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Spazzare e punire
Fallimento della Big Society e legge sul terzo settore in Italia
di Redazione
Prima di tutto viene a mente Boris Johnson. L’attuale sindaco di Londra. Il tipo di conservatore britannico tanto chiassoso, nelle dichiarazioni, quanto ben lucido quando si tratta di tutelare i grandi interessi. Subito dopo i riot del 2011, Johnson si presenta con una scopa in mano per le strade di Londra invitando i cittadini a pulire le strade. Inevitabilmente i volontari, che seguono il gesto di Johnson ripreso dalle tv di tutto il mondo, vengono mediatizzati all’istante. Siamo sul set dove si recita, formalizzando il racconto dai social alle più classiche televisioni, l’operosità dei cittadini silenziosi e disciplinati contro la canaglia confusa e violenta. E’ andata in questo modo: legittimazione dell’operato del sindaco conservatore riuscita, canaglia condannata anche da Bauman come violenta perchè compulsiva e consumista (mentre i conservatori sono notoriamente asceti che non fanno guerre) e il set può essere smontato. Nelle settimane successive, un pò di processi, qualche furgone della polizia che ha fatto il giro di città, come Birmingham, esponendo grandi foto digitali dei sospetti. Tutto molto “1984” ma quando hai rappresentato la verginità della società civile che si riprende la città, e senza costi per il contribuente, l’intervento della polizia segue con serena naturalezza.
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Il “Greco Levantino” e la narrazione al tempo della crisi
di Girolamo De Michele
Circa quattro anni fa, il non-ancora-greco-levantino Yanis Varoufakis scrisse un testo (Never bailed out: Europe’s ants and grasshoppers revisited, dicembre 2011, qui) nel quale la narrazione delle cause della crisi greca si intrecciava con la sovversione della narrazione dominante, incentrata sulla contrapposizione fra le virtuose formiche (tedesche) del nord e le scellerate cicale (greche) del sud d’Europa. Questa narrazione fungeva da schermo nei confronti della reale contrapposizione fra cicale e formiche, che non è originata nelle identità nazionali o localizzata nell’asse cardinale nord-sud, ma radicata negli antagonismi di classe: le formiche greche lavoravano in settori a bassa produttività con bassi salari e tutele lavorative e un’inflazione reale superiore a quella ufficiale; quelle tedesche lavoravano in settori a grande produttività, e la differenza fra alti profitti e salari stagnanti creava un surplus che veniva investito, a causa dei bassi tassi d’interesse esistenti in Germania, all’estero; per contro, le cavallette tedesche (quegli inimitabili banchieri il cui scopo è massimizzare i guadagni col minimo sforzo) facevano fluire il capitale prodotto dal duro lavoro a basso costo delle formiche verso il meridione in cerca di alti guadagni, mentre le cavallette greche, e i loro alleati politici al governo, chiedevano alle cavallette tedesche (le banche) sempre maggiori prestiti, senza pensare al domani (per contro, le formiche greche dovevano farsi carico dei costi di questa macchina finanziaria che non portava alcun reale beneficio al popolo greco.
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La fine del riformismo
Riccardo Achilli
La vicenda greca sarebbe stata, come tutti dicevamo, estremamente istruttiva per capire i destini della sinistra e dell’Europa. Sotto il primo profilo, emerge il fallimento totale del paradigma di Syriza, ovvero la possibilità di invertire in senso progressivo, o quantomeno meno recessivo, la direzione di marcia delle politiche economiche, e quindi di restituire una qualche forma di speranza nel futuro al suo Paese e, indirettamente, a tutti i Paesi sottoposti ad austerità nell’eurozona.
Dopo cinque mesi di negoziati estenuanti, un referendum tradito che, a questo punto, può essere considerato soltanto come una misura per evitare un possibile golpe che si stava materializzando, oppure, come sottolinea maliziosamente Evans Pritchard, come il veicolo per ottenere un “si” e far passare l’austerità anche agli occhi dell’ala recalcitrante di Syriza, dopo aver dovuto imporre un blocco ai movimenti di capitali ed alla liquidità di banche oramai esangui e che dovranno andare incontro ad un doloroso (dal punto di vista occupazionale) ed incerto (dal punto di vista competitivo) processo di fusioni, dopo tutto questo percorso tormentato, ecco quello che la Grecia ottiene:
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Cambiare, tra il dire e il fare
Cambiamento politico nell’era complessa
Pierluigi Fagan
La vicenda greca si presta ad alcune considerazioni sul tema del cambiamento politico, un tema la cui attualità è indiscutibile per tutti coloro che non sopportano il come vanno le cose nel presente e sono viepiù preoccupati (anche qualcosa di più) per come andranno nel futuro.
1. Il fronte del malcontento somma tutti coloro che per ragioni concrete (salari, lavoro) e concrete-ideali (giustizia sociale, democrazia, ecologia, sogno di un mondo migliore), soffrono una situazione particolarmente distante dalle loro aspettative.
2. Il fronte ha dunque una composizione assai variegata ed ha avuto, sino ad oggi, scarse possibilità di pesarsi ovvero di rendersi cosciente del suo peso stante che la politica, che è l’attività di conservare-cambiare lo stato di cose, richiede peso sufficiente. C’è il peso inerziale di chi vuol conservare e c’è il peso dinamico di chi le vuol cambiare. In genere, il secondo, deve superare il primo non di poco se si vuole superare l’inerzia che è lo stato naturale delle cose. Deve superarlo di non poco anche perché la messa in moto del cambiamento procederà lungo strade lunghe e tortuose. La lunghezza e la tortuosità della strada del cambiamento è un attrito e l’attrito erode massa al peso del cambiamento per cui, se non si parte da un capitale di peso politico congruo, dopo poco tempo ovvero dopo aver fatto appena l’inizio del lungo percorso, ci si ritrova senza il necessario peso politico.
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Podemos, tra moltitudine e egemonia: Negri o Laclau?
di Bruno Cava
Con questa analisi teorica che ripercorre il solco della discussione sui nuovi movimenti in America Latina e in Spagna, tra Gramsci, Laclau, Hardt e Negri, si apre la nuova sessione “Sud America”, con l’intento di riportare presso di noi (e viceversa) le suggestioni e gli spunti politici ed economici che animano quello che oggi è forse il continente più attivo del cercare di individuare possibili processi di trasformazion sociale
La differenza tra populismo e un discorso liberale classico risiede nel fatto che, nel primo caso, il popolo è qualcosa ancora da costruire, mentre per i liberali il popolo è qualcosa di già dato. Nel primo caso, la costruzione del popolo implica la costruzione di una nuova rappresentanza. Nel secondo, alla rappresentanza spetta appena contemplare una società che le preesiste ed è già formata.
Per il populismo, la storia della costruzione di un popolo passa attraverso la divisione tra un “noi” e un “loro”. Si denuncia la falsa universalità dell’ordine rappresentativo esistente, che non ci rappresenta più, per successivamente rivendicare una nuova universalità. Nelle rivoluzioni borghesi è stato a partire dalla lotta contro l’ancien regime che fu possibile liberarsi dall’aristocrazia parassita, per formare la nazione e la cittadinanza borghese, da quel momento in avanti considerata universale. Nelle lotte anticoloniali si lottava contro la metropoli e l’imperialismo, in nome dell’unità della liberazione nazionale. Con il filosofo Antonio Gramsci, la costruzione del popolo riunisce intellettuali, operai e contadini in una coscienza collettiva nazional-popolare, che si sbarazza dei borghesi.
Invece per i tecnocrati, più legati al discorso liberale classico, non ci sarebbe necessità di costruire popolo alcuno: è sufficiente scegliere le persone giuste, adottare “idee che funzionano” e impiantare la migliore gestione per ogni situazione specifica.
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Complottando un po’
di ilsimplicissimus
Non passa giorno che qualche voce intelligente o ottusa non si levi contro il cosiddetto complottismo, che con lo sviluppo della rete è passato dai discorsi da bar o dalle conventicole degli adepti, a vero e proprio filone informativo. Ultimamente ci è messo anche Umberto Eco a restituire con un po’ di ritardo, come è testimoniato dal suo nome, il rullo dei tamburi che proviene dalla “buona informazione” ufficiale. Cosa sorprendente per chi abbia avuto la ventura con qualche accenno di “s” di seguire i suoi corsi nei quali decretava che i mezzi di comunicazione di massa, ovvero giornali e televisioni non potevano fare cultura in nessun caso, mentre adesso gli stessi veicoli di informazione sono diventati misura di verità e dunque anche di formazione.
Comunque sia la polemica contro le “balle”non è rivolta verso questa o quella tesi inconsistente, ma genericamente contro l’atteggiamento “paranoico” e spia di “disadattamento sociale ” di chi sostiene tesi alternative senza alcuna prova o sulla base di semplici indizi o ancora più spesso in base ad atteggiamenti fideistici, ma senza minimamente verificare la consistenza delle tesi accreditate dal potere, né di operare distinzioni tra chi per esempio sostiene di essere un portavoce degli alieni o di aver scoperto che i templari governano il mondo o di chi non crede che sia stato solo Oswald a sparare a Kennedy, circostanza che fra l’altro diede vita per la prima volta all’espressione teoria del complotto.
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L’islamizzazione della rivolta radicale
C. Tricot intervista Alain Bertho*
Pubblichiamo qui una versione ridotta dell'intervista apparsa su «Regards» in cui per analizzare gli attentati di gennaio a Parigi Alain Bertho ci invita a considerare il punto di vista dei soggetti stessi, sottolineando le difficoltà attuali nel proporre una radicalità positiva.
Come ha interpretato gli attacchi terroristici dei primi dell'anno a Parigi?
Qualche giorno dopo gli attentati del 7 e del 9 gennaio ho letto Underground. In questo libro, basato essenzialmente su interviste, il romanziere giapponese Haruki Murakami prova a comprendere l'attacco mortale al gas nervino Sarin perpetrato dalla setta Aum nella metropolitana di Tokyo nel 1995. Ha così interrogato alcune vittime e alcuni membri della setta. Il suo lavoro mostra fino a che punto, in questo genere di situazioni, le irriconciliabili esperienze soggettive delle vittime e degli assassini si oppongano sul senso dell'evento. L'esperienza delle vittime è quella di un perché senza risposta. La ripetizione circolare delle testimonianze e dell'estremo dolore non produce alcun significato. Lo abbiamo visto a gennaio in Francia, lo abbiamo rivisto a Tunisi a marzo. Quando «le parole non bastano più», o quando «non esistono parole» per dirlo, significa che l'evento è «impensabile», nel vero senso della parola. Ma ciò che restituisce il senso dell'atto e ne assicura la sua continuità soggettiva prima, durante e dopo l’evento, è ciò che pensano coloro che ne sono stati attori o che avrebbero potuto esserlo. Questo è l'intento di Haruki Murakami quando dà la parola ad alcuni membri d'Aum.
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La demagogia, le sue forme
S. Cingari intervista Luciano Canfora
Proponiamo qui un’intervista raccolta nel 1994 da Salvatore Cingari presso la Scuola Superiore di Studi storici dell’Università di San Marino dove il Prof. Canfora ha tenuto un ciclo di lezioni su La democrazia in Occidente: il concetto e la cosa. Ci pare oggi rilevante rimarcare, a diciassette anni di distanza, l’assoluta, precisa scansione di alcuni passaggi, confermati d’altronde dalle cose, appunto, e dagli eventi.
Nel suo saggio su La democrazia come violenza (commento dello pseudo-senofonteo Atenaion politeia, Palermo, Sellerio, 1988), lei ricorda come Aristotele, nella Politica, abbia sottolineato che la definizione di democrazia non è inclusa nell’idea del “maggior numero”, perché se “i più” fossero i “ricchi”, nessuno definirebbe democratico quel regime, così come nessuno definirebbe oligarchico quell’altro regime in cui la minoranza dei “poveri” detenesse il potere all’interno di una società composta in prevalenza da benestanti. Ciò sembra confortare la sua critica nei confronti delle democrazie contemporanee in cui i tre quarti dei cittadini vivono nel benessere e costituiscono una maggioranza governante a scapito di una minoranza di persone socialmente disagiate (cfr. anche i suoi ultimi interventi sul Corriere della sera del 17 Maggio e del 1 Giugno: E per un piccolo scarto di voti Socrate bevve la cicuta e Ma in democrazia lo spartiacque è tra povertà e ricchezza). Riflettendo su queste sue posizioni mi era in un primo momento sembrato che per lei “democrazia” significasse governo “dei”ceti svantaggiati o “per” tali ceti, anche se essi ceti fossero la minoranza del paese (con eventuale evocazione della dittatura giacobina o bolscevica); in un secondo tempo ho pensato invece che forse la sua idea di democrazia è questa: un regime che non esercita il potere grazie alla ricchezza. Insomma, professore, cos’è, per lei, “democrazia”?
Una volta mi è accaduto di formulare una definizione della democrazia in un seminario dell’ Istituto Gramsci, non moltissimi anni fa. Sono tuttora legato a quella definizione: la democrazia come uno stato provvisorio instabile, che si dà, cioé, in alcuni momenti, ma, nelle medesime forme esteriori giuridiche, non si dà più in altri momenti.
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La politica è uno specialismo. Però…
Aldo Giannuli
So di toccare un tema delicato che fa scattare molte suscettibilità, ma, tanto vale, dirla subito con franchezza: chi sogna una politica senza intermediazioni, praticabile immediatamente da tutti, è completamente fuori strada, perché la politica è inevitabilmente uno specialismo, come l’economia, la medicina, l’architettura o la matematica. Mi dispiace ma è così.
Questo non significa che ci si debba mettere, ad occhi chiusi, nelle mani dei politici di professione o degli “esperti”, perché politici e tecnici sono tutt’altro che gente disinteressata di cui ci si possa fidare. E, peraltro, ognuno ha diritto di intervenire su decisioni che incidono sulla sua vita e sulla vita dei suoi figli. Il problema è come fare. Procediamo con ordine.
In primo luogo: perché la politica è uno specialismo ed in che senso lo è?
La politica non è fatta di pochi atti, come ad esempio fare sette leggi all’anno o decidere una volta per tutto come si spende il denaro dello Stato e come si alimentano le casse dello Stato. E’ fatta di decine di decisioni ogni giorno. Per limitarci alla sfera nazionale (senza tener conto degli enti locali) in un anno, il Parlamento approva mediamente 200 leggi, ma accanto ad esse ci sono le disposizioni ministeriali che ne guidano l’applicazione (regolamenti, circolari ecc.), inoltre ci sono gli atti di politica estera, le commissioni di inchiesta e di indagine, gli atti di controllo ecc.
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Sul razzismo
intervista ad Alberto Burgio
Il razzismo può apparire una questione non così cruciale nell’analisi della nostra società. In realtà la sua analisi può invece rivelare meccanismi profondi e illuminare alcuni dei tratti più importanti della nostra contemporaneità. Abbiamo deciso di rivolgerci per questo al prof. Alberto Burgio, professore di Storia della Filosofia all’Università di Bologna, che da diversi anni ormai si è occupato del fenomeno, intuendone la rilevanza e rendendolo oggetto delle sue ricerche (che hanno dato origine a libri come Studi sul razzismo italiano, a cura di e con Luciano Casali, Bologna, CLUEB, 1996; L’invenzione delle razze. Studi su razzismo e revisionismo storico, Roma, Manifestolibri, 1998; Nonostante Auschwitz. Per una storia critica del razzismo europeo, Roma, DeriveApprodi, 2010; Razzismo, con Gianluca Gabrielli, Ediesse, 2012). Per il professor Burgio il razzismo non è un elemento estemporaneo ma qualcosa che si lega alle dinamiche più profonde della contemporaneità. Analizzare questo tema sarà dunque un’occasione per riflettere sul nostro tempo.
Domanda: L’attualità ci pone in maniera sempre più drammatica davanti a fenomeni migratori di portata crescente e al rinascere di atteggiamenti razzisti all’interno delle nostre società. Per interpretare tale fenomeno lei sottolinea la necessità di comprenderne le radici storiche profonde, al riguardo sottolinea quanto sia importante indagare quella che può esserne definita la genesi. Nel fare ciò lei mette in evidenza nei suoi libri un nesso decisivo che unisce il razzismo alla modernità. In che senso il razzismo può essere definito un fenomeno moderno?
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Democrazia in Crisi?
di Stefano Petrucciani
1. Il disagio e la sfiducia nella democrazia
Ragionare oggi sulla democrazia significa innanzitutto prendere atto di un paradosso. Per un verso, la democrazia sembra ormai porsi, nel ventunesimo secolo, come l’unica forma politica la cui legittimità nessuno o quasi osa più mettere in discussione: la si può interpretare (e la si interpreta di fatto) in modi diversi, certamente anche in modi che noi europei giudicheremmo antidemocratici, ma, in ogni caso, essa viene percepita come un valore politico dai sostenitori delle più diverse visioni ideologiche. D’altra parte, però, almeno in Italia e in Europa, bisogna riconoscere che la democrazia attraversa una fase piuttosto critica, segnata da sfiducia o da disagio, come molti politologi hanno da tempo rilevato1. Appare pertanto necessario interrogarsi su quali siano le cause o le ragioni che determinano questo stato di largamente diffusa insoddisfazione, su quali siano i punti critici attorno ai quali esso si addensa, sui processi sociali e politici ai quali si può far risalire. Il panorama che ci si squaderna davanti, se si prova a ragionare su questo tema, è estremamente variegato e complesso; il tentativo che intendo fare, perciò, è quello di cercare di metterne in risalto alcuni tratti più forti o più caratteristici.
Il tema più eclatante dal quale può essere opportuno partire sembra essere quello della rappresentanza. In prima istanza, infatti, la crescente sfiducia dei cittadini, costantemente rilevata negli ultimi anni da sondaggi e da analisi politologiche, sembra appuntarsi proprio sui consolidati meccanismi della democrazia rappresentativa, a cominciare in particolare dal Parlamento e dai partiti. Che l’insoddisfazione dei cittadini rispetto a questi cardini della vita democratica moderna sia diffusa e crescente è sotto gli occhi di tutti.
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Libertà, svastiche e carri armati
Infoaut
Pungente, scomoda analisi di Massimo Gramellini su La Stampa: comunismo e nazismo sono la stessa cosa. Questo perché, sebbene l’intento di fondo fosse diverso (“ll dominio di una razza in seguito a stermini di massa” in un caso, “la fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo” nell’altro), le “utopie” vanno giudicate sulla base non delle intenzioni, ma delle “applicazioni”; e benché il nazismo abbia, in pochi anni, realizzato molti degli obiettivi che si era prefissato, il comunismo si è rovesciato in un sistema “oppressivo, violento e liberticida” che non è stato da meno. Bene ha fatto il governo ucraino, quindi (questo il contributo dell’opinionista verso il 25 aprile) ad equiparare per legge comunismo e nazismo, giacché “nella storia non esiste traccia di comunismi senza carri armati e polizie segrete”.
Già: esiste nella storia traccia, però, di stati senza carri armati e polizie segrete? A ben vedere, no. Le istituzioni che Gramellini vuole, in negativo, difendere (quelle “democratiche” sotto il cui potere viviamo) possiedono (e usano in continuazione) carri armati senza omettere di spiare i propri cittadini, aumentando anzi la potenza del controllo sociale (vedi le intercettazioni telefoniche e cibernetiche di massa e l’educazione alla delazione e all’abiura portata avanti senza posa dal sistema giudiziario e dalle istituzioni formative).
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Farro per fermare il declino
di Raffaele Alberto Ventura
Nelle piazze italiane mobilitate da Matteo Salvini ha fatto la sua comparsa la bandiera di una nuova formazione politica, chiamata a puntellare la Lega fuori dal territorio padano: si chiama Sovranità ed è il partito di Simone Di Stefano, numero due di CasaPound. Degli autoproclamati “fascisti del terzo millennio” Sovranità sembra voler incarnare una versione presentabile, per famiglie o magari per governi, “un passo in avanti… un soggetto politico in cui si può interagire senza avere retroterra ideologici” secondo Di Stefano. Ma per capire l’essenziale di questa nuova offerta politica non è necessario ascoltare lunghi discorsi pieni di circonlocuzioni ed eufemismi: il piano dei simboli è già abbastanza ricco di significati, e i “retroterra ideologici” ancora piuttosto presenti.
Se Gianluca Iannone, leader storico del movimento, mantiene il suo look da rockstar in giacca di pelle, SimoneDi Stefano preferisce indossare giacca e camicia, radendosi con cura barba e capelli. E se CasaPound conserva la sua vecchia grafica rossonera, in odore di nazionalsocialismo, Sovranità ha scelto di sostituirla con una più sobria, azzurro e giallo. In politica, i colori hanno ovviamente un senso. Diverse tonalità di blu, che evocano forse la nazionale italiana di calcio, contraddistinguono da vent’anni i partiti di destra parlamentare. Anche in Francia, Marine Le Pen ha trasformato il partito del padre in un “Rassemblement Bleu Marine”. E il giallo? Oltre a segnalare una continuità con l’esperienza giallo-blu de La Destra di Storace, che nel 2008 aveva candidato Iannone al parlamento, che cosa indica il giallo?
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Gli "ideali repubblicani"
Intervista a Jacques Rancière
Gli equivoci della campagna Charlie e i frutti avvelenati di un certo “repubblicanesimo” socialista. Gira su vari siti e sintetizziamo da quello originario (OBS, 2 aprile 2015) un’intervista di rilevante interesse del filosofo Jacques Rancière, l’autore della Mésentente e del Maître ignorant.
Tre mesi fa la Francia sfilava in nome della libertà d’espressione, ma le ultime elezioni dipartimentali sono state segnate da una nuova ascesa del Fronte Nazionale. Come analizzate questa rapida sequenza apparentemente contraddittoria?
Non è affatto sicuro che ci sia una contraddizione. Tutti, certo, erano d’accordo nel condannare gli attentati di gennaio e nel felicitarsi per la reazione popolare che è seguita. Ma l’unanimità richiesta sulla libertà di espressione ha implicato una confusione. In effetti, la libertà d’espressione è un principio che governa i rapporti fra gli individui e lo Stato, vietando a quest’ultimo di impedire l’espressione di opinioni avverse. Quello che invece è stato calpestato il 7 gennaio a «Charlie» è un principio ben diverso: il principio che non si spara a qualcuno perché non si ama quanto dice, il principio cioè che regola il modo in cui individui e gruppi vivono insieme e imparano a rispettarsi a vicenda.
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Quei legami pericolosi tra polis e guerra civile
di Giorgio Agamben
Questo testo è tratto dal primo capitolo di Stasis di Giorgio Agamben (Bollati Boringhieri pagg. 84, euro 14).
Che una dottrina della guerra civile manchi oggi del tutto è generalmente ammesso, senza che questa lacuna sembri preoccupare troppo giuristi e politologi. Roman Schnur, che già negli anni Ottanta formulava questa diagnosi, aggiungeva tuttavia che la disattenzione nei confronti della guerra civile andava di pari passo al progredire della guerra civile mondiale. A trent'anni di distanza, l'osservazione non ha perso nulla della sua attualità: mentre sembra oggi venuta meno la stessa possibilità di distinguere guerra fra Stati e guerra intestina, gli studiosi competenti continuano a evitare con cura ogni accenno a una teoria della guerra civile.
È vero che negli ultimi anni, di fronte alla recrudescenza di guerre che non si potevano definire internazionali, si sono moltiplicate, soprattutto negli Stati Uniti, le pubblicazioni concernenti le cosiddette internal wars; ma, anche in questi casi, l'analisi non era orientata all'interpretazione del fenomeno, ma, secondo una prassi sempre più diffusa, alle condizioni che rendevano possibile un intervento internazionale. Il paradigma del consenso, che domina oggi tanto la prassi che la teoria politica, non sembra compatibile con la seria indagine di un fenomeno che è almeno altrettanto antico quanto la democrazia occidentale.
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