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nazione indiana

La mala ora dell’Ultraliberismo

di Romano A. Fiocchi

Viviane Forrester, Una strana dittatura, traduzione di Fabrizio Ascari, TEA, 2003.

georges-vivianeViviane Forrester (qui in uno scatto di Jean-Marc Armani) è morta l’anno scorso. Era di nazionalità francese. E di origine ebraica. Conosceva Georges Perec. Ho saputo di lei grazie a una bellissima videointervista a Perec degli anni Settanta, tuttora reperibile in rete e già citata in un mio articolo cortesemente ospitato da NI. Qui i modi fascinosi della Forrester fanno da contrasto con la voce burbera di Perec, lei in un cappottino scuro con una cintura che le stritola la vita, lui con un montone dal bavero alzato, i capelli e il pizzetto da scienziato pazzo, il suo gesticolare ossessivo. Il video è girato nei pressi di rue Vilin, le prime inquadrature proprio davanti a quello che era stato il negozio di parrucchiera della madre di Perec, deportata e morta probabilmente ad Auschwitz. Dalla descrizione di quei luoghi, oggi completamente stravolti, Perec prende spunto per parlare del suo ultimo libro e per illustrare quello che sarà il suo progetto più grandioso: La vita istruzioni per l’uso. La Forrester sorride, ascolta, fa domande con voce cinguettante, non lo chiama né monsieur Perec, né Georges ma per intero: Georges Perec, dandogli del Voi (che è poi il Lei francese).

Ebbene, mai avrei pensato che una figura tutta delicatezza e femminilità potesse sfoderare gli artigli da leone in un pamphlet pieno di rabbia trattenuta, centottantasei paginette che sono una sorta di “j’accuse” moderno lanciato contro un’intera ideologia: l’ultraliberismo.

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doppiozero

Algoritmi del capitale

Matteo Pasquinelli

una-fabbrica-di-algoritmi-per-governare-big-data-e-i-social-media------Sharper Analytics analizzare big dataSta per uscire Algoritmi del capitale. Accelerazionismo, macchine della conoscenza e autonomia del comune (Ombre corte, 2014), a cura di Matteo Pasquinelli. Il libro raccoglie i contributi di Franco Berardi "Bifo", Mercedes Bunz, Nick Dyer-Witheford, Stefano Harney, Christian Marazzi, Antonio Negri, Matteo Pasquinelli, Nick Srnicek, Tiziana Terranova, Carlo Vercellone, Alex Williams.

Essendo un tema molto dibattuto e di grande valore per tutti coloro che seguono la rubrica di cheFare, abbiamo chiesto all'editore, che ringraziamo, il permesso di pubblicare un estratto dell'introduzione, a firma del curatore.
 
La limousine aveva il pavimento in marmo di Carrara, estratto dalle cave in cui Michelangelo, mezzo millennio prima,
aveva sfiorato con la punta del dito  la bianca pietra stellata. Guardò Chin, abbandonato sul sedile, perso in divagazioni.
“Quanti anni hai?”
“Ventidue. Cosa? Ventidue...”
“Metti in bocca una gomma e prova a non masticarla. Per
uno della tua età, con le tue doti, c’è una sola cosa al mondo
degna di interesse professionale e intellettuale.
“Che cos’è, Michael?”
“L’interazione tra tecnologia e capitale, la loro inseparabilità.”
Don DeLillo, Cosmopolis

La limousine di un miliardario non ancora trentenne procede lentamente per le strade di New York, tagliando l’orizzonte verticale delle torri del capitale finanziario.

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pandora

“La nuova ragione del mondo” di Pierre Dardot e Christian Laval

Andrea Baldazzini

cyborg1Partirò con un’apparente banalità: l’oggetto del presente studio, portato avanti a quattro mani da Laval e Dardot (sociologo il primo, professore di filosofia il secondo), non rappresenta solo il tema filosofico per eccellenza, ma costituisce anche il principio fondante, l’atto costitutivo, dell’intera società occidentale moderna, ovverosia la Ragione. Una Ragione che si è guadagnata la maiuscola conquistando la quasi totalità degli aspetti dell’esistenza individuale e collettiva, per usare un lessico habermasiano, colonizzando tanto la dimensione del ‘sistema’ quanto quella del ‘mondo della vita’ (Lebenswelt). Ma cosa si intende precisamente qui con ‘Ragione del mondo’ e in particolare con l’espressione ‘razionalità neoliberista’? Scopo di questa breve recensione vorrà essere da una parte la chiarificazione del significato di tali termini impiegati in riferimento ad un ambito che solo superficialmente è di carattere economico, dall’altra la messa in evidenza di alcune intuizioni chiave, che permettono una più ampia presa di consapevolezza sulla reale portata, per usare le parole degli autori, della disciplina neoliberista. Difatti, il merito più grande dell’opera è quello di porre la questione del neoliberismo in termini radicali, in termini cioè antropologici. Questo libro non è una scontata critica al capitalismo considerato come ideologia o come semplice sistema economico produttore di disuguaglianza, esso è qui «assunto nel suo essere una realtà sgombra da riferimenti arcaizzati e nel suo essere una matura costruzione storica»1.

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sbilanciamoci

Quali alternative al neoliberismo?

di Massimiliano Lepratti

jobs economist coverNonostante la gravissima crisi attraversata dall'Europa e la fallacia delle ricette neoliberiste finora sperimentate in risposta, il campo delle teorie critiche si mostra incapace di offrire un solido orientamento di politica economica che metta in crisi l'egemonia culturale del neoliberismo e funga da guida per progettare una società egualitaria, inclusiva e sostenibile. Di conseguenza laddove un'ideologia culturalmente egemone non venga contrastata sul suo stesso terreno di teoria capace di dettare le agende, anche i tentativi di politiche alternative tendono a divenire timidi, inclini a mediare al ribasso e a piegarsi ai principi dominanti: l'Italia di Prodi/Padoa Schioppa o (peggio) di Renzi/Padoan ne sono solo alcuni esempi. Eppure i materiali culturali per sostenere la costruzione di un pensiero diverso a sinistra non mancherebbero: i grandi classici (da Smith a Ricardo a Marx) e i classici della dinamica dello sviluppo (ancora Marx, oltre a Keynes, e Schumpeter) continuano ad essere forieri di eccellenti spunti di analisi il cui livello scientifico e la cui capacità di lettura realistica del mondo sono senza dubbio superiori rispetto a quelli che per semplicità qui chiamiamo neoliberisti.

Detto questo, i motivi per cui ci troviamo in questa situazione di subalternità sono molteplici, ma due appaiono più significativi di altri:

1. il pensiero mainstream è in grado senza dubbio di dispiegare una quantità di mezzi culturali tali da spingere verso la minorità le idee alternative: mezzi giornalistici, comunicativi, istruzione – si pensi ai manuali economici studiati nelle università, l'assenza dell'economia politica nelle scuole superiori... - l'insieme di questo fuoco di fila riduce progressivamente da almeno 40 anni lo spazio per pensieri diversi.

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manifesto

L’inchino europeo al capitale privato

Alberto Burgio

26eco1f01-crisi-austerity-spagna-782451Afferma un cele­bre ada­gio che nella per­vi­ca­cia si annida il demo­nio. Se è vero, le lea­der­ship euro­pee sono pri­gio­niere di potenze infere. Da sette anni inflig­gono ai pro­pri paesi e alle loro eco­no­mie una tera­pia nel segno dell’auste­rity che dovrebbe debel­lare la crisi e rimet­tere in moto la cre­scita. Non solo que­sta cura non ha pro­dotto nes­suno dei risul­tati attesi. Tutte le evi­denze depon­gono in senso con­tra­rio, al punto che sem­pre più nume­rosi eco­no­mi­sti main­stream si pro­nun­ciano a favore di poli­ti­che espan­sive. Ciò nono­stante la musica non cam­bia, nem­meno ora che l’Istituto sta­ti­stico nazio­nale della Ger­ma­nia fede­rale ha reso noti i dati sul secondo seme­stre di quest’anno. Anzi, il man­tra delle «riforme strut­tu­rali» imper­versa più forte che mai.

Insomma, il demo­nio sbanca. O c’è sem­pli­ce­mente un dio dispet­toso che si diverte ad acce­care gente che vuol per­dere. Sta di fatto che a suon di «riforme» l’Europa si sta sui­ci­dando, come già avvenne nel secolo scorso dopo il crollo di Wall Street, nono­stante il buon esem­pio degli Stati uniti roo­se­vel­tiani, che pure di capi­ta­li­smo ne capivano.

Que­sta è una let­tura pos­si­bile. I capi di Stato e di governo e i grandi ban­chieri sta­reb­bero sba­gliando i conti. Per super­bia e pre­sun­zione, forse per inca­pa­cità, come pare sug­ge­rire il mini­stro Padoan par­lando di pre­vi­sioni errate.

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coordinamenta

I sogni muoiono nel pomeriggio

Elisabetta Teghil

fine-del-mondoIl 4 agosto 1914 il gruppo parlamentare socialdemocratico al Reichstag, il parlamento tedesco, votò i crediti di guerra. Il fatto suscitò una grande impressione perché l’Internazionale socialista si presentava e veniva percepita e letta come la principale forza politica antimilitarista. Un tratto che la caratterizzava perché la dichiarazione di guerra del 28 luglio 1914 non fu un fulmine a ciel sereno, ma era messa in preventivo da diverso tempo.

Ma le premesse si erano viste quando Rosa Luxemburg pubblicò “L’accumulazione del capitale”. Fu proprio questo lavoro che rivelò lo spessore dei disaccordi che segnavano con una linea di frattura l’Internazionale socialista.

Per Luxemburg le condizioni create dall’imperialismo: lotta per le colonie, competizione fra le grandi potenze, caratteristiche proprie, cannibalistiche e onnivore, del capitalismo, non potevano che sfociare nella guerra accompagnata dallo sviluppo dell’apparato industriale bellico che diventava il volano dell’economia dei singoli paesi. L’opera, pubblicata nel gennaio del 1913, subì forti e scomposti attacchi da tutti quelli che, guarda caso, poi votarono la causa della guerra nei loro rispettivi paesi. In particolare si distinsero Eckstein e Bauer.

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paginauno

Reshoring

Dietro la reindustrializzazione dell’Europa

di Giovanna Cracco

Coming Home - HH Swiss Machined ComponentsLa crisi dell’economia reale nei Paesi a capitalismo avanzato, seguita alla crisi finanziaria e alla crisi (speculazione) dei debiti sovrani, è stata lasciata andare alla deriva come una nave fantasma. Eppure capitani ce n’erano – la classe dirigente politica ed economica – e ciurma ce n’è sempre in abbondanza – lavoratori, pensionati... cittadini. Si può pensare che chi stabilisce la rotta sia incapace, o sedotto dal canto delle sirene, in questo caso quelle dell’ideologia neoliberista, ma è in genere una risposta di comodo, assolutoria, perché contempla l’attenuante della stupidità che porta con sé quella della buonafede. Ed è difficile credere a quest’ultima quando si leggono le relazioni che i ‘capitani’ si scambiano ai meeting e alle riunioni internazionali.

In tutte le analisi, la ragione della crisi è individuata nella deindustrializzazione messa in atto negli ultimi vent’anni. La globalizzazione, ossia la libera circolazione di merci e capitali che ha permesso la finanziarizzazione dell’economia e la delocalizzazione della produzione nei Paesi a basso costo del lavoro, è stata servita ai cittadini accompagnata dalla tesi secondo cui la chiusura delle fabbriche nei Paesi a capitalismo avanzato rispondeva a una naturale progressione della loro economia verso una struttura di tipo terziario.

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sinistra aniticap

Il triangolo

Neoliberismo, postmodernità, fine della storia

di Diego Giachetti

Introduzione

Il triangolo no, non l'avevo considerato,
d'accordo ci proverò, la geometria non è un reato,
(Renato Zero, Triangolo, 1978)

Figures-and-Sun-352Nel corso degli ultimi tre decenni sono state introdotte “riforme” impostate secondo il paradigma neoliberista nel sistema socio-economico. Accanto all’erosione lenta ma continua delle norme e dei diritti conquistati a tutela del lavoro e dei lavoratori, è emersa una cultura parallela, nuova e giustificativa del processo in corso, che ha investito i campi del sapere: dalla filosofia all’economia, dalle scienze sociali e politiche alla storiografia. Questa cultura oggi è ideologia di massa, senso comune, che travolge anche il buonsenso. Esso, inteso come pensiero critico, non è scomparso del tutto ma se ne sta, per dirla con un passaggio tratto dai Promessi sposi del Manzoni, «nascosto per paura del senso comune»1 il quale domina l’immaginario odierno con una triangolazione di “idee”: neoliberismo, postmoderno, fine della storia.

Anche chi non crede alle combinazioni astrali, non può fare a meno di notare una sinergia triangolare che si manifesta sul finire degli anni Settanta e i primi anni Ottanta del secolo scorso. Un vero e proprio “triangolo delle Bermude” dove scompaiono misteriosamente le “vecchie” concezioni del mondo e della storia, inghiottite dalle onde del neoliberismo, del postmoderno e della finalmente finita storia della lotta tra le classi.

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alfabeta

L’anima moderna del neoliberalismo

Paolo Godani

thatcher 17 941-705 resizeUna delle idee più nefaste per la comprensione del neoliberalismo è quella che associa il suo programma di liberalizzazione economica al diffondersi di una deregulation morale e di un edonismo generalizzato. Ai molti che (sulla scia, per esempio, di Gilles Lipovetsky) criticano l’ipermodernismo neoliberale perché avrebbe incitato oltremisura gli spiriti animali del capitalismo e demolito le basi morali della convivenza civile, i valori tramandati, i legami sociali (dando luogo a una società liquida individualista, narcisista, nichilista e consumista), bisognerebbe ricordare come il neoliberalismo si sia imposto, tanto nella teoria quanto nella sua realizzazione politica, come un’equilibrata combinazione di deregolamentazione economica e di disciplinamento morale e sociale. E bisognerebbe mostrare come si tratti di una combinazione non casuale, ma necessaria.

A testimoniarlo sarebbe sufficiente considerare come l’avvento di Ronald Reagan e del suo programma neoliberista al vertice della politica statunitense, nel 1981, sia stato reso possibile (lo ricorda David Harvey nella sua Breve storia del neoliberismo) dall’alleanza organica dei repubblicani con la destra cristiana raccolta attorno alla «Moral Majority» del reverendo Jerry Falwell. Liberalizzazioni e crociate antiabortiste, privatizzazioni dei servizi e lotta senza quartiere contro una scuola pubblica laica, globalizzazione economica e nazionalismo culturale «bianco», individualismo e familismo, interessi finanziari e tradizionalismo religioso si alleano non solo perché le politiche neoliberali repubblicane hanno bisogno del consenso elettorale di quel 20% di americani cristiano-evangelici, ma più profondamente per il fatto che la fredda logica economica della concorrenza, temendo di produrre la pura e semplice disgregazione della società, ha bisogno di richiamarsi ai valori «caldi» della morale e della religione.

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micromega

WikiLeaks: ecco l’accordo segreto per il liberismo selvaggio*

di Stefania Maurizi

Si chiama Tisa (Trade in Services Agreement) il documento rivelato grazie all'organizzazione di Assange. Un trattato internazionale di lobby e governi per liberalizzare i servizi: dai dati personali alla sanità passando per le assicurazioni. Sarebbe la vittoria definitiva della finanza sulla politica

wikileaks-510Un trattato internazionale che potrebbe avere enormi conseguenze per lavoratori e cittadini italiani e, in generale, per miliardi di persone nel mondo, privatizzando ancora di più servizi fondamentali, come banche, sanità, trasporti, istruzione, su pressione di grandi lobby e multinazionali. Un accordo che viene negoziato nel segreto assoluto e che, secondo le disposizioni, non può essere rivelato per cinque anni anche dopo la sua approvazione.

L'Espresso è in grado di rivelare parte dei contenuti del trattato grazie a WikiLeaks, l'organizzazione di Julian Assange, che lo pubblica in esclusiva con il nostro giornale e con un team di media internazionali, tra cui il quotidiano tedesco “Sueddeutsche Zeitung”. Una pubblicazione che avviene proprio in occasione dell'anniversario dei due anni che Julian Assange ha finora trascorso da recluso nell'ambasciata dell'Ecuador a Londra, come ricorda l'organizzazione.

LEGGI IL DOCUMENTO IN PDF

Si chiama “Tisa”, acronimo di “Trade in services agreement”, ovvero “accordo di scambio sui servizi”. E' un trattato che non riguarda le merci, ma i servizi, ovvero il cuore dell'economia dei paesi sviluppati, come l'Italia, che è uno dei paesi europei che lo sta negoziando attraverso la Commissione Europea.

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znet italy

Lo spettro dell’autoritarismo e il futuro della sinistra

di Henry A. Giroux e C.J. Polychroniou

b5469-w15m zgz 2012651. Si ritiene diffusamente che le società liberali avanzate stiano soffrendo una crisi di democrazia, un’opinione che tu condividi di vero cuore, anche se le ricerche empiriche, con la loro predilezione per il positivismo, tendono a essere più caute. In che modo c’è oggi meno democrazia, in luoghi come gli Stati Uniti, di quanta ce ne fosse, diciamo, venti o trent’anni fa?

Ciò cui abbiamo assistito negli Stati Uniti e in numerosi altri paesi dagli anni ’70 è l’emergere di una forma barbara di fondamentalismo del libero mercato, spesso chiamata neoliberismo, in cui non solo c’è un profondo disprezzo per i valori pubblici, i beni pubblici e le pubbliche istituzioni, ma anche l’abbraccio di un’ideologia del mercato che accelera il potere dell’élite finanziaria e delle grandi imprese svuotando contemporaneamente quelle culture e istituzioni formative necessarie perché una democrazia sopravviva. Le istituzioni egemoni della società in molti paesi, Stati Uniti compresi, sono oggi nelle mani di potenti interessi industriali, dell’élite finanziaria e di fanatici di destra il cui controllo soffocante sulla politica rende la democrazia corrotta e disfunzionale. Più specificamente, gli statunitensi vivono oggi sotto quella che il nuovo Papa ha condannato come la “tirannia del capitalismo sfrenato”, in cui le élite industriali, finanziarie e di governo plasmano la politica, aggrediscono i sindacati, mobilitano grandi estremi di ricchezza e potere e impongono un regime brutale di neoliberismo.

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manifesto

Un amaro «american dream»

di Luca Celada

Tempi presenti. Il libro «Capitale del secolo XXI» di Thomas Piketty, in America è diventato il caso editoriale e politico dell'anno. Con la sua analisi delle crescenti disuguaglianze sociali ha intercettato i discorsi di Obama e le istanze di Occupy

barniSono pas­sati due mesi dalla pub­bli­ca­zione dell’edizione inglese del Capi­tale nel XXI secolo e in Ame­rica il trat­tato eco­no­mico di Tho­mas Piketty (696 pagine) può con­si­de­rarsi senza dub­bio il feno­meno edi­to­riale e poli­tico dell’anno. Il volume — dall’intenzionale asso­nanza col Kapi­tal di Marx — è volato in testa alle clas­si­fi­che delle ven­dite e da set­ti­mane viene dato «tem­po­ra­nea­mente esau­rito» da Ama­zon, nelle libre­rie non ce n’è trac­cia e nelle biblio­te­che pub­bli­che figura «in ordinazione».

Il lavoro è stato accla­mato da eco­no­mi­sti illu­stri come Paul Krug­man, il quale ha dichia­rato che l’opera dell’economista fran­cese già con­si­gliere di Sego­lène Royale, rap­pre­senta una ricerca di por­tata «epo­cale». Il New York Times lo ha affian­cato a Susan Son­tag e ad Allan Bloom e lo ha defi­nito un «feno­meno raro»: un auto­re­vole trat­tato acca­de­mico capace di inqua­drare la macro­ten­denza di un’era e, allo stesso tempo, di cat­tu­rare l’ineffabile ten­denza del momento cul­tu­rale. Piketty ha preso resi­denza nel cir­cuito ame­ri­cano dei talk show, facendo spola fissa fra inter­vi­ste, inviti a con­ve­gni e rice­vi­menti con premi nobel. Nel com­plesso, una riso­nanza che l’edizione ori­gi­nale fran­cese certo non aveva avuto.

In parte, si tratta del risul­tato di un sin­go­lare tem­pi­smo. L’edizione ame­ri­cana è stata pub­bli­cata dalla Har­vard Press, poche set­ti­mane dopo il discorso nel quale — a dicem­bre — Obama aveva indi­cato la dise­gua­glianza come la sfida fon­da­men­tale del nostro tempo («the defi­ning chal­lenge of our time»).

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alfabeta

Chi di precarietà ferisce

Davide Gallo Lassere intervista Andrea Fumagalli

precariDGL: Dal pacchetto Treu fino al Jobs Act di Renzi, passando per la Riforma Fornero, negli ultimi anni in Italia si è assistito a una progressiva precarizzazione del mondo del lavoro. Nei tuoi interventi parli spesso di “trappola della precarizzazione”. Che cosa intendi con questa espressione?

AF: Nel capitalismo contemporaneo, la precarietà si presenta come condizione generalizzata e strutturale, oltre che esistenziale. È qui che entra in campo il concetto di trappola della precarietà la cui concettualizzazione non è però uniforme. Una prima definizione si riferisce a una sorta di circolo vizioso, che impedisce agli individui di liberarsi dalla loro condizione precaria perché cercare un lavoro stabile costa troppo. Vivere in condizioni precarie significa sostenere i cosiddetti costi di transazione, che incidono pesantemente sul reddito disponibile: stiamo parlando del tempo necessario per compilare una domanda di lavoro, della perdita del lavoro temporaneo e della ricerca di un nuovo impiego, dei tempi e dei costi di apprendimento che il nuovo lavoro richiede.

Un’altra definizione più ampia ha a che fare con la constatazione che vivere una condizione precaria implica sostenere in modo individuale il peso dell’insicurezza sociale e del rischio che vi è connesso. Da questo punto di vista, la trappola della precarietà è il risultato della mancanza di un’adeguata politica di sicurezza sociale e può essere considerata come un fenomeno congiunturale. In alcune recenti analisi, partendo dal fatto che la precarietà è più diffusa nei servizi avanzati e nelle industrie creative, si sostiene che un intervento di politica economica in tali settori potrebbe risolvere la situazione.

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megachip

Nuovo capitalismo e nuovi schiavi

Luciano Canfora

Mondializzazione dell'economia. Il ritorno in grande stile di forme estreme di dipendenza

ZZ6801D296Una delle grandi novità del XXI secolo è il riapparire su larga scala delle forme di dipendenza schiavile e semischiavile. Un segnale in tal senso, sia pure espresso con disarmante ingenuità, si è avuto, in sede ufficiale, quando «da Oslo è partita una delegazione guidata da Ole Henning, allarmata dalle notizie sulla diffusione del caporalato nella raccolta del pomodoro nel Sud Italia» («Corriere della Sera», 23 ottobre 2013). Il riferimento è alla condizione semischiavile dei neri impiegati nelle campagne della Capitanata, di Villa Literno o di Nardò.

Beninteso, il pomodoro poco «etico» è solo la punta dell'iceberg di un fenomeno mondiale, nel quale rientrano le maestranze schiave del Sud-Est asiatico o del Bangladesh, per non parlare dei minatori neri del Sud Africa, sui quali spara ad altezza d'uomo una polizia, anch'essa fatta di neri, per i quali la meteora Mandela è passata invano. È chiaro che il profitto si centuplica se il lavoratore è schiavo (schiavo di fatto, se non proprio formalmente). E il profitto è più sacro del Santo Graal nell'etica del «mondo libero».

La mondializzazione dell'economia e il venir meno di qualunque movimento - o meglio collegamento - internazionale dei lavoratori ha creato le condizioni per questo ritorno in grande stile di forme di dipendenza che in verità non erano mai scomparse del tutto. Basti ricordare che soltanto «nel febbraio del 1995 il Senato del Mississippi, uno dei baluardi storici del razzismo Usa, ha approvato il XIII emendamento della Costituzione americana, siglato nel 1865, secondo cui la schiavitù volontaria o involontaria non potrà esistere entro i confini degli Stati Uniti» («Corriere della Sera», 19 febbraio 1995).

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le monde diplomatique

Le imprese non creano il lavoro

di Frédéric Lordon*

Non passa giorno senza che il governo francese dichiari fedeltà alle strategie economiche più liberiste: «politica dell’offerta», tagli alla spesa pubblica, stigmatizzazione degli «sprechi» e degli «abusi» nella previdenza sociale. Tanto che il padronato esita sulla condotta da tenere. E la destra confessa il proprio imbarazzo davanti a un tale livello di plagio…

InterstateBisogna aver esagerato con gli alcolici, che ci fanno sembrare sinuose tutte le strade, per vedere, come fa il coro quasi unanime dei commentatori, una svolta neoliberista nel «patto di responsabilità» di François Hollande (1). Senza innalzare troppo gli standard della sobrietà, la verità richiama piuttosto una di quelle affascinanti immagini di Jean-Pierre Raffarin (2): la strada è dritta e la discesa è ripida – molto ripida (e i freni non funzionano). In effetti, l’ossimoro del tornante rettilineo non fa che approfondire la logica del quinquennio, manifestatasi sin dai primi mesi. Una logica debole, che lascia trasparire strategie di disperazione e rinuncia. Le antiche propensioni al tradimento ideologico si mescolano con i calcoli smarriti del panico quando, avendo abbandonato del tutto il progetto di riorientare le disastrose politiche europee, e di conseguenza qualunque possibilità di ripresa, per salvarsi dal naufragio totale si vede solo la zattera della Medusa: «l’impresa» come provvidenza, cioè… il Movimento delle imprese di Francia (Medef) come scialuppa di salvataggio. Trovata geniale, mentre si sta per essere ingoiati dai flutti: «La sola cosa che non è stata tentata, è dar fiducia alle imprese (3)». Che bella idea! Dar fiducia alle «imprese»... Come ostaggi che danno fiducia ai rapitori e si gettano nelle loro braccia, senza dubbio convinti che l’amore chiama indubbiamente amore – e disarma le richieste di riscatto.

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