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contropiano2

AntiTrump-capitalismo e schizofrenia

di Vincenzo Morvillo

manifestazioni usa anti trump 2.jpgScrivo sempre meno di questioni prettamente politiche. Lo faccio per non apportare ulteriore confusione in un contesto storico-politico drammaticamente caotico. E anche perché in questi frangenti la possibilità di profferir minchiate è altissima.

In questi mesi preferisco leggere, analizzare, riflettere. E poi di Lenin e Che Guevara in sessantaquattresima ne abbiamo già a iosa. Così come di eminenti analisti politici e geopolitici della domenica.

La fase dunque è quella che è. Tragica e ai limiti del delirio da qualunque angolazione la si guardi. Estesi conflitti regionali, questioni monetarie (dedollarizzazione e alternative al sistema Swift che stanno mettendo in fibrillazione l’impianto egemonico Usa) tracolli energetici, petrolio, aggressioni geostrategiche, neocolonialismo, crisi di valorizzazione del capitale, fanatismo religioso. Tutto deflagrato oggi, sotto le sempre più visibili e fosche insegne di una guerra globale.

Una fase che fisiologicamente sta lasciando emergere le pulsioni occulte e imponderabili dell’essere umano. Le sue più agghiaccianti inclinazioni psichiche, il suo insito sadismo, la sua consustanziale crudeltà. Che sempre fanno capolino dalle stanze oscure dell’inconscio.

È quella fase eminentemente tanatoica che la Storia umana ha sempre provveduto a tirar fuori ciclicamente. Ma che oggi si estende sul piano inclinato di un’isteria collettiva, per la natura stessa delle nostre governance.

Ovvero, di quel sistema capitalistico che risulta, piaccia o no, il più criminale assetto politico-economico che la vicenda umana ricordi.

L’ultima tra le fasi storiche tanatoiche in senso assoluto ha riguardato, com’è noto, gli anni Trenta del secolo scorso, dopo la crisi strutturale del ’29. Con l’affermazione del fascismo e del nazismo e il conseguente secondo conflitto mondiale.

D’altra parte, come diceva Deleuze, l’inconscio non delira mai su mamma e papà «bensì sulle razze, le tribù, le classi, i continenti, la storia, la geografia, sempre un ambito sociale». E come ci ricordava Marx «la violenza è levatrice della storia».

Una Storia che è storia di lotta fra le classi. E mai come nella fase presente, questa è un’evidenza palpabile. Un’evidenza che ne porta con sé anche un’altra: la torsione imperialistica del capitalismo quale sua fase suprema.

Insomma, lo scontro feroce che si sta consumando non è solo un conflitto tra classi, ma anche e soprattutto tra Stati.

L’Impero a stelle-e-strisce contro i vassalli e le colonie. Le potenze globali contro quelle regionali. I più forti contro i più deboli. Capitalismo avanzato contro paesi in via di sviluppo. Occidente contro Brics, se proprio vogliamo utilizzare la formula più ricorrente dell’odierna geopolitica.

Con l’aggravante – come dice giustamente Alessandro Volpi – che attualmente abbiamo a che fare con un capitalismo occidentale quasi esclusivamente finanziario e non più industriale e produttivo.

Un capitalismo plutocratico, crepuscolare e monopolistico che ha dovuto necessariamente segnare una frattura ideologica con il concetto stesso di democrazia liberale. Con cui peraltro il Capitale Monopolistico Transnazionale non è mai andato troppo d’accordo. Nonostante le dichiarazioni formali degli ideologi di regime.

A tal proposito basta leggere il discorso che il Premier canadese Mark Carney – ex manager di Goldman Sachs ed ex governatore della Banca d’Inghilterra: insomma uno che sa di cosa sta parlando – ha tenuto a Davos.

Discorso in cui dichiara candidamente che in questi ottant’anni la “democrazia liberale” e “la libertà” sbandierata dall’Occidente altro non sono stati che puri espedienti retorici e formali per giustificare profitti, privilegi, iniquità e rapine in giro per il mondo.

Un divorzio tra democrazia e mercato che però oggi si sta consumando concretamente, com’era d’altronde prevedibile. Innanzitutto negli Usa, da sempre presunto faro dell’Occidente democratico; in realtà patria primaria della finanza internazionale.

E di quei Fondi di Investimento che oramai drenano capitali e risparmio ovunque, smantellando stati sociali e governi, avendo la necessità di dirottare ingenti flussi di ricchezza proprio verso gli Stati Uniti in crisi.

Stati Uniti che di quel Capitalismo plutocratico e attualmente sull’orlo del crepuscolo sono (o erano) la centrale riconosciuta.

Una coltre nera sta stritolando dunque le società occidentali. Una coltre nera che tende ad allargarsi a dismisura. Il fascismo sotto forme contemporanee è tornato non a caso ad alzare la sua lurida faccia dalla melma in cui lo avevamo affondato.

Ma levatevi dalla testa che questa coltre abbia un nome e un cognome preciso, per giunta pazzo. Ovvero quello di Donald Trump.

Il potere inteso come complesso di strutture e sovrastrutture non è mai declinato al singolare. Non è mai un fenomeno psichiatrico. È viceversa, generalmente plurale e formalmente lucido.

Questa coltre ha pertanto origini ben precise. Nella globalizzazione degli anni ’90, voluta principalmente dall’allora trionfanti governi dem negli Usa e di centrosinistra in Europa.

Ha la sua origine, ancor prima, nel crollo dell’Urss e nella scientemente perseguita – anche dai partiti comunisti europei: vedi il Pci – rottamazione dei principi marxisti da parte della sinistra post 1989.

Nel disarmo ideologico di una gauche variamente declinata, che ha sancito la sua separazione elitaria dalle classi lavoratrici e dai diritti sociali. Nel mantenimento di sempre più micragnosi bacini elettorali con conseguente svendita della dignità di una Storia di conflitto e di antagonismo, in cambio di “diritti civili” sempre più metafisicamente astratti e variamente declinabili.

Ha la sua origine – quella coltre nera – in tutte le cazzate riformistico-pacifiste color arcobaleno che dagli anni ’90 hanno preteso di annacquare qualunque prassi conflittuale e “armata” contro lo strapotere del Capitale.

Nel nome della disobbedienza civile e della pacificazione sociale. Di un peace&love che ha prodotto solo un fuck&heat che ci ha rotto il culo senza neanche baciarci prima di fotterci.

Ma anche, d’altro canto, nella chiusura ossificata e sclerotica di formazioni comuniste che non sono riuscite ad andare oltre l’elaborazione teorica della Terza Internazionale. Emmelle fuori tempo massimo, ancorati a dinamiche primo-novecentesche, incapaci di adattare analisi e prassi alle nuove strategie del Capitale e dell’Imperialismo.

Laddove, considerando le accelerazioni del presente, si richiederebbero duttilità congiunta a intelligenza profonda nella lettura politica e nell’agire conflittuale. Senza illusioni o ancor peggio richiami generici alla lotta di classe qui o in altri e lontani teatri politici. O evocazioni di rivoluzioni senza rivoluzionari, a tratti francamente ridicole.

Qualcuno prova a tenere la barra dritta, ma costa fatica. Purtroppo infatti, più realisticamente, abbiamo una storia da riallacciare, un tessuto di classe da ricostruire e un riavvicinamento al blocco sociale ormai polverizzato da quarant’anni di controffensiva padronale e imperialista – e da nostri errori – da rimettere in moto. Insomma a farla breve, dobbiamo tornare a essere marxisti e comunisti nel XXI secolo.

Perché Trump non è né pazzo né un momentaneo “errore della Storia”. E il ritorno dell’autoritarismo e di una dittatura fascistoide – tecnofascismo o tecnofeudalesimo che dir si voglia – non è accaduto all’improvviso. Ma soprattutto rischia di non essere un episodio passeggero. Chi sostiene questo o è cretino o in malafede.

Così come la guerra in Ucraina non inizia il 24 Febbraio 2022, e neanche nel 2014. Ma trent’anni prima, con la violazione del patto di non allargamento della Nato a Est dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica.

Così come il Genocidio dei palestinesi affonda le sue radici nel 1917, quando il leader sionista Chaim Weizmann riuscì a ottenere il sostegno britannico alla propria causa con la pubblicazione della dichiarazione Balfour, con cui si sanciva il supporto del governo britannico alla creazione di una «dimora nazionale per il popolo ebraico» in Palestina.

Così come anche in Iran gli Ayatollah non nascono dal nulla ma dalla manomissione Usa e britannica per il saccheggio del petrolio iraniano, cui aveva messo un freno il socialista Mossadeq, sovvertito dal colpo di stato voluto da Cia, Mi6 e Mossad. Insomma, gli stessi che oggi vogliono bombardare l’Iran per far fuori quegli Ayatollah, resuscitando l’incubo di un altro Reza Pahlavi.

Lo stesso discorso potremmo fare chiaramente per il Venezuela e la LatinoAmerica tutta. Da sempre considerata dagli Usa il “cortile di casa”, a partire dall’ottocentesca Dottrina Monroe e dal Plan Condor architettato dall’amministrazione Nixon negli anni ’70. Varianti attuali sono la Groenlandia e il Canada, che Trump vorrebbe sottomettere al suo potere e a quello statunitense.

Insomma, tutti i nodi vengono al pettine prima o poi, e convergono in un unico momento storico. Il presente, purtroppo.

E allora, come dicevamo Trump non è né pazzo né un mostro nato all’improvviso dal ventre della bestia. È il prodotto di un laboratorio socio-politico molto avanzato, che lo ha costruito e sagomato nel tempo.

Così come gli agenti Ice non sono altro che gli eredi di quegli istruttori e consiglieri che gli Usa hanno mandato in giro per il mondo – a partire da Guatemala e Vietnam – ad addestrare squadroni della morte e a dare indicazioni per il sovvertimento di governi progressisti, oppure semplicemente non sottomessi ai diktat degli Usa e dell’Occidente globale a Capitalismo avanzato.

Questo autocrate statunitense è infine il risultato delle scellerate politiche di una sinistra vendutasi – come accennavamo più sopra – alle inique ragioni del profitto e dell’Impero.

Così come i dieci colpi di pistola sparati al povero Alex Pretti di 37 anni, già peraltro immobilizzato e picchiato -nel cuore di quello stesso impero, faro da sempre scassato delle “libertà democratiche” – sono il prodotto del razzismo, del classismo e del fascismo che da sempre alberga tra le pieghe non solo del liberalismo e del turbocapitalismo Usa, ma della civiltà occidentale cristiano-giudaica interamente intesa.

I crimini dello Stato Vaticano nel corso dei secoli hanno del resto fatto scuola. A cominciare da quell’Europa da sempre colonialista nel nome della civilizzazione per conto di dio.

Mentre oggi basta riandare al delirante discorso pronunciato nel 2022 da Josep Borrell, all’epoca Alto rappresentante Ue per la Politica estera: «L’Europa è un giardino nel quale tutto funziona. È la migliore combinazione di libertà politica, prosperità economica e coesione sociale che l’umanità è stata in grado di costruire. Il resto del mondo non è esattamente un giardino. La maggior parte del resto del mondo è una giungla e la giungla potrebbe invadere il giardino». Un concentrato di suprematismo, razzismo e ideologia di potenza da far rabbrividire Goebbels.

In poche parole, come dicevamo sopra, Donald Trump non è un nome che si declina al singolare. È solo il ritratto dipinto all’interno di una cornice, in quarant’anni di ideologia e propaganda neoliberista. Che quella cornice sia progressista o reazionaria, poco cambia.

D’altronde nel nostro paese Pd e FdI – con contorno di partitini sinistresi e sinistrati a fare da foglia di fico alle torsioni sempre più antipopolari dei governi repubblicani – sono alleati di ferro sulle cose che contano: politiche del lavoro, licenziamenti, contrazioni salariali, flessibilità, Fiscal Compact, riassetti e decori urbani, turistificazione, sgomberi, privatizzazione, alloggi inesistenti, repressione, sudditanza agli Usa.

Trump nasce quindi da politiche concrete e interessi materiali. Politiche e interessi che assumono inesorabilmente quel volto oscuro nato dall’inconscio delirante dell’Occidente. Ma in parte anche dal suo Super Io tracimante onnipotenza imperiale e disciplinamento sociale.

Per gli ultimi of course, con esenzione delle classi dominanti. Assimilabili oramai a terrificanti e arcaici Totem.

The Donald è il prodotto di quell’ideologia elargita a piene mani dalla stampa mainstream che, come il robot donna di Metropolis (profetica pellicola anni ’20 del ‘900 di Fritz Lang) ha plasmato coscienze acritiche, amorfe, inclini al servilismo.

Coscienze che a sinistra oggi si indignano, immemori delle proprie responsabilità e di quella normalizzazione e pacificazione perseguite nel falso nome di una democrazia che fu ed è simulacro. Alibi dietro cui mantenere i propri privilegi occidentali giocando, dagli anni ’90 in poi, al comunismo o al radicalismo di sinistra.

Girotondi, tute bianche, mani alzate, arcobaleni, Gay Pride e “ideologia woke”. Classe lavoratrice e classe operaia mandate rigorosamente in soffitta tra i residui della Storia.

Oggi però si grida ipocritamente alla “perdita di democrazia”. Alla “violazione del diritto internazionale”, che mai tuttavia fu rispettato. Alla repressione. Alla perdita del lavoro e alla disoccupazione. Al fascismo di fronte agli omicidi dell’Ice negli Usa e ai Ddl sicurezza qui da noi. Al pericolo purtroppo reale di una guerra nucleare.

Si grida, ma da piazze sempre più virtuali e sempre meno reali. Dove ognuno può sentirsi l’ultimo e l’unico scienziato della rivoluzione.

Dieci botte messe in corpo ad Alex Pretti. Tre esplose contro Renee Good. Ma qui “a sinistra” si discetta dell’oscurantismo crudele degli Ayatollah. Del presunto autoritarismo di Maduro. Del povero popolo ucraino e del terrificante zar russo. Di quanto fosse criminale Assad. Del fanatismo di Hezbollah. Del Rojava, che purtroppo paga una condizione strategica terribile e le decisioni spesso scellerate delle sue dirigenze politiche e militari.

E si continua vigliaccamente soprattutto a pronunciare quel “Ma Hamas…” (“e allora le foibe?“) che sollecita a chiudere gli occhi sul genocidio dei palestinesi.

Questi sono i motivi per cui scrivo sempre meno di politica. Sono demoralizzato e stanco. I social hanno poi dato il colpo di grazia all’imbarbarimento delle relazioni umane.

Il confronto sostituito dall’immodificabilità delle opinioni. Il contraddittorio ridotto a slogan per umiliare e zittire l’interlocutore. L’intelligenza portata all’ammasso del pensiero unico dominante. La democrazia liberale, l’Europa e l’Occidente (possibilmente senza Trump, dicono i “sinistri”) è il Bene. Gli altri, inesorabilmente, il Male.

L’orizzonte dunque è nero. Ma è proprio qui e ora che bisogna stringere i denti, fare appello al coraggio e tornare a praticare conflitto, antagonismo e pensiero critico. E allora oggi mi sono messo a scrivere di nuovo.

Intanto negli Usa rinascono le Black Panther. E qui da noi? Chissà, non dispero. So solo che prima di lasciare questo porco mondo vorrei vederlo l’Ordine Nuovo.

Vorrei vedere ancora una volta i pezzenti esultare. E urlare il loro odio in faccia ai padroni del mondo.

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Comments

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Alfred
Thursday, 05 February 2026 20:56
Capisco che le martellate sui cabasisi non sono mai troppe. Si finisce quasi per provare piacere. Scherzo, ma non troppo. Trovo devastante continuare a leggere commenti come questo anche se capisco il sentire
Poi leggo ... Il presente, purtroppo e mi scatta l'embolo.
Il presente e' l'unica realta', l'unica materialita', in cui siamo e non esiste purtroppo, esiste che se non lo affrontiamo .. non lo affrontiamo, punto.
Devo premettere che ho una psicologia particolare, che piace poco. Vale per la mia vita privata, vale in generale. Per me il passato e' storia, al massimo ci posso ragionare, con distacco e con la volonta' di imparare (non amo le nostalgie, per intenderci) il presente e' dove sto, momento per momento e il futuro e' tutto da costruire. Si costruira' che io agisca o meno. Quindi quando guardo al passato non ho nostalgia, non perche' non ho vissuto momenti belli o brutti o sono stato parte di lotte defunte. Guardo al passato e non vedo solo le lotte, vedo il cambiamento antropologico e del tessuto produttivo. A un certo punto non sono mancati solo gli ideali, ma una classe a cui quegli ideali appartenevano. Vi siete accorti della terziarizzazione? Delle delocalizzazioni? il capitale nel delocalizzare ha fatto alti profitti e levato il terreno sotto i piedi, l'esistenza in vita, di un corpo manifatturiero. Molte filiere produttive (il tessile, la chimica ecc) sono sparite in breve tempo e contemporaneamente hanno convinto la societa' che finanza e' meglio, lavoretti sono liberta' e altre cazzate. La realta' vera e' che il mondo industriale che era base delle lotte e' sparito. Restano i marchi, la produzione e' altrove. Con chi si faceva a un certo punto la rivoluzione? Con i promotori finanziari? Gli impiegati di banca? O analoghi ormai convinti di essere borghesi piccoli piccoli in attesa di diventare grandi. Era un illusione, si che lo era e lo e', ma il marketing che l'ha creata ha vinto la lotta di classe. Warren Buffet l'ha detto papale papale, lui e' uno di quelli che la lotta di classe l'ha vinta. Quando si lottava lo sapevano tutti che si lottava contro un sistema, lo sapeva anche quel sistema e ha messo in campo le sue armi. Siamo rifluiti in torpide illusioni di anni 80 edonisti e reganiani. Per alcuni era quasi come andare a disneyland e viverci dopo avere assaggiato troppa pesante realta'. Non ti cambiava la vita di merda, ma vuoi mettere passare un po' di tempo a cazzeggiare. Sono passati decenni. Siamo qui ed e' oggi che bisogna capire se ci sono e quali sono eventuali opportunita'. Questi bei soggetti non troppo lontani da epstein (come visione e forse godimento della realta') ad occidente che hanno dato fiato alle stampanti di denaro convinti che avrebbe dominato un mondo fisico si sono accorti che forse a furia di deindustrializzare non hanno neanche piu i mezzi per difendere quel predominio monetario. Nella storia, senza cannoniere e Potenza, la finanza, sola soletta, ha sempre fatto una magra fine. Quindi si sono convinti che devono riportare le industrie delle armi in patria. Odio queste industrie, ma sono industrie e, a meno che non sia la solita bolla in cui mangeranno gli ultimi pezzi di torta, non saranno sole.
Voglio preparare fortezze e guerre? Non bastano le armi e la ricerca e sviluppo correlate. Se vai in guerra le tue truppe continuano a vestire cinese? Le scarpe le compri in Turchia? I principi attivi dei medicinali li vai a prendere in Cina e poi in India? Vuoi preparare la guerra? A me non va bene per niente, ma va bene riavere industrie e manifatture, riavere una base industriale e lavoratori che lotteranno per i loro diritti, per la loro classe.
I padroni del vapore sono ingenui? direi di no. Se vi guardate intorno parallelamente hanno cominciato un percorso di disciplinamento sociale per cui anche per un graffio a un poliziotto servono leggi speciali in modo che tutti si stia a casa e zitti e mosca. Quando le industrie belliche o correlate torneranno a casa saremo tutti diventati degli automi con i comandamenti di giorgia stampati in fronte. Lavorare, lavorare, lavorare con salari ridotti, lavorare senza lamentarsi, lavorare senza protestare e poi andare in guerra non appena si ricevono ordini. Intuisco questo futuro, voi avete intuizioni per fare in modo che vada in altre direzioni?
Forse la mia e' fantascienza, ma preferisco immaginare scenari e possibilita' (anche fantasiose) piuttosto che essere una prefica del passato o di questo chiamato ... purtroppo presente.
Con affetto per tutti
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Elisabetta Teghil
Thursday, 05 February 2026 12:21
Grazie Vincenzo, veramente! Elisabetta Teghil
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Michele Castaldo
Thursday, 05 February 2026 07:58
Caro Vincenzo: e se avessimo sbagliato a interpretare la storia appiattendoci su una concezione metafisica (mo ci vuole) ritenendo il capitalismo un modello contro cui contrapporre un altro modello piuttosto che interpretarlo come movimento storico con leggi impersonali?
Non abbiamo capito di cosa parlavamo e oggi ci meravigliamo e ci scoraggiano buttando sempre su altri la responsabilità.
Rosa Luxemburg, la vera aquila reale, parlando della socialdemocrazia tedesca e il rinnegato Kautsky disse: È vero che sono dei rinnegati, ma rappresentavano la classe operaia.
Se noi non abbiamo capito cosa sia realmente il modo di produzione capitalistico è oggi ci troviamo in braghe di tela, non c'è la dobbiamo prendere con altri, ma con noi stessi, perché non avevamo capito prima e rischiamo di continuare a non capire, caro compagno. Perché la storia non è fatta dalla lotta fra le classi, essa è un effetto di un modo di produzione incentrato sullo SCAMBIO che le produce. Sicché il proletariato è una classe complementare e non può volere la fine del capitalismo. Essa, la classe operaia, è in un processo in cui tutto si tiene o niente si tiene. Un processo di leggi IMPERSONALI che solo oggi comincia a declinare.
Fino ad oggi abbiamo applicato la legge della volontà nell'esaminare la storia (Gramsci docet) Oggi la STORIA ci invita ad applicare il criterio delle determinazioni, che è N'ANDRA COSA, caro compagno.
Capito mi hai?!?!
Michele Castaldo
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