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Controllo, paura, violenza. Da Genova 2001 all’emergenza Covid

di Edmond Dantès

willowCon l’emergenza Covid sono emerse allo scoperto diverse forme di disciplinamento sociale che in precedenza erano soltanto latenti. Vorrei proporre qui una sorta di résumé di tutti i provvedimenti che, ufficialmente, sono stati avviati per preservare la salute pubblica ma che, in realtà, appaiono come subdole forme di controllo sociale destinate a sopravvivere negli interstizi della società. Queste forme di controllo sono state imposte alla società con il ricatto della paura: se non si adottano, si può morire. Ed ecco che, di fronte alla paura di una malattia spacciata come inesorabilmente mortale, tutti hanno chinato la testa, compresa la sinistra più radicale. Ma forse i ‘compagni’ non si sono resi conto che queste forme di controllo sono soltanto la prosecuzione con altri mezzi di un violento disciplinamento sociale iniziato già, probabilmente, con la manifestazione di forza dello Stato emersa durante il G8 di Genova 2001. In questo periodo ricorre il ventennale di quei tragici avvenimenti: allora si trattava di disciplinare militarmente solo una frangia di ‘violenti’ e ‘estremisti’ che manifestavano contro le iniquità del sistema capitalistico; adesso, quello stesso sistema capitalistico, lungi dall’essere messo in ginocchio dall’avvento del virus, ha manipolato il virus a sua immagine e somiglianza. Lo ha reso funzionale ai suoi interessi; lo ha reso come l’evento clou di un disciplinamento ‘spettacolare’ già iniziato decenni prima. Perché il controllo si è esteso e allargato sotto varie forme, non ultime quella mediatica e spettacolare. Il Capitale è arrivato a imporre, per mezzo dei media, un discorso dominante: quello, appunto, della pericolosità assoluta del virus.

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doppiozero

Scuola: dislessia, autismo e bullismo

Una conversazione con Michele Zappella

di Anna Stefi

9788807091506 0 0 503 75Dopo aver ascoltato Pietropolli Charmet e il suo sguardo rivolto all’adolescenza, mi è sembrata un’occasione preziosa quella di poter rivolgere le mie domande a Michele Zappella, uno dei massimi esperti e studiosi di neuropsichiatria infantile, in prima linea, negli anni Sessanta (è nato nel 1936), per l’abolizione delle classi differenziali. Ha lavorato a Londra, negli Stati Uniti e in diversi istituti psichiatrici italiani, prima di diventare primario del reparto di Neuropsichiatria infantile dell’Ospedale Generale di Siena, incarico ricoperto per più di trent’anni. Continua a visitare bambini, a occuparsi di integrazione e proposte terapeutico-educative, e la sua voce sull’autismo è tra le più autorevoli del panorama contemporaneo. Tra i suoi libri vanno almeno citati: Il pesce bambino. Come la società degli adulti deve riapprendere ad ascoltare il bambino (Feltrinelli, 1977); Non vedo, non sento, non parlo. Autismo infantile: come i genitori possono guarire da soli i propri figli (Mondadori, 1984); (con Dario Ianes), Facciamo il punto su l'autismo (Erickson, 2009); (con Giuseppe De Luca), L'alba dell'integrazione scolastica (Carocci, 2013).

Lo raggiungo in Skype e mi accoglie canticchiando una musichetta: lo scrive anche nelle pagine del suo libro, il viso di Ludovico, che non ha mai parlato, si illumina quando ascolta versi e note prese dal Flauto Magico provenire dalle labbra di quel dottore che si fa chiamare Zio Michele.

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thomasproject

Recensione a “La vita lucida. Un dialogo su potere, pandemia e liberazione”

di Andrea Cengia

demichelis bartolini vitalucidaIl dialogo tra Paolo Bartolini (analista filosofo) e Lelio Demichelis (sociologo dell’economia), uscito nel mese di maggio 2021 per la collana Dissidenze di Jaca Book (La vita lucida. Un dialogo su potere, pandemia e liberazione, Milano, 2021) – di Andrea Cengia), si propone il compito di affrontare i temi delle relazioni esistenti tra i concetti di potere, pandemia e liberazione. Si tratta di un testo assai utile per coloro che vogliano osservare il nostro presente, provando a discuterne alcuni scorci significativi. Uno dei meriti del lavoro di Bartolini e Demichelis consiste propriamente nella forma di discussione poiché questa scelta, probabilmente, immagina una tipologia particolare di lettore. Quest’ultimo, immergendosi in una esposizione molto lineare e fluida, può avvicinarsi a temi di portata teorica, politica e sociale, proprio grazie all’intreccio del ‘botta e risposta’ dei due autori.

Uno dei punti di attacco del discorso riguarda il tema della pandemia. Lelio Demichelis sostiene che la pandemia-sindemia è stata «un acceleratore di processi morbosi» che si innestano sulle «molteplici fragilità dell’uomo» (p. 12). Ed è a partire da questa fragilità che Demichelis (che ha già condotto lavori sul tema della condizione antropologico-sociale contemporanea ne La grande alienazione (Demichelis 2018) cerca di leggere la situazione pandemica «come possibilità» (p.12). Ciò che è rilevante è chiedersi cosa significhi e come si delinei questa possibilità. È chiaro che quest’ultima si configura come rottura rispetto agli assetti sociali già consolidati. Qui il discorso diventa molto interessante in quanto inserisce il tema della pandemia nella sua cornice socio-economica di riferimento.

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Coordinamenta2

L’illegalità delle lotte fonte del diritto

di Elisabetta Teghil

corpo e mente”Le leggi, il diritto e l’ordine sono fondamentalmente contro di noi anche se, combattendo duramente, abbiamo strappato due o tre diritti che, comunque, dobbiamo difendere continuando a lottare. La lotta radicale femminista e l’obbedienza alle leggi sono due cose che fanno a pugni fra loro.”
Rote Zora

Tutti i giorni muoiono persone sul lavoro, è uno stillicidio, ma a meno che non sia la notizia di un’operaia di 22 anni dilaniata da una macchina tessitrice che produce una particolare impressione per un giorno e via, le altre morti vengono vissute dalla gente come routine. Continuamente ci sono donne stuprate o ammazzate da mariti, fidanzati, amanti, ex, padri, figli, conoscenti, famiglia, amici ma è diventata routine anche questa. Tutti i giorni muoiono persone di miseria, fra poco ci sarà un’ondata di licenziamenti da paura dato che l’ultimo ddl Draghi ha decretato la definitiva eliminazione del blocco in due date indifferibili, 30 giugno e 30 ottobre, ma sarà routine. C’è nella popolazione un’assuefazione al male che non è indifferenza, è rassegnazione, una rassegnazione che comporta l’incapacità di indignarsi e di cercare quindi la ragione di quello che succede.

Una cosa però è certa. Questa è una società che si pavoneggia per l’attenzione ai diritti: sicurezza sul lavoro, leggi sempre più severe, legislazione di tutela per le donne, sbandieramento di attenzione nei loro confronti, sbandieramento dei diritti delle minoranze e delle diversità sessuali, parole a iosa sulle tutele riguardanti immigrati e immigrate… pace, giustizia, democrazia…

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machina

Il discorso razzista come giustificazione dello sfruttamento

Intervista ad Alberto Burgio

0e99dc 4106c8f8948c445682a4f2f106c0b01bmv2Si intitola Critica della ragione razzista il recente saggio di Alberto Burgio, professore ordinario di Storia della filosofia all’università di Bologna. Il titolo è una parafrasi del più classico fra i classici di filosofia moderna, La critica della ragion pura di Karl Immanuel Kant, e non è ovviamente un caso. Kant è infatti il più significativo esponente dell’Illuminismo tedesco, ed è proprio sull’illuminismo che Burgio punta l’obiettivo, individuando in quel momento storico la nascita delle teorie razziste a giustificazione di fenomeni inconciliabili con la morale europea, come il colonialismo e la tratta degli schiavi. «Il razzismo – scrive Burgio – prende forma proprio mentre in Europa si svolge la battaglia vittoriosa delle borghesie nazionali contro i privilegi feudali per la propria emancipazione economica e politica, civile e religiosa. Questo nesso, nient’affatto esteriore, è la base materiale di quella struttura unitaria del discorso razzista di cui cercheremo di mostrare la centralità». Ed è proprio sul secondo capitolo del libro, dal titolo «Le razze degli illuministi», che abbiamo incentrato la nostra conversazione con Alberto Burgio, il cui volume ha lo scopo ultimo di fornire una lettura profonda e attenta della modernità di cui siamo figli, o meglio della «malattia congenita della modernità» che viene qui diagnosticata e ricondotta alla sua genesi. Quella stessa malattia che ci porta a manifestazioni di intolleranza e di violenza nei confronti dei migranti che dall’est europeo o dal sud del Mediterraneo tentano di giungere fino a noi.  

* * * *

La storiografia è pressoché unanime nel considerare l’esperienza coloniale nelle Americhe (e in particolare la tratta e la riduzione in schiavitù dei neri) il luogo di nascita del discorso razzista. Una questione essenziale chiama in causa sulla base di tale premessa la schiavitù antica: come mai una teoria razzista non prese forma in connessione allo sviluppo dell’economia schiavistica in Grecia e nel mondo romano quando si svilupparono le prime vere e proprie società schiavili della storia? 

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perunsocialismodelXXI

Sul femminismo oggi

Un dialogo a distanza fra Chiara Zoccarato e Alessandro Visalli

091856909 a9b9cfc9 e66d 45b1 9b96 8b6dbbd9e6fbQuasi tutti gli articoli apparsi su questo blog sono di mio pugno. Solo in pochi casi ho accolto interventi di altri autori (sollecitati da me), questo è uno di quelli. Dopo essere intervenuto in più occasioni sul tema della degenerazione teorica e ideologica di un femminismo mainstream sempre più allineato con gli interessi del sistema capitalistico e con i valori e i principi neoliberali, ho deciso di pubblicare una riflessione inviatami dall'amica Chiara Zoccarato, la quale, pur duramente critica nei confronti delle correnti maggioritarie del femminismo, rivendica i motivi di fondo di un conflitto di genere che ritiene parte integrante della battaglia socialista e anticapitalista. Assieme al suo contributo, ho deciso di pubblicare anche le riflessioni critiche che quel testo ha sollecitato da parte di Alessandro Visalli (che me le aveva inviate dopo averlo a sua volta ricevuto da Chiara). Ovviamente entrambi gli autori sono stati avvertiti della mia intenzione e si sono dichiarati d'accordo. Penso che far circolare il loro dibattito sia importante, non solo per i temi che affronta, ma anche e soprattutto perché il modo in cui li affronta ha il merito di disincagliare la discussione dalle secche della sterile contrapposizione fra accuse incrociate di misoginia e misandria, in cui ultimamente sembra essersi impantanata. Ringrazio quindi queste due persone, della cui fraterna stima e affetto mi onoro, per avermi offerto questa occasione [Carlo Formenti].

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Alcune considerazioni sulla questione femminile

di Chiara Zoccarato

Qualcuno dice che la lotta di classe disturba il sistema, la lotta tra i sessi no.

E’ un’affermazione ad effetto, da verificare con più attenzione.

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cambiarerotta

Formare un mondo diverso: contro una scuola delle classi dirigenti, per la scuola che emancipa

di Lucia Donat Cattin – USB scuola

FB IMG 1623210843107 860x280La scuola tradizionale è stata oligarchica perché destinata alla nuova generazione dei gruppi dirigenti, destinata a sua volta a diventare dirigente […] L’impronta sociale è data dal fatto che ogni gruppo sociale ha un proprio tipo di scuola, destinato a perpetuare in questi strati una determinata funzione tradizionale, direttiva o strumentale. Se si vuole spezzare questa trama, occorre dunque non moltiplicare e graduare i tipi di scuola professionale, ma creare un tipo unico di scuola preparatoria (elementare‑media) che conduca il giovinetto fino alla soglia della scelta professionale, formandolo nel frattempo come persona capace di pensare, di studiare, di dirigere o di controllare chi dirige.

A. Gramsci “Quaderni dal Carcere” QXII

L’assemblea di Cambiare Rotta, che si terrà a Bologna il 13 giugno, si terrà in quel luogo perché lì ha avuto inizio quel processo di Bologna, nato a fine anni ’90 del Novecento, volto ad “armonizzare” i sistemi europei di istruzione, che aveva in realtà lo scopo di metterli tutti armonicamente al servizio delle aziende e del sistema di produzione capitalistico. 

In questa direzione sono andate, da quel momento in poi, tutte le iniziative europee sull’istruzione e quelle dei governi del nostro paese, innestando quel pilota automatico che ben conosciamo e che caratterizza le scelte politiche, economiche e sociali dei governi dei paesi europei da vent’anni a questa parte: l’Unione Europea decide e i governi nazionali applicano.

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citystrike

Lo sdoppiamento virtuale dello spazio pubblico

di Renato Curcio

Riprendiamo questo lungo e interessante articolo di Renato Curcio, uscito sulla rivista “Su la Testa” (qui il link)

Algoritmi Medioera e1551717463373 800x445Con l’inizio del terzo millennio l’espansione del continente digitale planetario ha investito l’Italia e coinvolto nell’erosione progressiva dello spazio pubblico gran parte dei suoi cittadini. Con “spazio pubblico” non intendo soltanto quell’insieme di luoghi aperti e reali, ovvero non virtuali, entro cui lo Stato dovrebbe garantire a tutti la libertà di esercitare apertamente i diritti di cittadinanza, d’informazione, di attività culturale e politica in tutte le varianti. Ancora prima, infatti, lo si dovrebbe considerare come uno spazio strategico per la maturazione e il consolidamento delle nostre abilità relazionali; delle capacità di progettazione comune, di collaborazione empatica e di operatività condivisa. Come una grande rete di luoghi immaginati, voluti e liberamente istituiti da aggregazioni sociali autonome e autogestite. Luoghi aperti, dunque, in virtù dei quali possano svilupparsi e assumere una forma storica i momenti di confronto e le forme sorgive della creatività e del mutamento sociale. Nella seconda metà del Novecento gli spazi pubblici post-bellici avevano vissuto in questo Paese un importante scossone. Le deboli attrezzature associative istituite per via burocratica dallo Stato dovettero cedere il passo a nuove esigenze culturali portate avanti da un fermento generazionale e laico nato in alternativa anche ad altre istituzioni robustamente sostenute da enti religiosi o privati.

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lafionda

Perché ho parlato contro i lockdowns

Sulla necessità di sfidare il senso comune sul Covid

di Martin Kulldorff

lockdownNota introduttiva a cura della Redazione de La Fionda

Dall’inizio dell’epidemia di Sars-Cov-2, abbiamo assistito all’amplificarsi e all’imporsi di un approccio e di una dinamica politica, mediatica e scientifica, che ha fatto della censura e della politicizzazione di dubbi argomentati, di opinioni, posizione scientifiche autorevoli o addirittura di farmaci e protocolli terapeutici, una forma di gestione di ciò che nel discorso pubblico e nello spazio sociale delle democrazie occidentali, può esser considerato legittimo e dicibile, e di ciò che invece deve essere rifiutato come fake. Si tratta di un metodo di controllo o, per meglio dire, di governo della pubblica opinione e del suo spazio di accettabilità e di legittimità: metodo che era già radicato e praticato nell’era pre-Covid, rispetto, ad esempio, a temi riguardanti l’Unione Europea, le questioni economiche e monetarie, o ancora i rapporti geo-politici tra gli Stati o i problemi legati all’immigrazione, ma che ha fatto dell’epidemia e della questione sanitaria il nuovo campo d’azione e di delimitazione del discorso pubblico.

Questo metodo di governo della pubblica opinione, così come delle posizioni scientifiche, ha sostanzialmente racchiuso le maggiori questioni problematiche riguardanti l’epidemia, delimitando il campo del discorso considerato legittimo perché certificato da autorità politiche, TV, giornali e social media come vero, e costruendo, al tempo stesso, una cappa di indicibilità su chi ha sollevato dubbi e interrogativi capaci di mettere in discussione quella narrazione ufficiale. La sola possibilità di espressione libera che non incorra né nel meccanismo di delegittimazione pubblica e mediatica, né nella conseguente censura, consiste nel presentare le tesi opposte alla narrazione certificata e vera, come delle pure ipotesi senza alcuna pretesa veritativa.

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cumpanis

Trump, Fort Detrick e il Covid 19

Il colpevole silenzio degli Stati Uniti sulla vera origine del coronavirus

di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli

Schermata del 2021 06 02 19 45 35 2 1 pdfTutta una serie di variegate informazioni e di fatti concreti, combinati strettamente tra loro a partire da alcune clamorose anomalie, provano e attestano oltre ogni dubbio che:

1. Il coronavirus ha iniziato a contagiare e devastare il mondo trovando il suo luogo di origine e di propagazione nella base militare e nel laboratorio batteriologico di Fort Detrick, collocato nello stato del Maryland degli Stati Uniti, fin dal luglio del 2019 e quindi più di tre mesi in anticipo rispetto ai casi riportati a Wuhan e in Cina;

2. Il governo Trump, gli apparati statali americani e l’amministrazione Biden in carica dal gennaio del 2021, hanno via via cercato, coscientemente e costantemente, di coprire e nascondere tale gravissimo evento di contaminazione durante il periodo compreso tra il luglio del 2019 e il presente, ossia per due lunghi e sanguinosi anni: una menzogna permanente e perfettamente consapevole di Washington che ha direttamente causato e prodotto il dilagare della paurosa strage di più di tre milioni di esseri umani, insanguinando dall’estate del 2019 quasi tutto il nostro pianeta e provocando circa 600.000 vittime innocenti nella stessa America.

Fin dal 1943 e senza soluzione di continuità uno dei principali siti militari statunitensi per la guerra batteriologica, Fort Detrick, registrò al suo interno una prima e innegabile “fuga” verso il mondo esterno del batterio che causa l’antrace (una gravissima infezione, con sintomi molto simili a quelli creati dalla polmonite) già il 18 settembre 2001, ossia solo una settimana dopo gli attentati dell’11 settembre.1

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patriziopaolinelli

Il conflitto sociale al tempo del Covid

Mario Michele Pascale intervista Patrizio Paolinelli

31lettere due torino d ritagliare 0La pandemia da Covid-19 sta allentando la morsa. Le vaccinazioni procedono a ritmo spedito e già si intravede la luce alla fine del tunnel. Ma mettere tra parentesi gli anni 2020-2021 potrebbe essere un errore. La pandemia ha messo a nudo molte criticità di sistema: economiche, politiche, sociali.

Patrizio Paolinelli, sociologo e giornalista, autore di Rabbia. Polemos e il Leviatano, uscito recentemente per i tipi di Asterios editore, indaga i punti in cui il sistema si incrina generando rabbia sociale.

Se nella prima fase del contagio l’Italia intera cantava piena di speranza dai balconi, nella seconda fase il malcontento è montato, l’entusiasmo e la fiducia sono scemati, la rabbia ha invaso le strade. Ed è paradossale come Polemos, il padre di tutte le cose secondo Eraclito, abbia accompagnato la trasformazione della protesta da online, quindi baricentrata sull’uso intensivo ed estensivo dei social network, a offline, portando in piazza le categorie maggiormente colpite dalla crisi economica conseguente al lockdown.

Paolinelli, dopo aver tracciato un quadro generale, chiama in causa una serie di analisti. Attraverso lo strumento dell’intervista porta avanti un’operazione maieutica: solo attraverso Socrate si può analizzare Polemos. L’autore dialoga con Francesco Schettino, docente di economia politica, Maria Grazia Gabrielli, Segretaria generale FILCAMS CGIL, Marino Masucci, Segretario Generale FIT CISL, Giovanni Sgambati, Segretario generale UIL Campania e Napoli, Giulio Sapelli, storico dell’economia, Paolo Ferrero, vice presidente del partito della sinistra europea.

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comuneinfo

Le pandemie nella ratio epocale

di Giovanna Morelli

EXSiJ3EXQAARQ1kUno sguardo ampio, critico e profondo sul virus che si è abbattuto, a scala planetaria, sull’orrore che eravamo arrivati a considerare normalità, esaltandone alcuni dei tratti peculiari. Uno sguardo che consente di provare a leggere la crisi del nostro tempo non come fenomeno isolato ma di farne “archeologia del presente”, secondo la grande lezione del più impietoso critico novecentesco dell’espropriazione della salute. Giovanna Morelli, appassionata studiosa del pensiero di Ivan Illich, racconta la sua lettura dei diversi saggi che compongono “Transitare le pandemie“, un libro essenziale per cercare una chiave ermeneutica, un’occasione di nuova consapevolezza per affrontare molti dei nodi che avvolgono il caos mediatico che avvolge il Covid 19 e, soprattutto, i suoi contesti. Dalla stigmatizzazione del mito della Scienza come entità monolitica alla capacità di leggere il presente nelle tracce segnate dal passato, passando per la nefasta deresponsabilizzazione intellettuale ed etica tanto preziosa per affermare la naturalizzazione delle logiche dell’emergenza.

* * * *

Accomunati dall’eredità umana e intellettuale di Ivan Illich, i cinque firmatari di questo prezioso libro affluiscono da diversi ambiti di ricerca e luoghi di provenienza: Italia, Messico, Canada e Pennsylvania. Amici e stretti collaboratori di Illich, cui si accompagna Fabio Milana, curatore dell’edizione italiana dell’opera omnia. Attraverso i vari saggi[1] (le cui date, dall’aprile 2020 al febbraio 2021, incorniciano un anno di Covid-19) il testo sviluppa un pensiero lucidamente critico, supportato da una ricca documentazione, ed elabora incertezze, certezze più o meno millantate, dolori, speranze, commozione e rabbia che ci hanno attraversato in questo “momento storico atroce” abbattutosi sulla storia del pianeta con violenza distopica e ciò non pertanto maledettamente reale.

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ilrovescio

L’Emergenza Covid e la strage delle coscienze

di Un amico di Winston Smith"

Nota: ad articolo già pubblicato, ci siamo accorti di un’imprecisione nel citare un testo di alcuni nostri detrattori, oltre che di un paio di aspetti che meritavano di essere meglio definiti (l’abbiamo fatto adesso aggiungendo due note, la 2 e la 5). Sostituiamo quindi la precedente versione con questa, leggermente riveduta.

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Una strage tuttora in corso

La grande montatura medico-spettacolare nota come Emergenza Covid-19 dovrebbe essere ricostruita seguendo due filoni: da un lato il gonfiaggio dei “casi” (compresi i morti per altre patologie) attraverso l’abuso dei test diagnostici detti “tamponi”; dall’altro l’aggravamento della malattia attraverso il boicottaggio sistematico, da parte delle autorità sanitarie nazionali e internazionali, di ogni cura efficace o anche solo promettente nell’affrontare il morbo. Se al primo aspetto accenneremo brevemente (visto che influirà anche nel determinare il “successo” dell’attuale campagna militar-vaccinale), ci concentreremo ancora una volta sul secondo: da un lato perché negli ultimi mesi, in Italia, la questione delle cure domiciliari ha visto nuovi e scabrosi capitoli; e dall’altro perché, sotto i nostri occhi e sulla nostra pelle, continua a consumarsi una vera e propria strage di Stato silenziosa, che non può e non deve essere ignorata da chi tiene minimamente a cuore la propria sorte e quella dei propri simili.

Senza ripercorrere tutta la storia di quali e quante cure sono state negate (servirebbe un libro, o almeno un documentario)1, cerchiamo di inquadrare brevemente che cos’è il Covid-19 da un punto di vista sanitario (e almeno dal nostro punto di vista, con tutti i limiti costituiti dal fatto che non siamo né medici né scienziati).

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doppiozero

Come stanno gli adolescenti?

Una conversazione con Gustavo Pietropolli Charmet

di Anna Stefi

screen shot 2017 11 01 at 13.31.36Incontro Gustavo Pietropolli Charmet rigorosamente a distanza, come in dad, dietro a uno schermo. Non ha bisogno di grandi presentazioni: è noto il suo lavoro con gli adolescenti e i suoi libri credo siano lettura cui non possa sottrarsi chiunque lavori – insegnante, formatore, psicologo, educatore – con i ragazzi. Ho letto il suo Il motore del mondo, uscito ad agosto e già recensito su queste pagine, ma la ragione per cui gli domando un appuntamento è che, come ho raccontato, sono in un vuoto di senso che rende difficile il mio tempo in classe e mi fa pensare urgente la necessità di interrogare la scuola, quanto accaduto, dove siamo e cosa questo tempo ci ha mostrato in modo più evidente di prima.

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AS: Professore, come stanno gli adolescenti? Come è stato questo tempo di restrizioni, di frequenza con i coetanei ridottissima, a stretto contatto con la famiglia: cosa ha determinato?

GPC: Come stanno? La pandemia ha fatto due vittime: gli anziani li ha fatti fuori, e gli adolescenti li ha malmenati. Non lei direttamente, ovviamente, perché gli adolescenti non hanno nemmeno visto la morte e la malattia atroce; in primo piano hanno visto le misure preventive, le restrizioni, le rinunce, tutte apparentemente rivolte a loro: calcio, concerti, sport. Ogni cosa. Chiusi in casa.

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paroleecose2

Tulsa 1921. Realizzazione e massacro di un sogno (americano)

di Andrea Sartori

GettyImages 956085464.0Esattamente un secolo fa, un intero quartiere (Greenwood) abitato da circa 10.000 afroamericani nella città di Tulsa, in Oklahoma, venne dato alle fiamme, causando morti e devastazione. Gli aggressori erano una folla inferocita di uomini bianchi, risentiti e insofferenti del fatto che una popolazione di colore avesse raggiunto, tramite l’impegno e il lavoro, un livello di prosperità economica e sociale superiore al loro. A neanche sessant’anni dall’abolizione della schiavitù (1865), Greenwood era infatti conosciuta come l’America’s Black Wall Street.

In un lungo reportage interattivo e a più mani del 24 maggio 2021,[1] il New York Times sottolinea come, per la white mob di Tulsa, il colore scuro della pelle non potesse combinarsi con una condizione di benessere. La violenza dei bianchi infuriò per due giorni, dal 30 maggio all’1 giugno, diede alle fiamme 35 isolati e più di 1.250 abitazioni, uccise 300 persone poi sepolte in fosse comuni, distrusse chiese, negozi, banche e altre fiorenti attività commerciali. La dinamite lanciata dagli aerei in volo, secondo gli storici, rappresenta il primo attacco dal cielo sul suolo statunitense, il precedente – per mano americana – di Pearl Harbor e dell’11 settembre. All’atroce danno si sommò la beffa, quando i residenti di colore, accusati d’aver incitato le sommosse, vennero detenuti in campi di prigionia.

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machina

Laboratorio pandemia. Genere, riproduzione, spazio domestico

di Claudia Borgia, Gabriella Palermo

0e99dc 78ed914d5bf54ff9ba8dba4abf70d052mv2Mettendo al lavoro il metodo di una critica femminista che parte da Marx per andare oltre, Claudia Borgia e Gabriella Palermo guardano alle trasformazioni della sfera riproduttiva accelerate dalla pandemia. Richiamano un processo complessivo di ristrutturazione della riproduzione che investe lo spazio domestico e il suo esterno, il lavoro salariato e quello non retribuito.

Nella complessità delle trasformazioni in atto, scelgono di indagare due aspetti specifici: «le implicazioni politiche e sociali di una pandemia del tutto scaricata sui cosiddetti lavori essenziali» e «le conseguenze del doppio carico di lavoro sulle spalle delle donne, divenuto estenuante». A partire da qui individuano alcune linea di analisi da sviluppare in avanti.

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La ristrutturazione della riproduzione

Questo contributo raccoglie una riflessione collettiva, in un’ottica politica e militante [i], sulle trasformazioni della sfera (ri)produttiva, alla luce della fase pandemica e della sua gestione economica, sociale e politica che sta disciplinando le nostre vite da più di un anno. La riflessione prova a mettere a lavoro l’idea di un «femminismo marxista della rottura» che cala la pratica teorica nella materialità dei rapporti sociali e delle forme di esistenza per portare l’analisi e la lotta continuamente avanti, dentro i processi di trasformazione del capitale. L’occasione della ripubblicazione e rilettura del testo Oltre il lavoro domestico di Lucia Chisté, Alisa Del Re, Edvige Forti del 1979 [ii], è stata in questo senso utile per tracciare un ragionamento sull’oggi.

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perunsocialismodelXXI

Come e perchè il neoliberalismo ha inghiottito (e digerito) il femminismo

di Carlo Formenti

1376792840.0.mMarxismo e liberalismo non sono solo due ideologie: sono anche ideologie (1), ma sono anche e soprattutto due paradigmi reciprocamente incompatibili, nella misura in cui incorporano visioni del mondo, principi e valori etici, metodi di analisi scientifica, bisogni umani e obiettivi politici fra loro antagonisti, così come sono antagonisti gli interessi di classe rappresentati dai partiti e movimenti che ad essi si inspirano. La tesi che sosterrò in questo scritto è che il femminismo - termine con cui non intendo qui quel variegato insieme di correnti culturali che esiste da più di un secolo, bensì il movimento femminista politicamente organizzato, nato fra la fine dei Sessanta e l’inizio dei Settanta -, inizialmente sviluppatosi come articolazione interna del paradigma marxista (cui ha apportato il proprio contributo, allargando il concetto di sfruttamento ed evidenziando il ruolo del lavoro riproduttivo per la conservazione degli equilibri della società capitalistica), se ne è progressivamente separato, impegnandosi – senza successo – ad autodefinirsi come paradigma autonomo – e sotto vari aspetti concorrente – rispetto al marxismo, ottenendo quale unico risultato la propria integrazione nel paradigma liberale (nella forma neoliberale che quest’ultimo ha assunto a partire dagli anni Ottanta), del quale rappresenta oggi a tutti gli effetti una corrente ideologica (e qui il termine – diversamente da quanto chiarito in nota (1) - va inteso nel senso corrente di falsa coscienza).

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lavoro culturale

Razzismo, Antisemitismo, Islamofobia

di Étienne Balibar

Un intervento di Étienne Balibar su islamofobia e antisemitismo

markus spiske QozzJpFZ2lg unsplash e1620914829781Il testo che segue è l’intervento di Étienne Balibar a un convegno su Razzismo e Antisemitismo, i cui atti completi sono stati pubblicati come numero speciale del The Journal of the Hannah Arendt Center for Politics and Humanities at Bard College. La pubblicazione in italiano è utile perché contribuisce a capire meglio le questioni teoriche soggiacenti ad alcuni fenomeni, come la radicalizzazione speculare degli integralismi, la controversia fra integristi universalisti e antirazzisti e il nazionalismo di classe che ostentano Stephane Beaud e Gérard Noiriel contro l’intersezionalità. Ricordiamo che in Francia l’ostilità contro antirazzisti, “intersezionalisti”, antisessisti e anti-islamofobia è diventata una vera e propria crociata che di fatto unisce l’estrema destra, la pseudo-sinistra laicista e repubblicana, e quindi nazionalista se non apertamente sciovinista, e infine il governo e il presidente Macron, che hanno varato una legge sulla sicurezza globale e una contro il “separatismo” con evidente connotazione islamofoba. Questo schieramento nazionalista che Macron vuole egemonizzare di fatto, oltre a cercare di togliere potenziali voti alla concorrente Le Pen in vista delle elezioni presidenziali del 2022, mira a cancellare ogni spazio alle rivendicazioni antirazziste che negli ultimi anni sono anti-islamofobe, femministe, antisessiste e quindi intersezionaliste. Tutte istanze condannate in quanto nemiche di una “universalità laica repubblicana” francese che, come segnalava lo stesso Balibar in un altro suo saggio, non aggrega ma divide, esclude.

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cumpanis

Big Pharma, un mostro da conoscere

di Fulvio Bellini

foto articolo Bellini 2Premessa: Big Pharma, riscriviamone la storia

Il mantra del 2020 è stato certamente la pandemia da Covid-19, ancora oggi gravido di terribili conseguenze in termine di contagiati nel mondo: quasi 157 milioni d’individui, oltre 3.272.000 morti, dati ufficiali e desunti dal sito della John Hopkins University, quindi da considerare per difetto anche se non è facile determinarne la percentuale. Nel 2021 perdura la pandemia di un virus che, come un abile stratega, adotta delle varianti che assumono forme diverse a seconda della longitudine e della latitudine dove si sviluppa (variante inglese, brasiliana, sudafricana, indiana) per sfuggire ai nuovi avversari di quest’anno: i vaccini. In quest’articolo tenteremo d’indagare il tema dei vaccini appunto e dei loro produttori: le multinazionali del farmaco denominate appropriatamente “Big Pharma”, cercando di osservare tali fenomeni sotto molteplici aspetti, tranne quello puramente sanitario ed epidemiologico che non ci compete, ma che per assurdo non è nemmeno quello principale. Cercheremo invece di svolgere un percorso simile ad una salita, da una pianura nebbiosa fino alla cima di una collina baciata da un cielo terso dal quale getteremo uno sguardo su possibili scenari futuri che, purtroppo, non è detto siano migliori dell’attuale.

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materialismostorico

Teorie nella crisi: pandemia e produzione culturale

di Pietro Saitta

Pubblicato su “Materialismo Storico. Rivista di filosofia, storia e scienze umane", n° 2/2020, a cura di Stefano G. Azzarà, licenza Creative Commons BY-NC-ND 4.0

index8753fr1. Introduzione: osservazioni di contesto

Per quanto la storia dei disastri – ossia degli eventi indesiderati di larga scala di matrice tecnologica o naturale, ovvero frutto dell’ibridazione delle due dimensioni, in grado di stravolgere il regolare fluire della vita quotidiana delle società colpite – sia, quantomeno a partire dal diciassettesimo secolo, parte integrante di regimi, ambiti e protocolli scientifici altamente specializzati di interpretazione, previsione, misurazione dell’impatto e calcolo probabilistico relativo all’evoluzione dei fenomeni1, la caratteristica di questi eventi è quella di tracimare dai margini delle specializzazioni per farsi discorso. Ossia di divenire oggetto di interessi – accademici o semplicemente colti; ma anche «popolari» – estranei al dominio disciplinare che i sistemi classificatori e le forme pubblico-politiche di cognizione indicano come immediatamente pertinenti (la sismologia, la biologia, la fisica etc.). E di farsi, nel corso di questo processo, «teoria»: ossia un sistema organizzato di idee, relative agli elementi che si ritiene compongano un problema, connesse tra loro in modo da individuare, correttamente o meno, i nessi causali e spiegare il fenomeno sotto scrutinio. O anche – in una forma, per così dire, «ridotta» – farsi congettura, relativa alle principali cause di un fenomeno o ad alcuni suoi aspetti, oppure tesa all’individuazione degli scenari ipotetici generati da un fenomeno principale, la cui utilità consiste essenzialmente nel preparare il soggetto (tanto colui che produce il pensiero quanto chi lo percepisce) al possibile dispiegarsi di un futuro dai caratteri più incerti del solito e nel ridurne l’angoscia.

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ilpedante

Superior stabat lupus

di Il Pedante

Bertini fresco of Galileo Galilei and Doge of VeniceNon smette mai di sorprendere il modo in cui le scienze naturali, dacché le si è imbracciate per imporre i provvedimenti più radicali mai osati in tempo di pace, stanno fornendo non solo il combustibile del rogo su cui bruciano intere pagine della nostra carta costituzionale, ma anche i loro stessi statuti, le basi cognitive che le rende praticabili. È, quello tra scienze e politica, l'abbraccio reciprocamente mortale di due naufraghi che si avvinghiano, si intralciano e si trascinano insieme negli abissi, come dimostra l'ultimo anno trascorso nel segno della «crisi pandemica».

Consideriamo le chiusure, i coprifuoco e le restrizioni. Ne è valsa la pena? Ci stanno proteggendo dai danni della nuova malattia? Non potendosi fare una contro-osservazione in laboratorio sarebbe impossibile dare una risposta apodittica, ma è onesto riconoscere che le prove analogiche accumulatesi dall'esordio dell'emergenza sono molto lontane dal promuoverli in modo statisticamente solido. Sui mezzi di informazione si è parlato del paradosso svedese, di praticare un lockdown leggero senza perciò patire conseguenze peggiori di altri Paesi che hanno chiuso con più rigore. Ma senza piluccare nei casi particolari, la generale assenza di correlazioni significative tra intensità delle restrizioni e impatto clinico della malattia non è un segreto: ribadita fin dall'inizio da numerosi studi (qui l'ultimo in ordine di tempo), è approdata anche in televisione. È toccato pochi giorni fa al giornalista Federico Rampini rivelare in prima serata che «quei Paesi che sono praticamente usciti indenni, con dei numeri della mortalità microscopici, non hanno usato lockdown a tappeto».

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Ergastolo ostativo. C’è chi dice no

Alba Vastano intervista Cesare Antetomaso

Intervista a Cesare Antetomaso, avvocato penalista, portavoce sezione romana Associazione ‘Giuristi democratici’ “…il tempo è più che mai maturo anche per rivendicare con forza l’abolizione dell’ergastolo, pena in insanabile contraddizione con i princìpi del nostro ordinamento e già espunta dai sistemi penali di larga parte degli Stati civili, poiché incompatibile con la finalità di recupero del detenuto e negatoria del diritto alla speranza, anche nei casi in cui la detenuta o il detenuto abbia già scontato numerosi anni di carcere e dato prova della capacità e volontà di reinserimento sociale”

fine pena maiL’argomento è di quelli tosti. Si tratta di ‘ergastolo ostativo’, quell’istituto che, a differenza del comune ergastolo, non consente benefici penitenziari. Negati quindi benefici come: i permessi premio, la liberazione condizionale, il lavoro esterno, la semilibertà e qualsiasi misura alternativa alla detenzione. Non è un assoluto, in quanto i detenuti potrebbero beneficiarne a condizione che, ai sensi dell’art. 58-ter o.p., collaborino con la giustizia. La Corte costituzionale con un comunicato emesso il 15 aprile u.s. dichiara che l’ergastolo ostativo è anticostituzionale e rimanda la questione alle delibere in merito del Parlamento.

Intanto la questione in essere pone degli interrogativi. Ergastolo ostativo sì o no? Il dilemma assume toni alti quando ci si riferisce ai detenuti con le limitazioni previste dall’art. 4 bis che ha introdotto il concetto estremo del ‘fine pena mai’. Si condanna il detenuto alla pena perpetua, in netto contrasto con l’art.27 della Carta costituzionale che disciplina la funzione rieducativa della pena.

La questione è dirimente nell’opinione comune, ma anche fra giuristi è contrastante. Il magistrato Gian Carlo Caselli dichiara che definire incostituzionale l’ergastolo ostativo significherebbe indebolire le misure antimafia e conferma il suo pensiero in merito in una sua recente dichiarazione:

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danieladanna

Noi e il nostro Covid

Che cosa si deve sapere, ma la TV non dice

a cura di Comitato per la salute*

copertina noi e il nostro covidSiamo in guerra contro un virus? Indossiamo l’uniforme-mascherina, veniamo arruolati per i “vaccini”, osserviamo il coprifuoco e i razionamenti di beni e servizi, denunciamo i traditori che non si adeguano alla fine degli incontri e degli spostamenti, del lavoro per moltissimi? È questo il modo di mantenere la salute?

Questo opuscolo vuole divulgare le conoscenze sul virus Sars-Cov-2 e la malattia Covid-19 che causa, dopo un anno di “pandemia” in cui è evidente la volontà di mantenere una situazione emergenziale per motivi che nulla hanno a che fare con la tutela sanitaria.

La Covid-19 è una malattia curabile senza ricovero ospedaliero se presa in tempo. I medici di Ippocrate hanno curato il 100% dei loro pazienti a casa (http://www.ippocrateorg.org; vedi anche https://www.facebook.com/groups/terapiadomiciliarecovid19). Le medicine necessarie sono diverse per ogni fase della malattia ma si tratta comunque di farmaci non particolarmente sofisticati né costosi, come il plasma di chi ha superato la malattia (plasma iperimmune) e l’idrossiclorochina, un derivato del chinino. Questo farmaco è stato ingiustamente accusato dalle autorità sanitarie di effetti collaterali peggiori della malattia che può curare e sconsigliato o addirittura proibito da AIFA, EMA, OMS (poi tornate sui loro passi), mentre secondo Harvey Risch, professore di epidemiologia a Yale, l’uso di idrossiclorochina avrebbe potuto evitare almeno metà delle morti negli USA.

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frontiere

Templi moderni: il grande reset e la nuova gnosi

di Andrea Valdroni

95b88692b5d2450259d2048c46a16362Lo Gnosticismo è quindi mortalmente auto-limitante, ma un movimento gnostico è in grado di causare un’enorme distruzione materiale e sociale prima di perire ignominiosamente a causa della sua stessa depravazione spirituale

Thomas F Bertonnau, Voegelin on Gnosticism – A Revisitation

A più di un anno dalla sua iniziale comparsa in Cina, l’origine del Covid 19 è ancora avvolta nel mistero.

Liang Wannian, lo scienziato a capo del contingente cinese del team di ricercatori istituito congiuntamente da Cina e OMS per far luce sull’origine del virus, commentando i risultati del suo gruppo così riassume lo scorso marzo lo stato delle conoscenze: “nessuno ha ancora individuato il progenitore diretto del virus… e dunque la pandemia rimane un mistero irrisolto.

Ad oggi, la scienza semplicemente non ha risposte, tuttavia ciò non impedisce a Mario Draghi, in occasione della sua prima apparizione al G7 in veste di Primo Ministro, di dichiarare perentoriamente che è necessario “curare il clima per combattere il Covid”.

Curiosa affermazione: se non sono note né l’origine del virus né le tappe attraverso le quali questo è entrato in contatto con l’uomo, non si capisce su quali basi il premier italiano si senta autorizzato a mettere in relazione “la lotta al Covid” con un altro fenomeno come il “cambiamento climatico”, anch’esso ancora oggetto di acceso dibattito scientifico, a dispetto della propaganda mediatica a senso unico.

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materialismostorico 

La nottola ancora sonnecchia

di Augusto Illuminati (Università di Urbino)

Pubblicato su “Materialismo Storico. Rivista di filosofia, storia e scienze umane", n° 2/2020, a cura di Stefano G. Azzarà, licenza Creative Commons BY-NC-ND 4.0

paola marzano voglia di ieri da wixLa pandemia ha sconvolto non solo i modi di vita e l’economia su scala globale, ma in qualche modo anche le nostre categorie interpretative. Di qui tanto l’urgenza quanto la difficoltà di una convincente ristrutturazione teorica. Le sole cose che però possiamo chiaramente definire sono l’entità della crisi della produzione e dei consumi, cui cerca di porre rimedio un riscoperto interventismo statale apertamente in deficit, e il delinearsi di una contraddizione fra il lavoro di cura e la difesa dei profitti industriali e commerciali spinta fino al limite del negazionismo. Intendendo per “cura” il terreno conflittuale del Welfare e della riproduzione sociale (dalla sanità all’allevamento ed educazione degli umani) e non alla manutenzione selettiva della forza-lavoro, come nella Sorge heideggeriana o nelle dottrine e pratiche neoliberali.

* * * *

La nottola non si è ancora levata in volo perché il crepuscolo è lontano, perché stiamo proprio all’inizio di un ciclo, neppure in una fase di interregno fra due assetti di realtà – uno agonico e l’altro a grandi linee già definibile. Scriveva nel 1820 un cane morto che la filosofia giunge sempre in ritardo, apprende il proprio tempo nel pensiero dopo che la realtà è bell’e fatta. Forse si sottovaluta la forza del momento in cui l’ideale si oppone al reale e propende un po’ troppo per il riconoscimento più che per la modificazione del mondo, ma insomma resta pur sempre una messa in guardia contro le fughe in avanti, le sintesi frettolose che anticipano lo svolgimento storico mentre le contraddizioni sono ancora tutte aperte e indecidibili.