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“La storia non perdona niente”
di Elisabetta Teghil
La Corte europea per i diritti umani, in data 2 aprile 2013, ha emesso una sentenza con cui sancisce che il numero chiuso che regola l’accesso in Italia a determinate facoltà universitarie non viola il diritto allo studio.
Otto studenti italiani erano ricorsi alla Corte di Strasburgo perché non avevano superato i test di accesso.
I test di accesso sono legati al numero chiuso delle iscrizioni e, checché ne dica l’Unione Europea, vanificano il principio del diritto allo studio per tutte/i, perché è evidente che non tengono conto del vantaggio che alcuni studenti/e hanno per via dell’estrazione sociale che poi significa anche diversa base culturale.
Di fatto viene meno da una parte il ruolo dell’Università come occasione di socializzazione dei saperi, dall’altro quello di promozione sociale.
Anni di lotte e di conquiste vengono annullati, si ritorna allo spirito degli anni ’60 quando, in quinta elementare, si doveva fare l’esame di Stato, passaggio obbligato per accedere alle Medie, dove si verificava un’ulteriore selezione di classe. Il ragazzo/a, sicuramente non per interessi personali, era costretto/a a scegliere fra le Medie vere e proprie e il così detto “Avviamento” che preludeva al lavoro…
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La scuola nel sistema in cui non servi a nulla
di Miguel Martinez
Un problema cronico, la scuola, si presenta sempre più grave. Se ne parla tanto, si propongono soluzioni, eppure si aggrava sempre di più, perché la decadenza della scuola si collega a un problema ben più vasto, una crisi sistemica che ha tante facce. Le facce più vicine sono quelle dei nostri figli in età scolare, ai quali ci sentiamo di dover dare qualche risposta. Partirò insomma dalla scuola, ma dovrò andare oltre.
Sento in giro due discorsi, il primo prevalente nei media, il secondo tra le persone che possiamo considerare in qualche modo affini a noi:
1) «la vecchia scuola va riformata, in buona parte privatizzata, "efficientizzata", finalizzata al mercato»;
2) «dobbiamo conservare a tutti i costi la vecchia scuola, come istituzione parastatale, sostanzialmente libera dal mercato».
Secondo me, dobbiamo invece uscire da questo doppio monologo, così come usciamo dal doppio monologo «destra e sinistra».
Si tratta di capire che la scuola è una delle istituzioni fondamentali dello Stato Nazione. E lo Stato Nazione è in via di collasso in tutto l'Occidente (non parlo per il resto del mondo). Non si tratta semplicemente della prevalenza temporanea di "cattive idee" neoliberali, che si possano esorcizzare con un richiamo alla Costituzione, ma di una cosa enormemente più grande, che ha a che fare sia con il crollo delle basi energetiche dello Stato Nazione, sia con l'esplosione informatica, per citare solo alcuni fattori.
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«La catena di montaggio inizia in cucina, al lavello, nei nostri corpi»*
Intervista a Silvia Federici
Rendiamo qui disponibile, in traduzione, una breve intervista a Silvia Federici, pubblicata di recente in spagnolo, e incentrata sulla sua opera più conosciuta Caliban and the Witch (2004), a sua volta rielaborazione del più vecchio Il Grande Calibano (1984), scritto in italiano con Leopoldina Fortunati. Se la biografia dell'Autrice può essere di qualche interesse, giusto due note: Silvia Federici svolge attività d'insegnamento presso la Hofstra University di New York, è militante femminista dagli anni '60, e membro del gruppo «Midnight Notes Collective», di cui segnaliamo in italiano l'Introduzione alle Nuove Enclosures (in «Anarchismo», n. 71, 1993).
Ci proponiamo di rendere presto disponibile su questo blog Il Grande Calibano, ed è precisamente a scopo propedeutico che pubblichiamo questa intervista. Ciò corrisponde alla nostra volontà di sviluppare, sulla lunga distanza, un discorso articolato sui temi della riproduzione (dei rapporti sociali capitalistici), del femminismo e del genere. La continua e inesausta messa a fuoco della definizione del capitale – come rapporto sociale, come totalità e come contraddizione in processo – non può prescindere dalla comprensione di ciò che sono il valore e il plusvalore (la contraddizione proletariatocapitale), ma non si può più pensare che sia sufficiente fermarsi là. Il fatto è che qualcosa di non tematizzato, perfino di rimosso, di non immediatamente riconducibile al plusvalore, ma che riguarda nondimeno le sue condizioni di esistenza, ne cade fuori; e l'emersione del femminismo radicale degli anni '70 ne è stata precisamente l'illuminazione: un lampo nella notte. Tutto ciò fu interpretato allora da marxisti e non marxisti – anche dai più lucidi – come una deviazione modernista, preludio al postmodernismo ideologico degli anni '80 e '90: come un ostacolo in più, insomma, sulla strada lunga e dura dell'unità di classe e della rivoluzione proletaria. È tempo di ammetterlo: fu un errore.
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Il diritto all’insorgenza*
di Gianfranco Ferraro
1. “L’Italia – recita il primo articolo della Costituzione – è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”[1]. In effetti, affidare ad un simile formula il valore fondativo di uno Stato non è un esito scontato, se pensiamo che una carta costituzionale altrettanto progressista, e frutto di un momento rivoluzionario antifascista, come quella dell’attuale Stato portoghese, non ha nel lavoro, bensì nella “dignità della persona umana” il suo fondamento[2]. Del resto, qualunque costituzione di una sovranità statale è direttamente legata al periodo storico in cui nasce ed è esito delle mediazioni e dei conflitti che ne hanno attraversato l’epoca di incubazione. Tuttavia, soprattutto nelle parti che definiscono l’orizzonte dei valori in cui pretende di collocarsi, una carta costituzionale non è rivolta all’indietro: “Principi generali” e “preamboli” vari costituiscono anzi l’esito di un compromesso proiettato sul futuro. Nella pratica di elaborazione delle carte costituzionali, sin dall’89 francese, i principi fondamentali – nel caso italiano, gli articoli 1-12 – costituiscono cioè una sorta di prospettiva aperta sul futuro di quello spazio di cittadinanza. Si potrà essere compiutamente cittadini di un certo spazio pubblico proprio in quanto si condividerà un certo orizzonte di valori, e dunque un certo orientamento delle condotte pratiche di vita, che il legislatore è sempre chiamato a tenere in considerazione. In questo senso possiamo dire che per i padri costituenti italiani lo spazio di cittadinanza della Repubblica figlia della Resistenza, lo spazio pubblico da essa inaugurato, coincide, o doveva tendere a coincidere, con la possibilità di espressione politica dei lavoratori: si è cittadini, si può essere cittadini, in quanto si è lavoratori[3].
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Silenzi, apartheid democratico e futuro delle lotte
di Caprimulgus
C’erano oltre duemila persone sabato scorso a Bologna alla manifestazione per i diritti dei migranti e l’abolizione della Bossi-Fini. La parte schiacciante dei manifestanti erano i migranti stessi, mentre la presenza italiana era rarefatta per l’assenza delle tradizionali forze politiche e sindacali che, pur in modo contraddittorio, avevano sostenuto i lavoratori migranti negli anni scorsi. Un solco del resto già scavato nel 2010, quando le grandi centrali sindacali definirono lo sciopero del primo marzo contro la Bossi-Fini uno sciopero «etnico» e la gran parte dei sindacati di base lo ignorò, usando come paravento l’appoggio a quella giornata da parte di esponenti del PD. Con questi precedenti non stupisce che nessun sindacato, ad esclusione di quello incarnato dagli stessi migranti presenti in piazza, abbia organizzato una sua presenza.
D’altra parte i media avevano ben lavorato nel trascurare la manifestazione: perfino il Manifesto, che pure con tanta oculatezza aveva seguito lo sciopero nella logistica del giorno precedente, di cui la manifestazione era la naturale prosecuzione, non le ha dedicato un francobollo.
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La crisi ha il volto delle donne
Spazio Me-Ti
Spunti di riflessione per un dibattito su violenza di genere e crisi economica
“La crisi ha il volto delle donne” si trova da qualche parte scritto sui muri. Ed è proprio vero, mai come in questa fase di profonda crisi economica è necessario tornare a riflettere sul nesso tra subordinazione di genere e sfruttamento economico, tra violenza domestica e violenza sui posti di lavoro, tra la “spietatezza” degli uomini – dei mariti, dei padri – e “spietatezza” dei padroni, sul rapporto/scontro di genere in relazione al modo di produzione capitalistico che lo informa e lo impiega a suo uso e consumo. Soprattutto è necessario, di fronte al proliferare dei presunti paladini dei diritti delle donne, all’inserimento – almeno formale – nell’agenda politica di tutti i partiti della “questione femminile”, smascherare alcuni luoghi comuni che non consentono, a nostro avviso, di inquadrare la questione nei termini dovuti.
Confidiamonel progresso! Ovvero l’emancipazione femminile e l’illusione illuminista
Questa crisi economica ha avuto il merito (sic!) di mettere in luce una delle grandi aporie del pensiero dominante: l’idea che il patriarcato, la violenza sulle donne, la loro esclusione dal mercato del lavoro non fossero che fattori residuali destinati ad assorbirsi, ad essere superati “naturalmente” e in maniera indolore col susseguirsi delle generazioni.
L’idea illuminista di progresso - sulla quale ha fatto perno la borghesia in ascesa due secoli fa – quella dello svolgersi necessario delle forze storiche verso un futuro più radioso, sono idee arrugginite, ma ancora non da buttar via. Se la Storia si fa da sé, allora non serve che aspettare, pazienti, che ogni cosa vada al suo posto: perché ribellarsi? Perché fare forzature?
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Il Papa argentino
Francesco I, il conservatore popolare nei torbidi della dittatura
di Gennaro Carotenuto
Jorge Bergoglio, Papa Francesco I, è quello che in Argentina si definisce un “conservatore popolare”, un esponente tipico –e dichiarato- della destra peronista. Sinceramente attento alla povertà, umile a sua volta, ha già rinnovato con successo la chiesa argentina senza modificarne il segno politico conservatore. È l’erede materiale e spirituale di Karol Wojtyla e, per i cardinali che lo hanno eletto in conclave, deve essere apparso una scelta perfetta su più d’uno dei fronti aperti per la chiesa cattolica.
Infatti può essere davvero l’uomo in grado di metter fine ai veleni curiali che secondo lo Spiegel hanno portato al “fallimento” Benedetto XVI. È quello che i giornali stanno indicando come esponente del partito della trasparenza. Lo ha fatto, e bene, in alcuni contesti. Allo stesso tempo rilancia il cattolicesimo in un continente letteralmente assalito dalle chiese protestanti conservatrici. La percezione europea di una chiesa cattolica egemone in America latina è gravemente viziata dalla mancanza di notizie su di un fenomeno che sfiora il 50% dei fedeli in alcuni paesi e figlio della guerra senza quartiere alla teologia della liberazione che ha portato i poveri a cercare una spiegazione altra in un dio meno lontano. Inoltre Bergoglio può rappresentare allo stesso tempo un’alternativa conservatrice ai governi progressisti e integrazionisti latinoamericani dei quali in molti si aspettano che possa diventare un leader alternativo continentale.
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ll Dio di Ratzinger
di Tomaso Montanari
In quale Dio crede Joseph Ratzinger?
Se da almeno mille e settecento anni l’esercizio del potere da parte della Curia romana tradisce un ateismo pratico, il discorso con il quale, l’11 febbraio scorso, Benedetto XVI ha annunciato l’inaudita decisione di lasciare il pontificato sembra presupporre un ateismo anche teorico: «Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato». In altre parole: mi dimetto perché non sono forte, non sono adatto (in latino, ha scelto la parola «aptus»: capace). E per vincere, nel mondo d’oggi («in mundo nostri temporis»), ci vuole la forza: «vigor».Per un cristiano (come me) queste sono affermazioni sconvolgenti perché negano radicalmente l’idea di Dio che la Chiesa stessa mi ha insegnato, seguendo la Scrittura e la Tradizione.
Il Dio della Bibbia è il Dio che ribalta sistematicamente la logica, umana, della forza: «Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà» (Luca, 9, 24). Un Dio le cui vie, lontane dalle nostre, sono vie paradossali: vie in cui vince chi perde, e in cui trionfano la debolezza e la povertà di spirito.
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La "buona volontà" del sociologo riluttante
Note critiche a cura di Deborah Ardilli e Gabriele Donato
«Attese un poco sul viale, quindi rientrò in casa a correggere le sue bozze e a escogitare qualche espediente per nascondere la verità»: con questa istantaea scattata sulla borghesia inglese dell’età edoardiana si conclude l’opera postuma di E. M. Forster, ultimata nel 1914 e pubblicata soltanto nel 1971. Che l’«anno migliore» a cui il romanzo è dedicato sia ancora di là da venire, almeno per quanto riguarda la disponibilità dei ceti medi riflessivi a fare i conti con gli aspetti più scandalosi del reale, è dimostrato dal fatto che la frase in questione potrebbe valere come epigrafe per almeno tre quarti della cultura accademica contemporanea: la quale sembra non volersi fare carico di altro mandato oltre a quello di far dimenticare l’esistenza di una società divisa, «in ultima istanza», in sfruttati e sfruttatori.
Escogitare espedienti per nascondere la verità comporta programmare nel tempo gli effetti di un discorso e, quindi, prevederne la circolazione sociale: obiettivo centrato, fino a prova contraria, dalla selettività inespressiva e livellante (soggetti e interessi) del vocabolario «tecnico» che entra in funzione non appena si tratta di giustificare «responsabilmente» la necessità politica di sacrifici umani.
A questa caduta verticale di problematicità tenta di reagire quella parte della cultura accademica che, a differenza della frazione egemone, la verità vorrebbe dirla tutta intera e senza sconti: ma con discrezione professionale, senza compromettersi, mantenendosi a rigorosa distanza di sicurezza dal proprio oggetto; esponendosi, dunque, alla paralisi dovuta alla coabitazione forzata di queste spinte contraddittorie.
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Consigli (o sconsigli) per gli acquisti
Militant
Io cito sempre un episodio, che è stato raccontato in assemblea, di un anziano che si è alzato e ha detto: «io ho settantaquattro anni, oggi ero alla Maddalena, ho tirato due pietre contro le forze dell’ordine; una era la mia e una era di mio fratello, che era ricoverato in ospedale e mi aveva detto: “se vai, devi tirare una pietra anche per me”».
(dall’intervista a Giovanni Vighetti, p. 116)
È uscito da qualche settimana per DeriveApprodi A sarà düra. Storie di vita e di militanza no tav, a cura dei compagni e delle compagne del cs Askatasuna. Scopo del volume è quello di presentare una serie di riflessioni ed esperienze di militanti notav, osservando il movimento dall’interno, ragionando sulle sue difficoltà e sulle sue contraddizioni e, contemporaneamente, interrogandosi sul suo futuro e sulle prospettive che può aprire anche ad altre forme di conflitto. Un movimento di massa che ha trasformato e continua a trasformare in profondità la comunità in cui si è consolidato. Un movimento che, giorno dopo giorno, da oltre un decennio propone con sempre maggiore forza l’esempio di un’alternativa possibile al sistema di dominio attuale e che è sempre più convinto di poter vincere. Una sfida di un potere costituente al Potere costituito, «un esercizio di contropotere su un contesto circoscritto, passibile però di generalizzazione oltre gli angusti confini della Val Susa», l’incarnazione della «possibilità di un contro-soggetto (antagonista) collettivo» (p. 240): non è un caso se il ministro Cancellieri lo ha definito «la madre di tutte le preoccupazioni».
Lo diciamo come premessa: come del resto viene affermato anche nell’introduzione del volume (se ne può leggere una parte nella presentazione del volume su infoaut), non si tratta di un libro semplice ma le parti più ostiche e di contenuto più metodologico – per quanto siano, secondo noi, di fondamentale importanza – possono venire saltate. Si tratta, infatti, di un libro così importante sul conflitto notav – e sul conflitto sociale in generale – che abbandonarlo per le difficoltà di lettura incontrate nelle prime pagine sarebbe davvero un’occasione sprecata.
Il libro è diviso in quattro parti. La prima è una vera e propria introduzione metodologica, debitrice alle riflessioni e agli insegnamenti di Romano Alquati, a cui infatti è dedicato il libro. Scopo del volume è quello di costruire una «conoscenza nostra, di parte, da utilizzare immediatamente e concretamente nelle lotte, per lo sviluppo e l’allargamento dl movimento» (p. 10).
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Benvenuti all’inferno. Una recensione precaria
di Laura de Ronzo
Precari: la nuova classe esplosiva, promette il libro di Guy Standing, di recente tradotto in italiano (il Mulino, 2012). Il titolo, che si apre alle interpretazioni più disparate, sembrerebbe evocare uno scenario in cui queste nuove figure del mercato del lavoro, ormai allo stremo delle forze, rivelano un potenziale di liberazione senza precedenti, e che abbiano finalmente deciso di ribellarsi (esplodere, appunto) e cominciare a lottare contro il sistema capitalistico che se ne nutre.
Questo libro è però la narrazione della genesi e dello sviluppo di un nuovo gruppo sociale che ha assunto dimensioni mondiali e che, secondo Standing, ha tutte le carte in regola per diventare una vera e propria classe globale, nonostante egli la consideri ancora una classe “in divenire”, poiché deve ancora prendere coscienza di se stessa.
Standing offre un’analisi molto dettagliata del processo di formazione di questo fenomeno, come lo definisce, evidenziandone le cause e individuando i gruppi sociali che ne sono più colpiti.
La prima domanda cui Standing cerca di rispondere è quindi: chi sono i precari?
Standing definisce il precariato come un fenomeno tutto nuovo, che ha certamente dei legami con il passato, ma che non ha nessun nesso né con la classe operaia né con il proletariato.
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La merce non perdona
Note semiserie sulla caduta di un altro nemico poco onorevole
Kris Kaudwell
E se il denaro è il vincolo che mi unisce alla vita umana, che unisce a me la società,
che mi collega con la natura e gli uomini, non è il denaro forse il vincolo di tutti i vincoli?
Non può esso sciogliere e stringere ogni vincolo?
E quindi non è forse anche il dissolvitore universale?
K. Marx
E' noto quanto la spesa militare finanziata a debito di Reagan fu determinante nel costringere l'URSS ad una corsa agli armamenti economicamente insostenibile, cosa che contò non poco nella successiva implosione del regime sovietico. Ma non contò poco neanche sull'ingigantirsi del debito pubblico Statunitense, che Clinton provò poi ad abbattere finendo in sostanza per convertirlo in debito privato. Il keynesismo militare Reaganiano e poi Bushiano divenne così col tempo sempre più un keynesismo "finanziario", fino alla sua arcinota crisi nel 2008. Crisi che ha ironicamente ritrasformato tutto in debito pubblico, per via dei vari salvataggi alle banche e delle relative socializzazioni delle perdite. Dietro la scintillante vittoria di un occidente apparentemente invincibile si nascondevano scheletri nell'armadio destinati a renderlo tremendamente fragile. Sappiamo infatti come è proseguita la storia: gli USA ora navigano a vista tra fiscal cliff, iniezioni di liquidità e rinnovati rischi inflazionistici, mentre la recessione globale seguita alla crisi finanziaria impone una generalizzata razionalizzazione del sistema economico, che centralizza capitali, taglia rami secchi, espropria padroncini. La stessa crisi dell'eurozona può essere interpretata come un momento di questo processo.Anche il Vaticano, di cui è noto il sostegno finanziario che all'epoca del Papa sciatore garantiva a Solidarnosc grazie al vecchio Calvi che girava i soldi di Cosa Nostra ripuliti tramite lo IOR (finché in Sicilia non se so un po' alterati..), ha la sua quota di scheletri e così di debolezze.
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Capitalism is dead
Notizia di oggi è che il papa si è «dimesso» perché non è più in grado di «governare la Chiesa» (parole del portavoce della Santa Sede). A quanto pare lo Spirito Santo si è sbagliato su Ratzinger, o comunque è stato impreciso. In tanti abbiamo pensato che, per fare un altro papa, stavolta non c’è scappato il morto.1
In qualità di “fastidiatori” da settimane preparavamo una puntata “maledetta” perché, per diverse circostanze sfortunate, lunedì scorso non ci è stato possibile andare in onda come di consueto. Dunque è dal 28 gennaio che avevamo in mente di parlare del rapporto tra fede e finanza, tra monoteismo e capitalismo, per via del fatto che gli scandali bancari e gli scandali religiosi sembrano andare di pari passo soprattutto in questo periodo e non solo in Italia. Per via di altre circostanze, neanche questo pomeriggio potremo andare in onda e certamente la notizia di oggi, epocale per numerosi aspetti, ci ha convinti della correttezza della via sulla quale ci eravamo incamminati, dovendo dunque aspettare lunedì prossimo per poter finalmente parlarne in radio. Abbiamo così deciso di pubblicare oggi, senza indugiare ulteriormente, ciò che era nostro progetto dire lunedì scorso e che certamente contiamo di ridiscutere in diretta il prossimo. Esattamente a cavallo tra il lunedì passato e quello futuro, questa notizia ha dunque aggiunto alle nostre riflessioni qualcosa di più che una conferma, piuttosto la possibilità di poter fare un annuncio: il capitalismo è morto. Il senso di questo annuncio dovrebbe venire alla luce senza troppa difficoltà alla fine della lettura.
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Mega: PrivacyDotCom
InfoFreeFlow
Che tu sia maledetta FBI! La chiusura di Megavideo è un atto di guerra contro un’intera generazione!»
NeetKidz – ZeroCalcare
Con buona pace di Samuel Huntington e dei suoi rapaci epigoni annidati tra i falchi di Washington nell’era Bush, l’unico vero scontro di civiltà consumatosi negli ultimi anni e fondato su valori culturali, è stato quello che ha opposto le grandi major di Hollywood e la generazione digitale dei NeetKidz, raccontata magistralmente dalle strisce di fumetti di ZeroCalcare.
Il raid condotto un anno fa dalle autorità federali statunitensi contro i server di MegaUpload si colloca sullo sfondo di una guerra per il controllo del mercato dell’informazione in corso da anni tra anarco-capitalismo digitale e vecchi conglomerati dell’entertainement. Allora, il sequestro di migliaia di gigabyte di dati – ancora oggi nelle mani del Dipartimento di Giustizia, nonostante si trattasse in larga parte di materiali non coperti da copyright e quindi perfettamente legittimi – mise in luce come di fatto gli utenti non siano soggetti cui è attribuito alcun profilo giuridico. La tutela dei loro diritti (anche quelli di proprietà dei beni immateriali) non è ancora materia affermata o condivisa da alcuna dottrina o regolamento internazionale.
Ed è probabilmente a partire da questa intuizione che Kim ‘Dotcom’ Schmitz ha intenzione di fondare il suo nuovo impero. Il core business della sua nuova creatura, ribattezzata semplicemente MEGA, è la privacy degli utenti. Oltre allo spazio messo a disposizione (50 gigabyte gratuiti per gli account free, fino a 2 terabyte per quelli premium) crittografia ed un senso di sicurezza sono l’oggetto dello scambio.
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L’ Uomo, la Rete e la minaccia cyber-utopista
di Daniele Florian
New Englander, 1858
Beppe Grillo su contattonews, 2012
Se c’è qualcosa in cui l’essere umano eccelle è il saper ripetere continuamente i propri errori. Negli ultimi tempi, tra il malcontento generale e una diffusa mancanza di aspettativa nei confronti dei movimenti, forse alimentata dalla comodità della poltrona, è emersa una fiducia smoderata nei confronti della Rete, Internet, considerata da tanti lo strumento con il quale e sul quale le masse possono finalmente organizzarsi per giungere ad un cambiamento sociale.
Nel 1993, il produttore televisivo Rupert Murdoch affermò che la TV satellitare rappresentava una forza incontrastabile per l’esportazione della democrazia nel Mondo, perchè oltrepassando i confini territoriali poteva fornire ad ogni popolo le informazioni necessarie per acquisire una consapevolezza globale tale da permettere l’abbattimento di ogni dittatura. Una previsione che già all’epoca risultava risibile, visto quanto già allora la televisione fosse veicolo di messaggi sessisti, razzisti e di propaganda, ed è proprio partendo da questo esempio che possiamo trarre le prime argomentazioni per smontare la visione web-utopistica.
La visione ottimistica della Rete è fondata sul presupposto che Internet sia uno strumento tecnologico esclusivamente in mano alle forze democratiche della società, dimenticando il ruolo che svolge, come d’altronde ogni tecnologia, nell’intensificazione del controllo sociale e per il mantenimento dello status-quo.
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La scuola è aperta a tutti
Pietro Cataldi
Le domande di un pastore
Nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, Leopardi affida alla voce di un pastore nomade le grandi domande sul senso della vita e dell’universo. Solo, sotto il cielo stellato, il pastore tenta di spiegare la condizione umana, il ripetersi dell’esistenza di generazione in generazione, il succedersi dei giorni e delle notti, il susseguirsi delle stagioni; cerca di capire il perché del dolore e di quell’inquietudine angosciosa definita dalle parole “tedio” e “fastidio”, un’inquietudine che è infine tutt’uno proprio con il bisogno di senso. La spiegazione è tentata dapprima guardando la vita dal punto di vista della luna, dall’alto, e poi guardandola invece dal punto di vista delle pecore, dal basso. Il punto di vista del pastore è per così dire impregiudicato, e spregiudicato: non ci sono un’ideologia, una religione, un sistema filosofico, una qualunque petizione di principio che impongano una direzione alla ricerca: l’importante è dare un significato alla condizione degli uomini e al rapporto che gli umani hanno con l’universo. Ebbene: Leopardi pone così, con un linguaggio semplice e diretto ma anche con la massima serietà e radicalità, le più grandi questioni filosofiche affrontate nei secoli da tutte le civiltà e tutte le culture.
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La fregatura elettronica
Scritto da Uriel Fanelli
Ci sono tante dicerie su come sarebbe possibile risolvere ogni problema del mondo, su internet. Una e' quella di non far pagare il "signoraggio", con un risparmio che oggi sarebbe per l' Italia qualcosa come 500 milioni di euro e che dovrebbe risolvere ogni cosa. L'altro e' l'introduzione della moneta elettronica, ovvero l'abolizione della cosiddetta massa M0.
L'idea di queste persone e' che si possa commettere un atto illegale e lucroso solo perche' essenzialmente nessuno controlla in tempo reale i movimenti economici. Se tali movimenti venissero controllati, o fossero anche solo teoricamente controllabili, allora l'evasione sarebbe un problema risolto.
Il modo col quale si rendono "controllabili" tali movimenti sarebbe , secondo queste persone, la moneta elettronica.
Intendiamoci: solo qualche anno fa la cosa sarebbe stata, in gran parte, verissima. Faccio un esempio stupidissimo: moltissime escort avevano iniziato ad usare un lettore di carte di credito portatile, prendendo una partita IVA come "lezioni di lingua" o "interprete", e rilasciando una ricevuta sonante con l'apposita dicitura.
Questo esempio mostra chiaramente i due punti deboli dell'assunzione.
Il primo e' che tracciare la transazione equivalga a tracciarne la natura.
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Dopo la fine della rappresentanza
Disobbedienza e processi di soggettivazione
Maurizio Lazzarato
Le forme collettive di mobilitazione politica contemporanea, che si tratti di sommosse urbane o di lotte sindacali, che siano pacifiche o violente, sono attraversate da una stessa problematica: il rifiuto della rappresentanza, la sperimentazione e l’invenzione di forme di organizzazione ed espressione in rottura con la tradizione politica moderna fondata sulla delega del potere a dei rappresentanti del popolo o delle classi. Il rifiuto di delegare la rappresentanza di ciò che è divisibile ai partiti e ai sindacati e la rappresentanza di ciò che è comune allo Stato, trova la sua origine in una nuova concezione dell’azione politica derivata dalla «rivoluzione» del ’68.
Le mobilitazioni che sorgono un po’ ovunque nel mondo affermano che all’interno della democrazia rappresentativa «non ci sono alternative» possibili.
Il rifiuto, la disobbedienza che abitano queste lotte cercano e sperimentano delle nuove azioni politiche all’interno della crisi. Ma di quale crisi si tratta e quali tipi di organizzazione politica si esprimono nella crisi?
In un seminario del 1984, Félix Guattari afferma che la crisi che l’Occidente attraversa dall’inizio degli anni Settanta, prima di essere una crisi economica, prima di essere una crisi politica, è una crisi di produzione di soggettività. Come intendere quest’affermazione?
Se il capitalismo «propone dei modelli (di soggettività) come l’industria automobilistica propone delle nuove serie» allora, la posta in gioco più grande di una politica capitalista risiede nell’articolazione di flussi economici, tecnologici e sociali con la produzione di soggettività, in modo tale che l’economia politica non sia altro che «economia soggettiva».
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Ricordare/Trasformare/Uscire da qui
di Elisabetta Teghil
L’esperienza passata condiziona quella futura, per questo è necessario conquistare una memoria autonoma e collettiva del movimento femminista.
La memoria è l’occasione per produrre nuove possibilità e dare un senso agli eventi presenti e futuri.
Il femminismo è nato dalla prassi consapevole di soggetti che intendevano liberarsi e la liberazione di noi tutte è il programma del passato, del presente e del futuro.
C’è stato un momento magico in cui le donne hanno pensato di potersi riappropriare del proprio corpo, della propria sessualità, della propria vita.
E’ durato un anno? qualche anno? un mese? qualche mese? per ognuna è stato un tempo diverso, ma è bastato per prendere su di sé una consapevolezza che è potenza, che è l’aver assunto la certezza che la liberazione può essere, che non è utopia, mito, sogno o follia, ma autonomia e autodeterminazione.
La conoscenza del nostro corpo, dai primissimi timidi tentativi, si è aperta poi a ventaglio, è stata la scoperta della fisicità, la gestione della salute, della sessualità, dei desideri, della mente fino ad una grande e positiva sensazione di onnipotenza, sensazione di poter finalmente decidere di sé e per sé.
Ma, anche, consapevolezza della costruzione sociale del nostro essere e del corpo, per cui esistevano tante immagini esterne della femminilità e del corpo stesso, quante erano e sono le classi e le frazioni di classe.
Quindi, compenetrazione di conoscenze di sé e di conoscenze del “fuori”.
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Il crack che viene dal mare
di Sergio Bologna
HSH Nordbank ha nel suo settore di business un po’ il valore simbolico che Lehman Brothers aveva nel settore dei derivati. Ci troviamo di fronte al ripetersi di un copione già conosciuto ma la grande differenza tra il 2008 ed oggi è che allora la paralisi aveva colpito il circuito immateriale e virtuale del denaro, oggi colpisce il circuito fisico delle merci, dunque potrebbe essere più spettacolare, più”visibile” e creare ostacoli alla globalizzazione più consistenti e duraturi. Come scrive un importante operatore su “Lloyd’s List”: “Questa sarà la peggiore crisi della navigazione di linea da quando, 40 anni fa, è iniziata l’epoca del container” ed aggiunge “gran parte della responsabilità ricade su quei governi che hanno concesso agevolazioni fiscali a chi investe nelle navi”.
Ma per capire le dinamiche interne di questa crisi è necessario capire il rapporto tra la nave come prodotto industriale e la nave come prodotto finanziario sullo sfondo del cosiddetto “gigantismo navale”, cioè della tendenza inarrestabile a costruire unità sempre più grandi.
Dopo la bolla immobiliare e dei mutui sub prime, la bolla dello shipping nel settore dei container. L’epicentro si è spostato da New York ad Amburgo
I fatti
17 febbraio 2012, il sito www.manager-magazin.de annuncia che il fondo chiuso d’investimento LF 16, di Amburgo, creato dalla casa di emissioni Lloyd Fond, ha dichiarato lo stato di Insolvenza[1].
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La differenza tra meritocrazia e merito
Choosy, marchesini e figli di...
di menici60d15
Il merito, qualunque genere di merito, non esiste altro che per convenzione. (…) Che merito ha la mosca di avere sei zampe là dove il ragno ne ha otto? Maffeo Pantaleoni, Erotemi, 1925.
Il metro di valutazione [nel settore primario e secondario], per l’operaio e per il contadino, è facile, quantitativo: se la fabbrica sforna tanti pezzi l’ora, se il podere rende. (…) Nei nostri mestieri [terziari] è diverso, non ci sono metri di valutazione quantitativa. (…) Come si può valutare un prete, un pubblicitario, un PRM? (….) No, non abbiamo altro metro se non la capacità di ciascuno di restare a galla, e di salire più su, insomma di diventare vescovo. In altre parole, a chi scelga una professione terziaria o quartaria occorrono doti di tipo politico. La politica, come tutti sanno, ha cessato da molto tempo di essere scienza del buon governo ed è diventata invece arte della conquista e della conservazione del potere. L. Bianciardi, La Vita Agra.
La trasformazione dell’Italia in un Paese “ordinato secondo i criteri del merito e della gerarchia” “per l’esclusivo bene del popolo”. Licio Gelli
Ci si dovrebbe guardare dal predicare ai giovani, come scopo della vita, il successo (…) Infatti un uomo che ha avuto successo è colui che molto riceve dai sui simili, incomparabilmente di più di quanto gli sarebbe dovuto per servigi da lui resi a costoro. Il valore di un uomo, tuttavia, si dovrebbe giudicare da ciò che egli dà e non da ciò che egli riceve. A. Einstein
Secondo il governo, i problemi del lavoro sono le pretese dei giovani, che si devono mettere in testa che la stabilità del lavoro è finita, che essere disoccupati è normale, che accettare qualsiasi condizione è doveroso. Per ribadire ciò, ai giovanotti è stato fatto osservare che sono sfigati (Martone), fermi al posto fisso (Cancellieri), choosy (Fornero), e ora viziatelli troppo abituati a cercare vie dorate sempre secondo il Ministro del Lavoro, delle Politiche Sociali e delle Pari Opportunità Elsa Fornero, che ha preso a cuore questa campagna di moralizzazione.
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Insospettate insorgenze
di Gianfranco Ferraro
“…Il citoyen ha continuato ad agire e ad ossequiare i rituali magici di delega del potere, pur senza più credere ad essi, ma solo perché ‘bisognava’ o perché ‘era difficile fare altrimenti’”. Un saggio di Gianfranco Ferraro: “Dalla comunità politica alla condotta in comune”.
“Se la politica è produzione di futuro” scriveva Mario Tronti nel 1998 “profezia e utopia sono due modi, diversi e opposti, di vedere il futuro”. “Vedere, è la parola giusta. In politica, oggi, non si vede più: si guarda, si osserva, si analizza, poi si agisce, si compete, si combatte, sempre e solo subalterni a ciò che è, si accetta ciò che fin qui è stato, si rinuncia a pensare ciò che può essere; sia l’al di qua che l’al di là del presente risulta cancellato, se mai c’è stata storia, adesso non c’è più” (La politica al tramonto, p. 166). Contropelo, la storia dei nostri giorni può essere letta alla luce di queste parole di Tronti: se è vero che la politica è produzione di futuro, essa sembra oggi cancellata. Nessuna parola pubblica è stata in grado di additare un futuro, a meno che per futuro non si sia inteso quel flebile calcolo di costi e benefici che il ragioniere di turno ha preso in esame al solo scopo di farlo quadrare. Né in politica è andato molto di moda, in venti anni, il “vedere”: che cosa “vedono”, cosa hanno visto le molte figure che, rivendicando proprio la tradizione del “vedere” in politica, hanno, dal 1998 fino ad ora, calcato la sua scena? Che cosa abbiamo visto “noi”? Ma cosa vede oggi chi guarda la politica senza essere cresciuto in alcuna “comunità”? Che cosa si ricorderà della sinistra storia, dolente senza dolore, di questi anni?
Forse il tramonto della politica, di cui Tronti parlava, è davvero finito. È notte, e quel tramontare lungo una generazione e mezza può essere visto come il tramonto epocale di una certa modalità di produzione del futuro: quella per secoli affidata alle comunità.
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L’amore vero al tempo di Twitter
Anna Stefi
Ma che direbbe Guy Débord dell’#amourdeuxpointzéro di tigella, un hashtag che raccoglie frasi come “tu ne me retweets plus comme au début de notre histoire” o “il nostro è stato amore al primo ‘visualizza il profilo’”? Che direbbe di questo amore che nasce dal profilo, di questo amore per il profilo?
Guy Débord è l’autore de La società dello spettacolo, un testo del 1967 scritto “con la precisa intenzione di nuocere alla società spettacolare”. Partendo dall’assunto che “lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra individui, mediato da immagini”, Débord aveva evidenziato con lungimiranza il fascino perverso della rappresentazione e si era scagliato contro il pullulare di realtà mediali corrotte e destinate a mascherare il reale delle cose, l’autentico, il “mondo al di sotto”, puro, da guardare con nostalgia.
Tigella è Claudia Vago ed è una protagonista di Twitter. Ha 18000 followers, “racconta storie che vede”; esperta di comunicazione e social network, svolge un ruolo non solo di reporter e produttrice di contenuti, ma anche di social media curator: vaglio delle fonti di informazioni, gestione delle liste, attenzione agli hashtag. Twitter è uno dei canali attraverso cui svolge il proprio lavoro: comunicazione puntuale, dialogo, confronto, e poi anche chiacchera e racconto di sé, divertimento con chi, in questa rete, da follower si è fatto amico.
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Errata corrige 2: Gioventù
di Sandro Moiso
“Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita”
(Paul Nizan, Aden Arabia, 1931)
Un’affermazione violenta, superba, categorica, vera: l’intellettuale francese l’aveva scritta nel suo libro più famoso, quattro anni prima di morire in guerra.
Anche oggi, quasi quotidianamente, l’immagine felice e gioiosa della gioventù, che il marketing televisivo e l’idea borghese del mondo vorrebbero trasmettere, è messa in crisi dalla realtà dei fatti economici, sociali e politici.
Non importa che Monti si sforzi di affermare, davanti alla platea della Bocconi, di essere dalla parte dei giovani e che tutte le scelte del suo governo sono state fatte per favorirli: bastano le parole della ministra Fornero e i dati sull’occupazione a smentirlo.
Non importa che la ministra Cancellieri si sforzi di incontrare gli studenti: sono le violenze poliziesche a smentirla. Non serve che il ministro Profumo dica di stare operando per un rafforzamento e miglioramento dell’istruzione: è lo stato delle scuole pubbliche italiane a smentirlo.
Le manifestazioni sempre più frequenti degli studenti e gli scontri con le forze del dis/ordine che ne conseguono bastano, poi, da sole a dimostrare che quella illusoria felicità giovanile non è più di casa né in Italia né nel resto d’Europa.
Il disagio giovanile oggi si manifesta principalmente attraverso le lotte in difesa del diritto all’istruzione, nel rifiuto dell’enorme debito pubblico accumulato, soprattutto, con gli interessi pagati sui titoli di stato e nella richiesta di un lavoro che, attualmente, semplicemente non c’è.
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Businnes Schools
di Elisabetta Teghil
(K.Marx-Il Capitale- III)
Come qualsiasi risorsa materiale e immateriale, la “risorsa umana” viene considerata una merce economica.
E’ una visione in cui tutto e tutte/i devono misurare la propria esistenza secondo l’unico valore importante a cui sottomettersi, il valore commerciale.
E’ la nascita e la diffusione della nozione di “capitale umano” che, declinato, significa la forza lavoro delle lavoratrici e dei lavoratori letta come l’insieme delle facoltà fisiche, intellettuali, relazionali che queste/i possono mettere in vendita sul mercato del lavoro.
Secondo questa vulgata, in tutti i momenti o aspetti della propria esistenza, ognuna/o dovrebbe considerarsi e agire come un potenziale centro di accumulazione di ricchezza alla stregua di un’impresa capitalista.
In quest’ambito, anche la scuola è entrata , a pieno titolo nel mercato.
Perché è catena di trasmissione dei valori dominanti.
Il compito principale che ora le viene assegnato è quello di formare le ”risorse umane” al servizio dell’impresa. La scuola è trattata come un mercato, il mercato dell’istruzione.
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