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le monde diplomatique

Come l’ossessione della sicurezza fa mutare la democrazia

Una cittadinanza ridotta a dati biometrici

di Giorgio Agamben

La sicurezza figura tra quelle parole «sgabuzzino» alle quali non si presta più alcuna attenzione tanto sono familiari. Eretta a priorità politica da una quarantina di anni, questa nuova denominazione del mantenimento dell’ordine cambia spesso di pretesto (la sovversione politica, il «terrorismo») ma conserva la sua mira: governare le popolazioni. Per comprendere ed eludere la ragione securitaria, bisogna coglierne l’origine e risalire al XVIII secolo…

La formula «per ragioni di sicurezza» («for security reasons», «pour raisons de sécurité») funziona come un argomento autorevole che, tagliando corto in ogni discussione, permette di imporre prospettive e misure che non si accetterebbero senza di essa. Bisogna opporgli l’analisi di un concetto dall’apparenza anodino, ma che sembra aver soppiantato ogni altra nozione politica: la sicurezza. Si potrebbe pensare che lo scopo delle politiche di sicurezza sia semplicemente prevenire i pericoli, i disordini, persino le catastrofi. Una certa genealogia fa infatti risalire l’origine del concetto al proverbio romano Salus pubblica suprema lex («La salvezza del popolo è la legge suprema»), iscrivendolo così nel paradigma dello stato di emergenza. Pensiamo al senatus consultum ultimum e alla dittatura a Roma (1); al principio del diritto canonico secondo cui Necessitas non habet legem («La necessità non ha affatto legge»); ai comitati di salute pubblica (2) durante la Rivoluzione francese; alla costituzione del 22 frimaio dell’anno VIII (1799), che evoca i «disordini che minaccerebbero la sicurtà dello stato»; o ancora all’articolo 48 della costituzione di Weimar (1919), fondamento giuridico del regime nazional-socialista, che ugualmente menzionava la «sicurezza pubblica». Per quanto corretta, questa genealogia non permette di comprendere i dispositivi di sicurezza contemporanei.

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Perché la gente non si ribella?

di Marino Badiale

Se “gente” suona troppo populista alle vostre orecchie, potete tirare in ballo il popolo, le masse, il proletariato, la classe operaia, i ceti subalterni, come meglio vi piace. Comunque sia, il problema è chiaro, ed è fondamentale. Dopo tante analisi sociopoliticoeconomiche, possiamo dire di aver capito, almeno in linea general, cosa “lorsignori” stanno facendo, e perché. Ma la possibilità di una politica di contrasto ai ceti dominanti è appesa a questa domanda: perché la gente non si ribella?

Non ho risposte, lo dico subito. Mi sembra però di poter argomentare che alcune delle risposte che più comunemente vengono ripetute sono poco convincenti. Proverò allora a spiegare questo punto, nella convinzione che togliere di mezzo le spiegazioni deboli o incomplete possa aiutare ad elaborare spiegazioni migliori.


Risposta n.1
: “La gente sta bene, o meglio, non sta ancora abbastanza male”. Il sottinteso di questa risposta è che l'ora della rivolta scocca quando si sta davvero male, quando arriva la fame. Ma questa idea è sbagliata. Se fosse corretta, il lager hitleriano e il gulag staliniano sarebbero stati un ribollire di rivolte, e sappiamo che non è andata così

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Un futuro

di Francesco Ciafaloni

In un mondo che cambia rapidamente colpisce la mancanza di progetto non solo delle forze politiche maggiori, che ci hanno abituato al peggio, ma di tutti. Per i giovani senza lavoro o precari (i vecchi intrinsecamente hanno poco futuro e fanno progetti brevi) è una conseguenza della condizione materiale. Per i soggetti collettivi forse è una conseguenza, o una causa, del declino del paese. L’unico fine rimasto sembra la stabilità, la governabilità. E non è un bel fine. Quando le acque sono agitate bisogna navigare con una direzione, non provare a stare fermi. Stabilità, insieme a comunità e identità, era uno dei principi che reggevano Il mondo nuovo, la società dei consumi gerarchica, biologicamente predeterminata, totalitaria, descritta da Aldous Huxley nel 1932 e molto più simile al mondo attuale che non la società totalitaria povera descritta in 1984 da George Orwell nel 1948. Di 1984 abbiamo realizzato perfettamente solo la neolingua e alcuni suoi principi: la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza. Del Mondo nuovo, negli ultimi trent’anni, quasi tutto: il primato dei consumi e il sesso di consumo, gli psicofarmaci come rimedio globale, la interiorizzazione felice, soddisfatta, del proprio ruolo gerarchico, e la governabilità, la stabilità, come dovere-piacere supremo. I ricchi non li contrastiamo, gli obbediamo.

Ma è difficile citare un momento nel passato in cui “l’alterna onnipotenza delle umane sorti” sia stata all’opera con più vigore di adesso.

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Invadiamo i Cie, gabbia di gabbie

Un giorno al centro di Ponte Galeria, il più grande d'Europa

di Christian Raimo

Venerdì mattina sono entrato per la prima volta in un Cie, un centro di identificazione e di espulsione. Ero al seguito del senatore Luigi Manconi, presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, che portava ai detenuti del centro di Ponte Galeria una lettera che il presidente Napolitano aveva scritto in risposta a quella che gli era arrivata da una serie di detenuti che avevano protestato nelle settimane passate arrivando a cucirsi la bocca.

Era la prima volta che entravo in un Cie, e mi è dispiaciuto che non l’avessi fatto prima. Avrei capito con una chiarezza cristallina alcune cose sulla politica italiana e europea degli ultimi dieci anni.

Il Cie di Ponte Galeria è il più grande di Europa. Visto da fuori è una specie di caserma gigante. Si trova accanto alla Fiera di Roma. Anzi, a dire il vero, si trova attaccato al parcheggio dell’entrata Nord della Fiera di Roma. Non c’è nessuna indicazione che porti al Cie, sembra veramente un non-luogo nella landa della non-luoghità. Lasci la macchina in questo enorme parcheggio vuoto, la desolata stazione della ferrovia per Fiumicino da una parte, e scale mobili che non trasportano nessuno per ore dall’altra: Paolo Virzì l’aveva giustamente presa come location di Tutta la vita davanti.

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Per una teoria del potere destituente

Giorgio Agamben

Conferenza pubblica (Atene, 16 novembre 2013), trascrizione a cura di ΧΡΟΝΟΣ
Traduzione di Giacomo Mercuriali

Una riflessione sul destino della democrazia oggi qui ad Atene in qualche modo è inquietante, poiché obbliga a pensare alla fine della democrazia nel luogo stesso in cui questa è nata. In effetti, l’ipotesi che vorrei proporre è che il paradigma governamentale predominante oggi in Europa non solo non sia democratico, ma che non possa nemmeno essere considerato politico. Tenterò allora di mostrare che la società europea non è più una società politica: è qualcosa di totalmente nuovo, qualcosa per cui ci manca una terminologia appropriata e dovremo quindi inventare una nuova strategia.

Permettetemi di iniziare con un concetto che sembra aver rimpiazzato ogni altra nozione politica a partire dal settembre 2001: la sicurezza [security]. Come sapete, la formula “per ragioni di sicurezza” funziona oggi in ogni ambito, dalla vita quotidiana ai conflitti internazionali, come una parola chiave che serve per imporre misure che le persone non hanno alcuna ragione di accettare. Tenterò di mostrare che lo scopo reale delle misure di sicurezza non è, come si ritiene comunemente, prevenire pericoli, disordini o addirittura catastrofi. Sarò dunque obbligato a fare una breve genealogia del concetto di “sicurezza”.

Una possibile modalità per abbozzare questa genealogia sarebbe quella di inscrivere la sua origine e la sua storia nel paradigma dello “stato di eccezione”.

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Storie reticolari

Tre decenni di invenzione continua della rete informatica

di Mattia Galeotti

Chiamiamo rete l’insieme delle relazioni tra corpi. La scelta di questo termine non è casuale, il termine “rete” descrive uno spazio non-gerarchico ma che contemporaneamente non è né “piatto” né “orizzontale”, bensì striato e disomogeneo. Chiamiamo rete informatica quella parte della rete che, a partire dall’invenzione di internet sul finire degli anni ’80, si esprime attraverso terminali informatici interconnessi (dai vecchi computer agli smartphone e tablet più moderni). La rete informatica ha raggiunto, da ormai più di dieci anni, un ruolo primario all’interno della rete in senso largo, fino al punto che con il termine “rete” siamo soliti parlare proprio della rete informatica. In particolare nel processo di estrazione di valore dall’insieme delle relazioni umane che caratterizza l’odierno capitalismo cognitivo, la rete informatica rappresenta uno dei punti più alti, capaci cioè di determinare ed organizzare moltissime altre forme di valorizzazione.

In questo testo vogliamo tracciare una breve genealogia delle strutture della rete informatica, quell’insieme di “luoghi virtuali” (siti, blog, portali), social networks e pratiche collettive che ci dicono cosa la rete informatica era nelle varie fasi del suo sviluppo. Cercheremo di mostrare che la valorizzazione monetaria della rete informatica è sempre stata una cattura “a valle” di processi di produzione sociale (di affetti, linguaggi, narrazioni) che avvenivano ed avvengono “a monte”.

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Stati di ordinaria emergenza

di Giorgio Agamben

Democrazia dimezzate. In nome della sicurezza il neoliberismo più radicale convive con l’interventismo statale nella vita sociale. Un’anticipazione dall’ultimo numero di «Le Monde Diplomatique» in edicola con «il manifesto» da domani. Nella terra di nessuno al confine tra pubblico e privato avviene la demolizione della vita politica. Videosorveglianza e tracciabilità del Dna individuale sono le nuove tecnologie del controllo

La formula «per ragioni di sicurezza» («for security reasons», «pour raisons de sécurité») funziona come un argomento autorevole che, tagliando corto in ogni discussione, permette di imporre prospettive e misure che non si accetterebbero senza di essa. Bisogna opporgli l’analisi di un concetto dall’apparenza anodino, ma che sembra aver soppiantato ogni altra nozione politica: la sicurezza.

Si potrebbe pensare che lo scopo delle politiche di sicurezza sia prevenire i pericoli, i disordini, persino le catastrofi. Una certa genealogia fa infatti risalire l’origine del concetto al proverbio romano Salus pubblica suprema lex («La salvezza del popolo è la legge suprema»), iscrivendolo così nel paradigma dello stato di emergenza. Pensiamo al senatus consultum ultimum e alla dittatura a Roma; al principio del diritto canonico secondo cui Necessitas non habet legem («La necessità non ha affatto legge»); ai comitati di salute pubblica durante la Rivoluzione francese; alla costituzione del 22 frimaio dell’anno VIII° (1799), che evoca i «disordini che minaccerebbero la sicurtà dello stato»; o ancora all’articolo 48 della costituzione di Weimar (1919), fondamento giuridico del regime nazional-socialista, che ugualmente menzionava la «sicurezza pubblica».

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Hallelujah (Taranto new wave)*

di Girolamo De Michele

Now I’ve heard there was a secret chord
That David played, and it pleased the Lord
But you don’t really care for music, do you?
Leonard Cohen,
Hallelujah

1. Spellbound

“You hear a laughter cracking through the wall
It sends you spinning You have no choice”
(Siouxie and the Banshees,
Spellbound)

Ma chi gliel’avrà fatta fare, a Sergio Maglio, di aprire il vaso di Pandora della memoria e far volare fuori quei pezzi di carta, quelle foto, quei versi, quelle memorie di una stagione all’inferno? Non è infilando nella piaga il dito intinto nella tintura di iodio che si fanno i libri di successo, oggi che Taranto è diventata una città della quale tutti hanno detto che… Non poteva anche lui fare un rassicurante copincolla di cose già scritte, invece di riavvolgere lo spaziotempo e farlo scorrere dal presente al passato? E soprattutto, non poteva evitare di mandarmi un anno fa questo manoscritto dentro il quale, come nella macchina scacchistica di Poe, si nascondeva il nano gobbo dei ricordi?

No: non poteva. Per dirla con García Márquez, fa’ che arriva sempre un guastafeste a ricordare ciò che tutti cercano di dimenticare. E a chiederti di scriverci sopra qualcosa, con il cuore in mano e la tastiera bagnata di sangue.

E come si fa a scrivere della New Wave ‘mbra le cozze, senza riaprire il quaderno della nostra Spoon River, senza ricordare i fratelli che non sono più fra noi – Giorgio caduto in un fosso, e Virus e Franco portati via dalla peste, e Peppe e Samuele e Laura morti in uno schianto, e…

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Che cosa è il Quinto Stato

Leggendo un libro di Giuseppe Allegri e Roberto Ciccarelli

di Damiano Palano

Quando Luciano Bianciardi arrivò a Milano, nel 1954, il capoluogo lombardo era il centro trainante dell’economia italiana, probabilmente più ancora di quanto non lo fosse la Torino della Fiat. Se Torino era la «città-fabbrica» per eccellenza, dominata dal colosso automobilistico, Milano  era una città ‘policentrica’, in cui le fabbriche si affiancavano agli uffici, ai giornali, alle case editrici. Ed era proprio in questa Milano che Bianciardi doveva sperimentare cosa fossero diventati gli intellettuali, il loro ruolo, il loro lavoro, nel pieno del «miracolo economico». In un articolo pubblicato nel febbraio 1955, intitolato Lettera da Milano, scriveva per esempio di avere solo intravisto alcuni singoli intellettuali, ma di non avere incontrato gli intellettuali come «gruppo». E, soprattutto, scriveva di aver già riconosciuto, all’interno della schiera degli intellettuali, una netta differenziazione di ruoli: «Come non ho ancora visto gli operai, così non ho ancora visto gli intellettuali. Li ho visti, si intende e li vedo ogni mattina, come singoli, ma mai come gruppo. Non riescono a formarlo, e ad influire come tale sulla vita cittadina. L’unico gruppo in qualche modo compatto è quello che forma la desolata scapigliatura di Brera. Gli altri fanno i funzionari di industria, chiaramente. Basta vedere come funziona una casa editrice. C’è una redazione di funzionari, che organizza: alla produzione, lavorano gli altri, quelli di via Brera, che leggono, recensiscono, traducono, reclutati volta a volta come i braccianti per le faccende stagionali»[1].

Bianciardi avrebbe d’altronde sperimentato in prima persona le dinamiche dell’industria culturale milanese.

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il conformista

L’utilità del sapere inutile, la necessità economica del dono

Federico Stoppa

“Il compito della scuola e dell’università è preparare i ragazzi al mondo del lavoro.  Solo così possiamo sperare di sconfiggere – in futuro – le piaghe dell’abbandono scolastico e della disoccupazione giovanile. Dovremmo per questo istituire, nelle scuole secondarie, stage obbligatori in azienda”. “I neodiplomati vanno indirizzati verso percorsi di laurea dove avranno opportunità di trovare occupazione, non certo verso facoltà umanistiche come lettere, filosofia, scienze politiche, belle arti. Oppure, meglio che facciano gli idraulici, piuttosto che studiare”. “Finanziamo soltanto la ricerca applicata, che dà risultati misurabili in termini economici. Valutiamo severamente i nostri insegnanti attraverso parametri quantitativi, che tengano conto di quanto un professore contribuisce, con le sue pubblicazioni, agli introiti della facoltà”. “Semplifichiamo i programmi scolastici: basta latino, basta greco, basta lettura dei classici, basta libri; meglio optare per riassunti delle opere principali, fotocopie, belle slides colorate e animate.  Invece che perdere tempo ad insegnare vecchie teorie, cari insegnanti, insistete sulle competenze pratiche che serviranno ai ragazzi nel mondo globalizzato, utilizzate una pedagogia incentrata sulle tre I: Inglese, Impresa, Internet”.

Quando l’oggetto di discussione è il binomio istruzione & mondo del lavoro, non c’è persona di buon senso che non ricorra, in ordine sparso, ad una delle tesi di cui sopra. Vi è un diffuso consenso sul fatto che scuola e università debbano modernizzarsi, diventando mere propaggini di un’azienda.

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I Khmer rossi di Serge Latouche

di Sebastiano Isaia

Per Serge Latouche, «La civiltà occidentale, così come la conosciamo da tre secoli, è molto diversa dalle altre. Si tratta infatti di una società della crescita, cioè di un’organizzazione umana completamente dominata dalla sua economia. E quest’ultima per rimanere in equilibrio, ha una sola via, la fuga in avanti, come un ciclista che, se smette di pedalare, cade a terra. Quando manca la crescita, nella società dei consumi si blocca tutto» (Incontri di un “obiettore di crescita”, Jaca Book, 2013).

Il Capitalismo è in primo luogo e fondamentalmente una società dominata dalla ricerca del massimo profitto possibile, e a causa di ciò la sua struttura economico-sociale deve necessariamente subire periodiche rivoluzioni. È la bronzea legge del profitto che sottopone l’economia a continui mutamenti tecnologici e organizzativi, che sposta sempre in avanti i confini del mercato, trasformando la vita stessa degli individui, ridotti, se mi è concesso dire, a risorse economicamente sensibili, in una merce. L’«immane raccolta di merci» di cui parlò una volta Marx per definire la ricchezza sociale nella sua forma capitalistica, oggi, nell’epoca della bio-merce (l’individuo come merce che produce merci e che consuma merci: insomma, come merce perfetta) e della sussunzione totalitaria del lavoro sotto il dominio del Capitale, suona perfino riduttiva.

Il corpo stesso degli individui è, infatti, diventato una «immane raccolta di merci», una verde prateria in continua espansione a disposizione del cavallo capitalistico (il Capitale non conosce un limite fisico, ma anzi esso crea sempre di nuovo spazio su cui scorrazzare), un laboratorio che fa la gioia e la fortuna di chi per mestiere inventa nuovi bisogni, nuovi desideri, nuove “utopie”, nuovi sogni, nuove necessità.

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Perché bisogna difendere il Servizio pubblico

Paolo Vineis1

Tony Judt, uno dei grandi politologi del secolo scorso (morto prematuramente nel 2010) ha scritto alcune delle pagine più chiare ed esplicite sui mali che affliggono le democrazie odierne: «Conosciamo il prezzo delle cose ma non abbiamo nessuna idea di quanto valgano. Non ci chiediamo più della sentenza di un tribunale o di un atto legislativo: è buono? E’ giusto? Ci aiuterà a migliorare la società o il mondo? Queste sono le vere domande politiche, anche se non hanno necessariamente risposte semplici. Dobbiamo reimparare a porcele». Una delle ultime battaglie di Judt è stata quella intorno al “ripensamento dello Stato”. Dopo il federalismo, i tea party e i movimenti antifiscali, Judt va controcorrente ricordandoci che se non pensiamo rapidamente a come riformare e rafforzare lo Stato le nostre democrazie possono avviarsi verso esiti imprevedibili.

Nel testo che segue presento solamente alcuni aspetti di quanto può succedere se un serio ripensamento del significato dello Stato (e una rivalutazione del suo ruolo) non avverrà. Come dice Judt, non è più accettabile che le tasse siano viste da molti solo come una perdita di reddito a fondo perduto, come accade negli Stati Uniti.

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Breve elogio del complottismo

di Alfio Neri

Riflessioni su Paolo Sensini, Divide et impera. Strategie del caos per il XXI secolo nel Vicino e Medio Oriente, Mimesis, Milano, 2013, € 24,00.

Oggi è di moda l’accusa di “complottismo”. D’altra parte come possiamo pensare che chi stia al potere non dica il vero? Visto che viviamo nel regno della libertà e della trasparenza, come possiamo criticare le nostre fonti informative? Come possiamo pensare che qualcosa di essenziale non ci sia stato detto? In tempi di mobilitazione strategica lo stesso fatto di pensare criticamente è di per sé eversivo. Il culmine della nostra libertà personale sembra sia accettare che i mezzi di comunicazione ci liberino dal fardello della critica.

Nel marzo del 2010, Bashar al-Assad, il futuro tiranno siriano, fu decorato ufficialmente da Napolitano, il nostro Presidente della Repubblica. Per la precisione il figlio di suo padre, che all’epoca era buono, meritava il nostro elogio ed ebbe effettivamente la più alta decorazione del nostro paese. L’evento fu realmente memorabile. Assad entrava ufficialmente nel palco dei nostri migliori alleati, assieme al beneamato colonnello Gheddafi. Il presidente siriano venne dunque insignito col più importante titolo onorifico italiano, quello di “Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran cordone al merito della Repubblica italiana”. Il titolo sanciva l’inizio di un’alleanza talmente “profonda” che sarebbe finita, di lì a pochi mesi, con l’accusa di essere a capo di uno ‘Stato canaglia’.

Pochi anni prima, nel 2007, il comandante supremo delle forze Nato in Europa dal 1997 al 2000, generale Wesley Clark, aveva letteralmente sbigottito il suo uditorio in un incontro pubblico a San Francisco. Rendeva di pubblico dominio un breafing avuto poco dopo l’11 settembre 2001.

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Tra crisi della riproduzione sociale e welfare comune

Antonio Alia intervista Silvia Federici

Silvia Federici non ha bisogno di presentazioni. Militante e intellettuale femminista, da sempre impegnata nei movimenti sociali, è stata tra le fondatrice della campagna Wages for Housework. Le abbiamo rivolto alcune domande per offrire una lettura della crisi e delle possibili alternative con cui sicuramente occorre confrontarsi. L’intervista si chiude con un commento ad un articolo di Nancy Fraser. Nell’intervento, Silvia Federici ricorda l’importanza di quel femminismo che ha ispirato lotte e riflessioni teoriche e che non ha concesso nulla ai processi di istituzionalizzazione neoliberale. Un femminismo che fa definitivamente i conti con la fine di ogni possibile riformismo contro cui occorre invece “costruire nuove strutture e nuovi rapporti alternativi allo Stato e al mercato”.


La crisi globale esplosa nel 2007, a sei anni di distanza, non trova una soluzione di continuità e se la guardiamo da una prospettiva storica perde il carattere di fenomeno contingente.

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"L’impossibile è il nostro possibile"*

di Elisabetta Teghil

L’accumulazione di informazioni è il processo costitutivo della produzione e riproduzione sociale e, di conseguenza, anche dell’esistenza stessa del femminismo. La lotta per l’informazione è quindi anche una lotta per la nostra liberazione.

La lettura degli avvenimenti storici è il movimento dell’informazione , è il processo di memoria dei collettivi umani, delle formazioni sociali determinate, delle classi, di frazioni di esse e di gruppi specifici.

Pertanto, la facoltà di conservare e accumulare informazioni è un passaggio obbligato per il femminismo. Per questo, l’informazione che è segno, testo, linguaggi, ha sempre un carattere di genere e di classe.

Il femminismo è un sistema di sistemi di segni, di lingue, di scelte e delle loro concrete manifestazioni come testi.

All’origine del femminismo c’è la contraddizione insanabile tra genere e società patriarcale, ma questa non è appiattibile su una generica contraddizione fra i sessi.

Il patriarcato è correlato funzionalmente alla società capitalista e, nella stagione del neoliberismo, questa connessione prevede una specifica modellizzazione della società patriarcale. Ogni sistema modellizzante rispecchia una realtà oggettiva ad esso esterna ed è, di questa , segno ideologico.

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Lo stato e il suo doppio*

Critica della nazione, dello Stato, del diritto, della politica e della democrazia

di Robert Kurz

kurz252520voto25255b625255dOggi, il marxismo, e con esso la teoria marxista, viene essenzialmente considerato come il fallimento storico di una dottrina che guarda allo stato, alla redistribuzione monetaria fatta dallo stato, alla regolazione dei processi economici da parte dello stato e che guarda, infine, ad uno stato che gioca il ruolo di imprenditore generale della società. Non è più altro che il sinonimo di una malevola tutela burocratica sull'individuo, privato dei suoi diritti, e di una amministrazione repressiva degli uomini, degli orrori dei gulag e del totalitarismo in generale; insomma, di tutto ciò che "l'economia di mercato e la democrazia" non devono né possono essere. In questo c'è qualcosa di vero, nella misura in cui le società della seconda modernizzazione, che cercano la loro legittimazione ideologica nel richiamarsi a Marx, sono effettivamente degli stati totalmente autoritari. Questo autoritarismo burocratico dello stato non rappresenta assolutamente solo una delle distorsioni subite dal marxismo, riferita alle condizioni di vita dei ritardatari storici che appartengono alla periferia del mercato mondiale. E' sempre stata anche una caratteristica del movimento operaio marxista, dei suoi partiti e dei suoi sindacati, nei paesi capitalisti sviluppati, d'occidente.

Fino ad oggi, la socialdemocrazia europea è rimasta, attraverso tutte le sue metamorfosi, profondamente una forza di stato autoritario.

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Tempi nuovi

Posted by Miguel Martinez

L’altro giorno, incrocio un corteo di lavoratori della Pirelli di Figline Valdarno.

Dal palco, un sindacalista spiega che la Pirelli sta per vendere la fabbrica alla ditta belga Bekaert. Ora, continua, in Italia le tasse sono più alte e la manodopera costa di più che altrove. E quindi la Bekaert intende acquistare la fabbrica, meraviglie del libero mercato, al semplice scopo di chiuderla. “Ma noi non lo permetteremo!“, conclude.

Verrebbe da chiedersi, esattamente come faranno a impedirglielo? Scioperando contro il nuovo datore di lavoro, che non aspetta altro? Camminando avanti e indietro con le bandiere per le strade di Firenze? Combattendo per abolire le tasse e contemporaneamente ridurre i propri stipendi fino a rendere l’Italia capitalisticamente appetibile?

Noi non possiamo mai essere certi del futuro, ma a occhio e croce, il destino degli operai di Figline Valdarno direi che è segnato. Sappiamo anche che ben pochi di loro si potranno riciclare come creativi nel settore dell’alta moda o come informatici in grado di competere con Silicon Valley o Bangalore.

Questa storia è un dettaglio, ma va inquadrata in un contesto di forze convergenti, che è quasi inutile elencare.

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Spettri di Marx all’Hotel Bauen

Una lettera da lontano

Pubblichiamo qui una missiva inviataci da un nostro “corrispondente” all’estero.

Carissimi,

forse avrete letto il breve servizio apparso qualche giorno fa sul sito del Corriere della Sera, a proposito dell’Hotel Bauen1, l’albergo a 4 stelle situato nel centro di Buenos Aires, che dal 2001 viene autogestito dagli ex-dipendenti. A questo proposito, vorrei condividere con voi qualche riflessione fatta a braccio, ed un po' di fantapolitica rivoluzionaria.

Innanzitutto, mi pare sintomatico che il Corriere e altri mezzi d’informazione (perfino Mediaset!), dopo aver taciuto per lungo tempo sull’argomento, tornino a parlarne proprio adesso. Con il catastrofico aggravarsi della crisi – che prevedibilmente subirà un'ulteriore accelerazione nel 2014-2015 (gli stessi analisti della Federal Reserve vedono già all'orizzonte una colossale bolla creditizia/immobiliare in arrivo dalla Cina) – forse l'inconscia speranza, da parte padronale, è che i proletari salvino il capitale rimettendolo in funzione per proprio conto, naturalmente senza rompere con lo scambio, il denaro, la merce, lo Stato etc. D’altra parte, stiamo parlando di un fenomeno che esiste realmente, e la cui dimensione non è trascurabile. Giusto per fornirvi alcuni dati che ho raccolto qua e là, in Argentina sarebbero oggi circa 10.000 coloro che lavorano nelle imprese “recuperate”; di queste se ne contano ufficialmente circa 320, ma sembra che in realtà siano molte di più.

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Keep calm and enjoy 19o

di InfoFreeFlow

Oggi presentiamo un articolo in tre parti con il quale Infoaut proporrà una serie di considerazioni sulla tenuta mediatica del #19o.

Nelle prime due decostruiremo alcuni dei meccanismi mediante i quali il mainstream ha provato ad alimentare un clima di tensione intorno alla giornata di mobilitazione romana. Filo rosso che attraversa queste tre analisi è la presenza di elementi tecnici e quantitativi (accanto a quelli morali) in grado di farsi propulsori di panico distribuito con cui governare i fenomeni sociali. Questo primo testo decostruisce il dispositivo ribattezzato “manifestometro” ovvero, l’attribuzione di un grado di pericolosità ad un corteo, operata attraverso il ricorso ad una scala numerica. Il secondo affronterà la minaccia di blackout delle rete cellulari ventilata da giornali e televisioni nella giornata del 18 ottobre e tenterà di chiarire modalità e circostanze in cui i social network possono trasformarsi in vettori di disinformazione.

Le decine di migliaia di persone scese in piazza a Roma segnano però la sconfitta della strategia terroristica adottata dal circuito informativo generalista contro il #19o. Una disfatta le cui motivazioni (che proveremo ad analizzare nella terza parte del testo) sono dettate innanzi tutto dall’emersione di una composizione sociale che non è più in alcun modo interessata a contrattare la sua rappresentazione con il mainstream.

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Camminando sull’orlo dell’abisso

Miguel Martinez

Quattro letture in pochi giorni, interessanti soprattutto perché somigliano a tante altre cose che altri avranno letto nello stesso periodo.

Uriel Fanelli,  partendo dalla sua esperienza come informatico, ci parla di un meccanismo che tutti conosciamo: la stampante che costa poco, poi però ti salassano vendendoti le cartucce.

Soltanto che il fenomeno si sta estendendo a molti altri campi.

Uriel presenta vari esempi. E’ addirittura possibile che certe aziende costruiranno auto elettriche gratis, rifacendosi sulle batterie, la manutenzione e tutto il resto. Ciò richiede però investimenti iniziali giganteschi, che solo le banche statunitensi concedono – a ditte statunitensi.

Il risultato, secondo Uriel, sarà la distruzione di tutti quei sistemi industriali, a partire da quello europeo, cui simili finanziamenti saranno negati.

Non solo: l’elettronica è la componente decisiva di ogni innovazione dei nostri tempi, e l’elettronica fa sì che tutto ricada sotto il dominio cibernetico/militare statunitense:

“Sarete felicissimi di avere il vostro cellulare gratis, e di avere anche l’abbonamento gratis. Meno felici sarete perche’ ad offrirvelo saranno Google e Facebook, che si rifinanzieranno vendendo i vostri dati ad NSA. E sarete ancora meno felici quando, siccome TUTTE le telco chiuderanno, rimarrete disoccupati. Sarete dei disoccupati col telefono gratis in tasca.”

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Formare, obbedire, combattere

La valuta corrente della valutazione

di Gerolamo Cardini

1. Diciamolo subito: la valutazione è esercizio brutale del comando mascherato da ideologia del merito. Proprio per questo, nell’articolare oggi una critica nei confronti del sistema della valutazione come elemento-chiave delle attuali trasformazioni della formazione scolastica e universitaria, non ha senso cedere a forme di nostalgia nei confronti di immaginari bei tempi andati. I tempi in cui ogni docente era giudice unico di se stesso e del proprio lavoro – fatte salve però le forme di corruzione, i rapporti di padronato e di servilismo di stampo feudale che imperversavano (e continuano a imperversare) in ambito universitario e, anche se in misura minore, in quello scolastico – sono passati, e non vale la pena versarvi lacrime, né ancor meno idealizzarli come il paradiso perduto della libertà di insegnamento e del rapporto ‘umano’ tra docenti e studenti. Chi non sia accecato dall’ipocrisia sa bene che le cose stavano diversamente, che il richiamo alla scuola di don Milani era poco più che uno slogan, che la condivisione dei percorsi formativi (la famosa ‘programmazione collegiale’) tra docenti, alunni e genitori era spesso aleatoria, nonostante una legislazione scolastica certamente avanzata; che il libero uso dell’intelletto in ambito universitario era perlopiù caldamente sconsigliato, e in ogni caso non premiato. Non verrà quindi da qui nessun rimpianto del tempo passato, al quale talvolta indulgono anche ben intenzionati compagni e compagne. Cercheremo piuttosto di svolgere una riflessione critica che provi a tenere insieme l’intero ambito della formazione scolastico-universitaria, mostrando la sostanziale omogeneità dei processi in corso, non a caso accompagnati da una retorica comune e scanditi da interventi legislativi e amministrativi che, nonostante l’alternarsi di governi di vario colore, mantengono un’impressionante coerenza.

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lavoro culturale

Cancella il debito?

Il debito in comune: dialogo sul filo del paradosso tra teoria politica, estetica e scienze umane

di Giacomo Tagliani

Una singolare tendenza si aggira oggi nelle scienze umane. Sotto la dicitura onnicomprensiva di teologia politica, numerose analisi e interpretazioni del tempo presente si stanno infatti orientando sulla consustanziale attiguità tra le dinamiche sociali, culturali e politiche e una comune matrice teologica che le informa e dona loro senso ed efficacia. Se la precessione di un dominio sull’altro è argomento tuttora dibattuto, resta il fatto che l’effettiva presenza di tale paradigma continua ad acquisire sempre maggior credito, supportato da analisi e digressioni teoriche che sembrano riuscire a contestare con successo le obiezioni a tale cornice epistemologica avanzate dai teorici della democrazia negli ultimi decenni del secolo scorso.

Certamente la teologia politica è un tema che attraversa interamente il Novecento, a partire dai lavori di Carl Schmitt che innescarono un lunghissimo dibattito che coinvolse in egual misura giuristi e teologi, soprattutto di area tedesca, ma la sua ripresa più recente sembra essere dovuta alle analisi sul potere di Michel Foucault: sono proprio le analisi dedicate ai paradigmi della sovranità e del governo e alla centralità nelle società occidentali di alcune tecniche del sé di derivazione cristiana, la confessione su tutte, ad aver costituito lo spunto che ha permesso di congiungere il quadro teorico estremamente ampio ed astratto con la località analitica circoscritta. Sulla scia dei lavori di Ernst Kantorowicz, questo paradigma ha potuto infine essere traslato dalla regalità medievale alla “governamentalità” contemporanea, soffermandosi tanto sui singoli casi che su questioni di portata più generale.

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quaderni s precario

Come il femminismo divenne ancella del capitalismo*

di Nancy Fraser

Introduzione

Molte volte, in questi anni, ci siamo domandate se il femminismo non avesse finito per diventare un alleato (inconsapevole?) del biocapitalismo cognitivo-relazionale, un complice utile alla costruzione di discorso sul tema della precarizzazione cioè dei dispositivi organizzativi nella vita-lavoro imposti dai nuovi paradigmi di accumulazione. Le donne volevano giustamente uscire dalle cucine e dalle stanze dei bambini per emanciparsi nello spazio pubblico. Così sono state una preda facile per gli immaginari lavoristi e per il funesto e violento universo valoriale meritocratico del capitalismo contemporaneo.

Le analisi che notavano un asservimento delle differenze agli scopi del liberismo, ovvero un’integrazione delle donne all’interno delle logiche del mercato, non sono mancate anche da noi, in Italia. Così l’articolo di Nancy Fraser uscito su The Guardian, lo scorso 14 ottobre, ci è piaciuto e abbiamo deciso di tradurlo: riesce, in poche righe, dirette e folgoranti, a riassumere una serie di problemi di fronte ai quali ci troviamo e in ordine ai quali ci siamo a nostra volta, più volte, interrogate. Fraser è una femminista, filosofa e giurista statunitense, che ha particolarmente lavorato sul concetto di “giustizia” e, relativamente al tema, ha affrontato anche la questione della redistribuzione economica delle risorse, della partecipazione politica e delle forme della comunicazione.

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lavoro culturale

Per una fenomenologia della rete

di Angela Maiello

Recensione al libro di Adriano Ardovino “Raccogliere il mondo. Per una fenomenologia della rete” edito da Carocci

Adriano Ardovino pubblica per Carocci un importante testo su internet. L’obiettivo del volume è quello di raccogliere «riflessioni di ordine filosofico intorno alla quotidianità della rete, sostituendo all’approccio quotidiano un approccio filosofico», che in questo caso è quello fenomenologico, inteso come ricerca per la descrizione della realtà e delle sue condizioni di possibilità, nell’orizzonte di un quadro storico ben determinato.

Sin dalle prime pagine l’autore si preoccupa di indicare con precisione cosa vada inteso per “rete”, procedendo così a differenziare il termine da altri che altrettanto comunemente vengono usati. Se con il termine “internet” si indica propriamente l’infrastruttura tecnica che permette la connessione di più dispositivi mentre con il termine “web” una delle sue possibili applicazioni multimediali, «rete», dice Ardovino, indica più che altro «una forma di mondo» (p. 15), «la forma tecnologicamente raccolta di comunità e linguaggi estremamente disparati» (p. 17). La descrizione di questa forma di mondo che tecnologicamente si raccoglie è la posta in gioco del libro, che si articola in due parti: la prima, più strettamente filosofica, propone una ricognizione di alcune categorie utili in vista di un inquadramento delle pratiche del web; la seconda si articola attraverso i contributi più importanti dell’ultimo ventennio intorno al fenomeno di internet.

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furia dei cervelli

Il diritto alla città ribelle

Roberto Ciccarelli intervista David Harvey

Una rete per le mille forme di "attivismo di prossimità" nella città. Intervista a David Harvey, il grande geografo statunitense, invitato in Italia dal Teatro Valle Occupato

«È come un grande terremoto preceduto da piccoli traumi quello che apre spazi come il teatro Valle, ma anche altrove, nelle fabbriche recuperate o nell'attivismo nei quartieri» afferma il geografo David Harvey, tra i più ascoltati intellettuali marxisti nel mondo. Parole che stridono con la campagna de Il Messaggero e Il Corriere della Sera contro il Valle. 

Gli attacchi, anche personali, sono ricominciati il 18 settembre scorso quando il Valle occupato ha presentato la sua fondazione, finanziata con 250 mila euro da cittadini e artisti, risultato della scrittura collettiva di uno statuto che rende il teatro un «bene comune», in altre parole un'istituzione dell'auto-governo. Per i quotidiani, invece, il teatro sarebbe stato «privatizzato» da una «minoranza», un'accusa che viene formulata contro tutte le occupazioni, e non poteva mancare anche nel caso di un teatro che è diventato un simbolo. Il punto di vista di Harvey, frutto dell'assidua frequentazione delle città globali, è utile per smontare questa campagna politica. Per usare un'espressione cara al geografo americano, quello del Valle è uno dei sintomi della «lotta di classe» che si svolge nelle «città ribelli», titolo del suo ultimo libro pubblicato in Italia da Il Saggiatore. 

La conversazione è avvenuta nel foyer del teatro affollato da centinaia di persone, durante una pausa del seminario sulle «lotte spaziali».