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Su “Menti Tribali” di Jonathan Haidt
di Alessandro Del Ponte
Come si conquistano i voti di milioni di persone in sei mosse? “Menti Tribali. Perché le brave persone si dividono su politica e religione” di Jonathan Haidt (Edizioni Codice) racchiude le istruzioni fondamentali per l’aspirante politico di successo, esaltando il ruolo del ragionamento morale impulsivo, alla base dei nostri giudizi morali e delle nostre scelte in cabina elettorale
Immaginate di essere al ristorante della politica. No, non la buvette del Senato. Si tratta di un posto molto particolare. Non c’è la solita scelta: italiano, francese, cinese, indiano, turco o fusion. Qui si sceglie il partito cui dare fiducia. Se per i cittadini americani il buffet è piuttosto ristretto – democratico o repubblicano? – gli italiani hanno il loro bel daffare nel districarsi tra le scelte culinarie. Da Sinistra a Destra, transitando per la miriade di onorevoli partitini di centro (”Ma cos’è la Destra… Cos’è la Sinistra…” diceva Gaber), il menu è davvero ricco. Come districarsi nella scelta? O meglio, ribaltando la prospettiva: come aggiudicarsi il maggior numero di ghiottoni?
Jonathan Haidt, Professore di Psicologia Morale e Ethical Business alla New York University, ha elaborato il manuale del perfetto politico di successo.
The Righteous Mind: Why Good People Are Divided by Politics and Religion (Pantheon Books: New York, 2012), pubblicato in Italia sotto il titolo di Menti Tribali: Perché le brave persone si dividono su politica e religione (Edizioni Codice: Torino, 2013) è una lettura impegnativa, capace di soddisfare un pubblico avido di stimoli intellettuali. In poco più di 400 pagine dense di citazioni accademiche, l’autore spiega perché le persone sono spesso portate a dividersi su argomenti politici e religiosi, arrivando a difendere a ogni costo posizioni irrinunciabili. Pur non avendo dimensioni e linguaggio da Bignami, Menti Tribali, antesignano del più recente Tribù morali di Joshua Greene, può fare la differenza nel lavoro di un campaign manager, svelando i trucchi necessari per trasformare i presupposti di un flop colossale in un clamoroso successo.
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Su una mia critica a Israele mediante slogan
di Ennio Abate
Dal 10 luglio 2014 ho intrattenuto un fitto confronto su quanto sta succedendo a Gaza con diversi interlocutori (in privato, sul sito di «Poliscritture», su FB). Qui replico pubblicamente a un amico ebreo che ha mosso varie accuse-obiezioni (nel testo tra virgolette) al commento con disegno (sotto) che pubblicai il 25 luglio (qui) . Tengo a precisare che il disegno – del 1984 e mio – era dedicato alla Shoa [E.A.]
«Quello stato è nato con la forza e la guerra,
la forza e la guerra possono mantenerlo o distruggerlo».
(Franco Fortini, I cani del Sinai, in Saggi ed Epigrammi, p. 407, Mondadori, Milano 2003)
Caro…
perché sei rimasto tanto colpito da scrivermi: «ti accuso di aver usato uno slogan falso e torvo»?
Sarà che in quel titolo sarcastico («Premiata macelleria di Stato israeliana dal 1948») si riassume la mia “ideologia filo palestinese” che mal sopporti? Sarà che ho messo in evidenza unicamente il lato omicida non solo dell’«operazione Margine protettivo» ma dello Stato d’Israele?
Sarà che ho dato peso alla «conta dei morti», operazione che ritieni emotiva e ideologica?
C’è qualcosa che ancora oggi non capisco della tua reazione. Ma, aggirando il tono inquisitorio (da accusatore a imputato) delle domande polemiche che mi hai rivolto, vedrò di dire pacatamente le mie ragioni:
Domanda: « “A che pro” quello slogan?».
Risposta: Allo scopo di esprimere l’insofferenza (non solo mia, per fortuna) per le troppo numerose uccisioni di civili inermi compiute da uno degli eserciti più potenti del mondo ormai da decenni per contrastare dei nemici (prima l’OLP ora Hamas), insidiosi senz’altro ma inconfrontabili alla sua potenza di fuoco. (L’asimmetria militare è un dato innegabile e non trascurabile quando si valuta quel conflitto).
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L'impossibilità di una democrazia liberale
Carlo Donolo
1. Sappiamo che storicamente il regime democratico convive con il sistema capitalistico, nel senso che solo in economie capitalistiche troviamo democrazie (situazioni cui sia lecito assegnare questo termine in misura almeno ragionevole). Esiste però una relazione asimmetrica tra i due termini: la democrazia (rappresentativa o parlamentare) richiede il capitalismo, mentre il contrario è vero solo occasionalmente. Esso prospera anche in regimi autoritari o dittatoriali, ma per società divenute abbastanza complesse un po' di democrazia rappresentativa sembra necessaria, perché un regime solo e tutto “del capitale” o solo tecnocratico o solo autoritario è troppo rigido e finisce per produrre ingovernabilità, come mostra il crollo dei regimi “comunisti”. La convivenza di democrazia e capitalismo però non è mai stata pacifica, trattandosi di regimi che seguono logiche alquanto diverse ed anche opposte. Un punto d'incontro è offerto dallo stato di diritto e costituzionale, ovvero da un sistema di istituzioni e di regolazioni che guidano l'attività economica (in senso molto blando ed indiretto in termini cumulativi, più in tempi di crisi e meno in altri), e nello stesso tempo offrono spazio per le attività di una società civile che almeno in via di principio non è solo una dipendenza del mercato. Tuttavia, la situazione descritta implica per la democrazia una serie di gravi problemi: per un verso i principi democratici non riguardano tutta la vita sociale e meno che mai quella economica, quindi per definizione sono confinati entro limiti netti (si pensi solo al problema della diseguaglianza sociale, intrattabile come tale). Per un altro, la democrazia dipende dalle prestazioni del sistema economico, sotto il profilo del prelievo fiscale ed anche in altre forme. Il ciclo economico influenza il ciclo politico e la politica – specie dopo al fine dei partiti di massa – si alimenta di rendite finanziarie che presuppongono un patto (più o meno scellerato) con interessi economici forti, e comunque non democratici.
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Alcune brevi considerazioni sul (presunto) primato della politica
Sebastiano Isaia
Non bisogna certo essere degli incalliti “marxisti ortodossi” per capire che «a Bruxelles e altrove è la forza dell’economia che determina», in ultima analisi (ma sempre più spesso anche in “prima”), «il peso politico di un Paese», come ha scritto ad esempio Ferdinando Giugliano sul Financial Times del 4 luglio a proposito della partita Germania-Italia (o Merkel-Renzi). Partita che, beninteso, si gioca su un campo che non ha nulla a che vedere con i «valori europeisti» di cui ciancia il noto “rottamatore” in chiave politico-propagandistica. Ben altri valori sono in gioco, e quasi tutti si declinano in termini rigorosamente economici e sistemici – qui alludo all’organizzazione sociale capitalistica di un Paese colta nella sua totalità.
Detto di passata, è bastato che l’italico Premier dicesse qualcosa di “sovranista” agli odiati crucchi (le solite banalità sulla crescita che deve andare insieme alla stabilità, sullo sviluppo che deve «coniugarsi» con il rigore dei conti pubblici), che dal Paese si levasse un esilarante «Contrordine compagni e camerati: Renzi ha due palle così!» Da cameriere e lecchino della Cancelliera dal cospicuo fondoschiena (la quale con qualche maliziosa allusione chiama il leader toscano Mister 40 per cento), a grande statista capace di difendere i sacri interessi nazionali: il tutto nello spazio di alcuni nanosecondi – che non è l’unità di misura del tempo che scorre a casa Brunetta. Ovviamente il prossimo Contrordine! è dietro l’angolo, è sufficiente aspettare un paio d’ore, non di più.
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Una restaurazione del Califfato?
di Franco Cardini
Allegri, dunque: nuntio vobis gaudium magnum. Anche il mondo musulmano, dal 30 giugno scorso, ha il suo Principato di Seborga.
La notizia della "restaurazione del califfato" (o meglio, dell'instaurazione di un nuovo califfo) da parte dei cosiddetti mujahidin - vale a dire "impegnati in uno sforzo gradito a Dio" - dell'area di confine tra Siria e Iraq, quelli che di solito i media definiscono i "jihadisti" di un autoproclamato Islamic State in Iraq and Levant (ISIL), pubblicata il 30 giugno scorso, è stata rapidamente diffusa provocando commenti di ogni genere: nella stragrande maggioranza dei casi, ohimè, del tutto fuori luogo. L'ISIL, che a sottolineare il carattere universalistico della sua scelta ha contestualmente espunto dalla sua sigla statale le lettere I ed L che indicavano rispettivamente l'Iraq e il non troppo ben definito "Levante", è da oggi in poi nelle intenzioni dei suoi promotori e sostenitori soltanto IS, Islamic State: esso dovrebbe pertanto raccogliere tutti i fedeli musulmani del mondo e ricostituire l'umma, la comunità musulmana nel suo complesso. Il nuovo califfo porta il nome del primo califfo dell'islam, Abu Bakr, suocero del Profeta in quanto padre della di lui prediletta moglie A'isha: si tratta difatti di Abu Bakr al-Baghdadi, appunto leader dell'IS. Lo speaker dell'organizzazione, Abu Muhammad al-Adnani, ha sottolineato l'importanza di questo evento, che conferirebbe un volto nuovo all'Islam, e ha esortato i buoni fedeli ad accoglierlo respingendo la "democrazia" e gli altri pseudovalori che l'Occidente proclama.
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Dialogo a tre sul nostro futuro
Vi proponiamo un dialogo (via mail) fra i curatori del blog. Senza pretese di grande profondità teorica, crediamo che sia interessante per i lettori, poiché vengono toccati temi sui quali in molti ci arrovelliamo. Vengono messi a confronto punti di vista e prospettive diverse, che offriamo alla vostra valutazione.
FT: Voi sapete qualcosa di questa iniziativa? http://www.fiom-cgil.it/web/aree/europa/news/573-lanciata-la-campagna-contro-il-ttip-da-60-associazioni-in-europa
CM: Alcuni movimenti locali seguono la vicenda da un po', mi sembra con scarsi risultati.
FT: Non è strano, più il nemico si allontana, meno è facile costruire opposizione. In fondo è sensato non crederci. Pensa: una trattativa fra UE e USA, che cosa pensi di poterci fare? Davvero dovremmo riuscire a dire che l'unica cosa sensata sarebbe uscire da quest'incubo e tornare in una condizione in cui possiamo pensare di incidere nella realtà.
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Renzi? Come la Thatcher
Leonardo Clausi intervista Perry Anderson
Gli italiani governati da un premier thatcheriano. Ieri sudditi degli Usa, oggi della Ue e del suo neoliberismo economico. Di cui Matteo Renzi, leader carismatico e assolutista, altro non sarebbe che il cavallo di Troia. L’analisi del guru della New Left
Perry Anderson non la manda a dire. L'ultimo saggio sulla "London Review of Books" dell'insigne storico inglese, nume tutelare della New Left, è una lucida scorreria nella storia italiana recente. S'intitola, senza troppi guizzi metaforici, "The Italian Disaster", Ma anziché essere l'ennesima geremiade sulla presunta incapacità civile e culturale del Paese di assurgere a membro virtuoso del consesso europeo, il saggio di Anderson individua l'origine dei mali negli stessi principi inerenti alla governance dell'Unione europea, ai quali l'Italia è stata finora recalcitrante: soprattutto quel neoliberismo economico saldamente agganciato alla marginalizzazione della politica e della sua rappresentanza. Di questo neoliberismo Matteo Renzi, leader carismatico e assolutista di un partito alla cui tradizione politica è del tutto alieno, altro non sarebbe che il cavallo di Troia. Ne consegue l'analisi puntigliosa di varie tappe della storia italiana recente, dalla fine di Tangentopoli sino al crollo di Berlusconi, fortemente voluto da Bruxelles attraverso la presidenza di Napolitano, e all'abbraccio di Renzi come ultima spiaggia di fronte alla disorientante eterodossia del fenomeno Grillo. Ad Anderson abbiamo rivolto una serie di domande.
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La società aperta di Popper e i "guardiani" liberisti
Per niente platonici e frugali, ma molto mediatici
di Quarantotto
Tra le grandi utopie autoritarie, riemergenti nel corso della Storia, Popper individuò quella della Città Perfetta di Platone.
In essa, Popper, trovò proprio la radice delle varie forme di totalitarismo statale, incentrate sulla convinzione di aver trovato una verità assoluta e finale.
La cosa che può apparire singolare, alla luce delle vicende che si stanno verificando in €uropa - e che, in senso "derivato" e "mediatico", come vedremo, trovano il loro acme in Italia-, è che Platone fosse addirittura accusato di "comunismo", in base alle teorie da lui elaborate sulla conduzione politica della comunità sociale.
La "Res Publica" da lui concepita era, essenzialmente, (come evidenzia Galbraith nella sua "Storia dell'economia"; pagg.26-27), quella di una "entità" economica, cioè come insieme delle diverse occupazioni e professioni necessarie per la vita sociale (in queste includeva senza alcun problema la presenza degli schiavi, ma era un tratto comune a tutti gli uomini della sua "era").
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Ve lo meritate, il lepenismo
di Adriano Scianca
Chi l’avrebbe mai detto che quell’uomo che cadeva da un palazzo di 50 piani nel prologo de “L’Odio”, commentando a ogni piano “fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene”, fosse in realtà il corpo esausto della vecchia Francia moralista, custode dei valori della République. Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio. Dove a godersi lo spettacolo ci sarà una raggiante Marine Le Pen ormai stabilmente accampata a ridosso della cittadella del potere. In un ultimo incrocio di sguardi, prima dello schianto finale, sicuramente il corpo in caduta libera penserà: “Ma come è potuto accadere?”. A spiegarglielo ci proverà Pierre-André Taguieff, uno dei maggiori politologi europei, direttore di ricerca al Centro nazionale francese per la Ricerca scientifica e docente all’Istituto parigino di Studi politici. Il 15 maggio è uscito in Francia “Du diable en politique. Réflexions sur l’anti-lepénisme ordinaire” (Cnrs, 400 pp., 22 euro), in cui Taguieff racconta alla rive gauche il suo più grande fallimento: l’incomprensione totale e infine suicida del lepenismo montante.
“La sinistra francese – ci spiega lo studioso – utilizza sempre la retorica della demonizzazione, anche se essa ha fallito. Si continua a lanciare imprecazioni e a sgranare cliché: ‘Il Fn non è cambiato’, ‘Il Fn avanza camuffato’ etc. La maggior parte degli attori politici, degli editorialisti e degli intellettuali di sinistra persevera, senza dar mostra della minima immaginazione, nel discorso della denuncia e dello smascheramento, pretendendo di svelare ‘il vero volto del Fn’, lasciando intendere che esso sarebbe ‘fascista’ e ‘razzista’. Lo stesso ritornello è ripetuto da trent’anni.
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Il disagio della democrazia
di Stefano Petrucciani
È da qualche giorno presente sugli scaffali delle librerie il nuovo libro di Stefano Petrucciani, Democrazia (Einaudi). Quella che qui vi forniamo è un’anticipazione del testo, che l’autore ci ha gentilmente concesso di pubblicare, con numerosi riferimenti al contenuto della discussione fra Urbinati e McCormick che stiamo ospitando in questo periodo sul “Rasoio di Occam”
Un ragionamento sullo stato di salute della democrazia oggi[1] non può che partire da un incontestato dato di fatto: il tasso di credibilità ovvero la fiducia che i cittadini nutrono nelle istituzioni tradizionali della democrazia rappresentativa scende di anno in anno sempre più basso[2]. Alla questione sono stati dedicati, nell’ultimo quindicennio, molti studi politologi anche empirici[3], e oggi si può dire che essa sia esplosa in tutta la sua forza e la sua drammaticità. La sfiducia, lo scontento, il disagio, sono messi in evidenza dai più attenti politologi (mi riferisco rispettivamente a Rosanvallon, Mastropaolo, Galli[4]); ma non ce ne sarebbe bisogno, perché il fenomeno risulta ormai del tutto evidente e manifesto. E non si tratta, giova precisarlo, solo di una questione italiana: anche se da noi la crisi è certamente più acuta, essa è da molto tempo oggetto di studi ad ampio spettro che indagano panorami internazionali.
Più che constatare questa crisi si dovrebbe dunque cercare di comprenderne le motivazioni: se la gente ha sempre meno interesse verso i partiti e le elezioni, se ha sempre meno fiducia nei suoi rappresentanti, delle ragioni ci devono pur essere; e dunque è necessario cercare di indagarle[5]. La mia convinzione è che la crisi di fiducia sia ben motivata: che risponda cioè a una effettiva situazione critica della democrazia contemporanea, almeno in Italia e in Europa; dal mio punto di vista si tratta dunque di capire quali mutazioni o quali processi involutivi siano all’origine della insofferenza o del rifiuto che i cittadini manifestano nei confronti delle istituzioni o delle pratiche della democrazia rappresentativa come si è venuta articolando da qualche lustro a questa parte.
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Ancora sul ceto politico
di Marino Badiale
Continuo il discorso sul ceto politico, iniziato in un paio di post di qualche tempo fa (questo e questo) che avevano suscitato un po' di dibattito fra i nostri lettori. Poiché alcuni passaggi di quei post erano forse un po' stringati, provo adesso ad argomentare le mie tesi in modo più disteso, cercando di inserirle nelle riflessioni che vado facendo da tempo.
Tempo addietro, in una serie di lavori scritti assieme a Massimo Bontempelli, (per esempio questo e questo) avevamo introdotto la nozione di “capitalismo assoluto”, con la quale cercavamo di esprimere quello che ci sembrava uno degli aspetti più significativi dell'attuale organizzazione sociale ed economica, il fatto cioè che negli ultimi decenni la logica capitalistica del profitto si è estesa all'intero ambito sociale. Riporto un passaggio tratto da “La Sinistra rivelata”, che sintetizza questi concetti:
“Si tratta della completa pervasività sociale del capitalismo storico (…) ogni aspetto della società umana, compresi i corpi biologici degli individui e i caratteri della loro personalità, viene sussunto sotto il capitale come materia della produzione capitalistica (…). Chiamiamo capitalismo assoluto il capitalismo storico che è penetrato in ogni poro e in ogni profondità della vita umana associata. Esso è assoluto perché la sua logica di funzionamento regge completamente ogni ambito della vita, senza più lasciare alcuna autonomia di scopi e di regole ad altre istituzioni. L'azienda, cioè l'istituzione che promuove la produzione e la circolazione della merci in funzione del profitto, diventa allora non più soltanto la cellula del sistema economico, ma l'alfa e l'omega della società, perché la società è diventata una società di mercato, in cui ogni bene pubblico è stato convertito in bene privato, e ogni bene privato in merce. Di conseguenza ogni istituzione viene concepita come azienda, persino l'ospedale, persino la scuola, e persino l'intero paese, che non è più nazione, ma azienda, l' “azienda-Italia”.
(M.Badiale-M.Bontempelli, La sinistra rivelata, Massari editore, pagg.171-172)”
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Sulla democrazia machiavelliana di McCormick
Perché il populismo può essere democratico
di Lorenzo Del Savio e Matteo Mameli
I populismi, o perlomeno alcune forme di populismo, sono una risorsa fondamentale per la democrazia in questa fase della sua travagliata storia. In uno scenario globale in cui le disuguaglianze si estremizzano e si radicano sempre più, lo sviluppo di idee e movimenti anti-oligarchici e anti-plutocratici è fondamentale per la sopravvivenza della democrazia. Forse solo il populismo può salvare la democrazia
Nel saggio Sulla distinzione tra democrazia e populismo,[1]John McCormick argomenta che il populismo sia necessario per rendere più democratichele democrazie contemporanee. Il tanto lamentato deficit democratico degli esistenti sistemi elettorali-rappresentativi ha indubbiamente tanti aspetti e tante cause. Ma, tra questi, ce n’è uno che è particolarmente rilevante per una discussione sul potenziale democratico dei populismi, un fattore che va al cuore della riflessione sul valore della libertà e dell’uguaglianza politica e su come la democrazia possa difendere ed estendere questi valori. Il problema principale è la preoccupante crescita delle disuguaglianze economiche e la deformazione dello spazio politico che ne consegue.
Il deficit democratico genera sfiducia verso le istituzioni e le loro procedure. Questa sfiducia è alimentata da quelli che le persone comuni percepiscono come i risultati insoddisfacenti di queste istituzioni e procedure. A sua volta, la sfiducia è un ostacolo a processi di riforma che portino a un controllo popolare più robusto. La sfiducia e il disimpegno lasciano mano libera alle élite economiche e finanziarie, le quali possono così influenzare il processo politico in modo disfunzionale, promuovendoper esempio politiche favorevoli a coloro che Machiavelli chiamava i grandi e sfavorevoli al popolo. È all’interno di questo circolo vizioso che il populismo può agire da leva e scardinare la polarizzazione della ricchezza e del potere che è la vera radice del deficit democratico.[2]
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Sulla distinzione fra democrazia e populismo
di John McCormick
Anche se le democrazie dirette, dove il popolo veramente si auto-governa, sono largamente preferibili a quasi tutte le forme di populismo, John McCormick, uno dei maggiori conoscitori di Machiavelli nel mondo americano, sostiene, in un intervento ancora inedito in inglese, che alcune forme di populismo sono assolutamente necessarie per rendere gli attuali sistemi elettorali-rappresentativi più genuinamente democratici
Introduzione
di Lorenzo del Savio e Matteo Mameli
Si può veramente dire che i populismi abbiano un potenziale democratico? Nell’articolo “Il populismo è democratico: Machiavelli e gli appetiti delle élite” abbiamo sostenuto che la risposta a questa domanda è sì.[1] Lo abbiamo fatto presentando gli argomenti anti-oligarchici che Machiavelli espone nei Discorsi sulla prima Deca di Tito Livio e rielaborando la lettura di Machiavelli di John McCormick nel suo importante volume Machiavellian Democracy. Per gentile concessione dell’autore, qui offriamo la nostra traduzione di un breve articolo di McCormick sul rapporto tra i populismi e le democrazie rappresentative contemporanee. McCormick torna a parlare di Machiavelli e delle sue ricette anti-oligarchiche e spiega come i populismi (o perlomeno alcuni populismi) possano essere un’importante risorsa per la democrazia.
***
Durkheim disse una volta che il socialismo era il grido di dolore della società moderna. Il populismo è il grido di dolore delle moderne democrazie rappresentative. Il populismo è inevitabile nei regimi politici che aderiscono formalmente ai principi democratici ma di fatto escludono il popolo dal governo.
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Il secolo breve che sembra infinito
di Alberto Burgio
Esistono legami sotterranei tra quanto di più sinistro accade sotto i nostri occhi in queste ore sulla scena politica mondiale, dalla brutale stretta repressiva in Egitto ai venti di guerra sull’Ucraina, alla proliferazione di ultranazionalismi fascisti in tutta Europa?
Rispondere non è semplice, forse è azzardato. Una prospettiva che consideri unitariamente fenomeni radicati in contesti differenti non è falsificabile: siamo quindi nel regno dell’opinabile, se non delle impressioni. Inoltre, molto, se non tutto, dipende dalle dimensioni del quadro storico di riferimento, definite con qualche rischio di arbitrarietà. Resta il fatto. Minacciosi segnali di tensione investono non soltanto quelli che nella guerra fredda erano blocchi contrapposti, ma anche (si pensi al diffondersi nell’eurozona di un sordo rancore anti-tedesco) gli stessi stati europei che hanno vissuto questi sessant’anni in pace.
E a tali segnali si accompagna la ricomparsa dei più cupi fantasmi (nazionalismo e populismo, xenofobia e razzismo) della modernità «avanzata». La storia del Novecento sembra ripresentarsi in blocco sulla scena, come per un brusco ritorno del rimosso. E se è naturalmente un caso che ciò avvenga a cent’anni esatti dallo scoppio della prima guerra mondiale, è vero anche che gli anniversari offrono spesso spunti istruttivi. Proviamo a vedere che cosa suggerisce questa non fausta ricorrenza.
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Destra e Sinistra
Fabrizio Marchi
E’ consuetudine che il direttore di un giornale che si presenti per la prima volta al pubblico, esordisca con un editoriale per spiegare le ragioni che lo hanno indotto (e hanno indotto i suoi amici e collaboratori) a prendere la decisione di dar vita a quello stesso giornale.
Ho scelto volutamente di non farlo perché sono convinto che la cosa migliore non sia quella di parlare di noi stessi o di spiegare quello che siamo e che abbiamo intenzione di fare (un modo di procedere che generalmente tende a sconfinare nell’autoreferenzialità), ma di esprimerci direttamente sulle cose. Ergo, tutti/e potranno conoscere le nostre idee e le nostre finalità semplicemente leggendo ciò che scriviamo.
Coerentemente con l’assunto di cui sopra, ho scelto per questa occasione di affrontare un tema che ormai da tempo è stato da più parti sollevato e che a mio parere deve assolutamente essere approfondito e chiarito, per lo meno dal mio punto di vista.
Mi riferisco alla dialettica che oppone destra e sinistra e che molti sostengono essere storicamente e politicamente superata. La questione, come è evidente,è assai complessa e ha necessità di essere affrontata, per poter essere compresa, da diversi punti di approccio: storico-politico, meta-storico e meta-politico, concettuale e linguistico.
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