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Che fine ha fatto il conflitto sociale?
Senza conflitto non c’è democrazia
di Lapo Berti
Il conflitto novecentesco
Il novecento è stato un secolo di grandi conflitti sociali che hanno segnato gli andamenti della politica e il divenire della società giungendo a condizionare anche il contesto economico. Si è trattato a lungo di conflitti che avevano come scenario privilegiato, se non unico, il mondo del lavoro e come teatro la fabbrica, in particolare la grande fabbrica in cui si è consumata l’era della produzione di massa e si è affermato il mito del fordismo. Le condizioni di lavoro, la remunerazione del lavoro, talora i rapporti di potere, erano la posta in gioco. La sospensione del lavoro era lo strumento, l’arma, con cui questi conflitti venivano combattuti. Il conflitto in fabbrica era nel contempo causa ed effetto di un processo di socializzazione che aveva al centro il processo lavorativo e le esperienze di condivisione e di riconoscimento che in esso si generavano. Si può forse parlare, in questo senso, di una vera e propria antropologia fordista, di un uomo forgiato dentro il crogiolo di un’esperienza collettiva assorbente e totalizzante perché fortemente congiunta con la speranza di un cambiamento radicale dei rapporti sociali e delle condizioni di vita.
Quei conflitti, che avevano nella grande fabbrica la loro matrice sociale e il luogo eletto della loro elaborazione e manifestazione, hanno plasmato la società del novecento, ne hanno condizionato l’evoluzione, ne hanno segnato la cultura.
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Il terrorismo della virtù
Marco Bascetta
Eduard Meyer, il grande storico dell’antichità tedesco (1855–1930) definì una volta il giacobinismo come un sistema per mandare a morte migliaia di persone colpevoli di non essere virtuose. Non gli si può dare del tutto torto sebbene, nel pieno di una rivoluzione, l’idea di virtù non risponda perlopiù al suo significato ordinario e si presti a ogni sorta di manipolazioni. Ai guasti della rivoluzione giacobina vorrebbe richiamarsi idealmente il titolo di un libro uscito a fine febbraio in Germania, Der neue Tugendterror («Il nuovo terrorismo della virtù») che si propone in quasi 400 pagine di demolire la dottrina del «politicamente corretto», attraverso la quale l’egemonia della sinistra sul mondo dei media impedirebbe l’espressione di ogni pensiero dissonante con lo scopo di occultare scomode verità e scabrose circostanze.
Ma a dire il vero tutto può essere imputato al «comitato di salute pubblica» salvo di esser stato politicamente corretto.
L’autore del monumentale pamphlet si chiama Thilo Sarrazin ed esprime opinioni non dissimili dalla nostra Oriana Fallaci ultima maniera, o da Giampaolo Pansa. E anche la lamentazione sull’improbabile spettro di una egemonia culturale della sinistra (che una sola apparizione di Matteo Renzi farebbe immediatamente scomparire) è ben nota da un pezzo alle nostre latitudini.
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Sulle possibilità di una democrazia radicale
Note critiche ad “Agonistics” di Chantal Mouffe
di Giuseppe Montalbano
Nel suo ultimo lavoro Chantal Mouffe propone una lettura delle più pressanti questioni nella teoria politica contemporanea a partire dalla suo modello di democrazia agonistica. Dalla possibilità di un ordine cosmopolitico alle prospettive di una democratizzazione dell’Unione europea, dai limiti dei movimenti contro l’austerity degli ultimi anni fino agli orizzonti di una ‘nuova sinistra’, l’idea di agonismo è per Mouffe la chiave di volta di un ripensamento complessivo del problema democratico e di una strategia per la costruzione di un’alternativa al neoliberismo. Ma la proposta teorica di Mouffe regge davvero?
Nei saggi raccolti in Agonistics (Verso, London 2013) la studiosa belga Chantal Mouffe offre al lettore una complessiva rilettura dei principali temi della sua riflessione teorica attraverso il filtro di una sempre più profonda crisi di legittimità nelle democrazie occidentali contemporanee. Esito di un percorso intellettuale condotto a fianco del filosofo argentino Ernesto Laclau, tale proposta teorica risale già all’opera che avrebbe reso entrambi protagonisti del dibattito francese e anglosassone sulle ‘nuove sinistre’ tra gli anni ’70 e ’80, Hegemony and Socialist Strategy, vero e proprio manifesto del cosiddetto post-marxismo[1]. Il profondo ripensamento dell’idea gramsciana di egemonia[2] ha costituito la base di tutta la successiva riflessione politica di Mouffe tra gli anni ’80 e ’90, per approdare nell’ultimo decennio alla formulazione di uno schema agonistico della conflittualità politica, come modello di analisi e insieme proposta normativa di rifondazione del pluralismo liberal-democratico. Agonistics intende così affrontare le questioni ritenute più pressanti per la teoria politica: dalla critica ai progetti cosmopolitici dei teorici liberali alla crisi dell’integrazione europea, dai movimenti di protesta che hanno investito le democrazie occidentali dal 2010 fino al ripensamento del ruolo pubblico dell’arte come luogo contro-egemonico.
Egemonia e agonismo
L’idea di agonismo in Mouffe prende le mosse da un’interpretazione della nozione gramsciana di egemonia quale nucleo originario di una decostruzione filosofica dell’apparato concettuale marxista e categoria fondamentale per la ridefinizione dell’orizzonte politico delle sinistre contemporanee.
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Abbassare la cresta
Intorno al sovranismo come fine e ai suoi filosofi
di Rodolfo Ricci
Se la storia non è storia di lotta di classi, che cos’è ? Storia dello spirito general-generalista, nel suo percorso di avvicinamento ad Almotasim ? Oppure è geopolitica delle puntuazioni di potenza espresse dai territori che poi diventano nazioni sotto la spinta delle famiglie di sangue blu, che successivamente si fanno la guerra quando non trovano la mediazione attraverso i matrimoni tra le varie discendenze interne ?
Se la storia non è storia di lotta tra classi, cos’è ? E’ la storia dei conflitti tra le borghesie locali, poi nazionali, nel loro imperituro rincorrersi per un posto al sole che ne salvaguardi lo spazio vitale ? Lo spirito finiva qui ?
Ed oggi, se non è storia di lotta di classi, è forse il movimento astratto del capitale svincolato da ogni soggettività storica, una sorta di serpente che si morde la coda e che, solo mordendosi la coda, scatena catastrofi ?
Ma anche se fosse l’ultima di queste cose, e cioè se la storia fosse oggi solo il movimento di una macchina metafisico-tecnologica, inumana, autosufficiente, che per perpetuarsi ha solo bisogno che il suo meccanismo di estrazione di profitto resti intatto perché ne costituisce il cuore, anche se fosse così, abbiamo avuto bisogno, guarda caso, di ri-coniare e rinverdire il termine “elites”, per ricollocare questo movimento dentro la storia stessa.
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Rivoluzione, non sinistra
Diciassette appunti contro la disillusione organizzata
Roberto Ciccarelli
1. L’avvenire della sinistra non è il nostro avvenire. Così come quello del Pd, di Vendola, di Matteo Renzi, di Berlusconi, di Tsipras o di Grillo non è il nostro. C’è una confusione che fa soffrire, tra chi parla dell’avvenire di riforme o di rivoluzioni, come fa la politica, e il divenire di ciascuno. Non sono mai stati la stessa cosa e tuttavia – ieri e come oggi – la politica si fonda sulla confusione tra questi piani. Da un lato, c’è chi sempre parla di un futuro generico che riguarda tutti. Dall’altro lato, c’è sempre chi cerca in questo racconto di trovare uno spazio per sé. Mai che si parli di un divenire a partire da sé, si parla solo di quale spazio trovare all’interno di una casa già arredata. Il singolo deve trovare la forma per adattarsi ai concetti esistenti.
2. La sinistra è un concetto che rimanda ad un’idea di futuro e di giustizia sociale per tutti. Questa è tuttavia solo l’origine del concetto. Poi c’è la realtà storica. Quando oggi si parla di sinistra, si parla di una storia di fallimenti. Chi tiene a questa idea, “sinistra”, rileva il punto di vista dello storico malinconico: tutte le rivoluzioni sono destinate a fallire. Quella americana, francese, sovietica, e poi i movimenti. C’è un aspetto autoconsolatorio nel parlare di “sinistra”, nell’appartenere a questo campo dello spirito, nemmeno più elettorale: tutte le rivoluzioni sono destinate a fallire. Sinistra è la strada che mostra il cinismo dell’“uomo” del Dopo storia. Lì dove finiscono le potenzialità del presente, ecco nascere un discorso sulla sinistra che evoca un “mondo nuovo”, una discontinuità, un’alternativa oltre la gabbia del presente.
3. Chi dice che le rivoluzioni sono destinate a fallire? Lo storico, il politico di professione o il burocrate. Chi dice che c’è sempre uno spazio per il divenire rivoluzionario di ciascuno?
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Che cos'è il Front National di Marine Le Pen
(dedicato a quelli che la dicotomia destra-sinistra non c’è più)
di Moreno Pasquinelli
17 gennaio. I recenti successi elettorali del Front national di Marine Le Pen stanno seminando il panico nel fronte unico degli euristi, di destra e di sinistra. Questi sono terrorizzati all’idea che le prossime elezioni europee consegnino ad esso una clamorosa vittoria. Un simile esito sarebbe il segnale che l’asse carolingio o franco-tedesco, già in crisi, avrebbe imboccato la via del tramonto, con buona pace dell'euro.
Primo: sbarazzarsi dei tabù
Nella sinistra d’Oltralpe prevale, prevale, davanti alla valanga lepenista (ma questo vale anche per quella italiana), uno spavento irrazionale, basato a sua volta su di un doppio tabù: quello della sovranità nazionale e quello del fascismo.
In psicanalisi un tabù è un pensiero inammissibile, o un atto proibito; mentre per gli etnologi equivale ad un divieto sacrale di avere contatto con qualcosa o qualcuno.
Per la sinistra, mentre la sovranità nazionale è un pensiero proibito, col fascismo qualsiasi contatto è considerato peccato, quindi proibito anch'esso.
Andiamo dicendo da anni che se non ci liberà di questi tabù, nulla si capisce dei profondi processi sociali e ideologici in atto, e chi nulla comprende ha il destino segnato.
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Jacques Attali e il miglior governo del mondo
di Sebastiano Isaia
Alla ricerca del «miglior governo del mondo [che] dovrà farsi carico del pianeta e dell’umanità», Jacques Attali, probabilmente il guru della scienza sociale europea che, con Jacques Délors, più influenzò il dibattito politico dei progressisti del Vecchio Continente negli anni Novanta, nonché l’autore di frasi celebri come quella che segue: «Ma cosa crede, la plebaglia europea: che l’euro l’abbiamo creato per la loro felicità?», ma anche, dulcis in fundo, teorico del «poliamore», risposta tecno-scientifica alla deriva del Continente Amore nell’epoca della baumaniana vita liquida (forti delle nuove conoscenze sul cervello, gli scienziati già brevettato le «tecnologie di induzione dei sentimenti»); nel suo girovagare attraverso la storia millenaria dell’uomo, dicevo, Attali inciampa su una pietra molto dura, e per certi versi inaspettata. Questa: «La maggior parte di noi è incapace di utopia». Finalmente un personaggio che non ne vuol più sapere della grigia Realpolitik! Direte che sto scherzando. E infatti scherzo.
La confessione vale anche a tranquillizzare Massimo D’Alema, grande estimatore dell’economista francese già ai tempi dell’ingresso del Bel Paese nella moneta unica: Attali non è diventato pazzo. Egli è rimasto il «tecnocrate visionario» che elabora arditi progetti di riforma sociale assai apprezzati a “destra” come a “sinistra”.
Quanto in basso sia caduta anche la parola utopia, è sufficiente leggere la risposta che Attali dà all’impegnativa domanda che costituisce il titolo di un suo libro pubblicato nel 2013 (Fazi Ed.): Domani, chi governerà il mondo?
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“Club Bilderberg. Gli uomini che comandano il mondo”
Valentin Ipuche intervista Domenico Moro
Cos’è il club Bilderberg e cos’è la Trilateral?
Il Club Bilderberg e la Commissione Trilaterale sono le due più importanti organizzazioni della classe capitalistica transnazionale, ovvero lo strato superiore del capitalismo mondiale. I loro incontri annuali mettono in contatto i vertici del mondo economico (multinazionali industriali e banche internazionali), con i vertici del mondo politico e istituzionale (capi di Stato e di governo, ministri economici, commissari europei, responsabili delle banche centrali) e del mondo culturale (think tank, università, fondazioni e centri di studio). Il Club Bilderbeg, nato nel 1954, ha un carattere “atlantico”, riunendo personalità che provengono da Usa, Canada ed Europa occidentale. La Trilaterale nasce nel 1973 come filiazione del Bilderberg, con l’intento di allargare la partecipazione alle élite capitalistiche non occidentali, prima al Giappone e poi ad altri Stati come la Corea del Sud, l’Indonesia, l’Australia, il Messico. L’importanza delle due organizzazioni è testimoniata dal fatto che numerosi primi ministri e alti burocrati italiani ed europei, prima di diventare tali, hanno ricevuto una sorta di imprimatur dai due gruppi o ne sono stati dirigenti. Ad esempio, Tommaso Padoa-Schioppa, Giulio Tremonti, e Mario Draghi hanno partecipato agli incontri annuali del Bilderberg, mentre Romano Prodi e Mario Monti hanno fatto parte del suo comitato direttivo. Enrico Letta è stato dirigente della Trilaterale e l’anno prima di essere nominato premier partecipò all’incontro del Bilderberg.
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La metamorfosi del signor P(otere)
di Paolo Ercolani
Parafrasando un celebre frammento di Eraclito, in cui il grande filosofo antico si riferiva alla natura, potremmo dire che l’epoca della società in rete, o della globalizzazione, è quella in cui il Potere ha subito una trasformazione tanto poco percettibile quanto sostanziale e profonda: siamo infatti passati dal Potere che nasconde, censura, manipola o coarta il flusso delle informazioni (o disinformazioni), a quello che ama nascondersi, trasfigurare i propri meccanismi di funzionamento e influenza, mascherare i luoghi del proprio abitare e operare. Lo scopo è sempre lo stesso, la perpetuazione del Potere stesso, ma le modalità mutate debbono indurre a più di una riflessione
1. Luci e ombre
Il Potere che ama nascondersi è quello a cui non importa più se e quanto la popolazione possa o debba sapere, perché il suo essere nascosto, tale per cui non si sa bene chi lo detiene, da dove e con quali modalità di esercizio, gli consente comunque di attuare un dominio sulla pubblica opinione (nonché sulle menti e sui corpi degli individui), ancora più capzioso perché in grado di inserirsi nei meandri della mente collettiva e assurgere al rango di senso comune consolidato, pensiero unico difficilmente smentibile se non al prezzo di essere tacciati di follia o paranoia.
A un livello squisitamente tecnico la questione non deve sorprendere più di tanto, se è vero che già Platone ci aveva insegnato che le malattie degli occhi, per cui essi finiscono col non riuscire più a vedere, sono di due tipi e hanno due cause: «il passaggio dalla luce all’ombra e dall’ombra alla luce»[1].
Tanto l’oscurità più totale, quanto un eccesso di luce producono degli esseri umani incapaci di pervenire alla distinzione chiara delle cose e quindi alla conoscenza, limitandoli bene che vada a una pallida percezione di ombre scambiate per oggetti reali.
E qui entra in gioco la Rete, onnipotente e generosissima dispensatrice di informazioni infinite e di ogni genere, in cui è possibile rintracciare l’avallo a qualsiasi ipotesi anche strampalata e al suo contrario.
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Vana ricerca del buon governo
di Antonio Negri
Una bella lezione di umiltà ci dà Carlo Galli con questo libro: Sinistra, per il lavoro, per la democrazia (Mondadori, Milano, 2013). È un libro umile non perché semplificato in ossequio ai militanti democratici o evasivo rispetto alle ragioni elettorali che lo situano ma perché qui un intellettuale di grande spessore vuole sperimentare il suo sapere nella lotta politica e metterlo al servizio di una parte. Senza voler prendere in giro nessuno, direi, sulle orme di Hadot e Foucault, che qui ci si trova dinnanzi ad un vero e proprio “esercizio spirituale” che si colloca (mi si permetta di aggiungerlo) nella miglior tradizione del Partito Comunista Italiano. Al di là di questo, il libro non ha nulla di “comunista” se non una piccola (ma importantissima) – come chiamarla? – “derivazione” sulla quale torneremo alla fine di questa recensione.
Sono cinque capitoli di fattura diversa. Il primo e il secondo sono saggi di uno storico del pensiero politico. Alla fine del novecento, egli si interroga su quali siano state le figure specifiche e le diverse linee del pensiero politico della sinistra, in quel secolo: vi si scontrano il razionalismo democratico, il dialettismo progressista e socialista ed infine il pensiero negativo. Quest’ultimo scopre nella filosofia di Nietzsche il suo dispositivo – scettico e decostruttivo riguardo alla consistenza giuridica dello Stato, effettuamene aperto alla contingenza dei rapporti di forza che i movimenti politici definiscono, radicalmente capace di decisione e di normatività.
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Limiti e necessità dello sperimentalismo democratico
Note a margine del memorandum di Barca
Salvatore Biasco
Introduzione
Il contributo che Barca da alla definizione di un modo d’essere del partito della sinistra non é solo metodologico. E’ politico nei giudizi sul deficit culturale e di rapporto con la società che ha avuto il Pd; é politico nell’indicazione della funzione che spetta al partito; nella corposità e radicamento sul territorio che esso deve necessariamente avere, nella sottolineatura del lavoro e dei beni pubblici come questioni prioritarie che deve porsi. Vi é, tuttavia, molta insistenza sulla forma partito; sulla ricerca, cioè di una organizzazione (ma direi un modo d’essere e di concepirsi) che lo renda un partito idoneo a sperimentare e cercare le sue linee programmatiche insieme ai militanti e alla collettività in un flusso di informazione e elaborazione che non può che essere bidirezionale. Barca chiama questo “sperimentalismo democratico”.
Il suo partito ideale può essere il mio e può non esserlo. Provo a capire. Io raccomanderei, per iniziare, a Barca – che sicuramente ha un opzione socialdemocratica all’orizzonte – di non porre la socialdemocrazia a un estremo della scala rispetto a quello che é il suo punto d’interesse (lo sperimentalismo), ponendo all’altro estremo l’opzione liberista (che egli chiama minimalista, cioè incline alla Stato minimo).
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L'autonomia perduta della sinistra
di Marco Bascetta
Nell'ultimo libro di Mario Tronti «La critica del presente» il lessico politico del Novecento è messo alla prova per definire una sinistra non subalterna. Da qui la critica dell'autore ai movimenti sociali, ritenuti «un'istanza simbolica». Ma così facendo l'obiettivo di una «potenza politica organizzata» rimane una visione
Voci e visioni. È da questa partizione che converrà partire per intendere lo spirito che anima il breve scritto (breve solo quanto al numero di pagine che lo compongono, non certo ai temi che tocca) che Mario Tronti dedica alla Critica del presente (Ediesse, pp. 152, euro 12). Voci, dunque. Non quelle di un dizionario, di un glossario, di un lessico aggiornato della politica. Che dizionari e lessici definiscono, non problematizzano le definizioni. Qui è invece la dimensione della ricerca a prevalere. Non a partire da un vuoto, o dalla pretesa di assoluto del «nuovo», che ha smesso di avanzare e si è prepotentemente accomodato. Ma muovendo dal lato ignoto, irrisolto, divenuto tale o forse mai del tutto compreso, delle «voci» che hanno segnato la storia e la politica del Novecento: Autonomia, Popolo, Stato, Partito, Lavoro, Crisi. È una tonalità, una Stimmung, quasi nietzschiana a pervadere questo scritto, a conferirgli la forza evocativa e, al tempo stesso, frammentariamente perentoria dell'aforisma. La consapevolezza, più lucidamente severa che rabbiosa, di una sorta di indebolimento patologico dell'epoca in cui viviamo, di una soddisfatta apatia su cui prospera il potere di pochi. Deriva, decadimento. E la necessità di tornare a «filosofare con il martello», senza timore di schiacciarsi le dita. Rompendo il senso comune, l'idea, vuoi compiaciuta, vuoi rassegnata, che non si diano alternative allo stato di cose presente, se non nei termini di modesti aggiustamenti o di un evoluzionismo beatamente e sconsideratamente ottimista. Un pensiero, insomma, che orienti il cambiamento senza subire l'egemonia di ciò che è dato, che compenetri l'agire collettivo conferendogli potenza creativa, solidità e durata.
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Fascino e illusioni della democrazia diretta
di Alberto Burgio
Tra liberismo e fascismo
In estrema sintesi, il senso di questo intervento consiste nell’affermare che è possibile comprendere la crisi della politica, nell’ambito della quale si pongono fenomeni oggi particolarmente vistosi come l’astensionismo di massa, la critica della democrazia rappresentativa e l’invocazione della democrazia diretta, soltanto se la si inquadra in un contesto ampio e di lungo periodo. Ampio, nel senso che questa crisi si collega alla crisi sociale ed economica (in verità anche a una crisi che Gramsci definirebbe «intellettuale e morale»); di lungo periodo, poiché essa chiama in causa una «grande trasformazione» verificatasi nel corso degli ultimi 50-60 anni.
Si tratta, insomma, di un fenomeno radicato nella storia, che ha caratteristiche e precedenti storici. Per questo, al fine di intendere il nesso che collega l’odierna crisi della politica alle sue radici economico-sociali (più precisamente: alle conseguenze sociali della controrivoluzione neoliberista che inizia nella seconda metà degli anni Settanta), sembra utile risalire subito a un passaggio storico analogo (a un’altra grande trasformazione), che ha luogo a cavallo tra Otto e Novecento.
Nello schema sotteso all’opera maggiore di Karl Polanyi (The Great Transformation, 1944), l’età classica del liberismo (che trasforma il capitalismo industriale in un sistema sociale[1]) abbraccia poco meno di un secolo.
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Per una società senza capitalismo, per una democrazia senza parlamento
Written by Giovanni Dursi
La prima idea da dimenticare, quando si comincia ad occuparsi della “trasformazione sociale” ed a viverla quotidianamente, è che la “politica” possa essere un quieto mestiere con cui si costruiscono perfetti edifici di parole. Le passioni che animano l'attività trasformatrice della presente realtà sociale non sono alimentate dalla “necessità di pensiero”; semmai, alcune fantasie e visioni corroborano, come “gioco di pensiero”, il concreto percorso antagonistico-duale di fuoriuscita dall'atrocità d'una condizione materiale che codetermina forme individuali di vita da negare e formazioni economico-sociali da mutare radicalmente ed irreversibilmente.
L'antagonismo sociale post-novecentesco si caratterizza con tipiche operazioni multidimensionali – dal tradeunionismo rivendicativo di natura economico-normativa alla lotta armata antisistema – la cui meta è originare una “crisi del quadro politico strutturale” all'interno d'una generale “crisi di situazione e coscienza”, altrimenti è un fallimento. Il surrealismo del sedicente antagonismo “simbolico”, veicolato per lo più da “eventi flashmob”, non si addice bene alla “trasformazione sociale”. La pianificazione trasformativa, viceversa, riesce ad organizzare, scuotendo energie proletarie di massa, un interesse pubblico crescente verso la ribellione materiale-coscienziale scoprendone criticamente la sua finalità – il potere politico – per troppi decenni assurdamente emarginato dal vivo della lotta di classe, non a caso anche dalle più alte personalità culturali contemporanee che al surrealismo del sedicente antagonismo “simbolico” si richiamano legittimandone la dispersione di energie eversive.
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Sovranità e Nazione
di Jacques Sapir
Ricevo e pubblico volentieri un contributo da parte di un lettore e commentatore del blog, Arturo, che ha tradotto un articolo di Sapir di carattere filosofico politico sul concetto di nazione e di sovranità.
Buona lettura
Frédéric Lordon ha appena pubblicato un articolo importante (1) - Ce que l'extrême droite ne nous prendra pas - in cui affronta la questione essenziale della sovranità ma anche quella altrettanto essenziale della Nazione. Vediamo subito quale sia il nocciolo di questo articolo e le domande a cui cerca di rispondere, nel contesto della crisi dell'Euro, ma anche, più genericamente, della crisi dell'idea europea generata dagli sforzi di coloro che si proclamano i più ferventi difensori dell'Unione Europea. Tali questioni sono già state affrontate nel libro a cura di Cédric Durand (2) e invito i lettori di questo blog a riferirsi al dibattito che ho avuto con lui in articoli precedenti(3).
Sovranismo di destra, sovranismo di sinistra?
Prima di provare ad approfondire alcuni punti del testo con cui chiaramente concordo, e su cui ho preso posizione da più di dieci anni (4), conviene precisare una cosa. Frédéric Lordon scrive:
“Poiché se questo ordine [il neo-liberalismo] in effetti si definisce come l'opera di dissoluzione sistematica della sovranità dei popoli, affinché possa dispiegarsi senza impacci la potenza dominante del capitale, ogni idea di porvi un limite non può avere altro senso che quello di una restaurazione di questa sovranità, senza mai poter escludere che tale restaurazione si dia come territorio – e, non se ne dispiaccia l'internazionalismo astratto, la sovranità presuppone la delimitazione di un territorio – quello delle nazioni esistenti...senza escludere simmetricamente che essa si proponga anche di ampliarlo!”.
È un esordio che condivido pienamente, compreso il fatto che la sovranità implichi un territorio ma altresì la distinzione di ciò che è all'interno e ciò che è all'esterno. La frontiera è un elemento decisivo e addirittura costitutivo della democrazia, che questa frontiera sia territoriale o metaforica come nel caso dell'appartenenza a un'organizzazione.
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