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Miseria dell'anticomplottismo
di Riccardo Paccosi
Il seguente intervento è parte di una coppia di articoli. Va dunque letto insieme al suo omologo Miseria del complottismo
Una premessa per entrambi gli articoli
Complottismo e anticomplottismo, innanzitutto, non sono ideologie bensì costellazioni ideologiche che, da una parte, risultano estremamente eterogenee nella loro composizione interna e, dall’altra, stanno col passare del tempo acquisendo tratti politici e valoriali sempre più definiti.
Entrambe le costellazioni ideologiche hanno altresì in comune tre aspetti:
a) sono figlie del Web 2.0 e, precisamente, delle modalità proprie e specifiche di trasmissione ed espressione che quest’ultimo ha sviluppato;
b) rappresentano la fenomenologia di nuove forme di polarizzazione ideologica, che stanno soppiantando quelle del secolo scorso; a differenza di quelle del Novecento, però, le nuove polarizzazioni non afferiscono ad alcun pensiero sistematico né ad alcuna filosofia politica strutturata;
c) come cercherò di argomentare nei due articoli, entrambe le polarità sono funzionali alla riproduzione dell’ideologia dominante.
Data simbolica d’inizio: 11 settembre 2001
Mentre le teorie cospirative sono sempre esistite, l’anticomplottismo è un fenomeno per certi aspetti inedito: esso si sviluppa, per reazione, nel momento in cui le teorie del complotto, in seguito ai fatti dell’11 settembre 2001 , assumono dimensione di massa nonché caratteristiche di costellazione ideologica.
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Miseria del complottismo
di Riccardo Paccosi
Il seguente intervento è parte di una coppia di articoli. Va dunque letto insieme al suo omologo Miseria dell’anticomplottismo
Una premessa per entrambi gli articoli
Complottismo e anticomplottismo, innanzitutto, non so no ideologie bensì costellazioni ideologiche che, da una parte, risultano estremamente eterogenee nella loro composizione interna e, dall’altra, stanno col pa ssare del tempo acquisendo tratti politici e valoriali sempre più definiti.
Entrambe le costellazioni ideologiche hanno altresì in comune tre aspetti:
a) sono figlie del Web 2.0 e, precisamente, delle modalità proprie e specifiche di trasmissione ed espressione che quest’ultimo ha sviluppato;
b) rappresentano la fenomenologia di nuove forme di polarizzazione ideologica, che stanno soppiantando quelle del secolo scorso; a differenza di quelle del Novecento, però, le nuove polarizzazioni non afferiscono ad alcun pensiero sistematico né ad alcuna filosofia politica strutturata;
c) come cercherò di argomentare nei due articoli, entrambe le polarità sono funzionali alla riproduzione dell’ideologia dominante.
Data simbolica d’inizio: 11 settembre 2001
Le teorie cospirative, ovviamente, esistono da sempre ma la loro configurazione attuale di forma mentis opposta all’ideologia dominante e all’informazione mainstream – nonché di costellazione ideologica di massa – è cosa molto recente e alla quale potremmo attribuire un inizio simbolico con gli eventi dell’11 settembre 2001.
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Perché c’è bisogno di un populismo di sinistra
Christian Raimo
Due mesi fa, quest’estate, ho assistito a Londra a una giornata della campagna elettorale di Jeremy Corbyn alla Union Chapel. Tra le molte cose (belle) che mi hanno sorpreso ne ho appuntate mentalmente un paio.
La prima è che l’intervento finale di Jeremy Corbyn durava da programma venti minuti, e venti minuti è durato. Tanto carismatico quanto sintetico, tanto chiaro quanto radicale.
Pantaloni larghi con le pinces, senza cravatta, aria da middle class novecentesca, ha parlato di rinazionalizzare le ferrovie, di abbassare le tasse universitarie, di rendere di nuovo pubblico ed efficiente il servizio sanitario nazionale, di sostenere un’alternativa economica chiara. Ha detto: “Non è possibile che la classe politica britannica abbia studiato tutta a Oxford o a Cambridge”, “dobbiamo avere una risposta umana e umanitaria alla questione delle migrazioni”, e ha concluso i suoi venti minuti con una frase di grande efficacia: “Immagino un mondo in cui tutte le persone si prendono cura delle altre, e questo mondo si chiama socialismo”.
Ma il suo intervento, convincente, perfetto, da leader che avrebbe effettivamente stravinto le primarie del Partito laburista, non è stato nemmeno il migliore della giornata.
Ad aprire infatti era stato un giovane attivista, opinionista del Guardian, che si chiama Owen Jones. I venti minuti di Owen Jones sono stati il miglior discorso di sinistra che ho sentito negli ultimi anni.
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La vicenda di Syriza, il fallimento del parlamentarismo e la necessaria rivoluzione copernicana
di Michele Nobile
Sarà la coincidenza del mese, ma molti commenti sui risultati dell'ultima elezione in Grecia mi hanno fatto scattare un'associazione con l'originale lezione che Enrico Berlinguer trasse dalla tragedia del golpe cileno. Ragionando a partire dal colpo di Stato in Cile, tra settembre e ottobre del 1973 il segretario del Pci mise a punto la linea del «compromesso storico», in effetti già delineata da un anno a quella parte e che altro non era se non una versione aggiornata della strategia togliattiana dell'«avanzata dell'Italia verso il socialismo nella democrazia e nella pace». Come è noto, la lezione che Berlinguer traeva dalla terribile tragedia cilena consisteva nella asserita necessità, per i comunisti italiani, di giungere a un «nuovo grande "compromesso storico" tra le forze che raccolgono e rappresentano la grande maggioranza del popolo italiano». Non si trattava, dunque, di alimentare e concentrare le possibilità di radicalizzazione politica ancora esistenti nella società italiana, ma di piegare la forza contrattuale del movimento operaio all'alleanza con la piccola e media borghesia e con il padronato; non si trattava di colpire la Democrazia cristiana, allora nel momento di massima crisi, ma di riabilitarla come «forza popolare» costituzionale e con essa collaborare strettamente.
Implicitamente, Berlinguer affermava che per la «via democratica al socialismo» non era sufficiente, in termini istituzionali, neanche conseguire il 51% dei suffragi.
La tragedia cilena costituiva una conferma, di portata mondiale, dei limiti insuperabili della via elettorale e parlamentare al socialismo; eppure Berlinguer ne trasse la lezione opposta, rovesciando le ragioni che avevano permesso la riuscita del golpe, viste non nel moderatismo di Unidad Popular e nell'illusione di Allende della fedeltà alla Costituzione di Pinochet e dei militari, ma in un eccesso di radicalità, nella frattura con un partito «popolare» come la Democrazia cristiana.
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La teatralizzazione della sovranità
Edoardo Greblo
Il 9 novembre 1989 il muro di Berlino veniva abbattuto fra gli applausi dell’opinione pubblica di tutto il mondo. Il sogno di un pianeta senza frontiere sembrava finalmente a portata di mano. A neppure vent’anni da quell’evento, il Congresso degli Stati Uniti votava, il 15 dicembre 2005, la legge 6061, che autorizzava l’innalzamento di un muro lungo oltre mille chilometri al confine con il Messico. Non si trattava della prima costruzione di questo tipo, e non era neppure destinata a essere l’ultima. Sia prima sia dopo, molti altri Stati hanno creato o progettato altri muri un po’ dovunque. Ultimo, almeno per il momento, quello che l’Ungheria sta costruendo al confine con la Serbia e che fa seguito a scelte analoghe compiute sia dalla Bulgaria sia dalla Grecia lungo i rispettivi confini con la Turchia e con lo stesso obiettivo: impedire ai migranti di entrare illegalmente nei propri territori nazionali.
Eppure, sino a non molto tempo fa, alcuni salutavano la fine dell’era dello spazio – dell’epoca del limes, dei cordon sanitaires, del Lebensraum – come la “fine della storia”. E quindi della fine dei muri, perché solo nell’era dello spazio il territorio e le sue eventuali fortificazioni erano garanti della sicurezza collettiva e il loro controllo rappresentava la prerogativa sovrana del potere politico: quello degli antichi imperi (la muraglia cinese e il vallo di Adriano), delle città e dei signori feudali del Medioevo (fossati, ponti levatoi, fortificazioni), degli Stati moderni (linee Maginot e Sigfrido), dei blocchi militari contrapposti (muro di Berlino).
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Sotto il cielo dell’”Interregno”
Beppe Caccia e Sandro Mezzadra
Note preliminari sul metodo politico della trasformazione oggi
È ormai alle nostre spalle il luglio greco, con l’entusiasmante vittoria dell’OXI al referendum del 5 luglio e con il famigerato “accordo” di una settimana dopo. La Grecia resta comunque al centro dell’attenzione, non solo per quel che riguarda il dibattito all’interno della “sinistra” internazionale ma anche per gli scenari aperti dalle dimissioni di Tsipras, dalla scissione di Syriza e dall’annuncio di nuove elezioni a fine settembre. Sono scenari complessi, in cui in gioco sono tra l’altro la natura di Syriza e la democrazia interna al partito dopo la nascita di “Unità popolare”, le prospettive politiche ed elettorali di quest’ultima formazione, il rapporto che i movimenti intratterranno con le istituzioni nella nuova congiuntura. Nessuna scorciatoia auto-consolatoria, nessuna ricetta ideologica derivata dalle categorie e dagli schemi del passato può funzionare di fronte alle contraddizioni del reale, che qui si manifestano con inedita violenza. In questo intervento, non ci proponiamo tuttavia di affrontare direttamente questi temi e queste contraddizioni. Quel che vorremmo tentare, piuttosto, è di formulare alcuni criteri di metodo che possano orientare in questa fase, dal punto di vista di una politica che punta alla trasformazione radicale dell’esistente, il giudizio su una situazione come quella greca, e inevitabilmente su quella europea che in essa si rispecchia.
In questa fase, abbiamo detto: in una fase che continua a essere segnata dalla crisi e da una transizione dall’esito incerto, tanto in Europa quanto su scala globale. La categoria gramsciana di “interregno” è parsa a molti, negli ultimi tempi, particolarmente calzante per descrivere alcuni tratti del nostro presente.
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L’idea di politica dalle parti di Podemos
di Pierfranco Pellizzetti
«Fine della guerra fredda e recupero del
conflitto ottocentesco, quando gli operai
cominciavano a organizzarsi. I barbari
sono all’interno. La patria non può essere
la plebaglia. La patria è formata da quelli
che hanno un reddito»
J.C. Monedero
«Nel XX secolo i filosofi hanno cercato di
cambiare il mondo. Nel XXI è ora che si
mettano a interpretarlo in modo diverso»
Manuel Castells
Una riflessione sull’idea alternativa di politica che sta imponendosi tra le nuove generazioni spagnole, a partire dal libro “Corso urgente di politica per gente decente” di Juan Carlos Monedero, ex numero due di Podemos, edito in Italia da Feltrinelli. Un testo che è la cartina di tornasole delle profonde difficoltà a pensare l’Altrapolitica in maniera – al tempo – strutturata e strategica
Se buona parte dei giocatori del Barça sono il prodotto della “cantera” (alla lettera “cava/miniera”, significato traslato nel vocabolario della stampa sportiva come “allevamento/incubatore”), la scuola per calciatori junior della società catalana, allo stesso modo buona parte dei quadri medio-alti di Podemos provengono dal laboratorio dell’Università madrilena Complutense.
Vale per il leader – Pablo el colete Iglesias – vale anche per l’ex numero due della formazione politica emergente sulle ceneri del Movimento degli Indignados (o 15-M, da quel 15 maggio 2011 in cui la protesta si accampò alla Puerta del Sol), il professor Juan Carlos Monedero; autore del saggio sull’idea alternativa di politica che sta imponendosi tra le nuove generazioni spagnole e che – sulla scia del successo mediatico di tale parola d’ordine – è stato recentemente editato da Feltrinelli.
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Cos’è davvero la Cina?
F. M. Parenti intervista Domenico Losurdo
Prosegue il nostro speciale sulla Cina, volto ad indagare, al di là di facili semplificazioni e deformazioni della prospettiva occidentale, le vere caratteristiche del suo sistema politico. Vi proponiamo l’intervista al Prof. Domenico Losurdo, esperto di questioni cinesi
Perché lo sviluppo della RPC degli ultimi decenni viene frettolosamente definito come capitalistico tout court – spesso aggettivato come autoritario – sia dai media occidentali che da molti studiosi di scienze sociali?
Faccio un bilancio storico: nei primi 15 anni di vita della Russia sovietica è possibile individuare il succedersi di tre diversi modelli di sviluppo postcapitalistico. Inizialmente c’è il comunismo di guerra, poco dopo, a partire da una situazione disastrata, c’è la NEP e, infine, c’è la completa collettivizzazione, anche alla luce dei pericoli di guerra. Non c’è dubbio che il terzo modello a un certo punto è caduto in crisi, come è avvenuto negli ultimi anni della Cina maoista. I dipendenti non si presentavano al lavoro e quando lo facevano si impegnavano ben poco, continuando tuttavia a godere di un salario garantito: ciò non corrisponde affatto alla definizione marxiana di socialismo, in cui la retribuzione deve essere proporzionata al lavoro erogato.
La storia della Cina è diversa. Se prendiamo le mosse dalle aree governate dal PCC già nella seconda metà degli anni Venti, per quasi novanta anni di storia c’è stata una sostanziale continuità: un sistema a economia mista con forte controllo statale. Edgar Snow riferiva che in Cina erano presenti tutte le forme di proprietà. Mao Zedong a metà degli anni Cinquanta fa una distinzione netta tra espropriazione politica ed espropriazione economica della borghesia e sostiene che l’espropriazione economica non va portata fino in fondo, poiché la borghesia ha conoscenze imprenditoriali e capacità manageriali utili e necessarie all’instaurazione del socialismo.
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Guerra senza limiti
Enzo Pennetta intervista il gen. Fabio Mini
Generale di Corpo d’Armata, capo di Stato Mggiore della NATO, capo del Comando Interforze delle Operazioni nei Balcani e comandante della missione in Kosovo. Fabio Mini è uno dei più grandi conoscitori delle questioni geopolitiche e militari, su CS parla delle crisi attuali ma non solo. E dice cose molto importanti
Gen. Mini, nel suo libro “La guerra spiegata a…” afferma che non esistono guerre limitate, o meglio che una potenza che si impegna in una guerra limitata ne prepara in realtà una totale. Nell’attuale situazione di conflittualità diffusa, che sembra seguire una specie di linea di faglia che va dall’Ucraina allo Yemen passando per Siria e Irak, dobbiamo quindi aspettarci lo scoppio di un conflitto totale?
R1. La categoria delle guerre limitate, trattata dallo stesso Clausewitz, intendeva comprendere i conflitti dagli scopi limitati e quindi dalla limitazione degli strumenti e delle risorse da impiegare. Doveva essere il minimo per conseguire con la guerra degli scopi politici. E la guerra era una prosecuzione della politica. Erano comunque evidenti i rischi che il conflitto potesse degenerare ed ampliarsi sia in relazione alle reazioni dell’avversario sia in relazione agli appetiti bellici, che vengono sempre mangiando. Con un’accorta gestione delle alleanze e delle neutralità, un conflitto poteva essere limitato nella parte operativa e comunque avere un significato politico più ampio. Oggi la guerra limitata non è più possibile neppure in linea teorica: gli interessi politici ed economici di ogni conflitto, anche il più remoto e insignificante, coinvolgono sia tutte le maggiori potenze sia le tasche e le coscienze di tutti.
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Spazzare e punire
Fallimento della Big Society e legge sul terzo settore in Italia
di Redazione
Prima di tutto viene a mente Boris Johnson. L’attuale sindaco di Londra. Il tipo di conservatore britannico tanto chiassoso, nelle dichiarazioni, quanto ben lucido quando si tratta di tutelare i grandi interessi. Subito dopo i riot del 2011, Johnson si presenta con una scopa in mano per le strade di Londra invitando i cittadini a pulire le strade. Inevitabilmente i volontari, che seguono il gesto di Johnson ripreso dalle tv di tutto il mondo, vengono mediatizzati all’istante. Siamo sul set dove si recita, formalizzando il racconto dai social alle più classiche televisioni, l’operosità dei cittadini silenziosi e disciplinati contro la canaglia confusa e violenta. E’ andata in questo modo: legittimazione dell’operato del sindaco conservatore riuscita, canaglia condannata anche da Bauman come violenta perchè compulsiva e consumista (mentre i conservatori sono notoriamente asceti che non fanno guerre) e il set può essere smontato. Nelle settimane successive, un pò di processi, qualche furgone della polizia che ha fatto il giro di città, come Birmingham, esponendo grandi foto digitali dei sospetti. Tutto molto “1984” ma quando hai rappresentato la verginità della società civile che si riprende la città, e senza costi per il contribuente, l’intervento della polizia segue con serena naturalezza.
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Il “Greco Levantino” e la narrazione al tempo della crisi
di Girolamo De Michele
Circa quattro anni fa, il non-ancora-greco-levantino Yanis Varoufakis scrisse un testo (Never bailed out: Europe’s ants and grasshoppers revisited, dicembre 2011, qui) nel quale la narrazione delle cause della crisi greca si intrecciava con la sovversione della narrazione dominante, incentrata sulla contrapposizione fra le virtuose formiche (tedesche) del nord e le scellerate cicale (greche) del sud d’Europa. Questa narrazione fungeva da schermo nei confronti della reale contrapposizione fra cicale e formiche, che non è originata nelle identità nazionali o localizzata nell’asse cardinale nord-sud, ma radicata negli antagonismi di classe: le formiche greche lavoravano in settori a bassa produttività con bassi salari e tutele lavorative e un’inflazione reale superiore a quella ufficiale; quelle tedesche lavoravano in settori a grande produttività, e la differenza fra alti profitti e salari stagnanti creava un surplus che veniva investito, a causa dei bassi tassi d’interesse esistenti in Germania, all’estero; per contro, le cavallette tedesche (quegli inimitabili banchieri il cui scopo è massimizzare i guadagni col minimo sforzo) facevano fluire il capitale prodotto dal duro lavoro a basso costo delle formiche verso il meridione in cerca di alti guadagni, mentre le cavallette greche, e i loro alleati politici al governo, chiedevano alle cavallette tedesche (le banche) sempre maggiori prestiti, senza pensare al domani (per contro, le formiche greche dovevano farsi carico dei costi di questa macchina finanziaria che non portava alcun reale beneficio al popolo greco.
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La fine del riformismo
Riccardo Achilli
La vicenda greca sarebbe stata, come tutti dicevamo, estremamente istruttiva per capire i destini della sinistra e dell’Europa. Sotto il primo profilo, emerge il fallimento totale del paradigma di Syriza, ovvero la possibilità di invertire in senso progressivo, o quantomeno meno recessivo, la direzione di marcia delle politiche economiche, e quindi di restituire una qualche forma di speranza nel futuro al suo Paese e, indirettamente, a tutti i Paesi sottoposti ad austerità nell’eurozona.
Dopo cinque mesi di negoziati estenuanti, un referendum tradito che, a questo punto, può essere considerato soltanto come una misura per evitare un possibile golpe che si stava materializzando, oppure, come sottolinea maliziosamente Evans Pritchard, come il veicolo per ottenere un “si” e far passare l’austerità anche agli occhi dell’ala recalcitrante di Syriza, dopo aver dovuto imporre un blocco ai movimenti di capitali ed alla liquidità di banche oramai esangui e che dovranno andare incontro ad un doloroso (dal punto di vista occupazionale) ed incerto (dal punto di vista competitivo) processo di fusioni, dopo tutto questo percorso tormentato, ecco quello che la Grecia ottiene:
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Cambiare, tra il dire e il fare
Cambiamento politico nell’era complessa
Pierluigi Fagan
La vicenda greca si presta ad alcune considerazioni sul tema del cambiamento politico, un tema la cui attualità è indiscutibile per tutti coloro che non sopportano il come vanno le cose nel presente e sono viepiù preoccupati (anche qualcosa di più) per come andranno nel futuro.
1. Il fronte del malcontento somma tutti coloro che per ragioni concrete (salari, lavoro) e concrete-ideali (giustizia sociale, democrazia, ecologia, sogno di un mondo migliore), soffrono una situazione particolarmente distante dalle loro aspettative.
2. Il fronte ha dunque una composizione assai variegata ed ha avuto, sino ad oggi, scarse possibilità di pesarsi ovvero di rendersi cosciente del suo peso stante che la politica, che è l’attività di conservare-cambiare lo stato di cose, richiede peso sufficiente. C’è il peso inerziale di chi vuol conservare e c’è il peso dinamico di chi le vuol cambiare. In genere, il secondo, deve superare il primo non di poco se si vuole superare l’inerzia che è lo stato naturale delle cose. Deve superarlo di non poco anche perché la messa in moto del cambiamento procederà lungo strade lunghe e tortuose. La lunghezza e la tortuosità della strada del cambiamento è un attrito e l’attrito erode massa al peso del cambiamento per cui, se non si parte da un capitale di peso politico congruo, dopo poco tempo ovvero dopo aver fatto appena l’inizio del lungo percorso, ci si ritrova senza il necessario peso politico.
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Podemos, tra moltitudine e egemonia: Negri o Laclau?
di Bruno Cava
Con questa analisi teorica che ripercorre il solco della discussione sui nuovi movimenti in America Latina e in Spagna, tra Gramsci, Laclau, Hardt e Negri, si apre la nuova sessione “Sud America”, con l’intento di riportare presso di noi (e viceversa) le suggestioni e gli spunti politici ed economici che animano quello che oggi è forse il continente più attivo del cercare di individuare possibili processi di trasformazion sociale
La differenza tra populismo e un discorso liberale classico risiede nel fatto che, nel primo caso, il popolo è qualcosa ancora da costruire, mentre per i liberali il popolo è qualcosa di già dato. Nel primo caso, la costruzione del popolo implica la costruzione di una nuova rappresentanza. Nel secondo, alla rappresentanza spetta appena contemplare una società che le preesiste ed è già formata.
Per il populismo, la storia della costruzione di un popolo passa attraverso la divisione tra un “noi” e un “loro”. Si denuncia la falsa universalità dell’ordine rappresentativo esistente, che non ci rappresenta più, per successivamente rivendicare una nuova universalità. Nelle rivoluzioni borghesi è stato a partire dalla lotta contro l’ancien regime che fu possibile liberarsi dall’aristocrazia parassita, per formare la nazione e la cittadinanza borghese, da quel momento in avanti considerata universale. Nelle lotte anticoloniali si lottava contro la metropoli e l’imperialismo, in nome dell’unità della liberazione nazionale. Con il filosofo Antonio Gramsci, la costruzione del popolo riunisce intellettuali, operai e contadini in una coscienza collettiva nazional-popolare, che si sbarazza dei borghesi.
Invece per i tecnocrati, più legati al discorso liberale classico, non ci sarebbe necessità di costruire popolo alcuno: è sufficiente scegliere le persone giuste, adottare “idee che funzionano” e impiantare la migliore gestione per ogni situazione specifica.
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Complottando un po’
di ilsimplicissimus
Non passa giorno che qualche voce intelligente o ottusa non si levi contro il cosiddetto complottismo, che con lo sviluppo della rete è passato dai discorsi da bar o dalle conventicole degli adepti, a vero e proprio filone informativo. Ultimamente ci è messo anche Umberto Eco a restituire con un po’ di ritardo, come è testimoniato dal suo nome, il rullo dei tamburi che proviene dalla “buona informazione” ufficiale. Cosa sorprendente per chi abbia avuto la ventura con qualche accenno di “s” di seguire i suoi corsi nei quali decretava che i mezzi di comunicazione di massa, ovvero giornali e televisioni non potevano fare cultura in nessun caso, mentre adesso gli stessi veicoli di informazione sono diventati misura di verità e dunque anche di formazione.
Comunque sia la polemica contro le “balle”non è rivolta verso questa o quella tesi inconsistente, ma genericamente contro l’atteggiamento “paranoico” e spia di “disadattamento sociale ” di chi sostiene tesi alternative senza alcuna prova o sulla base di semplici indizi o ancora più spesso in base ad atteggiamenti fideistici, ma senza minimamente verificare la consistenza delle tesi accreditate dal potere, né di operare distinzioni tra chi per esempio sostiene di essere un portavoce degli alieni o di aver scoperto che i templari governano il mondo o di chi non crede che sia stato solo Oswald a sparare a Kennedy, circostanza che fra l’altro diede vita per la prima volta all’espressione teoria del complotto.
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