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Il tramonto della democrazia nell'era della globalizzazione
Danilo Zolo
1. Il declino dei modelli classici e post-classici della democrazia
Oggi non è chiaro che cosa significhi la parola "democrazia". Coloro che usano disinvoltamente il termine "democrazia" lo fanno o per pigrizia intellettuale o per scarsa conoscenza dei problemi. Molto spesso si tratta di retorica politica e di presunzione ideologica occidentale. Negli Stati Uniti d'America, in particolare, i leader politici usano il termine democracy per esaltare il proprio regime e per discriminare sul piano internazionale quelli che essi chiamano "Stati canaglia" (rogue states).
Non c'è dubbio che il significato classico di "democrazia", risalente all'esperienza ateniese, appartiene ad una storia remota che ormai ha ben poco da insegnarci. Oggi, in tempi di espansione globale del potere politico, economico e militare, nessuno studioso serio pensa che il modello della agorà e della ecclesia abbia una qualche attualità. E nessuno oggi crede che i partiti politici siano realmente delle organizzazioni "rappresentative" che trasmettono fedelmente ai vertici del potere statale le esigenze e le aspettative degli elettori.
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Socialdemocrazia, attenti ai sedicenti “innovatori”
di Emilio Carnevali
La nomina di Massimo D’Alema alla presidenza della Feps (Foundation for European Progressive Studies) – network dei think tank e delle fondazioni legate alle principali formazioni della sinistra europea come la Fondation Jean Jaurès, la Friedrich Ebert Stiftung, il Policy Network e la Fundación Ideas – ha rinfocolato nel nostro Paese il mai del tutto sopito dibattito sul presente e il futuro di categorie politiche come il “socialismo democratico”, la “socialdemocrazia”, il “riformismo” (almeno in quei luoghi dove uno straccio di discussione pubblica intorno alle categorie fondamentali del pensiero e dell’agire politico si cerca, con evidente fatica, di mantenerlo in piedi).
Pietra dello scandalo è stato soprattutto l’articolo di Andrea Peruzy, segretario generale della Fondazione Italianieuropei (partner italiana della Feps), pubblicato lo scorso 24 giugno sul Foglio. Diversi esponenti del Partito democratico di provenienza “cattolica” – si segnala in particolare l’interessante contributo di Giorgio Tonini pubblicato sempre sul Foglio il 29 giugno – hanno lamentato la riproposizione da parte di Peruzy di una “piattaforma politica” sostanzialmente antiquata, non adatta a confrontarsi con le sfide che si trovano di fronte le forze progressiste all’alba del terzo millennio.
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Condizioni militanti
Mario Tronti
La parabola gloriosa del Novecento vista attraverso la storia del Pci e il processo che ha portato alla nascita del pd, un partito senz'anima. «Il midollo del leone» di Alfredo Reichlin è un testo che pone la necessità di comprendere i motivi che hanno condotto la sinistra alla sconfitta
Il midollo del leone, recita il titolo di questo libro di Alfredo Reichlin (Laterza, pp. 149, euro 15). Poi, vedremo in che senso. Il sottotitolo precisa: Riflessioni sulla crisi della politica. E vedremo da quale punto di vista. Ma intanto, anche per me, come già sottolineato da altri, la scrittura. C'è la mano del giornalista di razza, per di più intellettuale coltivato, che ti dispone a leggere, prima ancora che per ciò che racconta, per come sceglie di raccontare. Esempio: l'incipit. Non c'è Introduzione, Premessa, Avvertenza. Subito il primo capitolo: «Il tempo lungo che ho vissuto». «Se parlare della mia vita ha un senso è per la ragione che ho vissuto dentro un tempo molto lungo, più lungo degli anni del calendario. Sono nato nell'altro secolo che non fu "breve", perché non cominciò con la rivoluzione russa e non finì col crollo del comunismo. E sono ancora qui a ragionare insieme con gli amici e i compagni in un altro millennio. Ed è questo che mi colpisce. Ho pensato, agito, lottato in epoche profondamente diverse. E ho voglia di lottare ancora».
Ci sono due tipi di libri: quelli che chiudi dopo aver letto la prima frase e quelli che dalla prima frase ti portano all'ultima senza smettere di leggere. Eccola l'ultima frase: «Di questo "midollo del leone" c'è un gran bisogno. Se Vittorio Foa fosse ancora vivo e mi rivolgesse di nuovo la domanda ("Credevate nella rivoluzione?") io risponderei con questi pensieri».
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E' possibile uscire dalla prigione di Maastricht
di Federico Guglielmi
Per un’ autonomia dei popoli e degli Stati nazionali
Nell’ attuale crisi dell’Unione europea due temi centrali, all’interno della sinistra italiana – in buona parte anche in quella anticapitalista e comunista - vengono quasi del tutto rimossi ( o, per meglio dire: uno rimosso e l’altro persino demonizzato, vedremo qual è l’ uno e qual è l’altro). Due temi che sarebbe bene, invece, ricollocare al centro della discussione, almeno come questioni degne di maggior ricerca politica e teorica, degne di essere quantomeno prese in considerazione.
Il primo tema a cui ci si riferisce ( quello “solamente” rimosso) è relativo all’estrema esigenza che ha ( non perché ne abbia totale coscienza, ma che ha oggettivamente) il movimento operaio europeo complessivo di rispondere all’unificazione transnazionale del capitale europeo e alla sua omogenea lotta antioperaia organizzata su scala continentale, con una propria, speculare, unità transnazionale ed una propria lotta organizzata su scala europea. Occorre come il pane, in altre parole, che di fronte al fatto che una multinazionale europea possa portare un attacco simultaneo nelle proprie fabbriche, nelle proprie aziende collocate, ad esempio, in Francia, Spagna e Italia, il movimento comunista e anticapitalista europeo e il movimento sindacale di classe europeo possano simultaneamente rispondere nei tre Paesi ove i lavoratori sono attaccati dall’unico padrone. Occorre come il pane che di fronte alle politiche antioperaie che l’Ue scatena omogeneamente sul piano continentale il movimento operaio europeo risponda con una lotta altrettanto omogenea e sovranazionale. Questo dell’unità transnazionale del movimento comunista, anticapitalista e sindacale europeo è un obiettivo, oggi, tanto necessario quanto assente dal dibattito e lontano dal realizzarsi.
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La democrazia occidentale è un segreto militare
di Comidad
Come era prevedibile, e come era stato in effetti previsto da alcuni ambientalisti, una volta passate le elezioni è cominciata nel Partito Democratico la “revisione” della posizione contraria al ritorno del nucleare in Italia. L’occasione per “rivedere” è consistita in una lettera che la stampa ha presentato come “firmata da un gruppo di “scienziati e tecnici”, anche se il gruppo è infoltito soprattutto da imprenditori e manager. Il primo dei firmatari è l’oncologo Umberto Veronesi, la cui nota sensibilità umanitaria si esprime soprattutto nell’ambito di quel fenomeno, tipicamente ed esclusivamente umano, che sono gli affari. Veronesi dovrebbe essere infatti il capo dell’agenzia per la sicurezza nucleare, quindi la sua posizione filo-nucleare non è apparsa del tutto immune da interesse personale. Fra i firmatari non poteva mancare il professor Pietro Ichino, addetto ufficiale alla criminalizzazione del lavoro nell’ambito della campagna per la privatizzazione del Pubblico Impiego; una presenza che basterebbe da sola a garantire che questa sortita filo-nucleare è dettata da un autentico umanesimo degli affari.
Fra gli ambientalisti ha suscitato irritazione il fatto che la lettera filo-nucleare che pretendeva di aprire un dibattito, si sia poi limitata alle solite accuse ed ai soliti luoghi comuni, e non abbia minimamente preso in considerazione i due argomenti principali della posizione contraria al ritorno al nucleare, e cioè l’insostenibilità degli altissimi costi delle centrali ed il problema irrisolto dello smaltimento delle scorie radioattive.
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Intervista a Slavoj Zizek
di Benedetto Vecchi
La crisi del capitalismo alimenta la crescita in Europa di un inquietante e autoritario populismo che ha in Silvio Berlusconi il maggiore interprete. Ma apre anche inediti spazi per una politica che tenda al suo superamento. Un'intervista con il filosofo sloveno in occasione dell'uscita del libro «Dalla tragedia alla farsa»
Slavoj Zizek è un torrente in piena difficile da incanalare quando parla. Inizia con estemporanee impressioni sulla vita in una città un po' metropoli un po' paesotto di provincia come è Roma e ci si ritrova, non si sa come, a Copenaghen e commentare i risultati del summit lì tenuto sul cambiamento climatico. L'intervista nasce dopo la lettura del suo nuovo libro - Dalla tragedia alla farsa, Ponte delle Grazie (pp. 205, euro 15) -, che poco o nulla concede però alla sua eclettica ricerca della provocazione sulle aporie del capitalismo contemporaneo. Scritto con stile sobrio, analizza il mondo dopo la crisi economica e la tendenza di molti governi a intervenire, attraverso il finanziamento dei debiti delle banche e delle grandi imprese finanziarie, per evitare ciò che solo fino a pochi anni fa sembrava il plot di un inimmagginabile film di fantascienza sul il crollo del capitalismo.
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I think tank, ossia quando Dio e Darwin benedicono l'Impero
Miguel Martinez
I think tank sono nati, negli Stati Uniti, molti decenni fa, con uno scopo di straordinaria ampiezza: ricostruire scientificamente il mondo in funzione degli interessi del capitalismo americano.
Le grandi imprese del paese, ognuna delle quali muoveva un'economia paragonabile a quella di diverse nazioni, hanno delegato a squadre di tecnici il compito di analizzare razionalmente la realtà e trasformarla. Un progetto curiosamente parallelo nel tempo e negli scopi alla grande pianificazione sovietica.
Il think tank non va visto in chiave complottista: la sua è una funzione tecnica, con molta indipendenza, che serve a un vasto complesso di interessi.
Il contesto è lontano da quello feudale italiano, dove simili istituzioni diventerebbero immediatamente ricettacoli di cugini sfaticati di onorevoli e fabbriche di chiacchiere e messaggi trasversali.
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Mutallab e la Palla di Fuoco (tratto da una storia vera)
Felice Capretta
Ancora sotto le palle dell’albero di natale, poco dopo il giorno di santo stefano (che in inglese si chiama boxing day: il giorno delle scatole, il giorno dei pacchi), insomma nel bel mezzo di palle e pacchi doveva per forza arrivare una fregatura.
Una palla di fuoco.
Una palla.
Oggi vi raccontiamo la favola...
Umar Farouk Abdul Mutallab e la Palla di Fuoco
C’era una volta in Nigeria un bravo ragazzo di nome Umar Abdul Farouk Mutallab.
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Le false piste terroristiche e le nuove guerre
Pino Cabras
Sono tanti gli elementi che non quadrano, in occasione della vicenda del nigeriano che voleva far saltare l’aereo sopra l’Atlantico. Le autorità politiche e gli alti papaveri del giornalismo hanno risposte pronte. Ma noi dovremo porre le domande che loro non vogliono fare. L’attentato si è svolto nel modo che dicono? Esiste davvero una nuova minaccia di al-Qa'ida?
È sempre forte la presenza mediatica del fantasma al-Qa'ida. Alimenta così un perenne senso d’attesa per un qualche evento che richiami la grande rappresentazione dell’11/9. La spinta originaria di quel trauma si fa bastare eventi di per sé modestissimi, ma subito pompati fino all'isteria.
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1989-2009: il Trionfo dei Muri
"Un'epoca senza muri": questo avrebbe dovuto essere l'epoca in cui molti di noi sono cresciuti, grazie alla caduta del Muro di Berlino. Non è stato proprio così: se quest'epoca si è aperta con le immagini dei profughi che arrivavano (i tedeschi dell'est) e dei cittadini che li accoglievano a braccia aperte (i tedeschi dell'ovest), oggi viviamo in un mondo in cui lo straniero che arriva non è il benvenuto. In Germania l'illusione durò ancora di meno, con alcuni dei tedeschi che festeggiavano attorno al Muro ormai aperto che sputarono addosso alle famiglie turche che tornavano a Kreuzberg, con l'assalto di centinaia di neonazisti a profughi e immigrati negli anni successivi - spesso con l'appoggio di polizia e popolazioni locali - con i tedeschi dell'ovest che vedevano sempre più i connazionali dell'est come un peso sociale ed economico, e i profughi orientali che, una volta accolti nei campi, venivano accettati o rispediti indietro sulla base del loro grado di germanicità.
Come spiega Peter Schneider nel libro Dopo il Muro, la legge vigente sull'immigrazione nella BRD era la stessa del 1937, epoca nazista: esisteva una Lista dei popoli tedeschi con diversi gradi di appartenenza e, nel caso degli ebrei polacchi di origine tedesca, per esempio, si poteva essere accolti nella nuova Germania unita solo se i propri nonni fossero stati riconosciuti come "ariani", cioè avessero nascosto la loro ebraicità. Avere avuto un nonno partigiano nel ghetto di Varsavia voleva dire porte chiuse nella Germania di Kohl.
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Ma non siamo una Repubblica fondata sul lavoro?
di Paolo Ciofi
I lavoratori della Innse hanno lanciato un segnale forte che dobbiamo raccogliere contro la svalorizzazione e la distruzione del lavoro (inteso come abilità manuali, conoscenze tecniche, patrimonio culturale accumulato), che è una caratteristica di fondo della cosiddetta transizione italiana. E che, nel pieno di una crisi che accelera tutte le tendenze negative preesistenti, sta portando il Paese ai confini del decadimento e della dissoluzione dell'unità nazionale.
Se gli operai sono costretti ad arrampicarsi in cima a un carro ponte per dimostrare che esistono e che vogliono lavorare impedendo la distruzione della loro fabbrica, vuol dire che questa società è malata. Di cosa parliamo, se non di un capitalismo parassitario e distruttivo? E se la polizia di Stato viene schierata contro chi difende la propria dignità e libertà secondo un diritto costituzionalmente garantito, c'è poco da dire: è davvero allarme rosso per la nostra democrazia. Sebbene liberali illustri non sembrano curarsi di questo uso improprio della forza pubblica e del sistematico attacco al diritto al lavoro che dura da anni. Come se tra questi ingombranti dati di fatto e il degrado democratico del Paese non vi sia alcun nesso.
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Aspettando il peggio
di Marino Badiale e Massimo Bontempelli
I. Una crisi per scherzo?
“Strana guerra” o “guerra per scherzo” (drole de guerre) è l’espressione con la quale l’opinione pubblica francese alludeva alla guerra in corso con la Germania nazista, nel periodo dal settembre 1939 al maggio 1940. Si tratta, come è noto, di un periodo in cui la guerra, formalmente dichiarata fra Germania da una parte e Francia e Inghilterra dall’altra, non viene in pratica combattuta sul fronte franco-tedesco. C’era una guerra ma non c’erano combattimenti, non c’erano né morti né distruzioni. Per qualche mese i francesi poterono illudersi che la drole de guerre avrebbe risparmiato loro le grandi sofferenze della Prima Guerra Mondiale. E’ noto che queste illusioni vennero spazzate via dalla grande offensiva tedesca iniziata il 10 maggio 1940, che portò in breve tempo al crollo della Francia, all’occupazione di Parigi e di larga parte del territorio nazionale, al regime di Vichy e a tutto quello che seguirà.
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Cu cu ... e il denaro non c'è più!
Giovanni Mazzetti
Il fondo-sermone di Sartori, «L'idea dei soldi come manna», pubblicato qualche tempo fa dal Corriere della sera sembra essere la ripetizione dell'anatema di Brunetta: «Sgobbate gente, sgobbate ... perché solo la fatica e la sottomissione vi salveranno dal castigo economico». A voler essere benevoli, si può invece individuare un maldestro tentativo di abbozzare una morale. La tesi è semplice: siamo «peccaminosamente incappati nella crisi» perché, invece di confrontarci col problema di come si produce la ricchezza, abbiamo coltivato l'illusione che «i soldi cadessero come manna dal cielo». «L'economia come scienza avrebbe infatti cominciato a deragliare con la sua politicizzazione di sinistra che l'avrebbe indotta a anteporre il problema della distribuzione della ricchezza al problema della creazione della ricchezza, e a confondere i due». Ora, nessuno può negare che ci sia stata una sinistra (ma anche un centro e una destra!) che ha fatto del problema della redistribuzione del reddito il suo cavallo di battaglia. Ma era una frangia minoritaria, mentre la stragrande maggioranza di coloro che si dichiaravano di sinistra si è scervellata su un problema diverso: quello dei limiti propri del modo di produrre capitalistico e di come spingersi al di là di essi. E per esplorare questo spazio ha dovuto riflettere sul ruolo che il denaro ha avuto e ha nel favorire o nell'ostacolare il processo di soddisfazione dei bisogni. E' vero che, con il profilarsi della crisi del keynesismo, negli anni '80, e col crollo dei paesi comunisti nei '90, la maggior parte di quelle riflessioni sono finite su un binario morto; ma non è la prima volta nella storia che, per procedere sulla via dello sviluppo, si deve recuperare un sapere del quale si credeva di poter fare a meno.
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Allora, compagni
Mario Tronti
Allora, compagni. Come tutti avete potuto vedere, il mondo, a far data dal 4 novembre, è cambiato. Il cielo è sempre più blu, la terra sorride aperta finalmente all'audacia della speranza, le nostre notti non sono più cupe, rivisitati come siamo dal sogno americano. Il messia è tornato, come aveva promesso, cammina non sulle acque, ma sull'etere, narrazione di parabola in parabolica, questa volta per messaggini. Vi ricordate l'11 settembre? Nulla sarà come prima. Tutto è stato come prima. Questo è un 11 settembre rovesciato. Di nuovo, «siamo tutti americani». E non cambierà niente. Niente di quello che ci interessa cambiare.
Avete capito che sto gettando acqua sul fuoco, non per spegnerlo, ma almeno per circoscriverlo. Poi, speriamo sempre che la scintilla infiammi la prateria. Non ci saranno dunque conseguenze? Altroché se ce ne saranno! La soluzione questa volta è stata trovata quasi all'altezza del problema. Quasi: perché la crisi di fase capitalistica è più grave, più tosta, dell'invenzione di immagine, della risorsa simbolica, che si è messa in campo. Ma comunque, questa conta, e come se conta! Lo vediamo in queste ore, in questi giorni. Gli Usa di ieri, frastornati, disorientati, depressi, sono «rinati», come i ridicoli cristiani delle loro sette. Il fatto macroscopico, quello su cui dobbiamo prendere a ragionare, quello dentro cui dobbiamo mettere anche il successo Obama, è la chiusura del ciclo neoliberista, il crollo della finanziarizzazione selvaggia del capitale, la rivincita dell'economia reale, che si fa di nuovo viva come crisi della produzione materiale, con tutte le paure, le incertezze, i bisogni di voltare pagina, che essa porta con sé. E' questo che ha reso possibile, perché necessaria, la vittoria della parola change. Non la spinta dal basso di una partecipazione popolare, con i suoi appassionati volontari, espressione spontanea della vitalità di una meravigliosa democrazia. Questa c'è stata, ma come un'onda provocata, raccolta e orientata verso un volto nuovo di «personalità democratica», che abbiamo già altre volte descritto come corrispettivo aggiornato della adorniana «personalità autoritaria».
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Un monarca, per favore
di Rossana Rossanda
Quaranta anni fa, dopo il 1968, c'era a ogni assemblea una discussione su chi potesse aprirla, presiederla e chiuderla, nella generale presa di parola che dilagò in Italia e in gran parte d'Europa. Ognuno sentì che poteva e doveva parlare, esporsi, assumersi delle responsabilità, partecipare a una decisione rifiutando di delegarla ad altri, perché ogni mandato rappresentativo portava in sé il verme della gerarchia e della burocratizzazione.
Adesso, quegli ardenti giovani sono almeno cinquantenni e assieme alla loro prole non sembrano desiderare altro che dare una delega al più presto e a un leader che presenti un'immagine attraente, capace di decidere per tutti, perlopiù autocandidato dopo un vasto lavorio, sul quale discutere fra pochi e per un poco, e mandare al voto popolare affidandoglisi per cinque anni senza essere più seccati. In capo a quella scadenza si giudicherà se confermarlo o no, nel mandato. Questo è il sugo della democrazia moderna e, come dice Veltroni, semplificata e non si rompano ulteriormente le scatole.
Nel giro di una generazione s'è dissolta l'acerba critica che, nel nome di un bisogno e diritto assoluto di partecipazione di tutti e di ciascuno, investì la «forma partito» e ogni struttura organizzata.
Verso di essi la sfiducia era duplice: qualsiasi organizzazione cristallizza livelli di comando che depotenziano l'assemblea.
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