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Prigionieri della rete
A. Fava intervista Richard Stallman
Se Pico della Mirandola avesse conosciuto Richard Stallman, oltre alla libertà tra scegliere di essere angeli o bruti, probabilmente avrebbe aggiunto una terza opzione: usare il software libero. Per Richard Stallman, fondatore della Free Software Foundation e padre di GNU, che insieme al kernel Linux forma GNU-Linux, è l'unica scelta etica, l'unica che ti rende libero da quella che chiama «colonizzazione digitale». Con Stallman non parlate di open source (tradotto in italiano codice sorgente aperto), un'espressione che detesta da quando fu proposta da Christine Peterson presidente di un'azienda specializzata in nanotecnologie, ufficializzata da Eric S. Raymond al lancio di Mozilla e adottata da una parte del mondo hacker (sull'argomento Codice libero - Richard Stallman e la crociata per il software libero di Sam Williams). Stallman ormai è un globe trotter per la libertà digitale, catechizza gli utenti, convince i governi ad adottare piattaforme libere. A breve potrebbe farlo anche il comune di Genova e infatti abbiamo intervistato Stallman dopo una conferenza a palazzo Tursi organizzata dalla Lista Doria e da Lanterna digitale libera (LDL). Qualsiasi domanda gli poniate, preparatevi ad essere redarguiti se lui non è d'accordo. Irascibile, schietto, tranchant. Stallman è così. Prendere o lasciare.
Trent'anni di battaglie per la libertà di utilizzo di software libero. Trent'anni contro il controllo dei software privato sui computer degli utenti. Ne è fiero?
Sono soddisfatto di quello che ho fatto della mia vita. Ma non abbiamo ancora vinto. Non è questione di conquiste personali. Ci sono problemi oggettivi che cerchiamo ancora di correggere. Anche se abbiamo fatto molta strada, ne manca ancora tanta per eliminare i software proprietari.
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Il separatismo
Forza, garanzia di riconoscimento, necessità della lotta femminista
di Elisabetta Teghil
Il separatismo è una pratica politica di sottrazione che permette ad un insieme oppresso di riconoscersi, di riconoscere l’oppressore e di elaborare in autonomia.
Non appartiene solamente al movimento femminista, ma a molti altri ambiti di lotta come, ad esempio, la lotta contro le discriminazioni razziste o contro quelle basate sull’etnia o sulla religione.
E’ caratterizzato da due elementi:
- consiste nel rifiutare ogni pratica di analisi e costruzione politica con coloro che vengono ritenuti soggetti oppressori.
Un esempio conosciuto, oltre a quello all’interno della lotta di liberazione delle donne, è il separatismo attuato dalle nere e dai neri, nelle loro lotte di liberazione negli Stati Uniti.
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Allo specchio
di Nicola Lagioia
Per chi voglia provare a comprendere qualcosa del caos italiano, cioè della solo apparentemente inconciliabile orgia di conformismo e anarchia che ci sovrasta e ci attraversa e ci appartiene con grande evidenza negli ultimi tempi – quella frana stucchevole che qualcuno prova a stringere al collare troppo stretto di formule (a propria volta molto furbe e molto povere) quali “declino” o “perdita di competitività” – un tentativo di messa a fuoco può consistere nel guardare all’oggi attraverso quattro vecchie opere d’ingegno che dell’Italia fecero la propria ragion d’essere.
Come quando, dall’oculista, la sovrapposizione di varie lenti (nessuna esclusa) porta a decrittare la successione di lettere che prima ci apparivano indistinte, osservare la scena italiana attraverso la lastra del Gattopardo, a propria volta piantata davanti a quella dei Viceré, dei Promessi sposi, e dietro questa quella che tutte le precede (il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani di Leopardi) dà finalmente a ciò che sembrava piatto e impenetrabile un’idea di tridimensionalità. A essere poco chiaro non è infatti ciò che accade in scena – le maschere di Grillo, Minetti, Berlusconi, Bossi, Polverini, D’Alema e così via sono di un’autoevidenza che lascia senza appigli – ma la possibilità stessa che un simile spettacolo non solo sia rappresentabile, ma trovi pure un pubblico pagante. Alla scena appartengono infatti anche comprimari e spettatori. Come dice il cantautore: “nessuno si senta escluso”.
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C'era una volta la governance
Marco Bascetta
Il declino dei dispositivi che dovevano garantire la partecipazione della società civile all'interno del rispetto dei vincoli imposti dal capitalismo. E nel vuoto creato dalla sua scomparsa, crescono il populismo e il nazionalismo
Tra le numerose vittime della crisi che stiamo vivendo ve ne è una il cui cadavere, pur sotto gli occhi di tutti, ci si sforza in ogni modo di occultare. Si tratta della «governance», quella parola magica che nell'ultimo ventennio interveniva in ogni occasione a delegittimare e soffocare il conflitto sociale, proponendosi come versione tecnicamente efficiente e socialmente aperta della «partecipazione democratica». Priva cioè di quegli elementi caotici e imprevedibili che accompagnano ogni esercizio di democrazia non riassorbito nella rappresentanza. In poche parole, il volto gentile ma non per questo meno disciplinante della politica «postnovecentesca». Qualcosa di cui, forse tra breve, non sentiremo più parlare.
Il termine di «governance», onnipresente, sfumato nei suoi contorni, soggetto alle più diverse interpretazioni e mutevole nei suoi significati, secondo gli ambiti cui veniva applicato (economico, politico, sociale, manageriale), comprende tuttavia un certo numero di caratteristiche che la gestione della crisi ha manifestamente spazzato via, altre che si sono invece rivelate ben diverse dalle virtù relazionali che prometteva. La prima tra queste caratteristiche è l'articolazione dei poteri e delle sedi negoziali, nonché la moltiplicazione degli interlocutori coinvolti nei processi decisionali, in contrapposizione alla natura verticale e centralistica del governo dello stato.
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Mobilitazione della Scuola Pubblica contro il DDL Stabilità
Una lettera aperta ai Genitori
Ai Genitori degli alunni dell’I.C. Zagarolo
Lo scopo di questa lettera è quello di informare ogni utente della scuola dei provvedimenti nei confronti della classe docente, e quindi di tutto il sistema della scuola pubblica, proposti dal governo nel DDL Stabilità in discussione in questi giorni alla Camera. Noi docenti della scuola secondaria di primo grado intendiamo illustrare brevemente alcuni dei punti focali oggetto della proposta di legge, alcune considerazioni sui nostri orari di lavoro ed infine comunicare ai genitori l’immediato provvedimento di sospensione delle attività didattiche non obbligatorie.
Il testo del DDL Stabilità al comma 42 decreta l’aumento dell’orario frontale (quello destinato alle lezioni in classe) dei docenti di tutte le discipline, nonché di sostegno, della scuola secondaria di primo e secondo grado da 18 a 24 ore settimanali. Tali ore in più andrebbero a coprire gli spezzoni di cattedra dei singoli istituti, le supplenze temporanee e le varie ore aggiuntive di insegnamento. Un aumento di un terzo dell’orario di lavoro a parità di stipendio. La proposta di legge è motivata dal ministro con la necessità di portare il livello di impegno dei docenti sugli standard europei. Si tratta di una palese falsità: i docenti italiani della scuola secondaria hanno un carico settimanale di ore di lezione pari o in alcuni casi superiore alla media europea. Gli alunni svolgono lo stesso numero di giorni di lezione (circa duecento) ed hanno lo stesso numero di settimane di vacanza cadenzate in modi differenti nel corso dell’anno (circa undici).
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Un territorio diventa auto-sostenibile quando è capace di riprodurre la vita
Karl-Ludwig Schibel intervista Alberto Magnaghi*
Possiamo dire che il suolo vive dei cicli naturali che si sono evoluti in lunghe fasi della storia del pianeta mentre il territorio in Europa è il risultato di un processo storico co-produttivo tra uomo e natura?
Mi sembra chiarissimo. Possiamo fare questa distinzione se parliamo di suolo come prodotto di cicli naturali di milioni di anni, principalmente come copertura forestale della terra e di zone umide. Tuttavia, se parliamo del suolo degli ultimi 10.000 anni, se non stiamo parlando delle foreste amazzoniche, dei ghiacciai o dei crateri dei vulcani, sicuramente parliamo di suolo che è stato o edificato (città, infrastrutture, riviere fluviali o marine) o trasformato in paesaggio agro-forestale; paesaggi che, essendo prodotti di una trasformazione co-evolutiva fra insediamento umano e ambiente, rappresentano un neo-ecosistema che chiamiamo territorio (natura trasformata in questo lungo processo co-evolutivo). In Europa in particolare quando parliamo della carenza, della distruzione, della crisi del suolo non possiamo che parlare di crisi del territorio, ovvero delle relazioni virtuose fra insediamento umano e ambiente che la nostra civiltà delle ma cchine ha interrotto, provocando profondi squilibri di questi neo-ecosistemi e, dunque, dell’ambiente dell’uomo; non della natura originaria che è già stata radicalmente trasformata in questi 10.000 anni.
Quindi dici che questo rapporto co-evolutivo tra uomo e territorio è stato interrotto con conseguenze negative, a volte catastrofiche. Diresti anche che nel presente c’è una differenza qualitativa di questo rapporto rispetto al passato? Inoltre quali sono le cause e quali i sintomi?
La differenza qualitativa con le civilizzazioni storiche sta nella negazione concettuale (giusnaturalista) della terra come produttrice di valore.
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Quello che abbiamo e quello che ci manca
∫connessioni precarie
Di fronte alle imponenti manifestazioni che hanno luogo a Madrid, Lisbona e Atene, e alla costante presenza di un’opposizione sociale all’austerity nei paesi che più stanno subendo le politiche di tagli voluti dal patto salva-euro, è frequente la domanda: cosa accade invece in Italia? Oppure: perché in Italia le molte lotte quotidiane contro gli attacchi tecnicamente sferrati dal governo non si saldano, come accade in altri luoghi dell’area mediterranea?
Reclamare un reddito di base incondizionato, di fronte alla precarietà e alla povertà dilagante, è cosa giusta. Difendere il lavoro dipendente, salvaguardando articolo 18 e ammortizzatori sociali, è cosa giusta. Evocare l’assedio del Parlamento, perché così accade in Spagna, Grecia e Portogallo, è un’idea suggestiva. Qualcosa però dovrebbe suggerire che continuare su questa strada non servirà. Nessuna di queste giuste e suggestive prospettive sembra porsi il problema dell’accumulazione di forza che è necessaria per vincere, o anche soltanto a dare all’esasperazione diffusa una forma che sia diversa dalla mera rabbia o indignazione, che rischiano sempre di limitarsi a momenti di sfogo tanto straordinari quanto fugaci.
Sarebbe bene smetterla di ricamare sulla carta ciò che andrebbe fatto, e iniziare a misurarsi con la condizione reale che la precarietà ha prodotto ben prima dei provvedimenti sul lavoro del governo Monti, e che la crisi continua a riprodurre con l’ostinazione di un movimento reale.
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Se anche i “signori” rovistano nei cassonetti
di Marco Bascetta
Nel dibattito pubblico italiano il tema della violenza, quella politica o politicamente motivata, è andato incontro a un singolare destino: tanto più se ne evocava l’incombenza quanto meno trovava riscontro nella realtà dei fatti. Non vi è episodio, per quanto banale e insignificante, dalla scritta murale al lancio di uova e ortaggi, che i media e le forze politiche tutte non dichiarassero messaggero di un imminente ritorno del terrorismo, la bestia nera degli anni Settanta. L’assenza di una inclinazione significativamente violenta del conflitto sociale creava, per così dire, una sorta di disorientamento, di vuoto nel rapporto di potere tra governanti e governati, che i primi si sarebbero ingegnati a colmare con un notevole sforzo di fantasia, talvolta assecondato dal narcisismo di parte dei movimenti.
Da tutti i pulpiti istituzionali si incitava ossessivamente a “non sottovalutare”, a “non abbassare la guardia” e dunque a oliare e accrescere gli strumenti di controllo e di repressione in attesa di un nemico che stava affilando i coltelli in un’oscurità tanto fitta da non vedersene nemmeno l’ombra. Qualche plico esplosivo di provenienza “informale” (il che la dice lunga sulla consistenza e stabilità strategica dei bombaroli postali) non cambia in alcun modo il quadro di una situazione di conflittualità sociale tenuta sostanzialmente entro solidi argini.
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Cambiare cavallo
Anselm Jappe
«Quando gli artigiani comunisti si riuniscono, essi hanno primamente come scopo la dottrina, la propaganda, ecc. Ma con ciò si appropriano insieme di un nuovo bisogno, del bisogno della società, e ciò che sembra un mezzo, è diventato scopo. Questo movimento pratico può essere osservato nei suoi risultati più luminosi, se si guarda ad una riunione di “ouvriers” socialisti francesi. Fumare, bere, mangiare, ecc. non sono più puri mezzi per stare uniti, mezzi di unione. A loro basta la società, l’unione, la conversazione che questa società ha a sua volta per iscopo; la fratellanza degli uomini non è presso di loro una frase, ma una verità, e la nobiltà dell’uomo s’irradia verso di noi da questi volti induriti dal lavoro».[1]
Quando a 26 anni Marx scrisse uno dei suoi testi più importanti, i Manoscritti economico-filosofici del 1844, viveva a Parigi e frequentava le associazioni operaie in cui si parlava del socialismo. Marx ha sempre attribuito una grande importanza a questo primo incontro con degli uomini che si proponevano di rovesciare praticamente l’ordine borghese. Nel paragrafo citato (che si trova all’interno di un’analisi consacrata alla degenerazione del bisogno nella società capitalista) ha reso loro un bell’omaggio – non solo alle loro dottrine (che presto inizierà a criticare senza pietà), ma anche al loro spirito di fraternità: nella loro esistenza quotidiana, nei loro atti più semplici, essi vivevano già in una maniera diversa rispetto a quella della società che intendevano combattere.
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Il mimetismo delle élite
di Luigi Cavallaro
Tra il 1941 e il 1942, il poeta W. H. Auden ritrasse un pensoso Erode esitante dinanzi all'imminente strage degli innocenti. Di animo fondamentalmente tollerante, egli ne farebbe volentieri a meno. Eppure, riflette, se si consente a quel bambino di scamparla, le conseguenze saranno terribili:
«La Ragione sarà sostituita dalla Rivelazione, la conoscenza degenererà in un tumulto di visioni soggettive... La Giustizia, come virtù, sarà scalzata dalla Pietà e svanirà ogni timore di castigo. Ogni furfante dirà: 'A me piace commettere crimini, a Dio piace perdonarli. Il mondo è davvero organizzato a meraviglia'. Il becero dal cuore d'oro, la prostituta consunta dalla tisi, il bandito affettuoso con sua madre, la ragazza epilettica che comunica con gli animali saranno gli eroi e le eroine della Nuova Tragedia, mentre il generale, lo statista, il filosofo diverranno lo zimbello di satire e farse».
La composizione di Auden s'intitolava For the Time Being, e non a caso i suoi contemporanei non ne afferrarono il significato: si trattava in effetti di una lungimirante anticipazione dell'Italia dell'ultimo ventennio. Un Paese ossessionato dalle terapie e privo di fiducia nella politica istituzionale; insofferente verso ogni forma d'autorità e preda della superstizione; soprattutto corroso, nel linguaggio politico come in quello comune, dalla falsa pietà e dall'eufemismo. Simile alla Roma tardo-imperiale per l'endemica diffusione della corruzione, per l'inane verbosità dei suoi intellettuali e per l'accentuata propensione a sottomettersi a senili imperatori divinizzati, a loro volta ostaggio di mafiosi e prostitute d'alto bordo. Ma pure diverso da quella per la tendenza a sostituire gli spettacoli gladiatori con guerre ultratecnologiche teletrasmesse, che causano massacri enormi e lasciano immancabilmente intatto il potere delle satrapie mesopotamiche o nordafricane sui loro sudditi.
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Ideologia e memoria collettiva
di Elisabetta Teghil
Tutto ciò che è ideologico possiede significato. In altre parole, è un segno. Senza segni non c’è ideologia.
Esiste un mondo particolare, il mondo dei segni.
Il campo dell’ideologia coincide con il campo dei segni. Essi si equivalgono. Ovunque sia presente un segno è presente anche l’ideologia.
Tutto ciò che è ideologico possiede un valore semantico.
Ogni segno ideologico non è, solamente un riflesso, un’ombra della realtà, ma è, anche, un segmento materiale di questa realtà.
Un segno è un fenomeno del mondo esterno.
La coscienza individuale è alimentata dai segni, trae il suo sviluppo da essi, riflette le loro leggi e la loro logica.
La coscienza è logica della comunicazione ideologica, dell’interazione segnica di un gruppo sociale.
La coscienza individuale è un fatto socio-ideologico.
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La famiglia italiana o della messa a morte dell’individuo
By Rino Genovese
La famiglia in Italia non è un semplice sottosistema all’interno del più ampio sistema della società, secondo una definizione tipica della teoria sociologica. E neppure un istituto da studiare nei termini della celebre triade hegeliana famiglia-società civile-Stato. È molto di più: è il cuore stesso di quella che può essere detta l’ideologia italiana.
Che cosa s’intende per “ideologia”? Ci sono significati del termine differenti tra loro, e qui sarebbe impossibile prenderli in esame. L’uso che ne propongo è comunque circoscritto. Ideologia sono le abitudini e i costumi più o meno tradizionali in quanto vissuti emotivamente dall’interno, così da permeare la vita sociale degli individui. Se il concetto di cultura, nel suo senso antropologico, descrive le usanze e i costumi mediante uno sguardo dall’esterno, nelle loro differenze o analogie rispetto a quelli di altre culture, l’ideologia considera queste usanze e questi costumi come un orizzonte intrascendibile, avvertito in quanto tale dagli individui stessi: un insieme di credenze per lo più tacite, scontate, mai messe in questione, che fanno da sfondo alla loro identità.
In Italia l’orizzonte intrascendibile è dato dalla famiglia. Negli altri Paesi europei ci si trova di fronte a una molteplicità di elementi riconducibili, in fin dei conti, all’individualismo occidentale moderno, spesso di matrice protestante, capace di staccare il singolo dai vincoli della parentela per proiettarlo nella società.
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Hamburger University
The Homeless Adjunct
Riprendiamo un articolo uscito recentemente su un blog americano, a proposito del processo di graduale privatizzazione e distruzione dell”istruzione universitaria pubblica negli Stati Uniti. Si tratta di un modello ancora ben lontano dal nostro, ma al quale, attraverso i successivi processi di riforma, ci stiamo lentamente avvicinando. La traduzione è di Enrico Natalizio, Paola Perin e Lorenzo Zamponi
Qualche anno fa, Paul E. Lingenfelter iniziò la sua relazione sul definanziamento della pubblica istruzione scrivendo: “Nel 1920 H.G. Wells scrisse: ‘La storia è sempre più una gara tra l’educazione e la catastrofe.’ Credo che fosse nel giusto. Niente è più importante per il futuro degli Stati Uniti e del mondo della diffusione e dell’efficacia dell’istruzione, in particolare dell’istruzione superiore. Io dico con particolare attenzione all’istruzione superiore, ma non perché la scuola dell’infanzia, la scuola elementare e quella secondaria siano meno importanti. Il successo ai vari livelli di istruzione dipende, ovviamente, da ciò che è accaduto prima. Ma bene o male, la qualità dell’istruzione post-secondaria e della ricerca influisce sulla qualità e l’efficacia dell’istruzione ad ogni livello.”
Negli ultimi anni le discussioni sui vari aspetti per i quali le nostre università non funzionano sono cresciute come l’accumularsi di nubi temporalesche. Il dibattito verte sugli scarsi risultati scolastici nei nostri laureati, sulle tasse studentesche fuori controllo e sui rovinosi prestiti d’onore. Finalmente si presta attenzione agli stipendi enormi dei presidenti e degli allenatori sportivi e allo status riservato alla maggioranza dei docenti: simile a quello dei lavoratori migranti. Ora ci sono movimenti che vogliono limitare le tasse studentesche, condonare i debiti degli studenti, creare più potenti strumenti di “valutazione”, offrire materiali didattici gratuiti online e combattere lo sfruttamento dei docenti a contratto. Ma ognuno di questi movimenti si concentra solo su un particolare aspetto di un problema molto più ampio e nessun aggiustamento su questi singoli punti affronta la vera ragione per cui le università in America stanno morendo.
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Le illusioni perdute della generazione trenta-quaranta
di Roberto Ciccarelli
Il manifesto dei Trenta-Quarantenni che si autodefiniscono "generazione perduta" stringe il cuore e impone rispetto. Rispetto per il "dramma" di "dieci milioni di italiani" che, giunti alla mezza età, sono "senza speranze né futuro". Rispetto per l'istinto di auto-compatimento che s'impadronisce di una vita quando si accorge di essere "il risultato di un esperimento dall'esito fallimentare, che ha avuto per laboratorio il Paese intero e noi come cavie". Rispetto per chi, in nome della "questione generazionale", avanza come Prometeo contro "chi pretende di tenerci ancora ai margini delle decisioni che riguardano il nostro presente ed il nostro futuro e quindi quello del Paese".
Scrivono:
E' forte l'impressione di essere in presenza di 24 pugili suonati. I promotori del manifesto rientrano nel lavoro indipendente di ceto medio come giornalisti, docenti universitari precari architetti, e diversi avvocati, insomma in quella zona grigia dove i "giovani" professionisti vivono accanto al "precariato", e spesso lo sono pienamente.
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Comunicatori inquieti e invadenti
di Federico Faloppa
Raffaele Simone Presi nella rete. La mente ai tempi del web, pp. 227, € 17, Garzanti, Milano 2012
Come linguista, Raffaele Simone non ha certo bisogno di presentazioni: almeno due generazioni di studenti si sono formate sui suoi testi. Ma Raffaele Simone non ha certo bisogno di presentazioni neppure come osservatore attento delle trasformazioni culturali e sociali della contemporaneità, attraverso alcuni saggi a metà tra il pamphlet militante e la sintesi erudita. A cominciare dal j’accuse celeberrimo L’università dei tre tradimenti (Laterza, 1993), per giungere ai ritratti disincantati di Il paese del pressapoco (Garzanti, 2005) e all’impietosa analisi di Il mostro mite. Perché l’Occidente non va a sinistra (Garzanti, 2008), passando per il pioneristico La terza fase. Forme di sapere che stiamo perdendo (Laterza, 2000). Proprio a La terza fase si riallaccia l’ultimo suo lavoro, che non solo evoca, ma rielabora e amplia i contenuti di quel fortunato predecessore. Certo, scorrendo in parallelo l’indice dei due volumi non si può non avere una sensazione di déjà-lu. Ma si tratterebbe di un’impressione superficiale. Perché quella prima analisi sul cambiamento del nostro modo di pensare (e di acquisire il sapere) indotto dalla trasformazione tecnica e dalla rivoluzione digitale si è nel tempo arricchita e articolata: sia per un’ovvia esigenza di aggiornamento, sia soprattutto per l’urgenza di segnalare, ancor più criticamente, la profonda incidenza culturale e politica di quella trasformazione.
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Mistificazioni meritocratiche
di Gigi Roggero
La maggiore virtù del suo confuso progetto di “riforma” sarebbe consistita, sosteneva Profumo, nel non apportare ulteriori tagli alla disastrata situazione dell’università italiana. É anche incauto, il pasdaran della meritocrazia. La spending review ha riportato le cose a posto ed ecco, tra imbarazzi e parziali retromarce, un’ennesima sostanziosa sforbiciata a formazione e ricerca. Al malato terminale non viene concessa nemmeno la morfina per alleviare il dolore. L’eutanasia sarebbe decisamente consigliabile, e se non dolce la morte segnerebbe almeno la fine dell’agonia.
Ma la tragedia ha, da tempo, ceduto il passo alla farsa: così, mentre si toglie l’ossigeno, infuria il dibattito tra gli addetti ai lavori sulla valutazione. I problemi dell’università non sono lo smantellamento strutturale, gli oltre 60.000 precari senza prospettive, la dequalificazione dei saperi, l’impasto di potere feudale e tendenze aziendaliste, bensì gli “sprechi” e la “corruzione”. La ricetta è, ovviamente, l’istituzione di “oggettivi” meccanismi di valutazione. Monti e Profumo fanno bella figura, Giavazzi è contento, i baroni stanno tranquilli perché, ancora una volta, l’attenzione è distolta: i mali da combattere sono, infatti, individuali e mai sistemici. Come chiamare tutto questo se non populismo tecnocratico, cifra e sostanza dell’attuale governo?
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L’esclusione ovunque
Una rivisitazione del paradigma foucaultiano
di Emilio Quadrelli
Intorno al carcere, alla sua storia e funzione, sono state scritte intere biblioteche. È immaginabile che il lettore di questo sito ne abbia una conoscenza abbastanza ampia. Diamo quindi per scontato gran parte di ciò che ci sta alle spalle e proviamo a tracciare alcune linee di ricerca e intervento a partire dal presente. Il carcere non è, come certa letteratura di genere (prendiamo su tutti i romanzi di Edward Bunker) ama mostrare, un mondo a sé con regole e retoriche diverse e distanti dai mondi sociali esterni bensì la sintesi, portata sino alle estreme conseguenze, del mondo che lo circonda. Il carcere è esattamente lo specchio, neppure troppo deformato, del mondo cosiddetto normale. Questo, chiaramente, non significa che tra dentro e fuori non esistano differenze ma, più realisticamente, che le regole e i modelli della prigione sono i medesimi della società circostante. Parlare del carcere, quindi, significa parlare dei modelli sociali nei quali siamo immessi. Ciò è vero sia per quanto riguarda la società ufficiale e legittima, ossia quella che utilizza e gestisce il carcere, sia per quanto riguarda la parte deputata a subirlo e ad abitarlo. Il carcere, non diversamente da qualunque altro ambito sociale, non può che essere l’effetto di una condizione storicamente determinata.
Credo che sia importante, per iniziare a comprendere il mondo della prigione di oggi, prendere sommariamente in esame il modo in cui è mutuata negli ultimi anni la “questione sicurezza”. Penso sia noto a tutti come, solo pochi anni addietro, le retoriche relative alla sicurezza insieme a tutte le autentiche ossessioni che si portavano appresso fossero una delle argomentazioni politiche di maggior rilievo.
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I predatori metropolitani
di Sandro Mezzadra
Il capitalismo contro il diritto alla città è il titolo scelto dalla casa editrice Ombre Corte per il piccolo libro di David Harvey da poco in libreria (pp. 106, 10 euro). È un libro, conviene dirlo subito, tanto piccolo quanto prezioso. Per chi non conosce il lavoro di Harvey, uno dei protagonisti indiscussi dei dibattiti marxisti internazionali, è un'ottima introduzione ai temi al centro della sua ricerca fin dall'inizio degli anni Settanta, qui rivisitati sullo sfondo della crisi contemporanea. Per chi è familiare con l'opera dell'autore inglese, da tempo trasferitosi negli Stati Uniti, la lettura dei tre capitoli che compongono il volume riserva qualche sorpresa - o meglio dischiude prospettive analitiche e politiche rimaste sotto traccia nel lavoro di Harvey degli ultimi anni (da La guerra perpetua a Breve storia del noeliberalismo, entrambi usciti in Italiano per Il Saggiatore, fino a L'enigma del capitale, pubblicato lo scorso anno da Feltrinelli).
Espropriazione urbana
Geografo di formazione, Harvey ha raccontato spesso come il momento decisivo nella sua radicalizzazione politica sia stato l'arrivo a Baltimora, nel 1969: «non avevo mai visto un tale livello di povertà», ha dichiarato ancora di recente in un'intervista con la rivista francese «Vacarme». Erano gli anni in cui, negli Stati Uniti, il dibattito pubblico era dominato dal tema della «crisi urbana», sullo sfondo delle grandi rivolte nei ghetti afro-americani.
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Scuola e istruzione beni comuni?
La scuola oltre il limite, ovvero insegnare fuori dal neoliberismo
Marco Ambra intervista Sandro Chignola
Marco Ambra: Partiamo proprio dai processi di riorganizzazione della scuola in corso dagli anni ’90. Lei li ha descritti nei termini di una ristrutturazione secondo l’ideologia del new public management: la graduale privatizzazione della scuola pubblica, l’implementazione di una tecnologia didattica delle competenze, il coinvolgimento di tutti gli share holders (genitori, studenti, funzionari pubblici, dirigenti) nella valutazione dell’attività didattica, anche attraverso strumenti di misurazione statistico-quantitativa (come le prove INVALSI). In che modo questi punti-guida dell’azione riorganizzatrice della scuola pubblica creano uno spazio nel quale può inserirsi quello che Foucault, nella Nascita della biopolitica, rileva come uno dei dispositivi più efficaci del neoliberismo: l’idea di un individuo imprenditore di sé, ontologicamente primo rispetto alla società nella quale agisce? In che senso questa riorganizzazione è sostenuta da un’episteme pedagogica espressione della didattica delle competenze?
Sandro Chignola: Il fatto che io mi riferisca a Sicurezza, territorio e popolazione e alla Nascita della biopolitica per decostruire gli interventi di riforma che si sono abbattuti sulla scuola pubblica a partire dagli anni ’90 è qualcosa che in qualche modo Foucault stesso auspicava quando ribadisce, nelle interviste, di pensare alla propria opera come ad una cassetta degli attrezzi. L’opera foucaultiana non è una disciplina o un pensiero chiuso nella propria coerenza, quanto piuttosto una «freccia scagliata al cuore del presente» (Habermas), un repertorio di argomenti, mosse, analisi che potevano e possono essere proseguite.
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"Coscienza illusoria di sè"*
di Elisabetta Teghil
Uno dei nodi del nostro impegno come femministe è lo scardinamento dei ruoli.
Lottare solo contro l’ideologia, la mentalità, la cultura patriarcale senza mettere in discussione i meccanismi che la producono, è insufficiente se non fuorviante.
Non trasformando i rapporti di produzione capitalistici iscritti nei processi di lavoro, questi riproducono continuamente tutti i ruoli della divisione sociale capitalistica, tutti i ruoli degli apparati politici e ideologici patriarcali.
Disoccupazione, inquinamento, controllo, lavoro sempre più monotono ,noioso, sempre più disumano…….. qualsiasi condizione, situazione, fisica, mentale, affettiva….. trasformata in occasione di profitto, è qui il carattere propriamente tragico degli anni che viviamo.
Ma, questa condizione non si realizza a partire dall’automatismo in sé, non dipende dalle nostre possibilità o capacità, ma ha le radici dentro le condizioni sociali cioè nella natura della società e può essere dissolta soltanto dalla prassi consapevole di soggetti che intendono liberarsi.
Pertanto, la liberazione di noi tutte non è un programma per il futuro ma l’inventario del presente, l’insieme delle potenzialità incorporate nel sapere sociale.
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Studenti e debito
Appunti per una lotta dentro e contro l'Università
Collettivo Universitario Autonomo
Another day older and deeper in debt
Saint Peter don't you call me 'cause I can't go
I owe my soul to the company store'
(Sixteen Tons, Merle Travis)
Questa vecchia canzone country, ripresa da Johnny Cash in una cover del 1987, ci parla di una vita dominata dal peso di un debito spietato, impossibile da ripagare anche col duro lavoro, tanto spietato da disegnare l'immagine di un purgatorio in terra, davanti al quale addirittura San Pietro è costretto a rimandare la chiamata in paradiso del nostro minatore. Probabilmente, all'epoca in cui fu scritta, il debito (privato, pubblico, familiare, studentesco, etc.) non era presente come lo è oggi nei dibattiti politici, nello spazio mediatico e nelle preoccupazioni quotidiane di molte persone. Questa canzone ci parla, tuttavia, di un particolare aspetto della questione, ovvero della radice comune dei concetti di debito e colpa, un rapporto che si è stratificato storicamente. Il debito rappresenta una colpa che deve essere espiata col sacrificio, la rinuncia ed il lavoro. Viviamo in una società nella quale il ricorso alle varie forme di debito è strutturale, addirittura essenziale, al funzionamento dell'attuale sistema economico. Ciò che qui ci interessa è porre il problema da uno specifico punto di vista: quello studentesco, dentro l'Università, dopo il ciclo di lotte No Gelmini. Questione che riteniamo debba essere affrontata in tutta la sua estensione, anche ripartendo dai limiti dentro i quali il movimento si è incagliato, pensando che il capitale vincerà sempre se non diventeremo più veloci della controparte nel comprendere i passaggi, le contraddizioni, i conflitti, per andare anticipatamente ad organizzarli, per farli esplodere.
Uno degli obiettivi della riforma Gelmini, sostanzialmente condivisa da tutta la partitocrazia nostrana, era il taglio pesante del finanziamento statale all'Università.
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Ascoltando Macao
Guido Viale
La cultura, oppressa da trent'anni di televisione, di marketing e di carrierismo craxiani e berlusconiani torna a prendersi la scena nel modo più impensato: prima con l'occupazione del teatro Valle di Roma e la presa di parola della generazione TQ (i trenta-quarantenni); ora con la forza aggregante di Macao a Milano e, tra le due, e intorno a loro, un'altra decina di occupazioni di cinema, teatri, locali in varie città d'Italia: per "fare cultura". Cultura e arte sono scienza del possibile: potenze che scardinano l'appiattimento sulle necessità imposte dai "fatti compiuti". Il conformismo dei passati decenni era un coperchio su una pentola in lenta ebollizione: una volta sollevato, le spinte sociali sono destinate a esplodere; analogamente a come quattro decenni fa la delegittimazione dell'ordine costituito prodotto dal movimento degli studenti aveva spalancato le porte all'offensiva operaia e sociale degli anni '70.
Nelle assemblee di queste nuove aggregazioni si discute (a volte in modo ingenuo e disordinato: ed è un loro pregio) soprattutto di partecipazione, di democrazia diretta, di regole e garanzie per assicurare a tutti la possibilità e il diritto di esprimersi e di portare il proprio contributo alla crescita di tutti; in modo del tutto simile a quello che ha tenuto occupati per giorni gli acampados spagnoli o i partecipanti di Occupy Wall Street e delle mille repliche che hanno investito gran parte delle città statunitensi; ma anche in tante altre sedi, come le riunioni della per ora ancora piccola Alba. La novità maggiore di questa nuova stagione sta proprio qui: cultura e democrazia, nel senso di partecipazione, coincidono. Non c'è cultura se non ha come suo humus la valorizzazione del contributo di conoscenze, di esperienze, ma anche e soprattutto di vissuto, di sentimenti e passioni, di tutti coloro che vogliono concorrere a un risultato condiviso; e viceversa, la democrazia non è e non può essere un mero insieme di regole - che pure vanno fissate e aggiornate in corso d'opera - ma è un regime di condivisione di saperi, sia specialistici che pratici, "mettendoci la faccia"; e mettendo in gioco i propri corpi, come la modalità delle occupazioni mette in evidenza.
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Il disincanto di Ippolita
...e lo sboom di Facebook a Wall Street
di Benedetto Vecchi
Alla fine Facebook è sbarcata a Wall Street. La prima giornata di vendita delle azioni hanno fatto affluire nelle casse del social network molti miliardi di dollari. Mark Zuckerberg, uno dei fondatori, è diventato un piccolo Paperon de Paperoni; lo stesso è accaduto ad alcuni investitori istituzionali e manager dell’impresa. La divisione della torta ha inoltre previsto piccole porzione anche per i fortunati dipendenti che erano stati premiati con delle stock option nei mesi scorsi. E ieri la Rete ha diffuso un video dove Mark Zuckerberg era attorniato da decine e decine dipendenti che sorridenti festeggiavano l’avvio delle vendita delle azioni. Un video che i compassati New York Times e The Guardian hanno paragonato alle rituali assemblee delle imprese coreane,giapponesi e cinesi, dove i lavoratori inneggiano al logo e ai padroni che li rendono merce. Immagine plastica di quella comunità dei produttori che uno studioso liberal come Richard Sennett prospetta per uscire dalla crisi. I due quotidiani, situati alle due sponde dell’Atlantico, hanno però sottolineato anche un’altra cosa: la prima giornata di Facebook a Wall Street non ha suscitato l’entusiasmo che accompagnò l’Ipo (Initial pubblic offering) di Google. Il giornale newyorkese ha anzi messo in rilevo che gli scambi a Wall Street non sono stati trascinati dall’effetto Facebook. I motivi di ciò sono tanti, ma ciò che emerge dalla lettura dei commenti in Rete sono i dubbi sulla fragilità di Facebook, una società ritenuta niente affatto dinamica e innovativa come invece le relazioni pubbliche del social network hanno sempre tentato di accreditare.
Ma al di là delle analisi che hanno accompagnato il quasi successo (o il quasi flop) di Facebook, il suo arrivo a Wall Street va valutato attentamente, perché è la prima volta che un’impresa che fa le sue fortune organizzando capitalisticamente la comunicazione informale tra i novecento milioni di utenti si candida a diventare un’impresa globale che fa leva su un circolo virtuoso tra finanza e sussunzione reale della cooperazione sociale.
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Da Lisbona a Kiev, sognando l'Alta velocità
Viaggio nell'Europa che aspetta la Tav
di Luca Rastello
LISBONA - Santa Apollonia è la stazione principale. Due binari per convogli suburbani, un treno per Bilbao, una tettoia di ferro e vetro affumicato, aria dall'oceano e dal Tago. Lisbona se ne sta sospesa fra un passato nostalgico d'impero e un futuro internazionale che non verrà più, qualche vezzo liberty e il rimpianto per la promessa - tradita - di diventare la sorgente del mitico "Corridoio 5", l'asse Lisbona-Kiev che doveva unire l'Europa dall'Atlantico alle steppe con il miracolo delle grandi opere e dell'alta velocità e che invece perde le ali e anche pezzi del suo ventre e del suo cuore. Quinto pilastro di un sontuoso progetto di viabilità europea stabilito nelle conferenze di Creta e Helsinki a metà degli anni Novanta, oggi quel corridoio, spesso nominato (soprattutto a proposito di un suo piccolo tratto, quello tra Torino e Lione) ma mai percorso per intero, rimane sostanzialmente un mistero. Nella sua articolazione, nella sua utilità, nelle prospettive.
E il mistero comincia proprio dalla testa. Il 21 marzo scorso il governo portoghese ha annunciato l'abbandono di ogni progetto di alta velocità. Una decisione accolta con flemma: oplà, il Portogallo non c'è più. Del resto, lo vedremo, anche l'Ucraina non si sa bene dove sia andata a finire. Resta in piedi però il sogno di un'Europa unita da una rete di infrastrutture viarie, ma nella forma di una ragnatela di tratti a media percorrenza stesa su tutto il continente e chiamata "Ten-T". Quanto al Corridoio 5, ridimensionato, viene oggi ribattezzato Corridoio Mediterraneo.
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“Il sociale è il privato”
Elena De Marchi
Qui di seguito alcune riflessioni sull’ultimo libro di Elisabetta Teghil, Il sociale è il privato, Bordeaux, 2012
Come mai le lotte dei movimenti che si sono generati e diffusi negli anni Sessanta e Settanta, pur avendo ottenuto numerose vittorie e conquiste, non sono riuscite a cambiare qualitativamente in meglio la società e a scardinare il potere della grande borghesia capitalista, che invece negli ultimi vent’anni ha assunto un peso preponderante non solo nella sfera politica ed economica internazionale, ma anche per quello che concerne le scelte individuali e private? Nonostante le donne, gli omosessuali, le trans e qualunque “minoranza” siano stati per così dire accolti nei partiti politici, negli eserciti, nei ruoli chiave economici e in tutte le istituzioni, la società stessa non è infatti più accogliente e più giusta, anzi si assiste a un globale arretramento della qualità della vita, a un controllo sociale sempre più esteso, a una perdita dei diritti conquistati nei diversi ambiti, da quello lavorativo a quello della libertà individuale e dell’autodeterminazione.
Il femminismo, originariamente creativo e dialettico, come si pone di fronte ai cambiamenti in atto? Il fatto che abbia posto preminentemente l’accento sulla visione emancipatoria della donna lo ha in qualche modo reso complice dello stato attuale delle cose?
Elisabetta Teghil affronta tali tematiche in modo molto chiaro e senza esitazioni, in questo suo secondo libro, Il Sociale è il privato (Bordeaux, 2012), una raccolta di lettere inviate alla mailing list nazionale “Sommosse”, che esce a circa un anno di distanza dal suo primo volume, Ora e Qui.
Secondo l’autrice, nella nostra società, al tempo stesso capitalista e neo-liberista, in cui la socialdemocrazia si è fatta destra moderna, i ruoli sessuali, anche quelli definiti come nuovi e ibridanti (transessuali e transgender), il colore della pelle, le culture cosiddette “alternative”, nonché le rivendicazioni di qualsiasi tipo sono utilizzate al servizio della società capitalistica stessa, al fine di creare profitto, senza altresì rimuovere l’organizzazione sessista e classista.
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