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Un esercizio di egemonia perfettamente riuscito
di Antonio Calafati
Lo si capisce già dalle prime pagine di Manifesto capitalista*, quanto sia profonda la crisi del pensiero neoliberista. Scrive Luigi Zingales come viatico al lungo viaggio che compie in questo libro: “E quando arrivai in America (…) provai l’emozione inebriante di avere ogni obiettivo alla mia portata. Ero finalmente in una nazione in cui i limiti ai miei sogni dipendevano solo dalle mie capacità”. In effetti, non c’è più nulla da dire e da pensare, nessun argomento razionale per difendere il capitalismo americano e i suoi mercati finanziari. Ai neoliberisti non resta che disconoscerlo, affrettarsi a rinnovare la promessa di una riforma del sistema, e riscoprire la “retorica della frontiera”.
Molti sostenitori del capitalismo americano, quelli che avevano una coscienza liberale, per quanto incerta, erano preoccupati già da molto tempo. Non occorreva attendere la crisi finanziaria del 2008 per accorgersi di ciò che stava accadendo: “Tra il 1997 e il 2001 ci sono stati cambiamenti nel nostro sistema finanziario che mi hanno profondamente preoccupato” (“The New York Review of Books”, XLIX, n. 3) scriveva con mesto sconforto Felix G. Rohatyin, ambasciatore degli Stati Uniti in Francia e banchiere di lungo corso. Se lo chiedeva nel 2002, riflettendo su ciò che erano diventati i mercati finanziari, non nella loro isterica instabilità, bensì nella loro progettata indecenza. E poco più avanti aggiungeva: “Forse è troppo presto per emettere un giudizio definitivo, ma gli eventi recenti fanno pensare che il nostro sistema di regolazione stia fallendo”.
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‘A corruzione e il "Fogno": lo strano caso del doctor Petiot*
1. Antefatto metaforico
Il dottor Petiot fu a lungo stimato per le sue conoscenze scientifiche, addirittura lodato per la sua utilità alla comunità come medico, che, dicevano, faceva “avanzare” la scienza medica.
Ma se si fosse analizzata in dettaglio la sua vita precedente, senza pregiudizi e distorsioni, determinate da un “certo tipo di consenso” pubblico (divenne persino sindaco del suo paese), con tutte le abbondanti “tracce” di una crudeltà inumana (o “troppo umana”), sostenuta dall’incrollabile fede nelle sue ragioni, gli stessi benpensanti che lo avevano lodato sarebbero stati terrorizzati… http://www.occhirossi.it/biografie/MarcelPetiot.htm
Leggendo, e facendo i dovuti collegamenti, capirete il “nesso” (“nexus”, per coloro che ricordano i “modelli” dei replicanti in Blade Runner).
Ovviamente la storia si manifesta prima in tragedia e poi si ripete come “farsa”. Ovviamente… >
2. Macroeconomia e il luogocomunismo aziendalista
L’essenza di ciò che consente di “prosperare” all’azione dei doctor Petiot del nostro tempo, è un’idea alterata e manipolativa dell’economia politica, della macroeconomia applicata all’esistenza dello Stato come soggetto “insopprimibile” delle dinamiche socio-economiche. Per sminuirne la funzione si fa passare l’idea che lo Stato, cioè noi in quanto cittadini-elettori, dovrebbe comportarsi come una buona massaia (quella sì che sa far quadrare i conti…peccato che gli stessi che ne esaltano le doti, facciano di tutto per non farglieli quadrare e piuttosto….”girare”…non i conti).
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Come ti smonto il Neoliberismo in 23 mosse
di C. Wolff
Ha-Joon Chang è un economista coreano trapiantato in Gran Bretagna dove insegna a Cambridge. Mr Chang non è un anticapitalista ovviamente, è solo un economista eterodosso che si rifà alla tradizione istituzionale di scuola americana, quella per intenderci dei Veblen, Commons e Galbraith. La teoria economica sta attraversando un tale periodo di monismo ideologico che gli economisti si dividono in ortodossi (il mainstream più o meno neo-lib) ed eterodossi dove sono ammucchiati tutti gli altri, gli “eretici”. Questi eretici sono poi una categoria assai diversificata, includente tanto quelli della complessità-bioeconomisti-evoluzionisti-ecologisti, che i marxisti, i neo-keynesiani, le femministe, gli sraffiani, gli istituzionalisti ed a tratti, financo gli austriaci che porre fuori dalla tradizione liberale è assai arduo. Ma tant’è.
Chang scrive un libricino di facile lettura (ormai i libri non sono più scritti dagli autori ma dagli editor): 23 cose che non ti hanno mai detto sul capitalismo, (Il Saggiatore, Milano, 2012)in cui introducendo per ognuno dei 23 capitoli tipiche tesi mainstream, le smonta una ad una.
1) Si comincia col libero mercato, il cui perimetro di libertà è sempre presente, non è mai libertà assoluta e che viene definito dal politico e non certo dall’economico. Sono stati governi a decretare prima libero e poi non più libero lo schiavismo, il commercio dell’oppio, il lavoro minorile. Poiché il concetto di libertà è quindi dato dal politico, i liberisti sono ideologi di un certo tipo di libertà relativa, quella che fa quadrare i conti degli interessi che sostengono.
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Le fragili basi teoriche dell’austerità
di Guglielmo Forges Davanzati
I sacrifici chiesti agli italiani dal governo dei tecnici non sono un “male necessario”: aggravano l’indebitamento pubblico, riducono la domanda interna, incentivano processi di ‘finanziarizzazione’. Insomma, allontanano quella ripresa economica in nome della quale sono portati avanti.
La manovra fiscale contenuta nella Legge di Stabilità, considerata nel suo complesso, costituisce un ulteriore segnale rilevante della volontà – da parte del Governo – di perseguire lungo la linea delle politiche di austerità. L’Ufficio Studi della CGIL stima, a riguardo, un incremento della tassazione a carico di un contribuente medio di circa 125 euro annui, con significativi effetti redistributivi a danno delle famiglie più povere, soprattutto a ragione dell’aumento dell’IVA. In quanto imposta diretta, l’IVA viene, infatti, pagata nello stesso ammontare da percettori di redditi elevati e da percettori di redditi bassi, ovvero è un’imposta “regressiva”. Al di là degli interessi materiali che sono alla base di queste scelte, occorre chiedersi se esse trovano una motivazione razionale (o quantomeno ragionevole) sul piano teorico. Giacché, se così fosse, e se ne dimostrasse la piena validità, i sacrifici che queste scelte comportano sarebbero legittimati sul piano scientifico e giustificati sul piano politico.
Le politiche di austerità vengono motivate fondamentalmente con due argomenti.
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Il keynesianesimo geneticamente modificato dei neoliberisti
di Riccardo Achilli
Premesso che certamente la ripresa degli investimenti pubblici è fondamentale, a mio avviso il massimo dell'elaborazione in materia di crescita non può essere quella sorta di keynesianesimo alterato, impoverito, che sembra essere l'unica strada possibile di ripresa di un minimo di flessibilità di bilancio per Monti e la Commissione Europea. In questa impostazione, basata sulla golden o sulla copper rule, gli unici investimenti pubblici che possono essere sdoganati rispetto alla regola del pareggio di bilancio sono quelli che agiscono sui fattori di competitività dell'offerta (R&S, infrastrutture strategiche, istruzione e formazione, reti Ict ed energetico/ambientali) e che quindi hanno effetti sulla produttività, nell'ipotesi sottostante che lo shock di produttività comporti effetti di sostituzione e di reddito in grado di riportare verso l'alto la curva della crescita, quindi l'occupazione e la domanda.
Questo tipo di keynesianesimo "povero" è infatti aggiustato per essere coerente con gli schemi neoclassici più moderni, come quelli elaborati da Lucas e Sargent nella NMC. Sono infatti perfettamente coerenti con le teorie del "real business cycle" emerse negli anni ottanta come applicazioni della NMC e della cosiddetta critica di Lucas ai modelli macroeconometrici utilizzati dalla programmazione economica keynesiana, quindi coerenti con una rifondazione microeconomica delle teorie del ciclo, utile a supportare un approccio neoliberista di politica economica.
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Mario Draghi, lezioni di marxismo dalla BCE
di Riccardo Bellofiore*
Introduzione
È tempo di “compiti a casa”. Nel mio caso, mi è stato assegnato un “compito per l’estate”: commentare la relazione di Mario Draghi alla giornata in ricordo di Federico Caffè, il 24 maggio (il testo integrale si può trovare nella Sezione Documenti di questo numero di alternative per il socialismo). È un discorso di notevole interesse. Mi è parso, visti i tempi che corrono, che fosse bene inquadrare il ragionamento svolto in quell’occasione dal presidente della Banca Centrale Europea nel quadro più generale dei suoi successivi interventi. Mi riferisco, in particolare, all’intervista a Le Monde (22-23 luglio) e all’articolo su Die Zeit (29 agosto), ma anche ad un paio di pronunciamenti ufficiali, in particolare lo Speech al Global Investment Conference di Londra (26 luglio), e l’Introductory Statement a Francoforte (6 settembre). Considererò pure una intervista al Wall Street Journal (24 febbraio) che ha fatto un certo scandalo perché - si sostiene - Draghi avrebbe lì buttato definitivamente nel cestino il modello sociale europeo.
A me pare che uno sguardo più complessivo faccia emergere una ricostruzione non banale, e in alcuni snodi persino condivisibile, della crisi europea; di qui si può comprendere meglio la risposta di politica economica della Bce all’instabilità di questi ultimi mesi. Si tratta di un punto di vista incompleto e contraddittorio, ma che va letto “dinamicamente”, e tenendo conto delle sue ragioni: non delle nostre.
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I padrini dell'ortodossia
Luigi Cavallaro
Il mantra del pensiero economico dominante recita che il debito pubblico è il male assoluto. Consolatorio, ma non spiega nulla. Rivela semmai la difficoltà delle teorie neoclassiche a venire a capo della crisi del sistema capitalistico. Un percorso di lettura Da Bretton Woods alla libertà di movimento dei capitali. Le tappe più rilevanti che hanno segnato il passaggio dai «gloriosi trenta anni keynesiani» all'attuale crash finanziario
Nell'attuale dibattito di politica economica, su una cosa si concorda tanto dalla maggioranza quanto dall'opposizione: il debito pubblico è un male assoluto. Da Monti a Grillo, passando per Bersani, Di Pietro e Vendola, non c'è praticamente nessuno che abbia da dissentire. Magari ci si divide su come ridurlo, ma sul fatto che il debito sia di per sé un problema gravissimo perfino la «sinistra d'alternativa» sembra essere d'accordo - quasi che si potesse considerarlo come la misura degli eccessi del nostro consumo ai danni di Madre Terra.
J. M. Keynes scrisse a conclusione della Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta (1936) che gli uomini pratici sono spesso schiavi di qualche economista defunto. Probabilmente la sua affermazione andrebbe rivista per tener conto del fatto che anche gli economisti hanno beneficiato dell'innalzamento della vita media prodotto dal welfare state, ma nel suo significato centrale tiene. La communis opinio sul debito pubblico come male assoluto discende infatti dai teoremi che costituiscono l'ossatura della teoria economica neoclassica, i cui postulati - a cominciare da quello della «scarsità» - governano a ben vedere anche quelle visioni asseritamente «alternative» che l'obiettivo della crescita si propongono invece deliberatamente di abbandonare.
Dominanti per default
Cosa dimostrino questi teoremi è presto detto: dati il progresso tecnico e la crescita della popolazione, e almeno fino al raggiungimento dell'equilibrio di crescita stazionaria, il tasso di crescita del reddito del sistema economico dipende da quello del capitale, che a sua volta dipende dal risparmio.
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Un particolare tipo di regolazione: la de-regolazione
di Antiper
Uno dei mantra sulla crisi finanziaria internazionale esplosa nel 2007-2008 è quello secondo cui, tale crisi, sarebbe figlia delle politiche di “de-regulation” avviate da Reagan a partire soprattutto dagli anni '80 e proseguite nei decenni successivi. In particolare, la de-regolazione dei mercati finanziari e la rimozione [2] del divieto imposto alle banche di usare in modo speculativo i conti correnti - e non solo solo il proprio denaro o quello esplicitamente destinato a tale scopo -, combinata con l'enorme potere accumulato dai manager, avrebbero favorito la tendenza alla de-responsabilizzazione, all'assunzione di enormi rischi speculativi e, in definitiva, a quella dilagante “mancanza di etica” che avrebbe poi prodotto il disastro.
Ora, parlare di etica alle banche e alle imprese capitalistiche è un po' come parlare di dieta al topo davanti al formaggio: bei discorsi sì, ma l'istinto è quello che è. Inoltre, la “mancanza di etica” degli squali di Wall Street non è certo una novità e poteva essere ben rilevata molto prima del 2007-2008 (magari nel 2000-2001 all'epoca dei crolli del Nasdaq e dei fallimenti di Enron, WorldCom e di una serie di banche USA di media grandezza; o, prima ancora, verso la fine degli anni '90, all'epoca dei crolli delle borse asiatiche, messicana, brasiliana, russa); risulta dunque evidente che la “mancanza di etica”, se fosse una spiegazione, lo sarebbe di tutte le crisi.
Certamente, nel corso degli ultimi decenni vi sono state “de-regolazioni” che hanno gonfiato le vele alla speculazione finanziaria.
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Del "nazionalismo economico" di Giulio Tremonti
di Luca Michelini
1. Considero il “liberismo di sinistra”, ovvero l’ideologia post-comunista che in Italia ha innervato la costruzione del Partito democratico, una pseudocultura, per altro del tutto inadeguata a capire e ad affrontare la crisi epocale in corso, anche perché corresponsabile della stessa crisi[1]: è perciò naturale che il testo di Tremonti, La paura e la speranza (Mondadori 2008), mi fosse risultato simpatico.
Avevo abboccato, insomma. Vi avevo scorto un barlume di tentativo di uscire dalle strettoie di una prassi e di una cultura liberista che è sempre stata strumento del dominio che, di volta in volta, il paese capitalisticamente piú avanzato (pervaso da varie forme di “capitalismo di Stato”, che Tremonti poneva in luce: p. 48) ha tentato di imporre al resto del mondo in nome delle ragioni del liberismo[2]. Un dominio ricco di opportunità per i dominati, ma anche di insidie destabilizzanti, sul piano economico, sociale e democratico. Mi incuriosiva che certi ragionamenti uscissero dalla cerchia dei settarismi nostalgici dell’attuale sinistra extraparlamentare e del bonapartismo giacobino postcomunista, passando in pasto all’elettore medio di centrodestra e, probabilmente, anche di centrosinistra. Ché in Italia viviamo, ancora nel 2012 cioè a diverso tempo dall’inizio della crisi, il paradosso (che Tremonti intuisce, perché non inacidito da becero anticomunismo) che il dibattito pro o contro Keynes e pro o contro l’intervento pubblico è affidato alle “tesi congressuali” di Rifondazione comunista[3], mentre le altre forze politiche spesso parlano di tutt’altro. Basti dire che nel Pd i cosiddetti liberal (Veltroni), che hanno letteralmente regalato il governo del paese a un Berlusconi boccheggiante[4] e che in un qualsiasi partito “normale” sarebbero spediti a leccare i francobolli, concentrano il fuoco, fedelissimi adepti del deflazionista Monti, sulle timidissime aperture “socialdemocratiche” di avverse correnti di partito vagamente memori delle lezioni della storia[5].
Del resto i maggiori quotidiani italiani – «Corriere della sera» e «La Repubblica» – e le maggiori case editrici – «il Mulino», a cui è stato affidato il monopolio legale della conoscenza dalle “riforme” (sic!) universitarie –, continuano a propinare imperterriti gli articoli dell’Adam Smith Society[6] e dei nostrani “liberisti di sinistra” [7], nonché filosofie della storia che hanno in uggia la “socialdemocrazia cattocomunista” e la Costituzione[8], e lezioni di anticorporativismo sindacale che cercano di convincere i disoccupati e gli eterni precari che la loro condizione dipende dall’esistenza del famigerato art. 18 dello Statuto dei lavoratori[9].
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Sovvertire la macchina del debito infinito
Intervista a Maurizio Lazzarato*
Dopo aver pubblicato la prefazione all’edizione italiana ritorniamo su La fabbrica dell’uomo indebitato di Maurizio Lazzarato con un’intervista all’autore su alcuni nodi del suo importante pamphlet.
Nel tuo saggio, riprendendo la seconda dissertazione de La Genealogia della morale di Nietzsche e L’Anti-Edipo di Deleuze e Guattari, fornisci una ricostruzione del neoliberalismo secondo la quale attorno al debito si produce un dispositivo di potere che informa interamente l’infrastruttura biopolitica. Parafrasando Marx potremmo dire che il debito non è una cosa ma un rapporto sociale. Quale nesso intercorre tra la relazione creditore-debitore e la proprietà?
Il rapporto creditore-debitore è un rapporto organizzato attorno alla proprietà, è un rapporto tra chi ha disponibilità di denaro e chi non ce l’ha. La proprietà piuttosto che essere dei mezzi di produzione come diceva Marx, ruota attorno ai titoli di proprietà del capitale, quindi c’è un rapporto di potere che si è modificato rispetto alla tradizione marxiana, è deterrittorializzato per dirla con Deleuze e Guattari – è a un livello di astrazione superiore, ma è comunque organizzato attorno a una proprietà: tra chi ha accesso al denaro e chi non ce l’ha.
È un rapporto di potere che invece di partire dall’eguaglianza dello scambio, parte dall’ineguaglianza della relazione creditore-debitore, che è immediatamente sociale: l’economia del debito non fa distinzione tra salariati e non-salariati, tra occupato e disoccupato, tra lavoro materiale e immateriale, siamo tutti indebitati. Nello stesso tempo è una dimensione immediatamente mondiale, che agisce e comanda trasversalmente alle divisioni tra paesi ricchi e poveri, affermati o emergenti. Il credito/debito è stata l’arma fondamentale della strategia capitalistica dopo gli anni ’70, che ha spiazzato completamente il terreno della lotta di classe sul livello sociale e mondiale, col quale attualmente abbiamo ancora difficoltà a confrontarci.
Vorrei riprendere un argomento che non ho utilizzato nel libro perché viene da quel grande reazionario che è Carl Schmitt e che comprende il problema della proprietà. Il ragionamento mi è stato molto utile per pensare il potere della moneta, anche se Schmitt non parla di quest’ultima. Ogni ordinamento politico-economico è costruito e organizzato a partire da tre principi che sono tre diversi significati della parola “nomos”. Questi stessi tre principi sono alla base dell’economia del credito/debito.
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La svolta autoritaria del neoliberismo*
Debito e austerità: il modello tedesco del pieno impiego precario
di Maurizio Lazzarato
L’indebitamento dello Stato era, al contrario, l’interesse diretto della frazione della borghesia che governava e legiferava per mezzo delle Camere. Il disavanzo dello Stato era infatti il vero e proprio oggetto della sua speculazione e la fonte principale del suo arricchimento. Ogni anno un nuovo disavanzo. Dopo quattro o cinque anni un nuovo prestito offriva all’aristocrazia finanziaria una nuova occasione di truffare lo Stato che, mantenuto artificiosamente sull’orlo della bancarotta, era costretto a contrattare coi banchieri alle condizioni più sfavorevoli. Ogni nuovo prestito era una nuova occasione di svaligiare il pubblico, che investe i suoi capitali in rendita dello Stato.
K. Marx, Le lotte di classe in Francia
L’uscita dalla crisi si fa fuori dai sentieri tracciati dall’Fmi. Questa istituzione continua a proporre lo stesso tipo di modello di aggiustamento fiscale, che consiste nel diminuire i soldi che si danno alla gente – i salari, le pensioni, i finanziamenti pubblici, ma anche le grandi opere pubbliche che generano lavoro – per destinare il denaro risparmiato al pagamento dei creditori. È assurdo. Dopo quattro anni di crisi non si può andare avanti a togliere denaro sempre agli stessi. È esattamente quello che si vuole imporre alla Grecia! Tagliare tutto per dare tutto alle banche. L’Fmi si è trasformato in un’istituzione con lo scopo di proteggere unicamente gli interessi finanziari. Quando si è in una situazione disperata, com’era l’Argentina nel 2001, bisogna saper cambiare carte.
Roberto Lavagna, ministro argentino dell’Economia tra il 2002 e il 2005
Meno di vent’anni dopo la «definitiva vittoria sul comunismo» e a quindici anni dalla «fine della storia», il capitalismo è entrato in un’impasse storica. Dal 2007 è vivo grazie alle trasfusioni di somme astronomiche di denaro pubblico. Eppure continua a girare a vuoto. Nel migliore dei casi, riesce a riprodursi, ma dando un colpo di grazia, con rabbia, a ciò che resta delle conquiste sociali degli ultimi due secoli.
Da quando è scoppiata la «crisi dei debiti sovrani» fornisce uno spettacolo esilarante del proprio funzionamento. Le regole economiche di «razionalità» che i «mercati», le agenzie di rating e gli esperti impongono agli Stati per uscire dalla crisi del debito pubblico sono le stesse che hanno prodotto le crisi del debito privato (d’altra parte all’origine della prima). Le banche, i fondi pensione e gli investitori istituzionali esigono dagli Stati il riordino dei bilanci pubblici, quando ancora detengono miliardi di titoli spazzatura, che sono il risultato di una politica di sostituzione di salari e reddito con un sistema di credito. Le agenzie di rating, dopo aver dato un giudizio di triplice A a titoli che oggi non valgono più niente (con un campione di 2679 titoli su 17.000, relativi a prestiti immobiliari, una banca ha fatto un’analisi dei giudizi di Standard & Poor’s: il 99% aveva una triplice A al momento dell’emissione, ma oggi il 90% ha giudizi che scoraggiano l’investimento: non-investment grade), hanno la pretesa, contro qualunque buon senso, di detenere il giusto giudizio e la buona misura economica. Gli esperti (professori di economia, consulenti, banchieri, funzionari di Stato ecc.) – la cui cecità sui disastri che la presunta autoregolazione dei mercati e della concorrenza ha prodotto sulla società e sul pianeta è direttamente proporzionale alla loro servitù intellettuale – sono stati catapultati dentro governi «tecnici», che ricordano irresistibilmente i «comitati d’affari della borghesia». Più che di «governi tecnici» si tratta di «tecniche di governo» autoritarie e repressive che segnano una rottura persino con il «liberalismo» classico.
Ma al colmo del ridicolo stanno probabilmente i media. L’«informazione» dei telegiornali e i talk-show ci spiegano che «la crisi è colpa vostra, perché andate troppo presto in pensione, perché spendete troppo in cure mediche, perché non lavorate così a lungo e così bene come si dovrebbe, perché non siete abbastanza flessibili, perché consumate troppo.
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Vogliono ammazzarci tutti?
di Rodolfo Ricci
Ci propongono un olocausto grauale, una “morte lenta”: bisogna cacciarli via nel migliore dei modi possibili
L’11 Aprile ultimo scorso, un dispaccio dell’FMI ha chiarito, oltre alla certificazione della recessione e a vari ammonimenti sull’instabilità globale, che la vera spada di Damocle che pende sulla testa del mondo è costituita dall’eccessiva longevità degli anziani nell’Occidente sviluppato. In pratica, l’età media della popolazione, europea in particolare, sta mettendo a serio rischio la sostenibilità del welfare (quindi dei conti pubblici, quindi della finanza mondiale) e dunque bisogna correre ai ripari: non, come il buon senso ci indurrebbe a pensare, reperendo nuove risorse per il rafforzamento dei modelli di welfare, ma, al contrario, legiferando misure che riducano le prestazioni sociali; in tal modo, l’allungamento della vita nell’occidente, sarebbe contrastato con l’allontanamento progressivo dell’età pensionabile, con la diminuzione degli importi pensionistici, insomma con tutta una serie di norme che, strada facendo, consentano di riportare la vita media sotto standard accettabili: assolutamente non oltre gli 80 anni, così pare di capire.
Ho ascoltato la notizia per radio, mentre tornavo dal lavoro, all’interno di una trasmissione radiofonica della sera, “Tornando a casa”, diretta da una cortese conduttrice, Enrica Bonaccorti, ben nota al pubblico italiano, la quale, complice il suo avvicinarsi alla terza età, non ha resistito e ha sbottato: “Ma che vogliono? ammazzarci tutti?”
In effetti le argomentazioni fornite dall’ FMI, a prescindere dallo scontato suggerimento “tecnico” di demandare la protezione sociale sempre più i “mercati” e sempre meno al pubblico (parte sostanziale del suo ricettario già fallito miseramente dall’Argentina agli USA e che ha lasciato sul lastrico decine di milioni di pensionati), stimola ben altre riflessioni: gli anziani, come i bambini, gli handicappati, i malati cronici, insomma tutti coloro che sono fuori o ai margini dell’attività lavorativa, costituiscono un vero e proprio peso, la cui sostenibilità, all’interno dei parametri del pensiero unico, è in contraddizione, anzi in opposizione, con gli elementi di competitività e profitto sistemico.
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Privatizzazioni: il sabba della finanza
di Giovanna Cracco
Particolarmente attivo su tutti i palcoscenici mediatici e finanziari, Mario Monti non si è fatto mancare la visita alla sede di Piazza Affari a Milano, il 20 febbraio scorso. Nell’occasione ha buttato lì un’affermazione apparentemente banale, dato lo scenario nel quale veniva pronunciata, in realtà estremamente significativa. La Borsa italiana “è una ricchezza del nostro sistema” ha detto Monti, ma “il numero delle società quotate è inferiore rispetto alle altre realtà europee”, e questo è un problema poiché “una Borsa con un numero più alto di imprese quotate può dare un contributo fondamentale per la crescita”.
Le questioni implicite nella dichiarazione – per i non addetti al lavoro, ché per gli specialisti sono al contrario estremamente esplicite – sono due. Innanzitutto, il legame tra la crescita economica di un Paese e il suo mercato finanziario. Dall’avvento del neoliberismo, da ormai un ventennio, quindi, i tassi economici di uno Stato sono solo marginalmente la rappresentazione della sua economia reale: è il settore finanziario a spingere il Pil, con tutto quel che ne consegue in termini negativi per l’occupazione lavorativa. Il “Rapporto sul mondo del lavoro 2011” pubblicato dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) – un’organizzazione Onu, e dunque non certo ideologicamente a sinistra – evidenzia che “fra il 2000 e il 2009, la quota degli utili sul Pil è aumentata nell’83% dei Paesi analizzati. Tuttavia, durante lo stesso periodo, gli investimenti produttivi sono stagnanti a livello globale. Nei Paesi avanzati, la crescita degli utili delle imprese, escluse le società finanziarie, si è tradotta in un aumento sostanziale dei dividendi distribuiti (dal 29% degli utili nel 2000 al 36% nel 2009) e degli investimenti finanziari (dal 81,2% del Pil nel 1995 al 132,2% nel 2007)”. Le imprese dunque staccano dividendi agli azionisti anziché reinvestire i profitti nella produzione, e contemporaneamente spostano gli investimenti dal processo produttivo al mercato finanziario – viene dunque da chiedersi se i profitti derivino dalla produzione o dai giochi in Borsa.
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I debiti illegittimi
Intervista a François Chesnais*
François Chesnais, professore associato di economia all’Università di Paris 13, ha un lungo passato di studioso e militante. È stato membro del partito trozkista e ha partecipato alla nascita, nel 2009, del Nuovo Partito Anticapitalista. È redattore della rivista marxista “Carré Rouge” e consigliere scientifico di ATTAC. Nell’ambito della sinistra radicale francese, Chesnais sollecita una visione il più possibile internazionale della crisi politica e sostiene la necessità d’integrare questione sociale e questione ecologica. I suoi diversi studi sulla mondializzazione si accompagnano a una grande attenzione per i movimenti antisistemici. È in quest’ottica che è opportuno leggere il suo ultimo libro Debiti illegittimi e diritto all’insolvenza, uscito in Francia nel 2011 e tempestivamente tradotto da “DeriveApprodi”. Chesnais non si limita a realizzare un’ennesima analisi della crisi del debito europeo, ma offre uno strumento di prassi politica, elaborando il concetto di “debito illegittimo” e di indagine da parte di comitati cittadini sulla natura del debito pubblico. Sappiamo come, anche in Italia, questi temi siano all’ordine del giorno, grazie al lavoro di economisti come Andrea Fumagalli e alla campagna lanciata da Guido Viale sul “manifesto” a fine dicembre. La campagna internazionale contro il debito illegittimo, promossa dal Forum sociale mondiale di Nairobi nel 2007, è diventata nel frattempo una questione politica cruciale non solo per i paesi del Sud del mondo, ma anche per gli ex-opulenti paesi del Nord. Per Chesnais, quindi, questa fase della crisi presenta anche un’opportunità per ricondurre una serie di lotte locali e nazionali ad un fronte comune, capace di attraversare il fossato tra paesi ricchi e paesi poveri.
Vorrei riprendere una riflessione fatta da molti commentatori nel corso di questo periodo: mi riferisco ad esempio all’editoriale di Serge Halimi su «Le Monde Diplomatique» che sintetizza il problema: mentre il capitalismo attraversa la peggior crisi dal 1930, mentre le politiche neoliberiste degli ultimi trent’anni hanno chiaramente mostrato i loro fallimenti, perché i partiti delle sinistre europee «appaiono muti e imbarazzati» e l’offensiva spetta ancora una volta alle soluzioni della destra: austerità, rigore e azzeramento del Welfare?
Penso che ci sia stato un salto epocale: in un arco di trent’anni abbiamo visto la morte del vecchio movimento operaio con i suoi partiti e i suoi sindacati, con le sue illusioni e le sue menzogne, tanto sul fronte dell’Urss e dello stalinismo quanto su quello della socialdemocrazia, e a dire il vero non ci sono più partiti di sinistra. Si continua a usare questa parola per convenienza e per nostalgia.
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Tutti gli esuberi del finanzcapitalismo
Giuliano Battiston intervista Luciano Gallino
Pubblichiamo l'intervista a Luciano Gallino apparsa nello speciale sulla Fiom “Democrazia al lavoro”, a cura del manifesto e di Sbilanciamoci, scaricabile da questo sito (vedi link qui sotto)
Nel suo ultimo libro, Finanzcapitalismo, analizza la trasformazione del passato capitalismo produttivo nell’attuale capitalismo dei mercati finanziari. Una trasformazione durante la quale come nuovo criterio guida dell’azione economica viene adottata la massimizzazione del valore per l’azionista. In che termini questo paradigma ha dato vita a una nuova concezione dell’impresa, favorendone quell’irresponsabilità da lei già criticata ne L’impresa irresponsabile?
La concezione dell’impresa è stata trasformata con grande rapidità, non solo sul piano teorico ma anche nella pratica della gestione e del governo delle imprese, soprattutto dopo gli anni Ottanta del Novecento, quando si è passati da una concezione che potremmo definire istituzionale dell’impresa – per cui essa è o dovrebbe essere un insieme di complessi rapporti sociali tra proprietari, dirigenti, dipendenti, fornitori, comunità locali – a una concezione prevalentemente contrattualistica. Secondo quest’ultima concezione, l’impresa viene intesa come un fascio, un insieme di contratti – stipulati con tutti gli attori che concorrono a vario titolo alla produzione – che hanno una precisa data di scadenza e che possono essere, quali più quali meno, rescissi in ogni momento. Si tratta di una delle manifestazioni della flessibilità che il capitale richiede, anzitutto per se stesso, affinché possa sempre arrivare là dove i rendimenti sono maggiori: dal momento che l’impresa non è nient’altro che un fascio di contratti, se una determinata parte contraente non soddisfa più certe esigenze di rendimento, quel contratto può essere eliminato e sostituito con un altro. Questo vuol dire inoltre che le imprese, perlomeno la maggior parte di esse, non hanno più alcun interesse ad essere localizzate in un determinato luogo, città o paese, e che la componente finanziaria diventa predominante anche nell’organizzazione, perché ciò che conta è il rendimento collegato al contratto.
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