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Implosione

di Elisabetta Teghil

L’implosione dell’Unione Sovietica, nella lettura che va per la maggiore, viene attribuita a due ordini di problemi che non aiutano a capirne il motivo e, pertanto, la comprensione di quello che è accaduto richiede una riflessione.

Da un lato questa implosione viene attribuita ad una gestione dell’economia errata e, paradossalmente, per sostenere questa tesi, si usano i parametri del capitalismo assunti come i soli validi e possibili.

Dall’altro, si chiamano in causa motivi politico-istituzionali: assenza di democrazia, burocrazia, totalitarismo.

In tutti e due i casi, si rovescia il rapporto tra cause ed effetti e non si affronta l’intreccio tra vizi formali e contenuti di classe che è alla base del fallimento del primo esperimento di socialismo.

La soluzione sovietica è stata un tentativo di superare il capitalismo con l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione. Ma questa scelta non ha sradicato il capitale dal sistema di riproduzione del metabolismo sociale.

La società sovietica era impostata sulla convinzione che il nodo principale fosse il modo di produzione e non la contraddizione tra le forze produttive e i rapporti di produzione.

Pertanto è caduta in una forma di economicismo che leggeva il capitalismo fondamentalmente come produzione di merci e non, come in effetti è, in primo luogo produzione e riproduzione del capitale in quanto rapporto sociale.

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Dittatura costituzionale

di Elisabetta Teghil

“..Tutti i controlli compiuti da Nsa sono stati effettuati
nel rispetto della Costituzione..”

Barack Obama

Gli USA e i Paesi dell’Europa occidentale hanno indicato la via. La lotta contro il comunismo è cosa superata. Non si può impegnare tutta una società tecnologicamente avanzata nella lotta al comunismo con il rischio che la figura del comunista, nobile e disinteressato, magari alla Che Guevara, sia seducente.

La religione dello Stato ha coniato una nuova figura su cui far leva per eccitare e scatenare gli istinti di difesa e di aggressività.

Quella del terrorista.

Questo è il nemico pubblico contro cui agire, legiferare e serrare i ranghi.

Il terrorista è il male per eccellenza, contagioso, contro il quale ogni essere normale deve sentire l’esigenza di lottare per la difesa, non solo materiale, ma ideale, della comunità.


E’ la lotta del bene contro il male. E il bene non può essere ovviamente che l’esistente ordinato, il migliore dei mondi possibili nella stagione della fine della storia, con il fascino di un teorema immutabile.

Quanto di meglio c’è nella società coincide con la sottomissione consensuale alle scelte e agli interessi dell’ordine costituito.

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Un nuovo pensiero di sinistra parte dall’uguaglianza come valore

di Alfonso Gianni

Una lettura in chiave europea dello scenario italiano aiuta meglio a comprendere la nostra situazione e le cause che l’hanno determinata. La crisi delle socialdemocrazie è infatti un fenomeno che attraversa tutto il continente e rivela caratteri di irreversibilità. La sinistra deve essere dunque ricostruita: partendo dall'“eguaglianza”

Marc Lazar è tornato recentemente a riflettere sulle sorti della sinistra italiana dopo il non esito elettorale dello scorso febbraio. “Questa drammatica situazione costituisce certo una specificità italiana, ma al tempo stesso rispecchia le turbolenze che scuotono tutta la sinistra europea” ha scritto lo studioso francese. La sua lettura si distingue quindi da quelle che vedono prevalentemente nelle scelte successive al voto un sorta di tradimento da parte delle forze politiche di destra e di sinistra della volontà degli elettori del nostro paese che sarebbe stata perpetrata attraverso la costruzione di una Grosse Koalition in salsa italica o, se si preferisce, dato il carattere non necessitato della medesima, di un oversize government. In effetti una lettura in chiave europea dello scenario italiano aiuta meglio a comprendere la nostra situazione e le cause che l’hanno determinata.

“In Francia, François Hollande ha battuto molti record di impopolarità – ha osservato Lazar –; la sua maggioranza si sta lacerando e le critiche dei settori più a sinistra si fanno più incalzanti. In Gran Bretagna il Labour è sempre in quarantena; in Germania almeno per ora la Spd non sembra in grado di colmare il suo distacco da Angela Merkel”. Né sembra volerlo effettivamente fare, si potrebbe aggiungere, visto le caratteristiche assai moderate del candidato scelto per contrapporlo alla cancelliera di ferro e il fatto che il nuovo segretario della Spd, Gabriel, propone di cambiare volto e nome alla stessa Internazionale socialista in un’ indistinta Alleanza dei progressisti.

Si domanda quindi Lazar: “la sinistra è condannata a scomparire?”. Laddove ha vinto in termini elettorali ha ottenuto successi ambigui, poi subito contraddetti da politiche che in poco o in nulla si discostavano dalla regola aurea dell’austerità europea.

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Il semplice coraggio della scelta

Un tributo da sinistra alla Thatcher

di Slavoj Žižek

Nelle ultime pagine della sua monumentale “Seconda guerra mondiale”, Winston Churchill riflette sull’enigma di una decisione militare: dopo che gli specialisti (economisti e esperti militari, psicologi, metereologi) propongono le loro analisi, qualcuno deve assumersi la responsabilità più semplice e proprio per questa ragione più difficile, quella di convertire questa complessa moltitudine in un semplice si o no. Dovremmo attaccare, dobbiamo continuare ad aspettare, eccetera. Questo atto, che non può mai essere in tutto e per tutto razionale, è quello di un Comandante. Compito degli esperti è quello di presentare la situazione nella sua complessità, compito del Comandante è quello di semplificarla in una secca decisione. Il Comandante è necessario soprattutto in situazioni di profonda crisi. La sua funzione è quella di sancire un’autentica spaccatura: una spaccatura fra coloro che vogliono tirare avanti con la vecchia visione del mondo e coloro che sono consapevoli del necessario cambiamento. L’unica strada per una vera unità è l’identificazione di una tale spaccatura, e non quella fatta di compromessi opportunistici. Prendiamo un esempio che sicuramente non è problematico: la Francia nel 1940. Persino Jacques Duclos, seconda personalità del Partito Comunista Francese, ammise in una conversazione privata che se in quel momento si fossero tenute libere elezioni in Francia, il Maresciallo Petain avrebbe vinto col 90% dei voti.

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marx xxi

Dalla degenerazione all’eversione istituzionale

di Salvatore D’Albergo

Il processo di transizione dalla democrazia parlamentare ad una delle varianti escogitabili per una forma di governo autoritaria necessaria a delegittimare la democrazia sociale è giunto ad uno stadio così avanzato e pericoloso da evocare l'immagine di un "colpo di stato freddo"

Sfida ai principi costituzionali concernenti la forma di governo parlamentare

Il fenomeno non è riducibile però alla sola portata degli intrighi per i quali è passata la rieleggibilità di quel Giorgio Napolitano, che ostentatamente aveva asserito di essere già per ragioni di età privo delle condizioni necessarie ad un secondo settennato, che in linea di principio era stato escluso anche in ipotesi astratta da tutti i suoi predecessori. Quello che, infatti, è maturato nella repentina trama di chi - nei frangenti di una crisi del Parlamento in seduta comune ha fatto precipitare l’immotivata messa in disparte delle ragioni per cui l'ipotesi della rielezione del presidente della Repubblica è stata generalmente valutata con sfavore e perciò ritenuta improbabile perché non perfettamente aderente al modello di Capo dello Stato fissato nella Costituzione - è il precipitato di una convergenza organizzata freneticamente dai vertici dei tre partiti, che con varia intensità sono stati penalizzati nel voto elettorale, corsi ad implorare Giorgio Napolitano a prestarsi ad una operazione che consacra dall'alto la larga intesa tra Pd, Pdl, Scelta civica.

Si è giunti così al culmine di una
sfida ai principi costituzionali concernenti la forma di governo parlamentare, con il totale stravolgimento del loro ruolo da parte di tutti gli organi da essa coinvolti, a cominciare dal presidente della Repubblica.

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Una politica disfunzionale

di Luigi Cavallaro

Dieci anni fa, Luigi Pintor constatava con amarezza la fine della sinistra italiana. Oggi nessun paradigma novecentesco è più in campo. L'intemperanza dell'idea di comunità reticolare del Movimento 5Stelle è però rischiosa, quanto un confuso «benecomunista»

Il 24 aprile di dieci anni fa, Luigi Pintor scrisse il suo ultimo editoriale su questo giornale. Constatava con lucida amarezza che la sinistra italiana era morta e che consolarsi con elezioni parziali o con una manifestazione rumorosa era troppo poco rispetto al vuoto che si apriva. E, pur esprimendo fiducia nei movimenti, riconosceva che non apparivano ancora capaci di reinventare la vita: anche perché le idee, le parole, i comportamenti si mostravano inadeguati a confronto con la dinamica e la prospettiva delle cose. Dieci anni dopo, la situazione è cambiata. O almeno così pare, leggendo questo giornale che da Pintor è stato fondato. Le idee ci sono, sono tante e compatte. Si affacciano dagli editoriali e dai commenti di prima con insistente sicumera, perfino irridendo quanti ancora non capirebbero i nuovi tempi della Storia. Il vecchio mondo è finito, ci dicono: se fino a quarant'anni fa una sintesi di fordismo e politiche keynesiane aveva governato lo sviluppo economico e sociale, assicurando la crescita della produzione, dei salari e dei consumi, quel paradigma è diventato improponibile. Non basta più invocare più stato (cioè più spesa pubblica) e meno mercato, anzi non ha più senso: il mondo si è globalizzato grazie alla libera circolazione dei capitali, ai flussi migratori e naturalmente a internet; la crisi ambientale sbarra la strada a politiche pubbliche che si propongano ancora crescita e sviluppo, perché su un pianeta finito non esiste alcuna possibilità che crescita e deficit spending siano infiniti.


Ideologie «orizzontali»


Il nuovo paradigma - si chiami decrescita, riconversione ecologica o economia dei beni comuni - dev'essere perciò pensato senza alcuna possibilità di governo «dall'alto» o comunque da un «centro», ma semplicemente come effetto di interconnessioni orizzontali: degli impianti produttivi (finalmente riterritorializzati) e delle istanze di governo (anzi, di autogoverno).

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Democrazia senza partiti

Marco Dotti intervista Marco Revelli

«Non può esserci democrazia funzionante senza il canale dei partiti. Nessuna nuova o più vitale democrazia può nascere dalla demonizzazione dei partiti». Con queste parole, pronunciate al Teatro Toniolo di Mestre nel settembre del 2012, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si è fatto interprete di un timore largamente diffuso tra le classi dirigenti: il rapporto tra democrazie e forma-partito sarebbe sul punto di rompersi definitivamente. A tutto svantaggio, sostiene Napolitano, della democrazia. È davvero così? Marco Revelli insegna Scienza della politica all’Università del Piemonte orientale e ha da poco pubblicato un libro, Finale di partito (Einaudi, pagine 138, euro 19), in cui affronta la questione collocandola in un passaggio d’epoca ben più radicale – il pieno ingresso in una società post industriale – senza il quale ogni “pro” e ogni “contro” i partiti rischia di rimanere una sterile petizione di principio.


Una caratteristiche della nostra società è che gli individui si fidano sempre meno gli uni degli altri, perché stentano a riconoscersi. Finita l’era dell’ottimismo – ottimismo tecnologico, fede nel progresso o nel mercato –  le  basi materiali della fiducia si sono sgretolate e la caduta generale del legame ha inevitabilmente toccato anche il rapporto tra cittadini e partiti. È una crisi che spinge non pochi analisti a una facile equazione: più si abbassa il livello di fiducia nei partiti, più cresce la passività tra i cittadini. La crisi della fiducia sarebbe quindi il vettore di ciò che impropriamente viene chiamato “populismo” o tacciato di “antipolitica”. Lei come legge la situazione dentro questo quadro generale di défiance

Marco Revelli: La caduta del legame di fiducia è clamorosa e oramai conclamata. La fiducia nei partiti, in Italia, tocca livelli parossistici e non supera il 5 per cento. Questo significa che solo un cittadino ogni venti crede ancora nella possibilità di un’azione concretamente democratica condotta attraverso i partiti politici.

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Populismo ed elezioni

di Mario Pezzella

Il 16 marzo, a Senigallia, nelle Marche, si è tenuto un seminario, anzi una “semina”, come dicono gli organizzatori, cui hanno partecipato persone di movimenti cittadini e territoriali, della regione e di varie parti d’Italia. Tema: come ricostruire la democrazia, dopo che il voto ha dimostrato quanto bloccato sia il sistema politico e quanto i cittadini vogliano smantellarlo? Il titolo dell’incontro era “Associazioni,  comitati, persone verso l’autogoverno dei territori. Nessi, metodi, iniziative”. Del dibattito e delle conclusioni del seminario, che ha avuto una discreta partecipazione, pubblicheremo via via interventie  conclusioni. Qui, il testo di base dell’intervento di Mario Pezzella, di DKm0, docente alla Scuola Normale di Pisa

Per definire Grillo e il suo movimento si usa spesso il termine “populismo”. Come abbiamo fatto a suo tempo per quello di spettacolo, può essere utile capire cosa vuol dire effettivamente questo termine, al di fuori delle banalizzazioni giornalistiche e televisive. Un primo riferimento utile è il libro di Ernesto Laclau, “La ragione populista”, anche se preciso subito di non essere d’accordo con le conclusioni dell’autore, che è un sostenitore dell’attuale governo peronista argentino. Un movimento populista nascerebbe con tre caratteri iniziali: la vaghezza dei principi, l’equivalenza e la confluenza di domande sociali che in realtà sarebbero distinte e perfino discordi, l’unificazione immaginaria dei conflitti sociali.

Per quanto riguarda la vaghezza dei principi, secondo Laclau, non è una colpa o un’insufficienza del movimento: l’incertezza dei concetti, la ricerca a tastoni di un nuovo linguaggio, non sono un effetto ma una causa del movimento.

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il rasoio di occam

Una crisi italiana

Alla radice della teoria dell’autonomia del politico

di Dario Gentili

La questione dell’“autonomia del politico” esplode in Italia nel corso degli anni Settanta e rientra nel dibattito se attribuire il primato o all’organizzazione o all’autonomia, e cioè o al luogo del conflitto (Tronti, Cacciari) o alla soggettività antagonista (Negri). Tuttavia, ciò che queste posizioni hanno in comune è il fatto di poter essere comprese all’interno di un dispositivo della crisi

1. Dentro e contro: Tronti

Per limitare la questione dell’“autonomia del politico” nella tradizione filosofico-politica italiana a tre autori (Mario Tronti, Antonio Negri e Massimo Cacciari) e a un arco di tempo determinato (gli anni Settanta), prendo lo spunto iniziale da Operai e capitale. Mi riferisco in particolare al punto in cui Tronti passa dall’analisi operaista del rapporto economico classe operaia-capitale alla proposta politica. Innanzitutto, egli prende criticamente le distanze – anzi rovescia – il paradigma gramsciano (fatto proprio a suo modo da Togliatti) per la conquista dell’egemonia politica da parte della classe operaia: il passaggio politico da compiere non è tanto quello dalla classe operaia al popolo, ma, viceversa, dal popolo alla classe operaia. Lo scopo è quello di definire l’organizzazione politica operaia, il partito di parte operaia. Tronti scrive:

Come far funzionare il popolo dentro la classe operaia è problema tuttora reale della rivoluzione in Italia. Non certo per conquistare la maggioranza democratica nel parlamento borghese, ma per costruire un blocco politico di forze sociali, da usare come leva materiale per far saltare una per una e poi tutte insieme le connessioni interne del potere politico avversario […]. Così, su questa base, dai compiti del partito rimane escluso proprio quello che sembra averlo finora caratterizzato: il compito di mediare i rapporti tra classi affini, e cioè tra ceti diversi, con tutte le loro ideologie, in un sistema di alleanze.[1]

Il problema è pur sempre quello gramsciano della conquista dell’egemonia politica.

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Il diritto del comune

di Girolamo De Michele

G. Allegri, A. Amendola, A. Arienzo, M. Blecher, M. Bussani, P. Femia, A. Negri, U. Mattei, G. Teubner, Il diritto del comune. Crisi della sovranità, proprietà e nuovi poteri costituenti, a cura di Sandro Chignola, Ombre Corte, Verona 2012, pp. 236, € 20,00

Questo volume, che raccoglie parte dei materiali prodotti in occasione di una giornata di studi nel marzo 2011, ha la sua ragion d'essere in almeno due temi: la crisi del diritto e della sovranità, e la pratica necessità di processi costituenti messi all'opera dai movimenti globali.

Che in un'epoca di crisi dell'economia globale siano entrate in crisi tanto gli istituti della rappresentanza politica "democratico-costituzionale", quanto il diritto in quanto tale; che si debba parlare di una crisi delle costituzioni sia dal lato teorico (fondamenti formali dell'architettura giuridica che regolamenta la produzione di leggi e la loro applicazione), sia dal lato materiale (garanzia dell'inviolabilità dei diritti fondamentali iscritti nelle carte costituzionali e tutela sostanziale del cittadino), non è una novità per gli studiosi di questi argomenti.

Meno comune è la comprensione di questa crisi da parte della (cosiddetta) opinione pubblica, e le sue conseguenze nella precaria quotidianità di questo lungo fine secolo.

Partiamo da alcuni concreti casi esemplari di violazione dei diritti umani da parte di società multinazionali: «l'inquinamento ambientale e il trattamento disumano di gruppi di popolazione locale, come nel caso della Shell in Nigeria; la catastrofe chimica di Bophal;

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Il Papa che gli Usa non rimpiangono

di Vincenzo Maddaloni

Un pontificato breve (otto anni), però intenso. E’ questo papa teologo - il primo, il solo - che riesce ad infondere nell’azione diplomatica della Segreteria di Stato vaticana un sapere sottile e consapevole secondo il quale il Medio Oriente - insieme alla guerra contro il terrorismo - diventa il teatro principale della politica mondiale. Per moltissimo tempo la diplomazia della Santa Sede aveva una visione universale con alcuni obiettivi chiaramente identificati, come l’evangelizzazione dell’Africa, il sostegno alla politica degli Stati Uniti in Sud America, per citarne alcuni.

Benedetto XVI volta pagina. Dopo che gli equilibri di tutto il Medio Oriente sono stati modificati dalle scelte compiute dal governo degli Stati Uniti in risposta agli eventi dell’11 settembre 2001. Non mi riferisco soltanto all’intervento militare in Afghanistan, in Iraq e all’appoggio sempre più incondizionato prestato dall’amministrazione Bush e da Obama poi alla politica dei falchi israeliani, ma al fatto che queste iniziative si inquadrano in un disegno molto più ambizioso, che ha l’obiettivo strategico di assicurarsi il controllo incondizionato delle risorse energetiche dell’Eurasia e quindi del mondo.

L’Islam è un tema sul quale, negli anni, Joseph Ratzinger ha scritto poco. Ma è un tema che gli è ben presente, tanto più da quando è divenuto Papa. Nel cinque mesi dopo la sua elezione a pontefice, nel settembre del 2005, a Castelgandolfo Benedetto XVI aveva dedicato proprio all’Islam due giornate di studio, a porte chiuse, assieme a due esperti islamologi e a un gruppo di suoi ex allievi di teologia.

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L’io e la società, senza la politica

Rossana Rossanda

È diventato di uso comune dire che la politica è stata divorata dall’economia, intendendo con questo che essa non ha più il potere di decidere su temi economici, come i conti pubblici, i movimenti dei capitali, l’ingigantimento della finanza, le direzioni di investimento. Questo è in gran parte vero, a condizione che sia chiaro che essa non è stata spossessata dei precedenti poteri da una guerra esterna o da colpo di stato interno, se ne è spossessata per sua scelta, attraverso regolari leggi dei suoi parlamenti, in genere sollecitate dai suoi esecutivi. Il primato dell’economico è stato insomma una scelta del politico, come erano stati gli accordi di Bretton Woods e il “compromesso capitale-lavoro” dopo la seconda guerra mondiale in Europa. Va ricordato perché l’antipolitica di destra e di sinistra, nella sua alterna polemica con i partiti e il notabilato che ne tiene le redini, ama dimenticarlo. Gran parte delle nuove sigle antipartito che si presentano sulla scena, non solo italiana, si considerano vergini dall’influenza del vecchio notabilato nato nel seno dei partiti o dei sindacati, dando luogo alla corruttela o, quanto meno, ai personalismi oggi imperanti.

La movenza di Alba “Facciamo esprimere tutti prima di decidere qualsiasi cosa” e, non troppo differentemente, di tutti i “Cambiare si può” e della diffidenza di molti movimenti verso qualsiasi forma di organizzazione dà per scontato che il vizio principale dei partiti o dei sindacati sia costituito non dai loro programmi ma dai loro vertici decisionali, anche quando eletti nella forma più democratica.

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Ma l’economia è democratica?

Luigi Ferrajoli

1. La crisi, i mercati e il rapporto tra economia e politica

Io credo che il tema di questo intervento – il rapporto tra economia e politica e la dipendenza della seconda dalla prima – sia il tema di fondo del nostro tempo: un tema che è tutt’uno con il tema della crisi della sfera pubblica, del ruolo e ancor prima della natura della politica e perciò, in ultima analisi con il tema, al tempo stesso teorico e politico, della crisi della democrazia, non solo in Italia ma in Europa e più in generale a livello globale.

Il rapporto tra politica ed economia si è ribaltato. Non abbiamo più il governo pubblico e politico dell’economia, ma il governo privato ed economico della politica.  Non sono più gli Stati, con le loro politiche, che controllano i mercati e il mondo degli affari, imponendo loro regole, limiti e vincoli, ma sono i mercati, cioè poche decine di migliaia di speculatori finanziari e qualche agenzia privata di rating, che controllano e governano gli Stati. Non sono più i governi e i parlamenti democraticamente eletti che regolano la vita economica e sociale in funzione degli interessi pubblici generali, ma sono le potenze incontrollate e anonime del capitale finanziario che impongono agli Stati politiche antidemocratiche e antisociali, a vantaggio degli interessi privati e speculativi della massimizzazione dei profitti. Le ragioni di questo ribaltamento sono molte e complesse. Non parlerò dei conflitti di interesse e delle molte forme di corruzione e condizionamento lobbistico attraverso cui l’economia condiziona la politica.

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Leggendo nel 2012 un libro su Israele*

di Ennio Abate 

… mentre torno verso il mio albergo tra vie scurissime e deserte, di case spente e in macerie, di spazi abbandonati (come non rammentavo più dalla Gerusalemme del 1949) lungo quella che più di vent’anni or sono fu la linea del fuoco fra le due Gerusalemme, è una sorta di vergogna per essermi lasciato coinvolgere dalla “vertigine che emana da questa città. La parola, la avrei poi trovata, proprio per Gerusalemme, nel profeta Zaccaria. Probabilmente questo  è solo l’epicentro fugace di una tanto più grande menzogna che soffoca ormai tutto il mondo. Non sempre è stato così. Non  deve essere necessariamente così
( F. Fortini, Extrema ratio, p. 68)

18 novembre 2012. Avevo  ultimato questa riflessione il 18 ottobre 2012. I nuovi bombardamenti  israeliani su Gaza di questi giorni, la loro approvazione da parte degli USA di Obama, il silenzio della cosiddetta Europa e l’impotenza dei movimenti pacifisti inducono non più all’indignazione soltanto ma al disprezzo, sia pur impotente, della civiltà in cui purtroppo sono vissuto. Nel gennaio 2009 davanti al precedente massacro, sempre a Gaza, avevo scritto un poesia.[1]Oggi posso solo rileggermela e pensare che  quello sdegno trattenuto attenderà ancora a lungo atti politici veri.


1.

Parto dai contenuti. Si tratta di una raccolta di diciotto saggi abbastanza eterogenei, accompagnati da un utile glossario e un’appendice di vari documenti. Alcuni hanno un taglio più sociologico-storico-teorico, altri sono di testimonianza diretta.[2] Nell’introdurli al pubblico italiano, la curatrice, Susanna Sinigaglia, partecipante dal 2002 della rete Eco (Ebrei contro l’occupazione), elenca i principali: politiche di divisione etnico-territoriale in Israele, radici storiche della  “questione mizrachi”[3] nello scontro tra destra e sinistra israeliane e in rapporto (potenziale) con quella palestinese; e si riallaccia allo spirito militante di due lettere pubblicate in appendice: quella, drammatica, del figlio del rabbino Meshulan, vittima assieme al padre di pesanti ritorsioni per il loro impegno sul caso della scomparsa di centinaia se non migliaia di bambini yemeniti negli anni della grande immigrazione in Israele; e quella, del 2011, di un gruppo di ebrei mizrachi indirizzata «ai protagonisti delle rivolte arabe». Vengono così richiamati immediatamente due elementi antitetici: la durissima repressione presente in Israele anche nei confronti degli ebrei  dissidenti; le speranze suscitate in alcune minoranze ebraiche dai recenti sconvolgimenti politici avvenuti nel Maghreb.


2.

Diamo una scorsa ad alcuni dei più importanti saggi del libro.  Oren Yiftachel[4] si sofferma sulla «ebraicità» dello  Stato di Israele, che - egli ricorda - è uno stato e una comunità politica senza confini definiti (p. 59).

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Anticapitalismo, antimperialismo e questione nazionale

di Rodolfo Monacelli

La genesi di quest’articolo deve molto al pensiero di Costanzo Preve che ringrazio per gli spunti, le riflessioni, i consigli e la stima. (r.m.)

La crisi dell’Eurozona e dell’Euro ha fatto tornare in voga una parola, «sovranità nazionale», dimenticata, se non rifiutata in toto da parte della sinistra italiana. Una prospettiva politica che va ben al di là della questione dell’Euro e della UE e su cui è bene ritornare sopra. A parere di chi scrive, infatti, la «questione nazionale» sarà un concetto ineludibile per ogni coerente politica e pratica anticapitalistica.

Questo perché, in un mondo sempre più dominato dalle oligarchie finanziarie e sovranazionali, difendere le identità culturali dei popoli, le sovranità politiche e monetarie degli stati sarà l’elemento che oggettivamente si porrà in contrasto con gli interessi del capitalismo internazionale e dei suoi strumenti (FMI, Banca Mondiale, UE, ecc). Come cercheremo di spiegare in questo articolo, una questione nazionale correttamente intesa non va però confusa in nessun modo con il nazionalismo ma è, anzi, la premessa per un vero e reale Internazionalismo, l’asse portante di una corretta politica antimperialistica come punto di raccordo per una reale liberazione sociale.

Purtroppo in Italia non è stata, però, ancora compresa dalle forze antisistema l’importanza di tale questione ed è, probabilmente, una delle cause dell’immobilismo politico e delle condizioni di sudditanza imperialistica in cui si trova il nostro Paese.