dominio di classe che si chiama stato, per passare ad una organizzazione che non può chiamarsi stato nel "senso proprio della parola", attraverso il semistato socialista, ma che Marx pure concederà di chiamare "stato comunista". Non può non essere questa la tendenza. Nel senso che non si estinguerà immediatamente qualunque organizzazione sociale generale sarebbe giusto ciò che dice Marco. La questione sembra più terminologica. ma dobbiamo stare attenti all'uso delle parole, perchè non è senza implicazioni.
Il problema è che la teoria dell'estinzione dello stato marxiana è stata spesso inserita nel filone anarchico (non quello originario) piccolo borghese, con evidenti punti di contatto col filone liberale, individualista e insofferente nei confronti di ogni sfera pubblica. Non rimuoviamo la vicinanza tra anarchismo e liberalismo, più spesso che tra anarchismo e comunismo.
Bisogna però riconoscere che, sino al Lenin di Stato e rivoluzione, un certo ottimismo dovuto alla generalizzazione della teoria senza aver fatto i conti con la storia concreta, l'ha venata di utopismo e l'ha esposta alle interpretazioni anarchicheggianti e liberaleggianti. Come rileva l'autore, Stalin ha dovuto sfrondarla di questo utopismo (ma Lenin aveva già iniziato la riflessione, alla luce dei compiti del dopo Ottobre). Già Gramsci aveva preso netta posizione contro l'utopismo anarchicheggiante sull'estinzione dello stato. Lo stesso Losurdo è su posizioni antiutopistiche. Tuttora, nel suo aspetto anarchico utopistico, è esposta a interpretazioni errate e dannose. E' stata utilizzata contro l'Unione Sovietica e tuttora è presente a sinistra, per es. nei movimenti di autorganizzazione, nella velleità di saltare la lotta politica generale a favore di forme sindacali o spontaneiste immediate e abolizioniste anarchiche, saltando così la mediazione storica.
Ma sfrondarla di queste interpretazioni non significa tornare alla concezione revisionista dello stato e a Kautsky, alla neutralità ed all‘eternità dello stato politico rappresentativo come forma già data del potere proletario (al quale toccherebbe soltanto di riempirla di contenuti “economici”). Non si tratta di assumere la teoria borghese dello stato, con la scusa che non esisterebbe una teoria marxista, se non come teoria della sua estinzione (l’obiezione di Bobbio, non condivisibile, anche senza considerare gli sviluppi della scienza del diritto sovietica).
Le cose che dice l'autore sull'esperienza storica che ci costringe a rivedere la teoria dell'estinzione dello stato sono serie. Ma non si tratta di ripudiarla, poichè mi sembra connaturata alla teoria marxista della rivoluzione e dell'organizzazione comunista. Quella deve essere la tendenza, la direzione: superamento dello stato politico borghese, autonomia dei produttori, riduzione dell'apparato coercitivo esterno attraverso l'eliminazione delle condizioni che lo rendano necessario. Ma che ciò comporti l'assenza di qualsiasi forma di apparato regolativo e coercitivo non mi sembra presente nell'orizzonte storico che ci è dato scorgere.
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#2 Eros Barone 2018-01-21 22:25
E così abbiamo un'altra firma nel "Cahier de doléances" in cui si raccolgono le accorate lamentazioni che i teorici e i politici revisionisti hanno levato in questi anni, allorché denunciavano l’insufficienza o addirittura l’assenza di una teoria dello Stato nei classici del socialismo scientifico. Va detto allora che quei teorici (da tempo impegnati, come Salvatore Veca, a chiosare la "Teoria della giustizia" di John Rawls) dimenticavano o facevano finta di dimenticare che Marx e Lenin non si sono mai posti il problema dello Stato borghese (e della stessa democrazia borghese) se non nella forma della sua distruzione, poiché per gli autori del "Manifesto" la pratica politica di classe ha come oggetto lo Stato borghese e come obiettivo, prima, la sua distruzione e, poi, la sua sostituzione con un semistato socialista che rechi inscritto nel proprio modello di funzionamento (basato sulla democrazia proletaria) il codice della sua estinzione.
La posizione neo-ortodossa, qui ribadita, non va intesa né come un atto di fede nei classici del socialismo scientifico né come il prodotto del nichilismo giuridico
marxista-leninista, bensì (quale vuol essere e quale a me sembra che sia) come una decisiva premessa scientifica per affrontare correttamente, sia sul piano del metodo che su quello del merito, sia sul piano della critica teorica che su quello della critica pratica, le questioni concernenti la lotta proletaria per la conquista del potere politico di Stato, la distruzione della macchina statale borghese e la edificazione dello Stato socialista.
Contrariamente a quanto affermano e si sforzano di far credere le vestali della filosofia del diritto e della politologia borghesi, esiste infatti una ricca e articolata teoria comunista dello Stato proletario, del potere costituente e della vera sovranità del popolo, depositata non solo negli scritti di Stuçka e Pašukanis che sviluppano la critica marxista del diritto borghese e pongono le basi di una concezione socialista del diritto, ma anche nelle Costituzioni sovietiche del 1918, del 1924 e del 1936, che segnano altrettante tappe nella costruzione del sistema politico-istituzionale della dittatura del proletariato, cioè dell’unica possibile fase di transizione dal capitalismo al comunismo.
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#1 Marco 2018-01-21 21:22
Bisogna ammettere con franchezza che la teoria dell'estinzione dello Stato è del tutto infondata e costituisce il punto debole della teoria marxista. Ma, se è vero che nessuno Stato tende ad estinguersi, è altrettanto vero che non è comunque eterno, come crede invece l'autore dell'articolo. Lo Stato non si estingue spontaneamente, certo, ma, a partire da certe condizioni, si può attivamente lavorare per superarlo: per arrivare, cioè, col tempo, ad una forma di potere talmente diversa dalla vecchia che è inutile e fuorviante chiamare con lo stesso nome. Per chi volesse approfondire la questione:
www.scribd.com/doc/243542301 .
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