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ilponte

Per uscire dalla gabbia del capitalismo finanziario

di Alessandro Volpi

Volpi.jpga) Cambiare il paradigma

La crisi del capitalismo finanziario, attraversato da una gigantesca bolla che trova alimento quasi esclusivamente dal trasferimento del risparmio di buona parte del mondo “occidentale” in direzione delle Borse americane e in particolare verso un numero ristretto di titoli di società partecipate dai grandi gestori globali di tali risparmi, sta dunque rapidamente aggravandosi, esasperando ancor più la propria natura predatoria con lo smantellamento dei sistemi di Welfare, e delle stesse sovranità democratiche, per continuare a creare nuovi soggetti che hanno bisogno della finanza.

Al di là del superamento definitivo un simile modello mi sembra indispensabile, in conclusione, provare a definire alcuni passaggi propedeutici per muoversi in tale direzione, partendo dal piano europeo e indicando otto punti generali a cui far seguire le ipotesi di una trasformazione italiana.

1) È necessaria la reintroduzione di forme di limitazione di circolazione dei capitali che dovrebbero restituire una dimensione “territoriale” alla gestione dei capitali stessi e dei risparmi. L’unica dominante non può essere rappresentata dal massimo rendimento finanziario, a prescindere dalle effettive ricadute sui tessuti produttivi e sui livelli e sulla qualità del lavoro e della sua retribuzione. L’ideologia del superamento dei vincoli sociali, e più in generale il processo di affidamento alla finanza e alla sua infinita ingegneria, non può motivare un’idea di mercato dove la determinazione del valore è solo finanziaria. Per evitare ciò occorre appunto una normativa, statale ed europea, che impedisca quella corsa verso la finanza degli Stati Uniti, iniziata fin dall’era reaganiana. La costruzione di macroaree regionali di circolazione di capitali e risparmi e l’introduzione di vincoli specifici alla loro destinazione devono rappresentare l’oggetto di uno sforzo politico profondamente radicale e innovativo.

2) È necessaria una drastica riduzione del numero e delle tipologie di strumenti finanziari, finalizzati a moltiplicare le ricadute “diffuse” dell’altrimenti insufficiente capacità della finanza di generare ricchezza. Soprattutto, risulta indispensabile evitare una sua eccessiva concentrazione destinata a creare un vero conflitto sociale. Gli strumenti della “democratizzazione” della finanza, messi a disposizione di tutti e inseriti nei sempre crescenti fondi pensione privati e nelle infinite polizze assicurative, sono lo strumento di tenuta del sistema capitalistico attraverso l’allargamento costante della platea dei coinvolti nella finanza. Le normative degli ultimi tre decenni si sono mosse in tale direzione, consentendo l’esplosione della finanza “derivata” nelle sue infinite forme – basti pensare agli Etf – rivolte a un pubblico socialmente sempre più vasto. Questo processo deve essere invertito, cancellando gran parte di tali strumenti nell’intento, chiaro, di riportare la finanza a una dimensione esclusivamente legata all’economia reale e di far svanire l’illusione della rimozione del rischio che non graverebbe più, proprio per la duttilità dei nuovi strumenti finanziari, sul “popolo” dei risparmiatori, “liberati” dall’oppressione dello Stato. In questo senso il neoliberalismo ha saputo costruire l’identificazione della finanza come il massimo strumento di libertà individuale, proprio facendo scomparire il rischio con un formidabile esercizio di narrazione illusionistica.

3) È necessaria una radicale riforma fiscale, intesa come strumento per spostare il prelievo dal lavoro dipendente e dai consumi in direzione della rendita, a cominciare da quella finanziaria. Non è più tollerabile che proprio la rendita finanziaria sia la forma di reddito e di ricchezza che paga meno imposte, mentre continua a essere mantenuto in vita un principio ottocentesco di tassazione basato sul lavoro. Patrimoniali, imposte di successione, imposte sulla rendita dotate di forte progressività sono le condizioni per generare un gettito in grado di sostenere la spesa sociale indispensabile a bloccare la privatizzazione degli Stati. In questo senso è indispensabile superare la logica della tassazione straordinaria degli extraprofitti che dovrebbe trasformarsi in un incremento strutturale del prelievo nei confronti dei settori a maggiore rendimento finanziario.

4) È necessario ricostituire forme di credito pubblico, a cominciare da istituti creditizi e assicurativi, per sostituire i grandi colossi privati nella gestione del risparmio e nella erogazione di un credito produttivo, non finanziarizzato, e sostenuto appunto dalla enorme mole di risparmi che, attualmente, si spostano, attraverso la gestione dei grandi fondi americani, per circa il 60% in direzione degli Stati Uniti. Lo snaturamento, nel caso italiano, della Cassa Depositi e Prestiti, ormai quasi totalmente finanziarizzata, e la funzione altrettanto finanziaria di realtà come Invitalia e Invimit richiedono un radicale ripensamento di simili strumenti, la cui proprietà pubblica è ora solo ancillare alla garanzia per operazioni di natura totalmente di interesse privatistico.

5) È necessario evitare qualsiasi privatizzazione dei monopoli naturali, a cominciare dal vasto sistema di servizi pubblici essenziali, che stanno diventando uno dei terreni di conquista dei grandi gestori privati del risparmio, attratti proprio dalla natura di monopoli naturali, tipica di tali servizi e dalle garanzie delle tariffe pagate dagli utenti. Anche di qui passa un pezzo rilevante della finanziarizzazione dei risparmi.

6) Servirebbe una vera banca centrale, capace di operare la monetizzazione dei debiti pubblici, in maniera da favorire gli investimenti pubblici indispensabili per affrontare la crisi climatica e per operare in direzione della riduzione delle disuguaglianze. Non bastano certo limitate partite di eurobond, la cui emissione costituisce una forma decisamente pericolosa e costosa di concorrenza nei riguardi dei debiti dei singoli paesi, a cominciare da quelli più grandi. In questo senso appare rilevante l’utilizzo strategico dell’euro che non può essere solo una moneta di stabilizzazione del valore del debito, ma dovrebbe avere l’ambizione, proprio per la sua forza strutturale, destinata peraltro a sottrarre capacità di esportazione alle economie europee, di essere strumento di finanziamento pubblico, certo non messo a repentaglio, in questa fase, dalla debolezza del dollaro. Inoltre proprio la condizione di debolezza del dollaro, può consentire all’euro di occupare un posto di primo piano tra le valute di riserva; una condizione resa ancora più fattibile dalla gigantesca mole del debito federale degli Stati Uniti, cosí grande da rendere possibili politiche espansive in sede europea e da parte dei singoli Stati, garantiti dall’euro, senza il rischio di eccessive svalutazioni e di aumento dei tassi d’interesse.

7) Per ridurre l’insostenibile dipendenza dai sistemi di pagamento in dollari e dalla pressoché totale irrilevanza dell’Unione europea in tale ambito occorrete rivedere, in maniera chiara, il monopolio del sistema Swift, avviando relazioni strette con i paesi Brics per trovare una soluzione comune.

8) È superfluo ricordare l’insostenibilità di paradisi fiscali interni all’Unione europea e tutte le forme di dumping fiscale che dovrebbero essere rapidamente smantellate. Una particolare attenzione dovrebbe essere riservata al risparmio cinese e alla ristrutturazione in atto della finanza di quel paese e in generale di alcuni grandi paesi del Sud globale perché potrebbero diventare, all’interno di accordi di natura bilaterale, risorse fondamentali per la ripresa economica europea.

 

b) Ricette per la crisi fiscale italiana

Vengo ora ai temi più italiani e parto da una proposta “populista”, ma a mio parere ancora necessaria per affrontare una trasformazione profonda, un cambiamento di prospettiva. In una fase di recessione costantemente incombente, dovremmo tornare a dedicare maggiore attenzione a quanto l’apparato pubblico spende per politici e alti dirigenti: provo a mettere in fila qualche numero. La Camera dei deputati e il Senato incidono sul bilancio pubblico per quasi 2 miliardi di euro l’anno. Un altro miliardo è relativo alla voce dei Consigli Regionali con retribuzioni medie mensili di 11.000 euro lordi. La “testa” della dirigenza pubblica: Stato, Regioni ed enti locali prevede una spesa di 3 miliardi l’anno. Ci sono poi 360 milioni di euro di vitalizi e 560 milioni per i Consigli di amministrazione delle partecipate. In estrema sintesi, siamo di fronte a una spesa annua di circa 7 miliardi di euro che, forse, di fronte a una recessione incipiente, dovrebbero essere ridotti per dare il senso della condivisione delle difficoltà. Altrimenti a pagare saranno solo i contribuenti onesti. Ma c’è un dato ancora più impressionante. Nel nostro paese il 18% delle partecipate pubbliche non ha dipendenti, ma ha invece amministratori e in generale il costo degli enti “inerti”, appunto, è pari a 12 miliardi di euro. Non ce lo possiamo permettere. Mettendo insieme un taglio delle spese della politica e dell’alta dirigenza e quello degli enti inerti avremmo minori spese, e più risorse collettive, per quasi 20 miliardi di euro. Ci sono poi i casi particolari: Giovanni Malagò, presidente del Coni per 12 anni ha preso ogni anno 179.000 euro e ora Geronimo La Russa, presidente Aci, ne prende 126.000, a cui aggiunge 24.000 euro come consigliere della Metropolitana di Milano. Si tratta solo di alcuni, macabri, esempi, a cui aggiungerei quello di Luigi Di Maio che per il suo incarico europeo percepisce 300.000 euro l’anno, a cui contribuisce anche il nostro paese. Per chiudere questa breve galleria quotidiana degli orrori vale la pena ricordare un episodio eloquente. Il governo Meloni ha nominato la nuova presidente di Eni, Giuseppina Di Foggia, che era amministratrice delegata di Terna. C’è stato però un problema perché Di Foggia, per lasciare la sua attuale carica, intendeva avere per intero la buonuscita da 7,3 milioni di euro per la sua presenza a Terna, iniziata nel maggio 2023 ma la legge prevede che tale incredibile buonuscita non le spetta perché Terna e Eni sono entrambe riconducibili all’azionista Cassa Depositi e Prestiti. In sintesi, il governo sceglie la sua candidata per spostarla da un posto super-pagato a un altro super-pagato, ma la candidata voleva 7,3 milioni di liquidazione per circa 3 anni di lavoro.

Il taglio dei costi, non certamente pensato con i tratti della pericolosissima spending review riconducibile alle infernali forme dell’austerity, non è tuttavia l’asse portante della grande trasformazione necessaria per abbandonare definitivamente il morbo neoliberale.

Come ricordato a più riprese, il gettito fiscale complessivo nel nostro paese è sempre più insufficiente a sostenere una spesa pubblica che garantisca i servizi essenziali e dunque la gran parte della popolazione è costretta a ricorrere ai fondi privati. Ma perché il gettito è insufficiente e, soprattutto, ingiusto? Per due ragioni. La prima molto semplice. Nel 2024 le imposte incassate dallo Stato sono state di poco inferiori ai 650 miliardi di euro, di cui circa la metà provengono da imposte indirette che colpiscono tutti in base ai consumi e non in base al reddito; quindi sono tutt’altro che progressive. La seconda ragione è apparentemente più complessa e riguarda l’Irpef che è oramai pagata solo da chi non ha la possibilità di scegliere altri regimi fiscali, decisamente più favorevoli. Provo a essere più chiaro tornando su un tema già trattato: il gettito Irpef è stato nel 2024 pari a 240 miliardi di euro su un totale di gettito delle imposte dirette di circa 340 miliardi. I 100 miliardi di differenza sono stati coperti da 3,6 miliardi di euro di flat tax, 54,7 miliardi di Ires, 4,8 miliardi di cedolare secca, 26,1 miliardi di capital gains e 14 da altre voci. Ora è chiaro che questi 100 miliardi sono stati coperti da contribuenti che hanno potuto scegliere fra Irpef e regimi fiscali più favorevoli (flat tax, capital gains, cedolare etc.) e hanno scelto in larga parte il regime più favorevole soprattutto nel caso dei redditi più alti. Ciò significa però un mancato gettito per la collettività che in parte viene pagato da chi non può scegliere il regime fiscale (lavoratori dipendenti e pensionati) e in parte viene sottratto alla possibilità di una spesa pubblica per i servizi essenziali, sostituiti cosí forzatamente dai fondi finanziari.

Allora ecco alcune proposte specifiche:

1) Creare una nuova aliquota massima dell’Irpef fissata al 50% per i redditi superiori ai 200 mila euro annuo, mantenendo l’attuale 43% per la fascia tra 50.000 e 200.000 euro. I contribuenti che dichiarano più di 200.000 euro in Italia sono circa 210.000-220.000 persone (lo 0,5% circa del totale dei contribuenti). Questa fascia di contribuenti dichiara complessivamente redditi molto elevati. La quota di reddito che effettivamente “supera” la soglia dei 200.000 euro è stimata tra i 35 e i 40 miliardi di euro. Applicando il 7% sulla base imponibile eccedente i 200.000 euro, si otterrebbe un gettito supplementare compreso tra 2,5 e 3 miliardi di euro all’anno.

2) Aumentare l’aliquota Ires per le imprese energetiche al 35%. Secondo i dati del Mef sulle dichiarazioni fiscali (riferiti all’anno d’imposta 2023, pubblicati nel 2024-2025), il reddito imponibile dichiarato dalle società del solo settore “Fornitura di energia elettrica e gas” (Ateco 35) è di circa 10,1 miliardi di euro. Se si aggiungono le attività di raffinazione, estrazione e il grande commercio di prodotti petroliferi, la base imponibile complessiva del settore energetico “allargato” si stima tra i 15 e i 20 miliardi di euro. Applicando l’incremento dell’11% (passaggio dal 24% al 35%) su questa base, si otterrebbe un gettito supplementare annuo compreso tra 1,6 e 2,2 miliardi di euro.

3) Aumentare l’aliquota Ires sulle banche al 35%. Considerando le rettifiche fiscali, si può stimare una base imponibile aggregata per il settore creditizio in Italia che oscilla tra i 35 e i 45 miliardi di euro. Con l’aliquota al 35%, il gettito extra per lo Stato sarebbe compreso mediamente tra i 2,5 e i 3,5 miliardi di euro all’anno.

4) Introdurre una patrimoniale del’1% sui patrimoni netti superiori ai 4 milioni di euro. Si stima che i soggetti con un patrimonio netto superiore a questa soglia siano circa lo 0,3% – 0,4% della popolazione adulta, ovvero circa 150.000-200.000 individui. Alla luce di ciò la base imponibile sarebbe stimata intorno ai 500 miliardi, con un gettito annuo di circa 5 miliardi. Quindi, in totale le quattro misure ipotizzate potrebbero garantire maggiori entrate alle casse pubbliche per circa 12 miliardi in più ogni anno. Si tratterebbe di misure volte a restituire giustizia fiscale e a trovare risorse per battere le disuguaglianze sociali, destinandole alla sanità e all’istruzione pubblica in primo luogo.

Forse una forza di sinistra dovrebbe pensare a questa necessità, a cui aggiungerne un’altra.

Eni, la cui proprietà è ormai pubblica solo per circa il 30%, sta facendo profitti enormi. Con l’aumento del prezzo del petrolio, Eni avrà profitti ancora più alti perché si occupa di estrazione e raffinazione del petrolio. Tramite Plenitude poi Eni fa profitti anche sulle bollette del gas. L’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, ha dichiarato che tutti i maggiori profitti verranno pagati agli azionisti che beneficeranno anche di un buy back da 1,5 miliardi. Quindi il 70% dei profitti andrà ai grandi fondi americani che sono gli azionisti principali di Eni e, di conseguenza, di Plenitude. Nel frattempo il governo ha finanziato, tagliando ancora di più sulla spesa pubblica, una riduzione di 25 centesimi sul gasolio e dovrà immaginare misure di sostegno alle imprese e alle famiglie molto costose e di limitata efficacia. Di fronte a ciò la domanda è semplice. Ma perché non rinazionalizzare Eni e trasferire i profitti per intero allo Stato con cui finanziare la spesa sociale e, magari, cambiare le pratiche finanziarie promosse dai grandi azionisti privati, affamati di dividendi da ricavare dallo sfruttamento selvaggio dei combustibili fossili? Avere Eni pubblica vorrebbe dire non regalare soldi ai fondi Usa, fare politica energetica e ridurre le bollette. Non sarebbe difficile.

Come farlo? Partiamo da qualche numero: dal 2021 al 2025 Eni, Enel e Terna hanno realizzato utili per poco meno di 70 miliardi di dollari destinati per circa il 75% a dividendi, che per il 70% sono finiti nelle mani di soci privati. A questi benefici per i privati andrebbero aggiunti anche quelli che in futuro Eni potrebbe ottenere dalla cattura e dallo stoccaggio di CO2 e quelli di Eni Plenitude che ogni anno realizza circa 1 miliardo di euro di utili dalla vendita di gas a una clientela in gran parte italiana. Bisogna ricordare inoltre che Eni opera sul mercato dei certificati di emissione, facendo oggi un’attività finanziaria che contribuisce a rendere tali certificati più costosi per le imprese. Ora, come si potrebbe uscire da questa situazione? Penso che sarebbe immaginabile usare Cassa Depositi e Prestiti che potrebbe emettere un prestito obbligazionario garantito dai dividendi di Eni, Enel e Terna, per comprare ogni anno il 5% del capitale di Eni e Enel in particolare senza far scattare l’obbligo dell’Opa totalitaria. In tal modo nel giro di pochissimi anni lo Stato potrebbe tornare sopra il 50,1% del capitale – avendo quindi un controllo effettivo al di là dell’insulso Golden Power – pagando agli azionisti privati un totale di circa 25 miliardi di euro. Con tale scelta lo Stato tornerebbe a poter fare scelte politiche in materia energetica e i risparmiatori italiani potrebbero acquistare da Cdp un’obbligazione sicura e destinata a migliorare la situazione nazionale. Tutto ciò ovviamente renderebbe anche le bollette meno costose. Naturalmente i sacerdoti del mercato diranno che è meglio, e meno rischioso, regalare ogni anno ai grandi fondi americani qualche miliardo di euro di dividendi dell’energia italiana e consegnare i risparmiatori nazionali ai loro prodotti di gestione del risparmio.

Una politica per il bene comune non sarebbe difficile, basterebbe leggere qualche numero, avendo chiara una considerazione sempre più evidente a livello globale. La finanziarizzazione ha generato disuguaglianze crescenti, tanto profonde da contribuire a mettere in crisi le democrazie liberali sia sul piano della loro stessa sostanza democratica sia su quello della capacità di trovare consenso popolare. In questo senso, la finanziarizzazione ha reso il capitalismo del tutto incompatibile con l’assetto liberale e ha determinato una declinazione politica dello stesso liberalismo in termini decisamente poco democratici, rendendolo bisognoso, proprio per restare in vita, di strutture autocratiche e repressive: la finanziarizzazione produce un modello sociale talmente ingiusto e insopportabile che non può reggere senza una compressione profonda degli spazi di democrazia. La battaglia contro la finanziarizzazione è dunque, inevitabilmente, un impegno civile e sociale di difesa democratica.

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Comments

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Fabrice
Thursday, 25 June 2026 18:44
SECONDA E ULTIMA PARTE del mio post a commento dell’articolo.

6. Fra le altre cose, il disastro dell'euro era stato ben previsto da economisti e politici, eccone qualcuno a titolo emeblematico, arrivano!

7A. Lectio Magistralis di Wynne Godley, “Su Maastricht e tutto il resto”, profetico intervento apparso sulla “London Review of Book” nel lontano 8 marzo 1992, Economista e autore di svariati saggi, Godley è stato consulente del Tesoro britannico, poi docente del King’s College e direttore di dipartimento all'Università di Cambridge.

https://web.archive.org/web/20201029083805if_/https://www.libreidee.org/2015/03/leuro-sara-la-vostra-tomba-parola-di-godley-era-il-1992/

7B. L’euro è una follia: lo diceva anche Draghi, lo dicono tutti

22/11/17

La notizia è di quelle clamorose: anche Mario Draghi giudicava l’euro una sciocchezza economica. Erano gli anni Settanta ed il futuro presidente della Bce, allora studente di economia alla Sapienza di Roma, seguiva appassionatamente la dottrina di Federico Caffé. «Chi frequentava le sue lezioni – ricorda Draghi in un’entusiastica biografia di Stefania Tamburello – lo vedeva come un modello a cui ispirarsi». Come detto, però, la rivelazione non sta tanto nella curiosa infatuazione giovanile per le teorie keynesiane, quanto piuttosto nella tesi di laurea che guadagnò al promettente economista la lode accademica e l’incarico, ambitissimo, di assistente personale del professor Caffè. S’intitolava “Integrazione economica e variazione dei tassi di cambio” e, come ammette lo stesso Draghi nel libro della Tamburello (“Il Governatore”, Rizzoli, 2011, pag. 23), sosteneva che «la moneta unica era una follia, una cosa assolutamente da non fare». Ora io non so che cosa direbbe il Draghi del “whatever it takes” del Draghi euroscettico. Immagino però che l’intellighenzia di Bruxelles lo taccerebbe di populismo, abusando di una categorizzazione liquidatoria che non riesce più a contenere, né per il numero né per il profilo, la ragguardevole polifonia di quegli economisti che hanno rilevato l’anomalia strutturale dell’euro.

Riferimento e proseguimento:

https://web.archive.org/web/20200929042504if_/https://www.libreidee.org/2017/11/leuro-e-una-follia-lo-diceva-anche-draghi-lo-dicono-tutti/

7C. Era il lontano 1978, quando il ministro Filippo Pandolfi mise in guardia: l’Italia può entrare nello Sme, il nuovo sistema monetario europeo (antenato dell’euro) solo a certe condizioni: un paese meno competitivo come il nostro, gravato da un’inflazione strutturalmente più alta rispetto a quella della Germania, una volta stabilito un cambio fisso non avrebbe più potuto recuperare competitività, all’occorrenza, svalutando la lira, e quindi avrebbe dovuto inevitabilmente trasferire i necessari aggiustamenti nell’economia interna. Come? Svalutando i salari, cioè i redditi delle persone, frenando i consumi e quindi l’inflazione. «È esattamente quello che sta accadendo adesso: si sapeva perfettamente che lì si andava a parare», dice Fabrizio Tringali, stretto collaboratore di Giulietto Chiesa e autore, con Marino Badiale, del volume “La trappola dell’euro”, edito da Asterios.

Riferimento:

https://web.archive.org/web/20160730110938if_/http://www.libreidee.org/2012/10/tringali-a-chi-conviene-leuro-la-nostra-grande-rovina/


7D. “CON LA MONETA UNICA AVREMO PIU’ DISOCCUPATI”, Prof. Frank Hahn, economista inglese.

Giugno 1992

Peraltro non crede che i cambi fissi abbiano il vantaggio di assicurare certezza negli scambi internazionali? “L’ argomentazione più comune contro l’ adozione di cambi flessibili è, appunto, che essi creano incertezza ma io credo il contrario. Questo in quanto i mercati valutari sono molto sviluppati; perché ci sono i mercati a termine e ci si può coprire contro i rischi di cambio. Di contro, come ho detto, i cambi fissi sostituiscono le fluttuazioni del cambio con quelle dell’ occupazione. Il vero motivo per sostenere i cambi fissi è, in effetti, il controllo della classe lavoratrice. Infatti, fintanto che i governi non creano un meccanismo che leghi loro le mani, non è possibile contenere l’ inflazione salariale.

Riferimento e proseguimento:

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1992/06/13/con-la-moneta-unica-avremo-piu.html


7E. Nino Galloni: "Ho previsto l'euro-disastro e mi hanno fatto fuori", di A. Giorgiuti per Libero Quotidiano, 1 febbraio 2017

È il 1981. Il ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta, invia al governatore della Banca d' Italia Carlo Azeglio Ciampi una lettera, con la quale lo solleva dall' obbligo di acquistare i titoli di Stato rimasti invenduti nelle aste. La decisione, della quale il Parlamento viene tenuto all' oscuro, provoca un aumento dei tassi di interesse, perché da quel momento il Tesoro per piazzare le sue obbligazioni sul mercato deve renderle più convenienti.
Secondo molti, è qui che si origina l' enorme debito pubblico italiano. Lo Stato si indebita non per finanziare investimenti, ma per pagare i costi, sempre più alti, del suo stesso debito: un circolo infernale. In quel 1981 Nino Galloni, figlio di Giovanni, politico Dc tra i più stretti collaboratori di Aldo Moro, non ha ancora 30 anni ma guarda a quegli avvenimenti da un osservatorio privilegiato: da due anni è funzionario del ministero del Bilancio, dove ha conosciuto Andreatta prima che questi traslocasse al Tesoro. Ripercorrendo quelle vicende, Galloni, oggi membro del collegio dei sindaci dell' Inail, parla di "colpo di Stato".
Come si giustificò quella decisione?
«Le ragioni erano tre: anzitutto, dovevamo allinearci alle decisioni prese a livello internazionale; quindi dovevamo combattere la corruzione, togliendo alla classe politica "corrotta e clientelare" l' arma degli investimenti pubblici. Eppure grazie a quello strumento l' Italia si era trasformata da Paese agricolo in una delle più grandi manifatture del pianeta».
E la terza ragione?
«Me la rivelò lo stesso Andreatta, in un colloquio drammatico al ministero del Tesoro. Gli feci notare che molte piccole imprese, pur valide, avrebbero incontrato difficoltà finanziarie, visto che il rialzo dei tassi avrebbe aumentato il costo del denaro chiesto in prestito alle banche. Mi rispose che l' obiettivo era proprio quello: distruggere le piccole aziende, troppe e inefficienti».
Con Andreatta non fu l' unica discussione.
«Gli contestai anche che il debito pubblico sarebbe salito, superando il Pil».
E lui?
«Annuiva, ma poi diceva che le mie preoccupazioni erano esagerate. E invece, come poi s' è visto, erano anche troppo prudenti».

Proseguimento:


https://web.archive.org/web/20170201203253/https://www.liberoquotidiano.it/news/economia/12292522/nino-gallioni-euro-disastro-mi-hanno-fatto-fuori.html

7F. https://neuro-zona.blogspot.com/2013/01/complotto-no-ce-lo-avevano-pure-detto.html




8. Conclusioni

Prima parte

Quindi riassumendo, abbiamo provato che USA = Oligarchia, sistema oligarchico statunitense che vede protagoniste in assoluto le lobby private più potenti, abbiamo provato che UE ed euro come prodotto americano al 100%, che UE ed euro sono altro sistema oligarchico che vede protagoniste in assoluto le lobby private più potenti e che le disfunzionalità dell’euro sono state previste in largo anticipo da vari economisti e politici, quindi, che ancora si insista ad auspicare la funzionalità di un sistema economico e monetario, UE ed euro, che invece è intrinsecamente disfunzionale e per giunta era stato previsto con largo anticipo, significa nelle migliore delle ipotesi essere degli utopisti, poco ma sicuro!

Ma poi non è che ci vogliono chissà quali ragionamenti economici, storici e geopolitici, basta rispondere con un minimo di onestà intellettuale a una semplice ed efficace domanda:

il conflitto distributivo tra lavoro e capitale, ha più possibilità di essere risolto a favore del lavoro e dei lavoratori in una cornice statale nazionale con piena sovranità monetaria, militare e sanitaria o in una cornice sovranazionale come l'UE in cui gli stati membri non hanno alcuna sovranità monetaria, militare e sanitaria?

La risposta è scontata da un punto di vista logico, storico ed economico!!

Chi la pensa altrimenti è: ingenuo e/o ignorante, ignorante o colto utopista, questo nella migliore delle ipotesi, altrimenti è in totale malafede!!


Seconda parte

“Per mettere il mondo in ordine, dobbiamo mettere la nazione in ordine. Per mettere la nazione in ordine, dobbiamo mettere la famiglia in ordine, Per mettere la famiglia in ordine, dobbiamo coltivare la nostra vita personale, Per coltivare la nostra vita personale, dobbiamo prima mettere a posto i nostri cuori.” Confucio
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Fabrice
Thursday, 25 June 2026 18:30
PRIMA PARTE del mio post a commento dell’articolo.

1. Risulta che Alessandro Volpi, l'autore dell'articolo, sia anche:

docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa.

riferimento:

https://altreconomia.it/author/alessandro-volpi/

insomma, è professore universitario di Storia contemporanea ma omette di dire che l'UE e l'euro sono un prodotto americano al 100%, arriva nel prossimo punto!

2."L’Unione europea? È un prodotto americano"

"Gli Stati Uniti hanno voluto creare l’Europa unita e l'euro per estendere e rafforzare i propri interessi sul vecchio continente"

di Luca Steinmann per Il Giornale, 4 dicembre 2015

“Gli Stati Uniti hanno voluto creare l’Europa unita e l'euro per estendere e rafforzare i propri interessi sul vecchio continente”. A spiegarlo è Morris Mottale, professore di relazioni internazionali, politica comparata e studi strategici presso la facoltà di Scienze Politiche della Franklin University, università americana con sede a Sorengo, vicino a Lugano. Autore di diversi libri e di pubblicazioni su riviste scientifiche (tra le quali Limes, Diplomats and Foreigna Affairs e Diplomatist magazine) è uno dei massimi esperti di Medio Oriente e di politica estera americana. A Il Giornale racconta come il governo americano sia stato in grado di determinare tutte le decisioni più importanti nel processo di formazione della UE e di come oggi la sua capacità decisionale in Europa sia tutt’altro che limitata.

Professor Mottale, si parla spesso dei forti legami tra Unione Europea governo degli Stati Uniti. Da dove ha origine questo rapporto?

"Il nodo così stretto che lega gli Stati Uniti all’Europa inizia con la vittoria militare americana nella Seconda Guerra Mondiale. L’Europa occidentale, cioè quella parte di continente rimasta fuori dall’orbita sovietica, venne ricostruita attraverso i fondi provenienti dal piano Marshall e le prime forme di mercato unico europeo, cioè la CED e la CECA che furono l’anticamera dell’attuale UE, si realizzarono in un sistema in cui l’economia europea era fortemente vincolata a quella americana. Gli Stati Uniti non hanno mai nascosto che la creazione di un’Europa unita e da loro controllata fosse la premessa della propria politica estera. Per costruirla hanno utilizzato e utilizzano la NATO. Dal primissimo dopoguerra ad oggi ogni Paese europeo che voleva entrare a far parte del processo di integrazione europea è prima dovuto diventare membro dell’Alleanza Atlantica."

Proseguimento:

https://www.ilgiornale.it/news/economia/l-unione-europea-prodotto-americano-1201218.html

In particolare, il passaggio finale dell'articolo:

"Essi hanno già capacità decisionale perché sono i monopolisti della forza militare in Europa. E stimolando il timore reale o immaginario nei confronti della Russia per convincere gli europei che ciò sia un bene. Finché ci sarà la NATO l’Europa dipenderà totalmente dagli Stati Uniti."

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https://web.archive.org/web/20220317170729/https://www.italiaoggi.it/news/la-ue-fatta-nascere-dalla-cia-2053384

In particolare il seguente passaggio finale da sottolineare col pennarello rosso:

"L'archivio scoperto da Paul contiene anche un memorandum datato 11 giugno 1965 in cui la sezione «affari europei» del dipartimento di stato Usa consiglia al vice-presidente dell'allora comunità economica europea, l'economista francese Robert Marjolin, di perseguire l'obiettivo dell'unificazione monetaria europea agendo sottotraccia: gli raccomanda di sopprimere il dibattito al riguardo fino al momento in cui «l'adozione di tali proposte diventerà virtualmente inevitabile»."

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https://web.archive.org/web/20160214214045/http://www.storiainrete.com/10942/in-primo-piano/lunione-europea-lha-fatta-nascere-la-cia/


3. Ma gli USA cosa sono essenzialmente? Sono un'oligarchia, ecco qui le prove incontrovertibili, arrivano!

Gli Stati Uniti sono un’oligarchia”, di Byebyeunclesam, 21 marzo 2024

Proponiamo ai lettori una rassegna di testi, apparsi nell’arco dello scorso decennio. utili a costituire una sorta di vademecum relativo ad un argomento tabù nell’editoria italiana.
“Passata la sbornia mediatica per la vittoria di Obama, ancora risuona ai confini dell’impero l’eco della propaganda che ogni 4 anni accompagna l’ossequio al vincitore di turno. Servizi speciali, reportage dall’estero, opinionisti a destra e a manca, titoloni sui giornali ed intere foreste tagliate per ricordare ai quattro venti la magnificenza della democrazia americana. Se l’India non avesse un miliardo di abitanti, nessuno sottrarrebbe alla land of opportunity il titolo di più grande democrazia del mondo. (…)
Eppure basterebbe tornare indietro di una decina d’anni e riesumare immagini molto meno splendenti della grande democrazia americana. È il 20 gennaio 2001 ed il corteo presidenziale porta il presidente eletto (dopo la celebrazione religiosa di rito) a giurare come comandante in capo della federazione americana. L’auto presidenziale, accompagnata dalla scorta e dagli agenti di polizia, rallenta sempre più, fino a fermarsi, per poi accelerare all’improvviso fino a destinazione. Non era mai successo prima nella storia degli USA: il presidente eletto, anziché trovare una folla esultante ad accoglierlo, si vede impedito l’accesso al Campidoglio dalla folla, che lo accusa di aver vinto le elezioni con un colpo di stato legalizzato. Quel presidente era George Bush Jr., figlio di un altro presidente Bush, nonché colui che avrebbe portato l’Occidente in guerra contro il Terrore, e quelle immagini non furono mai trasmesse da nessun servizio televisivo, né in America né nel mondo.

Proseguimento:

https://byebyeunclesam.wordpress.com/2024/03/21/gli-stati-uniti-sono-unoligarchia/

Commento

Qundi, USA = Oligarchia, sistema oligarchico statunitense che vede protagoniste in assoluto le lobby private più potenti, UE ed euro come prodotto americano al 100%, ergo, come conseguenza storica logica, UE ed euro come altro sistema oligarchico che vede protagoniste in assoluto le lobby private più potenti, andiamolo a vedere nei prossimi punti!

4.“Qatargate. Il potere di Bruxelles nelle mani dei lobbisti”, di Gianni Rossi per Articolo 21, 11 gennaio 2023

https://www.articolo21.org/2023/01/qatargate-il-potere-di-bruxelles-nelle-mani-dei-lobbisti/


4A. “The Brussels Business: il documentario sul potere delle lobby nell'UE”, con sottotitoli in italiano:


https://www.nogeoingegneria.com/librifilms/the-brussels-business-il-documentario-sul-potere-delle-lobby-nellue/

+

https://web.archive.org/web/20140925054405/http://www.lintellettualedissidente.it/economia/the-brussels-business-lobbycrazia-europea/

4B. https://www.amazon.it/Ursula-Gates-Leyen-potere-Bruxelles/dp/8862509677/

Commento

Letto tutto, ne vale ogni singolo cent!

4B. https://www.amazon.it/Welcome-Paradise-Cinque-Parlamento-Europeo/dp/B0G64YLBRD

Commento

E’ di Francesca Donato, cacciata dalla Lega per essersi fieramente opposta all’infame green pass!!

5. Il principale giurista spagnolo Miguel Herrero de Minon sull’UE vent’anni fa:

“La mancanza di “demos”, il popolo, è la ragione principale della mancanza di democrazia. E il sistema democratico senza “demos” è solo “cratos” – potere.”

+


Lo Stato nazionale – popolato da cittadini che chiedono conto ai governi delle loro azioni – rimane l’unica base per una democrazia funzionante che l’umanità abbia mai inventato. Qualsiasi idea di democrazia “europea” o addirittura di “democrazia globale” significa il suo contrario – sottrarre poteri ai cittadini per attribuirli a organismi sovranazionali come il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la Commissione europea e le miriadi di organismi non governativi – che non rendono conto a nessuno – che appoggiano.

Riferimento, due significativi passaggi estratti dal seguente articolo :

“Per la democrazia – contro l’Unione Europea”, a cura di Mike Hume per “Spiked”, traduzione in italiano a cura di Voci dall’Estero.

Luglio 2019

https://web.archive.org/web/20190922110705if_/http://vocidallestero.it:80/2019/09/19/per-la-democrazia-contro-lunione-europea/


Commento

Chiunque legga l'intero articolo attentamente e con una dose decente di onestà intellettuale, non può che concludere che l'UE è profondamente antidemocratica ed anche irriformabile in positivo!!


PS la seconda ed ultima parte nel prossimo post.
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