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C’è un “pensiero unico” in economia politica?
Critica della critica del “pensiero unico”
Rémy Herrera
1. Introduzione
Sforziamoci, prima di intraprendere questo periplo attraverso l’economia politica, di allacciare il filo conduttore del nostro discorso alla realtà del mondo, la cui evidenza è così brutale da bucare gli occhi. Col rischio, deliberatamente accettato, di sembrare di privilegiare il percetto sul concetto e cadere di colpo dal logos al pathos, contempliamo per un istante quello che il mondo ci fa vedere delle sue differenze. Innanzitutto esistono, altrove e lontano, in periferia, al Sud, immense città di lamiera, di fango e di polvere, la spoliazione generale, le carenze e l’insicurezza, la violenza delle condizioni di vita e di lavoro di masse gigantesche e anonime di uomini e donne, e bambini, umiliati e offesi. Quello che abbiamo inoltre sotto i nostri occhi, che lo vogliamo o no, qui, ma sempre lontano, al centro, al Nord, dei fantasmi erranti del XIX secolo, migliaia di uomini e donne senza casa, vecchi abbandonati, “intoccabili” dai volti deformati dalla miseria, privati di tutto e disumanizzati. Questa visione partigiana e sentimentale, soggettiva, sembra accordarsi abbastanza bene con l’obiettività neutra e rigorosa della statistica. Il 20% della popolazione mondiale più ricca disporrebbe dell’ 83% del reddito totale, mentre il 20% dei più poveri supererebbe appena l’1%(1). Il PIL pro capite sarebbe di 22.770 dollari nelle “economie a reddito elevato” (925 milioni di abitanti), contro 3.230 dollari per il resto del mondo, Africa, America latina, Asia, Europa dell’Est (5 miliardi di abitanti), dove 3 miliardi di persone, ossia la metà della popolazione del pianeta, vivono con meno di 3 dollari al giorno(2). Lo scarto nei redditi tra i dirigenti di compagnie multinazionali e operai del settore informale potrebbe corrispondere a un rapporto di uno a svariate decine di migliaia negli Stati Uniti, dove la struttura di ripartizione del reddito è quasi disuguale quanto quella dell’India(3).
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La finanziaria della precarietà
Riccardo Realfonzo
Quanti auspicavano una sterzata che facesse virare la prua del governo verso lo sviluppo e l'equità restano delusi: il ministro Padoa Schioppa è riuscito a far passare anche quest'anno una finanziaria di «rigore» e «risanamento».
Va da sé che non siamo in presenza di una manovra aggressiva come la precedente, dal momento che ora - grazie all'ampio extragettito - il profilo di abbattimento del debito delineato nel Dpef può essere confermato senza scossoni, anche a dispetto delle minori aspettative di crescita del Pil. Insomma, i conti pubblici vanno bene, ma piuttosto che investire massicciamente sul rilancio economico e sociale la manovra si limita a sedare le contestazioni dei ministri di sinistra mediante qualche marginale e perlopiù circoscritta operazione redistributiva.
Non importa che persino Sarkozy bolli di dogmatismo la Commissione europea e nella sua finanziaria opti per la sola stabilizzazione del debito; non importa che la sinistra lanci l'allarme sulle emergenze sociali; Padoa Schioppa sembra non accorgersi del disastro (anche di consensi) e conduce il governo lungo il sentiero del «risanamento» (un mito politico sulla cui inconsistenza abbiamo insistito: si veda il sito www.appellodeglieconomisti.com).
D'altra parte i falsi miti di Padoa Schioppa, e in generale dei «moderati» dell'Unione, non si limitano alle finanze pubbliche: c'è anche il dogma della «flessibilità» che rischia di determinare i contenuti del collegato alla finanziaria dedicato al protocollo welfare e quindi anche al precariato.
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I quattro cavalieri della globalizzazione
Gli eredi del neoliberismo della prima ora perseguono strade diverse per salvare il libero mercato. Ma tendono però a chiudere gli occhi sul fallimento del progetto «globalista», respingendo i progetti di deglobalizzazione portati avanti dai movimenti sociali
Walden Bello
Quando lo scorso anno due studi hanno descritto come il centro di ricerca della Banca Mondiale avesse sistematicamente manipolato i dati per dimostrare che le riforme neoliberiste sul mercato stessero promuovendo la crescita e riducendo la povertà nei paesi in via di sviluppo non ci fu nessuna reazione di sorpresa da parte dei «circoli» intellettuali, economici e politici che si occupano di politiche dello sviluppo. Gli sconvolgenti risultati dell'analisi svolta dal Robin Broad dell'American University e il rapporto di Angus Deaton della Princeton University e dell'ex direttore del Fondo Monetario Internazionale Ken Rogoff erano l'ultimo atto del collasso di ciò che è stato chiamato Washington Consensus.
Imposto ai paesi in via di sviluppo attraverso la formula dei programmi di «aggiustamento strutturale» finanziati dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, il Washington Consensus ha regnato fino ai tardi anni '90 quando fu evidente che l'obiettivi perseguito - crescita sostenuta, riduzione della povertà e dell'ineguaglianza - era lungi dall'essere raggiunto. Ed è proprio alla metà di questo decennio che il «consenso» viene meno. Il neoliberismo rimane sempre lo «standard», ma molti economisti e tecnocrati hanno ormai perso fiducia in esso.
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Mercato e democrazia : A Trento il Festival dell'economia (liberista)
di Zenone Sovilla
Da oltre un ventennio, in un crescendo che sfiora l'apoteosi, assistiamo a celebrazioni quotidiane del mercato senza regole e del primato dell'impresa. Una macchina propagandistica impermeabile a ogni indicatore di sofferenza: dalle vittime dell’inquinamento ai crac finanziari. Nei Tg si riferisce spensieratamente dell’ennesimo bollettino sui cambiamenti climatici e un attimo dopo si esalta la crescita del mercato dell’auto. Qualunque pensiero critico è assente o soverchiato dall'incessante rumore di fondo della propaganda mercantile.
Bene. A Trento hanno pensato che tutto ciò non bastasse.
Per glorificare la dimensione economica della vita umana ci vuole un bel festival. Detto, fatto: nel 2006 la prima edizione. La Provincia autonoma vi ha destinato 600 mila euro, altri 100 mila vengono dal Comune di Trento e ai rimanenti 450 mila pensa una serie di sponsor privati con in testa Banca Intesa [250 mila] e le assicurazioni Generali [150 mila]. Nel comitato promotore non manca l'Università di Trento e in quello organizzatore trovano posto Il Sole 24 ore [giornale della Confindustria] e l'editore Laterza. Quest'anno ci sono tutte le premesse per replicare in grande stile, dal 30 maggio al 3 giugno, la simpatica kermesse: una sfilata di Vip del liberismo e dintorni, da Romano Prodi a Pietro Ichino. Possibilmente, però, in salsa agrodolce e «politicamente corretta»: il Trentino, si sa, è margheritino. Ecco affiorare l'impronta del noto gruppo di economisti de Lavoce.info: il coordinatore scientifico del festival è Tito Boeri, docente di economia alla Bocconi (come altri protagonisti del festival) secondo il quale l’obiettivo è «spiegare l’economia a tutti». Proprio così: spiegare.
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