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Elogio della militanza
di Alessandro Barile
Gigi Roggero, Elogio della militanza. Note su soggettività e composizione di classe, Derive Approdi, 2016, pp. 213, € 13,00
Elogio della militanza è prima di tutto un titolo appropriato. Non elogio dell’attivista o del volontario, o altre definizioni post-moderne della partecipazione politica. Il militante, secondo le parole dell’autore, è “colui o colei che mette interamente in gioco la propria vita”, è “un soggetto divisivo, produce continuamente il “noi” e il “loro”, prende posizione e costringe a schierarsi. Separa per ricomporre la propria parte”. Non una figura qualunque, pacificata, della partecipazione politica liberale, ma una figura specifica e storicamente determinata della lotta politica. Il titolo è già di per sé una forma di rottura rivendicata, una rottura necessaria, che avviene non contro la normalizzazione liberal-democratica (troppo facile), ma dentro il campo della sinistra antagonista, che da tempo ha accettato supinamente la traslitterazione semantica (di provenienza anglosassone) dell’attivista.
“Quando al giro di boa del millennio si è iniziato a chiamarlo attivista, non si è trattato di una semplice concessione linguistica, ma di un cedimento strutturale. Si è così persa la sua incommensurabilità rispetto ad altre figure, come quella del volontario. Figura dell’interesse generale, dunque della riproduzione dell’esistente”.
Attivismo e militanza non sono concetti sinonimi o ambivalenti: presuppongono opposte visioni della politica e sedimentano antitetiche coscienze dell’esistente e degli strumenti per combatterlo.
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Riforme costituzionali/La posta in gioco*
di Gustavo Zagrebelsky
Democrazia e lavoro sono le radici della nostra Costituzione del 1948. Una cosa è cambiare, un’altra è il come cambiare. Il superamento del bicameralismo perfetto è largamente condiviso, ma siamo di fronte a un testo incomprensibile e al ritorno a condizioni pre-costituzionali
Coloro che, la riforma costituzionale, la vedono gravida di conseguenze negative non si aggrappano alla Costituzione perché è “la più bella del mondo”. Sono gli zelatori della riforma che usano quell’espressione per farli sembrare degli stupidi conservatori e distogliere l’attenzione dalla posta in gioco. La posta in gioco è la concezione della vita politica e sociale che la Costituzione prefigura e promette, sintetizzandola nelle parole “democrazia” e “lavoro” che campeggiano nel primo comma dell’art. 1. Qui c’è la ragione del contrasto, che non riguarda né l’estetica (su cui ci sarebbe peraltro molto da dire, leggendo i testi farraginosi, incomprensibili e perfino sintatticamente traballanti che sono stati approvati) né soltanto l’ingegneria costituzionale (al cui proposito c’è da dire che nessuna questione costituzionale è mai solo tecnica, ma sempre politica).
Molte volte sono state chiarite le radici storiche e ideali di quella concezione, perfettamente conforme alle tendenze generali del costituzionalismo democratico, sociale e antifascista del II dopoguerra, tendenze riassunte nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel dicembre del 1948, di cui la nostra Costituzione contiene numerose anticipazioni, perfino sul piano testuale.
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Dallo stato di diritto allo stato di sicurezza
di Giorgio Agamben
Secondo il filosofo italiano Giorgio Agamben, lo stato di emergenza non è uno scudo a difesa della democrazia. Al contrario, ha sempre annunciato le dittature
Non è possibile capire l’obiettivo reale della proroga dello stato di emergenza in Francia [prorogato fino alla fine di febbraio] se non la si colloca nel contesto di una radicale trasformazione del modello statale che ci è più familiare.
Bisogna prima di tutto smentire quel che dicono donne e uomini politici irresponsabili, secondo i quali lo stato di emergenza sarebbe uno strumento a difesa della democrazia.
Gli storici sanno bene che è vero il contrario. Lo stato di emergenza è infatti il dispositivo attraverso il quale i regimi totalitari si affermarono in Europa. Negli anni che precedettero la salita al potere di Hitler, ad esempio, i governi socialdemocratici di Weimar avevano fatto un tale ricorso allo stato di emergenza (o stato di eccezione, come dicono i tedeschi) che è lecito dire che la Germania aveva smesso di essere una democrazia parlamentare già prima del 1933.
Il primo atto politico di Hitler, dopo la sua nomina, fu proclamare lo stato di emergenza, che da allora in poi non fu mai più revocato.
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Sovrappopolazione e Capitale
di Giorgio Carlin*
Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta spinge irresistibilmente nel futuro, cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo”.,Walter Benjamin, Nona tesi su concetto di storia
(su “Angelus Novus” di P.Klee)
Contributo alla discussione congressuale nazionale di Sinistra Anticapitalista
Mi ha colpito molto la drammaticità della crisi ambientale del pianeta descritta da Daniel Tanuro in “Di fronte all’urgenza ecologica..”.
Vorrei aggiungere alcune riflessione a proposito della sovrappopolazione “assoluta” e la strategia del Capitale. Chiarisco che si parla di sovrappopolazione assoluta per intendere una densità umana incompatibile comunque con qualunque progetto di convivenza degno di questo nome, mentre la s. relativa, di marxiana memoria, si riferiva al modo di produzione dominante, in cui dai semplici raccoglitori al più evoluto sistema industriale si potevano alimentare popolazioni umane crescenti. E’ evidente che l’eventuale “spinta progressiva” dello sviluppo demografico si stia capovolgendo.
Non è che l’uomo (ma anche altre specie animali) non sia riuscito a creare disastri ambientali anche con relativamente piccole comunità. Solo alcuni esempi eclatanti (citati da lettore curioso e non certo specialista):
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La paralisi araba
di Pierluigi Fagan
Note a margine della lettura di “L’infelicità araba” di Samir Kassir, Einaudi, Torino, 2006
Il mondo arabo consta di una ventina di stati per una popolazione di poco superiore a quella degli Stati Uniti d’America (più di 350 milioni), per il 60% posti nel Nord Africa e per il 40% nel Medio Oriente. Non sono “arabi” ovviamente i turchi, gli iranici, gli israeliani ebrei. Gli arabi sono solo il poco più del 20% dell’islam. Questo vasto mondo dal glorioso passato, vive uno scabroso presente connotato in particolare da una sorta di paralisi socio – politico – culturale che Kassir compendia nello stato d’anima dell’infelicità. Questa infelicità è triplicemente determinata. C’è l’infelicità della condizione, una condizione oggettivamente marginale, paralizzata, regredita. C’è l’infelicità dell’inazione, dell’impotenza. Nulla sembra politicamente possibile in un mondo sclerotizzato in mafie al potere, quasi sempre protette dai poteri del neocolonialismo occidentale la cui alternativa è data dal “sogno” del ritorno all’islam puro di più di mille anni fa, “sogno-incubo” a sua volta sponsorizzato dalle potenze petrolifere del Golfo anch’esse protette dai poteri neocoloniali. Infine, l’infelicità stessa del pensiero a cui è vietata ogni evasione, ogni ricerca, ogni sperimentazione, quindi, ogni libertà.
L’elenco dell’immediato passato storico di questo mondo è agghiacciante: la prima questione palestinese e l’umiliante conflitto arabo israeliano, la crisi di Suez, la guerra d’Algeria, la guerra libanese, la continua diaspora palestinese, il lago di sangue della guerra tra Iraq ed Iran, il massacro di Sabra e Chatila, la prima e seconda guerra civile in Sudan, la guerra civile in Algeria,
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Il primo turno. Il misterioso caso "italico" di Marine Le Pen
di Quarantotto
1. Tutti coloro che sono in grado di ragionare su una minima conoscenza dei fatti, rimangono sconcertati della "spiegazione" che, specialmente nelle estenuanti e sussiegose cronache televisive, è stata data relativamente alla forte affermazione del Front National alle ultime elezioni regionali in Francia.
Al primo impatto, infatti, ci è stato ossessivamente detto che l'ondata terroristica avrebbe favorito un partito xenofobo e che coltiva i più bassi istinti anti-immigrati (musulmani e non), oltreche pericoloso, per la democrazia, perchè di "estrema destra". Con punte di incomprensione che risultano logicamente paradossali e ostinatamente irreali.
E' pur vero che, poi, dai più alti vertici si è poi aggiustato il tiro, mettendo l'accento sulle politiche imposte dall'UE come principale alleato della Le Pen; ma questo aggiustamento è stato fatto rivendicando le riforme effettuate in Italia come "giuste" e contrapponibili alla linea dettata dalle istituzioni europee.
Il che appare obiettivamente contraddittorio, visto che sono state proprio queste riforme a giustificare la "flessibilità" concessa in sede di applicazione del fiscal compact all'Italia e, dunque, in quanto sono state ritenute particolarmente conformi alle linee di politica economica e del lavoro propugnate dal paradigma dell'eurozona (in cui, appunto, le politiche economico-fiscali sono rigidamente dettate dall'obiettivo del pareggio di bilancio e dalle relative eccezioni discrezionalmente ravvisate dalla Commissione).
2. Il che ci porta a dire che se probabilmente è vero che, rispetto al fenomeno MLP-Front National, in Italia, non si possono nutrire equivalenti "preoccupazioni", ciò, certamente, non è dovuto al fatto che qui da noi non si seguano le politiche rese inevitabili dalla volontà di conservare la moneta unica (in Francia, peraltro, le si è seguite molto meno); ma a ben altre ragioni.
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Vacche Magris. Alcune note su guerra, terrorismo, intellettuali
Gabriele Fichera
Mi imbatto, sul «Corriere della Sera» del 15 novembre 2015, in un articolo firmato da tal Claudio Magris, da non confondere, immagino, con l’omonimo noto scrittore e saggista, padre nobel delle nostre lettere – in spasmodica attesa di un’imminente benedizione planetaria.
L’articolo fa il punto della situazione dopo le stragi terroristiche di Parigi, e ci indica la strada da seguire. Nel leggerlo si prova la vertiginosa sensazione di trovarsi di fronte all’ennesima testimonianza di una triste parabola: quella dell’odierno sedicente “intellettuale” che ha deciso di abdicare completamente a se stesso, inglobando in modo furbescamente ingenuo il punto di vista del cosiddetto “uomo della strada”. Uomo della strada che a sua volta crede di possedere un proprio personale punto di vista, senza neanche sospettare che le sue idee sono invece in gran parte sapientemente manipolate e indotte dall’incessante propaganda mediatica cui è sottoposto. Il risultato di questa duplice mistificazione è che l’intellettuale si trasforma in cassa di risonanza di frasi fatte e pseudo-concetti cari a chi guida le nostre società. Ecco che allora pigrizia intellettuale, accettazione dell’esistente, tendenza alla banalizzazione – laddove invece ci sarebbe da affinare al massimo gli strumenti di analisi – e semplificazione capziosa vanno a formare la deprimente rosa dei venti di quella che un brillante saggista del primo Ottocento ebbe a definire «ignoranza delle persone colte».
Ma torniamo all’articolo dell’omonimo di Magris. L’idolo polemico sembrerebbe il fanatismo islamico dell’Isis, ma a ben guardare c’è dell’altro. Lo si capisce dalla confezione giornalistica del pezzo. Il titolo recita infatti: «Quel complesso di colpa che ispira l’equivoco buonista».
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Terrorismo, guerra psicologica, manipolazione dell’informazione e costruzione del consenso
di Fiorenzo Angoscini
I recenti avvenimenti francesi (Parigi, 13 novembre) ripropongono all’attenzione generale la funzione del cosiddetto quinto potere: il rapporto tra alcune agenzie di stampa, certuni operatori dell’informazione, testate giornalistiche e gruppi editoriali. In un miscuglio di agenti atlantici, giornalisti-militanti (prevalentemente fascisti) arruolati come consulenti e pennivendoli, vertici militari e dei servizi più o meno segreti, manovali del tritolo, servi senza dignità (politica) e provocatori a tempo pieno. Soprattutto, in riferimento anche ad un recente passato, si può constatare come alcune questioni, per determinati gruppi di pressione, non siano mai superate o passate di moda, ma mantengano piuttosto una loro freschezza e siano sempre d’attualità così che, teorizzazioni di cinquant’anni fa, possono sembrare enunciate in questi giorni.
In particolare modo è stupefacente la capacità e volontà di amplificare, distorcere, piegare alle necessità politiche, sociali ed economiche, fatti ed avvenimenti apparentemente diversi da quello che sono, manipolando e trasfigurando la realtà. Spiegando che, in nome della lotta al terrorismo mondiale, si possono sacrificare libertà minime, acquisite e consolidate. Cercando di convincere la pubblica opinione che, per sconfiggere il terrore, si deve e si può rinunciare a una quota minima(?) di libertà personali; si può sottostare ad un maggiore controllo poliziesco, accettare l’aumento della produttività (è risaputo che un maggiore impegno lavorativo aiuta a sconfiggere le forze del male) e, infine, assecondare gli immancabili necessari sacrifici, sempre conditi con altre rinunce e privazioni. Una guerra psicologica neppur troppo sottile.
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Dal congresso di Vienna ai BRICS
Storia e prospettive della neutralità svizzera
Damiano Bardelli
Quest’anno corre il bicentenario del congresso di Vienna, in occasione del quale le grandi potenze europee riconobbero la neutralità perpetua della Svizzera. Occorre approfondire gli avvenimenti che hanno marcato la neutralità elvetica non solo per capire cosa essa sia – contrastando l’utilizzo strumentale della storia nazionale messo in atto dai partiti conservatori – ma anche per riflettere sulle sue prospettive future. Nel contesto attuale di cambiamento negli equilibri geopolitici internazionali, la Svizzera potrebbe infatti approfittare del suo status di paese neutrale per giocare un ruolo centrale nello sviluppo di rapporti paritari tra l’Occidente e le potenze emergenti
Le origini della neutralità: il mito di Marignano e il congresso di Vienna
I partiti conservatori – e in particolare l’UDC – ricorrono regolarmente al mito del Sonderfall elvetico1 per ottenere consensi tra la popolazione e per giustificare le loro proposte in materia di politica interna ed estera. Per contrastare questa tendenza e per smascherare la debolezza degli argomenti della destra, è fondamentale che i partiti di sinistra cambino la loro attitudine nei confronti della storia nazionale e comincino ad approfondirla. Diversi esempi concreti posso essere presi in considerazione, tra cui quello della neutralità.
Questa primavera, la pubblicazione di un’opera dello storico Thomas Maissen, nella quale vengono smantellati i principali miti della storia svizzera2, ha dato luogo ad un acceso dibattito tra politici conservatori – incluso Christoph Blocher – ed esperti del tema. Questa discussione ha permesso di mettere in evidenza la fragilità della posizioni dell’UDC sulla storia nazionale3. In particolare, ci si è scontrati sulla questione delle origini della neutralità elvetica, che i miti popolari fanno rimontare alla battaglia di Marignano del 15154 ma che, concretamente, diviene realtà solo con la pace di Parigi, stipulata nel 1815 nel quadro del congresso di Vienna5.
Dalla fine del XIX secolo e per quasi un secolo, gli storici hanno applicato una lettura a posteriori della neutralità svizzera, facendo risalire la tradizione della neutralità alla battaglia di Marignano per giustificare la politica di forte isolamento promossa dalle autorità elvetiche.
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Il fronte interno della “guerra al terrore”
di Carlo Formenti
Il modo in cui i governi europei (a prescindere dal colore ideologico) e i media hanno reagito agli attacchi terroristici di Parigi è straordinariamente significativo, nella misura in cui contribuisce a ridefinire il significato di alcuni termini del lessico politico moderno. In particolare ne prenderò qui in considerazione tre – socialdemocrazia, liberalismo, patriottismo – a partire da alcuni articoli apparsi nei giorni scorsi sul Guardian e sul Corriere della Sera.
L’appoggio dei partiti della Prima Internazionale ai governi che avevano scatenato la Prima Guerra Mondiale ha sancito la morte della prima socialdemocrazia, quella, per intenderci, che si distingueva dal comunismo non per il fine – il superamento della società capitalistica – ma per la scelta del mezzo: le riforme al posto della rivoluzione. Quanto alla morte della seconda socialdemocrazia – quella nata a Bad Godesberg con il ripudio del marxismo – può essere fatta coincidere (come si sostiene in un recente libro-conversazione di cui sono co autore con Fausto Bertinotti, “Rosso di sera”, ed. Jaca Book) con la fine del compromesso fra capitale e lavoro del trentennio postbellico e con la sua definitiva conversione all’ideologia liberal liberista. Conversione cui ha fatto seguito, non a caso, la scelta di appoggiare la (e, nel caso del New Labour di Tony Blair, di partecipare alla) “guerra al terrore” dichiarata da George Bush dopo l’attacco alle Torri Gemelle del 2001.
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Impero e aristocrazia
di Elisabetta Teghil
E’ evidente che ci sono tensioni fortissime nel mondo occidentale che scaturiscono dal tentativo, per molti versi riuscito, di costituire un’aristocrazia multinazionale che si propone di imporsi come soggetto contrattuale con la super potenza statunitense. In Europa l’iperborghesia annidata nelle multinazionali sta smantellando le forze sindacali e partitiche che si oppongono al neoliberismo e, quest’ultimo, significa disoccupazione, povertà, annullamento dello Stato sociale, venuta meno della sanità pubblica, del pensionamento generalizzato, della contrattualizzazione del salario. Tutto questo passa anche, necessariamente, attraverso la repressione e una cultura securitaria che colpiscono particolarmente i gruppi politici e le forze sociali che più contrastano il neoliberismo. La repressione, in tutte le sue articolazioni, sottolinea e caratterizza questo momento storico dell’autoespansione del capitale. E la repressione si colloca nello squilibrio fra strutture nazionali statuali e la ricomposizione capitalistica di fondo che è permeata dallo scontro fra multinazionali e Stati per la ricollocazione delle gerarchie capitalistiche che vedono gli Stati Uniti con il loro alleato inglese, all’offensiva e l’unico interlocutore è l’aristocrazia sovranazionale, l’iperborghesia, che vuole portare in dote al matrimonio la “testa” del mondo del lavoro. Il programma di classe oggi passa, oltre che su obiettivi e scadenze di lotta, anche su una valutazione degli equilibri, degli scontri, dei rapporti di forza che lo sviluppo globale presenta. Questa attenzione non è secondaria perché ne scaturisce la possibilità di porre qualche ostacolo alla voracità con cui l’iperborghesia si serve della socialdemocrazia come arma politica. Oggi, ci troviamo di fronte ad una situazione che non è più il lavoro in fabbrica a determinare i rapporti sociali bensì la messa al lavoro della società e, quindi, lo sfruttamento di tutti coloro che nella società sono attivi.
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L’uso strumentale dell’accusa di «terrorismo» e il parallelo tra Isis e Brigate rosse
Militant
Gli attentati di Parigi del 13 novembre ci hanno fatto – lo ammettiamo, ingenuamente – pensare per un momento che finalmente, in Italia, dopo tanto blaterare di «terrorismo», i commentatori avrebbero capito cosa è il «terrorismo» e avrebbero imparato a distinguerlo non solo dalla lotta armata ma anche dalla normale dialettica politica tra le classi. Abbiamo peccato di ingenuità, appunto.
Avremmo dovuto ricordare, infatti, che già nel novembre del 2014, un anno fa, su «Famiglia Cristiana» il sociologo Stefano Allievi, disquisendo sull’Isis, si chiedeva retoricamente
che cosa sarebbe successo in Italia se le Brigate rosse avessero avuto un loro territorio? [...] All’interno dell’islam si svolge una battaglia culturale che somiglia a quella affrontata dalla sinistra all’epoca del terrorismo. Allora, semplificando, ci fu una serie di passaggi: da “i brigatisti sono provocatori fascisti” a “compagni che sbagliano” a “nemici del popolo”. Solo quando riconobbe che i terroristi, anche se si richiamavano a ideologie e simboli della sinistra, erano nemici dei lavoratori e dello Stato, la sinistra innescò il processo che sconfisse il terrorismo.
Si trattava di una delle prime avvisaglie di quel parallelo tra Isis e Brigate rosse, esperienze diversissime ma “incredibilmente” racchiuse sotto la comune categoria di “terrorismo”, che negli ultimi giorni, dagli attentati di Parigi in poi, è stata riproposta spesso – più o meno tra le righe – dai media e dal mondo politico. Per primo si è espresso Matteo Renzi che, come un disco rotto, ha ribadito più volte a distanza di giorni il concetto che «l’Italia ha sconfitto il terrorismo interno negli anni ‘70 e ‘80 e sicuramente ha la forza per combattere il terrorismo anche in questa fase» (leggi) e che «per isolare il terrorismo italiano negli anni ‘70 e ‘80, più ancora delle azioni del governo è stata importante la reazione della società civile: l’indignazione degli operai, dei studenti e dei cittadini» (leggi).
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Francia: il paradosso identitario
Franco Berardi Bifo
Il triste patriota Houellebecq
L’articolo di Houellebecq che il Corriere della sera ha pubblicato in prima pagina il 19 novembre è sconsolante: inizia dicendo che il governo francese è responsabile della tragedia che ha colpito Parigi, perché ha provocato le popolazioni di molti paesi arabi con i bombardamenti umanitari degli ultimi anni, poi rimprovera al governo francese di non essersi opposto con la dovuta energia all’ondata migratoria che nereggia ai confini d’Europa.
“Chi ci ha inculcato, per tanti anni, che le frontiere sono un’assurdità antiquata, simbolo di un nazionalismo superato e nauseabondo?” chiede Houellebecq con sdegno patriottico.
Poi elogia il buon popolo francese che “ha sempre conservato fiducia e solidarietà nei confronti dell’esercito e delle forze di polizia; ha accolto con sdegno i predicozzi della « sinistra morale» (morale?) sull’accoglienza di rifugiati e migranti e non ha mai accettato senza sospetti le avventure militari estere nelle quali i suoi governanti l’hanno trascinata.”
La confusione regna nella mente frastornata di Houellebecq, ma Houellebecq è un poeta, il suo delirio va letto con rispetto perché l’inconscio collettivo si esprime anche nella voce di Celine, di Limonov. Il delirio reazionario è un genere letterario talora apprezzabile, se non fosse che qualche volta incontra e fomenta un’onda reazionaria di massa. E allora sono guai.
E’ comprensibile che la popolazione sia spaventata dall’afflusso di stranieri, soprattutto dopo la notizia (falsa? vera?) che uno degli assassini del Bataclan è sbarcato all’isola di Leros confondendosi tra i siriani che cercano rifugio in Europa.
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Quanto stato d’eccezione può permettersi la democrazia?
di Alessandro Somma
Da alcuni giorni è stato proclamato nella Francia metropolitana, ovvero nella parte europea del Paese, lo stato d’eccezione, le cui conseguenze sono elencate in due diversi decreti varati dall’esecutivo[1]. In tutto il territorio le autorità amministrative possono ora limitare la libertà di circolazione, regolamentare o vietare il soggiorno delle persone, nonché disporre perquisizioni di giorno e di notte. Nell’Ile-de-France, la Regione di Parigi, si potrà anche obbligare chi è ritenuto una minaccia per la sicurezza e l’ordine pubblico a soggiornare in determinate zone delimitate, oltre che chiudere i luoghi di spettacolo, di mescita di bevande e di riunione di qualsiasi natura, e impedire gli assembramenti considerati idonei ad alimentare disordini.
In virtù di questi decreti, le autorità amministrative, senza il controllo della magistratura come si addice allo stato di eccezione, hanno disposto misure come la chiusura di scuole e università, il divieto di tenere manifestazioni nella regione parigina, oltre a centinaia tra perquisizioni, interrogatori e ordini di soggiorno su tutto il territorio nazionale.
Tutto questo è previsto da una legge emanata all’epoca della guerra d’indipendenza algerina[2], il conflitto che non a caso determinò la fine della Quarta e l’avvento della Quinta Repubblica, ovvero la sconfitta del parlamentarismo e la vittoria del presidenzialismo voluto dal Generale de Gaulle. In un solo caso, oltre a quelli legati alle vicende che accompagnarono l’indipendenza algerina, lo stato d’eccezione venne decretato sul territorio metropolitano: quando, nel 2005, vi fu la cosiddetta rivolta delle banlieu. Allora fu necessario coinvolgere il Parlamento, dal momento che l’esecutivo volle far durare lo stato d’eccezione oltre i dodici giorni, e ciò è possibile solo con un’apposita legge. Anche questa volta si arriverà a questo, giacché François Hollande ha già anticipato l’intenzione di prorogare la misura di almeno tre mesi.
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Intervista a Mario Tronti
a cura di Giacomo Bottos e Matteo Giordano
Mario Tronti, tra i fondatori dell’operaismo italiano, ha proseguito, dopo la conclusione di quell’esperienza, la sua riflessione sulla politica, sul Novecento e sul presente. Il risultato più recente del suo sforzo teorico è il libro Dello spirito libero, uscito nel 2015. A partire da alcuni temi evocati in questo libro e nei suoi contributi recenti gli abbiamo posto alcune domande sui caratteri del nostro tempo e della crisi attuale.
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Nei tuoi scritti la crisi in cui viviamo è vista come una crisi di lungo periodo, che da un lato è crisi della modernità e dall’altro è crisi del movimento operaio. Sembrerebbe che noi ci troviamo in un tempo minore che se è comprensibile solo alla luce del Novecento è al tempo stesso inferiore al Novecento stesso. Da questo punto di vista, retrospettivamente, essendo ormai entrati nell’ottavo anno della crisi, qual è il tuo punto di vista sulla crisi economica attuale? Pensi che ci fosse la possibilità di una reazione diversa da quella che effettivamente c’è stata?
Intanto dobbiamo un po’ ricostruire il giudizio sulla sostanza di questa crisi. Io non sono di quelli che si sono meravigliati della crisi economica e finanziaria perché ho sempre visto il capitalismo con l’occhio di Schumpeter: l’andamento ciclico dell’economia capitalistica, che era già implicito nell’analisi marxiana, è fatto di sviluppo e crisi, di crescita e recessione, di sviluppo e stagnazione.
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