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L’esclusione ovunque

Una rivisitazione del paradigma foucaultiano

di Emilio Quadrelli

I borghesi hanno ottime ragioni per attribuire al lavoro una soprannaturale forza creativa, poiché proprio dalla natura condizionata del lavoro risulta che l’uomo, possessore soltanto della propria forza – lavoro, deve essere, in tutte le condizioni sociali e culturali, schiavo di altri uomini che si sono resi proprietari delle materiali condizioni di lavoro. (K. Marx, Critica al programma di Gotha)

Intorno al carcere, alla sua storia e funzione, sono state scritte intere biblioteche. È  immaginabile che il lettore di questo sito ne abbia una conoscenza abbastanza ampia. Diamo quindi per scontato gran parte di ciò che ci sta alle spalle e proviamo a tracciare alcune linee di ricerca e intervento a partire dal presente. Il carcere non è, come certa letteratura di genere (prendiamo su tutti i romanzi di Edward Bunker) ama mostrare, un mondo a sé con regole e retoriche diverse e distanti dai mondi sociali esterni bensì la sintesi, portata sino alle estreme conseguenze, del mondo che lo circonda. Il carcere è esattamente lo specchio, neppure troppo deformato, del mondo cosiddetto normale. Questo, chiaramente, non significa che tra dentro e fuori non esistano differenze ma, più realisticamente, che le regole e i modelli della prigione sono i medesimi della società circostante. Parlare del carcere, quindi, significa parlare dei modelli sociali nei quali siamo immessi. Ciò è vero sia per quanto riguarda la società ufficiale e legittima, ossia quella che utilizza e gestisce il carcere, sia per quanto riguarda la parte deputata a subirlo e ad abitarlo. Il carcere, non diversamente da qualunque altro ambito sociale, non può che essere l’effetto di una condizione storicamente determinata.

Credo che sia importante, per iniziare a comprendere il mondo della prigione di oggi, prendere sommariamente in esame il modo in cui è mutuata negli ultimi anni la “questione sicurezza”. Penso sia noto a tutti come, solo pochi anni addietro, le retoriche relative alla sicurezza insieme a tutte le autentiche ossessioni che si portavano appresso fossero una delle argomentazioni politiche di maggior rilievo.

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I predatori metropolitani

di Sandro Mezzadra

«Il capitalismo contro il diritto alla città», l'ultimo lavoro del geografo di origine inglese mette al centro la spinosa «questione urbana», rivisitata alla luce del funzionamento dei mercati finanziari internazionali

Il capitalismo contro il diritto alla città è il titolo scelto dalla casa editrice Ombre Corte per il piccolo libro di David Harvey da poco in libreria (pp. 106, 10 euro). È un libro, conviene dirlo subito, tanto piccolo quanto prezioso. Per chi non conosce il lavoro di Harvey, uno dei protagonisti indiscussi dei dibattiti marxisti internazionali, è un'ottima introduzione ai temi al centro della sua ricerca fin dall'inizio degli anni Settanta, qui rivisitati sullo sfondo della crisi contemporanea. Per chi è familiare con l'opera dell'autore inglese, da tempo trasferitosi negli Stati Uniti, la lettura dei tre capitoli che compongono il volume riserva qualche sorpresa - o meglio dischiude prospettive analitiche e politiche rimaste sotto traccia nel lavoro di Harvey degli ultimi anni (da La guerra perpetua a Breve storia del noeliberalismo, entrambi usciti in Italiano per Il Saggiatore, fino a L'enigma del capitale, pubblicato lo scorso anno da Feltrinelli).


Espropriazione urbana


Geografo di formazione, Harvey ha raccontato spesso come il momento decisivo nella sua radicalizzazione politica sia stato l'arrivo a Baltimora, nel 1969: «non avevo mai visto un tale livello di povertà», ha dichiarato ancora di recente in un'intervista con la rivista francese «Vacarme». Erano gli anni in cui, negli Stati Uniti, il dibattito pubblico era dominato dal tema della «crisi urbana», sullo sfondo delle grandi rivolte nei ghetti afro-americani.

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lavoro culturale

Scuola e istruzione beni comuni?

La scuola oltre il limite, ovvero insegnare fuori dal neoliberismo

Marco Ambra intervista Sandro Chignola

Sandro Chignola, filosofo veronese, studioso del pensiero di Michel Foucault e curatore di Governare la vita. Un seminario sui Corsi di Michel Foucault al Collège de France (1977-1979) (ombre corte, Verona 2006, pp. 154, 13 euro) ci aiuta a dissipare il rumore mediatico che avvolge in questi giorni la proposta di legge Profumo, attraverso un’analisi serrata del ruolo della scuola pubblica nella società italiana contemporanea e della funzione svolta dall’ideologia del merito nei progetti nei progetti di riorganizzazione dell’ultimo ventennio.

Marco Ambra: Partiamo proprio dai processi di riorganizzazione della scuola in corso dagli anni ’90. Lei li ha descritti nei termini di una ristrutturazione secondo l’ideologia del new public management: la graduale privatizzazione della scuola pubblica, l’implementazione di una tecnologia didattica delle competenze, il coinvolgimento di tutti gli share holders (genitori, studenti, funzionari pubblici, dirigenti) nella valutazione dell’attività didattica, anche attraverso strumenti di misurazione statistico-quantitativa (come le prove INVALSI). In che modo questi punti-guida dell’azione riorganizzatrice della scuola pubblica creano uno spazio nel quale può inserirsi quello che Foucault, nella Nascita della biopolitica, rileva come uno dei dispositivi più efficaci del neoliberismo: l’idea di un individuo imprenditore di sé, ontologicamente primo rispetto alla società nella quale agisce? In che senso questa riorganizzazione è sostenuta da un’episteme pedagogica espressione della didattica delle competenze?

Sandro Chignola:
Il fatto che io mi riferisca a Sicurezza, territorio e popolazione e alla Nascita della biopolitica per decostruire gli interventi di riforma che si sono abbattuti sulla scuola pubblica a partire dagli anni ’90 è qualcosa che in qualche modo Foucault stesso auspicava quando ribadisce, nelle interviste, di pensare alla propria opera come ad una cassetta degli attrezzi. L’opera foucaultiana non è una disciplina o un pensiero chiuso nella propria coerenza, quanto piuttosto una «freccia scagliata al cuore del presente» (Habermas), un repertorio di argomenti, mosse, analisi che potevano e possono essere proseguite.

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"Coscienza illusoria di sè"*

di Elisabetta Teghil

Uno dei nodi del nostro impegno come femministe è lo scardinamento dei ruoli.

Lottare solo contro l’ideologia, la mentalità, la cultura patriarcale senza mettere in discussione i meccanismi che la producono, è insufficiente se non fuorviante.

Non trasformando i rapporti di produzione capitalistici iscritti nei processi di lavoro, questi riproducono continuamente tutti i ruoli della divisione sociale capitalistica, tutti i ruoli degli apparati politici e ideologici patriarcali.

Disoccupazione, inquinamento, controllo, lavoro sempre più monotono ,noioso, sempre più disumano…….. qualsiasi condizione, situazione, fisica, mentale, affettiva….. trasformata in occasione di profitto, è qui il carattere propriamente tragico degli anni che viviamo.

Ma, questa condizione non si realizza a partire dall’automatismo in sé, non dipende dalle nostre possibilità o capacità, ma ha le radici dentro le condizioni sociali cioè nella natura della società e può essere dissolta soltanto dalla prassi consapevole di soggetti che intendono liberarsi.

Pertanto, la liberazione di noi tutte non è un programma per il futuro ma l’inventario del presente, l’insieme delle potenzialità incorporate nel sapere sociale.

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Studenti e debito

Appunti per una lotta dentro e contro l'Università

Collettivo Universitario Autonomo

'You load sixteen tons, what do you get?
Another day older and deeper in debt
Saint Peter don't you call me 'cause I can't go
I owe my soul to the company store'

(Sixteen Tons, Merle Travis)

equitalia cravattariQuesta vecchia canzone country, ripresa da Johnny Cash in una cover del 1987, ci parla di una vita dominata dal peso di un debito spietato, impossibile da ripagare anche col duro lavoro, tanto spietato da disegnare l'immagine di un purgatorio in terra, davanti al quale addirittura San Pietro è costretto a rimandare la chiamata in paradiso del nostro minatore. Probabilmente, all'epoca in cui fu scritta, il debito (privato, pubblico, familiare, studentesco, etc.) non era presente come lo è oggi nei dibattiti politici, nello spazio mediatico e nelle preoccupazioni quotidiane di molte persone. Questa canzone ci parla, tuttavia, di un particolare aspetto della questione, ovvero della radice comune dei concetti di debito e colpa, un rapporto che si è stratificato storicamente. Il debito rappresenta una colpa che deve essere espiata col sacrificio, la rinuncia ed il lavoro. Viviamo in una società nella quale il ricorso alle varie forme di debito è strutturale, addirittura essenziale, al funzionamento dell'attuale sistema economico. Ciò che qui ci interessa è porre il problema da uno specifico punto di vista: quello studentesco, dentro l'Università, dopo il ciclo di lotte No Gelmini. Questione che riteniamo debba essere affrontata in tutta la sua estensione, anche ripartendo dai limiti dentro i quali il movimento si è incagliato, pensando che il capitale vincerà sempre se non diventeremo più veloci della controparte nel comprendere i passaggi, le contraddizioni, i conflitti, per andare anticipatamente ad organizzarli, per farli esplodere.

Uno degli obiettivi della riforma Gelmini, sostanzialmente condivisa da tutta la partitocrazia nostrana, era il taglio pesante del finanziamento statale all'Università.

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Ascoltando Macao

Guido Viale

La cultura, oppressa da trent'anni di televisione, di marketing e di carrierismo craxiani e berlusconiani torna a prendersi la scena nel modo più impensato: prima con l'occupazione del teatro Valle di Roma e la presa di parola della generazione TQ (i trenta-quarantenni); ora con la forza aggregante di Macao a Milano e, tra le due, e intorno a loro, un'altra decina di occupazioni di cinema, teatri, locali in varie città d'Italia: per "fare cultura". Cultura e arte sono scienza del possibile: potenze che scardinano l'appiattimento sulle necessità imposte dai "fatti compiuti". Il conformismo dei passati decenni era un coperchio su una pentola in lenta ebollizione: una volta sollevato, le spinte sociali sono destinate a esplodere; analogamente a come quattro decenni fa la delegittimazione dell'ordine costituito prodotto dal movimento degli studenti aveva spalancato le porte all'offensiva operaia e sociale degli anni '70.

Nelle assemblee di queste nuove aggregazioni si discute (a volte in modo ingenuo e disordinato: ed è un loro pregio) soprattutto di partecipazione, di democrazia diretta, di regole e garanzie per assicurare a tutti la possibilità e il diritto di esprimersi e di portare il proprio contributo alla crescita di tutti; in modo del tutto simile a quello che ha tenuto occupati per giorni gli acampados spagnoli o i partecipanti di Occupy Wall Street e delle mille repliche che hanno investito gran parte delle città statunitensi; ma anche in tante altre sedi, come le riunioni della per ora ancora piccola Alba. La novità maggiore di questa nuova stagione sta proprio qui: cultura e democrazia, nel senso di partecipazione, coincidono. Non c'è cultura se non ha come suo humus la valorizzazione del contributo di conoscenze, di esperienze, ma anche e soprattutto di vissuto, di sentimenti e passioni, di tutti coloro che vogliono concorrere a un risultato condiviso; e viceversa, la democrazia non è e non può essere un mero insieme di regole - che pure vanno fissate e aggiornate in corso d'opera - ma è un regime di condivisione di saperi, sia specialistici che pratici, "mettendoci la faccia"; e mettendo in gioco i propri corpi, come la modalità delle occupazioni mette in evidenza.

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Il disincanto di Ippolita

...e lo sboom di Facebook a Wall Street

di Benedetto Vecchi

Alla fine Facebook è sbarcata a Wall Street. La prima giornata di vendita delle azioni hanno fatto affluire nelle casse del social network molti miliardi di dollari. Mark Zuckerberg, uno dei fondatori, è diventato un piccolo Paperon de Paperoni; lo stesso è accaduto ad alcuni investitori istituzionali e manager dell’impresa. La divisione della torta ha inoltre previsto piccole porzione anche per i fortunati dipendenti che erano stati premiati con delle stock option nei mesi scorsi. E ieri la Rete ha diffuso un video dove Mark Zuckerberg era attorniato da decine e decine dipendenti che sorridenti festeggiavano l’avvio delle vendita delle azioni. Un video che i compassati New York Times e The Guardian hanno paragonato alle rituali assemblee delle imprese coreane,giapponesi e cinesi, dove i lavoratori inneggiano al logo e ai padroni che li rendono merce. Immagine plastica di quella comunità dei produttori che uno studioso liberal come Richard Sennett prospetta per uscire dalla crisi. I due quotidiani, situati alle due sponde dell’Atlantico, hanno però sottolineato anche un’altra cosa: la prima giornata di Facebook a Wall Street non ha suscitato l’entusiasmo che accompagnò l’Ipo (Initial pubblic offering) di Google. Il giornale newyorkese ha anzi messo in rilevo che gli scambi a Wall Street non sono stati trascinati dall’effetto Facebook. I motivi di ciò sono tanti, ma ciò che emerge dalla lettura dei commenti in Rete sono i dubbi sulla fragilità di Facebook, una società ritenuta niente affatto dinamica e innovativa come invece le relazioni pubbliche del social network hanno sempre tentato di accreditare.

Ma al di là delle analisi che hanno accompagnato il quasi successo (o il quasi flop) di Facebook, il suo arrivo a Wall Street va valutato attentamente, perché è la prima volta che un’impresa che fa le sue fortune organizzando capitalisticamente la comunicazione informale tra i novecento milioni di utenti si candida a diventare un’impresa globale che fa leva su un circolo virtuoso tra finanza e sussunzione reale della cooperazione sociale.

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Da Lisbona a Kiev, sognando l'Alta velocità

Viaggio nell'Europa che aspetta la Tav

di Luca Rastello

Doveva, in teoria, unire l'oceano Atlantico con l'ultimo avamposto prima della Federazione Russa. Ma il grande progetto concepito negli anni '90, una linea ferroviaria che collegasse il Portogallo con l'Ucraina, oggi esce ridimensionato da crisi economica e contestazioni. Abbandonato il "Corridoio 5", il nuovo tracciato porta ora il nome di  "Corridoio mediterraneo", con un nuovo via dalla piccola Algeciras, in Andalusia, al posto della capitale lusitana, che ha dato forfait pochi mesi fa. Intanto anche l'Ucraina sembra sfilarsi, e l'ultima tappa certa potrebbe diventare la più piccola e semisconosciuta Miskolc

LISBONA - Santa Apollonia è la stazione principale. Due binari per convogli suburbani, un treno per Bilbao, una tettoia di ferro e vetro affumicato, aria dall'oceano e dal Tago. Lisbona se ne sta sospesa fra un passato nostalgico d'impero e un futuro internazionale che non verrà più, qualche vezzo liberty e il rimpianto per la promessa  -  tradita  -  di diventare la sorgente del mitico "Corridoio 5", l'asse Lisbona-Kiev che doveva unire l'Europa dall'Atlantico alle steppe con il miracolo delle grandi opere e dell'alta velocità e che invece perde le ali e anche pezzi del suo ventre e del suo cuore. Quinto pilastro di un sontuoso progetto di viabilità europea stabilito nelle conferenze di Creta e Helsinki a metà degli anni Novanta, oggi quel corridoio, spesso nominato (soprattutto a proposito di un suo piccolo tratto, quello tra Torino e Lione) ma mai percorso per intero, rimane sostanzialmente un mistero. Nella sua articolazione, nella sua utilità, nelle prospettive.

E il mistero comincia proprio dalla testa. Il 21 marzo scorso il governo portoghese ha annunciato l'abbandono di ogni progetto di alta velocità. Una decisione accolta con flemma: oplà, il Portogallo non c'è più. Del resto, lo vedremo, anche l'Ucraina non si sa bene dove sia andata a finire. Resta in piedi però il sogno di un'Europa unita da una rete di infrastrutture viarie, ma nella forma di una ragnatela di tratti a media percorrenza stesa su tutto il continente e chiamata "Ten-T". Quanto al Corridoio 5, ridimensionato, viene oggi ribattezzato Corridoio Mediterraneo.

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“Il sociale è il privato”

Elena De Marchi

Qui di seguito alcune riflessioni sull’ultimo libro di Elisabetta Teghil, Il sociale è il privato, Bordeaux, 2012

Come mai le lotte dei movimenti che si sono generati e diffusi negli anni Sessanta e Settanta, pur avendo ottenuto numerose vittorie e conquiste, non sono riuscite a cambiare qualitativamente in meglio la società e a scardinare il potere della grande borghesia capitalista, che invece negli ultimi vent’anni ha assunto un peso preponderante non solo nella sfera politica ed economica internazionale, ma anche per quello che concerne le scelte individuali e private? Nonostante le donne, gli omosessuali, le trans e qualunque “minoranza” siano stati per così dire accolti nei partiti politici, negli eserciti, nei ruoli chiave economici e in tutte le istituzioni, la società stessa non è infatti più accogliente e più giusta, anzi si assiste a un globale arretramento della qualità della vita, a un controllo sociale sempre più esteso, a una perdita dei diritti conquistati nei diversi ambiti, da quello lavorativo a quello della libertà individuale e dell’autodeterminazione.


Il femminismo, originariamente creativo e dialettico, come si pone di fronte ai cambiamenti in atto? Il fatto che abbia posto preminentemente l’accento sulla visione emancipatoria della donna lo ha in qualche modo reso complice dello stato attuale delle cose?

Elisabetta Teghil affronta tali tematiche in modo molto chiaro e senza esitazioni, in questo suo secondo libro, Il Sociale è il privato (Bordeaux, 2012), una raccolta di lettere inviate alla mailing list nazionale “Sommosse”, che esce a circa un anno di distanza dal suo primo volume, Ora e Qui.

Secondo l’autrice, nella nostra società, al tempo stesso capitalista e neo-liberista, in cui la socialdemocrazia si è fatta destra moderna, i ruoli sessuali, anche quelli definiti come nuovi e ibridanti (transessuali e transgender), il colore della pelle, le culture cosiddette “alternative”, nonché le rivendicazioni di qualsiasi tipo sono utilizzate al servizio della società capitalistica stessa, al fine di creare profitto, senza altresì rimuovere l’organizzazione sessista e classista.

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Occupy: risultati e prospettive

di Internationalist-Perspective

La fiammata globale di proteste di massa, che si è accumulata nel movimento Occupy Wall Street, è stata naturalmente accompagnata da una serie di attività e di analisi da parte della sinistra. Mentre è sicuramente impossibile dare una precisa formula che può spiegare il salto di coscienza che è il fondamento essenziale per un movimento spontaneo in quanto tale, non c'è dubbio che le proteste della primavera araba, gli Indignados e Occupy segnino un momento storico stupefacente. Infatti, per il carattere spontaneo, per il respiro della sua estensione globale, e per la sua velocità temporale, è il primo di questo tipo. 

Sembrerebbe che il purgatorio neo-liberale degli ultimi trenta anni stia volgendo al termine, l'ideologia predominante del capitalismo mostra segni di collasso. Rispondendo a una crisi sempre più profonda e devastante, le proteste hanno messo in luce i contorni generali di stati di polizia emergenti in tutto il mondo, nonché un potenziale di resistenza che si poteva solo sognare fino a poco tempo fa. L'analisi definitiva è ovviamente impossibile, mentre il movimento è in svolgimento, non solo per la comparsa di nuove forme di lotta ma anche a causa del carattere eterogeneo e decentrato delle proteste. Tuttavia, è essenziale per tentare una analisi, non al fine di strumentalizzare il movimento come è il modus operandi dell’avanguardismo di sinistra, ma piuttosto per contribuire a dare forma a un nuovo immaginario sociale come partecipanti alle lotte, per spingere verso una riconfigurazione rivoluzionaria dei rapporti umani e per perturbare la dialettica inevitabile di recupero da parte del capitale.

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Parole al vento

di Vittorio Giacopini

Una Weimar dello spirito o il Circo Oklahoma

Si scrive ma è come spedire una lettera senza destinatari né indirizzo. Messaggi nella bottiglia, parole al vento. Tra l’atto del pensiero, il lavoro di scrittura, e il (minuscolo) pubblico destinato ad accogliere queste deliberatamente provvisorie ruminazioni, lo scarto potrebbe rivelarsi incolmabile. È comico, volendo, anzi ridicolo. È vero, il tempo non sta mai fermo, però oggi l’accelerare delle situazioni rende abbastanza improbabili profezie, mediocri congetture, divinazioni.

Già l’articolo di quotidiano esce invecchiato, figurarsi le parole per un mensile. Il termine crisi (generico quanti altri mai però efficace) compendia questo modo nuovo di stare dentro il tempo, o di subirlo. Il paesaggio che ci circonda muta alla velocità della luce (o dei neutrini) e l’effetto più impressionante è questa sensazione di intensa, vorticosa, entropica inflazione degli eventi. Una settimana, un giorno, pochi mesi, e il mondo sembra mutare, totalmente. Basta un esempio. Tra i primi di agosto 2011 e il 15 del mese, Ferragosto – neanche quindici giorni – s’è svelato uno scenario del tutto inedito (la “crisi”, appunto, qualsiasi cosa essa sia, naturalmente) che ancora oggi insiste a mutare e muta ancora, (“difficile dire che sia finita” dice oggi Mario Draghi, fine febbraio: quantomeno un’osservazione di buonsenso). Inflazione degli eventi, estrema caducità della parola: si diventa obsoleti in un baleno e sembra davvero di vivere in una specie di Weimar dello spirito (o al famoso Circo Oklahoma di Franz Kafka). Ci si arma di tesi, concetti, diagnosi, criteri per dare un senso al presente e provare ad afferrarlo, fugacemente, ma nel breve arco di un giorno quel piccolo patrimonio intellettuale diventa subito inutile, superato, e serve sempre di più, altro e altro ancora. Senza che uno se ne sia accorto, l’abbia visto, la crisi potrebbe essersi fatta nuova forma di vita quotidiana, terra incognita. Siamo alla rincorsa dell’ombra di noi stessi, di un domani che ci anticipa e ossessiona, e ci spaventa. Intanto saltano tempi, criteri, modelli, parametri.

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La nuova rivoluzione urbana

Max Rivlin-Nader intervista David Harvey

Lunga intervista a David Harvey sui temi del suo ultimo libro Città Ribelli, di prossima pubblicazione in Italia. Dalla Comune di Parigi a Occupy Wall Street. Salon, 29 aprile 2012

Dalla Parigi del 1871 alla Praga del 1968 al Cairo nel 2011, per finire con le vie di New York, le città sono da lungo tempo il terreno di coltura dei movimenti radicali. Nel corso del tempo le proteste urbane nascono da una infinità di spunti diversi, dalla disoccupazione alla fame, alla privatizzazione alla corruzione. Ma c’entra forse anche la stessa geografia delle città? Una questione particolarmente accesa questa settimana, mentre il movimento Occupy si prepara a una serie di grandi manifestazioni in tante città del paese per il Primo Maggio.

Il geografo e sociologo David Harvey, professore di antropologia al Graduate Center della City University di New York, uno dei venti studiosi in campo umanistico più citati di tutti i tempi, ha passato un’intera vita a studiare il modo in cui si organizzano le città, e poi cosa vi accade. Il suo nuovo libro Rebel Cities: From the Right to the City to the Urban Revolution, esamina in profondità gli effetti delle politiche finanziarie liberiste sulla vita urbana, il paralizzante debito dei ceti medi e a basso reddito d’America, la devastazione dello spazio pubblico per tutti i cittadini operata da uno sviluppo sfuggito al controllo.

A partire dalla domanda: Come organizziamo una città? Harvey esplora l’attuale crisi del credito e le sue radici nella crescita urbana, e come questo processo abbia di fatto reso praticamente impossibile qualunque azione politica nelle città per gli ultimi vent’anni. Harvey si propone come esponente di punta del movimento per il “diritto alla città”, l’idea secondo la quale il cittadino deve poter intervenire sui modi in cui le città crescono e sono strutturate. A partire dalla Comune di Parigi del 1871, quando la cittadinanza rovesciò l’aristocrazia prendendo il potere, Harvey ricostruisce i modi in cui le città si sono riorganizzate, e come potrebbero farlo, per diventare più inclusive e giuste.

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Piccolo saggio sulla diserzione

Written by Paolo Mossetti

Quando non può lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l'andatura di cappa che lo fa andare alla deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di tela. La fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare barca ed equipaggio. E in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all'orizzonte delle acque tornate calme. Rive sconosciute che saranno per sempre ignorate da coloro che hanno l'illusoria fortuna di poter seguire la rotta dei carghi e delle petroliere, la rotta senza imprevisti imposta dalle compagnie di navigazione. Forse conoscete quella barca che si chiama desiderio.
Henri Laborit,
Elogio della Fuga, 1976.
“W la Resistenza”
(La resistenza è un congegno elettrico)
Collettivo Eveline, Milano, 2006.

C’è stato un momento, nella cultura italiana, in cui i temi dell’esilio e della fuga vennero esplorati in forme generose e originali. C’era il cinema di Gabriele Salvatores, «dedicato a tutti quelli che stanno scappando», e quello di Mario Martone, con i suoi sconfitti dalla vita; le musiche di 99 Posse, Almamegretta, Bisca, Daniele Sepe che esaltavano i valori delle radici e dell’antifascismo militante, ma ancor di più suggerivano una diserzione dal treno progressista; poi la letteratura nomade di Pino Cacucci, i fumetti di Sergio Bonelli, e in generale nelle arti si sentiva ancora l’influenza di Hugo Pratt, di Carmelo Bene, di Jodorowski. Quelle voci ci raccontavano, in modi assai diversi tra loro, di una generazione non ancora pronta a sentirsi adulta e borghese, di amicizie virili, di disgusto per la società del “reflusso”, di codardia persino. Lo facevano con linguaggi a volte ingenui, ma senza mai mancare di un certo gusto per l’avventura e della voglia di contaminarsi, di creare collaborazioni, intrecci inaspettati.

Ora tutto questo sembra un romantico ricordo. Gli anni che vanno dal G8 di Genova alla crisi finanziaria del 2008 hanno visto rinascita di mitologie che credevamo estinte per sempre: il Patriottismo di «sinistra», il Tricolore, il feticismo della Costituzione, la Legge e l’Ordine.

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Hacking netculture e sabotaggio

di Arturo di Corinto

Autorevolezza contro autorità, competenza contro gerarchie, libertà contro controllo

All’inizio c’era l’attivismo.

Diverso dalla militanza nei partiti e nelle associazioni, l’activism è l’azione diretta dei movimenti di base per denunciare un torto, contestare una scelta politica e dare voce alla protesta sociale su questioni specifiche. Poi è venuto l’hack-tivism, l’attivismo al computer, l’azione diretta in rete con tecniche da hacker, e dopo ancora il media-attivismo, l’uso consapevole e critico di telecamere, televisioni di strada e web-tv autogestite. Oggi va di moda l’attivismo 2.0: giovani e meno giovani hanno abbracciato i social media (il web 2.0) per promuovere campagne sociali e fare attivismo oltre le forme tradizionali degli scioperi, delle occupazioni, dei boicottaggi, dei cortei e delle petizioni virtuali.

Questa nuova forma di attivismo che si esprime nel “Mi piace” di Facebook, nel commentare un video su Yutube o “retwittare” un post di 140 caratteri, pretende di contribuire a una singola causa con un piccolo atto pratico, un semplice click, ma spesso si risolve nel suo peggiore estremo, il clicktivism. Puoi twittare una causa e votarla su Facebook senza coinvolgerti in nessuna azione diretta o sentire che sei importante per il suo successo. Quel gesto ripetuto si trasforma allora in slacktivism, l’attivismo fannullone che non si interessa di come è andata a finire. Magari un piccolo click ci porta a impegnarci in una cosa successiva, ma la maggior parte delle cause richiede più di un semplice click. Soprattutto, se questi click non producono azione e cambiamento, c’è il rischio di diventare cinici e smettere di crederci. Perciò anche se qualcuno usa i social media come parte della propria strategia di cambiamento non vuol dire che li stia usando strategicamente. Ci sono tanti modi di perdere tempo in campagne che non cambiano niente. E non dipende dal fatto che gli strumenti sono inefficaci, ma dal fatto che vengono usati male. Un solo click non basta.

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Scappare dalle riserve

di Elisabetta Teghil

“Tra poco sarà troppo tardi per conoscere la mia cultura, poiché l’integrazione ci sovrasta
e presto non avremo valori se non i vostri. Già molti fra i nostri giovani hanno dimenticato
le antiche usanze, anche perché sono stati presi in giro con disprezzo e ironia e indotti
a vergognarsi dei loro modi indiani.” (Il mio spirito si innalza - Capo indiano Dan George)

 La rappresentazione dell'"Altro" da sempre è utilizzata per la costruzione di un nemico che permetta la mobilitazione dei cittadini/e per dimenticare crisi e ingiustizie. Una valvola di sfogo.

 

Nelle correlazioni tradizionali c'erano queste classiche equazioni: comunismo-dittatura, lotta armata-terrorismo, autonomia-violenza, lesbiche-immorali, omosessuali-corruttori, anarchici-senza dio, femministe-rovina famiglie.... Alcune di queste sono venute meno, qualcuna è rimasta e molte altre si sono aggiunte: poveri-delinquenti, disoccupati-falliti, lavoratori pubblici-fannulloni, operai-scansafatiche, insegnanti-rubastipendio, pensionati- parassiti, politica-sporca, partiti-corruzione, collettivi e centri sociali-covi di estremisti e terroristi, resistenti della val di Susa-irragionevoli e violenti, solidali contro i Cie-fomentatori di rivolte..... Queste correlazioni, una volta costituivano l'armamentario dell'estrema destra, oggi attraversano l'insieme dei discorsi mediatici dell'intero arco partitico.

Ma chi le porta avanti con ricchezza di argomentazioni , utilizzando un lessico formalmente di sinistra e politicamente corretto sono i partiti e le organizzazioni socialdemocratiche, da quando, votandosi ai valori neoliberisti, si sono trasformate in destra moderna.

Uno dei temi più ricorrenti in cui si esercita il dualismo "noi e gli altri" è quello riferito agli immigrati.

Immigrato-disoccupato, immigrato-rubalavoro, immigrato-rubacasa, immigrato-sfruttatore del servizio sanitario e sociale, immigrata dell'est-rubamarito, immigrate-prostitute, immigrato-che qui pretende quello che a casa sua non oserebbe mai chiedere, immigrato-coniglio che si moltiplica a dismisura, immigrato-spacciatore, immigrato-stupratore....

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Il medioevo della fiction

di Pierluigi Sullo

Credo che abbiamo un problema. Noi chi? Quelli che in vario modo e in varie epoche hanno partecipato a tentativi di cambiare questo paese. Ma in generale, direi, qualunque cittadino. Il problema è stato enunciato da Goffredo Fofi in una recensione a “Romanzo di una strage”, il film di Marco Tullio Giordana su Piazza Fontana: “Ci si chiede dunque come mai il cinema e la televisione italiani non siano in grado di proporre altro che panettoni da povero pamphlet giornalistico, al posto di un buon cinema”. Vale per il film su Piazza Fontana ma vale anche per il film che si occupa di un altro strappo nella storia di questo paese, “Diaz”.

Uno esce dalla visione di “Romanzo di una strage” stralunato: se ha l’età per aver vissuto in quegli anni, si chiede che ne è stato dell’immenso lavoro di denuncia, inchiesta, documentazione che – al di là del nulla cui è precipitata la magistratura, come si è ripetuto puntualmente qualche giorno fa per la strage di piazza della Loggia, Brescia ’74 – ha fornito una conclusione inoppugnabile sulle responsabilità politiche del 12 dicembre. Se invece non ha quell’età, lo spettatore avrà ottenuto informazioni degne di un buon depistaggio.

Valerio Mastandrea è bravissimo, nel ruolo del commissario Calabresi, come Pierfrancesco Favino in quello di Pinelli. Il fatto che è il Calabresi e il Pinelli del film non c’entrano niente con il commissario che inseguì la “pista anarchica” e con l’anarchico che precipitò da una finestra mentre veniva interrogato dal commissario. Ha scritto Corrado Stajano, da cronista che quella sera era nella questura di Milano: “Il commissario Luigi Calabresi è nel film il vero protagonista; un eroe, è stato detto, l’uomo che aveva capito la verità. Nel 1972 sarà la vittima innocente dello spirito di violenza, ma quella notte in questura, davanti a cinque giornalisti, il suo comportamento non fu diverso da quello dei suoi superiori”.

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Diaz

di Sandro Moiso

Diaz. Armando Diaz.

E’ il nome di colui che fu definito Duca della Vittoria alla fine della Prima Guerra Mondiale, dopo aver sostituito Raffaele Cadorna nella carica di capo di stato maggiore dell’esercito italiano.

Diaz, gran bel pezzo di macellaio che, negli anni seguenti, consigliò di non intervenire militarmente nei confronti della marcia su Roma, entrò a far parte del primo governo fascista sotto esplicito invito del re Vittorio Emanuele III ed assunse, infine, la carica di Ministro della difesa di quel governo, approvando la costituzione della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale sottoposta direttamente al comando di Mussolini.

Diaz. E’ il nome di una scuola dove, nella notte tra il 21 e il 22 luglio 2001, si è consumato uno dei più gravi atti di violenza barbarica e poliziesca nei confronti dei movimenti che si oppongono allo sfruttamento capitalistico delle risorse umane e ambientali del pianeta.
E’ un nome adeguato per ricordare le gesta dell’incredibile macchina repressiva fascista messa in atto per stroncare un movimento internazionale di lotta e solidarietà che si era sviluppato dall’opposizione al G7 di Seattle in avanti e, forse, anche prima.

Armando Diaz, classe 1861. Un nome e una data per ricordare uno stato di cui si è recentemente celebrato, in pompa magna e molta retorica, il centocinquantesimo anno dalla nascita.
Avvenuta nel sangue e nella merda in cui è stato soffocato qualsiasi movimento di reale rinnovamento che ne abbia accompagnato la storia e di cui la notte della Diaz non è che uno dei tanti tasselli.

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furia dei cervelli

Che cos'è il Quinto Stato?

Roberto Ciccarelli

1. Il Quinto Stato è l’universale condizione di apolidia in patria in cui vivono almeno 7 milioni italiani a cui non sono riconosciuti i diritti sociali fondamentali. Nella stessa condizione vivono almeno 5 milioni di cittadini stranieri che non possiedono tali diritti, e subiscono l’esclusione dai diritti di cittadinanza a causa della loro extra-territorialità in uno Stato.

Questa definizione è ricavata dalle statistiche ufficiali (dati Istat 2010) e presuppone l’avvenuta separazione tra la cittadinanza e lo status tipico di un’appartenenza professionale, un’identità di classe, l’origine statuale del vivente, oltre che il suo rapporto con una comunità politica. Di questa scissione è possibile, ormai, fornire un ampio ventaglio di esempi, sempre e comunque parziali: innanzitutto il precario e l’atipico, detto anche parasubordinato, se vogliamo restare sul piano che descrive la condizione del Quinto Stato alla luce della posizione contrattuale del soggetto che lavora (o che non lavora).

Nelle cronache quotidiane, oltre che nei solidi convincimenti antropologici della sinistra, di qualsiasi tipo e ispirazione culturale, concentrata sul linguaggio e la cultura del sindacalismo prevalente (ormai l’unico discorso “di sinistra” riconoscibile ed accettato), la condizione dell’apolidia generalizzata e universale viene misurata in base alla posizione del soggetto, di qualsiasi soggetto italiano o straniero, rispetto al possesso di un contratto di lavoro. Ne deriva l’idea di una cittadinanza fondata sulla misura giuridica che prescinde dal lavoro svolto dal soggetto che detiene un contratto.

L’aberrazione di questa visione è il prodotto di una sanzione originaria: è cittadino solo chi possiede un contratto di lavoro, non importa quale lavoro sappia fare e, soprattutto, non importa la natura del lavoro in questione. Tale visione è, inoltre, il risultato di una confusione tra la condizione e il condizionato, cioè tra la vita del soggetto e la sua identità giuridica, peraltro ridotta ad uno status professionale fondato su un banale rovesciamento: quello tra una presunta condizione universale - è cittadino solo chi vanta un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, e comunque contrattualizzato - e un reale formalismo giuridico: è cittadino solo chi esercita un’attività regolata dalla rappresentanza sindacale, il contratto nazionale di lavoro, all’interno dell’impresa (quella della manifattura otto-novecentesca, ma non solo) oppure nella pubblica amministrazione.

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Violenza/non-violenza

di Elisabetta Teghil

E' in atto una semplificazione, voluta e fuorviante, dei termini violenza e non-violenza che sono diventati meta-concetti, privi di specificazione e collocazione.

Ai fini di queste note conviene dare una definizione stretta  di violenza.

Si intende per violenza l'atto o l'insieme di atti con cui un soggetto privato, sociale, istituzionale interviene nella possibilità di un altro soggetto, anche questo privato, sociale, politico, impedendogli un comportamento spontaneamente realizzabile ed imponendogli un ruolo ed una collocazione.

Dalla definizione di violenza nasce la correlazione tra la stessa e la forza che permette alla prima di realizzarsi.

 
In questa società la legittimità dei mezzi garantisce la giustezza dei fini.

La legalità è legittimità riconosciuta, la violenza legale è, pertanto, l'unica violenza legittima.


La violenza legale, oggi, è così diffusa e permea la società così tanto che non si può ricorrere ad un’ analisi che la legga  come un'inevitabile anomalia che appare ogni tanto in un corpo socialmente sano.

Questa violenza, così generalizzata, così insistente, ci parla del male che affligge la nostra società. Così il discorso sulla violenza finisce col mostrare la verità dell'attuale condizione umana, il vero volto di una società che produce oppressi/e e ingiustizie.

La violenza è, sì, frutto delle lacerazioni che rendono insopportabile la vita quotidiana da parte di milioni di oppressi/e di fronte alla ricchezza spropositata e separata delle cose, è ,sì, figlia del divario tra la miseria soggettiva e la ricchezza oggettiva, ma nasce  dalla volontà di una minoranza di perpetuare questo stato di cose.

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Eserciti nelle strade*

Alcune questioni intorno al rapporto NATO "Urban operation in the year 2020

A cura di «Nonostante Milano»**

Nelle pieghe oscure del tempo forse non c’è nulla se non il tocco muto
delle nostre dita. E le nostre azioni. (John Berger)

Elementi d’algebra: la discarica dell’eccedenza

Per la prima volta nella storia, la maggioranza della popolazione mondiale vive in città [1]. E grandi quote di questa popolazione urbana conoscono condizioni d’assoluta povertà. Il concentramento di queste sterminate masse umane entro spazi sempre più ristretti, al fine di controllarle e sfruttarle meglio [2], ha generalizzato le baraccopoli su tutti i continenti, nessuno escluso, dando luogo a quello ch’è stato definito il “pianeta degli slum”. Secondo il rapporto dell’ONU The Challenge of Slums. Global Report on Human Settlements (2003), attualmente vivono negli slum quasi un miliardo di persone (una ogni sei, se si considera l’intera popolazione mondiale, ovvero un abitante di città su tre) e si ritiene che questo numero possa raddoppiare entro il 2030, talché nello stesso rapporto si parla di una crescente “urbanization of poverty”.

La Banca Mondiale, alla fine degli anni Novanta, aveva già messo a fuoco le conseguenze di questo processo: “La povertà urbana diventerà il problema principale e politicamente più esplosivo del prossimo secolo” [3]. La ricetta è però sempre la stessa: Praful Paten, rappresentante della Banca Mondiale al World Urban Forum organizzato da UN-Habitat (agenzia dell’ONU) a Barcellona nel 2004, in quella sede ha sostenuto che commercio internazionale e globalizzazione “nella maggior parte dei casi funzionano”.

Non è possibile fare qui un’esposizione dettagliata dell’urbanesimo planetario e dell’immiserimento nell’epoca della catastrofe capitalista; ci limiteremo quindi a una veloce carrellata.

Secondo UN-Habitat, le più alte percentuali (sopra il 90%) di abitanti negli slum si trovano in Etiopia, Ciad, Afghanistan e Nepal. “Bombay, con dieci o dodici milioni di occupanti abusivi e abitanti di casamenti, è la capitale globale dello slum, seguita da Città del Messico e Dhaka (tra i nove e i dieci milioni ciascuna), e poi Lagos, Il Cairo, Karachi, Kinshasa-Brazzaville, São Paulo, Shanghai e Delhi (tra i sei e gli otto milioni ciascuna)” [4]. Complessivamente, dall’inizio degli anni Settanta, nel Sud del mondo gli slum hanno avuto una crescita superiore all’urbanizzazione in quanto tale.

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L'avanzata del free software

"Non rinunciate al controllo"

Giulia Berardelli intervista Stefano Zacchiroli

Parla Stefano Zacchiroli, direttore del noto progetto Debian per un sistema operativo libero. L'appello ai più giovani: "Siate vigili su ciò che organizza la vostra vita". La ricetta per il cambiamento: alfabetizzazione informatica e spirito critico

QUANDO ha iniziato a "smanettare" con l'open source, Stefano Zacchiroli era poco più di un ragazzino. A quei tempi, studente di Informatica all'Università di Bologna, non avrebbe mai immaginato che nell'arco di una decina d'anni sarebbe diventato il leader di Debian, uno dei più importanti progetti per la distribuzione del software libero. Un'istituzione, per chi conosce almeno i fondamentali dell'universo open source. Oggi Zacchiroli vive a Parigi, dove oltre a dirigere la vivacissima comunità di programmatori insegna Informatica all'Università Paris Diderot. Repubblica.it lo ha raggiunto per farsi raccontare il presente del software libero e provare a immaginarne il futuro. Un futuro in cui  -  avverte Zacchiroli  -  gli utenti dovranno sviluppare un maggiore senso critico, se non vogliono correre il rischio di rinunciare ogni giorno a un po' della loro libertà.


Partiamo proprio da qui. In che senso un software può incidere sul nostro grado di libertà?

"Un software è libero quando l'utente ne ha il controllo totale. Che questo software giri su computer, tablet, telefono o televisione, poco importa. Libertà vuol dire poter usare il software senza limitazioni di scopi, poterlo copiare e soprattutto poter guardare come è stato fatto, ossia vederne il codice sorgente, e modificarlo. Ciascun programmatore sa decifrare il codice sorgente, mentre se ha solo il codice binario non può fare granché. Avere a disposizione il codice sorgente significa poter modificare il software e ridare al mondo, come un atto di collaborazione, le nuove modifiche".

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"Star sui coglioni a tutti"

Appunti per un discorso in difesa della scuola

di Girolamo De Michele*

1. Nel maggio 1967, quando viene pubblicata la Lettera a una professoressa, quasi due terzi degli italiani – il 63%, per l'esattezza – non sono in grado di riassumere un articolo di giornale dopo averlo letto, e più della metà – il 52% – è incapace di applicare nella realtà quotidiana le nozioni di base della matematica. La capacità di comprendere un testo complesso – un romanzo, un articolo di approfondimento corredato da tabelle e cifre – era limitata all'1.9% della popolazione, compresa quella scolarizzata. Mi sembra un quadro eloquente di cos'era l'analfabetismo ai tempi di quella scuola pre-sessantottarda tanto citata, come esempio positivo, da chi si riempie la bocca di stronzate.

Nei 30 anni che sono seguiti al fatale 1968, la percentuale di analfabeti di ritorno è scesa a poco più del 20% degli scolarizzati, e quella di cittadini attivi, dotati degli indispensabili strumenti per comprendere il mondo ed essere attivi nell'esercizio dei diritti, è salita al di sopra del 10%. Lo ricordo a chi si riempie la bocca con il mantra degli insegnanti che non vogliono farsi valutare: sono questi dati il vero test di valutazione della scuola. E ricordo che stiamo parlando non di risultati rilevati all'uscita dalla scuola, ma di competenze e capacità che si sedimentano nella società attraverso gli anni. Questa è la colpa della scuola italiana: aver combattuto la battaglia di don Milani contro una scuola di classe, cinghia di trasmissione e di assoggettamento del potere e del sapere dominanti. Quando la scuola italiana ha cominciato a scalfire questo dispositivo, sono iniziati gli attacchi alla scuola pubblica.


2.
Il neo-sottosegretario all'Istruzione Rossi Doria ha rilasciato inequivoche dichiarazioni sui test INVALSI. La più sconcertante è quella del consenso: appena il 5% delle scuola si sono dichiarate contrarie ai test di valutazione. Forse il sottosegretario Rossi Doria ignora che quel 5% è la percentuale delle scuole che sono riuscite, nonostante tutto, a esprimersi sui test di valutazione: perché alla quasi totalità degli insegnanti è stata impedita la libera espressione sul proprio luogo di lavoro, sancita dall'articolo 1 dello Statuto dei Lavoratori.

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L’Anti-Edipo: la privatizzazione delle donne e la democrazia

Ogni volta che in questo paese il livello della conflittualità sociale cresce, fino a limiti che le istituzioni ritengono ingovernabili, non più incanalabili secondo un’ortopedia social-democratica del dissenso, la “questione femminile” viene strumentalmente agitata come una bandiera. Si tirano fuori da un cassetto chiuso a chiave “le donne”, si dà una sommaria spolverata alla categoria e improvvisamente  ci si ricorda di loro,  tentando di piegarle a svariati usi.

Come testa di turco per far cadere i governi ad esempio: la recente esperienza di Se Non Ora Quando è un caso eclatante e deprimente della strumentalizzazione di questioni che il femminismo radicale ha sempre preso sul serio ( la mercificazione dei corpi e della loro immagine, per esempio), volgarizzate e distorte, infine trasformate in un bolo inoffensivo e più digeribile per un’opinione pubblica ormai consumata dal  suo quotidiano consumare i media.  Istanze ormai rese irriconoscibili e prive di alcun riferimento pratico e teorico al  femminismo radicale. Non a caso spuntava, nei cortei orchestrati da donne  embedded della buona borghesia illuminata (giornaliste, intellettuali, scrittrici, registe, attrici e cantanti), l’odiosa distinzione, da sempre bersaglio delle femministe, tra donne per bene e donne per male, puttane – le presunte odalische del Gran Sultano di Arcore – e sante del XXI secolo (le lavoriste indefesse che si sono “fatte da sole”). Può esserci un tradimento più grande e imperdonabile delle istanze femministe? No.

O meglio, ce n’è uno che del primo è l’altra faccia, il risvolto, l’ombra complementare. Entrambi si fondano sul medesimo presupposto: strumentalizzare, incanalare il dissenso e la conflittualità secondo forme neutrali e di fatto inoffensive. Anche a costo di compiere, sempre e di nuovo, un altro tradimento, storico, culturale, sociale. E qui arriviamo all’articolo di Sapegno sulle “donne della ValSusa” tradite…già, ma tradite da chi?

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La sindrome di Madame Bovary

di Elisabetta Teghil

Il neoliberismo, sia pure attraverso un’operazione di lobotomia, ha guarito la piccola e media borghesia dalla sindrome di Madame Bovary che consisteva, data la loro posizione intermedia nella piramide sociale, nell’essere più sensibili alla distanza che li separava dalle posizioni superiori e ai vantaggi connaturati con la posizione occupata, che ad una qualche forma di solidarietà con chi occupava posizioni inferiori nella scala sociale.

Impresa che sembrava difficile perché andava messo in discussione tutto quello che la piccola e media borghesia aveva interiorizzato nel più profondo.

A conferma che il mutamento del modello produttivo si riverbera fortemente sui valori personali e sociali.

La piccola e media borghesia sono sotto attacco. Perdono posizioni di rendita che pensavano immutabili sia dal punto di vista economico che della considerazione sociale.

Il risveglio è stato brusco. Coltivavano con tenacia il sogno della loro ascesa sociale a dispetto delle ingiustizie di questa società di cui, pure, erano consapevoli.

Piccola e media borghesia e i figli dei lavoratori erano convinti che la laurea sarebbe stata accompagnata dalla promozione sociale, discorso di facciata teso ad ingannare chi studiava e fatto proprio dalla maggior parte di quelle/i che frequentavano la scuola e l’università. Resi ciechi dall’ambizione hanno creduto di essere arrivati alla laurea per meriti propri e che la società fosse una scala percorribile per tutte/i.

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La rivolta della borghesia salariata

Slavoj Žižek

Come ha fatto Bill Gates a diventare l’uomo più ricco d’America? La sua ricchezza non ha nulla a che fare con la produzione di un buon software Microsoft a prezzi inferiori rispetto ai suoi concorrenti, o con lo ’sfruttare’ i suoi lavoratori con più successo (Microsoft paga i lavoratori intellettuali uno stipendio relativamente alto). Milioni di persone ancora acquistano il software Microsoft, perché Microsoft si è imposto come uno standard quasi universale, praticamente monopolizzando il campo, come una incarnazione di ciò che Marx chiamava il ‘General Intellect’, con la quale egli intendeva la conoscenza collettiva in tutte le sue forme, dalla scienza al know-how pratico. Gates effettivamente ha privatizzato parte del general intellect ed è diventato ricco appropriandosi della rendita che ne seguì.

La possibilità della privatizzazione del General Intellect era qualcosa che Marx non ha mai previsto nei suoi scritti sul capitalismo (in gran parte perché ha trascurato la sua dimensione sociale). Eppure questo è al centro delle lotte di oggi sulla proprietà intellettuale: come il ruolo del General Intellect – basato sulla conoscenza collettiva e la cooperazione sociale – cresce nel capitalismo post-industriale, così la ricchezza si accumula al di fuori di ogni proporzione con il lavoro speso nella sua produzione. Il risultato non è, come Marx sembra avere previsto, l’auto-dissoluzione del capitalismo, ma la graduale trasformazione del profitto generato dallo sfruttamento del lavoro in rendita appropriata attraverso la privatizzazione della conoscenza.