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iFu. L’ambivalenza rimossa di Steve Jobs
Diradatasi parzialmente la cortina di incenso attorno alla morte di Steve Jobs, ed il cordoglio unanime ed ovattato, occorre fermarsi a riflettere criticamente sulla sua parabola e sul suo lascito nel nostro presente, e trarne le opportune lezioni.
Steve Jobs è stato un capitalista nell’accezione più classica di questo termine: ha saputo appropriarsi della ricchezza creativa della controcultura e della cooperazione degli anni ’70 ed ’80 statunitensi e servirsene per creare e veicolare bisogni e tendenze di mercato. Destreggiandosi, con abilità da riconoscere, tra cyber-èlite e masse, contribuendo alla perdita d’aureola delle prime ed alla messa a lavoro generalizzata dell’intelligenza delle seconde, tramite interfacce sempre più semplificate.
In particolare, l’attraversamento della scena dell’Homebrew Computer Club, fucina di numi dell’ICT da Richard Stallman a Lee Felsenstein è stata un prerequisito indispensabile per Jobs per agire pienamente nella successiva fase di socializzazione del web. Molti attacchi vengono rivolti a Steve Jobs da parte del mondo hacker, che lo accusa di aver svenduto al grande business l’innocenza della comunità amatoriale – profittando egli stesso del decisivo apporto tecnico del cofondatore di Apple Steve Wozniak.
Il che è vero, tanto più inserendosi in un graduale e generalizzato processo di cattura e massificazione del desiderio degli informatici presso il grande pubblico che porterà al declino dell’autonomia dei cosiddetti cybersoviet.
Ma ci si deve anche chiedere: si potevano socializzare diversamente queste spinte? Cosa ha portato a non farlo?
Per ironia della sorte, il gran ritorno di Jobs alla guida di Apple avviene a fine anni ’90, in concomitanza con l’ascesa dell’open source come strategia di sviluppo e commercializzazione del software libero; un processo storico che non lascia indifferente l’uomo di Cupertino, come prova l’implementazione di Mac OS X. Ma mentre l’open source facilita la circolazione del codice – pur certamente in maniera interessata ed ambigua – la nuova Apple con l’avvento dei nuovi device di consumo di beni digitali fa presto a trincerarsi nell’approccio closed.
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In lotta contro la cartolarizzazione del futuro
Girolamo De Michele
Da dove partire per disegnare il campo dei problemi aperti dal nuovo anno scolastico? Forse da una vicenda apparentemente locale: lo scambio di messaggi tra una lobby di presidi toscani, i cosiddetti “diciotto”, e i collettivi di cinque scuole superiori di Pontedera. Ai presidi che si ritengono in diritto di fare la morale agli studenti – «gli studenti devono essere consapevoli che se la politica è cosa seria e importante, devono risultare serie e credibili le forme della loro protesta. Dobbiamo dire in tutta sincerità che non possono risultare tali le occupazioni che si sono ripetute negli ultimi anni», i collettivi rispondono alzando il tiro: «Voi dove eravate quando a poco a poco la scuola, e con essa il futuro di un intero paese, veniva scippata, derubata, quando a poco a poco tagliavano i bilanci, le ore, i professori, i banchi, la carta, le iniziative? Voi dove eravate mentre a poco a poco aumentavano le spese militari, le spese per la politica, le spese per le scuole private, per i privilegi, per le caste? Voi dove eravate quando si precarizzava il lavoro nel nome del libero mercato e della concorrenza, quando i vostri diplomati non sapevano dove sbattere la testa per trovare un lavoro? Voi dove eravate quando la cultura, che noi difendiamo era calpestata, derisa, ridicolizzata da grandi fratelli e idiozie televisive, quando l’informazione si faceva sempre di più disinformazione di regime? Forse dietro scrivanie ad applicare circolari contraddittorie e inapplicabili, contrarie al buon senso, contrarie a chi vuol difendere il diritto di una scuola pubblica di tutti e per tutti. Forse a dire che la legge è legge, che va applicata! Probabilmente dissero così anche i Presidi quando nel 1938 furono emanate le leggi razziali, forse dissero così, sicuramente dissero così».
Nella risposta dei collettivi sono ben chiari due punti fermi: la doppia natura dell’istituzione scolastica, al tempo stesso strumento di trasmissione del sapere dominante e di critica del sapere; e la visione generale all’interno della quale può essere colta la specificità “locale” della scuola.
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Franco Berardi Bifo, Carlo Formenti: L'eclissi
di Girolamo De Michele
Franco Berardi Bifo, Carlo Formenti, L'eclissi. Dialogo precario sulla crisi della civiltà capitalistica, Manni, Lecce 2011, pp. 96, € 10.00
«Direi che questo dialogo è come una specie di brogliaccio, di quaderno di appunti, la mappa di una mappa». Queste parole che concludono il dialogo tra Carlo Formenti e Franco Berardi Bifo rendono, quantomeno per approssimazione, l'idea di ciò che possiamo aspettarci da L'eclissi, testo scaturito dalla sbobinatura di una discussione tra due dei più acuti osservatori della crisi di civiltà che stiamo attraversando.
Non si tratta di osservatori impassibili né imparziali, com'è giusto. L'uno e l'altro hanno un retroterra culturale in quel pensiero che si suole definire “post-operaismo”, dal quale si sono in qualche modo distaccati senza per questo rinnegare né le esperienze passate, né, soprattutto, gli strumenti teorici che il post-operaismo ha prodotto.
Ambedue sono stati tra i primi ad occuparsi in modo critico del mondo delle reti informatiche, con una diversità di approcci che oggi converge verso una posizione comune di sostanziale pessimismo, che i due autori sostengono da tempo e che meriterebbe di essere rintracciata nella loro bibliografia, a cui spesso questo dialogo allude. Dall'idea di una società aperta e priva di limiti, propria di una visione ottimistica delle reti, siamo costretti a risvegliarci dalla constatazione dei tanti Walled Gardens, dei giardini recintati che si moltiplicano in rete, un po' come le enclosures nelle campagne inglesi del XVI secolo. È a tutti gli effetti «un walled garden, un giardino recintato rigorosamente proprietario, dal quale gli utenti non possono uscire per navigare nel web aperto», iTunes. È un walled garden di fatto Facebook, un'applicazione che gli cui utenti scambiano per l'intero web, finendo per rimanere confinati all'interno di un ambiente che sostituisce il web svolgendone (in apparenza) tutte le funzioni.
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Più Stato, meno Stato
Elisabetta Teghil
principio di base sta qui nel dire: sì, è giusto essere intolleranti verso i
senza tetto nelle strade."
( Tony Blair- The Guardian 10 aprile 1997)
La canonizzazione del "bisogno di sicurezza" è in correlazione diretta con l'accantonamento del diritto al lavoro, scritto nella costituzione, ma vanificato dal perpetuarsi della disoccupazione di massa e dalla crescente diffusione del precariato, cioè dalla negazione di ogni sicurezza di vita ad un numero sempre crescente di persone.
La parola sicurezza ha, così, subito un profondo cambiamento semantico.
Così come la versione neoliberista della società è nata negli Stati Uniti, anche la teoria della "tolleranza zero" è nata lì. E l'una, la tolleranza zero, è figlia naturale dell'altro, il neoliberismo.
Questa nuova figura politico-discorsiva della "sicurezza" è di tutti i paesi dell 'Europa occidentale e accomuna la destra più reazionaria con la "così detta sinistra" di opposizione e/o di governo. Il primo risultato è stato quello di instaurare un apparato penale tanto
multiforme quanto iperbolico.
I teorici del "meno Stato" per quanto riguarda le prerogative del capitale, l'impiego della manodopera, lo stato sociale, esigono contemporaneamente "più Stato" in una repressione a tutto campo e senza confini, pensando, così, di dissimulare e contenere le conseguenze deleterie delle peggiorate condizioni economiche e sociali della manodopera, dei ceti medi, dei lavoratori cognitivi.
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Frammenti insurrezionali
Marcello Tarì
In tempi eccezionali fenomeni normalmente considerati marginali diventano essenziali e delineano il comune di un’epoca. Stiamo vivendo uno di quei tempi
Partire dal mezzo
Si era pensato che parole come insurrezione, rivoluzione, anarchia e comunismo fossero state per sempre rinchiuse in esangui ambienti «antisistema« e che non restasse, al meglio, che ripetere a ogni autunno il rituale movimentista. Ma oggi, in presenza di movimenti insurrezionali diffusi, sono proprio i movimentisti a ritrovarsi minoritari. Alcuni sono in affannosa ricerca di una nuova rappresentanza, se non di una narrazione di governo che si aggrappa alla capacità di resistere di un non meglio specificato «ceto medio», mentre i circoli del radicalismo si trovano espropriati della loro identità costruita proprio sull’assenza dell’insurrezione.
Sta di fatto che è davvero impossibile non riuscire a scorgere nella sua fredda sequenzialità il concatenamento insurrezionale che dalla rivolta delle banlieues francesi del 2005 corre sino ai riot dell’ultimo agosto inglese. In mezzo – sono queste tipo di sequenze storiche che mostrano cosa vuol dire partire dal mezzo – c’è l’incendio di Copenaghen, la rivolta contro il Cpe, l’interminabile insorgenza greca, la guerriglia in Campania, le insurrezioni nei paesi del Nordafrica, il blocco delle raffinerie in Francia, il 14 dicembre romano, la battaglia del 3 luglio in Val di Susa e tanti altri frammenti – una festa, un incontro, una frase – che risuonano l’uno con l’altro distorcendo finalmente la triste sinfonia imperiale che solo fino a poco tempo fa ricominciava identica, sempre daccapo, sprofondando nella noia di un mondo senza forma. La forma infatti è definita non dalla riconciliazione bensì dalla guerra tra due princìpi in lotta, diceva il vecchio Lukàcs. E la forma è venuta, infine. Potremmo dunque ripetere, intensificando la polarizzazione: la forma comune data da un’incessante rielaborazione dello scontro locale tra forme di vita. Tutta una ridefinizione delle sensibilità si gioca in questa rottura della ciclità nevropatica dei «movimenti sociali».
Se riusciamo oggi a sentirel’epoca come una verità, cioè come un fatto che abbiamo in comune,lo dobbiamo dunque a questo ritmo insurrezionale che imprime unaforma dentro questo tempo. Tempo e forma che hanno l’aspetto di una guerra per la definizione della vita stessa poiché si elabora a ogni latitudine in quanto insurrezione contro questo ambiente, ostile poiché inabitabile, che si concretizza nella pervasiva positività della metropoli. Ma che, così definendosi, prende anche congedo dalle più svariate definizioni di guerra che da un lato e dall’altro riportano tutto a una questione militare.
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Elogio di Terry De Nicolò, filosofa del terzo millennio
Miguel Martinez
Non ho seguito per nulla l’ultima vicenda che coinvolge il nostro presidente del Consiglio, il suo lenone e ricattatore di fiducia il signor Tarantini e un numero sproporzionato di Jeune-Fille di ogni età e dimensione.
Mi hanno però segnalato un video davvero notevole.
E’ un’intervista con una certa Terry De Nicolò, coinvolta non saprei, e non mi interessa, a quale titolo nella vicenda. Nell’intervista, vediamo una signora piuttosto dignitosa, per nulla appariscente, che si esprime in un ottimo italiano. Anche le parolacce che usa, ci stanno, nel contesto del discorso.
Dice la De Nicolò:
“poi se tu sei una bella donna e ti vuoi vendere, tu lo devi poter fare, perché anche la bellezza, anzi sopratutto la bellezza, come dice Sgarbi, ha un valore. Se tu sei racchia e fai schifo, te ne devi stare a casa, perché la bellezza è un valore che non tutti hanno, e viene pagato, come la bravura di un medico. E’ così, è così. Chi questo non lo capisce, “ah, il ruolo della donna viene minimizzato!”, allora stai a casa, non mi rompere i coglioni.”
L’intervistatore dice che secondo la procura, queste feste con queste donne servivano a convincere Berlusconi a fare entrare certi imprenditori nei grandi appalti, “la donna era vista un po’ come una tangente“. Un danno quindi, per l’imprenditore che non usa la donna tangente…
Risponde la De Nicolò,
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Europa, occupiamo lo spazio comune
di Ugo Mattei
Non c'è timoniere, né punto d'arrivo nell'attuale "rotta" d'Europa, cresciuta con il motto implicito "meglio che niente". L'alternativa è radicale: uscire dall'egemonia privatistica, mettere al centro della scena la lotta per un diritto del comune e contro l’accumulo istituzionalizzato della ricchezza
Tenere una rotta è possibile qualora si configurino due condizioni. Deve esserci un timoniere e il timoniere deve tener presente un punto d’arrivo cui tendere in modo il più possibile coerente. Ne segue che la metafora della rotta mal si addice all’Europa per mancanza dell’una e dell’altra condizione. Non si può escludere che nell’immediato secondo dopoguerra i c.d. padri fondatori dell’Europa, da Shuman a Spinelli da Monet ad Adenauer, avessero in mente un obiettivo, sostanzialmente quello di evitare rigurgiti di aggressività militare tedesca attraverso misure di mercato. Quello scopo, certo importantissimo, è stato raggiunto ma la sconfitta politica del manifesto di Ventotene (almeno nella sua interpretazione più ambiziosa e avanzata) ha semplicemente tramutato la cifra dell’aggressività tedesca da militare a economica, come ampiamente dimostrato inter alia dalla recente vicenda greca. Conseguenza politica del prestigio dei “padri fondatori” è stata l’ideologia, diffusasi soprattutto a sinistra, del “meglio che niente”.
In tempi recenti Delors e Prodi sono stati gli esponenti più prestigiosi della nutrita schiera di quanti sostengono la desiderabilità intrinseca del lavoro politico rivolto all’obiettivo della maggior integrazione. Dall’Atto unico europeo al Trattato di Maastricht, dall’elezione diretta del Parlamento europeo all’euro, ci si è proclamati spesso con orgoglio “europeisti” senza mai davvero fare i conti con il problema di “quale integrazione”.
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Benjamin, Facebook e la fine della distanza tra la radio e il suo pubblico
Tiziano Bonini
È vero. Il titolo suona blasfemo. Accostare la parola Facebook a Walter Benjamin può suonare come “un porno al cinema d’essai” (l’espressione non è mia, ma di un direttore di Radio Popolare per definire il programma Bar Sport all’interno del palinsesto di una radio come quella milanese). Eppure questo articolo farà proprio questo: accosterà il pensiero radiofonico di Benjamin ai cambiamenti che social media come Facebook hanno portato alla radio stessa. Si parla molto di user generated content, come se fosse un tratto distintivo dei soli social media digitali. E invece già negli anni trenta, all’alba dell’era della comunicazione di massa, Benjamin aveva intuito la radicalità di questi strumenti, se solo fossero stati aperti alla partecipazione dei lettori/ascoltatori/spettatori. I social media di oggi rappresentano solo la tappa finale di un lungo processo di abbattimento delle barriere tra emittente e ricevente. Proverò brevemente a ripercorrerne le tappe e a proporre una riflessione su cosa cambia nel fare la radio oggi, ai tempi di Facebook.
Nel 1933 Brecht, proiettando sulla radio le sue tesi sul teatro didattico, scriveva: “La radio potrebbe essere per la vita pubblica il più grandioso mezzo di comunicazione che si possa immaginare, uno straordinario sistema di canali, cioè potrebbe esserlo se fosse in grado non solo di trasmettere ma anche di ricevere, non solo di far sentire qualcosa all’ascoltatore ma anche di farlo parlare, non di isolarlo ma di metterlo in relazione con gli altri. La radio dovrebbe di conseguenza abbandonare il suo ruolo di fornitrice e far sì che l’ascoltatore diventi fornitore”. Ma ancora prima di Brecht, e in maniera ancora più brillante, era stato Walter Benjamin ad intuire il potenziale radicale della radio come “social medium”. Mentre Adorno e Horkheimer consideravano la radio uno strumento di propaganda e di intrattenimento soporifero, Benjamin, complice una maggiore conoscenza del mezzo che gli veniva dall’aver prodotto per la radio della Repubblica di Weimar novanta trasmissioni dal 1929 al 1933, mantenne una visione positiva del mezzo, capace secondo lui di trasformare il rapporto del pubblico con la cultura e la politica. Ma è nelle Riflessioni sulla radio (1930) che Benjamin esprime le idee più fertili per il nostro tempo: “il fallimento cruciale della radio è stato di perpetuare la separazione fondamentale tra i produttori radiofonici e il suo pubblico, una separazione che è in contrasto con la sua base tecnologica (…) il pubblico deve essere trasformato in testimone nelle interviste e nelle conversazioni e deve avere l’opportunità di farsi sentire”. La radio che aveva in mente Benjamin è uno strumento che riduce la distanza tra chi trasmette e chi riceve, in cui sia l’autore/conduttore sia l’ascoltatore possono rivestire il ruolo dei produttori, contribuendo entrambi alla costruzione della narrazione radiofonica.
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Refrain
Elisabetta Teghil
Fino a vent'anni fa, le grandi imprese funzionavano con un sistema di produzione integrato che impiegava migliaia di operai in sedi gigantesche.
La "nuova economia" ha ridotto le dimensioni degli impianti nei paesi occidentali attraverso le delocalizzazioni ed il subappalto: le prime in paesi dove le condizioni di lavoro sono schiavistiche, le seconde resuscitando forme, che non pensavamo più di vedere, di forte sfruttamento.
Le delocalizzazioni delle grandi fabbriche e lo sviluppo di unità di produzione in subappalto, hanno raggiunto l'obiettivo di aggirare la resistenza operaia e di costruire un nuovo rapporto con il lavoro e con le lotte sociali. Nell'ambito dei contratti lavorativi è stata introdotta ogni forma di individualizzazione, come quelle del salario e dei premi, nello sforzo, riuscito, di dissuadere gli operai/e da ogni tipo di azione collettiva. E questo comincia dalla procedura di assunzione dei lavoratori/trici che mira ad accertare la docilità dei/delle candidati/e. Questo spiega la scelta frequente, tutta nuova e diversa dal passato, di ricorrere a ragazze-madri.
Gli operai/e sono , nella quasi totalità pagati/e a salario minimo e viene fatto loro capire che non devono aspettarsi di fare carriera. Gli orari sono molto variabili, i gruppi di lavoro non si conoscono. Le lavoratrici/i vengono reclutate/i ad interim, per breve periodo, ed il rinnovo è in funzione del loro comportamento sul lavoro, nel quale devono dimostrare disponibilità e lealtà verso l'impresa. Non esercitano più un lavoro con un suo linguaggio, una sua cultura, i suoi modi di trasmissione tra anziani/e e nuovi/e, ma una sorta di opera puntuale legata ad un progetto.
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Saccheggiatori di tutto il mondo, unitevi
di Slavoj Žižek
La ripetizione, secondo Hegel, svolge un ruolo storico fondamentale: una cosa che accade solo una volta può essere liquidata come un caso, un evento che avrebbe potuto essere evitato se la situazione fosse stata gestita diversamente; ma il suo ripetersi è sintomo di una dinamica storica più profonda. Quando Napoleone fu sconfitto a Lipsia, nel 1813, si pensò a un caso sfortunato; quando perse nuovamente a Waterloo fu chiaro che il suo tempo era finito. Lo stesso vale per la crisi finanziaria in corso. Nel settembre del 2008 fu presentata da alcuni come un'anomalia che poteva essere corretta con nuove regolamentazioni ecc.; ora che si susseguono i segnali di un nuovo tracollo finanziario è evidente che abbiamo a che fare con un fenomeno strutturale.
Continuano a dirci che stiamo attraversando una crisi del debito e che dobbiamo portare tutti insieme questo peso e tirare la cinghia. Tutti insieme con l'eccezione dei (molto) ricchi: l'idea di tassarli di più è un tabù. Se lo facessimo, si dice, i ricchi non sarebbero incentivati a investire, verrebbero creati meno posti di lavoro e tutti noi ne subiremmo le conseguenze. L'unica possibilità di salvezza in questi tempi difficili è che i poveri diventino più poveri e i ricchi più ricchi. Cosa resta da fare ai poveri? Cosa possono fare?
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Femminismo prêt à porter
Cristina Morini
Ci sono parole, come per esempio “beni comuni”, che assumono nella trasposizione mediatica e nell’uso quotidiano che ne viene indotto, un significato completamente distorto. Vengono abusate, adoperate scorrettamente, corrotte attraverso un impiego fuori contesto. In questo modo si prova a far perdere loro di senso. Svuotarle, indebolirle, addomesticarle vuole dire cambiare la percezione di ciò che evocano. Questo vale anche per la parola “femminismo”, alla quale queste note sono dedicate. Poiché siamo consapevoli di questo problema complessivo, tanto più lucido e solido deve mantenersi il nostro ordine del discorso: “la lingua è anche un luogo di lotta”.
Resistenza sì, marginalità no
Bell Hooks, molto lucidamente, agli inizi degli anni Novanta individuava un limite nel fatto che la pratica radicale postmodernista, “concettualizzata con grande forza come politica della differenza”, non fosse in grado di incorporare le voci degli sfruttati e marginalizzati, in particolare della black people. “E’ una triste ironia” – scriveva – “che il discorso contemporaneo, che più di ogni altro parla di eterogeneità, di soggetto decentrato, affermando aperture che consentano il riconoscimento dell’Alterità, continui a indirizzare la sua voce critica a un pubblico specializzato che condivide un linguaggio le cui radici affondano nelle narrative padronali che esso dichiara di sfidare”.
A distanza di quasi vent’anni, noi siamo apertamente consapevoli di come l’esperienza dell’Alterità finisca per essere strattonata da tutte le parti, con ciò rischiando non di valorizzarsi ma viceversa di perdere il proprio carattere saliente. Il “femminismo”, doverosamente manierato e mai evocato in quanto tale, piace, è diventato “di tendenza”, perfino chic. Trovati gli opportuni sinonimi (condizione femminile, onda rosa, piazza rosa…) settimanali, quotidiani, newsmagazine riservano editoriali e inchieste alla “politica delle donne” che ha improvvisamente smesso di essere argomento “respinto”, perché “noioso” e “fastidioso”.
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Le radici dell’odio e della convivenza
Slavoj Žižek
Nell’autogiustificazione ideologica di Anders Behring Breivik e nelle reazioni ai suoi atti criminali ci sono cose che dovrebbero farci riflettere. Il manifesto di questo “cacciatore di marxisti” cristiano che in Norvegia ha ucciso più di 70 persone non è il vaneggiamento di un folle, è una lucida esposizione della “crisi europea” che (più o meno) implicitamente è alla radice del crescente movimento populista contro gli immigrati, e le sue stesse incoerenze sono sintomatiche delle contraddizioni interne di questo movimento.
La prima cosa che colpisce è come Breivik costruisce il suo nemico. Mescola tre elementi (marxismo, multiculturalismo e islamismo) che appartengono a spazi politici diversi: quello dell’estrema sinistra marxista, quello del liberalismo multiculturale e quello del fondamentalismo religioso islamico. È la vecchia abitudine fascista di attribuire al nemico caratteristiche che si escludono a vicenda (complotto bolscevico-plutocratico giudaico, estrema sinistra bolscevica, capitalismo plutocratico, identità etnico-religiosa) che ritorna in una nuova forma.
Ancora più indicativo è il modo in cui l’autodesignazione di Breivik mescola le carte dell’ideologia di estrema destra. Breivik si erige a paladino del cristianesimo ma è un agnostico laico: per lui il cristianesimo è solo un bastione culturale da contrapporre all’islam.
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Il comune in rivolta
di Judith Revel e Toni Negri
Non ci voleva molta immaginazione per « strologare » rivolte urbane nella forma delle jacqueries, una volta che l’analisi della crisi economica attuale fosse stata ricondotta alle sue cause ed ai suoi effetti sociali. In Commonwealth, fin dal 2009, era stato infatti previsto. Quello che non ci saremmo mai attesi, all’incontrario, è che in Italia, nel movimento, questa previsione fosse rifiutata. Sembrava infatti, ci fu detto, antica; si disse invece: ora è il momento di ricostruire fronti larghi contro la crisi, di stabilire nei movimenti forme di organizzazione-comunicazione-riconoscimento che tocchino la rappresentanza politica.
Bene, adesso ci si trova tuttavia di fronte a movimenti che si esprimono in forme insurrezionali più o meno classiche, ma che si danno ovunque, sradicando così la vecchia grammatica geopolitica nella quale alcuni continuavano ostinatamente a voler pensare. Si danno cioè:
1) laddove un proletariato nuovo – fatto di precari et di disoccupati – si congiunge a classi medie in crisi: soggetti diversi che si unificano in modo inedito nella lotta, come nei paesi del sud-mediterraneo, per chiedere nuove forme di governo, più democratiche.
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London jacquerie
Federico Campagna
Sono quasi quattrocento anni che una rivolta di queste dimensioni non si verifica a Londra. Quest’inverno, durante le manifestazioni degli studenti inglesi, la stampa internazionale aveva parlato di ‘riots’, di subbugli, di insurrezione. Un tipico caso di esagerazione giornalistica. Stavolta no.
Ma stavolta è diverso.
Le riots di questi giorni, iniziate sabato 7 agosto durante una manifestazione di protesta per l’uccisione di un giovane da parte della polizia, hanno un tono che ricorda più le banlieues parigine che la guerriglia urbana dei black bloc. Da tre giorni la capitale Britannica è attraversata da un’ondata di jacquerie semi-fantascientifiche, in cui i moti di folla da ancien regime si incontrano con i messaggi istantanei lanciati dai BlackBerries.
E così le riots si spandono nel nord e nel sud della città, come un’epidemia o una festa. Hackney, Seven Sisters, Camden, Peckham, Wood Green, Tottenham, Woolwich, Brixton, Ealing, Catford, Croydon e perfino Notting Hill. E poi anche fuori da Londra, a Birmingham, Leeds, Bristol e Liverpool. E non è ancora finita.
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London calling
L’ultima estate all’inferno e la prima dell’insurrezione cognitaria
Franco Berardi “Bifo”
Ero a Liverpool il 26 ottobre 2010, quando John Osborne Ministro dell’economia del governo conservatore inglese tenne il discorso nel quale si dichiarava l’intenzione della classe politica al servizio del capitalismo finanziario inglese di devastare la società, o meglio quel che della società è rimasto dopo trent’anni di politiche neoliberiste thatcheriane e blairiane. “Cinquecentomila dipendenti pubblici saranno licenziati entro tre anni, la spesa per la sanità pubblica saranno ridotte drasticamente, le tasse universitarie saranno moltiplicate per tre” dichiarava quel giovanotto col sorriso sulle labbra. E così via.
Ascoltandolo provai una sensazione molto netta: questi quarantenni che con la ridicola formula big society spacciano il neoliberismo agonizzante come se fosse un dogma indiscutibile, sono semplicemente degli incompetenti: dilettanti allo sbaraglio. Cresciuti come polli d’allevamento nelle loro scuole d’elite non sanno nulla del mondo e pensano che sia composto soltanto di numeri, indici e listini. Quando compaiono sulla scena degli esseri umani sanno dire soltanto che sono delin quenti e chiamano l’esercito.
Almeno la signora Thatcher aveva dovuto scontrarsi con i rabbiosi minatori di Arthur Scargill, e quando dichiarava che la società è una cosa che non esiste, la figlia del droghiere sapeva che quell’affermazione provocatoria corrispondeva a una dichiarazione di guerra. Condusse la sua guerra contro la società e la vinse.
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No logo dieci anni dopo
Naomi Klein
La cultura delle multinazionali non governa solo i centri commerciali. Detta legge a Washington e alla Casa Bianca. E ha creato un presidente-marchio che produce gadget e false speranze. Il cambiamento deve venire dal basso
Nel maggio del 2009 la vodka Absolut ha lanciato una nuova serie limitata: no label, senza etichetta. Kristina Hagbard, la responsabile delle pubbliche relazioni dell’azienda, ha spiegato: “Per la prima volta abbiamo il coraggio di affrontare il mondo completamente nudi. Presentiamo una bottiglia senza etichetta e senza logo per veicolare l’idea che l’aspetto esteriore non conta, l’importante è il contenuto”.
Qualche mese dopo anche la catena di caffetterie Starbucks ha inaugurato il suo primo negozio senza marchio a Seattle, chiamandolo 15th Avenue E Coffee and Tea.
Questo “Starbucks nascosto”, come lo chiamavano tutti, era arredato in uno stile “originale e unico”. I clienti erano invitati a portare la loro musica preferita da trasmettere nel locale e a far conoscere le cause sociali a cui tenevano di più: tutto per contribuire a creare quella che l’azienda ha definito “una personalità collettiva”. I clienti dovevano sforzarsi per riuscire a trovare la scritta in piccolo sui menù: “Un’idea di Starbucks”. Tim Pfeiffer, uno dei vicepresidenti dell’azienda, ha spiegato che, a differenza dello Starbucks che occupava prima gli stessi locali, quello era “proprio un piccolo caffè di quartiere”. Dopo che per vent’anni aveva cercato di mettere il suo logo su sedicimila punti vendita in tutto il mondo, Starbucks stava cercando di sfuggire al suo marchio.
Sono passati dieci anni da quando ho scritto No logo: nel frattempo le tecniche di branding sono cambiate e si sono evolute, ma ho scritto molto poco su questi cambiamenti. Il perché l’ho capito leggendo il romanzo di William Gibson L’accademia dei sogni
. La protagonista, Cayce Pollard, è allergica ai marchi, in particolare a Tommy Hilfiger e all’omino Michelin. Questa “insofferenza morbosa e a volte violenta alla semiotica del mercato” è così forte che Cayce fa raschiare i bottoni dei suoi jeans Levi’s per cancellare il logo.
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Quello che internet ci nasconde
Eli Pariser*
I motori di ricerca e i social network ci conoscono sempre meglio. Grazie alle tracce che lasciamo in rete, sanno cosa ci piace. E selezionano i risultati, scegliendo solo i più adatti a noi. Ma in questo modo la nostra visione del mondo rischia di essere distorta
Poche persone hanno notato il post apparso sul blog ufficiale di Google il 4 dicembre 2009. Non cercava di attirare l’attenzione: nessuna dichiarazione sconvolgente né annunci roboanti da Silicon valley, solo pochi paragrafi infilati tra la lista delle parole più cercate e un aggiornamento sul software finanziario di Google. Ma non è sfuggito a tutti. Il blogger Danny Sullivan analizza sempre con cura i post di Google per cercare di capire quali sono i prossimi progetti dell’azienda californiana, e lo ha trovato molto interessante. Più tardi, quel giorno, ha scritto che si trattava del “più grande cambiamento mai avvenuto nei motori di ricerca”. Bastava il titolo per capirlo: “Ricerche personalizzate per tutti”.
Oggi Google usa 57 indicatori – dal luogo in cui siamo al browser che stiamo usando al tipo di ricerche che abbiamo fatto in precedenza – per cercare di capire chi siamo e che genere di siti ci piacerebbe visitare. Anche quando non siamo collegati, continua a personalizzare i risultati e a mostrarci le pagine sulle quali probabilmente cliccheremo. Di solito si pensa che facendo una ricerca su Google tutti ottengano gli stessi risultati: quelli che secondo il famoso algoritmo dell’azienda, PageRank, hanno maggiore rilevanza in relazione ai termini cercati. Ma dal dicembre 2009 non è più così. Oggi vediamo i risultati che secondo PageRank sono più adatti a noi, mentre altre persone vedono cose completamente diverse. In poche parole, Google non è più uguale per tutti.
Accorgersi della differenza non è difficile.
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Violenza o Giustizia?
di Luca De Crescenzo
Brevi note a partire dalla giornata del 3 luglio in Val di Susa
Lunedì 4, all'indomani delle manifestazioni in Val di Susa, a proposito della Tav un articolo in prima pagina su La Stampa sosteneva che non bisogna andare troppo per il sottile riguardo le distinzioni tra manifestanti buoni e cattivi, violenti e non, quando questi in comune rivendicano un linguaggio ed un'impostazione da guerra civile. Perchè la democrazia, ci ricorda l'autore riprendendo un intervento di Chiamparino, è fatta di regole, per cui decisioni prese con i meccanismi legittimi di deliberazione non possono essere ostaggio di una “minoranza localistica condannata a diventare l’alibi dei professionisti della guerriglia”. E questi meccanismi sono gli unici in grado di integrare esigenze internazionali (le richieste di un Unione Europea che rappresenta tutti i cittadini europei), interessi nazionali (rappresentato dalle legittime istituzioni che agiscono per il bene del sistema-paese), e richieste locali (che si esprimono nei tavoli tecnici e osservatori). E che lasciano spazio pure per i non contenti, liberi di esprimere il proprio dissenso.
Queste le legittime mediazioni assegnate al rappresentato per far valere la propria posizione.
Come mai allora in così tanti e determinati, talmente tanti da inondare una valle, talmente determinati da far saltare le solite dicotomie violenti/non violenti, non si è accettato questo destino di sostanziale passività politica?
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L'ossimoro del capitalismo ecologista
di Carla Ravaioli
«Simone Weil diceva che nel socialismo gli individui sono in grado di controllare la macchina tecnologica. Si tratta di capire perché è un'illusione» Emanuele Severino: «Tecnologia e ideologie all'ultimo round di uno sviluppo insostenibile»
Con il professor Emanuele Severino affrontiamo l'analisi sulla crescita produttiva, l'obiettivo più tenacemente auspicato e perseguito da economisti, imprenditori, governi, politici di ogni colore, e di conseguenza da tutti invocato anche nel discorrere più feriale.
Questo continuo parlare della crescita come di cosa ovvia è in buona parte dovuto all'ignoranza. Sono decenni che si va intravvedendo l'equazione tra crescita economica e distruzione della terra. Comunque, è tutt'altro che condivisibile l'auspicio di una crescita indefinita.
Professore, sta dicendo che l'economia è una scienza consapevole delle conseguenze negative della crescita?
Ha incominciato a diventarne consapevole: l'auspicio di una crescita indefinita va ridimensionandosi. Anche nel mondo dell'intrapresa capitalistica - la forma ormai pressocchè planetaria di produzione della ricchezza - ci si va rendendo conto del pericolo di una crescita illimitata; (anche se poi si fa ben poco per controllarla). Vent'anni fa, quando lei scrisse quel suo bel libro che interpellava numerosi economisti a proposito del problema dell'ambiente, la maggior parte degli intervistati affermava che quello del rapporto tra produzione economica ed ecologia era un falso problema. Oggi non pochi economisti sono molto più cauti e anche le dichiarazioni dei politici sono diverse da venti o trent'anni.
Però non fanno che invocare crescita, senza nemmeno nominarne i rischi.
In periodo di crisi economica, di fronte al pericolo immediato di una recessione, è naturale che si insista sulla necessità della crescita. Purtroppo però lo si fa riducendo il problema alle sue dimensioni tattiche, ignorandone la dimensione strategica.
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Hackmeeting e il lato oscuro dell’innovazione
Silvia Casagrande
Software, libertà e censura sono stati i temi al centro dell’Hackmeeting 2011, il raduno dell’underground digitale italiano ospitato dal 24 al 26 giugno al centro sociale Next Emerson di Firenze. Tre giorni in cui, in tre sale intitolate ai padri dell’informatica Turing, Babbage e Ada Lovelace, le persone in carne ed ossa che stanno dietro ai più fantasiosi nickname (dal più immediato “white rabbit” a “vecna”, il mago necromante di Dungeons & Dragons) hanno presentato alla comunità hacker i loro software fatti in casa, sviluppati nel tempo libero concesso dai loro lavori, spesso precari, nell’Information Technology.
I seminari sono stati introdotti dalla conferenza dell’ospite più atteso, l’americano fondatore della Free Software Foundation Richard Stallman che ha lanciato l’allarme contro il rischio censura in Rete: “Credevamo che Internet potesse sconfiggere la censura, ma questo era prima che i governi investissero tante energie nel suo controllo. La censura non riguarda più solo l’Iran e la Cina. Pensate alla Turchia oppure alla Danimarca che ha fatto una blacklist dei siti web per controllare il dissenso, una lista che poi è comparsa su Wikileaks“. L’Italia naturalmente non è esclusa: “La delibera dell’Agcom sul copyright dovrebbe essere cancellata subito. É contro i diritti umani”, ha commentato Stallman, che si è poi scagliato contro il cloud computing (“Il software come servizio significa che qualcun altro sta gestendo il tuo computer e i tuoi dati. Rifiutalo. Possono perdere i tuoi dati, modificarli, cederli ad altri senza che lo sappiate. Pensateci“) e Facebook, che “non è tuo amico”, avvertimento che a dire il vero suona superfluo davanti a una comunità, quella hacker, che conosce perfettamente il valore della propria identità digitale e la difende accuratamente.
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Twitter Revolution? Social Network e cambiamento politico
Bertram Niessen
Con questo articolo doppiozero inaugura una serie di riflessioni sul ruolo della Rete, dei social networks e delle nuove tecnologie nei cambiamenti sociali, culturali e politici degli ultimi anni. In seguito alla pubblicazione di alcuni articoli sul tema si è sviluppato un animato dibattito, sia all'interno della redazione che sul sito e sui social networks. Le posizioni sono eterogenee e si basano su interpretazioni anche molto diverse tra loro. Dato che intendiamo doppiozero soprattutto come uno spazio di confronto per la critica culturale, abbiamo deciso di chiedere ad alcuni autori di riflettere sull'argomento, in modo da restituire la complessità con cui si articolano le posizioni. Buona lettura.
Fin dai giorni delle rivolte iraniane del 2009, i media tradizionali si interrogano sul ruolo avuto dai social network negli stravolgimenti sociopolitici degli ultimi due anni.
Ad ogni nuovo stravolgimento che vede gli attivisti impegnarsi anche attraverso i nuovi media, vengono riproposte due letture dicotomiche. Da un lato c’è chi parla di Twitter Revolution, un cambiamento sociale spinto soprattutto dalla facilità di utilizzo e condivisione di informazioni propri della piattaforma di micro-messaging; dall’altro, c’è chi rifiuta il determinismo tecnologico a favore di letture più connotate economicamente e geopoliticamente.
I due fronti si sono ricreati in occasione delle rivoluzioni arabe di questo inverno, nel caso degli Indignados spagnoli, nell’inaspettata vittoria del centro-sinistra a Milano e nell’ultima batosta referendaria.
Le domande che circolano sono sempre le stesse: sono i social network a causare il cambiamento? E un social network in particolare (Twitter)? Il web ci sta portando verso un mondo più democratico?
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Gramsci e le primavere arabe
di Daniel Atzori
Molti intellettuali arabi e musulmani hanno usato categorie gramsciane per guardare alle rivolte con altri occhi. Il risultato è sorprendente
L'interesse degli intellettuali arabi e musulmani per il pensiero di Antonio Gramsci non è un fenomeno nuovo. Gramsci ha fornito, infatti, alcune cruciali categorie concettuali per analizzare le drammatiche trasformazioni politiche, sociali ed economiche che hanno investito le società arabe, in particolare quella egiziana, negli ultimi decenni. Oggi, in particolare, Gramsci ci permette di guardare alle rivolte arabe degli ultimi mesi con occhi nuovi.
Nel suo classico Overstating the Arab State (1996), lo studioso egiziano Nazih Ayubi spiegava come i regimi arabi fossero fragili poiché, pur avendo sviluppato raffinate strutture per la sistematica repressione del dissenso, non erano stati in grado di creare efficaci strumenti per la produzione del consenso, quelli che Althusser chiamava gli apparati ideologici dello stato. Servendosi di categorie gramsciane, Ayubi sosteneva che le élite al potere nei regimi arabi avevano sviluppato la dimensione del dominio, senza veramente riuscire a esercitare una direzione intellettuale e morale.
Questa strutturale debolezza dei regimi arabi aveva consentito a movimenti islamisti come i Fratelli Musulmani di sviluppare progetti contro-egemonici, per esempio in paesi come l'Egitto e la Giordania, utilizzando il linguaggio e i simboli dell'Islam per articolare l'islamismo come ideologia politica.
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Abbiamo preso appunti in Spagna
Intervista a Francesco Salvini Pantxo (Barcellona)
Per capire quello che è successo in Spagna in queste ultime settimane bisogna andare all’origine degli eventi che hanno portato all’esplosione di domenica 15 maggio.
Il 15 maggio viene convocata una manifestazione. È un appuntamento preparato in maniera completamente autonoma dai partiti e dai sindacati, ma questo non significa che non sia attraversato da forme organizzative. Per questo, non so se possiamo dire che la diffusione di questa è convocatoria sia “anonima”: in realtà si sparge attraverso alcune reti che sono trasversali allo spazio sociale. E fa leva su alcuni elementi cruciali.
Il primo è il collegamento con una campagna che va avanti da circa tre anni sui diritti digitali, che si è mossa sul tema del copyright, copyleft, creative commons, contro l’abuso di potere della Siae spagnola e contro la nuova legge per la regolamentazione di Internet a cui hanno lavorato, negli ultimi due anni, due ministri della cultura spagnoli, Antonio Molina e poi Gonzalez Sinde. Molina alla fine si è dimesso grazie a una campagna organizzata sul web che denunciava il tentativo del governo di controllare Internet, e gli è succeduto Sinde che ha resistito e ha scritto una legge assurda che cerca di mettere vincoli alla rete (vieta il download, a protezione del diritto d’autore). Contro di essa si sono mobilitati centinaia di migliaia di persone attraverso i forum e i luoghi di discussione nel web.
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Cesare Battisti: la funzione di un simbolo
di Walter G. Pozzi
Nel suo romanzo Il colonnello Chabert, Balzac racconta di un ufficiale dell’esercito napoleonico che, dato per morto durante una battaglia, ritorna anni dopo a Parigi, sfigurato e irriconoscibile. La Francia, nel frattempo è in piena fase di Restaurazione. Napoleone entra nei discorsi con l’appellativo di ‘mostro’, in un periodo in cui la collettività si è data un gran da fare per dimenticare. Chabert è un fantasma che cammina per le strade perché il suo ritorno rischia di destabilizzare i nuovi equilibri, con il carico di significati che porta sulle spalle. Peccato che, a rigor di burocrazia, egli è morto e deve dimostrare prima di tutto di essere vivo, in un contesto storico che lo identifica come simbolo di un disvalore e non ha alcun interesse a riaccoglierlo.
Pensando a Chabert, vengono in mente gli ultimi quindici giorni del 2010, attraversati da tre accadimenti: le proteste studentesche contro la riforma universitaria, il conflitto tra Fiom e Fiat aperto da Marchionne nei mesi precedenti, e la sparata di Gasparri che, a gran voce, auspica un nuovo processo 7 aprile. E proprio quando, nel periodo natalizio, le acque sembrano calmarsi, piomba su tutto lo sberleffo della decisione del presidente Lula di non estradare Cesare Battisti.
Così, nel giro di pochi giorni, questi quattro eventi finiscono per aggomitolare, in un unico groviglio logico, il filo dell’attualità politica e sociale di oggi e quella degli anni Settanta.
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Note a margine dell’E-G8
InfoFreeFlow
È difficile capire per quale motivo tante aspettative fossero state riposte nel G8 di Internet svoltosi a Parigi lo scorso 24/25 maggio. Fortemente voluto dalla presidenza francese di Nicholas Sarkozy si è certo trattato di un evento senza precedenti ed a suo modo storico, visto che mai fino ad oggi i summit dei potenti della terra avevano posto all’ordine del giorno il nodo della govenance globale della rete.
Il fatto che siano effettivamente riusciti ad affrontarlo è però tutt’altro paio di maniche.
Le dichiarazioni ufficiali susseguitesi fin dall’apertura dei lavori hanno infatti messo in risalto come, dietro alla formalità conciliante del linguaggio diplomatico e d’impresa, esistesse un malcelato arroccamento dei diversi partecipanti su posizioni pregresse e consolidate da tempo.
Gli opposti schieramenti hanno sfoderato per la “grande occasione” il meglio del loro armamentario ideologico.
Sarkozy ha optato per un richiamo civilizzatore nella lotta contro la categoria metafisica del “male” che, a suo dire, galoppa inarrestabile lungo le sconfinate e selvagge praterie della rete.
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