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manifesto

Nel ground zero della Politica

Benedetto Vecchi

«Non ti riconosco», un viaggio nella crisi del «made in Italy» a firma di Marco Revelli per Einaudi. Un libro sulla fine della grande fabbrica e dei distretti industriali, orfani di qualsiasi progetto di liberazione sociale

25clt1fabroUn lungo viaggio per l’Italia, facendo tappa nelle città, le regioni, i luoghi che ne hanno scandito la storia nel lungo Novecento. È quanto fa Marco Revelli nel volume Non ti riconosco (Einaudi, pp. 250, euro 20). Il punto di partenza non poteva che essere Torino, la città operaia per eccellenza che Revelli conosce benissimo. Lì è cresciuto come intellettuale, lì è cresciuto politicamente. A questa company town ha dedicato altri libri e innumerevoli di articoli e saggi. Torino era il luogo di un modello di società da cambiare per costruire una «città futura». Non è andata così, come è noto.

Torino è diventata il ground zero del Novecento italiano. Di quella classe operaia che ha incendiato le menti di molti militanti ci sono solo flebili tracce, il resto sono aree dismesse, terreni inquinati, rottami, ruggine e una immensa sequenza di templi del consumo che ne hanno ridisegnato la geografia, anche sociale. Il centro storico è stato però ripulito, rimesso a nuovo; i sindaci che si sono succeduti negli ultimi dieci, venti anni hanno solo accompagnato l’approfondirsi della sua morte come città simbolo dell’Italia industriale. Alcuni con pragmatismo, altri con complice subalternità ai piani della Fiat di abbandonare la città per proiettarsi sul palcoscenico impalpabile della finanza. Come in tanti altri luoghi, gli operai cacciati dalla fabbrica non hanno avuto altra alternativa che sopravvivere alla lenta, ma progressiva desertificazione sociale; l’élite invece si è «deterritorializzata», recidendo i suoi legami con il territorio, altra parola magica che tutto dice per non affermare nulla.

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labottegadelbarbieri

Le ragioni del no all'arretramento costituzionale*

di Domenico Gallo

De nicolaQuali sono le ragioni della nostra critica alla Costituzione quale è stata riscritta dal governo, voluta da Renzi e propagandata dalla Boschi?

Innanzi tutto il metodo. La Costituzione non e’ un regolamento di condominio, non è una legge ordinaria, è qualcosa che si pone al confine tra la storia e il diritto; nella Costituzione entra il senso delle vicende storiche del Paese. La Costituzione del ’48 è l’espressione di una vicenda storica particolarmente dura per il nostro Paese. La Costituzione rappresenta cio’ che unisce gli italiani e li trasforma in una comunita’ in cui tutti si possano riconoscere e in cui tutti possano riconoscere di avere un destino comune. Quindi la Costituzione non è frutto di un indirizzo politico di maggioranza, non puo’ essere scritta da una fazione. In effetti la Costituzione fu approvata da un’Assemblea costituente eletta col metodo proporzionale, che rappresentava tutte le opzioni politico-culturali presenti nella societa’ italiana; il lavoro di questo corpo costituzionale fu portato a termine con un’approvazione quasi all’unanimita’; ci furono 453 voti su 515, quindi la stragrande maggioranza del popolo italiano approvo’ la Costituzione che adesso viene messa in questione.

L’attuale riforma è la piu’ vasta, la piu’ organica che sia stata mai proposta dal ’48 ad oggi, se si fa eccezione della riforma di Berlusconi che non è mai diventata legge perche’ fu bocciata nel referendum del 2006; quindi giustamente il nostro documento dice che questo disegno di legge sostituisce la Costituzione italiana con un’altra.

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effimera

15M: Nuit Debout partout

di Davide Gallo Lassere

loi travail.hollande et valls tentent deteindre lincendie 0Come ci si rialza, come ci si riprende dalla atonìa seguita alla vicenda greca, come innescare un sovvertimento che risponda a un diffuso e inespresso desiderio di rivalsa e alla spinta che viene dall’affettività comune, reazione di forza superiore e contraria alla frammentazione imposta attraverso gli stati d’eccezione e le logiche individualiste neoliberali? Per questo è importante capire che cos’è successo in Francia, quale è stato il processo che ha portato il paese, nel giro di pochi mesi, a rovesciare completamente la cappa dello stato d’emergenza introducendo l’effervescenza del movimento #nuitdebout che resiste da due mesi a questa parte a partire dalla piazza simbolo della repressione emergenziale di Valls e Hollande, Place de la République. Pubblichiamo dunque l’ottimo intervento che Davide Gallo Lassere ha fatto al Piano Terra di Milano, giovedì scorso, portando una testimonianza diretta da Parigi. La discussione si è articolata guardando all’appuntamento del 15 maggio, che, ricordiamo, a Milano è fissato in Piazza XXIV maggio, #nuitdebout Milano, dalle 19.30. A Roma dalle ore 17 al Phanteon, a Torino dalle ore 23 .00 in Piazza Vittorio Veneto, a Genova dalle ore 18.00 in P.za Rostagno, a Padova dalle ore 17.00 in via VIII Febbraio, a Napoli Piazza San Domenico dalle ore 19.00, a Messina, invece, il 14 maggio, in Via Peculio Frumentario dalle ore 22.00 (per non sovrapporrsi alla manifestazione No Muos di domenica 15 maggio).

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clashcityw

Una primavera francese

di Jonah Birch

b 300 0 16777215 00 images 04 internazionale 2016 03 09 loi travail2Abbiamo tradotto questo articolo di Jonah Birch apparso il 28 aprile sulla rivista statunitense Jacobin. È un bel pezzo che si inserisce nel dibattito, riguardante il movimento francese, in atto nel mondo anglosassone.

L’articolo a noi è piaciuto perché rimette le cose al loro posto: contrariamente a quanto scritto dall’antropologo anarchico David Graeber in un suo intervento apparso su Le Monde del 12 aprile, Jonah Birch contestualizza l’occupazione di Place de la République all’interno del movimento contro la Loi-EL Khomri, ossia il Jobs Act dei francesi.

Dentro c’è (quasi) tutto. C’è la debolezza del sindacato, dovuta alla ristrettezza della sua base sociale. C’è il ruolo di controllo politico affidato ai sindacati “riformisti” (termine che in Italia potremmo tranquillamente tradurre con “concertativi”). C’è una certa inconsistenza della sinistra francese.

Ma c’è anche una possibilità: la possibilità che il movimento sappia incunearsi all’interno delle contraddizioni della maggioranza e del governo socialisti, facendo implodere un esecutivo quanto mai privo di consenso; la possibilità dunque di una vittoria, per quanto parziale, e dunque la possibilità che quei germi di critica del capitalismo e di auto-organizzazione popolare –  emersi in Place de la République e rimasti sul piano della critica simbolica e morale – possano estendersi nei posti di lavoro e nelle periferie metropolitane di Francia, aggiungendovi ben altra consistenza.

Oggi, 3 maggio, il testo della Loi El-Khomri verrà ufficialmente presentato in Parlamento, e ci resterà per buona parte del mese. Sembra che alla maggioranza socialista manchino ben 40 voti, e che il Governo sia disposto a porre la fiducia.

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carmilla

Di cagionevole Costituzione

di Nico Macce

diritto lavoro bigCon la “riforma” Renzi-Boschi, che tocca alcuni essenziali articoli della Costituzione e l’Italicum, che riguarda la conferma di una legge elettorale che consegna ai partiti le candidature ed esaspera il premio di maggioranza, avremo uno stravolgimento totale della nostra carta costituzionale. L’abbinamento di queste due autentiche controriforme porterà a un Parlamento di nominati che voterà l’agenda di un governo scaturito da una minoranza dell’elettorato, che potrà fare il bello e cattivo tempo. Un governo secondo la concezione di “un solo uomo al comando”, in realtà un totalitarismo voluto dagli eurocrati dell’UE che rappresenta la cessione definitiva della sovranità popolare e del paese verso gli organismi sovranazionali europei.

La battaglia sociale e politica che ci aspetta per il NO nel referendum confermativo di ottobre è un passaggio indiscutibile per qualsiasi forza democratica e di sinistra che intenda contrastare l’avanzata del capitale neoliberale.

Tuttavia, occorre una riflessione politica che porti la questione “Costituzione” oltre la semplice battaglia di principio, collocandola nell’ambito che gli compete: quello del conflitto sociale.

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il ponte

Sovranità limitata

di Giancarlo Scarpari

051 400x300Oggi da più parti si celebrano i funerali dello Stato-nazione e sorgono lamenti circa la perdita di sovranità subita dall’Italia nel contesto dell’Unione europea. Fino a qualche anno fa queste sembravano essere questioni prevalentemente giuridiche, riservate agli specialisti, ma la crisi economica ne ha evidenziato invece tutto lo spessore  politico, viste le ricadute sociali che i vincoli imposti hanno determinato nel paese. La limitazione della sovranità dello Stato, così percepita di recente, non è però una novità di questi anni, avendo invece alle spalle una lunga storia ed essendo stata addirittura prevista dalla Costituzione

L’art. 11, infatti, non solo afferma che l’Italia «ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali», ma aggiunge che «consente, in condizioni di parità con altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni». Dunque, la perdita di porzioni di sovranità era ritenuta ben possibile, ma solo in vista di superiori esigenze di pace e sicurezza, poiché i costituenti ritenevano che i benefici in tal modo conseguiti avrebbero ampiamente compensato le eventuali autolimitazioni adottate.

Non fu considerata tale, in quel contesto, la perdita di sovranità dell’Italia nei confronti dello Stato del Vaticano a seguito della stipulazione dei Patti lateranensi, visto che la maggioranza dell’Assemblea, pur non “costituzionalizzandoli”, li richiamò espressamente nel controverso secondo comma dell’art. 7, legittimando il passato e ponendo una pesante ipoteca sul futuro della Repubblica laica, dato che eventuali revisioni sarebbero dipese, in ultima analisi, dalla volontà stessa della Santa Sede.

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faqts

Primo maggio contro

di Giorgio Cremaschi

Il Primo Maggio e la comunicazione. Non siamo un blog sindacale o schierato con partiti, tanto meno su posizioni radicali. Al limite vi abbiamo proposto considerazioni sulla comunicazione e l'informazione. Perchè pubblichiamo questo intervento di Giorgio Cremaschi per anni dirigente sindacale della FIOM - CGIL ?

Lo pubblichiamo perchè in qualche modo ne siamo partecipi ma questo lo scoprirete nel prossimo post dove vi raccontiamo l'antefatto, il prologo oppure il prequel come usano dire gli esperti di cinema

sciatori di tutto il mondoDue anime percorrono questo Primo Maggio. Una è quella di regime. Essa è ben simboleggiata dalla orribile pubblicità di Cortina [qui accanto], che usa Pelizza da Volpedo per chiamare alle ultime discese sui suoi costosi impianti di sci. È l'assorbimento consumistico della festa dei lavoratori, come purtroppo è già in gran parte avvenuto per l'8 marzo. Contribuiscono sicuramente a questa distruzione del senso della giornata appuntamenti come il Concertone di Roma. Questo spettacolo promosso da CGIL CISL UIL e concordato censura per censura con le autorità della Rai, ha il compito  rappresentare un momento di svago che non confligge con nessuno, men che meno con chi il lavoro lo sfrutta.

E che la parola sfruttamento sia invece quella più necessaria oggi ce lo dicono da ultimi i dati dell'INAIL, che proprio alla vigilia della festa dei lavoratori ci informano che coloro che sono rimasti uccisi sono il 16% in più rispetto all'anno scorso. 1200 sono le vittime degli omicidi per il mercato, la competitività, la precarietà, lo sfruttamento.

Chi lavora, chi riesce  ad uscire dalle sabbie mobili della disoccupazione di massa dove affondano tutti i principi della democrazia, è sottomesso allo sfruttamento perché subisce il più brutale dei ricatti. O mangi sta minestra o salti dalla finestra, questa è la antichissima e brutale filosofia che regola oggi i rapporti di lavoro. E che tiene vincolati alla stessa catena i braccianti impiegati nei campi a tre euro all'ora, gli operai della Fiat costretti a turni massacranti,  i dipendenti delle banche che devono vendere obbligazioni a rischio, i lavoratori dei servizi pubblici sui quali si scaricano addosso i tagli allo stato sociale. 

Ricatto è la parola che oggi accompagna e sostiene sempre l'altra, sfruttamento. Assieme queste due parole sono i pilastri sui quali si regge l'attuale rapporto di lavoro, spinto sempre di più alla regressione verso il Medio Evo.

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il ponte

Per una sinistra laica, ma non disincantata

di Nicolò Bellanca

Flores dArcaisIn questa nota discuto l’ultimo libro di Paolo Flores d’Arcais1. Non mi propongo di affrontare tutte le articolazioni del volume. In particolare, desidero trascurare le numerose e condivisibili pagine in cui l’autore svolge un’acuta schermaglia polemica contro i democratici dell’autocensura, gli illiberali neorazzisti e i religiosi oscurantisti di ogni risma. Voglio invece concentrami sull’idea teorica che il volume comunica ed elabora: una sinistra all’altezza dei tempi deve essere laica, egualitaria e libertaria; in una formula, deve propugnare l’isocrazia quale eguale sovranità dei cittadini. La sinistra abdica quando si rassegna allo svuotamento (anzitutto, mercatistico-finanziario) delle democrazie. Il suo fallimento favorisce, assieme alla delusione di molti, l’egemonia d’idee premoderne, tra le quali spiccano la presenza di autorità tradizionali e religiose nella sfera pubblica, la soggezione della vita collettiva a un ordine sacro trascendente che occorre rispettare e preservare, la rigida e intrinsecamente violenta opposizione tra Bene e Male. Secondo Flores, ciò che nell’informazione ufficiale è presentato come scontro tra Occidente e Islam, civiltà pacifica e terrorismo, residenti e migranti, libertà individuale e fanatismo, Noi e Loro, è in effetti lo scontro tra chi (in ogni parte del pianeta) desidera vivere in una comunità politica che riprenda e approfondisca i valori illuministi dell’autonomia, e coloro che di quella forma di società sono nemici irriducibili. Sul terreno politico-culturale, oggi la distinzione tra regresso e progresso, tra destra e sinistra, passa principalmente lungo questa linea.

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il ponte

La trappola democratica

di Alfio Mastropaolo

atene assembleaLa definizione standard

In uno dei suoi scritti più celebri, che ha fatto scuola a un’intera generazione, intitolato Il futuro della democrazia, Norberto Bobbio cercò di mettere ordine tra le tante definizioni della democrazia e si azzardò a proporne una, da lui stesso definita minima, se non minimalista. Che mettesse tutti d’accordo. Che in democrazia non è un pregio di poco conto. La democrazia, per Bobbio, è un particolare regime politico che si caratterizza per alcuni requisiti fondamentali, i quali attengono a chi governa e a come governa. Tali requisiti sono il suffragio universale, il principio di maggioranza e la competizione tra forze politiche diverse, e, di conseguenza, la libertà personale, di pensiero, di associazione.

Questa definizione di democrazia, viceversa, nulla dettava sul cosa. La democrazia è compatibile con ogni sorta di misure politiche. Ovvero non impone nessun obbligo al riguardo. Può produrre politiche egualitarie, su cui Bobbio concordava, ma non è obbligata a produrle. Lo Stato sociale è un di più, che arricchisce la democrazia, ma non la qualifica. Se poi si conducessero solo politiche ugualitarie, – Bobbio le chiama democrazia «sostanziale», a scapito della democrazia «procedurale», – la democrazia non sarebbe più democratica.

Bobbio ammetteva che una simile democrazia è poco attraente.

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orizzonte48

Gianroberto Casaleggio e la domanda di una "nuova" democrazia

Il retaggio di due interrogativi

di Quarantotto

casaleggio1. La figura di Gianroberto Casaleggio è stata enormemente importante nella vita politica italiana degli ultimi dieci anni.

Comunque la si voglia valutare, cosa che sarà lasciata a futuri giudizi storici e politologici, non si può non considerare che egli abbia tentato di dare una risposta alla domanda di democrazia che, per vari e diversi motivi (molto più complessi di quanto non consenta di cogliere l'analisi correntemente fattane dal sistema mediatico in ogni sua forma), si è levata da parte di una larga componente del popolo italiano.

E' perciò pienamente comprensibile e legittimo che il ricordo a caldo sia espresso citando queste sue parole, da parte di chi in lui aveva trovato queste risposte.

 

2. Senza però voler muovere alcuna critica nel merito, il venir meno di una figura così importante e trainante, pone obiettivamente due interrogativi che, comunque, dovranno trovare risposta nei prossimi mesi. 

Li formulerò in modo generale e strettamente attinente al ricordo-epitaffio sopra riportato:

a) L'art.49 della Cost. recita: 

"Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale".

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manifesto

Nuit Debout, una lotta ri-costituente

Jamila Mascat

Il movimento francese contro il Jobs act di Valls e Hollande dilaga in tutto il paese. La protesta degli studenti e dei precari contro la riforma del lavoro El Khomri coinvolge i ferrovieri e i portuali. In migliaia restano nelle piazze fino a notte fonda. La polizia sgombera, il giorno dopo ricominciano le occupazioni. A due settimane dal gigantesco sciopero contro il governo socialista, gli orologi sono fermi. Oggi in Francia è il 46 marzo

13mnA più di cinque settimane dal primo sciopero di protesta contro la riforma del lavoro, il 9 marzo, la Loi El Khomri sembra un effetto goffamente indesiderato. La legge di troppo, quella che ha fatto traboccare il vaso dell’insofferenza ed è riuscita a coagulare la rabbia delle vite precarie di giovani e lavoratori esposti ai contraccolpi della crisi economica e sottoposti da oltre cinque mesi alla cappa asfittica dello stato di emergenza. E infatti ni chair à patron, ni chair à matraque (non siamo carne da macello per le imprese né per i manganelli) è diventato il ritornello della protesta.

Se la difesa dello statuto dei lavoratori sotto attacco è il primo punto all’ordine del giorno, la posta in gioco della mobilitazione è ben altra. Al coordinamento nazionale degli studenti medi, che sabato e domenica si è riunito per la prima volta a Nanterre, c’è perfino chi suggerisce di votare la rivoluzione. Nelle assemblee universitarie (miste, non miste, di dipartimento e interfacoltà), che si susseguono e si moltiplicano a scadenze ravvicinate, il lavoro è in questione: si discute delle 32 ore, dei sussidi di disoccupazione, di basic income e organizzazione sindacale.

C’è chi perora la causa dei contratti a tempo indeterminato, chi dice “lavorare tutti/lavorare meno” e chi, come Selim, al quarto anno di filosofia alla Sorbona, di lavoro salariato non vuole sentire parlare perché andrebbe abolito.

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senzasoste

Bruxelles, sequenze di attentatori in tv tra propaganda e delirio

nique la police

Tra gli attentati di Parigi e Bruxelles, un atto della guerra asimmetrica tra Europa e Medio Oriente che sta attraversando il continente, la copertura mediatica europea ci rivela politiche della comunicazione tutte da leggere

bruxelles terrorista cappelloSoffermiamoci al caso per noi più diretto, quello italiano, senza omettere però che i media europei, per quanto militarizzati, non arrivano al iivello di comunione mistica con i poteri costituiti come nel nostro paese. Solo in un paese in preda ad effetto Orwell, come lo è l'Italia, si poteva presentare l'arresto di un presunto jihadista, gambizzato dalla polizia, come il salvataggio di una bambina. Infatti la bambina altri non è che la figlia del presunto jihadista. In un mondo dove le foto di bambini sui media vengono sgranate per non ledere la sfera emotiva del minore, anche quando non ce n'è bisogno, sparare a qualcuno che ha accanto a sua figlia è "salvare la bambina". Altro che eredi di 1984, qui siamo un piano inarrivabile, celeste di reinvenzione del reale.

E che dire di Salah, indicato dai media globali come componente del commando degli attentati parigini? Salah è stato dato "secondo fonti ufficali", formula usata dal mainstream italiano, prima pentito del gesto, poi fuggitivo in Belgio, poi in Siria, poi semplicemente fuggitivo. Una volta arrestato in Belgio è stato dato, sempre con la stessa formula giornalistica, come pentito che rifiuta l'estradizione in Francia. Poi è stato dato come pentito che chiede, espressamente, l'estradizione in Francia. Poi come pronto a farsi saltare in aria a Bruxelles se non fosse stato scoperto. Facciamo notare che Salah, secondo fonti ufficiali, sarebbe stato coperto per mesi dall'Isis e poi addirittura inserito in un commando per un nuovo attentato.

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militant

L’insensato parallelo tra jihadismo e Brigate rosse. Di nuovo

di Militant

br isisGià dopo gli attentati a Parigi di novembre avevamo scritto una riflessione sull’uso strumentale dell’accusa ai jihadisti di essere come le Brigate rosse: un parallelismo disgustoso quanto frequente, come testimonia l’immagine trovata su internet che apre questo contributo, sulla quale ogni commento sarebbe superfluo. Un parallelismo bislacco, privo di senso, senza alcun valore non solo politico, ma anche storiografico. Insomma, quello che a Roma si chiama «buttare in caciara», un modo da un lato per chiamare alla sacra unione nazionale contro il nemico e dall’altro per bollare come «nemica» e «criminale» qualsiasi ipotesi di cambiamento radicale del sistema in cui viviamo.

Dopo gli attentati di martedì a Bruxelles, politici e giornalisti italiani non hanno perso tempo per riproporre l’assurdo parallelismo. Così prima di tutti Renzi, che nella conferenza stampa ufficiale ha inizialmente elogiato le forze dell’ordine italiane che avrebbero una vasta esperienza nella lotta alle emergenze – «dalla mafia, al terrorismo, al brigatismo», come se fossero la stessa cosa – e poi si è rivolto (in un crescendo che andava dal nazismo sconfitto dai nonni alla sua generazione, a coloro che hanno studiato giurisprudenza dopo gli omicidi di alcuni magistrati per mano mafiosa) alla generazione dei suoi genitori, che «hanno avuto la prova del terrorismo e del brigatismo: durante le loro lezioni all’università si sparava».

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micromega

Bruxelles: per un mea culpa dell’Occidente

di Marco Alloni

bruxelles 510Mi dispiace essere disfattista, ma parlare di “misure di sicurezza” per scongiurare futuri attentati terroristici in Europa equivale a suggerire di sorvegliare gli ingressi delle scuole per contrastare il traffico di droga internazionale. Una scemenza sia sul piano logico che su quello politico. Allo stesso modo temo che obbligare il dibattito all’attualità – con il risibile argomento che, essendo assediati, saremmo perciò stesso obbligati a misure d’urgenza – equivalga a presumere che le grandi psicopatologie che si manifestano in età adulta non abbiano origine in un’infanzia assai remota.

Agli analisti di queste ore, di proposte “usa-e-getta”, suggerisco dunque di tenere presente, oltre all’implicito insegnamento di Freud – secondo cui esiste un’infanzia anche simbolica dietro ogni sintomo del presente – quello di ogni elementare spirito analitico: il bubbone che sta esplodendo in Europa ha radici antiche. E solo comprendendolo nell’ampio raggio delle sue determinazioni pregresse e secolari è possibile sottoporlo a una qualche forma di cura. Ogni provvisoria e isterica terapia di tamponamento non leva linfa al suo perpetuo riprodursi e, soprattutto, al suo possibile estendersi. In altre parole, non si cura il terrorismo global-jihadista con le miserrime “misure di sicurezza” dalle parvenze di tamponi-cerotti apposti frettolosamente sul bubbone, ma interrogandosi sulle sue remote scaturigini.

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militant

La deriva culturalista della questione migrante

Zizek e il fardello dell’uomo bianco

di Militant

downloadA gennaio è uscito un interessante articolo del filosofo sloveno Slavoj Zizek sui fatti di Colonia nella notte di Capodanno. Interessante non perché condivisibile, ma perché illustra bene tutti i cliché mentali di una certa sinistra, radicale ma anti-marxista. Ci sembra importante tornare sull’argomento perché il testo di Zizek ha carattere generale, parte dai fatti di Colonia per allargare lo spettro e affrontare di petto la questione migrante. E’ il risultato di un ragionamento di lungo(?)periodo, e siccome Zizek è uno dei punti di riferimento intellettuale della sinistra di cui sopra, ha senso rifletterci sopra. 

Per Zizek i fatti di Colonia costituirebbero la rappresentazione oscena-carnevalesca dell’invidia migrante nei confronti del tenore di vita occidentale. Un tenore di vita al quale loro aspirerebbero e che, frustrati dall’impossibile raggiungimento, scatena pulsioni individuali e sociali di invidia e di odio. “L’islamo-fascismo” non sarebbe altro che la materializzazione sociale di questa invidia, di società che vorrebbero adeguarsi agli standard di vita dei paesi occidentali (o almeno competere su di un piano di parità) e non ci riescono, generando forme di reazione autoritaria, pre-moderna, religiosa, in altre parole forme aggiornate di fascismo, che altro non sarebbero che la concretizzazione politica di questo odio. Per leggere interamente il ragionamento di Zizek rimandiamo comunque alla sua versione originale e, in calce a questo articolo, alla nostra traduzione. Ne consigliamo vivamente la lettura, per comprendere la natura dei problemi e delle contraddizioni da lui sollevati.