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L’utilità del sapere inutile, la necessità economica del dono
Federico Stoppa
“Il compito della scuola e dell’università è preparare i ragazzi al mondo del lavoro. Solo così possiamo sperare di sconfiggere – in futuro – le piaghe dell’abbandono scolastico e della disoccupazione giovanile. Dovremmo per questo istituire, nelle scuole secondarie, stage obbligatori in azienda”. “I neodiplomati vanno indirizzati verso percorsi di laurea dove avranno opportunità di trovare occupazione, non certo verso facoltà umanistiche come lettere, filosofia, scienze politiche, belle arti. Oppure, meglio che facciano gli idraulici, piuttosto che studiare”. “Finanziamo soltanto la ricerca applicata, che dà risultati misurabili in termini economici. Valutiamo severamente i nostri insegnanti attraverso parametri quantitativi, che tengano conto di quanto un professore contribuisce, con le sue pubblicazioni, agli introiti della facoltà”. “Semplifichiamo i programmi scolastici: basta latino, basta greco, basta lettura dei classici, basta libri; meglio optare per riassunti delle opere principali, fotocopie, belle slides colorate e animate. Invece che perdere tempo ad insegnare vecchie teorie, cari insegnanti, insistete sulle competenze pratiche che serviranno ai ragazzi nel mondo globalizzato, utilizzate una pedagogia incentrata sulle tre I: Inglese, Impresa, Internet”.
Quando l’oggetto di discussione è il binomio istruzione & mondo del lavoro, non c’è persona di buon senso che non ricorra, in ordine sparso, ad una delle tesi di cui sopra. Vi è un diffuso consenso sul fatto che scuola e università debbano modernizzarsi, diventando mere propaggini di un’azienda.
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I Khmer rossi di Serge Latouche
di Sebastiano Isaia
Per Serge Latouche, «La civiltà occidentale, così come la conosciamo da tre secoli, è molto diversa dalle altre. Si tratta infatti di una società della crescita, cioè di un’organizzazione umana completamente dominata dalla sua economia. E quest’ultima per rimanere in equilibrio, ha una sola via, la fuga in avanti, come un ciclista che, se smette di pedalare, cade a terra. Quando manca la crescita, nella società dei consumi si blocca tutto» (Incontri di un “obiettore di crescita”, Jaca Book, 2013).
Il Capitalismo è in primo luogo e fondamentalmente una società dominata dalla ricerca del massimo profitto possibile, e a causa di ciò la sua struttura economico-sociale deve necessariamente subire periodiche rivoluzioni. È la bronzea legge del profitto che sottopone l’economia a continui mutamenti tecnologici e organizzativi, che sposta sempre in avanti i confini del mercato, trasformando la vita stessa degli individui, ridotti, se mi è concesso dire, a risorse economicamente sensibili, in una merce. L’«immane raccolta di merci» di cui parlò una volta Marx per definire la ricchezza sociale nella sua forma capitalistica, oggi, nell’epoca della bio-merce (l’individuo come merce che produce merci e che consuma merci: insomma, come merce perfetta) e della sussunzione totalitaria del lavoro sotto il dominio del Capitale, suona perfino riduttiva.
Il corpo stesso degli individui è, infatti, diventato una «immane raccolta di merci», una verde prateria in continua espansione a disposizione del cavallo capitalistico (il Capitale non conosce un limite fisico, ma anzi esso crea sempre di nuovo spazio su cui scorrazzare), un laboratorio che fa la gioia e la fortuna di chi per mestiere inventa nuovi bisogni, nuovi desideri, nuove “utopie”, nuovi sogni, nuove necessità.
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Perché bisogna difendere il Servizio pubblico
Paolo Vineis1
Tony Judt, uno dei grandi politologi del secolo scorso (morto prematuramente nel 2010) ha scritto alcune delle pagine più chiare ed esplicite sui mali che affliggono le democrazie odierne: «Conosciamo il prezzo delle cose ma non abbiamo nessuna idea di quanto valgano. Non ci chiediamo più della sentenza di un tribunale o di un atto legislativo: è buono? E’ giusto? Ci aiuterà a migliorare la società o il mondo? Queste sono le vere domande politiche, anche se non hanno necessariamente risposte semplici. Dobbiamo reimparare a porcele». Una delle ultime battaglie di Judt è stata quella intorno al “ripensamento dello Stato”. Dopo il federalismo, i tea party e i movimenti antifiscali, Judt va controcorrente ricordandoci che se non pensiamo rapidamente a come riformare e rafforzare lo Stato le nostre democrazie possono avviarsi verso esiti imprevedibili.
Nel testo che segue presento solamente alcuni aspetti di quanto può succedere se un serio ripensamento del significato dello Stato (e una rivalutazione del suo ruolo) non avverrà. Come dice Judt, non è più accettabile che le tasse siano viste da molti solo come una perdita di reddito a fondo perduto, come accade negli Stati Uniti.
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Breve elogio del complottismo
di Alfio Neri
Oggi è di moda l’accusa di “complottismo”. D’altra parte come possiamo pensare che chi stia al potere non dica il vero? Visto che viviamo nel regno della libertà e della trasparenza, come possiamo criticare le nostre fonti informative? Come possiamo pensare che qualcosa di essenziale non ci sia stato detto? In tempi di mobilitazione strategica lo stesso fatto di pensare criticamente è di per sé eversivo. Il culmine della nostra libertà personale sembra sia accettare che i mezzi di comunicazione ci liberino dal fardello della critica.Nel marzo del 2010, Bashar al-Assad, il futuro tiranno siriano, fu decorato ufficialmente da Napolitano, il nostro Presidente della Repubblica. Per la precisione il figlio di suo padre, che all’epoca era buono, meritava il nostro elogio ed ebbe effettivamente la più alta decorazione del nostro paese. L’evento fu realmente memorabile. Assad entrava ufficialmente nel palco dei nostri migliori alleati, assieme al beneamato colonnello Gheddafi. Il presidente siriano venne dunque insignito col più importante titolo onorifico italiano, quello di “Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran cordone al merito della Repubblica italiana”. Il titolo sanciva l’inizio di un’alleanza talmente “profonda” che sarebbe finita, di lì a pochi mesi, con l’accusa di essere a capo di uno ‘Stato canaglia’.
Pochi anni prima, nel 2007, il comandante supremo delle forze Nato in Europa dal 1997 al 2000, generale Wesley Clark, aveva letteralmente sbigottito il suo uditorio in un incontro pubblico a San Francisco. Rendeva di pubblico dominio un breafing avuto poco dopo l’11 settembre 2001.
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Tra crisi della riproduzione sociale e welfare comune
Antonio Alia intervista Silvia Federici
Silvia Federici non ha bisogno di presentazioni. Militante e intellettuale femminista, da sempre impegnata nei movimenti sociali, è stata tra le fondatrice della campagna Wages for Housework. Le abbiamo rivolto alcune domande per offrire una lettura della crisi e delle possibili alternative con cui sicuramente occorre confrontarsi. L’intervista si chiude con un commento ad un articolo di Nancy Fraser. Nell’intervento, Silvia Federici ricorda l’importanza di quel femminismo che ha ispirato lotte e riflessioni teoriche e che non ha concesso nulla ai processi di istituzionalizzazione neoliberale. Un femminismo che fa definitivamente i conti con la fine di ogni possibile riformismo contro cui occorre invece “costruire nuove strutture e nuovi rapporti alternativi allo Stato e al mercato”.
La crisi globale esplosa nel 2007, a sei anni di distanza, non trova una soluzione di continuità e se la guardiamo da una prospettiva storica perde il carattere di fenomeno contingente.
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"L’impossibile è il nostro possibile"*
di Elisabetta Teghil
L’accumulazione di informazioni è il processo costitutivo della produzione e riproduzione sociale e, di conseguenza, anche dell’esistenza stessa del femminismo. La lotta per l’informazione è quindi anche una lotta per la nostra liberazione.
La lettura degli avvenimenti storici è il movimento dell’informazione , è il processo di memoria dei collettivi umani, delle formazioni sociali determinate, delle classi, di frazioni di esse e di gruppi specifici.
Pertanto, la facoltà di conservare e accumulare informazioni è un passaggio obbligato per il femminismo. Per questo, l’informazione che è segno, testo, linguaggi, ha sempre un carattere di genere e di classe.
Il femminismo è un sistema di sistemi di segni, di lingue, di scelte e delle loro concrete manifestazioni come testi.
All’origine del femminismo c’è la contraddizione insanabile tra genere e società patriarcale, ma questa non è appiattibile su una generica contraddizione fra i sessi.
Il patriarcato è correlato funzionalmente alla società capitalista e, nella stagione del neoliberismo, questa connessione prevede una specifica modellizzazione della società patriarcale. Ogni sistema modellizzante rispecchia una realtà oggettiva ad esso esterna ed è, di questa , segno ideologico.
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Lo stato e il suo doppio*
Critica della nazione, dello Stato, del diritto, della politica e della democrazia
di Robert Kurz
Oggi, il marxismo, e con esso la teoria marxista, viene essenzialmente considerato come il fallimento storico di una dottrina che guarda allo stato, alla redistribuzione monetaria fatta dallo stato, alla regolazione dei processi economici da parte dello stato e che guarda, infine, ad uno stato che gioca il ruolo di imprenditore generale della società. Non è più altro che il sinonimo di una malevola tutela burocratica sull'individuo, privato dei suoi diritti, e di una amministrazione repressiva degli uomini, degli orrori dei gulag e del totalitarismo in generale; insomma, di tutto ciò che "l'economia di mercato e la democrazia" non devono né possono essere. In questo c'è qualcosa di vero, nella misura in cui le società della seconda modernizzazione, che cercano la loro legittimazione ideologica nel richiamarsi a Marx, sono effettivamente degli stati totalmente autoritari. Questo autoritarismo burocratico dello stato non rappresenta assolutamente solo una delle distorsioni subite dal marxismo, riferita alle condizioni di vita dei ritardatari storici che appartengono alla periferia del mercato mondiale. E' sempre stata anche una caratteristica del movimento operaio marxista, dei suoi partiti e dei suoi sindacati, nei paesi capitalisti sviluppati, d'occidente.
Fino ad oggi, la socialdemocrazia europea è rimasta, attraverso tutte le sue metamorfosi, profondamente una forza di stato autoritario.
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Tempi nuovi
Posted by Miguel Martinez
L’altro giorno, incrocio un corteo di lavoratori della Pirelli di Figline Valdarno.
Dal palco, un sindacalista spiega che la Pirelli sta per vendere la fabbrica alla ditta belga Bekaert. Ora, continua, in Italia le tasse sono più alte e la manodopera costa di più che altrove. E quindi la Bekaert intende acquistare la fabbrica, meraviglie del libero mercato, al semplice scopo di chiuderla. “Ma noi non lo permetteremo!“, conclude.
Verrebbe da chiedersi, esattamente come faranno a impedirglielo? Scioperando contro il nuovo datore di lavoro, che non aspetta altro? Camminando avanti e indietro con le bandiere per le strade di Firenze? Combattendo per abolire le tasse e contemporaneamente ridurre i propri stipendi fino a rendere l’Italia capitalisticamente appetibile?
Noi non possiamo mai essere certi del futuro, ma a occhio e croce, il destino degli operai di Figline Valdarno direi che è segnato. Sappiamo anche che ben pochi di loro si potranno riciclare come creativi nel settore dell’alta moda o come informatici in grado di competere con Silicon Valley o Bangalore.
Questa storia è un dettaglio, ma va inquadrata in un contesto di forze convergenti, che è quasi inutile elencare.
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Spettri di Marx all’Hotel Bauen
Una lettera da lontano
Pubblichiamo qui una missiva inviataci da un nostro “corrispondente” all’estero.
Carissimi,
forse avrete letto il breve servizio apparso qualche giorno fa sul sito del Corriere della Sera, a proposito dell’Hotel Bauen1, l’albergo a 4 stelle situato nel centro di Buenos Aires, che dal 2001 viene autogestito dagli ex-dipendenti. A questo proposito, vorrei condividere con voi qualche riflessione fatta a braccio, ed un po' di fantapolitica rivoluzionaria.
Innanzitutto, mi pare sintomatico che il Corriere e altri mezzi d’informazione (perfino Mediaset!), dopo aver taciuto per lungo tempo sull’argomento, tornino a parlarne proprio adesso. Con il catastrofico aggravarsi della crisi – che prevedibilmente subirà un'ulteriore accelerazione nel 2014-2015 (gli stessi analisti della Federal Reserve vedono già all'orizzonte una colossale bolla creditizia/immobiliare in arrivo dalla Cina) – forse l'inconscia speranza, da parte padronale, è che i proletari salvino il capitale rimettendolo in funzione per proprio conto, naturalmente senza rompere con lo scambio, il denaro, la merce, lo Stato etc. D’altra parte, stiamo parlando di un fenomeno che esiste realmente, e la cui dimensione non è trascurabile. Giusto per fornirvi alcuni dati che ho raccolto qua e là, in Argentina sarebbero oggi circa 10.000 coloro che lavorano nelle imprese “recuperate”; di queste se ne contano ufficialmente circa 320, ma sembra che in realtà siano molte di più.
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Keep calm and enjoy 19o
di InfoFreeFlow
Oggi presentiamo un articolo in tre parti con il quale Infoaut proporrà una serie di considerazioni sulla tenuta mediatica del #19o.
Nelle prime due decostruiremo alcuni dei meccanismi mediante i quali il mainstream ha provato ad alimentare un clima di tensione intorno alla giornata di mobilitazione romana. Filo rosso che attraversa queste tre analisi è la presenza di elementi tecnici e quantitativi (accanto a quelli morali) in grado di farsi propulsori di panico distribuito con cui governare i fenomeni sociali. Questo primo testo decostruisce il dispositivo ribattezzato “manifestometro” ovvero, l’attribuzione di un grado di pericolosità ad un corteo, operata attraverso il ricorso ad una scala numerica. Il secondo affronterà la minaccia di blackout delle rete cellulari ventilata da giornali e televisioni nella giornata del 18 ottobre e tenterà di chiarire modalità e circostanze in cui i social network possono trasformarsi in vettori di disinformazione.
Le decine di migliaia di persone scese in piazza a Roma segnano però la sconfitta della strategia terroristica adottata dal circuito informativo generalista contro il #19o. Una disfatta le cui motivazioni (che proveremo ad analizzare nella terza parte del testo) sono dettate innanzi tutto dall’emersione di una composizione sociale che non è più in alcun modo interessata a contrattare la sua rappresentazione con il mainstream.
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Camminando sull’orlo dell’abisso
Miguel Martinez
Quattro letture in pochi giorni, interessanti soprattutto perché somigliano a tante altre cose che altri avranno letto nello stesso periodo.
Uriel Fanelli, partendo dalla sua esperienza come informatico, ci parla di un meccanismo che tutti conosciamo: la stampante che costa poco, poi però ti salassano vendendoti le cartucce.
Soltanto che il fenomeno si sta estendendo a molti altri campi.
Uriel presenta vari esempi. E’ addirittura possibile che certe aziende costruiranno auto elettriche gratis, rifacendosi sulle batterie, la manutenzione e tutto il resto. Ciò richiede però investimenti iniziali giganteschi, che solo le banche statunitensi concedono – a ditte statunitensi.
Il risultato, secondo Uriel, sarà la distruzione di tutti quei sistemi industriali, a partire da quello europeo, cui simili finanziamenti saranno negati.
Non solo: l’elettronica è la componente decisiva di ogni innovazione dei nostri tempi, e l’elettronica fa sì che tutto ricada sotto il dominio cibernetico/militare statunitense:
“Sarete felicissimi di avere il vostro cellulare gratis, e di avere anche l’abbonamento gratis. Meno felici sarete perche’ ad offrirvelo saranno Google e Facebook, che si rifinanzieranno vendendo i vostri dati ad NSA. E sarete ancora meno felici quando, siccome TUTTE le telco chiuderanno, rimarrete disoccupati. Sarete dei disoccupati col telefono gratis in tasca.”
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Formare, obbedire, combattere
La valuta corrente della valutazione
di Gerolamo Cardini
1. Diciamolo subito: la valutazione è esercizio brutale del comando mascherato da ideologia del merito. Proprio per questo, nell’articolare oggi una critica nei confronti del sistema della valutazione come elemento-chiave delle attuali trasformazioni della formazione scolastica e universitaria, non ha senso cedere a forme di nostalgia nei confronti di immaginari bei tempi andati. I tempi in cui ogni docente era giudice unico di se stesso e del proprio lavoro – fatte salve però le forme di corruzione, i rapporti di padronato e di servilismo di stampo feudale che imperversavano (e continuano a imperversare) in ambito universitario e, anche se in misura minore, in quello scolastico – sono passati, e non vale la pena versarvi lacrime, né ancor meno idealizzarli come il paradiso perduto della libertà di insegnamento e del rapporto ‘umano’ tra docenti e studenti. Chi non sia accecato dall’ipocrisia sa bene che le cose stavano diversamente, che il richiamo alla scuola di don Milani era poco più che uno slogan, che la condivisione dei percorsi formativi (la famosa ‘programmazione collegiale’) tra docenti, alunni e genitori era spesso aleatoria, nonostante una legislazione scolastica certamente avanzata; che il libero uso dell’intelletto in ambito universitario era perlopiù caldamente sconsigliato, e in ogni caso non premiato. Non verrà quindi da qui nessun rimpianto del tempo passato, al quale talvolta indulgono anche ben intenzionati compagni e compagne. Cercheremo piuttosto di svolgere una riflessione critica che provi a tenere insieme l’intero ambito della formazione scolastico-universitaria, mostrando la sostanziale omogeneità dei processi in corso, non a caso accompagnati da una retorica comune e scanditi da interventi legislativi e amministrativi che, nonostante l’alternarsi di governi di vario colore, mantengono un’impressionante coerenza.
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Cancella il debito?
Il debito in comune: dialogo sul filo del paradosso tra teoria politica, estetica e scienze umane
di Giacomo Tagliani
Una singolare tendenza si aggira oggi nelle scienze umane. Sotto la dicitura onnicomprensiva di teologia politica, numerose analisi e interpretazioni del tempo presente si stanno infatti orientando sulla consustanziale attiguità tra le dinamiche sociali, culturali e politiche e una comune matrice teologica che le informa e dona loro senso ed efficacia. Se la precessione di un dominio sull’altro è argomento tuttora dibattuto, resta il fatto che l’effettiva presenza di tale paradigma continua ad acquisire sempre maggior credito, supportato da analisi e digressioni teoriche che sembrano riuscire a contestare con successo le obiezioni a tale cornice epistemologica avanzate dai teorici della democrazia negli ultimi decenni del secolo scorso.
Certamente la teologia politica è un tema che attraversa interamente il Novecento, a partire dai lavori di Carl Schmitt che innescarono un lunghissimo dibattito che coinvolse in egual misura giuristi e teologi, soprattutto di area tedesca, ma la sua ripresa più recente sembra essere dovuta alle analisi sul potere di Michel Foucault: sono proprio le analisi dedicate ai paradigmi della sovranità e del governo e alla centralità nelle società occidentali di alcune tecniche del sé di derivazione cristiana, la confessione su tutte, ad aver costituito lo spunto che ha permesso di congiungere il quadro teorico estremamente ampio ed astratto con la località analitica circoscritta. Sulla scia dei lavori di Ernst Kantorowicz, questo paradigma ha potuto infine essere traslato dalla regalità medievale alla “governamentalità” contemporanea, soffermandosi tanto sui singoli casi che su questioni di portata più generale.
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Come il femminismo divenne ancella del capitalismo*
di Nancy Fraser
Introduzione
Molte volte, in questi anni, ci siamo domandate se il femminismo non avesse finito per diventare un alleato (inconsapevole?) del biocapitalismo cognitivo-relazionale, un complice utile alla costruzione di discorso sul tema della precarizzazione cioè dei dispositivi organizzativi nella vita-lavoro imposti dai nuovi paradigmi di accumulazione. Le donne volevano giustamente uscire dalle cucine e dalle stanze dei bambini per emanciparsi nello spazio pubblico. Così sono state una preda facile per gli immaginari lavoristi e per il funesto e violento universo valoriale meritocratico del capitalismo contemporaneo.
Le analisi che notavano un asservimento delle differenze agli scopi del liberismo, ovvero un’integrazione delle donne all’interno delle logiche del mercato, non sono mancate anche da noi, in Italia. Così l’articolo di Nancy Fraser uscito su The Guardian, lo scorso 14 ottobre, ci è piaciuto e abbiamo deciso di tradurlo: riesce, in poche righe, dirette e folgoranti, a riassumere una serie di problemi di fronte ai quali ci troviamo e in ordine ai quali ci siamo a nostra volta, più volte, interrogate. Fraser è una femminista, filosofa e giurista statunitense, che ha particolarmente lavorato sul concetto di “giustizia” e, relativamente al tema, ha affrontato anche la questione della redistribuzione economica delle risorse, della partecipazione politica e delle forme della comunicazione.
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Per una fenomenologia della rete
di Angela Maiello
Adriano Ardovino pubblica per Carocci un importante testo su internet. L’obiettivo del volume è quello di raccogliere «riflessioni di ordine filosofico intorno alla quotidianità della rete, sostituendo all’approccio quotidiano un approccio filosofico», che in questo caso è quello fenomenologico, inteso come ricerca per la descrizione della realtà e delle sue condizioni di possibilità, nell’orizzonte di un quadro storico ben determinato.
Sin dalle prime pagine l’autore si preoccupa di indicare con precisione cosa vada inteso per “rete”, procedendo così a differenziare il termine da altri che altrettanto comunemente vengono usati. Se con il termine “internet” si indica propriamente l’infrastruttura tecnica che permette la connessione di più dispositivi mentre con il termine “web” una delle sue possibili applicazioni multimediali, «rete», dice Ardovino, indica più che altro «una forma di mondo» (p. 15), «la forma tecnologicamente raccolta di comunità e linguaggi estremamente disparati» (p. 17). La descrizione di questa forma di mondo che tecnologicamente si raccoglie è la posta in gioco del libro, che si articola in due parti: la prima, più strettamente filosofica, propone una ricognizione di alcune categorie utili in vista di un inquadramento delle pratiche del web; la seconda si articola attraverso i contributi più importanti dell’ultimo ventennio intorno al fenomeno di internet.
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Il diritto alla città ribelle
Roberto Ciccarelli intervista David Harvey
«È come un grande terremoto preceduto da piccoli traumi quello che apre spazi come il teatro Valle, ma anche altrove, nelle fabbriche recuperate o nell'attivismo nei quartieri» afferma il geografo David Harvey, tra i più ascoltati intellettuali marxisti nel mondo. Parole che stridono con la campagna de Il Messaggero e Il Corriere della Sera contro il Valle.
Gli attacchi, anche personali, sono ricominciati il 18 settembre scorso quando il Valle occupato ha presentato la sua fondazione, finanziata con 250 mila euro da cittadini e artisti, risultato della scrittura collettiva di uno statuto che rende il teatro un «bene comune», in altre parole un'istituzione dell'auto-governo. Per i quotidiani, invece, il teatro sarebbe stato «privatizzato» da una «minoranza», un'accusa che viene formulata contro tutte le occupazioni, e non poteva mancare anche nel caso di un teatro che è diventato un simbolo. Il punto di vista di Harvey, frutto dell'assidua frequentazione delle città globali, è utile per smontare questa campagna politica. Per usare un'espressione cara al geografo americano, quello del Valle è uno dei sintomi della «lotta di classe» che si svolge nelle «città ribelli», titolo del suo ultimo libro pubblicato in Italia da Il Saggiatore.
La conversazione è avvenuta nel foyer del teatro affollato da centinaia di persone, durante una pausa del seminario sulle «lotte spaziali».
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Le multinazionali del bene e il welfare caritatevole
Domenico Chirico
Venti anni fa, quando in Italia prese piede l’idea che il welfare poteva essere delegato al terzo settore, secondo i principi della sussidiarietà e della prossimità ai bisogni, solo alcuni degli osservatori più attenti notarono che in un paese come il nostro questo percorso non sarebbe andato lontano. Si pensava, infatti, che lo Stato potesse rispondere meglio ai bisogni affidando i suoi servizi a enti no-profit, attraverso bandi pubblici. Poi sono finiti i soldi degli enti locali e stanno progressivamente scomparendo i servizi: quelli pubblici smantellati, quelli affidati al terzo settore non più finanziati. La destrutturazione del welfare è compiuta. Certo ci sono sempre stati molti sprechi nel pubblico in Italia, ma il privato, anche quello sociale, è sempre stato debole, compromesso con la politica, incapace spesso di immaginare e lavorare per la trasformazione sociale.
Alcuni episodi chiariscono meglio il quadro. Una cooperativa sociale in provincia di Caserta ha lavorato per anni con un comune dell’agro aversano, accumulando crediti per 300mila euro. Crediti coperti con esposizioni bancarie, in modo da continuare ad assicurare la fornitura di servizi a disabili, anziani, finché il comune non è andato in dissesto per la mala amministrazione ampiamente diffusa in tutta Italia. I commissari prefettizi propongono dunque una transazione alla cooperativa, offrendo la metà della cifra. La cooperativa, strozzata dai debiti, accetta. E chiude.
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Le città ribelli*
Vince Emanuele intervista David Harvey
Una intervista a David Harvey, geografo e antropologo, il cui ultimo libro si intitola “Rebel cities” (in italiano “Città ribelli. I movimenti urbani dalla Comune di Parigi a Occupy Wall Street”, Il Saggiatore, settembre 2013). David Harvey è professore di antropologia e geografia alla City University of New York. Harvey sarà a Roma il 27 settembre, dove interverrà (alle 17) nell’ambito della settimana di seminari e workshop intitolata “Lotte spaziali”, che si tiene al Teatro Valle occupato (http://www.teatrovalleoccupato.it/lotte-spaziali-una-settimana-seminari-workshop-performance-dal-22-al-28-settembre-2013) e di nuovo il giorno successivo al Nuovo Cinema Palazzo (dalle 18,30)
“Nella prefazione a Rebel cities” inizi descrivendo la tua esperienza a Parigi negli anni settanta: “Edifici giganteschi, strade, edilizia pubblica priva di anima e mercificazione monopolizzata delle strade che minacciava di cancellare la vecchia Parigi… Parigi dagli anni sessanta in poi era semplicemente nel bel mezzo di una crisi esistenziale. Ciò che era vecchio non poteva durare. Inoltre, è anche accaduto nel 1967 che Henry Lefebvre scrivesse il suo saggio fondamentale “Il diritto alla città” (pubblicato in italiano da Marsilio, ndt). Puoi parlarci di questo periodo degli anni sessanta e settanta? Come ti sei interessato al paesaggio urbano? E qual è stato l’impulso a scrivere “Rebel Cities”?
In tutto il mondo si guarda agli anni sessanta, storicamente, come a un periodo di crisi urbana. Negli Stati Uniti, per esempio, fu un periodo in cui molte città importanti si incendiarono. Ci furono rivolte e quasi rivoluzioni in città come Los Angeles, Detroit e naturalmente, dopo l’assassinio di Martin Luther King nel 1968, circa 120 città degli Stati Uniti vissero una inquietudine sociale e azioni ribelli più o meno di massa.
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Il futuro prossimo e remoto del nostro mondo
P. Bartolini intervista Franco Livorsi*
Professor Livorsi, l'egemonia angloamericana sembra in crisi e difficilmente potrà imporsi ancora a lungo su tutto il pianeta, tanto più adesso che l'emergere dei nuovi grandi attori internazionali (Cina, Brasile, Russia, India) annuncia l'imminenza di un mondo multipolare. Quale futuro intravede, nel breve e medio termine, per i nuovi equilibri geopolitici?
Sembra che si diano due letture fondamentali dello stato del mondo prossimo venturo. Una è quella espressa nel famoso libro di Michael Hardt e Antonio Negri "Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione" (2001, Rizzoli, Milano, 2002), che ebbe molta eco e che a suo tempo recensii anch'io sul "Pensiero politico", la rivista degli storici delle dottrine politiche; l'altra è quella più antica, ma anche più "collaudata", legata ai teorici della ragion di stato e che nel XX secolo può essere approfondita attraverso le opere di Friedrich Meinecke come "Cosmopolitismo e Stato nazionale" (1908 e Sansoni, Firenze, 1975) e in tanti altri autori, e che nella sua versione democratica informa di sé i pensatori del federalismo europeo, in un arco che idealmente va però da Per la pace perpetua
di Immanuel Kant (1795) al pensiero di Altiero Spinelli, poi di Mario Albertini, sino a Corrado Malandrino, Sergio Pistone, Lucio Levi e altri. Su ciò si può vedere, dopo il fondamentale testo d'inquadramento dottrinario di Corrado Malandrino "" (Carocci, Roma, 1998), il bel libro di Lucio Levi Crisi dello Stato e governo del mondo
(Giappichelli, Torino 2005).
L'interpretazione di Hardt e Negri (ma ovviamente è soprattutto di Antonio Negri), risente dello strutturalismo o "sistemismo" sociale già di tipo marxista operaista (ora evidentemente "ex operaista").
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I “precari” avranno mai una coscienza di classe?
Il ruolo della scuola pubblica
Christian Raimo


Che vuol dire quindi cultura del lavoro?
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«Libertà e diritti? Tocca sudarli. Anche in rete»
Infoaut intervista Autistici/Inventati
«Non pensiamo la nostra struttura come una risposta al controllo statale, ma più in generale come l’unica cosa decente venutaci in mente per garantire libertà d’espressione ed evitare la profilazione selvaggia da parte di aziende e governi». Sono queste le prime parole digitate da uno dei ragazzi di Autistici/Inventati appena cominciamo la nostra chiacchierata in una delle chat room del loro network. Una precisazione necessaria, sopratutto dopo che gli scossoni del terremoto Snowden hanno cominciato a sentirsi anche in Italia.Sono i primi giorni di agosto quando Lavabit e Silent Mail,due provider statunitensi di posta orientati alla tutela della privacy, vengono costretti a chiudere i battenti a causa delle minacce dell’NSA. Centinaia di migliaia di utenti restano improvvisamente senza strumenti di comunicazione sicura e molti di loro si rivolgono ad AI in cerca di una soluzione alternativa. In poco tempo il collettivo viene sommerso da un’ondata di richieste d’iscrizione ai suoi servizi. Un fatto che ha segnato un momento di difficoltà per la crew di hacker nostrani, tanto da determinare la temporanea sospensione dell’apertura di nuovi account. Ma che ha anche alimentato un forte dibattito in seno ai partecipanti del progetto sulle prospettive da intraprendere. È difficile per adesso dire come il datagate cambierà le esperienze di comunicazione autogestita.
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CIEra una volta la dignità umana
Il 12 Agosto nel CIE di Crotone, in seguito alla morte di uno degli “ospiti”, è scoppiata una rivolta che ha portato alla chiusura “temporanea”, ma a tempo indeterminato del centro. Non è che una delle continue proteste in cui l’esasperazione dei migranti cerca una qualche valvola di sfogo, nella speranza di essere sottratti ad una condizione di detenzione ingiustificata ed indeterminata. Nel nostro curioso Paese, infatti, chi non possiede un certificato amministrativo finisce internato con il solo timbro di un giudice di pace, mentre chi è stato condannato in ben tre gradi di giudizio scivola indisturbato sui parquets della sua villa di lusso e gioca a birilli con il governo nazionale.
Ma come funziona, questo antropofagico mostro CIE? In realtà al di fuori della cronaca se ne parla poco, anche per un motivo strutturale: si tratta di un mondo blindato, i cui contatti con l’esterno sono ridotti all’osso e rigorosamente irreggimentati dalle rispettive direzioni. Nel 2011 una circolare di Maroni aveva addirittura vietato l’ingresso a CIE e CARA ai mezzi d’informazione, alle organizzazioni indipendenti e agli esponenti della società civile. Un provvedimento revocato in seguito dalla ministra Cancellieri, ma il cui intento prosegue tutt’oggi, con mezzi più sottili. La prima indagine indipendente si deve all’associazione MEDU (Medici per i Diritti Umani), pubblicata pochi mesi fa e ricca di osservazioni che avrebbero dovuto quantomeno scuotere questa istituzione. Vale la pena, di fronte ai fatti recenti, di ricordarne alcune.
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La nuova scuola premia i signorsì senza spirito critico
Due menzogne: competenze e meritocrazia
Christian Raimo
Quando si parla del mondo del lavoro e del mondo della scuola sembra sempre che si parli di due questioni totalmente distinte. E invece, nell’Italia con il Pil che crolla, nel mare magnum delle fugacissime questioni estive, ci sono un paio di notizie che si accoppiano per farci capire come dobbiamo immaginarci il futuro prossimo.
La prima è la disfida modello western tra Fiom e Fiat, simboleggiata al meglio dal duello in pieno sole tra Marchionne e Landini: il contenzioso nello specifico è la sentenza della Cassazione che obbligherebbe la Fiat a dare spazio ai delegati della Fiom, mobbizzati e licenziati senza nemmeno quegli ultimi scrupoli che sono gli articoli della Costituzione. Dalla parte di Marchionne stanno quelli che invocano un modello d’industria nuovo, senza i laccioli di un sindacato-reliquia. Dalla parte di Landini i difensori di diritti lesi da una globalizzazione che è tale solo nella deregulation.
La seconda è che il concorso per docenti che ha coinvolto milioni di persone in Italia sta volgendo al termine: entro l’estate ci saranno i vincitori.
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Detroit è morta, viva Detroit!
di Sandro Moiso
E’ stata la capitale mondiale dell’auto. La Parigi dell’Ovest del XIX secolo americano. Un tempo fu Fort Pontchartrain du Détroit, fondato nel 1701 dai francesi e poi conquistato dai fucilieri del maggiore inglese Rogers. Fu al centro della guerra franco-indiana e poi della guerra del 1812 tra gli Stati Uniti e il Regno Unito. Oggi, con i suoi settecentomila abitanti è praticamente una sorta di ghost town, cui rimane il merito di essere la capitale di quella che fu chiamata rust belt a partire dagli anni ottanta del secolo appena concluso. Eppure, eppure…
Heavy Music
Non fatevi fregare dalle critiche compiacenti: l’ultimo album di Iggy and the Stooges fa cagare! Molto peggio del penultimo e senza paragoni rispetto a quelli degli anni sessanta e settanta. Il chitarrista James Williamson non ricorda nemmeno vagamente gli assalti sonici di Raw Power, Iggy s’è giocato la voce ai dadi e il resto del gruppo…beh, meglio lasciar perdere. Eppure Ready To Die, con la foto di copertina che ritrae Iggy avviluppato da una cintura esplosiva sui fianchi e sul torace nudo può rappresentare simbolicamente (e non solo per il titolo) un ottimo punto di partenza per un viaggio a ritroso nella storia politica, sociale,economica e culturale della città del Michigan. Un viaggio, come quello di Iggy, a ritroso verso la gloria di un tempo, oggi forse definitivamente perduta.
Perché proprio a partire dagli Stooges? Perché Detroit fu una delle capitali del rock alternativo e del rock blues degli anni sessanta e settanta.
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Una guerra lampo in 140 caratteri
InfoFreeFlow
Volete scatenare tempeste d’informazione sulle teste dei vostri avversari? Volete far esplodere i vostri messaggi in rete e colpire il leviatano alle ginocchia con frammenti impazziti di bit? Se la risposta è si, Blitzkrieg Tweet è il libro che fa per voi
Il sapere, è noto, non è fatto per comprendere ma per prendere posizione. Un’affermazione che sembra tanto più vera quando ci si ritrova tra le mani Blitzkrieg Tweet. Come farsi esplodere in rete, l’ultimo libro di Francesco De Collibus: dalla sua lettura, statene certi, trarrete spunti preziosi per decidere come schierare le vostre truppe sul campo di battaglia dell’informazione.
Una premessa è doverosa. L’autore (filosofo, informatico ed animatore di spinoza.it) non ha dato alle stampe l’ennesimo manuale di guerriglia marketing su come diventare popolari in rete. O almeno, non sembra essere stato mosso da quest’unico intento. Certo, il libro è denso di suggerimenti su come concepire le vostre bombe mediatiche, influenzare l’opinione pubblica edincendiare il terreno della comunicazione (possibilmente senza farvi terra bruciata intorno). Ma allo stesse tempo, sotto la superficie delle 130 gustose pagine pubblicate da Agenzia X scorre come un fiume carsico una stimolante riflessione sulla rete, le ambivalenze dei fenomeni sociali che l’attraversano ed i pericoli che ne stanno mettendo a repentaglio la libertà.
Ma cosa hanno in comune Twitter e la guerra lampo? Molto, se si considera che la velocità negli scenari di conflitto è un fattore in grado di mutare profondamente i connotati dei fenomeni bellici e dei sistemi di comunicazione.
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Il mio bisnonno faceva il bracciante. Mio nonno ha fatto il calzolaio finché verso i quarant’anni è entrato in fabbrica, la Technicolor. Nella stessa fabbrica ha cominciato a lavorare mio padre verso la fine degli anni Sessanta, come operaio specializzato: ci ha lavorato per trentotto anni, facendo carriera internamente e andando in pensione come direttore delle risorse umane. Io sono stato parzialmente dipendente dai miei fino a trent’anni, facendo il precario intellettuale. Oggi campo con quattro lavori che mettono insieme uno stipendio.







































