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La chiglia che abbiamo costruito
di Alessandro Baricco
«Stiamo in bilico tra una intelligenza scaduta e un’altra ancora non adulta, che tarda ad arrivare. Anche per questo, oggi, la scelta sul vaccino sta assumendo questi toni drammatici: casca in pieno nel bel mezzo di un solenne crepuscolo degli dei, e diventa così, immediatamente, scena madre di un finale tragico. Difficile mantenere lucidità e misura»
Alla fine, bisogna annotare, questa storia del Vaccino e del Green pass è diventata una faccenda affascinante. Di per sé sarebbe solo una questione tecnica, una certa soluzione a un certo problema. Ma la verità è che in breve tempo ha finito per diventare una sorta di cerchio magico dove molti sono andati a celebrare i propri riti, chiamare a raccolta il proprio pubblico, risvegliare le proprie parole d’ordine, o anche solo ritrovare se stessi. Da ogni parte ci affrettiamo verso quel luogo del vivere portando la nostra dotazione di pensiero e istinto: lì ci risulta più semplice che altrove riconoscere e pronunciare il nostro modo di stare al mondo. Il risultato è che un problema in fondo squisitamente pratico, oggi ce lo ritroviamo come problema, di volta in volta, politico, economico, medico, filosofico, etico, giuridico. Vorrei essere chiaro: quando un problema lievita così al di là della sua lievitazione naturale non è più un problema che si possa risolvere. Lo si può giusto forzare a una soluzione, sacrificandone alcune parti e lasciandole vagare, irrisolte, per il firmamento del nostro vivere. È uno di quei casi in cui un eccesso di informazioni e di riflessioni dà alla domanda uno statuto per così dire quantistico: qualsiasi risposta è giusta e sbagliata allo stesso tempo. È ormai evidente: chiunque disponga oggi di un’opinione certa sul vaccino, si sta sbagliando.
Quindi bisognerebbe lasciar perdere e tirare la moneta, vaccino sì, vaccino no? Be’, non esattamente. Vincerà una narrazione piuttosto che un’altra, è inevitabile; sarà imprecisa, parziale e vagamente semplicistica, è inevitabile; ma sarà comunque la narrazione che una nostra inerzia collettiva avrà scelto tra le tante disponibili.
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Lettera dei ferrovieri per il lavoro, l'uguaglianza e il pluralismo
Alla Cortese Attenzione di: Formazioni Politiche Trenitalia S.p.A. Organizzazioni Sindacali
Per conoscenza di: Giornalisti e Stampa
Gentili tutti,
La presente per esprimere innanzitutto solidarietà ai lavoratori e agli studenti colpiti dall'estensione dell'obbligatorietà di certificazione verde avvenuta col D.L. n°111 del 6 agosto 2021.
Vi scriviamo per diffidarVi sin da ora dall'estensione della suddetta certificazione al nostro ambito lavorativo, nonché dall'introduzione di qualsivoglia obbligo vaccinale, invitando le OO.SS. a difendere il lavoro quale valore fondante del nostro sistema giuridico e sociale e il nostro Datore di Lavoro a disapplicare quanto venisse eventualmente stabilito da qualunque norma discriminatoria e lesiva dei diritti naturali degli esseri umani; diritti che secondo una concezione giusnaturalistica del diritto sono da considerarsi pre-politici – ossia acquisiti alla nascita e non tali solo perché riconosciuti e accettati dalle Autorità – e prioritari rispetto alle codificazioni del diritto positivo. Tali principi permeano le Costituzioni nazionali, un documento sovranazionale di estrema importanza come La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, che è a sua volta debitrice alle Dichiarazioni maturate in seno alle rivoluzioni borghesi, anch’esse esiti piuttosto recenti di una tradizione molto più antica, consolidatasi, attraverso l’età antica, medievale e moderna, come un cardine della cultura filosofica e giuridica dell’Occidente.
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Undici telegrammi sulla scienza, sulla pandemia e sul giusto modo di combatterla
di Claudio Della Volpe ed Eros Barone
«Lo spirito della produzione capitalistica è antitetico alle generazioni che si succedono.»
Karl Marx
“Sinistra in Rete” è uno dei punti di aggregazione, discussione e documentazione ‘a sinistra’. Tuttavia, durante il periodo della pandemia sta dimostrando un po’ tutte le debolezze che questo schieramento politico e intellettuale accusa in mancanza di una egemonia del pensiero comunista. Una numerosa serie di articoli continua a difendere e rispolverare teorie che sono contemporaneamente debolissime dal punto di vista scientifico e incapaci di fornire una guida dal punto di vista politico. Così, in mancanza di un pensiero forte e di una teoria sia scientifica sia storica che ne guidi l’elaborazione, un eccesso di ideologia irrazionalista, in taluni casi con risvolti addirittura esoterici, pervade densamente l’ambiente politico e culturale.
Il dibattito si concentra su aspetti periferici, come per esempio il ‘green pass’ e la presunta offesa recata alla “libertà personale” da questo tipo di provvedimento, mentre si dimenticano o si passano sotto silenzio gli aspetti fondamentali: da dove è venuta questa pandemia? come sta evolvendo? che ruolo può giocare nel presente processo di pre-collasso del capitalismo mondiale? che cosa possono fare i comunisti in questo contesto? che relazione c’è, se ce n’è una, fra questo evento e gli altri numerosi sintomi di decadenza imperialista e di crisi storica di questo modo di produrre? Da una parte, il riscaldamento globale e la crisi delle risorse sono continuati e si sono aggravati, nel mentre sembrano scomparsi dal radar di chi interviene in queste pagine; dall’altra, i meccanismi di espropriazione ed accumulazione hanno cercato di adeguarsi alla nuova situazione e sono continuate le chiusure di stabilimenti, mentre è cresciuta la massa di disoccupati o di occupati precari.
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Sui vaccini e sul green pass*
di Stefano Tenenti, coordinamento USB Ancona
“Green pass e idolatri del vaccino. Una ‘sinistra’ che passa dalla Sierra Lacandona all'ipocondria non ha futuro. L'unità dei comunisti è una necessità”
«L’attentato allo stato di diritto che si sta consumando sotto i nostri occhi in nome della salute pubblica, con uno stato di emergenza che dura ormai da quasi due anni, e ora con l’istituzione del cosiddetto green pass che a detta di numerosi giuristi, e anche agli occhi di chiunque abbia un minimo di discernimento, è un vero e proprio impianto estorsivo e ricattatorio affinché i cittadini facciano ciò che la Costituzione vuole si possa fare solo con una legge, la quale deve tuttavia essere costituzionale». (Luciano Canfora)
«Come avviene ogni volta che si istaura un regime dispotico di emergenza e le garanzie costituzionali vengono sospese il risultato è la discriminazione di una categoria di uomini che diventano automaticamente cittadini di seconda classe. A questo mira la creazione del cosiddetto green pass. Che si tratti di una discriminazione secondo le convinzioni personali e non di una certezza scientifica oggettiva è provato dal fatto che in ambito scientifico il dibattito è tuttora in corso sulla sicurezza ed efficacia dei vaccini». (Giorgio Agamben)
«Guai se il vaccino si trasforma in una sorta di simbolo politico religioso. Ciò non solo rappresenterebbe una deriva antidemocratica intollerabile, ma contrasterebbe con la stessa evidenza scientifica. Una cosa è sostenere l’utilità comunque del vaccino, altra, completamente diversa tacere sul fatto che ci troviamo tuttora in una fase di “sperimentazione di massa”». (Massimo Cacciari, Giorgio Agamben)
Quello che sta accadendo da oltre due anni nel nostro Paese non ha precedenti e, con tutta probabilità, stiamo sperimentando il più grande e organizzato tentativo di ristrutturazione capitalistica che si sia mai verificata nell’Occidente, sempre più “terra del tramonto”.
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Green pass e dintorni: le scelte della politica
di Andrea Zhok
La strategia che stiamo adottando nell’affrontare il Covid, fondata sulla “coercizione morbida” del Green Pass, è inaccettabile sul piano etico e irresponsabile su quello politico. Questo giudizio dipende da tre ordini di ragioni. In primo luogo ci troviamo nel mezzo di una campagna aggressivamente moralistica che ha lacerato il paese. Questa campagna è stata adottata come complemento alla “volontarietà” di sottoporsi alla vaccinazione. Il Green Pass è infatti un’operazione di persuasione obliqua, che si finge una misura per ridurre i contagi, ma che in effetti serve a spingere a vaccinarsi. Si tratta naturalmente di un segreto di Pulcinella.
Quando eminenti politici sostengono pubblicamente che i tamponi (di per sé la miglior garanzia di non essere contagiosi) devono essere nasali e onerosi, perché altrimenti la gente non si vaccinerebbe, non c’è molto da aggiungere. Questo carattere finzionale del Green Pass, giustificato con motivazioni diverse da quelle reali, è una sorta di peccato originale.
Da questa doppiezza discende una tendenza alla distorsione e un avvelenamento generale del discorso pubblico, dove esperti e giornalisti si sentono legittimati ad esercitare forme di “terrorismo psicologico”, mentre uomini di scienza si sentono parimenti giustificati a esprimersi come tifosi e moralisti, omettendo o distorcendo tutto ciò che ritengono utile omettere o distorcere. Quest’operazione di manipolazione si ritiene giustificata in quanto sarebbe fatta “a fin di bene”, laddove il “bene” sarebbe il perseguimento di una vaccinazione universale.
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Ancora sulla maledizione pandemica che ha colpito la sinistra di classe (I)
di Nicola Casale
Nei precedenti Appunti (https://sinistrainrete.info/societa/21035-nicola-casale-appunti-e-spunti-di-riflessione-sulla-maledizione-pandemica.html) sono state esaminate criticamente alcune posizioni che caratterizzano la postura di gran parte della sinistra di classe dinanzi alla pandemia, alla sua gestione politico-sanitaria, e all’emergere di proteste contro quest’ultima. Lo scopo non era tanto di prendere le distanze dalla sua deriva, quanto di indagare lo stato oggettivo dei rapporti di classe, di cui quelle posture sono solo un riflesso, e, insieme, lo stato del rapporto sociale di capitale nel suo complesso, ciò che è decisivo per cercare di contribuire alla nascita di una nuova sinistra di classe, all’altezza, appunto, dello stato di entrambi, rapporto di capitale e antagonismo di classe.
In seguito alle sollecitazioni e osservazioni ricevute da lettori dei primi appunti si è deciso di estendere gli argomenti trattati affrontando almeno due altre questioni che si sono rivelate importanti nelle argomentazioni di molta sinistra di classe, e che lo sono anche per l’indagine più generale. Una questione sarà trattata in questa sede, l’altra in un prossimo articolo. Entrambi sono anche il frutto di un confronto e di suggerimenti da parte di altri compagni che ne hanno discusso prima della pubblicazione.
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Ostaggi in Assurdistan, ovvero: il lasciapassare e noi / Seconda puntata
di Wu Ming
La prima puntata a questo link
6. Voci contro il lasciapassare e l’Emergenza
Non ci sono più gli shitstorm di una volta
La prima puntata di questa miniserie ha avuto molti riscontri. E stata discussa, citata e utilizzata come base per ulteriori riflessioni. È anche servita a molte persone per rintuzzare gli scomposti attacchi ad Alessandro Barbero – ne parliamo tra poco – e dimostrare che ci sono ottime ragioni per criticare la politica del lasciapassare sanitario.
Negli ultimi giorni si sono alzate nuove voci critiche, non solo sul lasciapassare ma, retrospettivamente, sull’intera gestione dell’emergenza pandemica. Voci provenienti dall’anticapitalismo, o quantomeno da ciò che resta di una sinistra che si oppone alle logiche neoliberali. In appendice a quest’articolo troverete una rassegna di quelli che ci sono parsi gli interventi più utili.
La sensazione è che ormai l’accerchiamento sia rotto. Come già detto, siamo sempre in minoranza. Lo siamo eccome, se non a pensare certe cose – l’insofferenza è sempre più vasta –, quantomeno a cercare di esprimerle in modo articolato. Ma è lontano il tetro 2020, quando a noi tre e alla nostra community sembrava di essere Pike, Dutch e i fratelli Gorch nell’ultima, disperata camminata. Andavamo allo scontro così, con l’unico obiettivo di lasciare una testimonianza, le prove che qualcuno aveva detto qualcosa di diverso.
Nel 2020 e per buona parte del 2021 criticare l’Emergenza o anche solo un singolo provvedimento era garanzia di scomunica, amicizie rotte, isolamento, linciaggio via social e cavalloni di ingiurie su cui toccava manovrare l’asse da surf tipo Un mercoledì da leoni. Tutto questo c’è ancora, ma non ha più quella forza.
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Siamo sicuri che l’attuale strategia anti-Covid sia quella giusta?
di Pino Cabras
L’Italia ha appena lo 0,75% della popolazione mondiale, ma crede fortemente che anche per il rimanente 99,25% dell’umanità la questione covid sia affrontata negli stessi modi, con le stesse parole d’ordine e con le stesse pandemistar a dominare gli schermi. Fuori dalla Bolla Italia esiste invece una realtà diversa, un mondo “Burioni Free” che ha sì cambiato la propria profilassi, ma fa meno drammi e fa stare meglio la gente.
Vi propongo alcune riflessioni in merito all’attuale situazione della crisi Covid che nascono dal confronto con alcuni analisti politici e con molti significativi dati ormai a nostra disposizione. Quella che chiamo Bolla Italia è una sorta di “bolla locale” che chiude in un universo separato e provinciale le azioni delle istituzioni e dei partiti, l’impaginazione degli organi di informazione, il modo di leggere le statistiche, la polarizzazione estrema dei rapporti fra le persone dentro le comunità, l’organizzazione dei viaggi e del lavoro sotto una cappa di regole di confinamento in continua evoluzione. Nel giro di breve tempo si è formata una casta di “intellettuali organici della pandemia” a servizio permanente ed effettivo di una sola narrazione legittimata, organica a un blocco d’interessi, che ragiona nei confronti delle narrazioni diverse con la stessa logica confessionale della “scomunica”. I social network, i cui principali azionisti sono gli stessi delle banche e delle case farmaceutiche, sigillano in modo sempre più occhiuto le parole e i pensieri consentiti.
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La Transizione come variante
di Sergio Bellucci
Relazione introduttiva al convegno La Transizione come Variante: Pandemia, Conflitti, Partito nella Società Digitale Globale, Frattocchie, 3/4 settembre 2021
Ci sono momenti della Storia che sembrano squassare i tempi.
Se agli accadimenti umani, pensiamo alle decisioni e agli scontri su come affrontare la prima Pandemia dell’era globale o le vicende geopolitiche e umane legate al dramma odierno dell’Afghanistan, delle sue bombe e dei suoi morti o a quello della Palestina, della Siria, della Libia, delle decine di teatri di guerra in Africa e nel resto del mondo, di cui poco si sa e meno si vuole sapere; oppure se pensiamo alla fine di un modello economico, troppo forte per collassare in un sol colpo e troppo debole per continuare ad illudere l’umanità che sia capace di regalare l’autorealizzazione umana; oppure agli impatti della tecnoscienza sulle società in termini di stravolgimento della produzione, delle forme del lavoro, di quelle delle relazioni individuali e sociali fina alla possibilità di intervento sulla stessa forma di vita e la modifica del DNA umano.
Se a questi accadimenti umani sommiamo le notizie del superamento della soglia di non ritorno del disastro climatico e ambientale, il senso di impotenza e di collasso può prendere corpo e, nel nostro Occidente benestante, svilupparsi una richiesta di massa del “ripristino” di ciò che c’era e che non ci sarà più.
L’impressione che si ricava da questo intreccio è quella di una crisi concentrica in cui i problemi “gestionali” dei singoli paesi (quelli della cosiddetta “politica” che, in realtà, è la mera gestione amministrativistica del presente e dello status quo) si sommano a quelli della crisi della vecchia forma e logica economica e l’esplosione di quella geopolitica.
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Dall’era della certificazione verde: Dialogo tra un Credente e uno Scettico
di Andrea Zhok
C) Ciao, ho visto che hai sottoscritto un documento di protesta contro il Green Pass e, confesso che la cosa mi ha sorpreso. Cosa c’è che ti sembra così sbagliato nella gestione della pandemia? Cosa temi?
S) Credo che la gestione della pandemia da parte dei vari governi italiani sia sempre stata discutibile. All’inizio scusabile con la sorpresa e l’impreparazione, per divenire progressivamente, con l’accumularsi di crescenti manchevolezze, sempre meno tollerabile, fino al punto terminale dell’adozione del Green Pass, che ribadisce tutti gli errori fatti prima, li santifica e si avvia ad esiti potenzialmente catastrofici.
In concreto, credo che con la campagna vaccinale recente si siano creati i presupposti per ottenere il peggiore degli scenari possibili.
In primo luogo, con l’uso a tappeto di vaccini ‘imperfetti’ (leaky) stiamo creando condizioni propizie all’imporsi di varianti vaccino-resistenti, sempre più aggressive.[1] Per quanto, trattandosi di processi stocastici, nessuno possa dare certezze, la strategia che abbiamo adottato è per i virus qualcosa di analogo a ciò che si raccomanda di non fare con gli antibiotici per non creare antibiotico-resistenze. In quel caso si raccomanda di non somministrarli a chi non ne ha bisogno e soprattutto, nel caso in cui lo si faccia, di concludere il ciclo antibiotico fino ad aver debellato i bacilli, perché lasciarne una parte attivi creerebbe le condizioni per l’emergere di ceppi resistenti.[2]
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Vax governance
Appunti sul Green Pass e sulla morale vaccinale
di Mattia Galeotti
Le ipotetiche diramazioni delle normative pandemiche sono un esercizio mentale interessante, ma abbastanza noioso. In questi giorni mi ritrovo spesso a pensare cose come “come si fa a definire dove finisce la zona fieristica?”, perché nel paesino toscano dove mi trovo le bancarelle sono considerate zona fieristica, e nelle zone fieristiche secondo l’ultimo DPCM è obbligatorio portare il Green Pass. Oppure “chi è autorizzato a controllare che il Green Pass corrisponda ai miei documenti?”, davvero chiunque può fare funzione di pubblico ufficiale?
Un altro grattacapo riguarda la condizione dei vaccinati non residenti nel luogo di vaccinazione: sembra una cazzata, ma se non sei iscritto al sistema sanitario che ti ha vaccinato, ottenere il Pass è assai complicato, perché il documento è integrato col sistema di registrazione delle residenze. E non è un problema che riguarda solo le persone extraeuropee. E quelli che ho nominato sono solo alcuni dei casi singolari creati da una legislazione confusa e disorganizzata.
Ovviamente però, queste divagazioni ipotetiche non hanno nessuna utilità: l’efficacia del Green Pass non si misura a partire dal suo concreto utilizzo in ogni contesto dove è formalmente obbligatorio, né a partire dal numero di persone che “lascia indietro”. Il lasciapassare, in funzione da inizio agosto, è uno strumento di controllo e in quanto tale non funziona perché viene effettivamente controllato, ma perché ci sottopone alla possibilità di una verifica. Non funziona nemmeno perché è inclusivo, ma perché permette di nominare le soglie di esclusione, e naturalizzarle.
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Professionale amore mio. Scuola al crepuscolo?
di Roberto Fineschi
La politica scolastica fin qui seguita dimostra che il capitalismo crepuscolare non è più in grado di esercitare un’egemonia e opta per la formazione di una neo plebe ignorante e facilmente manipolabile, calcolando anche il rischio di forme di ribellismo fuorvianti
Chi ha recentemente affermato che i modesti risultati delle prove INVALSI dimostrerebbero la scarsa qualità dei professori italiani - soprattutto in relazione alle drammatiche prove in professionali e “scuole di frontiera” - probabilmente non è mai entrato in una di queste scuole o, se lo ha fatto, ha capito poco o niente di come funzionano le cose. In Italia ci sono dei pessimi professori? È sicuramente vero. Nell’esperienza scolastica di chiunque si annovera qualche personaggio più unico che raro, egregio rappresentante del mondo dell’incompetenza o con delle spalle tondissime. Per capire quali professori rispondano a questo identikit sono necessari studi pedagogici, sofisticate tecniche o procedure altamente formali? No, in genere basta parlarci cinque minuti, anche informalmente, per chiarirsi le idee.
Pare evidente che non ci sia alcuna intenzione di individuarli (e non si nascondono). Ciò detto, se ne può dedurre che tutti i professori siano così? Be’, questo è semplicemente senza senso e, evidentemente, offensivo per un’intera categoria. Parlare delle persone senza i contesti è una facile scorciatoia e un modo per non affrontare davvero le molte questioni sul tavolo.
Prendiamo le famigerate scuole di frontiera, i professionali. Il nostro professore, per lo più supplente, viene mandato incontro a un branco (purtroppo quasi mai in senso metaforico) di ragazzi in genere non scolarizzati (nel senso che non riescono a stare a sedere per più di dieci minuti, non sanno rispettare le regole minime di una conversazione, a stento conoscono la lingua italiana), interessati alla scuola come un vegetariano alla carne, con capacità di attenzione modeste. Spesso sono anche parecchi
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Individuo e terrore
di Leo Löwenthal
Secondo un'opinione ampiamente condivisa, il terrore fascista è stato solo un effimero episodio della storia moderna e per fortuna ora si trova alle nostre spalle. Non riesco a condividere tale parere. Ritengo piuttosto che il terrore sia profondamente radicato nella dinamica della civiltà moderna, in particolare nella moderna organizzazione economica. La riluttanza ad affrontare senza riserve questo fenomeno in tutte le sue implicazioni è già di per sé un sintomo subliminale del terrore. Indubbiamente per quanti vivono nel terrore è pressoché impossibile riflettere su di esso e ampliare la conoscenza dei suoi meccanismi. Ma questa spiegazione non basta certo a comprendere il sorprendente riserbo, se non addirittura la rassegnazione, messa in mostra dal mondo occidentale, pur così amante dei fatti, dinanzi al terrore totalitario. L'Occidente ha esitato davanti ai fatti del terrore fascista, sebbene fossero resi disponibili da fonti affidabili, finché questi non gli sono stati scaraventati addosso negli orrori senza veli di Buchenwald, Oswiecim, Belsen e Dachau. Esita oggi davanti ai fatti del terrore successivo alla fine della guerra militare. All'irrigidimento al servizio dell'autoconservazione, che regna nei paesi in preda al terrore, sembra fare riscontro, nel cosiddetto «mondo libero», una rimozione psichica di massa, una fuga inconscia davanti alla verità.
Essenzialmente, il moderno sistema del terrore comporta l'atomizzazione dell'individuo. Il pensiero delle conseguenze e degli effetti della tortura fisica inflitte ai corpi ci riempie di raccapriccio; non meno orribile è la loro minaccia per lo spirito.
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Come andrà a finire?
di Francesco Prandel
“Che cos’è un uomo saggio?”,
chiese qualcuno.
“Uno che guarda da lontano le cose vicine e da vicino le cose lontane”,
disse Joshu.
Masini F., Pensare il Buddha, Castelvecchi, Roma, 2013
Introduzione
Resto convinto – seppur non sicuro – che un buon pensiero si lasci esprimere da poche parole. Perciò mi scuso sin d’ora con il Lettore: le lungaggini che mi sono concesso con questo articolo non fanno ben presagire. Proverò comunque a delineare una possibile chiave di lettura della fase che stiamo attraversando, e a proporre una strategia per superarla senza farci troppo del male. L’obiettivo è quello di tentare una ricomposizione della frattura sociale che si va divaricando e inabissando ogni giorno di più. Non certo quella tra destra e sinistra, categorie ormai sepolte sotto decenni di metamorfosi antropologiche, né principalmente quella tra “pro-vax” e “no-vax”, che ne rappresenta solo la più recente crepa periferica. L’intento è quello di promuovere un dialogo tra chi, nonostante tutto, continua a vedere la salvezza nei modi indicati da un paradigma che ha fatto il suo tempo ma non intende farsi da parte, e chi, invece, comincia seriamente a pensare che sia il caso di provare a cambiare prospettiva. Questa, a parere di chi scrive, è la reale polarizzazione che l’attuale “spirito del tempo” assegna allo spettro politico.
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Ostaggi in Assurdistan, ovvero: il lasciapassare e noi / Prima puntata
di Wu Ming
La seconda puntata a questo link
0. Introduzione
Questa è una miniserie da leggere con lentezza. «Chi è veloce si fa male», cantava Enzo Del Re. «Se non vale la pena impiegare tanto tempo per dire, e ascoltare, una qualsiasi cosa, noi non la diciamo», dice Barbalbero.
Nelle settimane scorse abbiamo ospitato o segnalato contributi critici sul cosiddetto «green pass», posizioni e analisi altrui che non coincidevano in toto con la nostra.
La nostra posizione l’abbiamo espressa solo tra i commenti, esplicitandola e rifinendola man mano, il che va bene, ma anche sparpagliandola, il che va male. Mancava un testo in cui, sul «green pass» e su questa fase dell’emergenza pandemica, dicessimo come la pensiamo in modo dettagliato e dal principio alla fine.
L’occasione di scriverlo ce l’ha data l’imminente ritorno all’attività on the road. Ci attendono presentazioni all’aperto, presentazioni al chiuso, reading, spettacoli… Volenti o nolenti, col «green pass» avremo a che fare. Ma appunto, che fare?
In questa prima puntata spieghiamo perché secondo noi il «green pass», detta come va detta, è una merda.
A partire dal nome che gli hanno affibbiato, a rigore ufficioso ma usato onnipervasivamente sui media e dagli stessi governanti e amministratori. È lo stesso anglicorum di «Jobs Act», «spending review» e altre nefandezze. È l’inglese usato come dolcificante artificiale, per far sembrare nuovi e “smart” provvedimenti che invece sono abbastanza vecchi da avere un nome nella lingua di Dante. Se il governo Renzi l’avesse chiamata semplicemente «Legge sul lavoro» sarebbe sembrata meno “innovativa”. In effetti, la libertà dei padroni di licenziare in tronco non è poi questa grande innovazione…
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I no-vax devono morire (e dopo di loro gli altri)
Estremismo di centro e marginalizzazione del conflitto
di Niccolò Bertuzzi
Riceviamo e pubblichiamo volentieri questo contributo alla rubrica Green Passion che ci è stato inviato daNiccolò Bertuzzi, ricercatore in sociologia all'Università di Trento. Buona lettura!
Gli ultimi giorni di agosto hanno segnato una notevole escalation della violenza (o della sua percezione) nel campo di battaglia legato alla vaccinazione anti-Covid e alle politiche pandemiche. Diversi episodi che hanno avuto come protagonisti i cosiddetti no-vax / no green pass sono stati ampiamente notiziati dalle principali testate giornalistiche e dai notiziari nazionali: l’aggressione al giornalista di Repubblica avvenuta a Roma, gli scontri al gazebo dei 5Stelle a Milano, le minacce ricevute dal noto infettivologo Matteo Bassetti. Chiunque abbia frequentato qualche piazza in vita sua, sa bene che episodi simili sono 1) possibili, 2) minoritari e solitamente anche più “gravi”, 3) solitamente isolati, 4) volutamente notiziati con funzione stigmatizzante dai media. Questo avveniva ben prima delle mobilitazioni attuali: rappresentare questi eventi come anomali e clamorosi può piacere a certa stampa e a certo pubblico, e per certi versi può servire a una parte del movimento no vax / no green pass per rivendicare tali narrazioni in modo vittimizzante. Prima di procedere oltre e andare al cuore della questione, ci tengo a precisare che utilizzo in questo articolo il termine “No Vax” in maniera semplificatoria, ben consapevole – anche per ragioni di ricerca che sto svolgendo su questa popolazione – che si tratti di una realtà molto complessa. L’utilizzo di un’etichetta unilaterale nasconde ragioni diversificate e background socio-politici estremamente variegati. Il termine suona fin troppo simile a No Tav o No Tap, ma l’uso mistificato che ne viene fatto è molto più simile a quello di una definizione stigmatizzante come Nimby.
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Pro-vax e No-vax tra credo e fiducia: la cura per le divisioni sul vaccino è la cura alla fiducia sociale
di Elisa Moro
Il vaccino e la questione Green Pass ha acceso le più violente discussioni pubbliche e politiche. Dibattiti televisivi, editoriali, columnist di ogni sorta, opinionisti in televisione, articoli, video, influencer, post su Facebook: una quantità sterminata di luoghi in cui le posizioni contrastanti si scontrano all’ultimo sangue.
Questo fa parte della possibilità che offrono i social e internet in generale, di generare e condividere illimitatamente opinioni e informazioni nel quale l’utente si deve districare in solitudine. Ma questo fa anche parte della democrazia in cui viviamo, della forma che ha e il gioco di contrasti è l’essenza di qualsiasi discorso collettivo.
Ma che cosa succede quando i contrasti non hanno uno spazio comune di comprensione reciproca? Quando non c’è nessun mediatore all’orizzonte? Quando nessuno favorisce il dialogo ma c’è solo chi esacerba la divisione tirando fuori l’inflazionatissima separazione tra “noi” e “loro”?
Da quando la pandemia è iniziata, e in particolare i lockdown, c’è stata fin da subito una scissione tra salute fisica e psicologica, in una tensione costante tra il corpo individuale e quello collettivo, ma nessuno si è occupato della salute e del benessere psicoemotivo collettivo, tranne quando – giustamente – si è affrontato il tema del pericolo dell’aumento delle donne vittime di violenza chiuse in casa con i loro partner o la complicata gestione della vita familiare con i bambini e ragazzi in DAD e lo smartworking.
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Green pass, scienza, stato, piazze contro il green pass
Lettere (di segno contrastante) alla nostra redazione
di Il Pungolo Rosso
La nostra presa di posizione contro il green pass, opposizione motivata a modo nostro, ha suscitato reazioni critiche di segno contrastante. Per dirla in modo sommario: da un lato la critica di essere stati troppo tranchant nei confronti delle piazze no green pass; dall’altra – invece – di aver avallato in qualche modo il sentimento e l’attitudine che da quelle piazze emana, ed è pericoloso per l’autodifesa della salute da parte dei lavoratori. Ma non solo di questo si sono occupate le lettere che abbiamo ricevuto, sollevando – tra l’altro – anche la questione essenziale dell’attitudine da avere nei confronti della scienza, dell’industria farmaceutica e delle istituzioni che stanno monitorando il procedere della pandemia.
Abbiamo deciso di rendere pubbliche tre di queste lettere, la prima del compagno Alessandro Mantovani, la seconda dei compagni e compagne del Csa Vittoria di Milano, la terza di un compagno di Marghera, perché con la nostra presa di posizione abbiamo solo cercato di dare delle coordinate, delle indicazioni di fondo per una politica di classe in grado di contrapporsi all’iniziativa borghese su questo terreno, e non pensiamo affatto di avere detto l’ultima parola. Una pretesa del genere sarebbe tanto più sciocca quanto più la situazione è in continua evoluzione, a scala nazionale e internazionale: per quello che concerne la pandemia, per l’intreccio tra pandemia e crisi strutturale del sistema, per le decisioni del padronato e del governo Draghi (e degli altri governi) collegate a questa evoluzione, ed infine per le risposte di lotta a queste decisioni.
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Il governo del Regno Unito ha basato la gestione della pandemia COVID su presupposti errati
di Covid19 Assembly
Una lettera aperta alle autorità politiche e sanitarie della Gran Bretagna firmata da 133 medici, infermieri, paramedici e ostetriche
All'attenzione di Mr Boris Johnson, Prime Minister - Ms Nicola Sturgeon, First Minister for Scotland - Mr Mark Drakeford, First Minister for Wales - Mr Paul Givan, First Minister for Northern Ireland - Mr Sajid Javid, Health Secretary - Dr Chris Whitty, Chief Medical Officer - Dr Patrick Vallance, Chief Scientific Officer.
Scriviamo come medici, infermieri e altri professionisti sanitari preoccupati della situazione, alleati e senza alcun interesse personale. Al contrario, così facendo affrontiamo un rischio personale per quanto riguarda il nostro posto di lavoro e/o la possibilità di essere personalmente “infangati” da coloro che, inevitabilmente, non gradiranno la nostra presa di posizione.
Abbiamo deciso di scrivere questa pubblica lettera perché è diventato evidente che:
Il governo (con questo intendiamo il governo britannico e i tre governi/amministrazioni decentrati e i consulenti governativi associati e le varie agenzie, come CMO, CSA, SAGE, MHRA, JCVI, i servizi della sanità pubblica, Ofcom ecc, di seguito indicati con “voi” o il “governo”) ha basato la gestione della pandemia COVID su una serie di presupposti errati.
Questi presupposti vi sono stati fatti notare da numerosi individui e organizzazioni.
Non siete riusciti ad impegnarvi nel dialogo e non mostrate alcun segno di volerlo fare. Avete tolto alla gente i diritti fondamentali e alterato il tessuto della società praticamente senza alcun confronto parlamentare. Nessun ministro responsabile della politica è mai apparso su un qualsiasi canale mediatico tradizionale in un dibattito adeguato con chiunque avesse opinioni opposte.
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A che punto è la notte? Appunti per un compendio dell’emergenza pandemica in Italia (agosto 2021)
di Roberto Salerno*
Dopo diciassette mesi in cui si sono rincorsi provvedimenti surreali e terrori a singhiozzo è diventato complicato capire di cosa si stia discutendo quando ci si imbarca in dibattiti e considerazioni sulla pandemia provocata dal SARS-CoV-2. Del resto, in questo periodo non esiste un solo aspetto della nostra vita che non sia stato messo sotto stress dalla pandemia, e dipanare il groviglio sempre più spesso appare impresa improba.
Quello che segue è un tentativo – sintetico ma ci si augura non superficiale – di rendere più chiari gli argomenti di discussione, che ovviamente restano inesorabilmente intrecciati. L’elenco non vuole essere esaustivo ma piuttosto offrire un punto di partenza dal quale provare ad affrontare i vari temi inerenti alla pandemia. Laddove possibile si sono richiamate le evidenze a favore delle affermazioni, ma naturalmente l’elenco sconta il punto di vista altamente critico nei confronti degli interventi messi in atto dalle classi dirigenti.
1. Il virus
Il motivo per cui il virus ha fatto – e rischia di continuare a fare – tanti danni non è nella sua pericolosità intrinseca ma va ricercato nella risposta dei sistemi politici e sanitari. Se prescindesse da questi ultimi, il rapporto tra il numero dei morti e il numero dei contagiati sarebbe simile in qualsiasi contesto e per qualsiasi classe d’età, cosa che sappiamo essere lontana dal vero.
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Governamentalità pandemica: emergenziale, emotiva, scientifica, algoritmica
di S. Boni
Riceviamo e pubblichiamo volentieri queste riflessioni. Particolarmente pertinente – e prospettica – ci sembra l’analisi della “scatola nera” algoritmica come macchina cibernetica di comando e di governo, vero motore della ristrutturazione economica, politica, sociale e sanitaria in corso
Le forme di governo che sono emerse con la gestione della pandemia aggiornano e rafforzano dinamiche di stili di governo presenti ma non centrali nella configurazione neoliberale del governo, caratteristica degli ultimi decenni. Tramite l’emergenza sanitaria quelle che sono state sotto-tracce hanno assunto un nuovo vigore, tanto da delineare un nuovo modo di governare che rischia di caratterizzare il prossimo futuro. Ha senso esaminarne i presupposti e le logiche sottostanti perché come ogni forma di governo, costruisce una immagine di sé come necessaria e indispensabile, benefica, anzi salvifica, indispensabile per la pacifica continuazione dell’ordine, paladino della sicurezza. In questo processo irradia rappresentazioni che tendono a soprassedere sulla problematicità delle sue azioni che invece, come cittadini, ci riguardano.
L’epoca pandemica ha segnato una discontinuità nell’arte del governo. Se il neoliberalismo ha messo a profitto individui coraggiosi, autonomi e liberi, imprenditori inclini al rischio, fermamente credenti nella auto-determinazione della scelta e realizzati nel consumismo confortevole; il governo emergenziale genera persone impaurite e prone ad auto-limitarsi, annoiate e dipendenti da sussidi, tese innanzitutto a proteggere la propria nuda vita e pronte a sacrificarsi per eliminare insicurezze. Se durante il neoliberismo si teorizzava la drastica riduzione dei tentacoli burocratici statali ma anche dell’offerta di servizi sociali, la gestione pandemica ricolloca lo Stato al centro, sia nelle sue interferenze coercitive che nei suoi sussidi.
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L’inumana transizione tecnologica
di Giacinto Mascia
Con questo testo, il mio amico Giacinto comincia la sua collaborazione con il blog Pensieri Provinciali
Nel suo libro “The Great Reset” Klaus Schwab, fondatore del World Economic Forum di Davos ha scritto che «siamo sull’orlo di una rivoluzione tecnologica che cambierà radicalmente il modo in cui viviamo, lavoriamo e ci relazioniamo gli uni con gli altri. Per scala, portata e complessità, la trasformazione sarà diversa da qualsiasi cosa l’umanità abbia mai sperimentato prima» [1]. È meglio analizzare in modo più circostanziato il peso delle affermazioni di Schwab e pertanto ricorriamo ad alcuni lavori precedenti.
In un suo recente lavoro, prof. Sapelli, illustra gli aspetti travolgenti che la società contemporanea sta affrontando di fronte alla nuova fase di rivoluzione industriale, fase completamente diversa rispetto al passato [2]. Infatti l’attuale conversione dei processi industriali, insieme con le nuove tecnologie, si differenzia radicalmente dalle precedenti. Scrive Sapelli che finora abbiamo assistito a mutamenti senza dubbio profondi e l’attuale modello di economia finanziarizzata sta continuando a saccheggiare il sistema lavoro e le società, tuttavia il meccanismo di distruzione creativa di schumpeteriana memoria viene adesso sostituito da qualcosa di molto diverso. Infatti «il nuovo ciclo di Kondratiev che si avvicina ha talune caratteristiche prima sconosciute. Pone all’ordine del giorno la creazione diffusa di sistemi naturalmente complessi e stratificati quanto a tecnologie di intelligenze artificiali che producono a loro volta intelligenze. È come se si elevasse l’Itc all’ennesima potenza. Le stampanti 3D, con la meccanica per addizione e non per estrusione che ne deriva grazie all’uso del laser, sono solo l’inizio. Il seguito saranno i robot isomorfi, omeostatici tanto con il corpo umano quanto con il mutare delle macchine e dell’ambiente in cui sono immersi» (p. 68).
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Appunti (e spunti di riflessione) sulla maledizione pandemica
di Nicola Casale
Pubblichiamo questi “appunti” usciti su nucleocom.org, a nostro avviso particolarmente lucidi e preziosi. Se non mancano alcuni elementi di disaccordo, condividiamo appieno che l’«abbaglio micidiale» preso da buona parte degli antagonisti e dei rivoluzionari rispetto all’Emergenza da Covid-19 sia stata (e sia) – ancor più della «cretineria venduta come scienza» – la confusione tra “collettività” e Stato: cioè il nodo irrisolto delle disfatte rivoluzionarie del Novecento. Così come troviamo assai convincenti gli spunti di analisi sui modi e le ragioni della gestione cinese dell’epidemia (dal blocco alle cure ai vaccini) e del tutto condivisibili le annotazioni finali sulla mobilitazione contro il lasciapassare e l’obbligo vaccinale. Insomma, un po’ di aria fresca. Buona lettura.
Fin dal primo manifestarsi della pandemia una maledizione sembra aver colpito la gran parte della sinistra antagonista e di quella rivoluzionaria. Gli effetti più evidenti e grotteschi si vedono da quando sono iniziate le mobilitazioni di piazza contro il green pass e l’obbligo vaccinale, da cui il grosso di queste tendenze non solo si è tenuto rigorosamente a distanza, ma si è unito al coro governativo contro gli irresponsabili individualisti, negazionisti, no vax, fascisti, ecc.
Francamente non mi stupisco. Credo che queste reazioni fanno parte di una dinamica inevitabile che segue una situazione di sempre più profonda crisi del capitale, all’interno della quale le precedenti posture di classe proletaria e delle soggettività politiche che vi si sono sviluppate intorno sono destinate a subire un completo spiazzamento. L’epoca di cui si stanno definitivamente chiudendo anche gli strascichi è quella dello scontro tra proletariato e borghesia e quella che ora si manifesta con vigore (pur essendo da tempo iniziata) è quella tra capitalismo e comunismo.
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Kit di pronto soccorso antifascista contro il nuovo lasciapassare. Un segnale importante che vale la pena amplificare
di Wu Ming
Clicca per ingrandire/scaricare l’infografica di Antifasciste contro il pass. Prima, però, ti chiediamo di leggere il testo qui sotto.
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Autointervista sulla gestione della pandemia da covid-19
di Nico Maccentelli
Ho ritenuto di scrivere questo articolo nella forma dell’autointervista perché per me così è stato più facile mettere insieme le riflessioni che ho fatto in questi ultimi mesi. La pandemia che ci sta sconvolgendo la vita da oltre un anno e mezzo e la gestione che ne viene fatta non può essere esente da dubbi, preoccupazioni, che riguardano la nostra vita, quella di chi ci sta vicino e di tutta la collettività. I miei ragionamenti sono quelli di un comunista, che come tale sa che nel rapporto tra umanità e natura non esistono zone franche, neutre: questa pandemia in particolare è nata da un salto di specie, comunque da un rapporto, una contraddizione tra l’umano da una parte ben interno sul piano ontologico e teleologico ai rapporti sociali capitalistici, e dall’altra l’ecosistema, la natura. Un rapporto mediato dalla scienza e dalla tecnologia che sono interne a questa contraddizione, anch’esse con uno scopo di parte.
Ho sempre pensato che la parola “biopolitica” fosse una definizione ridondante e che bastasse il termine “politica” per comprendere l’insieme di pratiche riguardanti la vita organizzata nella società. Ma oggi lo stravolgimento della vita individuale e sociale riguarda più profondamente i corpi (compresa la psiche), la loro esistenza biologica e relazionale, la loro estensione nello spazio. Fino a questo punto è arrivato il controllo sociale, aggiungendo al “sorvegliare e punire” di Foucault un terzo elemento: “colpevolizzare”. Un mutamento antropologico è in atto, dentro lo stesso sistema di relazioni sociali che è il modo di produzione capitalistico. Ma veniamo all’autointervista.
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Alcune domande sulla gestione del covid-19, vaccinazioni e green pass
D. Come sai stiamo assistendo in questo periodo a una divisione riguardo l’opinione sui vaccini. Cosa ne pensi tu?
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