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scienzaetecnologia

La prima pandemia dell’Antropocene

Una crisi biologica e sanitaria globale ampiamente prevista

di Ernesto Burgio

La pandemia e un evento epocaleÈ importante sottolineare che l’attuale epidemia da nuovo Coronavirus (SARS-CoV2) non è soltanto la prima grande pandemia del III millennio, ma anche la prima dell’Antropocene. Diciamo questo a significare che non si tratta di una sorta di incidente di percorso: un evento biologico casuale, estemporaneo e imprevedibile. Ma di un episodio particolarmente drammatico, per le sue modalità di manifestazione e per le sue conseguenze a livello sanitario, sociale, economico-finanziario e politico (ancora non del tutto prevedibili) di una lunga crisi biologica conseguente alla “Guerra alla Natura” o, per usare le parole delle ultime due encicliche, alla sua stessa “Casa Comune” da parte di Homo sapiens sapiens.

Una crisi biologica e sanitaria globale, del resto ampiamente prevista e preannunciata come imminente da quasi 20 anni da scienziati di tutto il mondo e in particolare da virologi, “cacciatori di virus” ed epidemiologi. Sappiamo infatti dall’inizio di questo secolo che il mondo dei microrganismi è in subbuglio e che migliaia di “nuovi virus” potenzialmente letali per l’uomo (Ebola, Nipah, Hendra, Marburg ma soprattutto nuovi sottotipi di Orthomyxovirus influenzali e di Bat-Coronavirus dei pipistrelli) sono pronti a fare il “salto di specie”: dalle “specie serbatoio” che li ospitano da milioni di anni, agli animali ammassati negli allevamenti intensivi, negli immensi mercati alimentari e nelle sterminate periferie urbane del Sud del pianeta e infine all’uomo. E questo a causa dei cambiamenti climatici, dello stravolgimento degli ecosistemi (micro)biologici, delle deforestazioni selvagge, dell’inquinamento chimico-fisico sempre più onnipervasivo e del proliferare di megalopoli in cui decine di milioni di esseri umani vivono in condizioni di miseria e promiscuità senza precedenti nella storia (almeno sul piano delle dimensioni).

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lacausadellecose

Vaccini: una questione molto complicata

di Michele Castaldo

f6938919 e259 4294 b5a7 142c976531f2 mediumAvevo cominciato a scrivere queste note una decina di giorni prima che accadesse la sospensione della distribuzione del vaccino AstraZeneca; purtroppo mi sono rivelato facile profeta, ma non era difficile. Riparto con ulteriore convinzione nell’esporre le mie tesi. Sono comparsi negli ultimi giorni sul Corriere della sera due articoli uno a firma di Fabio Colasanti, economista, il 6/3/21, e l’altro di Angelo Panebianco, politologo, l’8/3/21, che pongono in modo chiaro e schietto un problema che ne richiama molti altri e sui quali è necessario soffermare l’attenzione senza inforcare le lenti dell’ideologismo perché non ci aiuterebbero.

La questione di fondo nell’affrontare correttamente la necessità del vaccino, secondo i due saggisti, consisterebbe nella differenza tra l’agire pragmatico di certi paesi come Usa, Gran Bretagna e Israele, da una parte, quello giuridico dalla parte opposta, riferendosi all’Europa.

Se i due illustri saggisti si scomodano con tanta determinazione per intervenire su una questione che dovrebbe filare liscia come l’olio, vuol dire che c’è una preoccupazione di fondo irrisolta, ed è inutile fare finta di niente. E dalla lettura dei loro scritti emerge con chiarezza la difficoltà che consiste nella diffidenza popolare sulla valenza dei vaccini per debellare un virus che si sta dimostrando di una potenzialità del tutto imprevista (del tutto imprevista?) e di una varianza che complica oltremodo la possibilità di combatterlo.

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micromega

I volti della biopolitica

di Carlo Crosato

Con l’esplosione della pandemia, le misure di controllo biopolitico si sono intensificate, passando, in termini foucaultiani, da strategie disciplinanti a un approccio governamentale e normalizzante. Per studiare questi passaggi è utile il saggio di Ottavio Marzocca, "Biopolitics for Beginners. Knowledge of Life and Government of People" (Mimesis 2020), che permette anche di comprendere meglio il dibattito sulla biopolitica che si è svolto sulle pagine dell'ultimo “Almanacco di Filosofia” di “Micromega”

end of admoria 2156752 960 7201. Ricominciare da Foucault

Se si risale alle prime occorrenze della parola “biopolitica”, ci si imbatte in una serie di autori tedeschi dei primi decenni del secolo scorso, teorici dello Stato in senso organicistico, naturalistico e, in generale, vitalistico. Approfondendo la metafora dello Stato come corpo vivente, autori come Rudolph Kjellen, Karl Binding, Eberhard Dennert, Eduard Hahn, rigettano l’idea della politica come limite artificiale imposto agli impulsi naturali, per rinvenire un irriducibile fondo naturale che deve essere conservato dallo stato politico in cui esso trova l’ovvia continuazione. Si tratta di nozioni che avranno grande fortuna durante i decenni del fascismo in Europa, e altrettanto discredito dopo la Seconda guerra mondiale, sebbene non siano mancati, dagli anni Sessanta fino agli anni Novanta, tentativi di recuperare il concetto di “biopolitica” al fine di offrire una rappresentazione sociologica dell’agire politico fondata sugli esiti della socio-biologia, della biologia comportamentale, dell’evoluzionismo.

Quando, durante il corso “Bisogna difendere la società” e nel volume dello stesso anno La volontà di sapere, Michel Foucault introduce nel suo apparato concettuale la nozione di “biopolitica”, la storia di questa parola assume un corso ben differente, aprendo un orizzonte di studi politici nuovo e ancora oggi promettente. Lo testimonia il recente libro di Ottavio Marzocca, Biopolitics for Beginners. Knowlodge of Life and Government of People, Mimesis 2020. L’inversione prodotta da Foucault con i suoi lavori è duplice.

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comuneinfo

Verso una società-macchina

Amélie Poinssot intervista Matthieu Amiech

Per Matthieu Amiech, editore e pensatore critico dello sviluppo tecnologico, la crisi legata al Covid è “una manna dal cielo per i giganti del digitale“. Di fronte alla “informatizzazione di tutta la vita sociale”, di fronte alla “chiusura” o quasi della vita democratica, i cittadini si trovano oggi “senza difesa morale e politica”. La sua risposta: “disobbedienza concertata”

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sudcomune

L’università in scatola

Intervista a Federico Bertoni

In Sudcomune. Biopolitica Inchiesta Soggettivazioni, n. 1-2, 2016 (Ed. Deriveapprodi)

copertina sudcomune 1.2 1L’intervista a Federico Bertoni, in occasione della pubblicazione del suo importante lavoro Universitaly. la cultura in scatola, è stata condotta nell’ambito dell’inchiesta sugli studenti e le trasformazioni dell’Università che l’Associazione sudcomune e il “Laboratorio sulle transizioni, i mutamenti sociali e le nuove soggettività” dell’Università di Roma 3 hanno iniziato nel corso del 2016. Universitaly è un libro che coglie nel segno, che descrive chiaramente “dall’interno” i principali elementi della crisi universitaria (ossia della formazione dell’università neoliberale in Italia) ed offre le categorie adeguate alla sua comprensione, nonché diversi spunti critici per il suo superamento.

* * * *

SUDCOMUNE: La lettura di Universitaly è importante per diversi motivi, tra cui il fatto che le trasformazioni indotte dalle recenti riforme universitarie sono lette dall’interno, da un prof. che ama il suo lavoro e vorrebbe “mettere in comune” il suo sapere. In «Cominciò tutto così», uno dei primi paragrafi del libro, si legge che quando hai cominciato a insegnare, ai primi anni del 2000, «il ’68 era ormai lontano come il giurassico. Stava iniziando l’era dell’eccellenza». Più in avanti nel testo, a proposito del corpo docente scrivi: «Siamo in piena mutazione: ci stiamo trasformando a tutti gli effetti in amministratori, ingranaggi della macchina ed esecutori solerti di ingiunzioni burocratiche, azioni che compiamo in gran parte attraverso i dispositivi informatici (…) Non vogliamo capire che l’evoluzione del sistema universitario ha cambiato la natura stessa delle responsabilità: il nostro compito primario non è più contribuire al progresso della conoscenza e condividerla con gli studenti, ma reagire puntualmente alle ingiunzioni ed eseguire i comandi in modo rapido, completo e preciso».

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anticitera

Il complesso rapporto tra storia ed evoluzione

di Francesca Romana Capone

Il saggio Storia ed evoluzione di Edmund Russell, offre lo spunto per ragionare, in termini più ampi, sull’intreccio che ha legato l’evoluzione biologica e quella culturale sin dalla comparsa delle idee di Darwin. Proprio un “eretico” di inizio Novecento, Pëtr Kropotkin, con il suo Il mutuo appoggio, di recente ripubblicato in italiano, aiuta a mettere in evidenza alcuni nodi problematici nella relazione di “scambio” tra storia e biologia evoluzionistica

glenn carstens peters ddnin8mvgla unsplash 1È la natura che guida la storia?

“Unificare le conoscenze di storia e biologia all’interno della storia evoluzionistica ci permette di comprendere il passato meglio di quanto non possano fare le due discipline prese singolarmente”1 . È questa la principale conclusione del saggio Storia ed evoluzione. Un nuovo ponte tra umanesimo e scienza di Edmund Russell, pubblicato di recente da Bollati Boringhieri. Un testo che si offre soprattutto come un programma di ricerca: partendo dal presupposto che l’uomo non solo è effetto, ma anche causa di processi evolutivi (si pensi, ad esempio, ai batteri resistenti agli antibiotici, oltreché alle specie vegetali e animali consapevolmente selezionate), Russell si propone di far convergere gli strumenti dello storico e dell’evoluzionista nell’analisi della storia umana. È infatti convinzione dello studioso che uno sguardo capace di cogliere aspetti quali la coevoluzione delle specie o la diversa velocità dell’evoluzione genetica e culturale, sia in grado di offrire spiegazioni più profonde di alcuni fenomeni storici.

Lo studioso affronta in via preliminare alcuni aspetti più o meno noti della teoria evoluzionistica: dai diversi tipi di selezione già ipotizzati da Darwin (naturale, metodica, inconscia, sessuale)2, al problema dell’estinzione, dall’impatto dell’uomo sulle altre specie, fino alla coevoluzione dell’essere umano e delle piante e animali che condividono il suo ambiente. Fin qui si tratta di mettere insieme considerazioni già abbastanza note, legate all’importanza della domesticazione o al devastante impatto umano sulla biodiversità cioè, in ultima analisi, agli effetti dell’evoluzione antropogenica – ovvero determinata dall’uomo – sul nostro mondo.

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labottegadelbarbieri

Covid-19: liberarsi dall’immaginario capitalista?

Naïm Kharraz (*) intervista Isabelle Stengers

apc 63 couv HDIsabelle Stengers, filosofa che studia la produzione del sapere, in questa intervista rilasciata all’Atelier des Droits Sociaux [sotto il testo originale, in francese] sviluppa il modo in cui l’immaginario capitalista mette in pericolo scienze, democrazia e ambiente. Spiega come quest’immaginario abbia potuto provocare risposte nate nel panico più assoluto durante la pandemia del Covid 19. E ci ricorda che è essenziale continuare a sviluppare la nostra capacità di immaginario solidale per contrastare ciò che provoca le catastrofi, oggi la pandemia e disastri ecologici futuri.

* * * *

Durante il confinamento, tutta una serie di persone è stata dimenticata. Possiamo citare i-le lavoratori-trici del sesso, i senzatetto, i-le migranti… Questa dimenticanza é volontaria? È il risultato di un’ideologia? O questa dimenticanza è inevitabile in tutte le società organizzate come la nostra?

«Non credo affatto che sia un problema legato ad una società che possa rendere inevitabile qualcosa. Ci sono molti modi di costruire una società. Quello che è stato fatto ai nostri anziani per esempio, con il pretesto che erano vulnerabili, sarebbe del tutto inconcepibile in società più tradizionali, dove si rispettano gli anziani. E rispettarli non significa rinchiuderli. Ma in ogni caso penso che la parola “dimenticare” sia quella giusta perché questo confinamento deve essere capito partendo da una reazione di panico. E quando c’è panico, si dimenticano molte cose! Si reagisce sotto l’influenza di un’emergenza che impedisce di pensare.

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anticitera

Pandemia, ricerca e miopia

di Lucio Russo

pexels photo 4226868Nel 1963 Giuseppe Saragat dette il via a una feroce campagna di stampa contro Felice Ippolito che, dirigendo il CNEN, aveva osato spendere danaro pubblico nella ricerca nucleare, portando l’Italia a livelli competitivi in questo settore. L’11 agosto di quell’anno, in un articolo sul “Corriere della Sera”, Saragat si chiedeva: “Perché non aspettare che questa competitività sia realizzata da paesi che hanno quattrini da spendere?”

È ben noto che Saragat vinse su tutta la linea: Ippolito fu processato e condannato a 11 anni di carcere per reati risibili (dalla concussione per avere un giorno accompagnato il figlio a scuola con l’auto del CNEN al versamento allo stato di una grossa somma senza avere ottenuto preventivamente la prescritta autorizzazione) e la ricerca nucleare applicata italiana fu azzerata [1]. Parallelamente al processo Ippolito fu celebrato il processo contro Domenico Marotta, che aveva diretto l’Istituto Superiore di Sanità portandolo a livelli mai più raggiunti (si può darne un’idea ricordando che nel 1947 il biochimico svizzero Daniel Bovet lasciò la direzione dell’Istituto Pasteur di Parigi per venire a lavorare a Roma presso l’ISS, dove svolse le ricerche che nel 1957 gli avrebbero fruttato il premio Nobel, e nel 1948 lo raggiunse il biochimico tedesco naturalizzato britannico Ernst Boris Chain, che il premio Nobel l’aveva già ricevuto).

Non voglio qui cercare le cause profonde di quell’attacco vincente alla ricerca applicata italiana, di cui paghiamo ancora le conseguenze (l’ho fatto altrove); qui mi limito a sottolineare l’argomento che Saragat riteneva fosse condivisibile dal pubblico: perché spendere danaro per fare ricerca invece di usufruire gratis della ricerca altrui?

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antropocene

Dopo un anno di pandemia. Siamo ostaggi di Big Pharma?

di Ernesto Burgio

Un anno di pandemiaL'Organizzazione Mondiale della Sanità ha annunciato che i decessi da Covid hanno superato oggi (15/01/2021) i 2 milioni su oltre 94 milioni di casi accertati, con un indice di letalità superiore al 2% (in Italia sfiora il 3,5%: un indice molto alto, simile a quello ipotizzato per la Spagnola1 e circa 30 volte superiore a quello dell'influenza stagionale2). Eppure, è evidente che a fronte di Paesi che hanno registrato un numero di casi e tassi di letalità e mortalità altissimi (Belgio, Italia, Perù, Messico, Gran Bretagna, Brasile…) ce ne sono altri che hanno saputo affrontare adeguatamente la situazione, fermando immediatamente la pandemia (Vietnam, Cambogia, Australia, Nuova Zelanda, Cuba, Islanda). Dovrebbe essere chiaro, quindi, che soltanto il rafforzamento della medicina territoriale e la tempestiva messa in campo di sistemi efficaci di isolamento dei casi e di tracciamento e monitoraggio dei contatti potrebbe ridurre la circolazione del virus e di conseguenza il temuto incremento delle sue mutazioni adattative alla nuova specie e che sarebbe necessaria ed urgente, una riorganizzazione complessiva dei sistemi sanitari occidentali, con potenziamento della medicina territoriale e dei dipartimenti di medicina preventiva. E questo anche in prospettiva futura, dato che la pandemia non è un evento accidentale e imprevisto, ma un dramma lungamente annunciato e che potrebbe ripetersi, essendo il prodotto di una crisi ecosistemica e soprattutto microbio-ecosistemica monitorata da decenni e causata dalla nostra guerra irresponsabile contro la Natura: deforestazioni, agricoltura e allevamenti intensivi, inquinamento dell’intera ecosfera (atmosfera, idrosfera, biosfera e catene alimentari), urbanizzazione e crescita senza freni di immense megalopoli eco-insostenibili.

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officinaprimomaggio

L’effetto lockdown sulla scuola

di Monica Di Barbora

Nota: il testo è stato redatto a conclusione dell’anno scolastico 2019/20; l’impianto dell’articolo è strutturato, quindi, sulla prima esperienza di didattica a distanza nel periodo marzo/giugno. Sono stati, tuttavia, inseriti degli aggiornamenti a novembre a fronte di alcuni recenti studi e importanti novità

10.scuola dibarbora 1024x724Ne siamo usciti peggiori. Fare un bilancio della didattica emergenziale online che vada oltre la mera valutazione pedagogica ma provi a pensare al sistema dell’istruzione come parte fondamentale di un più ampio contesto sociale non consente un grande ottimismo. Sgombriamo subito il campo da ogni fraintendimento: i/le docenti, nella maggioranza dei casi, si sono messi in gioco con grande disponibilità e creatività. E bambine e bambini, ragazze e ragazzi hanno affrontato, in età critiche e delicate, una situazione complessa per la quale nessuno li aveva preparati. Inoltre, era oggettivamente difficile immaginare un’alternativa plausibile in una situazione così drammatica.

Ciononostante i problemi emersi sono considerevoli e coinvolgono una pluralità di piani, al di là delle valutazioni più strettamente didattiche. In generale, possiamo dire che la chiusura delle scuole ha generato un incremento delle diseguaglianze in diversi ambiti. Il punto è che lo stravolgimento comportato dal confinamento si è innestato su un sistema che dalle disparità trae vantaggio.

Per quanto riguarda, più nello specifico, il settore scolastico, è sotto gli occhi di tutti che si tratta di un contesto in enorme sofferenza. Riforme avviate e abbandonate che si succedono praticamente a ogni avvicendamento ministeriale; strutture fatiscenti; problemi annosi nel sistema di reclutamento del personale; scarso riconoscimento economico e sociale della classe docente (ricorderete gli strali della ministra Gelmini contro la scuola “stipendificio” a fronte di stipendi tra i più bassi d’Europa); contenimento delle spese, quando non veri e propri tagli (si veda il rapporto Ocse 2019 che mette a confronto le scuole dei paesi europei su una pluralità di parametri tra cui gli stipendi della classe docente).

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chartasporca

I conti che non tornano della pandemia. Un dibattito in corso

di Silvia D’Autilia

monalisa 4893660 1920Il senso di possibile può essere definito come la capacità di pensare a tutto ciò che potrebbe essere, senza considerare ciò che è più importante di ciò che non è.
(R. Musil –
L’uomo senza qualità)

 

Prologo

Qualche settimana fa, con il titolo “Non indispensabili allo sforzo critico del paese”, Andrea Muni firmava qui su Charta Sporca un pezzo sull’immiserimento del dibattito nell’ambito della presente emergenza sanitaria. Terminava la sua riflessione con una richiesta, diciamo un desiderio, quello di poter approfondire il tema con altre persone con le quali discutere cos’abbia prodotto e accelerato questa mancanza di approfondimento rispetto alle trasformazioni da cui siamo stati interessati.

 

Un punto di partenza

C’è una parola che fin dalla seconda riga riassume bene il succo dell’intero testo: estraneità. È quel senso di non-appartenenza a un clima politico, culturale e mediatico che nel raccontare una realtà già di per sé onerosa, ne svilisce l’ampiezza e la complessità. È un vento gelido di approssimazione, che per non curarsi capillarmente dei dettagli, preferisce amputarli, asfaltarli dietro etichette, minimizzazioni e griglie dicotomiche per cui se da una parte ci sono i responsabili benpensanti, dall’altra ci sono evidentemente gli stolti.

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Coordinamenta2

La «cura», il «lavoro di cura», l’odio di classe

di Elisabetta Teghil

emergenza 768x556I nostri avversari sono gli avversari dell’umanità. Non è vero che abbiano “ragione dal loro punto di vista”: il torto sta nel loro punto di vista. Forse è inevitabile che siano così, ma non è necessario che esistano. E’ comprensibile che si difendano, ma essi difendono preda e privilegi, e comprendere in questo caso non deve significare perdonare.

Bertolt Brecht

Nel contesto attuale di emergenza attuata per la così detta pandemia c’è un discorso che rimbalza  in varie accezioni su testate giornalistiche, in interpellanze parlamentari, in articoli di opinione, in prese di posizione politiche negli ambiti più diversi. E’ quello della <cura>.

Si dice che abbiamo perso di vista un aspetto molto importante della vita cioè il prendersi cura del pianeta in cui viviamo, degli altri, dei più fragili,della società nel suo complesso e di noi stesse/i e  che quindi abbiamo trascurato le cose che contano. Chi ha trascurato cosa? E che noi donne che siamo particolarmente attrezzate e sensibili alla cura degli altri dovremmo essere considerate con particolare attenzione, gratificate, anche economicamente, e prese come esempio.

 

Note di premessa

Il lavoro di cura è quel carico di lavoro quotidiano, ininterrotto ed estorto gratuitamente che il sistema patriarcale e capitalista, in questo momento neoliberista, pretende dalle donne e che viene “naturalizzato” come congeniale al genere femminile.

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paroleecose2 

Se siamo una "classe" di pazienti

di Andrea Sartori

SARTORI IMMAGINE La classe operaia va in paradiso 1Quello di classe è il concetto di cui il pensiero filosofico e sociale contemporaneo è orfano. La lotta contro lo sfruttamento del lavoro e la sofferenza (pàthos, in greco) che tale sfruttamento provoca, infatti, non è più condotta in nome d’una classe di lavoratori in relazione dialettica o antagonistica con il capitale, ma in nome d’un diritto civile alla giustizia sociale, declinata nei suoi vari aspetti. Il miglioramento delle condizioni economico-sociali è posto sullo stesso piano del diritto a un equo trattamento di genere e alla non-discriminazione su base etnica, religiosa, culturale. Il problema del lavoro e l’appartenenza di classe perdono pertanto la loro connotazione marxista e confluiscono nel variegato alveo delle identità influenzate da più o meno distorte relazioni sociali e di dominio. Ognuna di queste identità è da rivendicare a proprio modo, data l’assenza per esse d’una cornice concettuale comune. In altri termini, non v’è – o non vi sarebbe – un ambito economico sottostante a condizionare quelle identità: identità dei propri corpi e delle proprie tradizioni culturali, identità religiose e identità legate a uno specifico gruppo sociale o etnico storicamente sottoprivilegiato e negletto dalle istituzioni.

È tuttavia lecito chiedersi se la coppia lavoro/capitale davvero non svolga più alcun ruolo di primo piano nel determinare le condizioni di vita di ciascuno. A quest’interrogativo si potrebbe legare un altro quesito: la nozione tecnico-operativa e sociologicamente delimitata di classe è scomparsa perché ha perso importanza o perché, all’opposto, se ne è inflazionato a dismisura il significato, al punto da renderlo non più circoscrivibile, e pertanto invisibile per eccesso (e non per mancanza) di diffusione?

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rizomatica

Stretti tra Popper e Voltaire: il vicolo cieco del liberalismo

di V. Siracusano Raffa

affilato MOSHED 2021 2 11 23 56 18 05qI sostenitori del ban a Trump saranno in qualche modo consapevoli del paradosso della tolleranza: teorizzata da Karl Popper, tale situazione apparentemente senza via d’uscita è data dal fatto che una società tollerante è destinata ad essere travolta dagli intolleranti al suo interno, per cui è necessario che si dimostri intollerante nei loro riguardi. Una posizione un po’ più complessa è forse quella del filosofo Rawls, per il quale la società giusta deve tollerare gli intolleranti e limitarli solo nella misura in cui i tolleranti temono per la sicurezza loro e del sistema nel suo complesso. Dall’altra parte ci sono i voltairiani della domenica, che spesso citano il filosofo illuminista a sproposito perché la ormai celebre frase “non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu possa dirlo” è apocrifa, in quanto se ne trova traccia solo nella biografia redatta da Evelyne Beatrice Hall sotto pseudonimo, che la mise tra virgolette per errore. Tale posizione comunque implica che non si possa limitare l’espressione altrui, qualunque siano le conseguenze.Tra questi due estremi spesso si naviga a vista, e il soggetto coinvolto e le circostanze specifiche hanno un ruolo non trascurabile nel determinare i termini della questione. Nel frattempo, con l’avvento di internet sembra che la libertà di espressione possa raggiungere nuove vette, e contemporaneamente si avverte la necessità di mettere dei paletti affinché il diritto di tutti ad esprimersi liberamente non leda altri diritti. Internet va regolamentato? Di certo il tecnoentusiasmo secondo cui la rete, democratica ed immensamente libera, ci avrebbe a sua volta liberato si è dimostrata un’ingenua utopia.

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una citta

La società, lo stato, il capitalismo del futuro

Gianni Saporetti intervista Salvatore Biasco

cover lrLa pandemia ci ha fatto ripensare al ruolo dello stato come protagonista dell’organizzazione sia della società che della produzione; il rinnovo della macchina amministrativa mai attuato e i tanti punti su cui intervenire, con la partecipazione dei cittadini, dalla sanità, all’habitat, alla scuola, ai giovani; le disuguaglianze da combattere e la possibilità di condizionare il capitalismo a partire dal problema ambientale, ma non solo. Intervista a Salvatore Biasco, economista, già professore ordinario alla Università La Sapienza di Roma, ha ricevuto diversi riconoscimenti in campo accademico e culturale ed è presente nel dibattito pubblico con saggi in vari campi raccolti nel suo sito www.salvatore-biasco.it.

* * * *

Vorremmo parlare del Recovery Plan e di questa cifra stratosferica su cui tutti stanno almanaccando. Come interpreti ciò che sta succedendo? Tu cosa pensi che sarebbe giusto fare?

Mah, interpretare quel che succede con categorie politiche è un azzardo, anche perché dai tempi di Bertinotti abbiamo imparato che, ad di là di ciò che è scritto nei trattati di politologia, esiste anche l’elemento follia (e avventurismo) nella politica.

Possiamo invece dire qualcosa su ciò che oggi sarebbe desiderabile accadesse riguardo al Recovery Plan (noi continuiamo a chiamarlo così, ma in realtà si chiama Piano per la Nuova Generazione, Next Generation Plan). Sarebbe bene tener presente la sua destinazione. Quel che è certo è che siamo in un momento in cui bisogna prendere una strada o l’altra, dare una direzione al futuro del paese.

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gliasini

Come sopravvivere alla valutazione al tempo del Covid

Manuale per docenti, studenti e genitori

di Rete Scuola Saperi e Cura

Gli uccelli interno asini 5 page 0001 1024x752L’articolo che pubblichiamo di seguito è un contributo della Rete scuola saperi e cura sul tema della valutazione a scuola al tempo del Covid 19. La rete, formata da insegnanti genitori e studenti, è nata a Napoli durante la pandemia con l’intento di ripensare radicalmente l’educazione e la cura come processi sociali complessi e campi di battaglia sui quali si giocano il presente e il futuro, non solo della scuola. Ci sembra che, nel tempo di emergenza che viviamo, il tema del “giudizio” sui bambini e i giovani e la forma che esso assume a scuola sia uno dei nodi centrali dei quali peraltro si discute poco o lo si fa a partire da approcci nel migliore dei casi superficiali. A dispetto di quanto viene affermato nelle norme e nei discorsi ufficiali, la scuola è preda di una ossessione valutativa, intenta alla somma e alla misurazione delle cosiddette competenze, un furore che non riesce a fermarsi nemmeno davanti ad una crisi globale come quella che attraversiamo. È la prova che il ceto pedagogico ne è soggiogato avendo assorbito la pratica del “valutare e punire” come unico modo possibile. Intento della rivista è (anche) quello di dare spazio a quei gruppi che provano ad uscire da questo pensiero “a una dimensione”. (Gli asini)

Se c’è una cosa che l’emergenza sanitaria ha messo bene in evidenza è la differenza tra ciò che è veramente indispensabile rispetto a ciò che non lo è. Niente più lezioni, voti, niente più test INVALSI, simulazioni o addestramenti, niente più Alternanza Scuola Lavoro, niente più verifiche. Dopo una prima sensazione di straniamento, è stato presto chiaro quello di cui si sentiva veramente la mancanza: la relazione umana, tra studenti e insegnanti, tra studenti e studenti. Anche se mediati o surrogati attraverso tecnologie più o meno efficaci, sono stati il dialogo e l’interazione ciò che abbiamo cercato e tentato subito di riprodurre.” (Rossella Latempa, 31/03/2020)

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sollevazione2

Covid: il punto di vista di Liberiamo l'Italia

di Sollevazione

covid si cura 600x391I. Premessa

Ad un anno dal suo inizio, dovrebbe essere chiara a tutti la volontà politica di costringerci in uno stato di emergenza perpetuo.

L’Operazione Covid è stata accuratamente pianificata dall’alto e costruita a vari livelli, anche se nel nostro Paese l’emergenza sanitaria che ne è seguita è figlia anzitutto dello sfascio della sanità italiana, causata dalla crescente privatizzazione e da decenni di tagli targati “Europa”.

Il Covid è però anche un’arma, lo strumento che l’oligarchia dominante sta usando (non solo in Italia) per rimodellare la società in base ai propri disegni ed interessi. Da qui la politica delle chiusure per far sì che il pesce grosso mangi quelli piccoli; da qui l’imposizione delle attività “a distanza” per isolare le persone l’una dall’altra; da qui la narrazione terroristica per coprire il dramma della disoccupazione e della precarietà che ne consegue; da qui le mille misure autoritarie pensate per fermare sul nascere ogni opposizione.

“Great Reset” per l’appunto definisce icasticamente la corrente strumentalizzazione della cosiddetta pandemia al fine di instaurare il nuovo ordine mondiale di cui il World Economic Forum è l’ennesimo latore. In questo quadro la “Finanziarizzazione dell’Economia” organizzata in modo da drenare risorse dall’Economia Reale, nel cui ambito si svolgono le nostre attività quotidiane, ha raggiunto ormai dimensioni ipertrofiche e non è più in grado di sostenersi continuando a drenare risorse, senza collassare. L’enorme progressiva capitalizzazione dei cosiddetti derivati, vere e proprie scommesse sulle quotazioni dei titoli, ha raggiunto dimensioni pari a molti multipli del PIL mondiale.

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paroleecose2

Ritorno al presente. Spazi globali, natura selvaggia, crisi pandemiche

di Davide Gallo Lassere

[Nel contributo precedente pubblicato da LPLC, Davide Gallo Lassere ha ripreso le analisi di Andreas Malm a proposito del Capitalocene e dei legami tra capitalismo ed energia fossile a partire da una prospettiva operaista. In questo contributo prosegue il confronto con le tesi di Malm, e in particolare con il suo ultimo testo, pubblicato recentemente, La chauve-souris et le capital [Il pipistrello e il capitale]. Vengono discusse in particolare le ipotesi strategiche che l’autore svedese presenta nella seconda parte del testo e che sintetizza nella formula del «leninismo ecologico». La traduzione è di Andrea Moresco]

PipistrelloChiariamolo sin da ora: la diagnosi tracciata da Malm della pandemia in corso è illuminante ma, seppur stimolante, la proposta/provocazione di un leninismo ecologico che avanza nel suo entusiasmante pamphlet sul Covid-19 ci sembra alquanto discutibile. Lo sembra, per giunta, alla luce dei presupposti epistemologici e delle analisi storiche elaborate dallo stesso Malm nei suoi precedenti lavori, ruotanti attorno alla centralità politica delle lotte sociali. Essa pare anche in contrasto con l’esame dello spazio globale che Malm conduce nel suo saggio. A tal proposito, le letture operaiste dei classici del pensiero rivoluzionario e delle geografie contemporanee del capitale offrono, a nostro avviso, un buon vaccino contro quel febbrile «desiderio di Stato» che emerge da alcune pagine de Il pipistrello e il capitale.[1]

Procediamo con ordine. I percorsi della genealogia e della critica del Capitalocene ci hanno portato in Cina – luogo di intensa concentrazione di molteplici tendenze globali. Ed è proprio da questa regione che occorre ripartire se vogliamo comprendere i processi che sconvolgono da cima a fondo il nostro presente. Le logiche temporali all’opera dietro il cambiamento climatico ci mostrano che più il pianeta si surriscalda, più altre dinamiche complesse e multiscalari retroagiscono sugli ecosistemi, surriscaldandolo ancor più a loro volta.

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jacobin

Il complottismo nasconde i conflitti

di Tobia Savoca

Il diffuso cospirazionismo dei nostri tempi, frutto della crescente crisi della politica, si rivela utile alle destre per offrire una spiegazione al malessere sociale e a chi detiene il potere per patologizzare qualsiasi pensiero critico

complottismo jacobin italia 1 990x361Che determinate persone o gruppi, per il loro potere politico, economico o sociale, possano influenzare gli eventi, sembrerebbe un’evidenza. In fondo qualsiasi forma di potere si fonda sulla capacità di influire e prendere decisioni capaci di modificare il corso della storia. Eppure tale evidenza sembra essere svanita vista la facilità con cui qualsiasi ipotesi di complotto viene oggi ridicolizzata («gombloddo»).

 

I complotti esistono, i complottisti pure

Anzitutto partiamo da un’affermazione semplice, quasi banale: i complotti esistono. Non tutte le teorie del complotto sono rimaste teorie. Alcune sono state verificate. Ma se sono le prove a permettere di discernere tra scoperta di una cospirazione e mero delirio paranoico, quello che permette di svolgere questo processo critico sono le intuizioni e il sospetto.

Certo, i «maestri del sospetto» che Paul Ricoeur ha individuato in Nietzsche, Freud e Marx, grazie al sospetto e al dubbio avevano svelato i meccanismi dell’essere umano riguardo alla religione, al suo inconscio e alla società del capitale. Ma si trattava di un sospetto critico, insito nella contraddizione e nella complessità del pensiero, non nella semplificazione mitologica degli eventi. Oggi il sistema mediatico alternativo trasmesso nei social network ha invece scatenato un delirio opposto.

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comedonchisciotte.org

Vaccini Covid e il paradosso del calabrone

di Leopoldo Salmaso*

comedonchisciotte org informazione alternativa comedonchisciotte org informazione alternativa bombo bombus terrestris 750x430Secondo alcuni ingegneri aeronautici il bombo non può volare, però il bombo non legge le loro pubblicazioni e vola lo stesso.

Secondo Pfizer & C. il ‘vaccino’ a RNA messaggero non può modificare il genoma, però il ‘vaccino’ non legge i comunicati di Pfizer e…

Anzitutto alcune precisazioni:

P1. Il proverbiale calabrone non è un calabrone ma un bombo (Bombus terrestris) su cui un secolo fa Antoine Magnan e altri (1) scrissero che non poteva volare in base ai loro studi di aerodinamica.

P2. Il paradosso non è un paradosso, tanto che Magnan dovette correggere i propri studi invece che ‘correggere’ i bombi.

P3. il cosiddetto ‘paradosso del calabrone’ è diventato proverbiale per indicare la presunzione di tanti ‘apprendisti stregoni’ che pretendono piegare la Natura alla loro visione ultra semplificata della realtà.

Con tali premesse, mi propongo di illustrare perché e come un vaccino a mRNA si può comportare come i bombi, ignorando i comunicati Pfizer.

Per sviluppare il contraddittorio, propongo al lettore di proseguire con una fiction processuale:

 

A (Avvocato accusatore): Chiamo a deporre il dottor Leopoldo Salmaso… Dottore, dica brevemente le sue qualifiche, in particolare per farci capire la sua posizione riguardo ai vaccini.

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sbilanciamoci

Passi avanti nel controllo delle imprese digitali

di Vincenzo Comito

Improvvisamente ai due lati dell’Atlantico e anche in Cina le autorità hanno dato vita a iniziative, o almeno dichiarazioni, per regolamentare lo strapotere dei giganti del web: Google, Facebook, Apple e Amazon. Ma i Gafa preparano la controffensiva con azioni di lobbying

regno unito big tech arrivo nuova agenzia regolare aziende v4 483800 1280x960Sono molti anni che si discute ai due lati dell’Atlantico della necessità di introdurre adeguate forme di controllo sulle imprese digitali, che intanto crescono in dimensioni e potere. Le più grandi tra di esse, tutte statunitensi o cinesi, hanno raggiunto ormai valutazioni in Borsa di dimensioni enormi: la Apple, solo per fare un caso, vale ormai quasi 2.000 miliardi di dollari. Esse sono fonte di problemi crescenti su moltissimi fronti: su quelli della tutela della concorrenza, della gestione dei dati, del controllo dei contenuti, delle questioni fiscali, della dimensione etica delle scelte, del lavoro, infine di quello politico più generale. Per molti in Occidente appare essere in gioco la stessa democrazia.

Negli ultimi mesi, per la verità, è partita all’improvviso e con grande clamore una campagna per interventi decisi, sia in Occidente che in Cina. Ma i giganti del settore hanno tanto denaro e tanti dati a disposizione che, forse, è molto difficile che siano seriamente infastiditi, almeno in Occidente (Livni, 2020). Comunque il quadro appare differente tra un’area e l’altra.

Le autorità cinesi, quali che siano le loro motivazioni, stanno facendo sul serio nel tentativo di porre sotto controllo i grandi gruppi digitali e si stanno muovendo con grande rapidità e decisione nell’esecuzione, forse fin troppo.

Le situazione per quanto riguarda gli Stati Uniti e l’UE appare differente e un recente articolo apparso su The Economist, aveva a questo proposito il significativo titolo di “credibility gap” (The Economist, 2020).

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machina

Niente sarà più come prima

Scenari ambivalenti del post-Covid

di Marco Valisano

0e99dc 55f20278f96c4cfab48e13e18b6411femv21. Introduzione

Il fenomeno Covid-19 ha dato vita, negli ultimi mesi, a una letteratura fiorente e piuttosto variegata. Se ne può capire bene il perché. Oltre all’impatto sociale, economico e politico che il virus ha avuto a livello globale, l’occasione è stata ed è ghiotta per affrontare temi di antica data o per mettere alla prova le teorie più svariate, come quella relativa allo stato di eccezione permanente in cui vivremmo (Agamben 2020) fino a più vaste tematiche di biopolitica (De Carolis 2020), di politica ambientale, di politica economica (Dalla Vigna 2020; Di Cesare 2020; Marchetti-Romeo 2020; Chomsky 2020); c’è chi ha insistito sulle conseguenze di rottura della pandemia (Harari 2020), chi invece ha sottolineato i tratti di continuità (Houllebecq 2020).

Gli individui isolati l’uno dall’altro e costretti in cattività durante il famigerato lockdown hanno poi fornito ulteriore materiale per le analisi e i consigli dei life coaches, categoria professionale che spopola ormai da diversi anni. Si possono trovare libri e opuscoli che distribuiscono ricette costellate di rituali quotidiani per cavarsela meglio nella situazione di isolamento o per riuscire, finita questa emergenza di cui in realtà non si vede la fine, a ritrovare un equilibrio e tornare a una vita normale (cfr. Ter Kuile 2020; Wilson Guttas 2020).

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la citta futura

Ma siamo sicuri che andrà tutto bene?

I comunisti e la guerra di classe prossima ventura

di Enzo Gamba

La gravità della crisi acuisce la lotta tra borghesia e proletariato e tra grandi e piccoli capitali, sottomette ancora di più lo Stato al mercato e accentua la trasformazione bonapartista della politica. Per questo serve un programma minimo che unisca gli sfruttati e dia impulso alla costituzione del partito comunista

618a076585d77d8fbdbe7b813181766a XLCrisi economica e sanitaria

Verso la fine del 2019, nelle previsioni di alcuni avvertiti economisti, non solo marxisti, si indicava l’anno 2020 come l’anno in cui la crisi strutturale dell’economia mondiale capitalistico-finanziaria avrebbe avuto l’ennesimo crollo, un nuovo episodio di crisi che si determinava all’interno di quella che sembrava essere, ormai da decenni, la “normale” linea decrescente di recessione e stagnazione dell’economia mondiale capitalistica finanziaria, cioè di una tendenza complessiva che, pur negativa, prevedeva e teneva conto anche degli aspetti di “controtendenza”, come è il caso dell’economia cinese. Nell’anno 2020, nelle avvedute previsioni di questi economisti, sarebbero venuti al pettine anche i nodi delle gigantesche bolle finanziario-speculative che già nell’autunno del 2019 avevano cominciato a creare notevoli problemi.

Purtroppo, verso la fine di quell’anno iniziava silenziosamente a esplodere l’altra bolla, quella pandemica. Proprio come si espande una crisi economica, ma in questo caso a una velocità notevolmente maggiore, la crisi sanitaria dovuta alla Covid-19 ha bloccato l’economia mondiale e si è compenetrata con la crisi economica già operante: la crisi strutturale capitalistica ha preso la forma della crisi sanitaria, colpendo in maniera differenziata sia per nazioni, sia per classi, sia per settori economici produttivi, commerciali e finanziari.

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ilrovescio

Il corpo al lavoro

di Dinos Giagtzoglou

51X8sg0ev9LMentre è già partita la campagna militar-vaccinale più grande della storia, in cui le multinazionali farmaceutiche e gli Stati si spartiscono i relativi interessi (i giganteschi profitti, le prime; la potenza propagandistica, la retorica nazionalista e la blindatura di ogni dissenso, i secondi), ci è parso utile ripubblicare un testo di tre anni fa, scritto nel periodo delle vaccinazioni obbligatorie introdotte dal governo italiano per conto della Glaxo. Non solo, come si legge nel testo, da tempo si brevettano e si quotano in borsa farmaci non ancora sperimentati, ma oggi, per la prima volta, si autorizza la somministrazione di vaccini mRNA – basati, cioè, sulla tecnica dell’editing genetico – dopo solo tre mesi di sperimentazioni, laddove farmaci basati sulla stessa tecnica (e rivolti a un pubblico molto più limitato) non avevano ancora ricevuto un’autorizzazione, nemmeno dopo anni di test clinici. Che si tratti di una sperimentazione biotecnologica di massa è un dato di fatto (anche in senso “clinico”). Un salto in avanti di cui nessun pensiero critico può trascurare la portata.

* * * *

Il corpo al lavoro

Il progetto finale della scienza è ormai, in modo non più occulto, il dominio totale dell’oggetto sul soggetto, della “macchina” sull’uomo, del non-essere, spacciato come dover essere, sull’essere.

G. Cesarano, E. Ginosa, L’utopia capitalista, 1969

Il contenuto reale dell’alternativa in gioco è apocalisse o rivoluzione … la rivoluzione della vita contro la morte è una rivoluzione totale, una rivoluzione biologica, definitoria delle sorti della specie.

G. Cesarano, G. Collu, Apocalisse e rivoluzione, 1973

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antiper

DAD o non DAD? Questo (non) è il problema

di Antiper

insegnanteCon l’esplosione della pandemia anche il mondo della scuola ha dovuto attrezzarsi e parte delle lezioni in presenza sono state sostituite con lezioni a distanza; questo ha fatto nascere uno scontro senza esclusione di colpi tra i sostenitori (della necessità) della didattica a distanza (DAD) – prudentemente rinominata nella seconda fase didattica digitale integrata (DDI) – e i suoi avversari (tra le cui fila troviamo il variegato mondo dei libertari-negazionisti, ma anche una certa parte della sinistra “radicale” che ha, ormai da molto tempo, smarrito la capacità di “cogliere il punto” in ogni situazione).

Come sempre, sarebbe stato utile evitare di schierarsi in modo aprioristico e anti-dialettico su fenomeni che in realtà hanno una portata molto più vasta di quanto possa apparire a prima vista così come sarebbe utile riuscire a cogliere le opportunità offerte dalla didattica digitale (anche a distanza) pur senza mettere in discussione l’importanza della didattica in presenza che se è superiore lo è soprattutto in quanto offre la possibilità di sviluppare relazioni sociali (piuttosto che per la sua presunta maggiore capacità di produrre conoscenza [1]). E in una società come quella in cui viviamo, in cui le relazioni sociali si impoveriscono giorno dopo giorno, è fondamentale valorizzare i momenti di incontro e di scambio non virtuali, specialmente in quella fase molto evolutiva che è l’adolescenza. La pandemia non è solo un grande problema di salute e di certo non è soprattutto un problema di mancati profitti delle imprese: è, innanzitutto, un problema di (ridotta) socialità delle persone. D’altra parte: siamo davvero convinti che il tipo di socializzazione offerta dalla scuola sia la socializzazione di cui i giovani hanno bisogno?