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Nuova Destra, De Benoist e Populismo
Piotr Zygulski intervista Luca Andriola
È di prossima pubblicazione il libro di Luca Andriola “La Nuova Destra in Europa. Il populismo e il pensiero di Alain de Benoist” che uscirà nell’autunno 2014 per Paginauno Edizioni
Partiamo innanzitutto dal termine “populismo”. Ancora sul numero di luglio/agosto 2014 di Le Monde Diplomatique il sociologo Gérard Mauger si interroga sul significato di questo termine “itinerante” che verrebbe attribuito “a tutti gli oppositori delle politiche di Bruxelles”. Prima di lui tantissimi altri lo hanno provato a fare: Taguieff, Halimi, Meny, Laclau, Rancière, Badiou – che propone “24 glosse sull’uso della parola popolo”, le cui principali sarebbero “popolo-demos-nazionale”, “popolo-plebe”, “popolo-ethnos” – lo stesso De Benoist e gli italiani Eco, Ignazi, Tarchi, ognuno con le proprie definizioni. Alcuni sottolineano gli elementi “trasversali”, altri invece si premurano di distinguere tra impostazioni molto differenti. Che cos’è il populismo, secondo Lei?
Nel mio libro – dopo un’accurata analisi storica sull’evoluzione del pensiero di Alain de Benoist e della Nouvelle droite francese dagli anni ’60 a oggi – mi soffermo quasi ed esclusivamente sulle interazioni fra tale corrente filosofica e quello che comunemente è definito come «nazional-populismo», una categoria che raggruppa un insieme di partiti che va dal Front national di Marine Le Pen al Fpö di Heinz-Christian Strache (erede di Jörg Haider) al Vlaams Belang del separatista fiammingo Philip Dewinter fino a formazioni come l’Unione democratica di centro (Udc-Svp) in Svizzera e la Lega Nord qui in Italia, dove mi soffermo sulle interconnessioni con la corrente culturale analizzata.
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L'Europa dei partiti socialisti senza socialismo
Paolo Favilli
Nella parte conclusiva di un ponderoso libro edito alla metà degli anni Novanta, più di mille pagine dedicate ad un secolo di storia del socialismo europeo, l’autore, Donald Sassoon, ipotizza la possibile scomparsa del «progetto socialista». Precisa, però, che «i partiti socialisti sopravvivranno»1 perché i partiti possono diventare del tutto autonomi rispetto alle ragioni che li hanno fatti nascere.
Si tratta di un’asserzione del tutto condivisibile, ma che mi pare produca difficoltà ed incertezze sui lineamenti del «mutamento» rispetto ad alcuni lineamenti argomentativi del volume. Tale asserzione rimanda con facilità a quel fenomeno di trasformazione politica che è stato chiamato «mutamento genetico», con tutte le ambiguità che vi sono connesse. Questa metafora, infatti, si presta ad interpretazioni molto diverse tanto dei processi che degli esiti del mutamento. L’espressione è da molto tempo (alcuni decenni ormai) di uso comune a vari livelli della pubblicistica. Indubbiamente suggerisce un mutamento molto radicale, ma nello stesso tempo può anche suggerire un’evoluzione secondo modelli naturalistici. Sono, appunto, anche le ambiguità del libro.
La fine del XX secolo ci consegna partiti socialisti senza socialismo.
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La deflazione dei diritti e la rottamazione del dizionario politico
di Lelio Demichelis
Facciamo un gioco: se la deflazione – come dicono i manuali di economia – è quella fase di contrazione o di stagnazione o di sviluppo nettamente inferiore al normale, della produzione e del reddito, allora oggi (ma in progressione crescente a partire dai primi anni ’80 del ‘900)siamo in piena deflazione politica, civile e sociale. I diritti sociali si contraggono in nome della competitività; la democrazia ristagna sotto il mantra delle larghe intese e della coesione nazionale e del ‘lo impongono i mercati’; i diritti politici e civili sono progressivamente compromessi.
Deflazione. E non recessione. Perché la deflazione – rispetto alla recessione – viene determinata anche dai comportamenti della politica, che appunto producono (consapevolmente o per la reiterazione di un errore) un arresto dello sviluppo. E se questa fase di crisi economica in Europa è l’effetto delle politiche di austerità di questi ultimi anni – politiche lapalissianamente surreali ma in realtà adottate e perseguite con ostinazione in nome della prosecuzione con altri mezzi di quell’ideologia neoliberista che ha portato il mondo (e soprattutto l’Europa) allo sfascio ma che resta saldamente al potere – ebbene era evidente da subito che questa fase sarebbe stata anche l’occasione ulteriore (un’occasione ghiotta, da non perdere) per accentuare ancora di più lo smantellamento dello stato sociale nato nel secondo dopoguerra e per de-democratizzare il capitalismo (ovvero per far regredire il sistema rispetto alla sua fase di democratizzazione avvenuta in quelli che si definiscono come i gloriosi trent’anni).
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La crescita dell’estrema destra e la fine del mito svedese
di Lorenzo Battisti*
Anche se ormai da tempo non corrisponde più alla realtà, per molti italiani l’immagine della Svezia è legata al mito di paese tollerante e solidale, con uno stato sociale avanzato e accogliente verso gli immigrati. Il famoso modello svedese che i socialdemocratici di tutto il mondo indicano come obiettivo.
La cultura popolare, da Stiegg Larsson a Henning Mankell, ci aveva avvertito che la Svezia non corrispondeva più a questo mito e che qualcosa di nero stava crescendo al suo interno. Sarebbe bastata un’osservazione più attenta per vedere i tanti mutamenti di questo paese oltre il mito. Con le elezioni di quest’anno, se non fossero bastate quelle del 2006 e del 2010, questo mito va in frantumi in maniera evidente e clamorosa.
Il social-liberismo trionfa anche in Svezia
Ha davvero dell’incredibile come questa visione mitica della Svezia abbia potuto resistere così a lungo. Il suo crollo infatti è cominciato molti anni fa, quando negli anni ‘70 il Partito Socialdemocratico è prima sceso sotto il 50% ed ha poi perso la guida del governo per la prima volta dopo 40 anni.
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Classi popolari: la "sinistra" prepara la vittoria di Marine Le Pen
Giuseppe Allegri
Il grande dibattito scatenato in Francia dal libro di Christophe Guilluy, La France périphérique. Comment on a sacrifié les classes populaires, un cowboy solitario percorre le lande desolate della sinistra che porterà al potere la destra reazionaria e sovranista del Front National.
***
Classes populaires. Le livre qui accuse la gauche. Questo il titolo a tutta pagina di Libération del 17 settembre (qui il resto del dibattito).
Mentre così apostrofa il celebre settimanale Mariannedella stessa settimana:“Le vere fratture francesi: un'opera esplosiva che spiega l'avanzata di Marine Le Pen”. Aggiungendo che c'è un solo libro che devono leggere Hollande, ma anche Valls, Mélenchon, Bayrou, Juppé, Sarkozy. Cioè tutta la classe dirigente repubblicana francese, dai socialisti moderati e al governo (Valls e Hollande) a quelli pseudo-radicali (Mélenchon), fino alla destra gollista ancora in apnea dopo la sconfitta presidenziale (Juppé e Sarkozy).
Qui l'intero dibattito del settimanale Marianne.
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Sulla crisi della democrazia
Un contributo alla critica del regime democratico
Sebastiano Isaia
Quanto più il singolo diventa impotente, tanto più si restringe la giurisdizione della coscienza. La coscienza regredisce (M. Horkheimer, Potere e coscienza).
Leggo da Il Post del 5 marzo 2014: «La “crisi della democrazia” è un tema che negli ultimi tempi è sempre più frequente nelle discussioni sullo stato del mondo e dei suoi paesi, ma anche sempre più banalizzato: una specie di modo di dire che spiega ogni cosa senza spiegare niente». Cercherò, nel modo più stringato possibile, di chiarire il mio punto di vista sul concetto di democrazia e sulla sua prassi, cosicché si possa capire da quale prospettiva approccio il tema in questione, il quale è ormai diventato una sorta di tormentone che ricorda molto da vicino, almeno a chi scrive, un altro evergreen tematico italiano: la crisi del cinema.
Gli intellettuali e i politici antiliberisti (statalisti) di “sinistra” e di “destra” fanno risalire l’attuale «crisi della democrazia» alla seconda metà degli anni Settanta del secolo scorso; essi insomma mettono tale fenomeno in una relazione di causa-effetto con la cosiddetta «controrivoluzione neoliberista» che porta i famigerati nomi di Margaret Thatcher e Ronald Reagan. La potente accelerazione del processo di globalizzazione alla fine degli anni Ottanta (crisi della sovranità nazionale, dominio della finanza sulla cosiddetta economia reale) e la crisi economica internazionale che travaglia l’Occidente (soprattutto il Vecchio Continente) dalla fine del 2007 avrebbero poi rafforzato tanto le cause quanto i sintomi di questa crisi, rendendola per certi versi permanente – strutturale.
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Su “Menti Tribali” di Jonathan Haidt
di Alessandro Del Ponte
Come si conquistano i voti di milioni di persone in sei mosse? “Menti Tribali. Perché le brave persone si dividono su politica e religione” di Jonathan Haidt (Edizioni Codice) racchiude le istruzioni fondamentali per l’aspirante politico di successo, esaltando il ruolo del ragionamento morale impulsivo, alla base dei nostri giudizi morali e delle nostre scelte in cabina elettorale
Immaginate di essere al ristorante della politica. No, non la buvette del Senato. Si tratta di un posto molto particolare. Non c’è la solita scelta: italiano, francese, cinese, indiano, turco o fusion. Qui si sceglie il partito cui dare fiducia. Se per i cittadini americani il buffet è piuttosto ristretto – democratico o repubblicano? – gli italiani hanno il loro bel daffare nel districarsi tra le scelte culinarie. Da Sinistra a Destra, transitando per la miriade di onorevoli partitini di centro (”Ma cos’è la Destra… Cos’è la Sinistra…” diceva Gaber), il menu è davvero ricco. Come districarsi nella scelta? O meglio, ribaltando la prospettiva: come aggiudicarsi il maggior numero di ghiottoni?
Jonathan Haidt, Professore di Psicologia Morale e Ethical Business alla New York University, ha elaborato il manuale del perfetto politico di successo.
The Righteous Mind: Why Good People Are Divided by Politics and Religion (Pantheon Books: New York, 2012), pubblicato in Italia sotto il titolo di Menti Tribali: Perché le brave persone si dividono su politica e religione (Edizioni Codice: Torino, 2013) è una lettura impegnativa, capace di soddisfare un pubblico avido di stimoli intellettuali. In poco più di 400 pagine dense di citazioni accademiche, l’autore spiega perché le persone sono spesso portate a dividersi su argomenti politici e religiosi, arrivando a difendere a ogni costo posizioni irrinunciabili. Pur non avendo dimensioni e linguaggio da Bignami, Menti Tribali, antesignano del più recente Tribù morali di Joshua Greene, può fare la differenza nel lavoro di un campaign manager, svelando i trucchi necessari per trasformare i presupposti di un flop colossale in un clamoroso successo.
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Su una mia critica a Israele mediante slogan
di Ennio Abate
Dal 10 luglio 2014 ho intrattenuto un fitto confronto su quanto sta succedendo a Gaza con diversi interlocutori (in privato, sul sito di «Poliscritture», su FB). Qui replico pubblicamente a un amico ebreo che ha mosso varie accuse-obiezioni (nel testo tra virgolette) al commento con disegno (sotto) che pubblicai il 25 luglio (qui) . Tengo a precisare che il disegno – del 1984 e mio – era dedicato alla Shoa [E.A.]
«Quello stato è nato con la forza e la guerra,
la forza e la guerra possono mantenerlo o distruggerlo».
(Franco Fortini, I cani del Sinai, in Saggi ed Epigrammi, p. 407, Mondadori, Milano 2003)
Caro…
perché sei rimasto tanto colpito da scrivermi: «ti accuso di aver usato uno slogan falso e torvo»?
Sarà che in quel titolo sarcastico («Premiata macelleria di Stato israeliana dal 1948») si riassume la mia “ideologia filo palestinese” che mal sopporti? Sarà che ho messo in evidenza unicamente il lato omicida non solo dell’«operazione Margine protettivo» ma dello Stato d’Israele?
Sarà che ho dato peso alla «conta dei morti», operazione che ritieni emotiva e ideologica?
C’è qualcosa che ancora oggi non capisco della tua reazione. Ma, aggirando il tono inquisitorio (da accusatore a imputato) delle domande polemiche che mi hai rivolto, vedrò di dire pacatamente le mie ragioni:
Domanda: « “A che pro” quello slogan?».
Risposta: Allo scopo di esprimere l’insofferenza (non solo mia, per fortuna) per le troppo numerose uccisioni di civili inermi compiute da uno degli eserciti più potenti del mondo ormai da decenni per contrastare dei nemici (prima l’OLP ora Hamas), insidiosi senz’altro ma inconfrontabili alla sua potenza di fuoco. (L’asimmetria militare è un dato innegabile e non trascurabile quando si valuta quel conflitto).
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L'impossibilità di una democrazia liberale
Carlo Donolo
1. Sappiamo che storicamente il regime democratico convive con il sistema capitalistico, nel senso che solo in economie capitalistiche troviamo democrazie (situazioni cui sia lecito assegnare questo termine in misura almeno ragionevole). Esiste però una relazione asimmetrica tra i due termini: la democrazia (rappresentativa o parlamentare) richiede il capitalismo, mentre il contrario è vero solo occasionalmente. Esso prospera anche in regimi autoritari o dittatoriali, ma per società divenute abbastanza complesse un po' di democrazia rappresentativa sembra necessaria, perché un regime solo e tutto “del capitale” o solo tecnocratico o solo autoritario è troppo rigido e finisce per produrre ingovernabilità, come mostra il crollo dei regimi “comunisti”. La convivenza di democrazia e capitalismo però non è mai stata pacifica, trattandosi di regimi che seguono logiche alquanto diverse ed anche opposte. Un punto d'incontro è offerto dallo stato di diritto e costituzionale, ovvero da un sistema di istituzioni e di regolazioni che guidano l'attività economica (in senso molto blando ed indiretto in termini cumulativi, più in tempi di crisi e meno in altri), e nello stesso tempo offrono spazio per le attività di una società civile che almeno in via di principio non è solo una dipendenza del mercato. Tuttavia, la situazione descritta implica per la democrazia una serie di gravi problemi: per un verso i principi democratici non riguardano tutta la vita sociale e meno che mai quella economica, quindi per definizione sono confinati entro limiti netti (si pensi solo al problema della diseguaglianza sociale, intrattabile come tale). Per un altro, la democrazia dipende dalle prestazioni del sistema economico, sotto il profilo del prelievo fiscale ed anche in altre forme. Il ciclo economico influenza il ciclo politico e la politica – specie dopo al fine dei partiti di massa – si alimenta di rendite finanziarie che presuppongono un patto (più o meno scellerato) con interessi economici forti, e comunque non democratici.
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Alcune brevi considerazioni sul (presunto) primato della politica
Sebastiano Isaia
Non bisogna certo essere degli incalliti “marxisti ortodossi” per capire che «a Bruxelles e altrove è la forza dell’economia che determina», in ultima analisi (ma sempre più spesso anche in “prima”), «il peso politico di un Paese», come ha scritto ad esempio Ferdinando Giugliano sul Financial Times del 4 luglio a proposito della partita Germania-Italia (o Merkel-Renzi). Partita che, beninteso, si gioca su un campo che non ha nulla a che vedere con i «valori europeisti» di cui ciancia il noto “rottamatore” in chiave politico-propagandistica. Ben altri valori sono in gioco, e quasi tutti si declinano in termini rigorosamente economici e sistemici – qui alludo all’organizzazione sociale capitalistica di un Paese colta nella sua totalità.
Detto di passata, è bastato che l’italico Premier dicesse qualcosa di “sovranista” agli odiati crucchi (le solite banalità sulla crescita che deve andare insieme alla stabilità, sullo sviluppo che deve «coniugarsi» con il rigore dei conti pubblici), che dal Paese si levasse un esilarante «Contrordine compagni e camerati: Renzi ha due palle così!» Da cameriere e lecchino della Cancelliera dal cospicuo fondoschiena (la quale con qualche maliziosa allusione chiama il leader toscano Mister 40 per cento), a grande statista capace di difendere i sacri interessi nazionali: il tutto nello spazio di alcuni nanosecondi – che non è l’unità di misura del tempo che scorre a casa Brunetta. Ovviamente il prossimo Contrordine! è dietro l’angolo, è sufficiente aspettare un paio d’ore, non di più.
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Una restaurazione del Califfato?
di Franco Cardini
Allegri, dunque: nuntio vobis gaudium magnum. Anche il mondo musulmano, dal 30 giugno scorso, ha il suo Principato di Seborga.
La notizia della "restaurazione del califfato" (o meglio, dell'instaurazione di un nuovo califfo) da parte dei cosiddetti mujahidin - vale a dire "impegnati in uno sforzo gradito a Dio" - dell'area di confine tra Siria e Iraq, quelli che di solito i media definiscono i "jihadisti" di un autoproclamato Islamic State in Iraq and Levant (ISIL), pubblicata il 30 giugno scorso, è stata rapidamente diffusa provocando commenti di ogni genere: nella stragrande maggioranza dei casi, ohimè, del tutto fuori luogo. L'ISIL, che a sottolineare il carattere universalistico della sua scelta ha contestualmente espunto dalla sua sigla statale le lettere I ed L che indicavano rispettivamente l'Iraq e il non troppo ben definito "Levante", è da oggi in poi nelle intenzioni dei suoi promotori e sostenitori soltanto IS, Islamic State: esso dovrebbe pertanto raccogliere tutti i fedeli musulmani del mondo e ricostituire l'umma, la comunità musulmana nel suo complesso. Il nuovo califfo porta il nome del primo califfo dell'islam, Abu Bakr, suocero del Profeta in quanto padre della di lui prediletta moglie A'isha: si tratta difatti di Abu Bakr al-Baghdadi, appunto leader dell'IS. Lo speaker dell'organizzazione, Abu Muhammad al-Adnani, ha sottolineato l'importanza di questo evento, che conferirebbe un volto nuovo all'Islam, e ha esortato i buoni fedeli ad accoglierlo respingendo la "democrazia" e gli altri pseudovalori che l'Occidente proclama.
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Dialogo a tre sul nostro futuro
Vi proponiamo un dialogo (via mail) fra i curatori del blog. Senza pretese di grande profondità teorica, crediamo che sia interessante per i lettori, poiché vengono toccati temi sui quali in molti ci arrovelliamo. Vengono messi a confronto punti di vista e prospettive diverse, che offriamo alla vostra valutazione.
FT: Voi sapete qualcosa di questa iniziativa? http://www.fiom-cgil.it/web/aree/europa/news/573-lanciata-la-campagna-contro-il-ttip-da-60-associazioni-in-europa
CM: Alcuni movimenti locali seguono la vicenda da un po', mi sembra con scarsi risultati.
FT: Non è strano, più il nemico si allontana, meno è facile costruire opposizione. In fondo è sensato non crederci. Pensa: una trattativa fra UE e USA, che cosa pensi di poterci fare? Davvero dovremmo riuscire a dire che l'unica cosa sensata sarebbe uscire da quest'incubo e tornare in una condizione in cui possiamo pensare di incidere nella realtà.
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Renzi? Come la Thatcher
Leonardo Clausi intervista Perry Anderson
Gli italiani governati da un premier thatcheriano. Ieri sudditi degli Usa, oggi della Ue e del suo neoliberismo economico. Di cui Matteo Renzi, leader carismatico e assolutista, altro non sarebbe che il cavallo di Troia. L’analisi del guru della New Left
Perry Anderson non la manda a dire. L'ultimo saggio sulla "London Review of Books" dell'insigne storico inglese, nume tutelare della New Left, è una lucida scorreria nella storia italiana recente. S'intitola, senza troppi guizzi metaforici, "The Italian Disaster", Ma anziché essere l'ennesima geremiade sulla presunta incapacità civile e culturale del Paese di assurgere a membro virtuoso del consesso europeo, il saggio di Anderson individua l'origine dei mali negli stessi principi inerenti alla governance dell'Unione europea, ai quali l'Italia è stata finora recalcitrante: soprattutto quel neoliberismo economico saldamente agganciato alla marginalizzazione della politica e della sua rappresentanza. Di questo neoliberismo Matteo Renzi, leader carismatico e assolutista di un partito alla cui tradizione politica è del tutto alieno, altro non sarebbe che il cavallo di Troia. Ne consegue l'analisi puntigliosa di varie tappe della storia italiana recente, dalla fine di Tangentopoli sino al crollo di Berlusconi, fortemente voluto da Bruxelles attraverso la presidenza di Napolitano, e all'abbraccio di Renzi come ultima spiaggia di fronte alla disorientante eterodossia del fenomeno Grillo. Ad Anderson abbiamo rivolto una serie di domande.
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La società aperta di Popper e i "guardiani" liberisti
Per niente platonici e frugali, ma molto mediatici
di Quarantotto
Tra le grandi utopie autoritarie, riemergenti nel corso della Storia, Popper individuò quella della Città Perfetta di Platone.
In essa, Popper, trovò proprio la radice delle varie forme di totalitarismo statale, incentrate sulla convinzione di aver trovato una verità assoluta e finale.
La cosa che può apparire singolare, alla luce delle vicende che si stanno verificando in €uropa - e che, in senso "derivato" e "mediatico", come vedremo, trovano il loro acme in Italia-, è che Platone fosse addirittura accusato di "comunismo", in base alle teorie da lui elaborate sulla conduzione politica della comunità sociale.
La "Res Publica" da lui concepita era, essenzialmente, (come evidenzia Galbraith nella sua "Storia dell'economia"; pagg.26-27), quella di una "entità" economica, cioè come insieme delle diverse occupazioni e professioni necessarie per la vita sociale (in queste includeva senza alcun problema la presenza degli schiavi, ma era un tratto comune a tutti gli uomini della sua "era").
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Ve lo meritate, il lepenismo
di Adriano Scianca
Chi l’avrebbe mai detto che quell’uomo che cadeva da un palazzo di 50 piani nel prologo de “L’Odio”, commentando a ogni piano “fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene”, fosse in realtà il corpo esausto della vecchia Francia moralista, custode dei valori della République. Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio. Dove a godersi lo spettacolo ci sarà una raggiante Marine Le Pen ormai stabilmente accampata a ridosso della cittadella del potere. In un ultimo incrocio di sguardi, prima dello schianto finale, sicuramente il corpo in caduta libera penserà: “Ma come è potuto accadere?”. A spiegarglielo ci proverà Pierre-André Taguieff, uno dei maggiori politologi europei, direttore di ricerca al Centro nazionale francese per la Ricerca scientifica e docente all’Istituto parigino di Studi politici. Il 15 maggio è uscito in Francia “Du diable en politique. Réflexions sur l’anti-lepénisme ordinaire” (Cnrs, 400 pp., 22 euro), in cui Taguieff racconta alla rive gauche il suo più grande fallimento: l’incomprensione totale e infine suicida del lepenismo montante.
“La sinistra francese – ci spiega lo studioso – utilizza sempre la retorica della demonizzazione, anche se essa ha fallito. Si continua a lanciare imprecazioni e a sgranare cliché: ‘Il Fn non è cambiato’, ‘Il Fn avanza camuffato’ etc. La maggior parte degli attori politici, degli editorialisti e degli intellettuali di sinistra persevera, senza dar mostra della minima immaginazione, nel discorso della denuncia e dello smascheramento, pretendendo di svelare ‘il vero volto del Fn’, lasciando intendere che esso sarebbe ‘fascista’ e ‘razzista’. Lo stesso ritornello è ripetuto da trent’anni.
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