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Un tango fantasia
di Ugo Pagano
Nell’articolo “Un suicidio al ritmo di tango argentino” pubblicato sul Sole del 27 giugno, Alberto Bisin e Michele Boldrin (B.B.) hanno affermato che la Lettera degli Economisti, di cui sono uno dei firmatari, a differenza dei contributi di alcuni noti accademici, come il premio Nobel Paul Krugman, ha il pregio di volere giustificare teoricamente e empiricamente le teorie keynesiane. Oltre alla tenzone di nFA a Villa La Pietra il dibattito sulla lettera ha visto frattanto altri contributi che hanno coinvolto fra gli altri Claudio Gnesutta, Giulio Zanella, Sergio Cesaratto, Riccardo Sorrentino, Riccardo Realfonzo e Antonella Stirati. Questa breve nota non entra nel merito di questi contributi ma è solo una precisazione post-tenzone da parte di un firmatario della lettera che aveva appreso da B.B. di essere un sottoconsumista.
Nessuno di noi, in una lettera dettata dall’urgenza e dalla gravità della situazione economica, aveva l’ambizione di raggiungere un obiettivo che nelle sedi appropriate (che sono le riviste scientifiche e non le lettere ai giornali), non sarebbe raggiunto da illustri economisti keynesiani. Non meritando questo esagerato complimento, non siamo, purtroppo, in grado di offrire a Boldrin e Bisin la doppia opportunità di evidenziare, con un solo colpo, la vera natura delle ipotesi teoriche nostre e di Paul Krugman.
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Le premesse teoriche della Lettera e i vetero-liberisti
Antonella Stirati
Nel loro articolo apparso sul Sole 24 ore del 27 giugno (e in modo più aggressivo e altrettanto poco argomentato, sul loro blog noisefromamerika), Bisin e Boldrin muovono numerose critiche alla Lettera degli economisti[1] e attaccano le premesse teoriche delle tesi là sostenute definendole improbabili e incoerenti, fondate su banali errori logici. Su questo può essere utile fare un po’ di chiarezza, poiché gli autori attaccano una teoria ‘sottoconsumista’ immaginaria o che al più riflette versioni ottocentesche di tale teoria – e d’altra parte difendono il loro punto di vista con argomenti anch’essi piuttosto arcaici.
Le cose che dirò per spiegare le premesse delle tesi sostenute nella lettera sono note agli economisti accademici che si sono formati in Italia, e certamente non convinceranno Bisin e Boldrin, che non sembrano troppo interessati a confrontarsi nel merito delle questioni, ma potranno mi auguro essere utili a lettori incuriositi dal dibattito e desiderosi di orientarsi meglio[2].
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I falsi miti del social-liberismo
Francesco Macheda*
Il recente rapporto della Banca d’Italia sulle tendenze nel sistema produttivo del nostro paese e la manovra finanziaria con la quale la maggioranza di governo si accinge a scaricare i costi della crisi sui lavoratori mettono a dura prova il nocciolo della proposta social-liberale – la ‘terza via’ tra keynesismo e ultra-liberismo – secondo cui la crescita economica passerebbe attraverso l’eliminazione delle rigidità dell’offerta di lavoro, inserita tuttavia all’interno di una cornice regolatoria che non pregiudichi la coesione sociale (Bachet et al. 2001: 144). Più nello specifico, la selezione meritocratica, coniugata a comportamenti socialmente responsabili delle imprese volti a stimolare il ‘lavoratore ad una più alta qualità e partecipazione’ (Bellofiore 2004a) – innalzando così la produttività – eleverebbe la profittabilità aziendale. La ricchezza così creata verrebbe infine redistribuita ai lavoratori mediante l’intervento della politica economica[1].
Tralasciando le implicazioni politiche di tale teoria[2] – che comunque ‘non contrastano affatto le tendenze del capitalismo contemporaneo’ (Bellofiore e Halevi 2007: 13) – ciò che qui interessa è analizzare come a) la scarsità di pratiche meritocratiche sia un tratto necessario alla riproduzione egemonica della classe capitalista italiana, data l’arretratezza della struttura produttiva del paese, e b) le crisi facciano cadere nel dimenticatoio ogni velleità di responsabilità sociale non appena le imprese si trovano a dover scegliere tra la dura legge dei libri contabili e il benessere dei lavoratori.
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Fermiamo quel paese, o riprendiamoci la sovranità
di Sergio Cesaratto
1. La direzione presa dalla politica economica europea è allarmante. Alle misure draconiane imposte alla Grecia sono seguiti in una gara i tagli di bilancio deliberati in Spagna, Portogallo, Italia, Regno Unito e infine da Germania e Francia. Ciò nonostante (o meglio a causa di questo) gli spread fra i tassi sui titoli dei paesi periferici, inclusi ora quelli francesi, e quelli tedeschi hanno continuato a crescere – per l’Italia si sfiorano i due punti. Al contempo le televisioni di Berlusconi annunciano con toni trionfanti la ripresa economica nel primo trimestre e un balzo nella produzione industriale in aprile, che viene attribuita alla discesa dell’euro. Ma l’impatto dei tagli di bilancio deve ancora manifestarsi! Banca d’Italia e persino la BCE hanno espresso preoccupazione in merito. I cosidetti “mercati finanziari” non sono affatto convinti dalle misure di “austerità”, anzi temono che conducano a un ulteriore problema di solvibilità di Stati e privati. Prendersela dunque con la speculazione, nel mentre nei fatti la si incentiva con misure controproducenti, va bene solo per gli allocchi che guardano il TG di Minzolini. Obama ha di nuovo strillato in sede di G20 contro il rifiuto tedesco di contribuire attivamente alla ripresa, ma di nuovo con effetti nulli.
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La pseudo-tragedia greca e il futuro dell’Unione monetaria
Antonio Lettieri
Perché l’ Unione europea non assiste la Grecia? L’argomento della falsificazione delle statistiche finanziarie e delle ragioni legali che impediscono il suo salvataggio finanziario non ha un reale fondamento. Il prossimo obiettivo dei mercati finanziari potrebbe essere la Spagna. Il problema di fondo nasce dalla inconsistenza delle politiche dell’Unione europea e dalla sua permanente vocazione deflazionista.
Nei primi mesi del 2010 la crisi finanziaria ha cambiato direzione Tra il 2008 e il 2009 le banche erano al centro della crisi, o perché erano all'origine del disastro, o perché erano oggetto di un grandioso quanto indiscusso salvataggio da parte degli Stati. La parola d’ordine era: "troppo grandi per lasciarle fallire". Oggi, il vento soffia in una diversa direzione. La crisi finanziaria mette a dura prova i bilanci dello Stato, e le stesse persone che predicavano la necessità di salvare le banche senza risparmio di risorse dei contribuenti, oggi raccomandano di tagliare la spesa pubblica: in sostanza, una scelta deflazionistica, indifferente alla permanente debolezza dell’economia e alla disoccupazione di massa.
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Neoliberismo goliardo: Keynes VS Friedman
di Cesare Del Frate
Gli economisti sapientoni assomigliano sempre più a tifosi da stadio che inneggiano al mercato, e i manager rampanti a bambini capricciosi che vogliono tutto e subito: quando cominceremo ad affidare l’economia ad adulti maturi e responsabili?
Il neoliberismo contemporaneo cresce abnorme e si divora tutto, spinto dall’inesauribile fame di profitto; eppure, fino a pochi decenni fa, nell’economia trovavamo posizioni ben più prudenti e pluraliste, eccone una:
Il capitalismo non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso e non produce i beni necessari. In breve, non ci piace e stiamo cominciando a disprezzarlo. Ma quando ci chiediamo cosa mettere al suo posto, restiamo estremamente perplessi (John Mainard Keynes, Esortazioni e profezie).
I distinguo, le esitazioni, la ricerca di un punto di vista sfaccettato e comprensivo, atteggiamenti tipici di Keynes, stridono fortemente se paragonati alla retorica da stadio del neoliberismo:
dovunque, in ogni tempo, il progresso economico è valso molto di più per il povero che per il ricco.
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Così il neoliberalismo ha messo in crisi la civiltà
di Luciano Gallino
L´interpretazione corrente, la quale vede la politica sopraffatta dall´invasione dell´economia, e dunque costretta suo malgrado ad adeguarsi alle esigenze di questa, arriva sì a descrivere con una certa proprietà gli effetti dell´invasione, ma al prezzo di ignorarne le cause. Sono la cronaca e la storia degli ultimi decenni a mostrare che i confini tra economia e politica non sono stati attraversati dalla prima grazie esclusivamente alle proprie incontenibili forze, come sostiene la interpretazione delineata sopra. Piuttosto va constatato che, a partire dai primi anni 80 del secolo scorso, in numerosi paesi tali confini sono stati deliberatamente spalancati all´economia non da altri che dalla politica, dai suoi parlamenti, e dalle leggi da questi emanate.
L´attraversamento incontrollato dei confini tra politica ed economia non sarebbe potuto avvenire senza l´intervento di una ideologia che dopo esser giunta a pervadere l´intero sistema culturale ha promosso e legittimato tale attraversamento, e lo ha praticato essa stessa in forze riguardo ai suoi confini con tutti gli altri sotto-sistemi.
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Sulle cause reali e finanziarie nella crisi economica in corso
di Duccio Cavalieri
La crisi globale del sistema economico capitalistico che è oggi in corso riguarda un modello neoliberista di sviluppo basato sulla speculazione e sull’innovazione finanziaria. Non è la crisi finale del sistema capitalistico, in quanto tale, e forse neppure quella di una sua particolare espressione storica: il capitalismo finanziario postindustriale. Il capitalismo storico sopravviverà a questa crisi. E il mondo sopravviverà a sua volta al capitalismo, quando questo verrà meno, poiché il capitalismo non costituisce la meta della storia.
Oggi appare chiaro che non si è trattato di una crisi puramente finanziaria, ma di una crisi sistemica di carattere più generale, con radici profonde, indotta da fattori di natura endogena: un eccessivo ricorso all’indebitamento, l’evidente sottocapitalizzazione di alcune istituzioni finanziarie, una crescita abnorme del valore di mercato di cespiti patrimoniali ed errori nella conduzione della politica monetaria e finanziaria americana. Una crisi del sistema, quindi, che non può attribuirsi a degli shock esogeni, come è accaduto più volte nel recente passato.
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Il capitalismo storico e la scelta di fondo odierna
Duccio Cavalieri*
Riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo del prof. Duccio Cavalieri che, pur essendo lontano dalle opzioni di politica economica sostenute dalla redazione della rivista, ci auguriamo possa avviare un dibattito sulle prospettive del “liberismo di sinistra”. (La Redazione).
Il liberismo classico della scuola di Manchester implicava un’idea chiaramente utopistica: quella di un ordine naturale che avrebbe teso a realizzarsi spontaneamente e che in un contesto perfettamente concorrenziale sarebbe stato in grado di assicurare a tutti un massimo relativo di soddisfazione (un ‘ottimo paretiano’), operando trasferimenti di risorse tra impieghi alternativi, senza alterare sostanzialmente la distribuzione preesistente del reddito.
Così idealizzato, il capitalismo non è un modo di produzione storicamente determinato, ma una categoria universale sovrastorica, capace di mutare nella forma, ma non nella sostanza. E dunque destinata a durare in eterno. Il capitalismo reale, ovviamente, è tutt’altra cosa. E’ un tipo di organizzazione dell’economia finalizzato alla produzione per il profitto e all’accumulazione del capitale. Con tutto ciò di buono e di meno buono che questi obiettivi comportano: dall’efficienza e dalla spiccata capacità di promuovere lo sviluppo delle forze produttive di un paese, alla soggezione a crisi ricorrenti e devastanti, e dalla mancanza di vera democrazia a un’oppressione sociale.
Nel capitalismo odierno, la ferrea logica di riproduzione del capitale, finalizzata all’estrazione e appropriazione privata di un plusvalore, impedisce a una larga parte degli esseri umani di emanciparsi dal lavoro salariato e di realizzare attraverso un’attività autonoma e non alienante la loro vera essenza. Così da passare da uno stato di necessità al regno hegelo-marxiano della libertà.
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Ecco come morimmo
di Paolo Barnard
Il processo iniziò il 23 agosto del 1971 nella sale della Camera di Commercio degli Stati Uniti d’America, e arrivò alla sentenza il 31 maggio del 1975 nell’assemblea plenaria della Commissione Trilaterale a Kyoto. In quattro anni di dibattimento i Padroni della nostra vita decisero che l’imputato doveva morire. L’imputato si chiamava Sinistra, cioè diritti, cioè democrazia partecipativa dei cittadini comuni, cioè pace, tolleranza, interesse collettivo, amore libero e libero pensiero, cioè Un Mondo Migliore per ogni uomo o donna di questo pianeta, cioè il mondo che avremmo voluto avere e che oggi non abbiamo. Negli anni ’70 quel mondo appariva sul punto di realizzarsi, sospinto dallo straordinario vento di progressismo che aveva spazzato il mondo occidentale nella decade precedente. La sentenza decretò che l’imputato era colpevole, e ne dettò le modalità di esecuzione capitale. Oggi quello che vi appare come il Potere - dalle multinazionali alle guerre economiche, la P2, le mafie, il mostro mediatico commerciale, la Casta politica e le altre Caste, le lobby dell’attacco alle Costituzioni, l’impero dei consumi – non lo è. Queste manifestazioni aberranti sono solo il risultato di quella sentenza. Il Potere è la cupola dei mandanti di allora e di oggi, quella è l’origine di tutto.
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E' sempre Goldman Sachs. L'Impero sta vincendo?
di Simone Santini
Doveva essere la crisi finale del capitalismo ma i colossi di Wall Street, dopo alcuni scossoni, tornano a fare la voce grossa. I dati del secondo trimestre del 2009 dicono che la banca (ex) d'affari Goldman Sachs, una delle regine del mercato che ha superato indenne l'anno terribile, incamera ora profitti record e promette bonus milionari a dipendenti e dirigenti: forse la crisi finanziaria non è ancora finita, ma per alcuni banchieri pare proprio di sì.
Sembrano lontani i tempi in cui i risparmiatori britannici facevano le file agli sportelli della Northern Rock, del tracollo di Bear Stearns, del crack di Lehman Brothers, dell'acquisizione di una boccheggiante Merrill Lynch da parte di Bank of America. E come dimenticare le decisioni di Morgan Stanley e proprio Goldman Sachs di cambiare statuto e trasformarsi da banche d'affari in banche commerciali (cosa avvenuta lo scorso autunno), sottostando così alla regolamentazione della Fed (la Banca Centrale americana) ma potendo anche accedere ai ricchi fondi statali, dunque pubblici, destinati agli enti finanziari in crisi.
A giudicare dai risultati fu una mossa brillante. Grazie a quella boccata d'ossigeno (tra l'altro più che sostanziosa, 10 miliardi di dollari) Goldman Sachs poteva continuare, dietro la foglia di fico di essere anche una banca commerciale, tutte quelle operazioni finanziarie che sole possono dare rendimenti stratosferici. I numeri parlano chiaro. Le attività di trading (ovvero la speculazione su indici azionari, materie prime, cambi valutari e quant'altro) hanno rappresentato per questo 2009 la gran parte (70-80%) degli utili della compagnia (più 33% rispetto lo scorso anno), mentre il nuovo settore, l'attività strettamente bancaria, per questo secondo trimestre ha segnato una perdita del 15% rispetto al precedente.
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Oltre la diarchia euro-dollaro
Dieci tesi su crisi, egemonia valutaria e imperialismo
di Vladimiro Giacchè
*All’origine della crisi vi è un’enorme sovrapproduzione di capitali e di merci*
Sulle cause della attuale crisi ci è stato detto di tutto. Banchieri avidi, compratori di case sprovveduti, agenzie di rating distratte o colluse: tutto o quasi è stato tirato in ballo. Tutto, salvo quello che è veramente importante. La stessa finanza deregolamentata e il credito facile, che sono diventati il comodo (e consolatorio) capro espiatorio di opinionisti e scrittori di cose economiche, non sono la causa di questa crisi. L’enorme esplosione del debito su scala mondiale che ha preceduto l’esplodere della crisi (con asset finanziari che nel 2007 avevano superato il 350% del PIL mondiale) è servita a conseguire tre obiettivi: 1) ha permesso di costruire prodotti finanziari (quali le carte di credito, ma anche i mutui subprime) attraverso i quali, in particolare nei paesi anglosassoni, lavoratori che guadagnavano meno di prima hanno potuto continuare a consumare come prima; 2) ha consentito a imprese in crisi di sopravvivere (grazie al credito ottenuto a tassi estremamente favorevoli); 3) ha offerto una via di sfogo profittevole a capitali in fuga dall’impiego industriale perché ormai poco profittevole(1). In altre parole: la finanza non è la malattia. È la droga che ha permesso di non avvertirne i sintomi. Con il risultato di cronicizzarla e di renderla più acuta. La malattia, ossia la crisi da sovrapproduzione di capitale e di merci, si è infine manifestata con violenza nell’estate del 2007, e assume ormai le caratteristiche di una vera e propria “crisi generale” che investe almeno l’intero occidente capitalistico, se non il mondo intero.
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Consigli non richiesti
La “ricetta” di Draghi per il prossimo decennio
Pasquale Cicalese
"Negli ultimi vent’anni la nostra è stata una storia di produttività stagnante,
bassi investimenti, bassi salari, bassi consumi, tasse alte".
[Mario Draghi(1) - Orazio, De te fabula narratur]
Le parole di Draghi si possono definire come il te deum della Seconda Repubblica, se non fosse che costui, di essa, ne è stato uno dei principali protagonisti, a partire dalla famosa “crociera” sul Britannia nel 1992 in cui le principali banche d’affari anglosassoni si spartirono il grande affare delle privatizzazioni degli oligopoli industriali pubblici italiani (suggellato dall’accordo Andreatta-Van Miert del luglio 1993), per ampiezza secondi solo alla rapina russa da parte degli oligarchi mafiosi. Da direttore generale del Tesoro, con i ministri Ciampi, Amato e Dini presiede il Comitato per le privatizzazioni, dirige la politica economica degli anni novanta, prepara il salasso finanziario della manovra ‘Amato del ‘92, ha la regia amministrativa dei protocolli del ‘92 e ‘93, è artefice della riforma finanziaria e della privatizzazione del sistema bancario(2), “indirizza” gli altri ministeri in merito alla riforma del mercato del lavoro e della previdenza, introduce meccanismi di prelievo fiscale nel sistema delle autonomie e rientro dal debito mediante il patto di stabilità interno, spinge per le privatizzazioni delle municipalizzate.
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La scienza triste e la farfalla di Lorenz
Marco Passarella*
Come mai economisti accademici, consiglieri economici ed analisti finanziari hanno sottovalutato e, in alcuni casi, completamente ignorato, i segnali della crisi esplosa nell’estate del 2007? È questa, da molti mesi, la domanda posta insistentemente da quotidiani, blog finanziari e talk show televisivi; al centro di dibattiti e convegni di mezzo mondo. Una risposta semplice, ma non banale, è che da tempo gli economisti hanno abbandonato lo studio dei classici del pensiero economico. È un fatto che nelle università occidentali l’economics, un tempo “economia politica”, sia stata ridotta, nel corso degli ultimi vent’anni, a mero tecnicismo. Un tecnicismo autoreferenziale, autistico[1] – fatto di improbabili microfondazioni e di sofisticati, ma asettici, modelli econometrici – e nient’affatto disinteressato. Da decenni, infatti, gli economisti accademici mainstream sono assurti al ruolo, in verità assai ambito, di moderni consiglieri del principe. Occupano scranni parlamentari, poltrone ministeriali e posti nei consigli di amministrazione di prestigiose banche d’affari e società multinazionali.
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La precarietà come freno alla crescita
Guglielmo Forges Davanzati
La crisi del pensiero liberista si manifesta, al momento, come riconoscimento della necessità di un maggior intervento pubblico in economia, quanto più possibile temporaneo, e preferibilmente limitato alla sola regolamentazione dei mercati finanziari. Nulla si dice sulla deregolamentazione del mercato del lavoro, ben poco se ne dibatte, e si stenta a riconoscere che, nella gran parte dei casi, si è trattato di un clamoroso fallimento per gli obiettivi espliciti che si proponeva: così che la ‘flessibilità’ del lavoro resta, anche in regime di crisi, un totem.
E’ opportuno premettere che, ad oggi, in Italia, non si dispone di una stima esatta del numero di lavoratori precari: il che, in larga misura, riflette le numerose tipologie contrattuali previste dalla legge 30, alcune delle quali censibili come forme di lavoro autonomo. L’Istat individua 3 milioni e 400 mila posizioni di lavoro precarie, a fronte dei 4 milioni di lavoratori precari censiti dall’Isfol[1].
Gli apologeti della flessibilità prevedevano, già dagli anni ottanta, che la rimozione dei vincoli posti alle imprese dallo Statuto dei lavoratori in ordine alla libertà di assunzione e licenziamento avrebbe accresciuto l’occupazione, e dato impulso a una maggiore mobilità sociale, tale da portare anche alla crescita delle retribuzioni medie.
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