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ass sylos labini

La Bank of England ed il Dottor Stranamore che vuole arrivare al Don

di Joseph Halevi*

La recentissima pubblicazione dello studio della Bank of England conferma da fonte insospettabile che le banche creano moneta dal nulla (cioe’ non la scavano da qualche miniera, ne’ la pompano da qualche giacimento) prestandola a coloro che hanno piani di investimento o di acquisto di beni di consumo durevoli. Non ci sono quindi vincoli monetari in quanto tali. Analogamente per la Banca Centrale: puo’ convalidare qualsiasi richiesta da parte del Tesoro e puo’ in tutta tranquillita’ monetizzare debito e deficit pubblici. Scuole, ospedali, ferrovie, pensioni, universita’ e ricerca possono essere finanziate senza vincoli di bilancio ma solo reali che dipendono dalle capacita’ produttive esistenti e utilizzabili. E’ ovvio che se all’Istituzione che dovrebbe convalidare i flussi nel circuito monetario, cioe’ la Banca Centrale, viene formalmente proibito di assecondare il processo, il circuito, da qualche parte finira’ per troncarsi.

Nelle banche centrali (certamente negli USA e GB) tutte queste cose erano note da tempo ma non venivano dette. Come durante l’eta’ di Galileo Galilei quando per la navigazione oceanica verso le Americhe la Chiesa permetteva l’uso da parte della Spagna della concezione copernicana della Terra; mentre in Europa, in Italia in particolare, imponeva la visione tolemaica bruciando chi la confutava pubblicamente. Il comportamento delle autorita’ burocratiche dell’UE, non tanto di Mario Draghi, e’ simile a quello della Chiesa durante il periodo galileiano.

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I corifei del liberismo

di Carlo Formenti

Con la resistibile (ancorché debolmente contrastata) ascesa di Renzi alla guida del Pd, si è fatto assordante il coro dei media (di destra e sinistra, benché la distinzione sia ormai solo nominale) a sostegno della grande narrazione liberal liberista sulla crisi e sulle ricette per uscirne (Lyotard non poteva immaginare che la sua profezia sulla fine dei “grand récit” di legittimazione sarebbe stata smentita in tempi così rapidi).

Il lettore disincantato ha avuto modo di misurare intensità e potenza del coro leggendo la pagina “Idee& opinioni” (per cogliere la “linea” del giornale conviene partire da lì) del “Corriere della Sera” di sabato 29 marzo. In quella circostanza quattro firme “pesanti” dell’organo storico della borghesia italiana hanno cantato infatti altrettante canzoni che, pur proponendo testi diversi, si sono fuse in un'unica melodia. Mi permetto di rititolarne così i pezzi: “Largo ai giovani”, di Giovanni Belardelli, “Ancora più flessibilità” di Maurizio Ferrera, “Si sciolgano lacci e lacciuoli”, di Dario Di Vico, “Evviva il merito” di Sergio Rizzo. Titolo generale della sinfonia: “Bastonare il cane che affoga”.

Si chiede Belardelli: come è possibile che un Paese governato da una gerontocrazia qual è il nostro (basti vedere l’età media di insegnanti e dipendenti pubblici) abbia plaudito all’ascesa del giovin rottamatore Matteo Renzi?

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Dopo il neoliberalismo: analizzare il presente*

Stuart Hall, Doreen Massey and Michael Rustin 

A poche settimane dalla sua morte, pubblichiamo il manifesto scritto nel 2013 da STUART HALL insieme a DOREEN MASSEY e MICHAEL RUSTIN

Con la crisi bancaria e creditizia del 2007-2008 e le sue ripercussioni in tutto il globo, è imploso il sistema neoliberale o del capitalismo del libero mercato, che a partire dal 1980 ha dominato il mondo per tre decenni. Quando la dimensione del debito tossico è diventata evidente, il credito e i prestiti interbancari si sono prosciugati, la spesa ha rallentato, le uscite sono diminuite e la disoccupazione si è impennata. I settori finanziari altamente inflazionati, che hanno speculato in attività in gran parte estranee all’economia reale di beni e servizi, hanno fatto precipitare una crisi le cui conseguenze catastrofiche si stanno ancora dispiegando.

Crediamo che il dibattito politico mainstream semplicemente non riconosca la profondità di questa crisi, né il conseguente bisogno di un ripensamento radicale. Il modello economico che ha sostenuto il regime sociale e politico degli ultimi tre decenni si sta disfacendo, ma apparentemente resta al suo posto il più ampio consenso politico e sociale. Proponiamo dunque questa analisi come un contributo al dibattito, nella speranza che aiuti le persone di sinistra a pensare maggiormente a come spostare i parametri del dibattito, passando dai piccoli palliativi e dalle misure restaurative all’apertura di una strada verso una nuova era politica e a una nuova interpretazione di ciò che costituisce la buona società[1].

Per tre decenni il sistema neoliberale ha generato grandi profitti per le multinazionali, le istituzioni di investimento e i capitalisti di ventura, notevoli accumulazioni di ricchezza per i nuovi super-ricchi globali, mentre ha vistosamente accresciuto il divario tra ricchi e poveri e ha approfondito le ineguaglianze di reddito, salute e possibilità di vita all’interno e tra i paesi, in un modo che non si vedeva da prima della seconda guerra mondiale.

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Sfuggire al capitalismo neo-liberale

Antonio Lucci

Con una piccola esagerazione (tale solo a causa dei giganti che ci accingiamo a portare come pietre di paragone) si potrebbe sostenere che uno dei più interessanti eredi del pensiero critico francese, dopo la morte di Deleuze, Debord e Baudrillard, sia un italiano, Maurizio Lazzarato.

Dopo La fabbrica dell’uomo indebitato (DeriveApprodi, 2013), Lazzarato continua la sua indagine sui modelli filosofici e antropologici sottesi alla nostra attuale condizione di “uomini indebitati”. Il lavoro precedente del filosofo e sociologo post-operaista da anni emigrato in Francia, era incentrato – a partire da Nietzsche e Deleuze – sulla ricostruzione di un modello antropologico che potrebbe essere definito come quello dell’ “uomo indebitato”: di quel particolare tipo di soggettività che gli apparati mediatici e di potere promulgano a viva voce quotidianamente a partire dallo scoppio della bolla economica degli immobili negli USA.

Rispetto a quel testo i saggi che formano Il governo dell’uomo indebitato. Saggio sulla condizione neoliberista /DeriveApprodi, 2013) rappresentano sicuramente un passo in avanti, per lo meno dal punto di vista filosofico.

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“Neoliberalismo. Un’introduzione critica”

Recensione

di Piotr Zygulski

Il saggio di Giovanni Leghissa Neoliberalismo. Un’introduzione critica, edito da Mimesis nel 2012, è un libro che si propone di scavare nella pervasività della “condizione neoliberale” per problematizzarla criticamente.

Come si può già intuire dal lessico utilizzato in questa premessa, l’Autore mostra un’esplicita impostazione foucaultiana, che fa ampio uso di concetti quali biopolitica, dispositivo, antropotecnica e govermentalità per analizzare lo scenario presente. Al contempo, egli presta attenzione a non cadere in un impasse “malinconico” che a suo dire caratterizzerebbe il neoliberalismo. Per spiegarci meglio, la “malinconia neoliberale” sarebbe causata dall’impossibilità di separare la sfera politica – ossia l’ambito in cui perseguire la felicità – dalla sfera economica dello scambio di beni.

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Democrazia autoritaria

di Elisabetta Teghil

La Repubblica rifondata sulla sicurezza interna è una scelta dello Stato e dell’iper-borghesia o borghesia imperialista contro la conflittualità sociale e dettata dalla necessità di realizzare compiutamente il neoliberismo. Quest’ultimo è un’ideologia nel senso più compiuto del termine come visione onnicomprensiva della società. E’ l’approdo inevitabile dell’autoespansione del capitale così come l’iper-borghesia è l’autovalorizzazione di una borghesia transnazionale.

Il neoliberismo ha bisogno dello smantellamento delle situazioni economiche marginali e di sussistenza, l’iper-borghesia dell’emarginazione sociale ed economica di tutti gli altri strati della borghesia. Da qui le guerre neocoloniali e il rovesciamento di governi asimmetrici a questo progetto. Ed, altresì, il depauperamento di ampi strati della popolazione nei paesi occidentali.

La così detta crisi non è qualche cosa di inatteso o di correggibile con questa o quella formula, ma è un momento costitutivo della società neoliberista.

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La trappola del capitale umano

Benedetto Vecchi

Pensiero critico. Il neoliberismo non è solo una teoria economica in crisi ma anche un progetto politico che vuol ridisegnare la società e cambiare «l’anima» di uomini e donne. Un’intervista con Christian Laval, in Italia per presentare il volume «La nuova ragione del mondo» scritto insieme a Pierre Dardot

Come un’araba fenice, il neo­li­be­ri­smo rina­sce sem­pre dalla sue ceneri.. Non c’è nes­sun com­pia­ci­mento nel segna­lare la sua «resi­stenza» rispetto le crisi che ha cono­sciuto. Anzi, la crisi è il con­te­sto in cui mostra capa­cità di «inno­va­zione». È da que­ste pre­messe che il libro La nuova ragione del mondo (Deri­veAp­prodi) di Pierre Dar­dot e Chri­stian Laval prende le mosse. L’analisi dei due stu­diosi france è cir­co­scritta alle realtà capi­ta­li­sti­che euro­pea e sta­tu­ni­tense, rin­viando in un secondo tempo l’analisi dei paesi emer­genti — Cina, India, Bra­sile, Suda­frica -. Que­sto non signi­fica che il sag­gio — al quale è stato dedi­cato il numero dell’inserto set­ti­ma­nale «Alias» del 30 Novem­bre 2013 — non aiuti a deli­neare una cri­tica rigo­rosa a un regime di accu­mu­la­zione capi­ta­li­stica che ha una voca­zione «glo­bale». Quello di Dar­dot e Laval non è infatti una ana­lisi del neo­li­be­ri­smo come modello eco­no­mico, bensì come pro­getto di società che ha come con­di­zione pre­li­mi­nare la «for­ma­zione» di un «uomo nuovo», l’individuo pro­prie­ta­rio.

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znet italy

I vostri segreti in vendita

di Pratap Chatterjee

Immaginate di poter gironzolare non visti attraverso una città, intrufolandovi a vostro piacimento in qualsiasi momento, di notte o di giorno, in case e uffici. Immaginate di poter osservare, una volta all’interno, tutto quel che succede, non notati da altri, dalle combinazioni delle casseforti bancarie agli incontri clandestini di amanti. Immaginate anche di essere in grado di registrare silenziosamente le azioni di tutti, che siano al lavoro o al gioco, senza lasciare traccia. Tale onniscienza potrebbe, naturalmente, rendervi ricchi, ma, cosa forse più importante, potrebbe rendervi molto potenti.

Tale scenario da romanzo di fantascienza futurista è oggi di fatto quasi una realtà. Dopotutto la globalizzazione e Internet hanno collegato tutte le nostre vite in un’unica fluida città virtuale dove tutto è accessibile al tocco di un polpastrello. Depositiamo il nostro denaro in casseforti in rete; conduciamo le nostre conversazioni e spesso ci spostiamo da un luogo all’altro con l’aiuto dei nostri dispositivi mobili. Quasi tutto ciò che facciamo nel regno digitale è registrato e sopravvive per sempre nella memoria di un computer cui, con il software e le password giuste, altri possono avere accesso, che lo vogliate o no.

Ora – ancora un momento d’immaginazione – che ne direste se ogni vostra transazione in quel mondo fosse infiltrata? Se il governo avesse pagato sviluppatori per inserire botole e passaggi segreti nelle strutture costruite in questo nuovo mondo digitale per tenerci continuamente connessi gli uni agli altri?

 

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L’apocalisse neoliberista

di Raffaele Alberto Ventura

La crisi economica assomiglia a una macchia di Rorschach. Ognuno la interpreta come vuole, ognuno ne attribuisce l’origine a una causa differente:

– Una farfalla.
– Un uomo e una donna che fanno l’amore?
– La testa spaccata di un cerbiatto…
– Il neoliberismo!

Ecco, prendiamo il neoliberismo. Come ha scritto Francesco Costa sul giornale di Confindustria, affermare che in Italia siano state messe in pratica delle politiche neoliberiste è inesatto perché in questo caso si sarebbe “ridotto il peso dello Stato nella sua economia, abbattendo le tasse e la spesa, privatizzando le grandi aziende pubbliche, riducendo drasticamente la burocrazia, abolendo la contrattazione collettiva e gli ordini professionali, lasciando mano libera ai privati”: tutte cose che semplicemente non sono mai avvenute. E tuttavia del neoliberismo, per come viene descritto da chi ricorre al termine, si è verificato in tutto l’occidente l’effetto principale, ovvero il trionfo del capitale sul lavoro: in pratica, una progressiva diminuzione della remunerazione media negli ultimi venticinque anni, dopo trent’anni d’incremento.

Sembra dunque avere senso parlare di discontinuità, e dare un nome – “neoliberismo” – a questa discontinuità.

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comunismo e comunità

Capitalismo elitario

Il crollo della ‘coscienza infelice borghese‘ e l’ascesa al potere di élite ultra-capitalistiche

di Valerio Spositi

Questo lavoro nasce grazie agli studi e alle riflessioni sulla borghesia e sul capitalismo dei filosofi Costanzo Preve e Diego Fusaro, oltre che da miei studi personali. L’analisi da me posta sulla sostituzione, al comando del sistema capitalistico, della borghesia storica otto-novecentesca da parte di diverse tipologie di élite è il risultato di alcune discussioni svolte dal sottoscritto con l’amico filosofo Diego Fusaro, che ringrazio sentitamente. Il presente lavoro non ha la minima pretesa di essere esaustivo su un tema assai delicato e che necessita di ulteriori studi ed approfondimenti.

 

1. Borghesia come “soggetto collettivo” portatore di una “coscienza infelice”

“Che cosa ha condotto alla bandiera rossa quelli che, per così dire, non ne avevano bisogno?”
 (Ernst Bloch, Il principio speranza)

Molti studiosi marxisti del XX sec. hanno svolto le loro analisi sul rapporto che intercorre tra Borghesia e Capitalismo identificando la classe borghese quale classe-soggetto della società capitalistica, il che, stando al pensiero del filosofo torinese Costanzo Preve, porta ad una identificazione di essa con il capitalismo stesso, ovvero una Borghesia come lato soggettivo del Capitalismo e quest’ultimo come lato oggettivo della Borghesia.

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La solitudine del lavoro*

Alberto Burgio

Non vorrei che la prospettiva dalla quale mi è congeniale riflettere sul tema della rappresentanza sociale e politica del lavoro (o piuttosto sul deficit di rappresentanza) scontasse una sorta di deformazione professionale che m’induce a sopravvalutare il ruolo delle idee e del senso comune e quello delle ideologie e delle culture politiche dei gruppi dirigenti delle organizzazioni della sinistra e del movimento operaio. Lo dico perché in effetti il tema di questo incontro è per me un invito a nozze, in quanto la questione della rappresentanza mi sembra porre al centro – direi oggettivamente – il problema degli strumenti teorici, delle categorie concettuali per mezzo delle quali si legge la realtà, si analizza la composizione sociale, si definisce la geografia delle soggettività e delle relazioni tra le soggettività. D’altra parte si tratta evidentemente di temi di per sé molto complessi, non solo perché è complicato l’argomento, ma perché la complessità aumenta nel momento in cui l’analisi si fa riflessiva e coinvolge se stessa, i propri strumenti, i propri presupposti, le proprie strategie euristiche. Per questo chiedo scusa in anticipo per l’inevitabile sommarietà e disorganicità di quello che non pretende di essere che l’abbozzo di un primo schema di ragionamento.

Siamo alla chiusura di un ciclo storico, il che non significa che un nuovo ciclo si stia aprendo.
Se ci domandiamo quale rapporto la crisi che stiamo vivendo intrattenga con il trentennio neoliberista che l’ha preceduta, credo che la risposta debba essere che questa crisi è al tempo stesso lo sbocco naturale di quella fase e il suo coronamento.

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la costituente

Neoliberismo e egemonia culturale*

di  Daniela Palma e Francesco Sylos Labini

Il 5 novembre del 2008 la regina d’Inghilterra visitò la prestigiosa London School of Economics e durante la cerimonia fece una domanda passata alla storia come “la domanda della regina”. Ci sono delle versioni discordanti sulle parole esatte che ha utilizzato, ma il senso è questo: “Come mai la maggioranza degli economisti non ha previsto la crisi finanziaria del 2008?” Ricordiamo, infatti, che il fallimento della Lehman Brothers nel settembre del 2008 ha dato origine alla più grande crisi finanziaria dal 1929 e alla recessione di tanti paesi che ancora dura, e che economisti di fama mondiale non sono stati capaci né di prevedere la crisi né  di interpretare quello che stava avvenendo dopo che la bolla era già scoppiata.

Dieci autorevoli economisti inglesi hanno poi scritto alla Regina una lettera, spiegando che una delle ragioni principali dell’incapacità della professione di dare avvertimenti tempestivi della crisi imminente è la formazione inadeguata degli economisti, concentrata sulle tecniche matematiche: così che “l’economia – l’economics – è diventata una branca delle matematiche applicate.”

Sono passati da quei giorni più di quattro anni e la crisi si è approfondita, mentre nulla sembra essere cambiato delle posizioni assunte sulla crisi dagli economisti che hanno voce in capitolo nelle maggiori istituzioni internazionali e nel governo degli stati. Qualcuno direbbe che, ultimamente, un numero crescente di attori della crisi sta maturando una riflessione sugli sbagli fatti e sulle possibili correzioni da mettere in pratica per cominciare almeno a invertire la direzione del declino economico che si è inesorabilmente affermata.

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consecutio temporum

Il capitale: un’economia del capitalismo in una teoria della società moderna

Dialogo con Gérard Duménil

Jacques Bidet

0.  Le seguenti riflessioni nascono in parte da una serie di discussioni avute con Gérard Duménil[1] a margine di una stretta collaborazione nella scrittura di un libro[2]. Partiamo entrambi da un’idea comune: la società contemporanea presuppone tre forze sociali primarie, che allora chiamavamo (provvisoriamente e per compromesso) “capitalisti”, “quadri e competenti” e “classi popolari”. La coesione tra le prime due è andata indebolendosi a partire dagli anni ’30 sotto la pressione della terza, ma si è rinsaldata negli anni ’80 sotto l’egida della prima e nella forma del neoliberismo. In mancanza di una chiara comprensione di questa triangolazione del rapporto di classe la sinistra cosiddetta “radicale” è destinata a rimanere paralizzata in una opposizione binaria tra capitalisti e resto della società ispirata a un marxismo vetusto, e incapace di elaborare strategicamente una vera prospettiva di emancipazione. A nostro giudizio, invece, se intendono davvero infrangere il blocco dominante le classi “popolari” non hanno altra scelta, oggi come già nel passato, se non quella di unirsi e cercare di forgiare un’unione sufficientemente forte da egemonizzare i cosiddetti “quadri” attraverso un’alleanza al contempo suscettibile di legittimazione e sovversiva. Queste tesi sono di natura insieme socio-analitica, storica e strategica. Esse mostrano come quelle che oggi chiamiamo “la destra” e “la sinistra” corrispondano almeno in parte (perché la sinistra non si limita solo a questo) a due facce della dominazione di classe, e propongono una politica di sinistra e di classe.

Un altro punto di convergenza tra me e GDriguarda a mio avviso l’uso che oggi si può fare del Capitale.

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Il governo dell’uomo indebitato

Federico Chicchi

Non è oggi giunto il tempo per mollare gli ormeggi? Non è giunto il momento di mettersi in viaggio? “Partire nel mezzo, per il mezzo, entrare e uscire, non cominciare né finire”, per Deleuze, partire significa tracciare una linea, una linea di fuga: e nelle linee di fuga “c’è sempre un tradimento (…), si tradiscono le potenze fisse che vogliono trattenerci”. Occorre svincolarsi dai segmenti che ci trattengono, che hanno il potere di individuarci e di decidere la qualità dei nostri sogni.

Questo “potente” tema deleuziano, attuale più che mai, immersi come siamo nelle piaghe putrefatte della società salariale, mi pare in sintesi la tensione fondamentale che attraversa, dall’inizio alla fine, l’ultimo e formidabile libro di Maurizio Lazzarato Il governo dell’uomo indebitato (DeriveApprodi, 2013).

L’oggetto specifico del tradimento, cui ci invita l’autore, si palesa solo negli ultimi capitoli del volume, ma après-coup fornisce una pragmatica a tutto il volume. Il tradimento da realizzare passa dal rifiuto del lavoro.

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il ponte

La società del debito

Andrea Sartori

Il debito su cui pare oggi fondarsi la vita degli individui e degli stati – tenuti in scacco da un pugno di oligarchi della finanza – è per un verso un ritorno a un’originaria condizione naturale dell’uomo, per un altro una sua contraffazione. Un pensiero comune alla riflessione antropologica, dall’Oratio de dignitate hominis (1486) di Pico della Mirandola al trattato di antropologia elementare L’uomo (1940) di Arnold Gehlen – passando per il Saggio sull’origine del linguaggio (1772) di Johann G. Herder, e per buona parte del pensiero di Friedrich Nietzsche, di Sigmund Freud e da ultimo di Peter Sloterdijk – individua nell’uomo un essere deficitario, privo di quelle risorse istintuali e di quelle dotazioni morfologiche, che in natura fanno invece la fortuna dell’animale. Proprio in quanto originariamente manchevole di una condotta predeterminata, l’uomo – per riprendere un’idea di Martin Heidegger espressa durante il corso invernale del 19291930 all’Università di Freiburg in Breisgau – dà forma al proprio mondo (Welt), che è pertanto qualitativamente altro dall’ambiente (Um-welt) in cui è costretto a muoversi l’animale, il quale è provvidenzialmente pilotato dall’automatismo dei propri istinti. Essendo già da sempre in debito d’un indirizzo innato a cui volgere le propria esistenza, l’essere umano non può che fare affidamento sulla libertà dell’agire, sull’uso di simboli e di un linguaggio che lo distanzino dalla coazione a ripetere della pulsione immediata, e in definitiva sulla sua autonoma capacità di generare cultura e forme condivise di socialità.

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