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Costituzione e virtù politica
Mario Dogliani
1. Ci stiamo inabissando. Stiamo correndo a grandi passi verso un qualcosa di molto simile a una regressione verso un primitivismo politico: il paese continua a dimostrarsi attratto (certo, provocato da comportamenti politici vergognosi) da forme, diciamo così, semplificate ed elementari di organizzazione e legittimazione del potere, mostrando di non avere alcuna fiducia nel conflitto democratico. Continua a resistere, mutate le forme, il richiamo esercitato da un potere illusionistico (non sprechiamo l'aggettivo "carismatico") fondato sulla affabulazione e sulla manipolazione - quello descritto con precisione da Thomas Mann ne Mario e il mago (Mario und der Zauberer) nel 1930 - i cui interessi sono stabilmente sincronizzati con quelli dei poteri extrasociali (i signori dell'oro, nazionali e internazionali, e i signori dello spirito, tutori dei credenti non adulti).
La causa di questo inabissamento non è immediatamente economica, perché non si può affermare che le crisi economiche portino di per sé, ineluttabilmente, alla crisi della democrazia. Il New Deal rooseveltiano lo prova; e d'altra parte non si può sostenere che l'avvento nei fascismi in Europa sia stato direttamente determinato da ragioni economiche. Anche di fronte all'impoverimento diffuso, alla paura, all'avvilimento, alla miseria la causa della deriva autoritaria è politica, perché si risolve nella incapacità del potere rappresentativo di reagire in modo razionale ed economicamente efficace alla crisi attraverso gli strumenti che gli sono offerti dalla stessa democrazia che lo ha costituito.
Ma che cosa ha prodotto questa incapacità?
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La politica è finita e la democrazia è una finzione
Luigi Pandolfi
Il disastro economico che pervade da un capo all’altro l’Europa, la stessa crisi del modello europeo fondato sul primato e sui vincoli dell’unione monetaria, ripropongono, con maggiore vigore rispetto al recente passato, il tema della funzione della politica nelle nostre società e quello della sua autonomia rispetto agli altri poteri.
Nel secolo trascorso l’autonomia della politica si è inverata nell’esercizio collettivo di una critica dell’esistente attraverso i partiti di massa, nel conflitto tra visioni diverse, antitetiche, del mondo, tra differenti progetti di società.
Oggi i partiti, quelli di massa che abbiamo conosciuto nel corso del Novecento, non esistono più: sono stati sostituiti da simulacri di partito politico, dietro cui predominano soltanto le carriere personali dei leader ed il loro rapporto diretto con la massa elettrice, naturalmente passiva ed amorfa.
In quanto all’indipendenza di questi leader, e delle loro organizzazioni, rispetto al potere dei mercati, delle istituzioni bancarie e dei grandi gruppi industriali, è inutile dire che è inesistente: la loro è una funzione asseveratrice della ineluttabilità del modello economico in cui le nostre esistenze sono immerse.
Ogni giorno siamo inondati da notizie sull’andamento delle borse, sul rendimento dei titoli di Stato. Parole come spread, default, listini, indici, sono entrati ormai nel linguaggio corrente delle persone.
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Un incubo
di Elisabetta Teghil
Secondo una lettura che va per la maggiore, il popolo libico e quello siriano si sarebbero sollevati e, nonostante la repressione poliziesca e quella militare, avrebbero, nel primo caso, rovesciato il dittatore e, nel secondo, starebbero tenendo testa a polizia ed esercito governativi.
Allora, forse, è il caso di andare in delegazione, anzi, direi, in pellegrinaggio, in Libia e in Siria, per farci spiegare come sia possibile, per una popolazione, sconfiggere polizia ed esercito o, comunque, tenergli testa.
Le vicende libiche e siriane ci dimostrerebbero, sempre se fosse vera la lettura che va per la maggiore, l’infondatezza della nostra presunta superiorità culturale, tecnica e politica.
Una domanda a margine, ma le donne possono far parte di questa delegazione o no?
Ma, almeno fra noi che ci dilettiamo di grafici, citazioni, parole difficili e scriviamo articoli il più lunghi possibile (versione del detto popolare “altezza è mezza bellezza” e, in questo caso, più lungo è, più dotto è) ma, almeno fra noi, ci possiamo fare il racconto semplice e prosaico che sono i paesi occidentali che hanno rovesciato Gheddafi e stanno tentando questo con Assad?
E’ così difficile dirlo e raccontarlo?
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Habermas, Balibar e la democrazia che evapora
di Gianni Ferrara
Per essere un veterano della critica all'Europa dei Trattati e dei mercati spero che l'intervento di Habermas, Bofinger e Nida-Ruemelin (la Repubblica del 4 agosto) così come la presa di posizione di Balibar e Kaldor (su questo sito) assieme alla crisi di rigetto che si estende nella varie nazioni del Continente ridestino la coscienza europea dal sonno delle ragioni della democrazia.
Quelle ragioni che il neoliberismo dei Trattati ha sottratto ai popoli europei istituzionalizzando della democrazia una autentica mistificazione, quella dell'Ue. La cui legittimazione sarebbe derivata dalla democraticità degli stati di appartenenza. Come se la rappresentanza politica dei Parlamenti di questi stati potesse essere trasferita ai rispettivi governi, usati come tramite per una successiva investitura di rappresentatività operata a favore delle istituzioni intergovernative dell'Unione. L'evaporazione della rappresentanza parlamentare si sarebbe poi estesa oltre le istituzioni intergovernative (Consiglio, Consiglio dei capi di stato e di governo).
Perché tali istituzioni, come del resto lo stesso Parlamento europeo, pur se rappresentativo di tutti i popoli dell'Unione, sono a potestà dimezzata.
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Una democrazia in cerca di radicalità
di Sandro Mezzadra
1. Intervenendo nel dibattito aperto quest’estate da Jürgen Habermas sulla crisi europea (“il Manifesto”, 20 settembre), Étienne Balibar ha riproposto una tesi formulata ormai da diversi anni: l’idea cioè che l’Europa politica sia sì necessaria, ma che al tempo stesso – per essere “legittima e quindi possibile” – essa debba realizzare un “sovrappiù” di democrazia rispetto agli Stati nazione che la compongono. Il punto è, tuttavia, che questo “sovrappiù” di democrazia non sembra più pensabile nei termini di una continuità lineare con i processi di “democratizzazione” che hanno caratterizzato la storia dello Stato nazione in Europa: con quei processi cioè che, per quanto contraddittoriamente (e con la cesura dei fascismi), a partire dall’Ottocento hanno determinato una progressiva estensione del suffragio e un arricchimento “intensivo” dei diritti di cittadinanza, culminato nella costruzione dello Stato sociale democratico.
Balibar lo riconosce, e introduce – come a saggiarne la produttività – una serie di categorie che all’interno dei dibattiti critici vengono impiegate per “reagire” a questa soluzione di continuità, che rende problematica ai suoi occhi l’insistenza di Habermas su un «costituzionalismo normativo»: democrazia partecipativa, governance, democrazia conflittuale, costruzione del comune, contro-democrazia. Si tratta di ipotesi teoriche non necessariamente compatibili l’una con l’altra: ma Balibar, lungi dal proporre una sintesi tra di esse, sembra essere interessato – coerentemente con il suo stile di pensiero – a porle in tensione, con l’obiettivo di produrre un campo teorico e politico al cui interno sia possibile avanzare nella ricerca di un’uscita in avanti, a sinistra, dalla crisi europea.
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Tra postoperaismo e neoanarchia
di Carlo Formenti
La storica frattura fra marxisti e anarchici, durata per un secolo e mezzo, sta per ricomporsi? Ancorché accomunate dall’obiettivo – la distruzione dello Stato borghese – le due correnti rivoluzionarie sembravano essersi irreversibilmente divise su come realizzarlo. Da qualche tempo, sostiene tuttavia David Graeber, uno dei più noti intellettuali libertari a livello mondiale, la distanza fra anarchici da un lato, autonomi, consigliaristi e situazionisti dall’altro, si è molto ridotta e, pur se i punti di vista restano diversi, è possibile che intrattengano un rapporto di complementarietà, più che di opposizione. Posto che le tre correnti chiamate in causa possano essere effettivamente riconosciute come rappresentanti ed eredi del marxismo rivoluzionario (molti non sarebbero d’accordo, ma qui, per semplicità, daremo per buono il punto di vista di Graeber), mi propongo di affrontare alcuni problemi sollevati dalla sua tesi. Prima, proverò a evidenziare gli elementi di convergenza fra gli anarchici e le altre componenti antagoniste, concentrando l’attenzione su quattro aree tematiche: critica delle tradizionali forme organizzative dei movimenti anticapitalistici; ruolo dell’immaginazione nel processo rivoluzionario; transizione alla società postcapitalista; uso della violenza per la realizzazione degli obiettivi rivoluzionari. Poi tenterò, al contrario, di evidenziare le differenze fra anarchici e postoperaisti che, a mio parere, consistono soprattutto nel ruolo strategico che il concetto di composizione di classe svolge nell’analisi teorica dei secondi. Infine, cercherò di mettere in luce le aporie in cui quest’analisi si è invischiata, e come tali aporie rischino di appiattire il discorso posto-peraista su quello anarchico.
La critica della forma partito, delle sue logiche verticiste, della delega nei confronti di élite politiche professionalizzate, accomuna autonomi e anarchici a partire dalla seconda metà degli anni Settanta.
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Populismo
di Rodolfo Ricci
Uno spettro si aggira per l’Europa: il Populismo.
Cosa sia di preciso nessuno lo ha capito, ma il termine prolifera: in bocca a sprovveduti di varia provenienza, riempie ormai i comizi d’amore e d’odio, le pagine di tanta stampa, in Europa e in Italia soprattutto, dopo il varo della campagna d’autunno del partito di Repubblica, rinvigorito da quella altrettanto possente de L’Unità.
Fino a qualche decennio fa, lo spettro si aggirava per altri lidi. In particolare in America Latina dove alcuni sostengono che sia nato all’epoca di Jan Domingo Peron. Oppure per il vasto panorama del terzo mondo asiatico e africano, i cui leader nazionalisti (in particolare i nazionalizzatori delle risorse locali) erano spesso aggettivati come tali: populisti.
Poi, sterminato l’impero del male (il socialismo reale) – i cui leader per la verità non furono mai aggettivati come populisti – e chiuse per sempre le residue ambizioni delle sinistre occidentali, lo spettro cominciò a farsi strada in Europa, fino a diventare un fenomeno di un certo fragore con l’inizio della grande crisi: leader populisti salgono alla ribalta in Austria, in Olanda, In Italia, in Francia, in Ungheria .
Già questo dovrebbe farci riflettere: che se il populismo si fa strada in Europa, non sarà forse che l’Europa stia assomigliando al terzo mondo ?
E un’altra riflessione riguarderebbe la constatazione che alla fine della storia (secondo gli intendimenti del primo Fukuyama), finita cioè ogni presunta possibilità di alternativa reale alla globalizzazione neoliberista, lo sbocco necessario e inevitabile sarebbe per forza il populismo.
*****
Il populismo si oppone al realismo, secondo Scalfari e compagnia, cioè assume i contorni della demagogia.
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“Chi detesta l’America, detesta se stesso”
di Elisabetta Teghil
Ovunque sia presente un segno è presente anche l’ideologia. Tutto ciò che è ideologico possiede un valore semiotico.
Ma le qualità semiotiche si manifestano in maniera continua ed esaustiva nella comunicazione sociale ed esse si realizzano in modo compiuto nel linguaggio.
La parola è il fenomeno ideologico per eccellenza.
Allora si capisce perché, da alcuni anni, si è diffusa una strana neo-lingua il cui vocabolario , apparentemente, è sorto dal nulla. Globalizzazione, flessibilità, governance, tolleranza zero, post-modernità, post-femminismo, legalità, non-violenza…tutte parole accompagnate dall’oblio e dalla damnatio memoriae di altre parole come capitalismo, classe, lotta di classe, sfruttamento, colonialismo, patriarcato, accomunate dalla condanna di essere “obsolete” e, comunque, “superate”.
Tutto questo è imperialismo culturale che si fonda su un rapporto di comunicazione che ha fatto tabula rasa delle conquiste sociali ed economiche di cento anni di lotte, oggi presentate come retrive e/o superate, come nel caso del femminismo, perché si è “ottenuto tutto”.
E’ l’ideologia neoliberista che si fonda su un rapporto di comunicazione teso ad ottenere la sottomissione.
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La democrazia delle parole nel gioco politico
di Paolo Favilli
«Una democrazia vive se la parola è operante, se cioè la critica, la denuncia, l'argomentazione, la domanda di verità non passano senza lasciare un segno. E solo in questo clima la parola giusta non si confonde con la parola ingiusta o calunniosa o vuota». In questi termini Italo Calvino stabilisce un importante rapporto tra qualità della democrazia e parola critica, tra democrazia e parole che non confondono i significati, tra democrazia e qualità del discorso pubblico. Lo fa, come tutti i grandi anticipatori, nel momento in cui il fenomeno comincia a diventare componente preoccupante del discorso pubblico, quando il linguaggio politico comincia a eludere le «cose reali». Quando la genericità degli accostamenti concettuali si trasforma quasi inevitabilmente in menzogna no, il discorso «tende a diventare «generico cioè menzognero». Se usiamo le note sul linguaggio politico di Calvino come misura della qualità della democrazia oggi, non possiamo che prendere atto di una crisi assai profonda. Qualche giorno fa, su questo giornale, ho sostenuto che persino le riflessioni problematiche di una personalità intellettuale di alto livello, come Mario Tronti, possono dar adito a ricadute di esercizio retorico finalizzate all'immediatezza della manovra elettorale.
Che politici, uomini di potere, come esemplificavo in quell'articolo, utilizzino, peraltro tramite una retorica assai povera, soprattutto ripetitiva, l'indeterminatezza delle parole per sfuggire al peso delle cose è, ormai, prassi consueta.
Vi sono però tentativi di dare sostanza intellettuale ad una proposta politica che è la medesima degli uomini di potere citati, tramite una retorica meno primitiva, una retorica fatta di riferimenti culturali alti, una retorica che però, tramite «genericità», rientra perfettamente nelle «menzogne» così come sono definite dalla formulazione di Calvino.
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Il filosofo e il politico: chiaroscuri di Massimo Cacciari
di Marco Assennato
Su “L’Espresso” del 21 giugno Massimo Cacciari propone una risposta alla questione: a cosa serve, oggi, la politica? Si tratta d’un colto commento di cronaca, dedicato perciò alle avventure e tribolazioni di Monti e dei partiti italiani, che si concentra sul valore rivoluzionario della governance dei “tecnici”, presa d’assalto dalle coalizioni in frantumi e non sufficientemente interpretata – a dir del filosofo – neppure dall’algido professore della Bocconi. Una sorta di manifesto della tecnocrazia europea, dunque, talmente assertivo (ma chi ha consuetudine con i testi di Cacciari non si stupirà certo per lo stile) da risultare ideologico. Fosse solo questo ci sarebbe poco di interessante: meglio leggere gli originali che le copie, e cercarne l’immaginario tra le colonne del Sole 24ore.
Oppure, si potrebbe dire: i convertiti sono sempre peggiori dei credenti, come avessero qualche passato da farsi perdonare e chiudere la questione. Insomma, metter di canto quanto scrive Cacciari ricordandone semplicemente la storia fulminante: capace di attraversare gli ultimi trent’anni passando dalle lezioni operaiste al PCI dell’autonomia del politico e da lì di volare angelicamente alla teoria dell’amministrazione per approdare infine – con una parallela e sempre più intensa passione teologica – ai lidi della tecnica, amato e odiato gelido mostro da frenare catechisticamente. In tal senso si potrebbe richiamare l’acuto pungolo di Franco Fortini il quale, già a fine anni settanta, indovinò la traiettoria di Cacciari, secondo «il sogno diffuso e non troppo proibito di poter essere a un tempo anarchico e istituzionale, negatore e organizzato, belva e compagno».
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Le forme della politica organizzata
di Mario Tronti
Si era pensato all’inizio di dire: nuove forme della politica organizzata. Ma l’allergia provocata dall’aggettivo “nuovo” si è fatta immediatamente sentire e l’esclusione ne è conseguita. Non che non sia necessario pensare a forme altre rispetto al passato. Anzi, questo è l’obiettivo. Questo di oggi vuole essere, non l’approdo, piuttosto l’inizio di un percorso, di riflessione, di sperimentazione, di ricerca sul campo, comparativa e anche partecipativa, verso la delineazione di un modello di partito capace di mettere a frutto, positivo, il passaggio attuale di crisi storica del partito politico.
Le forme sono essenziali. In politica sono indispensabili. Forma di partito, forma di governo, forma di Stato. E’ il livello istituzione. Qui c’è stata una perdita, un esaurimento, uno svuotamento, un indebolimento, per cause precise, niente affatto oscure. E lasciamo stare, almeno in questa sede, la retorica consolatoria, e in questa fase assai ambiguamente interessata, circa il fatto che queste forme siano state sopravanzate dalla crescita di nuove domande, di nuovi bisogni, da parte di una società civile buona oppressa da una cattiva politica. Magari fosse così. E io penso che se fosse così, le forme “altre” si sarebbero già trovate. Quando c’è una spinta dal basso, reale, sociale, e quindi materiale, essa cerca, e trova, le forme di espressione adeguate. Non si è trovato niente, ormai da un quarto di secolo a questa parte. Proposte improbabili, sperimentazioni effimere, improvvisazioni leggere, liquide, come si dice, personaggi caricaturali, in una produzione allargata di questi fenomeni. Perché? E perché i tentativi seri di aggiornare l’offerta politica, penso al progetto Pd, sperimentano questa difficoltà a radicarsi, a consolidarsi, a identificarsi e a farsi identificare? Di questo, realisticamente, dovremmo discutere.
Prima cosa: deideologizzare la fase, che, a differenza di quanto si racconta, è molto ideologizzata, con l’egemonia, quasi per intero, nelle mani delle classi dominanti.
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La Grecia ci salverà
Written by Slavoj Žižek
Al termine della sua vita Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi, fece la famosa domanda «che cosa vuole una donna?», ammettendo la perplessità di fronte all'enigma della sessualità femminile. Una simile perplessità sorge oggi: «Che cosa vuole l'Europa?» Questa è la domanda che voi, il popolo greco, state rivolgendo all'Europa. Ma l'Europa non sa quello che vuole. Il modo in cui gli stati europei e i media riportano ciò che sta accadendo oggi in Grecia è, credo, il miglior indicatore di che tipo di Europa vogliono. È l'Europa neoliberale, è l'Europa degli stati isolazionisti. I critici accusano Syriza di essere una minaccia per l'euro, ma Syriza è, al contrario, l'unica possibilità che ha l'Europa. Ma quale minaccia. Voi state dando all'Europa la possibilità di uscire dalla sua inerzia e di trovare una nuova via.
Nelle sue note sulla definizione di cultura, il grande poeta conservatore Thomas Eliot ha sottolineato quei momenti in cui l'unica scelta è tra eresia e il non credere. Vale a dire momenti in cui l'unico modo per mantenere il credo, per mantenere viva la religione, è necessario eseguire una diversione drastica dalla via principale. Questo è ciò che accade oggi con l'Europa. Solo una nuova eresia - rappresentata in questo momento da Syriza - può salvare ciò che vale la pena salvare dell'eredità europea, cioè la democrazia, la fiducia nelle persone, la solidarietà egualitaria. L'Europa che vincerà, se Syriza verrà messa fuori gioco, sarà un'Europa con valori asiatici: e, naturalmente, questi valori asiatici non hanno nulla a che fare con l'Asia, ma con la volontà attuale ed evidente del capitalismo contemporaneo di sospendere la democrazia.
Si dice che Syriza non ha abbastanza esperienza per governare. Sono d'accordo, manca loro l'esperienza di come far fallire un paese, truffando e rubando. Non avete questa esperienza.
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Controcorrente
Per fare in pezzi il conformismo della sinistra che c'è
di Francesco Raparelli
«Il conformismo, che fin dall'inizio è stato di casa nella socialdemocrazia, non è connesso solo con la sua tattica politica, ma anche con le sue idee economiche. Esso è una causa del suo successivo crollo. Non c'è nulla che abbia corrotto i lavoratori tedeschi quanto la persuasione di nuotare con la corrente. Per loro lo sviluppo tecnico era il favore della corrente con cui pensavano di nuotare. Di qui era breve il passo all'illusione che il lavoro di fabbrica, che si troverebbe nel solco del progresso tecnico, rappresenti un risultato politico». (W. Benjamin, Tesi sul concetto di storia)
Quando ero liceale, negli anni '90, e leggevo ancora con un po' di fatica le tesi benjaminiane, giunto alla Tesi XI non avevo dubbi: avevo per le mani un testo di formidabile attualità! Come descrivere diversamente le socialdemocrazie europee promotrici del Trattato di Maastricht? Quali parole migliori per dare conto della terza via blairiana che in Italia prendeva le sembianze del Pds prima e dei Ds dopo? Mi sembrava, davvero, che Benjamin nel '39, in fuga dal nazismo, aveva già capito tutto ciò che c'era da capire. Certo lo avevano aiutato il Marx critico del programma di Gotha e il Weber dello spirito del capitalismo, ma queste cose le ho imparate più tardi.
Oggi, nell'epoca in cui la tecnica, quella degli economisti neoliberali, si è fatta governamentalità, il conformismo socialdemocratico è ancora più insopportabile. Un conformismo comprensibile, ma mai giustificabile, vent'anni fa, in piena fase espansiva della globalizzazione; un conformismo servile e intollerabile ora che la globalizzazione neoliberale è travolta dalla seconda Grande Contrazione.
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L’olismo politico è sempre reazionario
di Carlo Donolo
Un’ondata anonima di romanticismo annacquato e di nostalgia religiosa che l’età delle macchine ha per un certo tempo emanato come manifestazione di protesta spirituale e artistica contro di essa”. Robert Musil
Non intendo con queste righe rispondere alle tesi di Ugo Mattei (Beni comuni. Un manifesto , pp. 116, € 12, Laterza, Roma-Bari 2011), altri stanno già rispondendogli nel merito storico (cfr. Giuseppe Sergi e Massimo Vallerani, Riflessioni aggiornate, ma medioevo di maniera ) preferisco ricordare solo che il processo della modernità è stato sempre accompagnato da critiche e contestazioni. Mattei si pone in un binario già molto battuto e in cui la ripetizione è dominante. La critica più importante è stata il romanticismo (Rüdiger Safranski, Romantik. Eine deutsche Affäre, Hanser, 2007), che ha anche influenzato in parte le reazioni della chiesa nel corso dell’Ottocento, dalla Restaurazione in poi. C’è sempre stata una domanda di olismo, di ricomposizione dei cocci, di superamento dell’alienazione e così via. Ha preso le forme più diverse, ma con una costante, di cui Mattei dovrebbe essere avvertito: mentre sul terreno culturale ha prodotto anche grandi capolavori, sul piano politico e sociale questa domanda è sempre stata necessariamente reazionaria, direi senza eccezioni. Non può che portare a una concezione organicistica della società con i suoi esiti autoritari e totalitari. Detto ciò il discorso pubblico sui beni comuni è troppo importante perché venga buttato nella palude degli olismi, che non c’entrano niente.
I beni comuni, come argomenta bene anche Pietro Costa in un suo scritto recente (Fondazione Basso, 2012), sono destinati a crescere anche come mero elenco (aperto) nella globalizzazione. In parte li andiamo riscoprendo poco a poco man mano che entrano in crisi o ne cresce il fabbisogno, in parte li andiamo producendo quanto più ci muoviamo verso la società della conoscenza, e verso la proliferazione di mondi virtuali e artificiali. I beni comuni come tema, risorsa sociale e vocabolario potranno dare una grande mano nella necessaria e urgente ricostruzione del regime democratico dopo la sua impasse attuale.
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Un’aspra stagione*
di Sandro Moiso
Da molti anni non affido le mie speranza di rinnovamento sociale alle urne elettorali, sia in occasione delle elezioni amministrative che di quelle politiche.
Ciò non toglie però che ogni risultato elettorale debba essere vagliato ed analizzato, anche per il poco che può rivelare dello stato di cose presenti. E, da questo punto di vista, l’ultima tornata elettorale, italiana ed europea, non presenta novità di poco conto… anzi.
Diciamolo subito: c’è poco da gioire per la vittoria di Hollande.
Un candidato anonimo che ha vinto più per l’insofferenza dei francesi nei confronti dell’ormai decotto duo Sarkò-Carlà che per i propri meriti personali.
Un candidato di “sinistra” che sotto il tavolo si prepara a far piedino alla solita cancelliera e che ha già dichiarato che “la TAV è essenziale per lo sviluppo e il rilancio dell’economia europea” ha ben poco di interessante da proporre a chi medita su come uscire positivamente, in termini di classe, dalla crisi attuale. Piace pure a Monti, e quindi alla Trilateral e a Goldman Sachs, che c’è da dire d’altro?
Sì, qualcos’altro da dire forse c’è, ovvero che lo striminzito 51,9% con cui Hollande ha battuto Sarkozy non a caso è stato sventolato come un trionfo non solo dal nostrano PD, ma da tutte le forze interessate a mantenere la dittatura bancaria europea sulla forza lavoro.
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