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Le decisioni del pubblico
In margine al referendum di Bologna
Quelli di noi che hanno potuto farlo hanno scelto A al recente referendum consultivo di Bologna. Gli altri – migranti, studenti fuori sede, lavoratori precari senza la residenza – non hanno potuto dire la loro sul finanziamento pubblico alle scuole materne private. Eppure vivono a Bologna, magari da molto tempo, e hanno una loro idea di cosa potrebbe o dovrebbe essere pubblico. Per quanto ottenuto con un pubblico ridotto, l’esito del referendum può anche soddisfare. Pensiamo però che sia utile proporre una riflessione sul pubblico e le sue contraddizioni che non ne faccia un feticcio fuori dal tempo.
La questione posta domenica 26 maggio, infatti, non riguarda solo Bologna e nemmeno le sole scuole materne. Non perché quel referendum possa stabilire un qualche precedente o indicare una qualche strada da percorrere, ma perché ha posto delle questioni che non ha risolto e che forse non poteva nemmeno risolvere. Apparentemente si trattava di dire, ma non di decidere, se il comune deve finanziare le scuole materne gestite in maniera preponderante da imprese religiose. Qualsiasi fosse stato l’esito, gli elettori – che dovrebbero stabilire la direzione politica del potere pubblico – non avrebbero potuto decidere come deve essere l’intervento pubblico a Bologna. In questa apparente confusione, una decisione era stata già presa: una decisione del potere pubblico sui limiti del pubblico. Il primo aveva già deciso che gli elettori potevano solamente applaudire o fischiare, ma non decidere su cosa viene effettivamente rappresentato. Gli elettori diventano così gli spettatori che formano il pubblico – anche se in un altro senso – che assiste allo spettacolo e alle decisioni del potere. Il referendum consente così di riflettere sui significati politici che oggi ha il pubblico.
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I confini mobili della collettività
di Marco Bascetta
Un pamphlet di Ermanno Vitale per Laterza contro la retorica dei beni comuni e le pulsioni «comunitariste» premoderne. Il problema è giuridico e politico, come l'inclusione del sapere minacciato dalle recinzioni e dal controllo delle multinazionali
Il titolo è di quelli che dovrebbero farti sobbalzare sulla sedia: Contro i beni comuni (Ermanno Vitale, Laterza, pp.126, 12). Un effettaccio editoriale da manuale. Il sottotitolo subito ci rassicura «Una critica illuminista». Tiriamo un profondo sospiro di sollievo: non stiamo dalle parti di un arcigno conservatorismo gerarchico. Ci è promessa chiarezza e onestà intellettuale. Alla terza pagina della prefazione ci mettiamo definitivamente a nostro agio: «penso insomma più ai giovani vicini ai centri sociali e alle forme serie di volontariato che non a quelli che inseguono il mito dell'imprenditore di se stesso o prendono una tessera di questo o quel partito».
Insomma siamo tra amici. E anche il bersaglio di questo pamphlet, vale a dire la stucchevole retorica dei beni comuni e le pulsioni comunitariste, nostalgiche e premoderne che la attraversano merita, in buona parte, di essere condiviso. Che visioni olistiche, organicistiche e perfino mistiche innervino spesso le argomentazioni sulla centralità dei beni comuni è cosa indubbia. Come è indubbio che il libro di Ugo Mattei, Beni comuni. Un manifesto (edito dallo stesso editore e nella stessa collana) vi indulga, (sia pure vincolato alla concisione enfatica propria della forma-manifesto), in svariati passaggi, lasciando trapelare l'idea che esista o possa esistere, nella modernità o nella postmodernità («riflessiva» alla Beck) una società incardinata sui beni comuni e la relativa dottrina.
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E’ guerra a internet!
Ma venderemo cara la pelle
Arturo Di Corinto
Quattro Anonymous arrestati, il pressing dell’Agcom per regolamentare in senso poliziesco il diritto d’autore, l’insistenza del presidente Boldrini sul tema della violenza nel web, la necessità di leggi speciali per Internet secondo Pietro Grasso, la riproposizione dell’obbligo di rettifica per i blog dentro la legge bavaglio, le 22 denunce per i commenti anti-napolitano del blog di Grillo…. e si potrebbe continuare. Sta succedendo qualcosa.
In una fase della vita del paese dove le larghe intese rendono difficile l’esercizio della critica ma anche trovare appoggio e consenso nei partiti tradizionalmente schierati per la libertà d’informazione, tutti questi indizi messi insieme possono prefigurare l’inizio di una guerra a Internet? Una normalizzazione del web in senso restrittivo? O solo un modo per sviare l’attenzione da altri problemi? Siamo noi ammalati di cospirazionismo? Forse.
Però l’insistenza dei detective della postale nel rimarcare che chi agiva per conto e come Anonymous lo faceva per interesse materiale e non ideologico non convince. Di sicuro è una perfetta psyop (psychological operation) per anticipare le critiche e minimizzare le reazioni di solidarietà verso gli arrestati, allo stesso tempo infangando la presunta purezza di Anonymous.
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Il diritto di avere diritti
Carlo Formenti, Stefano Rodotà
Per una replica da Rodotà
Carlo Formenti
Bellissimo il titolo – Il diritto di avere diritti (Laterza, 2012, 433 pp., € 20,00) – del saggio di Stefano Rodotà perché sintetizza perfettamente il nodo centrale attorno acui ruotano i molti temi di un lavoro stimolante e complesso. L’obiettivo di questo articolo, tuttavia, non è recensire il libro, né ricostruirne nel dettaglio i percorsi argomentativi, bensì evidenziarne quelle che mi paiono le tesi più interessanti e, al tempo stesso, metterne in luce alcune aporie per sollecitare repliche e approfondimenti da parte dell’autore. In particolare intendo concentrarmi su quattro punti: 1) Chi è il titolare del «diritto di avere diritti» evocato nel titolo e in che modo può essere fatto valere questo «meta-diritto»? 2) Quanto e come questo concetto può contribuire a tutelare quei diritti sociali che rischiano di essere spazzati via dallo strapotere del mercato? 3) Come si inquadra il tema dei beni comuni nello scenario descritto dal saggio? 4) Come si definiscono i «nuovi diritti» associati all’avvento della rete e quali ostacoli si frappongono alla loro realizzazione? Partiamo dal primo punto, che a mio avviso è quello che solleva più problemi. Per Rodotà il titolare del diritto di avere diritti è la persona. Attenzione però: per capire il senso che l’autore attribuisce a tale termine occorre andare oltre i confini classici in cui lo rinchiudono le tradizioni del pensiero giuridico, filosofico, sociologico e psicologico.L’idea di persona che ci propone Rodotà è un’«immagine» che deve essere costruita ex novo, allo scopo di fronteggiare la crisi di civiltà associata al collasso della sovranità nazionale, cioè di quello che, almeno finora, è stato il «contenitore» per eccellenza tanto dei diritti quanto dei soggetti (i cittadini degli Stati-nazione) che ne erano titolari.
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Il dilemma del vitellone
Raffaele Alberto Ventura
Periodicamente un politico incauto lancia una sparata sui giovani fannulloni, così scatenando il subbuglio di mille code di paglia — «Ho sette lauree, vacci tu a raccogliere i pomodori!» – accompagnato da dotte considerazioni keynesiane sulla natura sempre involontaria della disoccupazione. Ma come si concilia, al di là di ogni giudizio morale, la teoria della disoccupazione involontaria con la realtà di un mercato che nondimeno richiede un certo tipo di manodopera e la soddisfa dislocando milioni di lavoratori da una parte del mondo all’altra? Cosa determina le nostre traiettorie formative e professionali, talvolta demenziali, se non delle scelte deliberate e delle preferenze soggettive?
La tanto vituperata teoria neoclassica della disoccupazione volontaria ha il vantaggio di porre la questione del lavoro in termini di razionalità individuale e può essere utile per capire cosa accade alla classe media occidentale, e italiana in generale. In effetti per chi dispone delle risorse sufficienti è razionale prolungare gli studi universitari, perfezionare un proprio talento o accumulare relazioni, persino andare in tivù da Andrea Diprè, piuttosto che andare a raccogliere pomodori: in questo modo aumenteranno le probabilità di ottenere il successo nel proprio campo, anche se dopo cinque o dieci anni vissuti come I vitelloni di Fellini. Un esempio di questo tipo di strategia è Richard Katz nel romanzo Libertà (2010) di Jonathan Franzen: cantante in uno sconosciuto gruppo rock fino all’alba dei quarant’anni, barcamenandosi tra vari proverbiali «lavoretti», d’un tratto diventa famoso e passa istantaneamente da sfigato a idolo delle folle.
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L’uso in comune dei beni
di Gino Sturniolo
Intervento svolto in occasione della presentazione di Beni Comuni, volume monografico della rivista Il Ponte, a cura di Mario Pezzella, il 26 aprile, a Messina. Gino Sturniolo è il portavoce del movimento No Ponte di Messina
“Il capitalismo sta per finire. La prova: il crollo dell’Unione Sovietica”. Con queste parole Anselm Jappe inizia la sua introduzione aL’onore perduto del lavorodi Robert Kurz (pubblicato in Italia da Manifestolibri nel 1994). Secondo le tesi dell’autore tedesco e della rivistaKrisis, con la quale ha collaborato negli anni novanta, la crisi del sistema di produzione basato sullo sfruttamento industriale si evidenzia più clamorosamente laddove presenta maggiori rigidità. Laddove, evidentemente, si presenta a maggiore comando statale. Il crollo dell’Unione Sovietica non dimostrerebbe, quindi, la superiorità dell’economia di mercato, bensì il soccombere delle sue manifestazioni meno concorrenziali.
Le tesi sostenute da Kurz hanno, a mio modo di vedere, a che fare con quanto esposto da Lanfranco Caminiti inBreznev in Calabria,un articolo pubblicato nel 1991 sulla rivistaLuogo Comune,nel quale veniva proposta una lettura del Sud come luogo dove vennero sperimentate nel trentennio postbellico politiche “socialiste”. “E’ come se in Italia si sia realizzato un socialismo regionale e che, ben lungi dalla solita individuazione della zona tosco-emiliana come base rossa, questa macchia di socialismo reale sia stato il Meridione. E proprio come all’Est le macchine statali socialiste sono andate in crisi, la struttura statale nel Sud… va a pezzi e con clamoroso rovinio”.
Di quelle politiche Caminiti ricorda, senza particolari sottolineature critiche, che “l’unico posto al mondo con un livello di produttività operaia bassa come a Tblisi fosse stato l’Alfa di Pomigliano d’Arco”.
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Violenza, cuore segreto della società
di Diego Fusaro
Domenica 28 aprile si è verificato un grave episodio di violenza davanti a Palazzo Chigi. Disoccupato, divorziato e dipendente dai videopoker: è questo il tragico profilo di Luigi Preiti, il quarantanovenne di Rosarno, che ha premuto il grilletto. “Sono disperato”, ha affermato: non è certo una giustificazione, ma è indubbiamente un tema su cui è opportuno riflettere seriamente. Onde evitare ogni equivoco – e nell’epoca dell’odierna confusione globale è sempre bene essere chiari fino all’estremo – , lo diciamo subito: il gesto di Preiti dev’essere incondizionatamente condannato e punito secondo la legge. Non è nostra intenzione deresponsabilizzare gli individui. E, tuttavia, il gesto di Preiti offre lo spunto per svolgere alcune considerazioni sullo statuto della violenza nell’odierna società.
Nell’ordine della manipolazione organizzata di cui siamo abitatori, è invalsa la moda di pensare che la violenza in quanto tale sia una forma estinta, appartenente esclusivamente a un passato degno di essere ricordato con il solo obiettivo di guadarsi dai suoi errori. Si tratta di una maniera – tutto fuorché ideologicamente neutra – di innocentizzare il presente, creando la grandiosa illusione – la falsità organizzata – secondo cui l’oggi sarebbe esente dalla violenza. Questo modo di pensare è largamente maggioritario: esso, come si dice a Torino, “fa fine e non impegna”.
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La città deterritorializzata
di Giairo Daghini
Oggi, della città o della metropoli non possiamo più dare una visione di insieme, o un’immagine che ce la restituirebbe nella sua globalità, nella sua forma urbis. Come del resto avviene anche per il soggetto umano, riterritorializzato nel processo continuo delle sue soggettivazioni, che lo portano fuori dalle ipostasi dell’io.
Bisognerà utilizzare diverse “scatole di attrezzi” per cogliere i divenire che attraversano la città, come delle linee d’infinito, e ci vorrà più di uno sguardo sia esso fisico, economico, filosofico, giuridico o meglio, come la pensava Félix Guattari nel suo Cartographies, ci vorrà un sistema a quattro teste comprendente i territori, i flussi, le macchine e gli universi.
Quindi, nello stesso tempo in cui noi parliamo tanto di fine della città, la città sembra essere dappertutto. In realtà noi non viviamo più, non lavoriamo più, non pensiamo più in spazi città, noi oggi viviamo in spazi che si conviene definire urbani. Spazio urbano di cui si possono determinare con difficoltà i limiti sia fisici sia di governabilità, spazi che nello stesso tempo sono illimitati e pieni di confini. Noi viviamo oggi in paesaggi ibridi, in cui agiscono un’infinità di dispositivi. Paesaggi composti di parti connesse tra di loro da reti tecniche e di mobilità sempre più complesse. Un universo di territori e di flussi. In questi spazi, l’urbano si delocalizza di continuo, in un mix di spazio fisico de territorializzato, e di spazio immateriale in continua espansione di rete. In questi movimenti vengono ridefiniti di continuo lo spazio fisico e mentale in funzione di nuovi rapporti di potere, di nuove meccaniche sociali e di nuovi modi di produzione e di soggettivazione.
Una delle dinamiche con cui si è giocata la metamorfosi della città alla grande città, a metropoli è stata il movimento centro-periferia in tutte le sue implicazioni e riterritorializzazioni.
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Contro la povertà
Donatella di Cesare
L’esplosione della povertà nel ricco Occidente costringe a ripensare un fenomeno che sembrava relegato in gran parte ai confini del passato e alle periferie del mondo. A parte rare eccezioni, hanno dominato finora sconcerto, sdegno, rassegnazione. Ed è risuonato il messaggio: «la povertà rende liberi»[1]. Quasi che al filosofo, o al teologo, non restasse, di fronte alla povertà altrui, che condividerla indicandola a stile di vita. C’è da chiedersi se stia nascendo, o sia già nato, un neopauperismo.
Certo si comprende l’esigenza che la vita pubblica non umili ulteriormente chi è nel bisogno. La ricchezza sfacciata ha di questi tempi un aspetto lugubre. E si comprende anche l’urgenza, avvertita da molti, di sottrarsi all’iperconsumo imposto dalla crescita infinita[2]. Ma la stessa regola di Francesco d’Assisi era il progetto di abdicare alla proprietà per una forma di vita comune fondata sull’uso[3].
Appare perciò dubbio il tentativo di anestetizzare con un concetto elevato di povertà il dolore dell’indigenza. Chi è povero subisce una privazione che non può essere in alcun modo giustificata – né come volere divino, né come calamità naturale, né tanto meno come inevitabile esito della storia. Proprio perché non può essere giustificata, reclama giustizia.
La povertà ha a che fare con la schiavitù, non con la libertà. Ed è dunque tra i mali peggiori. Perché il povero è oppresso dalla mancanza, prigioniero del debito. È lo schiavo. Non occorre risalire all’antichità. Le nuove forme di schiavitù – a cominciare dall’indebitamento incoraggiato dal sistema economico – sono sotto gli occhi di tutti.
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“La storia non perdona niente”
di Elisabetta Teghil
La Corte europea per i diritti umani, in data 2 aprile 2013, ha emesso una sentenza con cui sancisce che il numero chiuso che regola l’accesso in Italia a determinate facoltà universitarie non viola il diritto allo studio.
Otto studenti italiani erano ricorsi alla Corte di Strasburgo perché non avevano superato i test di accesso.
I test di accesso sono legati al numero chiuso delle iscrizioni e, checché ne dica l’Unione Europea, vanificano il principio del diritto allo studio per tutte/i, perché è evidente che non tengono conto del vantaggio che alcuni studenti/e hanno per via dell’estrazione sociale che poi significa anche diversa base culturale.
Di fatto viene meno da una parte il ruolo dell’Università come occasione di socializzazione dei saperi, dall’altro quello di promozione sociale.
Anni di lotte e di conquiste vengono annullati, si ritorna allo spirito degli anni ’60 quando, in quinta elementare, si doveva fare l’esame di Stato, passaggio obbligato per accedere alle Medie, dove si verificava un’ulteriore selezione di classe. Il ragazzo/a, sicuramente non per interessi personali, era costretto/a a scegliere fra le Medie vere e proprie e il così detto “Avviamento” che preludeva al lavoro…
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La scuola nel sistema in cui non servi a nulla
di Miguel Martinez
Un problema cronico, la scuola, si presenta sempre più grave. Se ne parla tanto, si propongono soluzioni, eppure si aggrava sempre di più, perché la decadenza della scuola si collega a un problema ben più vasto, una crisi sistemica che ha tante facce. Le facce più vicine sono quelle dei nostri figli in età scolare, ai quali ci sentiamo di dover dare qualche risposta. Partirò insomma dalla scuola, ma dovrò andare oltre.
Sento in giro due discorsi, il primo prevalente nei media, il secondo tra le persone che possiamo considerare in qualche modo affini a noi:
1) «la vecchia scuola va riformata, in buona parte privatizzata, "efficientizzata", finalizzata al mercato»;
2) «dobbiamo conservare a tutti i costi la vecchia scuola, come istituzione parastatale, sostanzialmente libera dal mercato».
Secondo me, dobbiamo invece uscire da questo doppio monologo, così come usciamo dal doppio monologo «destra e sinistra».
Si tratta di capire che la scuola è una delle istituzioni fondamentali dello Stato Nazione. E lo Stato Nazione è in via di collasso in tutto l'Occidente (non parlo per il resto del mondo). Non si tratta semplicemente della prevalenza temporanea di "cattive idee" neoliberali, che si possano esorcizzare con un richiamo alla Costituzione, ma di una cosa enormemente più grande, che ha a che fare sia con il crollo delle basi energetiche dello Stato Nazione, sia con l'esplosione informatica, per citare solo alcuni fattori.
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«La catena di montaggio inizia in cucina, al lavello, nei nostri corpi»*
Intervista a Silvia Federici
Rendiamo qui disponibile, in traduzione, una breve intervista a Silvia Federici, pubblicata di recente in spagnolo, e incentrata sulla sua opera più conosciuta Caliban and the Witch (2004), a sua volta rielaborazione del più vecchio Il Grande Calibano (1984), scritto in italiano con Leopoldina Fortunati. Se la biografia dell'Autrice può essere di qualche interesse, giusto due note: Silvia Federici svolge attività d'insegnamento presso la Hofstra University di New York, è militante femminista dagli anni '60, e membro del gruppo «Midnight Notes Collective», di cui segnaliamo in italiano l'Introduzione alle Nuove Enclosures (in «Anarchismo», n. 71, 1993).
Ci proponiamo di rendere presto disponibile su questo blog Il Grande Calibano, ed è precisamente a scopo propedeutico che pubblichiamo questa intervista. Ciò corrisponde alla nostra volontà di sviluppare, sulla lunga distanza, un discorso articolato sui temi della riproduzione (dei rapporti sociali capitalistici), del femminismo e del genere. La continua e inesausta messa a fuoco della definizione del capitale – come rapporto sociale, come totalità e come contraddizione in processo – non può prescindere dalla comprensione di ciò che sono il valore e il plusvalore (la contraddizione proletariatocapitale), ma non si può più pensare che sia sufficiente fermarsi là. Il fatto è che qualcosa di non tematizzato, perfino di rimosso, di non immediatamente riconducibile al plusvalore, ma che riguarda nondimeno le sue condizioni di esistenza, ne cade fuori; e l'emersione del femminismo radicale degli anni '70 ne è stata precisamente l'illuminazione: un lampo nella notte. Tutto ciò fu interpretato allora da marxisti e non marxisti – anche dai più lucidi – come una deviazione modernista, preludio al postmodernismo ideologico degli anni '80 e '90: come un ostacolo in più, insomma, sulla strada lunga e dura dell'unità di classe e della rivoluzione proletaria. È tempo di ammetterlo: fu un errore.
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Il diritto all’insorgenza*
di Gianfranco Ferraro
1. “L’Italia – recita il primo articolo della Costituzione – è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”[1]. In effetti, affidare ad un simile formula il valore fondativo di uno Stato non è un esito scontato, se pensiamo che una carta costituzionale altrettanto progressista, e frutto di un momento rivoluzionario antifascista, come quella dell’attuale Stato portoghese, non ha nel lavoro, bensì nella “dignità della persona umana” il suo fondamento[2]. Del resto, qualunque costituzione di una sovranità statale è direttamente legata al periodo storico in cui nasce ed è esito delle mediazioni e dei conflitti che ne hanno attraversato l’epoca di incubazione. Tuttavia, soprattutto nelle parti che definiscono l’orizzonte dei valori in cui pretende di collocarsi, una carta costituzionale non è rivolta all’indietro: “Principi generali” e “preamboli” vari costituiscono anzi l’esito di un compromesso proiettato sul futuro. Nella pratica di elaborazione delle carte costituzionali, sin dall’89 francese, i principi fondamentali – nel caso italiano, gli articoli 1-12 – costituiscono cioè una sorta di prospettiva aperta sul futuro di quello spazio di cittadinanza. Si potrà essere compiutamente cittadini di un certo spazio pubblico proprio in quanto si condividerà un certo orizzonte di valori, e dunque un certo orientamento delle condotte pratiche di vita, che il legislatore è sempre chiamato a tenere in considerazione. In questo senso possiamo dire che per i padri costituenti italiani lo spazio di cittadinanza della Repubblica figlia della Resistenza, lo spazio pubblico da essa inaugurato, coincide, o doveva tendere a coincidere, con la possibilità di espressione politica dei lavoratori: si è cittadini, si può essere cittadini, in quanto si è lavoratori[3].
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Silenzi, apartheid democratico e futuro delle lotte
di Caprimulgus
C’erano oltre duemila persone sabato scorso a Bologna alla manifestazione per i diritti dei migranti e l’abolizione della Bossi-Fini. La parte schiacciante dei manifestanti erano i migranti stessi, mentre la presenza italiana era rarefatta per l’assenza delle tradizionali forze politiche e sindacali che, pur in modo contraddittorio, avevano sostenuto i lavoratori migranti negli anni scorsi. Un solco del resto già scavato nel 2010, quando le grandi centrali sindacali definirono lo sciopero del primo marzo contro la Bossi-Fini uno sciopero «etnico» e la gran parte dei sindacati di base lo ignorò, usando come paravento l’appoggio a quella giornata da parte di esponenti del PD. Con questi precedenti non stupisce che nessun sindacato, ad esclusione di quello incarnato dagli stessi migranti presenti in piazza, abbia organizzato una sua presenza.
D’altra parte i media avevano ben lavorato nel trascurare la manifestazione: perfino il Manifesto, che pure con tanta oculatezza aveva seguito lo sciopero nella logistica del giorno precedente, di cui la manifestazione era la naturale prosecuzione, non le ha dedicato un francobollo.
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La crisi ha il volto delle donne
Spazio Me-Ti
Spunti di riflessione per un dibattito su violenza di genere e crisi economica
“La crisi ha il volto delle donne” si trova da qualche parte scritto sui muri. Ed è proprio vero, mai come in questa fase di profonda crisi economica è necessario tornare a riflettere sul nesso tra subordinazione di genere e sfruttamento economico, tra violenza domestica e violenza sui posti di lavoro, tra la “spietatezza” degli uomini – dei mariti, dei padri – e “spietatezza” dei padroni, sul rapporto/scontro di genere in relazione al modo di produzione capitalistico che lo informa e lo impiega a suo uso e consumo. Soprattutto è necessario, di fronte al proliferare dei presunti paladini dei diritti delle donne, all’inserimento – almeno formale – nell’agenda politica di tutti i partiti della “questione femminile”, smascherare alcuni luoghi comuni che non consentono, a nostro avviso, di inquadrare la questione nei termini dovuti.
Confidiamonel progresso! Ovvero l’emancipazione femminile e l’illusione illuminista
Questa crisi economica ha avuto il merito (sic!) di mettere in luce una delle grandi aporie del pensiero dominante: l’idea che il patriarcato, la violenza sulle donne, la loro esclusione dal mercato del lavoro non fossero che fattori residuali destinati ad assorbirsi, ad essere superati “naturalmente” e in maniera indolore col susseguirsi delle generazioni.
L’idea illuminista di progresso - sulla quale ha fatto perno la borghesia in ascesa due secoli fa – quella dello svolgersi necessario delle forze storiche verso un futuro più radioso, sono idee arrugginite, ma ancora non da buttar via. Se la Storia si fa da sé, allora non serve che aspettare, pazienti, che ogni cosa vada al suo posto: perché ribellarsi? Perché fare forzature?
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Il Papa argentino
Francesco I, il conservatore popolare nei torbidi della dittatura
di Gennaro Carotenuto
Jorge Bergoglio, Papa Francesco I, è quello che in Argentina si definisce un “conservatore popolare”, un esponente tipico –e dichiarato- della destra peronista. Sinceramente attento alla povertà, umile a sua volta, ha già rinnovato con successo la chiesa argentina senza modificarne il segno politico conservatore. È l’erede materiale e spirituale di Karol Wojtyla e, per i cardinali che lo hanno eletto in conclave, deve essere apparso una scelta perfetta su più d’uno dei fronti aperti per la chiesa cattolica.
Infatti può essere davvero l’uomo in grado di metter fine ai veleni curiali che secondo lo Spiegel hanno portato al “fallimento” Benedetto XVI. È quello che i giornali stanno indicando come esponente del partito della trasparenza. Lo ha fatto, e bene, in alcuni contesti. Allo stesso tempo rilancia il cattolicesimo in un continente letteralmente assalito dalle chiese protestanti conservatrici. La percezione europea di una chiesa cattolica egemone in America latina è gravemente viziata dalla mancanza di notizie su di un fenomeno che sfiora il 50% dei fedeli in alcuni paesi e figlio della guerra senza quartiere alla teologia della liberazione che ha portato i poveri a cercare una spiegazione altra in un dio meno lontano. Inoltre Bergoglio può rappresentare allo stesso tempo un’alternativa conservatrice ai governi progressisti e integrazionisti latinoamericani dei quali in molti si aspettano che possa diventare un leader alternativo continentale.
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ll Dio di Ratzinger
di Tomaso Montanari
In quale Dio crede Joseph Ratzinger?
Se da almeno mille e settecento anni l’esercizio del potere da parte della Curia romana tradisce un ateismo pratico, il discorso con il quale, l’11 febbraio scorso, Benedetto XVI ha annunciato l’inaudita decisione di lasciare il pontificato sembra presupporre un ateismo anche teorico: «Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato». In altre parole: mi dimetto perché non sono forte, non sono adatto (in latino, ha scelto la parola «aptus»: capace). E per vincere, nel mondo d’oggi («in mundo nostri temporis»), ci vuole la forza: «vigor».Per un cristiano (come me) queste sono affermazioni sconvolgenti perché negano radicalmente l’idea di Dio che la Chiesa stessa mi ha insegnato, seguendo la Scrittura e la Tradizione.
Il Dio della Bibbia è il Dio che ribalta sistematicamente la logica, umana, della forza: «Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà» (Luca, 9, 24). Un Dio le cui vie, lontane dalle nostre, sono vie paradossali: vie in cui vince chi perde, e in cui trionfano la debolezza e la povertà di spirito.
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La "buona volontà" del sociologo riluttante
Note critiche a cura di Deborah Ardilli e Gabriele Donato
«Attese un poco sul viale, quindi rientrò in casa a correggere le sue bozze e a escogitare qualche espediente per nascondere la verità»: con questa istantaea scattata sulla borghesia inglese dell’età edoardiana si conclude l’opera postuma di E. M. Forster, ultimata nel 1914 e pubblicata soltanto nel 1971. Che l’«anno migliore» a cui il romanzo è dedicato sia ancora di là da venire, almeno per quanto riguarda la disponibilità dei ceti medi riflessivi a fare i conti con gli aspetti più scandalosi del reale, è dimostrato dal fatto che la frase in questione potrebbe valere come epigrafe per almeno tre quarti della cultura accademica contemporanea: la quale sembra non volersi fare carico di altro mandato oltre a quello di far dimenticare l’esistenza di una società divisa, «in ultima istanza», in sfruttati e sfruttatori.
Escogitare espedienti per nascondere la verità comporta programmare nel tempo gli effetti di un discorso e, quindi, prevederne la circolazione sociale: obiettivo centrato, fino a prova contraria, dalla selettività inespressiva e livellante (soggetti e interessi) del vocabolario «tecnico» che entra in funzione non appena si tratta di giustificare «responsabilmente» la necessità politica di sacrifici umani.
A questa caduta verticale di problematicità tenta di reagire quella parte della cultura accademica che, a differenza della frazione egemone, la verità vorrebbe dirla tutta intera e senza sconti: ma con discrezione professionale, senza compromettersi, mantenendosi a rigorosa distanza di sicurezza dal proprio oggetto; esponendosi, dunque, alla paralisi dovuta alla coabitazione forzata di queste spinte contraddittorie.
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Consigli (o sconsigli) per gli acquisti
Militant
Io cito sempre un episodio, che è stato raccontato in assemblea, di un anziano che si è alzato e ha detto: «io ho settantaquattro anni, oggi ero alla Maddalena, ho tirato due pietre contro le forze dell’ordine; una era la mia e una era di mio fratello, che era ricoverato in ospedale e mi aveva detto: “se vai, devi tirare una pietra anche per me”».
(dall’intervista a Giovanni Vighetti, p. 116)
È uscito da qualche settimana per DeriveApprodi A sarà düra. Storie di vita e di militanza no tav, a cura dei compagni e delle compagne del cs Askatasuna. Scopo del volume è quello di presentare una serie di riflessioni ed esperienze di militanti notav, osservando il movimento dall’interno, ragionando sulle sue difficoltà e sulle sue contraddizioni e, contemporaneamente, interrogandosi sul suo futuro e sulle prospettive che può aprire anche ad altre forme di conflitto. Un movimento di massa che ha trasformato e continua a trasformare in profondità la comunità in cui si è consolidato. Un movimento che, giorno dopo giorno, da oltre un decennio propone con sempre maggiore forza l’esempio di un’alternativa possibile al sistema di dominio attuale e che è sempre più convinto di poter vincere. Una sfida di un potere costituente al Potere costituito, «un esercizio di contropotere su un contesto circoscritto, passibile però di generalizzazione oltre gli angusti confini della Val Susa», l’incarnazione della «possibilità di un contro-soggetto (antagonista) collettivo» (p. 240): non è un caso se il ministro Cancellieri lo ha definito «la madre di tutte le preoccupazioni».
Lo diciamo come premessa: come del resto viene affermato anche nell’introduzione del volume (se ne può leggere una parte nella presentazione del volume su infoaut), non si tratta di un libro semplice ma le parti più ostiche e di contenuto più metodologico – per quanto siano, secondo noi, di fondamentale importanza – possono venire saltate. Si tratta, infatti, di un libro così importante sul conflitto notav – e sul conflitto sociale in generale – che abbandonarlo per le difficoltà di lettura incontrate nelle prime pagine sarebbe davvero un’occasione sprecata.
Il libro è diviso in quattro parti. La prima è una vera e propria introduzione metodologica, debitrice alle riflessioni e agli insegnamenti di Romano Alquati, a cui infatti è dedicato il libro. Scopo del volume è quello di costruire una «conoscenza nostra, di parte, da utilizzare immediatamente e concretamente nelle lotte, per lo sviluppo e l’allargamento dl movimento» (p. 10).
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Benvenuti all’inferno. Una recensione precaria
di Laura de Ronzo
Precari: la nuova classe esplosiva, promette il libro di Guy Standing, di recente tradotto in italiano (il Mulino, 2012). Il titolo, che si apre alle interpretazioni più disparate, sembrerebbe evocare uno scenario in cui queste nuove figure del mercato del lavoro, ormai allo stremo delle forze, rivelano un potenziale di liberazione senza precedenti, e che abbiano finalmente deciso di ribellarsi (esplodere, appunto) e cominciare a lottare contro il sistema capitalistico che se ne nutre.
Questo libro è però la narrazione della genesi e dello sviluppo di un nuovo gruppo sociale che ha assunto dimensioni mondiali e che, secondo Standing, ha tutte le carte in regola per diventare una vera e propria classe globale, nonostante egli la consideri ancora una classe “in divenire”, poiché deve ancora prendere coscienza di se stessa.
Standing offre un’analisi molto dettagliata del processo di formazione di questo fenomeno, come lo definisce, evidenziandone le cause e individuando i gruppi sociali che ne sono più colpiti.
La prima domanda cui Standing cerca di rispondere è quindi: chi sono i precari?
Standing definisce il precariato come un fenomeno tutto nuovo, che ha certamente dei legami con il passato, ma che non ha nessun nesso né con la classe operaia né con il proletariato.
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La merce non perdona
Note semiserie sulla caduta di un altro nemico poco onorevole
Kris Kaudwell
E se il denaro è il vincolo che mi unisce alla vita umana, che unisce a me la società,
che mi collega con la natura e gli uomini, non è il denaro forse il vincolo di tutti i vincoli?
Non può esso sciogliere e stringere ogni vincolo?
E quindi non è forse anche il dissolvitore universale?
K. Marx
E' noto quanto la spesa militare finanziata a debito di Reagan fu determinante nel costringere l'URSS ad una corsa agli armamenti economicamente insostenibile, cosa che contò non poco nella successiva implosione del regime sovietico. Ma non contò poco neanche sull'ingigantirsi del debito pubblico Statunitense, che Clinton provò poi ad abbattere finendo in sostanza per convertirlo in debito privato. Il keynesismo militare Reaganiano e poi Bushiano divenne così col tempo sempre più un keynesismo "finanziario", fino alla sua arcinota crisi nel 2008. Crisi che ha ironicamente ritrasformato tutto in debito pubblico, per via dei vari salvataggi alle banche e delle relative socializzazioni delle perdite. Dietro la scintillante vittoria di un occidente apparentemente invincibile si nascondevano scheletri nell'armadio destinati a renderlo tremendamente fragile. Sappiamo infatti come è proseguita la storia: gli USA ora navigano a vista tra fiscal cliff, iniezioni di liquidità e rinnovati rischi inflazionistici, mentre la recessione globale seguita alla crisi finanziaria impone una generalizzata razionalizzazione del sistema economico, che centralizza capitali, taglia rami secchi, espropria padroncini. La stessa crisi dell'eurozona può essere interpretata come un momento di questo processo.Anche il Vaticano, di cui è noto il sostegno finanziario che all'epoca del Papa sciatore garantiva a Solidarnosc grazie al vecchio Calvi che girava i soldi di Cosa Nostra ripuliti tramite lo IOR (finché in Sicilia non se so un po' alterati..), ha la sua quota di scheletri e così di debolezze.
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Capitalism is dead
Notizia di oggi è che il papa si è «dimesso» perché non è più in grado di «governare la Chiesa» (parole del portavoce della Santa Sede). A quanto pare lo Spirito Santo si è sbagliato su Ratzinger, o comunque è stato impreciso. In tanti abbiamo pensato che, per fare un altro papa, stavolta non c’è scappato il morto.1
In qualità di “fastidiatori” da settimane preparavamo una puntata “maledetta” perché, per diverse circostanze sfortunate, lunedì scorso non ci è stato possibile andare in onda come di consueto. Dunque è dal 28 gennaio che avevamo in mente di parlare del rapporto tra fede e finanza, tra monoteismo e capitalismo, per via del fatto che gli scandali bancari e gli scandali religiosi sembrano andare di pari passo soprattutto in questo periodo e non solo in Italia. Per via di altre circostanze, neanche questo pomeriggio potremo andare in onda e certamente la notizia di oggi, epocale per numerosi aspetti, ci ha convinti della correttezza della via sulla quale ci eravamo incamminati, dovendo dunque aspettare lunedì prossimo per poter finalmente parlarne in radio. Abbiamo così deciso di pubblicare oggi, senza indugiare ulteriormente, ciò che era nostro progetto dire lunedì scorso e che certamente contiamo di ridiscutere in diretta il prossimo. Esattamente a cavallo tra il lunedì passato e quello futuro, questa notizia ha dunque aggiunto alle nostre riflessioni qualcosa di più che una conferma, piuttosto la possibilità di poter fare un annuncio: il capitalismo è morto. Il senso di questo annuncio dovrebbe venire alla luce senza troppa difficoltà alla fine della lettura.
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Mega: PrivacyDotCom
InfoFreeFlow
Che tu sia maledetta FBI! La chiusura di Megavideo è un atto di guerra contro un’intera generazione!»
NeetKidz – ZeroCalcare
Con buona pace di Samuel Huntington e dei suoi rapaci epigoni annidati tra i falchi di Washington nell’era Bush, l’unico vero scontro di civiltà consumatosi negli ultimi anni e fondato su valori culturali, è stato quello che ha opposto le grandi major di Hollywood e la generazione digitale dei NeetKidz, raccontata magistralmente dalle strisce di fumetti di ZeroCalcare.
Il raid condotto un anno fa dalle autorità federali statunitensi contro i server di MegaUpload si colloca sullo sfondo di una guerra per il controllo del mercato dell’informazione in corso da anni tra anarco-capitalismo digitale e vecchi conglomerati dell’entertainement. Allora, il sequestro di migliaia di gigabyte di dati – ancora oggi nelle mani del Dipartimento di Giustizia, nonostante si trattasse in larga parte di materiali non coperti da copyright e quindi perfettamente legittimi – mise in luce come di fatto gli utenti non siano soggetti cui è attribuito alcun profilo giuridico. La tutela dei loro diritti (anche quelli di proprietà dei beni immateriali) non è ancora materia affermata o condivisa da alcuna dottrina o regolamento internazionale.
Ed è probabilmente a partire da questa intuizione che Kim ‘Dotcom’ Schmitz ha intenzione di fondare il suo nuovo impero. Il core business della sua nuova creatura, ribattezzata semplicemente MEGA, è la privacy degli utenti. Oltre allo spazio messo a disposizione (50 gigabyte gratuiti per gli account free, fino a 2 terabyte per quelli premium) crittografia ed un senso di sicurezza sono l’oggetto dello scambio.
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L’ Uomo, la Rete e la minaccia cyber-utopista
di Daniele Florian
New Englander, 1858
Beppe Grillo su contattonews, 2012
Se c’è qualcosa in cui l’essere umano eccelle è il saper ripetere continuamente i propri errori. Negli ultimi tempi, tra il malcontento generale e una diffusa mancanza di aspettativa nei confronti dei movimenti, forse alimentata dalla comodità della poltrona, è emersa una fiducia smoderata nei confronti della Rete, Internet, considerata da tanti lo strumento con il quale e sul quale le masse possono finalmente organizzarsi per giungere ad un cambiamento sociale.
Nel 1993, il produttore televisivo Rupert Murdoch affermò che la TV satellitare rappresentava una forza incontrastabile per l’esportazione della democrazia nel Mondo, perchè oltrepassando i confini territoriali poteva fornire ad ogni popolo le informazioni necessarie per acquisire una consapevolezza globale tale da permettere l’abbattimento di ogni dittatura. Una previsione che già all’epoca risultava risibile, visto quanto già allora la televisione fosse veicolo di messaggi sessisti, razzisti e di propaganda, ed è proprio partendo da questo esempio che possiamo trarre le prime argomentazioni per smontare la visione web-utopistica.
La visione ottimistica della Rete è fondata sul presupposto che Internet sia uno strumento tecnologico esclusivamente in mano alle forze democratiche della società, dimenticando il ruolo che svolge, come d’altronde ogni tecnologia, nell’intensificazione del controllo sociale e per il mantenimento dello status-quo.
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La scuola è aperta a tutti
Pietro Cataldi
Le domande di un pastore
Nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, Leopardi affida alla voce di un pastore nomade le grandi domande sul senso della vita e dell’universo. Solo, sotto il cielo stellato, il pastore tenta di spiegare la condizione umana, il ripetersi dell’esistenza di generazione in generazione, il succedersi dei giorni e delle notti, il susseguirsi delle stagioni; cerca di capire il perché del dolore e di quell’inquietudine angosciosa definita dalle parole “tedio” e “fastidio”, un’inquietudine che è infine tutt’uno proprio con il bisogno di senso. La spiegazione è tentata dapprima guardando la vita dal punto di vista della luna, dall’alto, e poi guardandola invece dal punto di vista delle pecore, dal basso. Il punto di vista del pastore è per così dire impregiudicato, e spregiudicato: non ci sono un’ideologia, una religione, un sistema filosofico, una qualunque petizione di principio che impongano una direzione alla ricerca: l’importante è dare un significato alla condizione degli uomini e al rapporto che gli umani hanno con l’universo. Ebbene: Leopardi pone così, con un linguaggio semplice e diretto ma anche con la massima serietà e radicalità, le più grandi questioni filosofiche affrontate nei secoli da tutte le civiltà e tutte le culture.
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