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"È stata la bellezza del mondo a salvarmi dal fallimento politico"
Antonio Gnoli intervista Rossana Rossanda
SOMMERSI come siamo dai luoghi comuni sulla vecchiaia non riusciamo più a distinguere una carrozzella da un tapis roulant. Lo stereotipo della vecchiaia sorridente che corre e fa ginnastica ha finito con l'avere il sopravvento sull'immagine ben più mesta di una decadenza che provoca dolore e tristezza. Guardo Rossana Rossanda, il suo inconfondibile neo. La guardo mentre i polsi esili sfiorano i braccioli della sedia con le ruote. La guardo immersa nella grande stanza al piano terra di un bel palazzo sul lungo Senna. La guardo in quel concentrato di passato importante e di presente incerto che rappresenta la sua vita. Da qualche parte Philip Roth ha scritto che la vecchiaia non è una battaglia, ma un massacro.
La guardo con la tenerezza con cui si amano le cose fragili che si perdono. La guardo pensando che sia una figura importante della nostra storia comune. Legata al partito comunista, fu radiata nel 1969 e insieme, tra gli altri, a Pintor, Parlato, Magri, Natoli e Castellina, contribuì a fondare Il manifesto. Mi guarda un po' rassegnata e un po' incuriosita. Qualche mese fa ha perso il compagno K. S. Karol. "Per una donna come me, che ha avuto la fortuna di vivere anni interessanti, l'amore è stato un'esperienza particolare. Non avevo modelli. Non mi ero consegnata alle aspirazioni delle zie e della mamma. Non volevo essere come loro. Con Karol siamo stati assieme a lungo. Io a Roma e lui a Parigi. Poi ci siamo riuniti. Quando ha perso la vista mi sono trasferita definitivamente a Parigi. Siamo diventati come due vecchi coniugi con il loro alfabeto privato ", dice.
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Le ragioni della democrazia (e della sua crisi)
Giulio Azzolini intervista Alessandro Ferrara e Stefano Petrucciani
Proprio dopo essere diventata la forma di governo legittima per eccellenza, la democrazia è sempre più spesso percepita come un regime politico in grave crisi. A partire dai loro ultimi lavori – The Democratic Horizon (Cambridge University Press) e Democrazia (Einaudi) – Ferrara e Petrucciani affrontano in chiave filosofico-politica questo paradosso e molti altri problemi: dalla critica delle concezioni procedurali e competitive della democrazia alla proposta di un approccio normativo deliberativo, dal rischio di una deriva oligarchica e tecnocratica transnazionale fino alle conseguenze della crisi economica. Nella convinzione che oggi, per difendere la democrazia, riflettere sulle sue ragioni sia più utile che coniare nuovi slogan
Esprimere un giudizio sugli ultimi mesi di “grande trasformazione” della nostra democrazia è forse prematuro. Di sicuro, però, il 2014 è stato un anno particolarmente fecondo per la riflessione italiana sulla democrazia. Vi hanno contribuito, tra gli altri, un sociologo e politologo del calibro di Ilvo Diamanti (con Democrazia ibrida, Laterza-la Repubblica), uno scienziato politico di fama internazionale come Leonardo Morlino (con Democrazia e mutamenti, Luiss University Press) e la teorica politica della Columbia University Nadia Urbinati (con Democrazia sfigurata, Egea). All’esercizio di studio della metamorfosi democratica non poteva dunque sottrarsi la filosofia politica italiana, che partecipa al dibattito grazie agli originali lavori diAlessandro Ferrara, The Democratic Horizon. Hyperpluralism and the Renewal of Political Liberalism (Cambridge University Press, pagg. 257, euro 72), e di Stefano Petrucciani, Democrazia (Einaudi, pagg. 260, euro 22). Educati rispettivamente alla tradizione liberal statunitense e alla teoria critica francofortese, i due hanno trovato nell’opera di Jürgen Habermas – del quale il primo è stato allievo e al cui pensiero il secondo ha dedicato un’importante Introduzione[i] – l’occasione di stabilire un linguaggio comune e di intendersi su molti temi, primo dei quali la democrazia.
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La sinistra assente
Francesco Algisi intervista Domenico Losurdo
Domenico Losurdo è professore emerito di Storia della filosofia presso l'Università degli Studi di Urbino. Autore di numerose pubblicazioni – tra le quali ricordiamo "Controstoria del liberalismo" (Laterza, 2006), "Stalin. Storia e critica di una leggenda nera" (Carocci, 2008), "La lotta di classe" (Laterza, 2013), "Nietzsche, il ribelle aristocratico" (Bollati Boringhieri, 2014, II edizione) – ha recentemente dato alle stampe "La sinistra assente. Crisi, società dello spettacolo, guerra" (Carocci, 2014). Al pari dei precedenti, anche quest'ultimo saggio si legge con grande profitto. Su alcuni dei temi affrontati nel testo, abbiamo rivolto alcune domande all'Autore.
Prof. Losurdo, lei scrive che "ogni leader sgradito a Washington, che si tratti di Castro, Gheddafi o Saddam Hussein, sa che deve guardarsi quotidianamente e in ogni istante della giornata dalle trame e dai tentativi di assassinio orchestrati dalla CIA" (pag.127). Questo fatto incontestabile giustifica, a suo avviso, il mancato (o comunque "problematico") sviluppo "di rapporti realmente democratici all'interno dei paesi più deboli" (pag.136) e costretti "a vivere sotto l'incubo dell'aggressione" (pag.194) da parte degli USA?
Rispondo formulando a mia volta una domanda: il pericolo del ripetersi negli USA di attentati terroristici «giustifica» la decisione di rinchiudere a Guantanamo, senza processo e anzi senza neppure una notificazione del reato contestato, persone della più diversa età (compresi ragazzini e vegliardi) e di torturarle sistematicamente? E «giustifica» la decisione di procedere, grazie ai droni, a esecuzioni extragiudiziarie senza curarsi neppure dei cosiddetti «danni collaterali»?
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Considerazioni sulla strage di Charlie Hebdo
Diego Fusaro
Premetto che fino a qualche giorno fa non conoscevo neppure di nome il comico Dieudonné, prima che venisse arrestato per apologia di terrorismo. Premetto anche che, ascoltandolo, non lo trovo neppure poi divertente, e nemmeno condivido larga parte delle cose che dice, con un’ironia che anzi trovo piuttosto volgare e crassa.
Ma non è questo il punto. Il punto sta invece altrove. La vicenda del comico Dieudonné, arrestato per apologia di terrorismo, la dice lunga sull’ipocrisia dell’ordine neoliberale e sulla sua libertà di espressione a corrente alternata. La libertà di espressione è difesa fintantoché esprime liberamente ciò che il nuovo ordine mondiale vuole che sia espresso: volgare presa in giro delle religioni, delegittimazione degli Stati sovrani, identificazione senza riserve tra Islam e terrorismo, ecc. Non appena si devia dal percorso preordinato, si è puniti con l’accusa di terrorismo, la nuova arma con cui si metteranno a tacere le voci fuori dal coro. L’apologia di terrorismo costituirà, da qui in avanti, la nuova frontiera del politicamente corretto e della sua criminale strategia di diffamazione, persecuzione e silenziamento di ogni prospettiva non allineata.
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Il vento della storia o la tempesta capitalista
Lelio Demichelis
Dove è andato al potere, il capitalismo ha distrutto tutte le condizioni di vita precedenti e diverse ma non ha lasciato tra gli uomini altro vincolo e legame che il nudo interesse. Ha fatto della dignità personale un semplice valore di scambio e posto la libertà di commercio come valore assoluto e supremo della società. Invece dello sfruttamento velato da illusioni religiose e politiche, ha prodotto e fatto accettare lo sfruttamento aperto, senza pudori. Sì, perché il capitalismo non esiste se non rivoluzionando di continuo gli strumenti di produzione, quindi i rapporti di produzione, quindi l’insieme dei rapporti sociali. L’incertezza e il movimento incessante gli sono strutturali. Mentre il bisogno di mercati sempre più estesi lo spinge ovunque nel globo terrestre, rendendo cosmopolita la produzione e il consumo e creando sempre nuovi bisogni. E nuove crisi, riducendo i mezzi per prevenirle.
Ecco una sintetica descrizione della globalizzazione degli ultimi vent’anni, della modernità liquida baumaniana e del neoliberismo. Dove tutto diventa liquido, incerto, in movimento sempre più frenetico, per una competizione globale di tutti contro tutti. In verità abbiamo semplicemente ripreso (ma rispetto all’originale abbiamo preferito capitalismo a borghesia) alcuni brani del Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels del 1848.
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Contro l’antipolitica
Francesco Paolo Cazzorla (Zu Fra)
È inutile che continuate a trastullarvi con la politica. Quest’ultima, checché ne dicano i “buoni predicatori” d’intenti, non ha mai cessato di allontanarsi dai cittadini. Nella sua attuale degenerazione nel transpolitico, e in quella sua conseguente macabra oscenità che ricorda tanto i talk show televisivi, non è altro che una forma ostinata di onanismo compulsivo.
Il governo invisibile dei potenti non lo vedrete in tv, non lo leggerete sui giornali, non lo ascolterete per radio, e non lo incontrerete di certo in quei chiassosi e ultra-scenici “congressi politici” che conquistano il minutaggio dei notiziari. Quelli su cui inefficacemente vi accanite (oppure quelli su cui vogliono farvi accanire) sono solo delle controfigure, degli uomini di paglia, precisamente delle maschere, che hanno una sola e precisa funzione: dissimulare. Questa funzione, detta altrimenti “funzione di schermo”, attira costantemente l’attenzione su di sé fissandola su quei prestanome – quei nomi propri che si danno continuamente il cambio negli “show politici”, e che si affrontano sulle prime pagine dei quotidiani nazionali e nell’arena elettorale – distogliendo così dai loro veri bersagli rivendicazioni e proteste.
Questo infinito talk show, deleterio e insignificante, non fa altro che impedire ai cittadini – ma anche agli stessi governanti – di percepire il loro proprio spossessamento e di individuare i luoghi e le poste della vera politica. Di conseguenza, gli obiettivi tradizionali delle lotte e delle rivendicazioni non sono diventati altro che dei tranelli, dei trompe-l’œil, che, alla prima occasione, non perdono tempo nel distogliere l’attenzione dai luoghi dove si esercita l’effettivo governo invisibile dei potenti.
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La sinistra postmoderna, il neoliberismo e la fine della democrazia
di Stefano G. Azzarà
Qual è il nesso che va stabilito fra libertà privata e libertà pubblica? Come reagire alla crisi profondissima della democrazia? Sono queste alcune delle domande che si è posto Stefano G. Azzarà, nel suo recente “Democrazia cercasi. Dalla caduta del Muro a Renzi: sconfitta e mutazione della sinistra, bonapartismo postmoderno e impotenza della filosofia in Italia” (Imprimatur Editore 2014), di cui pubblichiamo qui, per gentile concessione dell’autore, un estratto
Affinché la democrazia moderna continui o ritorni ad avere un senso [...] è necessaria anche la «libertà positiva», la «libertà di». E cioè quella libertà di agire in senso politico che Berlin e i liberali conservatori hanno inteso delegittimare, considerandola «virtualmente identica»1 all’autoritarismo. Dopo i grandi cicli rivoluzionari del Novecento, libertà significa anche e in primo luogo «aspirazione profonda e universale allo status e al riconoscimento»2, oltre che «autogoverno sociale». E significa dunque la possibilità e capacità di cambiare le cose, il potere di trasformare la realtà che ci circonda attraverso l’intervento attivo dei gruppi di interesse, delle classi sociali, dei popoli. Significa soprattutto il risveglio dei lavoratori e di nazioni intere.
Come sappiamo, è questo il cuore stesso della modernità: non si tratta semplicemente di operare una scelta che tocca solo noi stessi o si esaurisce in un rapporto privato e nemmeno di incidere sul mondo in maniera accessoria; si tratta invece di modificarlo in maniera strutturale e dunque di operare politicamente. Di affermare una libertà pubblica anche attraverso il conflitto, sebbene un conflitto sempre più formalizzato. E non vale come argomento contrario il fatto che le classi subalterne siano state sconfitte o che proprio questi soggetti un tempo rivoluzionari, privati ormai di ogni autocoscienza autonoma, siano oggi i principali sostenitori o fruitori passivi della visione egemonica postmoderna della libertà.
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Il mio antifascismo
Fabrizio Marchi
Mi è stato riproposto e segnalato da un amico alcuni giorni fa questo breve articolo del filosofo Costanzo Preve (tratto dal suo libro “La quarta guerra mondiale”), purtroppo scomparso poco più di un anno fa, dal titolo “Il mio antifascismo”: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=Forums&file=viewtopic&t=70200&highlight
Mi sono avvicinato negli ultimi anni al “Preve-pensiero” affascinato dal suo modo di proporre e fare filosofia, così lontano dalle liturgie del “circo accademico-mediatico politicamente corretto” che lui giustamente disprezzava (e io con lui) e dalle sue riflessioni che da un punto di vista squisitamente filosofico possono essere più o meno condivise (e che in parte personalmente condivido) ma restano, comunque la si pensi, di altissimo valore teoretico e sicuramente di grande attualità, anzi, di grande “inattualità” – come forse lui stesso avrebbe definito il suo filosofare – anche se questa affermazione potrà sembrare paradossale a chi non ha avuto modo di conoscerlo, di persona o attraverso le sue opere.
Nel ribadire la mia personale stima intellettuale e umana nei suoi confronti, restano, per quanto mi riguarda, dei punti di importante e radicale divergenza con le sue analisi, sia di natura politica che di natura filosofica.
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Il neoliberismo contro il resto del mondo
Lelio Demichelis
Syriza in Grecia. E ora, in Spagna, Podemos. Un movimento di sinistra radicale diventato partito, con una crescita dei consensi spettacolare che in pochi mesi lo hanno fatto diventare, secondo i sondaggi il primo partito nazionale, scardinando il pensiero unico di popolari e socialisti e dando alla Spagna una possibile via d’uscita non populista alla crisi innescata dalle politiche neoliberiste europee. Dunque, forse l’Europa non morirà neoliberista ma resusciterà democratica e neokeynesiana.
Democratica in termini di democrazia politica e soprattutto di democrazia economica. Molti cominciano a capire che quel capitalismo che aveva promesso cose mirabolanti offrendo prima i gettoni del telefono e ora l’iPhone, quel capitalismo che li aveva vezzeggiati e coccolati accettando di democratizzarsi almeno un poco negli anni 1945-1979 (i trenta gloriosi), producendo benessere, attivando un efficiente sistema di ascensori sociali, ridistribuendo i redditi e controllando i mercati, oggi non si pone problemi (per salvare se stesso e disciplinare e assoggettare individui e società) nell’imporre un poderoso impoverimento di massa, nel rivendicare tutto il potere per sé, nel far ridiscendere negli scantinati coloro che erano saliti sui vecchi ascensori sociali.
Ma questa non è una eterogenesi dei fini, è un altro modo capitalistico di raggiungere gli stessi fini (la propria egemonia come capitalismo), ovvero la trasformazione del cittadino/soggetto della rivoluzione francese in oggetto capitalista della rivoluzione industriale (lavoratore e consumatore prima, oggi imprenditore di se stesso e consumatore e nodo di una rete) – posto che il capitalismo vuole essere una antropologia non limitandosi ad essere solamente un’economia.
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Nuova Destra, De Benoist e Populismo
Piotr Zygulski intervista Luca Andriola
È di prossima pubblicazione il libro di Luca Andriola “La Nuova Destra in Europa. Il populismo e il pensiero di Alain de Benoist” che uscirà nell’autunno 2014 per Paginauno Edizioni
Partiamo innanzitutto dal termine “populismo”. Ancora sul numero di luglio/agosto 2014 di Le Monde Diplomatique il sociologo Gérard Mauger si interroga sul significato di questo termine “itinerante” che verrebbe attribuito “a tutti gli oppositori delle politiche di Bruxelles”. Prima di lui tantissimi altri lo hanno provato a fare: Taguieff, Halimi, Meny, Laclau, Rancière, Badiou – che propone “24 glosse sull’uso della parola popolo”, le cui principali sarebbero “popolo-demos-nazionale”, “popolo-plebe”, “popolo-ethnos” – lo stesso De Benoist e gli italiani Eco, Ignazi, Tarchi, ognuno con le proprie definizioni. Alcuni sottolineano gli elementi “trasversali”, altri invece si premurano di distinguere tra impostazioni molto differenti. Che cos’è il populismo, secondo Lei?
Nel mio libro – dopo un’accurata analisi storica sull’evoluzione del pensiero di Alain de Benoist e della Nouvelle droite francese dagli anni ’60 a oggi – mi soffermo quasi ed esclusivamente sulle interazioni fra tale corrente filosofica e quello che comunemente è definito come «nazional-populismo», una categoria che raggruppa un insieme di partiti che va dal Front national di Marine Le Pen al Fpö di Heinz-Christian Strache (erede di Jörg Haider) al Vlaams Belang del separatista fiammingo Philip Dewinter fino a formazioni come l’Unione democratica di centro (Udc-Svp) in Svizzera e la Lega Nord qui in Italia, dove mi soffermo sulle interconnessioni con la corrente culturale analizzata.
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L'Europa dei partiti socialisti senza socialismo
Paolo Favilli
Nella parte conclusiva di un ponderoso libro edito alla metà degli anni Novanta, più di mille pagine dedicate ad un secolo di storia del socialismo europeo, l’autore, Donald Sassoon, ipotizza la possibile scomparsa del «progetto socialista». Precisa, però, che «i partiti socialisti sopravvivranno»1 perché i partiti possono diventare del tutto autonomi rispetto alle ragioni che li hanno fatti nascere.
Si tratta di un’asserzione del tutto condivisibile, ma che mi pare produca difficoltà ed incertezze sui lineamenti del «mutamento» rispetto ad alcuni lineamenti argomentativi del volume. Tale asserzione rimanda con facilità a quel fenomeno di trasformazione politica che è stato chiamato «mutamento genetico», con tutte le ambiguità che vi sono connesse. Questa metafora, infatti, si presta ad interpretazioni molto diverse tanto dei processi che degli esiti del mutamento. L’espressione è da molto tempo (alcuni decenni ormai) di uso comune a vari livelli della pubblicistica. Indubbiamente suggerisce un mutamento molto radicale, ma nello stesso tempo può anche suggerire un’evoluzione secondo modelli naturalistici. Sono, appunto, anche le ambiguità del libro.
La fine del XX secolo ci consegna partiti socialisti senza socialismo.
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La deflazione dei diritti e la rottamazione del dizionario politico
di Lelio Demichelis
Facciamo un gioco: se la deflazione – come dicono i manuali di economia – è quella fase di contrazione o di stagnazione o di sviluppo nettamente inferiore al normale, della produzione e del reddito, allora oggi (ma in progressione crescente a partire dai primi anni ’80 del ‘900)siamo in piena deflazione politica, civile e sociale. I diritti sociali si contraggono in nome della competitività; la democrazia ristagna sotto il mantra delle larghe intese e della coesione nazionale e del ‘lo impongono i mercati’; i diritti politici e civili sono progressivamente compromessi.
Deflazione. E non recessione. Perché la deflazione – rispetto alla recessione – viene determinata anche dai comportamenti della politica, che appunto producono (consapevolmente o per la reiterazione di un errore) un arresto dello sviluppo. E se questa fase di crisi economica in Europa è l’effetto delle politiche di austerità di questi ultimi anni – politiche lapalissianamente surreali ma in realtà adottate e perseguite con ostinazione in nome della prosecuzione con altri mezzi di quell’ideologia neoliberista che ha portato il mondo (e soprattutto l’Europa) allo sfascio ma che resta saldamente al potere – ebbene era evidente da subito che questa fase sarebbe stata anche l’occasione ulteriore (un’occasione ghiotta, da non perdere) per accentuare ancora di più lo smantellamento dello stato sociale nato nel secondo dopoguerra e per de-democratizzare il capitalismo (ovvero per far regredire il sistema rispetto alla sua fase di democratizzazione avvenuta in quelli che si definiscono come i gloriosi trent’anni).
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La crescita dell’estrema destra e la fine del mito svedese
di Lorenzo Battisti*
Anche se ormai da tempo non corrisponde più alla realtà, per molti italiani l’immagine della Svezia è legata al mito di paese tollerante e solidale, con uno stato sociale avanzato e accogliente verso gli immigrati. Il famoso modello svedese che i socialdemocratici di tutto il mondo indicano come obiettivo.
La cultura popolare, da Stiegg Larsson a Henning Mankell, ci aveva avvertito che la Svezia non corrispondeva più a questo mito e che qualcosa di nero stava crescendo al suo interno. Sarebbe bastata un’osservazione più attenta per vedere i tanti mutamenti di questo paese oltre il mito. Con le elezioni di quest’anno, se non fossero bastate quelle del 2006 e del 2010, questo mito va in frantumi in maniera evidente e clamorosa.
Il social-liberismo trionfa anche in Svezia
Ha davvero dell’incredibile come questa visione mitica della Svezia abbia potuto resistere così a lungo. Il suo crollo infatti è cominciato molti anni fa, quando negli anni ‘70 il Partito Socialdemocratico è prima sceso sotto il 50% ed ha poi perso la guida del governo per la prima volta dopo 40 anni.
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Classi popolari: la "sinistra" prepara la vittoria di Marine Le Pen
Giuseppe Allegri
Il grande dibattito scatenato in Francia dal libro di Christophe Guilluy, La France périphérique. Comment on a sacrifié les classes populaires, un cowboy solitario percorre le lande desolate della sinistra che porterà al potere la destra reazionaria e sovranista del Front National.
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Classes populaires. Le livre qui accuse la gauche. Questo il titolo a tutta pagina di Libération del 17 settembre (qui il resto del dibattito).
Mentre così apostrofa il celebre settimanale Mariannedella stessa settimana:“Le vere fratture francesi: un'opera esplosiva che spiega l'avanzata di Marine Le Pen”. Aggiungendo che c'è un solo libro che devono leggere Hollande, ma anche Valls, Mélenchon, Bayrou, Juppé, Sarkozy. Cioè tutta la classe dirigente repubblicana francese, dai socialisti moderati e al governo (Valls e Hollande) a quelli pseudo-radicali (Mélenchon), fino alla destra gollista ancora in apnea dopo la sconfitta presidenziale (Juppé e Sarkozy).
Qui l'intero dibattito del settimanale Marianne.
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Sulla crisi della democrazia
Un contributo alla critica del regime democratico
Sebastiano Isaia
Quanto più il singolo diventa impotente, tanto più si restringe la giurisdizione della coscienza. La coscienza regredisce (M. Horkheimer, Potere e coscienza).
Leggo da Il Post del 5 marzo 2014: «La “crisi della democrazia” è un tema che negli ultimi tempi è sempre più frequente nelle discussioni sullo stato del mondo e dei suoi paesi, ma anche sempre più banalizzato: una specie di modo di dire che spiega ogni cosa senza spiegare niente». Cercherò, nel modo più stringato possibile, di chiarire il mio punto di vista sul concetto di democrazia e sulla sua prassi, cosicché si possa capire da quale prospettiva approccio il tema in questione, il quale è ormai diventato una sorta di tormentone che ricorda molto da vicino, almeno a chi scrive, un altro evergreen tematico italiano: la crisi del cinema.
Gli intellettuali e i politici antiliberisti (statalisti) di “sinistra” e di “destra” fanno risalire l’attuale «crisi della democrazia» alla seconda metà degli anni Settanta del secolo scorso; essi insomma mettono tale fenomeno in una relazione di causa-effetto con la cosiddetta «controrivoluzione neoliberista» che porta i famigerati nomi di Margaret Thatcher e Ronald Reagan. La potente accelerazione del processo di globalizzazione alla fine degli anni Ottanta (crisi della sovranità nazionale, dominio della finanza sulla cosiddetta economia reale) e la crisi economica internazionale che travaglia l’Occidente (soprattutto il Vecchio Continente) dalla fine del 2007 avrebbero poi rafforzato tanto le cause quanto i sintomi di questa crisi, rendendola per certi versi permanente – strutturale.
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