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Katechon/Interregno
Dario Gentili
1. Quello della crisi dello Stato-nazione è, ormai da tempo, un motivo ricorrente. Il suo refrain è diventato insistente soprattutto dopo il 1989, ma come un rumore di fondo ha attraversato tutto il Novecento. Ha animato tanto il discorso delle grande ideologie internazionaliste quanto quello della globalizzazione economica, del libero mercato su scala planetaria. Oggi è proprio quest’ultimo discorso a ripetere con più vigore il motivo della crisi dello Stato (salvo poi ricordarsi dello Stato quando, come in seguito alla crisi del 2008, si è trattato di pagare i debiti delle banche e degli istituti di credito). Ne è la controprova che, in alcuni casi, un certo pensiero anti-capitalista e anti-liberista ha addirittura attribuito allo Stato un ruolo di resistenza, un argine allo strapotere economico – e pertanto la piccola Grecia, proprio in quanto Stato, è diventata la scorsa estate la portatrice di un ritorno della politica. In realtà, credo che sia l’auspicato ritorno dello Stato sia il suo de profundis siano entrambi espressione di una questione politica – o più schiettamente geopolitica – che va ben al di là delle sorti dello Stato. Si tratta nondimeno della configurazione che la politica deve assumere nell’epoca del dominio della ragione neoliberale.
Posta in questi termini – nei termini appunto del dominio di una razionalità di matrice economica che ha assunto prerogative politiche di governo –, la questione di una alternativa “politica” al neoliberalismo è affrontata dal pensiero filosofico e politico o sul piano del potere o su quello del governo.
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La fine dell’Eternità
by Jehu
Nel suo libro, "Dall'Eternità a qui" (edizioni Adelphi), Sean M. Carroll discute sulla peculiare natura dell'universo così come viene vista secondo la prospettiva della Scuola di Copenaghen. Tale peculiare natura, può esere descritta per mezzo di quattro caratteristiche della materia, su scala quantica:
1 - La materia si comporta sia come una particella discreta che come un'onda meno discreta.
2 - La materia, ogni volta che si cerca di osservarla, vale a dire quando si interagisce con essa, cambia improvvisamente dal comportamento di onda a quello di particella
3 - Il passaggio istantaneo dal comportamento di onda a quello di particella è:
a) irriducibilmente casuale: vale a dire, possiamo prevedere il suo risultato finale, in anticipo, solo approssimativamente
b) irreversibile: vale a dire, non possiamo conoscere lo stato precedente della particella; la nostra interazione con una particella distrugge in maniera irrimediabile le informazioni relative al suo stato precedente.
4 - Nel momento in cui proviamo a misurare il processo, c'è un livello irriducibile di incertezza
Nella fisica classica, lo sviluppo di un processo può essere spiegato per mezzo di un insieme di regole basate sulle leggi fisiche di Newton; ma nel mondo naturale descritto dalla meccanica quantistica lo sviluppo di un processo appare essere governato da due insiemi di leggi fisiche del tutto differenti, che Carroll spiega così:
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Dewey e il Ministero del Disturbo
La rivoluzione darwiniana e il suo impatto filosofico
di Andrea Parravicini
Il significato e gli effetti della teoria dell’evoluzione di Darwin per il pensiero e la cultura occidentali sono ancora oggi spesso poco compresi, se non fraintesi, anche da parte di affermati filosofi e intellettuali. Il contributo che segue intende presentare alcune delle originali e profonde riflessioni che circa un secolo fa John Dewey, uno dei più grandi pensatori americani di tutti i tempi, dedicò alla questione. L’obiettivo di Dewey era quello di mettere a fuoco in modo ampio e lucido l’influenza profonda esercitata dalla rivoluzione darwiniana non solo sul nostro sguardo nei confronti del mondo vivente, ma anche riguardo al nostro modo di intendere le questioni etiche e politiche, mirando a un rinnovamento radicale del pensiero filosofico che oggi deve ancora largamente compiersi.
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Le teorie scientifiche, si sa, hanno sempre avuto un ruolo importante per il pensiero filosofico, la cultura, il senso comune. Si pensi alla rivoluzione copernicana, alla relatività einsteiniana, alla fisica quantistica. La teoria dell’evoluzione di Darwin, che attualmente costituisce il nucleo teorico fondamentale del programma scientifico evoluzionistico, ha avuto in particolare un impatto enorme non solo sulla filosofia e sul senso comune, ma anche sul pensiero etico-sociale e politico.
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Contro il "politicamente corretto"
di Costanzo Preve
Riteniamo utile pubblicare un denso testo del compianto Costanzo Preve pubblicato nel 2010 dall'editrice Petite Plaisance. Il saggio comparve con questo titolo: «Elementi di Politicamente Corretto. Studio preliminare su di un fenomeno ideologico destinato a diventare in futuro sempre più invasivo e importante».
Preve aveva visto giusto.
Il "politicamente corretto", nato in certa sinistra liberal nordamericana, è diventato la neolingua ufficiale, quindi prescrittiva, degli oratores (clero) e degli apologeti della modernizzazione capitalistica. Si prescrive infatti non solo come dire e nominare le cose, ma quali cose non si debbono né nominare né dire, pena la scomunica, l'interdizione dal dibattito pubblico.
Lasciamo alla lettura i nostri lettori.
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1. La teoria marxiana dei modi produzione, e del modo di produzione capitalistico in particolare, è generalmente intesa in forma spaziale-topologica, e cioè con un sopra e con un sotto.
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Perché il neoliberismo appare inarrestabile?
Il “punto di vista del lavoratore” in Foucault
di Valerio Romitelli
Sono passati oramai quasi quarant’anni da quando Foucault con straordinaria lungimiranza teneva il famoso seminario (Nascita della biopolitica. 1978-79[1]) nel quale proponeva una genealogia del neoliberalismo, letto come fenomeno epistemologico e “governamentale” emergente, ma di sicuro avvenire. Già dal 1973 in Francia era stato infatti precocemente annunciato l’imminente tramonto di quell’”età d’oro” delle politiche keynesiane, da Stato provvidenziale, che erano invalse nei paesi capitalisti dal dopoguerra fino appunto alla metà degli anni ’70[2].
1. Ascesa ed apogeo
Quanto ne è seguito non ha fatto che confermare questa previsione.
Impugnato come bandiera da Reagan e dalla Thatcher, coi loro famigerati slogan “meno stato, più mercato”,”no alternative!”, il neoliberalismo si è trovato a cavalcare da conquistatore la stagione segnata dal crollo del muro di Berlino, il disfacimento dell’Urss e la conversione capitalistica della Cina. Uscita trionfante da tali prove, questa dottrina ha quindi iniziato a impiantarsi ovunque nel mondo, influenzando a suo modo le più clamorose novità intervenute tra il secondo e terzo millennio: dalla “globalizzazione dei mercati”alla “rivoluzione informatica”, dalla “finanziarizzazione dell’economia” all’ unificazione monetaria di buona parte dell’Europa, dal nuovo sviluppo di paesi già “arretrati” (i cosiddetti Bric) al progressivo approfondirsi della povertà su tutto il pianeta. E così via.
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La genetica umana e l’eterno ritorno delle “razze”
di Elena Canadelli
Nonostante sia biologicamente errato parlare di “razze” umane, nell’era post-genomica l’impiego del termine “razza” come categoria biologica applicata alla specie umana è cresciuto. Un recente articolo uscito su Science a firma di quattro studiosi statunitensi chiede a gran voce di estromettere questo concetto dalla genetica umana, invitando la comunità scientifica a riflettere con più rigore su questi temi. Al di là di importanti conseguenze socio-economiche, la questione aperta della “razza” rischia infatti di compromettere la nostra comprensione della diversità genetica umana
Nel dibattito scientifico alcune idee fanno fatica a scomparire, nonostante le evidenze raccolte contro di esse. Si è convinti di averle smantellate una volta per tutte e loro invece rientrano dalla porta di servizio, o forse non se ne erano mai andate. È questo il caso delle “razze” nello studio della diversità genetica umana. Pagine e pagine sono state scritte sull’origine, l’evoluzione, la pericolosità e l’inutilità di questo concetto. Per limitarsi al Novecento, basti ricordare i lavori del genetista ed evoluzionista Theodosius Dobzhansky, sul fronte biologico, e quelli dell’antropologo francese Claude Lévi-Strauss, sul fronte dell’antropologia culturale. Già nel 1942 l’antropologo Ashley Montagu l’aveva definita uno dei miti più pericolosi elaborati dall’essere umano. Nel 1950, pochi anni dopo la fine del secondo conflitto mondiale, la Dichiarazione sulla razza stilata a Parigi dall’Unesco puntava a fare ordine sulla questione, con la consapevolezza che i confini tra biologia, cultura e politica erano ormai indissolubilmente e tragicamente intrecciati tra loro.
Tutto a posto allora? Stando a un articolo uscito poche settimane fa su Science sembrerebbe proprio di no[1].
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Il capitale umano nella fabbrica della vita
Damiano Palano
Chi riveda oggi Traitement de choc – un vecchio polar francese del 1973 firmato da Alain Jessua e noto in Italia con il titolo L’uomo che uccideva a sangue freddo – non può non riconoscere, seppur nella forma esasperata della cinematografia di genere, almeno alcuni dei problemi in cui ci imbattiamo quando consideriamo le potenzialità offerte dalle tecnologie di manipolazione della vita. Nel film la protagonista, una non più giovanissima Annie Girardot, dopo essere stata lasciata dal marito, decide di ricorrere alle cure della dottor Devilars, un medico, impersonato da Alain Delon, celebre per aver scoperto formidabili metodi di ringiovanimento. Ospite della clinica, la donna inizia però a nutrire qualche sospetto sui metodi di cura, che inizialmente sembra si basino sull’utilizzo di una sostanza di origine ovina, che consentirebbe di rigenerare i tessuti. Ma i ripetuti malori dei inservienti, tutti giovanissimi africani che parlano solo portoghese, inducono la protagonista a indagare ancora. Fino al momento in cui scopre – come gli spettatori hanno già intuito – che il misterioso componente in grado di ringiovanire viene estratto da esseri umani, i quali però, prelievo dopo prelievo, si indeboliscono fino a morire. Nel tentativo disperato di mettere a tacere la donna, il dottor Devilars – come vuole il copione di ogni buon film d’azione – ha la peggio. Ma qualcun altro prenderà il suo posto. E il film si conclude così con le immagini di un furgone che conduce verso la clinica un nuovo carico di disperati, provenienti da qualche sperduto Sud del mondo e destinati a rifornire di carne viva l’inquietante fabbrica della giovinezza.
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Considerazioni inattuali sulla crisi*
Il "Gruppo Krisis" e la fine di un sistema
di Massimo Maggini
Introduzione a Norbert Trenkle, “Terremoto nel mercato mondiale”, Mimesis 2014
I due testi qui presentati sono solo una piccola parte della notevole produzione del gruppo Krisis, un gruppo tedesco che si occupa oramai da quasi trent’anni delle tematiche della crisi capitalistica e del possibile superamento del sistema che la genera. Molti scritti, per lo più in tedesco, si possono trovare nel loro sito web http://www.krisis.org. La crisi economica deflagrata nel 2008, che in qualche modo ha inverato le loro posizioni – sostenute in tempi non sospetti e ben prima che questa stessa crisi scoppiasse – ha convogliato l’attenzione di molti su questo pensiero, che è stato tradotto con una certa insistenza un po’ ovunque nel mondo. La ricezione italiana non ha, invece, fatto grandi passi in avanti, e ciò può forse spiegarsi con il fatto che le tesi sostenute da questo gruppo appaiono decisamente indigeste e inusuali per il panorama della sinistra italiana, tutto rivolto ad interpretare il crack capitalistico come una sorta di passaggio attraverso il quale il capitale affina/aggiorna le sue pratiche di sfruttamento e pone le basi per un ulteriore e ancora più efficace fase di accumulazione.
Il gruppo nasce per iniziativa di Robert Kurz, purtroppo recentemente scomparso, Ernst Lohoff, Peter Klein, Udo Winkel, Norbert Trenkle ed altri, dapprima nel 1986 come rivista dal nome Marxistische Kritik poi dal 1990 come gruppo Krisis, nome che assume anche la rivista stessa. Nel 2004, infine, Robert Kurz si è separato dal gruppo Krisis fondando una sua rivista, Exit, molti articoli della quale sono consultabili sul sito http://www.exit-online.org.
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L’uomo senza quantità
Decostruzione del privilegio e anarchismo socio-rivoluzionario
di Tyler Miranda
Il borghese è soprattutto munito di un’armamanifestolibri, 2013, p. 46.
Milano, Mondadori, 2014, p. 14.
(1971/99), § 12, Milano, Feltrinelli, 2008, p. 87.
Come ho già avuto più volte occasione di sostenere in precedenti interventi, il cosiddetto “discorso preliminare sul privilegio” – decostruzione antropologica di ogni principio di destinalità sociale delle traiettorie esistenziali dei gruppi come degli individui che li compongono – trova, fuor di ogni ragionevole dubbio, una sua non trascurabile anticipazione storica in alcune precise prese di posizione politiche (e topiche) che appartennero all’anarchismo rivoluzionario ottocentesco di Michail A. Bakunin.
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La fabbrica della disperazione
Franco Berardi e il disagio dell’«ipermodernità»
Damiano Palano
Il tempo della disperazione
Al termine del Disagio della civiltà, dopo aver mostrato come il processo della civilizzazione fosse il risultato del controllo progressivamente esercitato sul corredo pulsionale degli esseri umani, Freud veniva a contrapporre l’una all’altra le due forze elementari che riteneva di avere scoperto, Eros e Morte. E proprio nelle righe finale, aggiunte nel 1931, segnalava come i pericoli maggiori per il genere umano giungessero dalla pulsione di morte e dalle tendenze aggressive che ne discendevano:
«Il problema fondamentale del destino della specie umana, a me sembra sia questo: se, e fino a che punto, l’evoluzione civile degli uomini riuscirà a dominare i turbamenti della vita collettiva provocati dalla loro pulsione aggressiva e autodistruttrice. In questo aspetto proprio il tempo presente merita forse particolare interesse. Gli uomini adesso hanno esteso talmente il proprio potere sulle forze naturali, che giovandosi di esse sarebbe facile sterminarsi a vicenda, fino all’ultimo uomo. Lo sanno, donde buona parte della loro presente inquietudine, infelicità, apprensione»[1].
È facile riconoscere in quelle parole il riflesso cupo della stagione di barbarie che si avvicinava.
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Richard Levins, una scienza per il popolo
scritto da ccw
Ogni cosa oggi sembra portare in sé la sua contraddizione. Macchine, dotate del meraviglioso potere di ridurre e potenziare il lavoro umano, fanno morire l'uomo di fame e lo ammazzano di lavoro. Un misterioso e fatale incantesimo trasforma le nuove sorgenti della ricchezza in fonti di miseria.
Le conquiste della tecnica sembrano ottenute a prezzo della loro stessa natura. Sembra che l'uomo nella misura in cui assoggetta la natura, si assoggetti ad altri uomini o alla propria abiezione. Perfino la pura luce della scienza sembra poter risplendere solo sullo sfondo tenebroso dell'ignoranza. Tutte le nostre scoperte e i nostri progressi sembrano infondere una vita spirituale alle forze materiali e al tempo stesso istupidire la vita umana, riducendola a una forza materiale.
Karl Marx
La settimana scorsa, il 19 Gennaio, è morto a 85 anni Richard Levins, contadino, rivoluzionario, biologo, matematico, filosofo della scienza. Negli Stati Uniti, dove è nato e ha vissuto la maggior parte della sua vita, la notizia circola grazie a qualche articolo e all’annuncio di morte sulla sua pagina web di Harvard, l’università dove ha insegnato nel dipartimento di Ecologia e Sanità Pubblica per quasi 50 anni. In Italia il suo nome lo può aver incontrato chi si sia imbattuto in un qualsiasi manuale di Ecologia, ma la sua scomparsa rischia di passare del tutto inosservata. E sarebbe un vero peccato.
Non tanto perché sia importante ricordare i notevoli risultati e la sua vita straordinaria da scienziato eccezionale e militante infaticabile, ma perché rischieremmo di perdere il suo prezioso insegnamento sulla sintesi dei due aspetti. Perché per Richard Levins era impossibile tenerli separati: per lui che veniva da un ambiente familiare proletario ma colto -di quel tipo cultura che è uno dei più bei frutti dell’impegno politico-, in cui “era scontato che il mondo fosse ricco, complesso, interconnesso e soprattutto pieno di cose interessanti”; un ambiente in cui “la realizzazione personale coincideva con il contributo che si dava per migliorarlo”; per lui, appunto, era facile, addirittura “inevitabile”, come sapeva già da ragazzino, crescere da “scienziato e comunista”.
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Che ne è dello Stato?
di Alfio Mastropaolo
Dal racconto del “racket originario” all’analisi del tentativo di governare il disordine da parte dei moderni regimi democratici, Mastropaolo si sofferma sui limiti di un’entità la cui autorità è senza sosta contesa e negoziata
Né monopolio, né ordine
Uscito di scena il marxismo, una questione è stata spesso trascurata. Lo Stato è un’istituzione di dominio, fatta di esseri umani in carne e ossa. Aiutano a riprenderla tre autorevoli scienziati sociali di estrazione tutt’altro che marxista: Charles Tilly, Norbert Elias e Pierre Bourdieu.
Punto di partenza ideale per rileggere questi tre autori è l’incipit a dir poco irriverente di Charles Tilly. «Se il racket costituisce la forma più raffinata di crimine organizzato, allora la minaccia della guerra e la costruzione degli Stati – classiche forme di racket col vantaggio della legittimità – costituiscono il più grande esempio possibile di crimine organizzato». Così esordisce, sulle orme dello stesso Weber e su quelle molto più antiche di Agostino d’Ippona, un brillante saggio contenuto in un volume che nel 1985 reinscriveva lo Stato nell’agenda di ricerca della political science d’oltre oceano, refrattaria, dai primi anni Cinquanta, alla parola e all’argomento.[1]
Raffigurare coloro che le scienze sociali chiamano gli State-builders come imprenditori violenti di successo, protesi a accumulare a spese d’altri ricchezze, territori, popolazione, prestigio, vendendo protezione da minacce da essi stessi suscitate, è molto realistico. Nessuno dei cosiddetti State-builders intendeva edificare lo Stato. Ancor meno nessuno tra loro aveva in mente che ciò che costruivano dovesse essere moderno, altro dalle forme preesistenti d’organizzazione e dominio politici.
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Tempi complessi
P. Bartolini intervista Pierluigi Fagan
Il pensiero della complessità e l'interpretazione del mondo. Intervista a Pierluigi Fagan
Lei si occupa da anni di "complessità" declinando con rigore e ironia una critica duplice: al capitalismo globale, con la sua classe politica e imprenditoriale, e ai nemici del Sistema che continuano a ragionare adottando schemi logici vecchi almeno di due secoli. Quali sono, a suo avviso, gli errori principali di coloro che, un giorno sì e l'altro pure, vorrebbero capovolgere il capitalismo e puntualmente non vi riescono?
Appunto il fatto che un giorno e l'altro pure, tentano, non vi riescono ma non riescono neanche a cumulare qualche avanzamento sostanziale nell'opera e dopo un secolo e mezzo non si pongono la domanda su cosa non va di questo loro tentare e non riuscire. Il sistema anticapitalista ha il suo problema nella sua stessa definizione, che è negativa. L'esercizio del negativo ha ragioni logiche che rispondono a valori, ma l'ordinatore del nostro vivere associato risponde solo alla capacità che ha di fornire un qualche tipo di adattamento. Possiamo criticarlo in quantità e qualità a piacere ma fino a che non verrà progressivamente mosso, manipolato intenzionalmente, per diventare qualcos'altro che produca miglior adattamento (magari non solo materiale, ma neanche solo ideale), da una parte rimarranno idee in forma di parole, dall'altra permarranno fatti in forma di prassi.
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Libertà e schiavitù
di Luciano Canfora
Trascrizione della prolusione di Luciano Canfora “Libertà e schiavitù”, tenutasi alla quarta edizione del convegno internazionale “Euro, mercati, democrazia: ripensare l’unione dell’Europa” il 14 novembre 2015 a Montesilvano (Pescara)
Grazie per questa occasione importante nella quale sono lieto di ritrovarmi, in un giorno non lieto, ma dolorosamente significativo.
Temo che l’argomento suggerito sia un po’ troppo accademico rispetto al carattere molto battagliero – giustamente battagliero – del convegno. Però forse una riflessione un po’ fredda sulla tematica anche lessicale, oltre che storica, di questo binomio libertà-schiavitù qualche rapporto con la vicenda della costruzione europea potrebbe averlo: e vediamo in quale delle due direzioni.
Partirei da una riflessione lessicale, vale a dire l’uso improprio di questo termine latino – libertà, libertas – che è stato assai largamente praticato.
Faccio alcuni esempi, molto noti: gli estremisti bianchi del Sudafrica avevano dato vita alla metà degli anni ’90 a un movimento politico che si chiamava Fronte della libertà.
E potremmo soggiungere che il movimento politico che contribuì fortemente ad abbattere il presidente Allende si chiamava Patria e libertà, un binomio tornato anche in altre formazioni politiche; quando la giunta dei generali traditori emise il primo comunicato alla radio – Allende si era appena suicidato – dichiarò che le forze armate e i carabineros erano uniti nella missione storica di lottare per la libertà.
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Sempre in coda al flusso reale, inconoscibile
di Gianfranco La Grassa
Questo saggio fa lucidamente il punto, e in termini drastici rispetto ad alcune delle principali tradizioni di pensiero otto-novecentesche, su un tema, quello della realtà, che si è presentato spesso in numerosi post di Poliscritture riguardanti ora questioni di poesia ora di politica; come pure, in modi spesso personalissimi, nei commenti. La tesi di fondo mi pare riassunta in questo passaggio: «è meglio pensare ad una realtà assoluta, autonoma, indipendente da noi e a noi esterna, che tende continuamente a mettere sottosopra ogni nostra transitoria fissità». O in questo: «E’ invece assai più sensato supporre che siamo sempre alla coda del mutamento (casuale e non finalistico) di quel flusso che rappresenta la realtà». Da questa posizione, alla quale La Grassa è giunto dopo un lungo percorso teorico-politico, discendono una serie di affermazioni che rifiutano ormai apertamente idee tuttora correnti di umanità, progresso, cooperazione, solidarietà, pace, utopia ( e magari ancora di comunismo), anche quelle appartenenti alle versioni più critiche (di matrice religiosa o marxiana). In primo piano viene riproposto il «conflitto» sociale e politico. Incessante e non finalizzato. E non più tra le «classi» ma tra individui e gruppi «conservatori e innovatori». (Meglio: soprattutto tra «élites conservatrici o innovatrici»). Conflitto, comunque, sempre condizionato dal «flusso squilibrante della realtà, inconoscibile per sua “essenza”». Il suggerimento è di leggere più volte il saggio e di discuterne col massimo di intelligenza critica e, perché no, di passione politica. [E. A.]
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