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contropiano2

I fatti di Parigi e il complottismo

Una chiave di lettura consolatoria e fuorviante

Marco Santopadre

cdd34f42890c610246cd13e0df56e098 l“Sono stati gli israeliani”, “Gli Usa hanno colpito la Francia perché è contro le sanzioni alla Russia”, “Perché il corpo del poliziotto non sanguina? E’ tutta una messinscena, a Parigi non è mai morto nessuno”, “Dicono che è stato l’Isis? Ma se l’Isis è un’invenzione della Cia!”…

In queste ore sul web, insieme ai tanti messaggi di frettolosa identificazione nei confronti di un giornale della quale la maggior parte degli italiani neanche conosceva l’esistenza e dal quale rimarrebbe probabilmente inorridito conoscendolo meglio, proliferano innumerevoli ricostruzioni e commenti sui fatti di Parigi.

Fatti che, occorre dirlo, non sono del tutto chiari e rivelano non pochi buchi nelle ricostruzioni ufficiali, suscitando quindi parecchie perplessità in chi ha sviluppato nel tempo un sano e sacrosanto scetticismo nei confronti delle versioni di alcuni importanti eventi diffuse dalle autorità e dalla stampa.

E’ possibile che tre “non professionisti del terrore” abbiano messo in scacco uno dei paesi più potenti e organizzati in fatto di sicurezza, intelligence e apparati militari? E’ possibile che la sede di un giornale così gravemente aggredito e minacciato fosse così scarsamente protetta? O che i due fratelli Kouachi abbiano potuto così facilmente organizzare la strage nonostante fossero più che noti alle forze di sicurezza di Parigi? Non è che ‘qualcuno’ li ha lasciati fare?

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criticamente

Dominio della vita, falsificazione della cultura e impegno intellettuale

(Appunti sulla democrazia)

di Federico Sollazzo

La libertà sembra subire la stessa sorte della virtù per Valery: non viene contestata, ma dimenticata e in ogni caso imbalsamata, come la parola d’ordine della democrazia dopo l’ultima guerra. Tutti si trovano d’accordo sul fatto che la parola “libertà” non debba più essere usata se non come vuota frase, e che sia utopistico prenderla sul serio
M. Horkheimer

Willian Klein2Siamo sicuri di essere finalmente entrati nel regno della libertà (un noto imprenditore politico direbbe, delle libertà)? Di essere al di fuori, per dirla con Jean-Francois Lyotard (La condizione postmoderna), da una grande narrazione? O forse, siamo talmente dentro ad una nuova grande narrazione, ad una nuova, ebbene sì, ideologia, da non riuscire a percepirla? Proprio come, per dirla con David Foster Wallace (Questa è l’acqua), quel pesce che non sa cos’è l’acqua. Un’acqua che non viene ex nihilo, ma che rappresenta la modificazione dell’acqua di prima. Un’ideologia che non è venuta al mondo dall’oggi al domani, ma che rappresenta genealogicamente l’evoluzione, l’ottimizzazione della dominazione, della precedente forma ideologica ormai obsoleta. Se questo ha un senso, si dischiude una nuova prospettiva sull’osservazione della realtà e dei grandi fenomeni sociali recenti e correnti, dalla Seconda guerra mondiale al crollo del Muro di Berlino, dalle correnti primavere arabe ai vari movimenti occidentali di protesta, dal fenomeno del’imperialismo culturale a quello del contro-impero, che sembra non essere altro che la lega dei dittatori locali. In breve, gli interessanti fenomeni che stiamo vivendo sembrano essere nient’altro che un traumatico passaggio di consegne – nonché un’interazione dagli esiti difficilmente prevedibili e variabili di conteso in contesto – fra vecchi, obsoleti e nuovi, aggiornati modelli di controllo sociale. Dunque, contrariamente a quello che viene abitualmente detto, una transizione nella continuità.

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consecutio temporum

Politica e verità nel postfordismo

Giacomo Pisani

Egon Schiele1. Tecnica e verità

Il dispiegamento del pensiero tecnico-calcolante su scala globale ha raggiunto negli ultimi decenni un livello tale da sconvolgere totalmente i ruoli, le gerarchie e gli strumenti ermeneutici indispensabili alla comprensione del nuovo quadro socio-economico internazionale.

Il sogno della modernità di estendere la possibilità di manipolare e progettare la natura e gli spazi della vita sembra essersi realizzato al massimo grado, fino al punto di autoalimentarsi e autoregolarsi, in un’autopoiesi che esclude l’individuo da qualsiasi posizione di trascendenza nella pianificazione dei sistemi sociali.

Il disvelamento tecnico del mondo nel suo pieno dispiegamento ha una sua genesi storica, in cui Heidegger coglie il ruolo fondamentale svolto dall’«oblio metafisico dell’essere». L’imporsi dell’ente come unica forma di realtà, con l’oblio della differenza ontologica, si traduce nell’assolutizzazione dell’immagine tecnico-metafisica del mondo, che riduce gli enti ad utilizzabili intramondani e al loro funzionamento all’interno della configurazione sistemica presente. L’ente, anziché essere assunto nella sua costitutiva finitezza, che lo rimette ad un ambito storico di riferimento in cui l’uomo stesso è implicato, diviene parte di un modello assoluto di realtà a cui l’uomo deve irrimediabilmente adeguarsi.

Si impone così una specifica architettura dell’essere su cui si fonda un’idea inespugnabile di verità e di natura umana. Anche le filosofie umanistiche hanno finito con l’ignorare la costitutiva esposizione dell’uomo all’essere, alla storicità, subordinando il proprio impianto teorico ad un dato assoluto: l’essere entificato, fissato nella sua datità. Come scrive Heidegger,.

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tysm

Il Novecento di Mario Tronti

di Carlo Formenti, Franco Milanesi, Damiano Palano

Questo testo è la trascrizione del dibattito svoltosi presso la Casa della Cultura di Milano il 20 novembre 2014, in occasione della presentazione del libro di Franco Milanesi, Nel Novecento. Storia, teoria, politica nel pensiero di Mario Tronti (Mimesis, Milano 2014).

sitzblockadepegida-608x400Damiano Palano: Il testo di Franco Milanesi, al quale è dedicata la nostra discussione, ha il merito di inquadrare fin dal titolo la centralità del Novecento nell’esperienza e nel pensiero di Tronti, un’esperienza e un pensiero strettamente legati al grande laboratorio del XX secolo e le cui radici affondano, in particolare, nel passaggio cruciale degli anni Venti e Trenta. Al dibattito partecipa naturalmente l’autore del volume, Franco Milanesi, che da sempre affianca la passione politica a un lavoro di riflessione teorica e che in particolare, in alcuni suoi lavori, si è rivolto all’«antropologia» della militanza novecentesca. Il secondo protagonista della nostra discussione è Carlo Formenti, uno studioso molto noto per le sue ricerche sulle implicazioni sociali della rivoluzione digitale (e sugli immaginari cresciuti attorno alle nuove tecnologie). Formenti ha alle spalle un percorso ricco di esperienze eterogenee. Arriva dalla militanza sindacale, nei primi anni Ottanta è stato redattore di «Alfabeta» e in seguito ha lavorato per molti anni al «Corriere della Sera». Senza abbandonare l’attività giornalistica, nell’ultimo quindicennio si è dedicato con maggiore intensità alla ricerca e all’insegnamento, all’Università del Salento. All’interno di un itinerario tanto eterogeneo, è comunque possibile ravvisare una forte coerenza, quantomeno nei temi che Formenti ha collocato al centro della sua riflessione. A partire da La crisi del valore d’uso. Riproduzione, informazione, controllo, un testo pubblicato nel 1980 presso l’editore Feltrinelli (negli «Opuscoli marxisti» diretti in quegli anni da Pier Aldo Rovatti), si possono infatti riconoscere tutti i grandi nodi che tornano quasi costantemente nella ricerca di Formenti: l’interesse per il ruolo delle nuove tecnologie e per l’impatto che esse producono sull’organizzazione del lavoro, un dialogo critico con le diverse posizioni del postmodernismo filosofico e la costante domanda sulle nuove forme di azione politica.

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filosofiainmov

Il "Freud" di Francesco S. Trincia

di Simona Viccaro

Francesco Saverio Trincia, Freud (La Scuola 2014)

Sigmund Freud by ARTHROBNel concludere nel 1925 la sua Selbstdarstellung, Sigmund Freud definiva “frammentario” il lavoro svolto durante tutta una vita, un’esistenza, di cui proprio questo lavoro – e cioè la creazione e la definizione della scienza psicoanalitica –  rappresentava l’inscindibile “contenuto”1. Scoraggiando, com’è noto, i tentativi di chi voleva scrivere una sua biografia, Sigmund Freud metteva implicitamente in guardia coloro che in futuro avrebbero tentato  di ordinare la forma frammentaria di quella Wissenschaft der Seele, la “scienza dell’anima”, che egli consegnava non solo agli psicoanalisti e agli uomini di scienza, ma all’umanità tutta.  Non che Freud respingesse la sistematizzazione della psicoanalisi e l’esibizione del suo sviluppo progressivo attraverso l’ampliamento delle sue definizioni – al contrario, riteneva che la nuova scienza psicoanalitica dovesse fondarsi proprio a partire da alcuni distinguo fondamentali, nonché affermarsi di contro alle numerose obiezioni che le venivano rivolte da più parti; la frammentarietà in questione si riferisce piuttosto alla consapevolezza freudiana che la “rivoluzione psicoanalitica” – sebbene sorretta da una teoria faticosamente fondata ma ampiamente illustrata e giustificata, e dunque in certo senso completa –   fosse al tempo stesso ancora tutta da fare. Richiamando questa impossibilità di rivolgere uno sguardo definitorio alla sua opera, lo stesso Freud dichiarava la non terminabilità dell’opera psicoanalitica, e cioè l’inesauribilità del contributo che essa, una volta per tutte, forniva al mondo della scienza e della cultura, ben oltre le forme storicamente determinate che questa scienza e questa cultura avrebbero assunto nel tempo.

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walter tocci

Tecnica e decisione

di Walter Tocci

egon-schieleDa ogni parte si leva sempre più ossessiva la richiesta della Decisione. Dalle chiacchiere da bar ai luccicanti talk-show, dalle assemblee elettive ai think-tank, dai summit delle diplomazie ai forum dei poteri economici. Più se ne invoca la presenza più se ne constata l’assenza. Eppure, il trionfo della tecnica mette a disposizione conoscenze e strumenti mai visti prima che dovrebbero creare le migliori condizioni per prendere decisioni.

Il trentennio liberista è cominciato proprio in polemica con la presunta irresolutezza delle istituzioni del trentennio Glorioso. Fin dalla Trilaterale la causa venne attribuita al sovraccarico di domande che bloccava le democrazie occidentali e si è proceduto a restringere la rappresentanza sociale per delegare alle oligarchie burocratiche ed economiche le soluzioni dei problemi1. Tuttavia all’esaurimento del ciclo si è rivelata clamorosamente l’incertezza delle classi dirigenti nel governare la grande Crisi. Gli americani sono stati col fiato sospeso per il rischio di bancarotta del Fiscal Cliff. Gli europei hanno messo in pericolo l’euro per non aver saputo risolvere il problema davvero modesto del debito greco.

Non è bastato alleggerire il “sovraccarico della democrazia” per risolvere il problema del governo di società complesse. Perciò la Decisione viene invocata di nuovo con la stessa intensità degli anni settanta, quando maturò la crisi del modello keynesiano. Ma la delusione è oggi più grande proprio perché la promessa era nel cuore del liberismo.

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lavoro culturale

Giorgio Agamben, un vita libera finalmente

di Roberto Ciccarelli

Tra diritto pubblico e biopolitica, l’immanenza. Una lettura di “L’uso dei corpi” di Giorgio Agamben (Neri Pozza, 2014)

30In pochi libri oggi c’è un’aria di scoperta. Può accadere leggendo Luso dei corpi, ultima tappa del ciclo ventennale che Giorgio Agamben ha dedicato alla riflessione sull’Homo Sacer. Insieme a pochi altri, questo libro spiega perché oggi ciò che è da pensare è l’immanenza. Sulle tracce del filosofo francese Gilles Deleuze, che ne ha fornito un’originale ricostruzione, Agamben torna oggi su questi sentieri dove non mancano chiaroscuri e incroci problematici. In più Agamben arriva a spiegare il senso della sua indagine sul diritto pubblico (lo “Stato di eccezione”), sulla biopolitica (da lui declinata come potere “tanatopolitico” della razionalità occidentale).

Il libro è importante anche per un’altra ragione, decisiva per un filosofo che sin dai suoi esordi ha condotto un intenso confronto con Aristotele, Heidegger e la sua peculiare filosofia dell’Essere. Agamben ha finalmente deciso di prendere una strada che lo ha portato lontano dall’ “ontologia prima”, cioè quella filosofia con la quale si è confrontato sia pure per via negativa. Dall’interrogazione sull’Essere oggi passa a quella sulla vita e sull’esperienza, secondo la partizione di Jean Hyppolite. Agamben è uscito dai boschi dei sentieri interrotti in Germania e arriva a Parigi dove Georges Canguilhelm inaugurò nel Dopoguerra un’originale riflessione sulle norme. La stessa che oggi nutre quella sulla teoria dell’uso che trova ne L’uso dei corpi un’importante riformulazione, anche molto lontana da quella condotta dalla filosofia dei beni comuni, piuttosto nota in Italia.

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faremondo

Scienza e antiscienza

Ovvero come gli scienziati riescono a segare il ramo su cui son seduti

di Franco Soldani

Un esperto è colui che ha già fatto tutti gli sbagli possibili e immaginabili.
Niels Bohr
Un esperto è la persona a cui l’albero spesso nasconde la foresta.
René Thom
Lode agli esperti!
(Graffito, in italiano, sui muri della Metro de Madrid)

Pubblichiamo qui di seguito un articolo di Franco Soldani sulla natura più intima della scienza, poco nota al grande pubblico che viene nutrito pressoché esclusivamente di stereotipi. Lo scritto ha preso le mosse da un post di Francesco Zanotti che si può leggere sul suo blog: http://balbettantipoietici.blogspot.it/. Partendo dalle sue considerazioni in merito ad un articolo sul Corriere della sera del biologo italiano Edoardo Boncinelli che rendeva omaggio al fisico Tullio Regge, scomparso recentemente, il saggio di Franco Soldani coglie l’occasione per mettere a punto alcune riflessioni sulla scienza odierna e portare alla luce tutto quello che di solito viene accuratamente taciuto e apertamente ignorato da tutti i grandi tenori della cultura occidentale quando si parla di conoscenza scientifica.

disegno-doppio1. Tentazioni elitarie

La commemorazione del fisico Tullio Regge, scomparso il 23 ottobre all’età di 83 anni, da parte di Edoardo Boncinelli sul Corriere della sera del 25 ottobre è degna di alcune considerazioni. Lo faccio del resto sulla scia delle cose dette da Francesco Zanotti nel suo post dello stesso giorno: Una scienza elitaria?

Zanotti ha già messo in luce alcuni aspetti a dir poco sorprendenti dell’argomentazione di Boncinelli. Prendendo le mosse dalla conclusione dell’articolo del biologo italiano – «La scienza può essere bellissima e illuminante nelle mani giuste. Non tutti però possono giungere alla sua altezza» –, Zanotti ha constatato il fatto che questo enunciato contiene perlomeno due costrutti interdipendenti.

Per un verso, esso implica una concezione elitaria della conoscenza scientifica, avversa del resto alla sua formale ispirazione originaria e financo contraria alle precedenti convinzioni dello stesso Boncinelli.

Per l’altro verso, esso finisce col ritenere che gli esperti siano tali «per diritto divino» (allo stesso titolo, si noti la cosa, dei primi Padri della Chiesa), fonte che poi svolge «la stessa funzione di dio nello scegliere gli eletti».

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kappadipicche

Cronologia della crisi 2007-2012

Come la shockterapia dell'euro fu introdotta in Europa

Mario D’Aloisio

img 1365-0Quella che segue è una fedele e precisa ricostruzione della “crisi” nel quinquennio 2007-2012.

Lo sanno anche i muri, oramai.

La storia dell’euro è inizialmente quella di un accumulo spropositato di debito privato, soprattutto estero, nei paesi investiti dal fenomeno del credito facile, il preludio all’esplosione di una bomba ad orologeria.

Credito per lo più tedesco e francese, elargito senza problemi, dietro la garanzia del cambio fisso, quello che non si svaluta ed assicura il creditore. Ma per il “sudden stop”, l’arresto improvviso del flusso di capitali, era solo una questione di tempo.

In molti ne avevano pregustato gli effetti disastrosi che avrebbero reso il politicamente impossibile, di friedmaniana memoria, politicamente inevitabile. Sicché, quando Lehman Brothers saltò per l’aria, portandosi dietro le banche di mezzo mondo, la shockterapia dell’euro ebbe modo di consolidarsi nella sua accezione più devastante e fulminea.

Passi rapidi, anzi rapidissimi, che colsero di sorpresa milioni di cittadini europei. Di lì a poco l’Europa non sarebbe stata più la stessa.

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pandora

Quella “cosa” chiamata libertà

Libertà liberale e libertà socialista

Dario Corallo

GIOVANI-Socialismo-INTTralasciando le varie trasformazioni subite dal concetto di libertà, dall’ἐλευθερία greca di stampo politico e religioso alla libertas e libero arbitrio della tradizione cristiana, quello che intendo prendere in considerazione è il concetto di libertà per come viene inteso oggi, con valore onnicomprensivo: morale, politico, religioso, metafisico ecc. Ma cos’è, precisamente, la libertà?

La posizione del senso comune sostiene che la libertà sia l’assenza di ogni vincolo eccetto uno: la libertà dell’altro. Questa, che sembra essere la concezione più ampia possibile, nasconde in realtà un’enorme serie di limiti. Potremmo dire che si basa, in qualche modo, su un paradosso: per spiegare cos’è la libertà individuale si ricorre al concetto di libertà sociale. I rapporti umani sono, dunque, rapporti necessariamente vincolati e limitati dalla relazionalità stessa.

Questa libertà è, di fatto, quella di soddisfare i propri bisogni: cosa mangiare, bere, come vestirsi, dove abitare. A queste si possono aggiungere una serie di libertà che definirei “passive”, in quanto non richiedono una vera e propria azione sul mondo: libertà di culto, di pensiero ecc.

Queste, che sembrano essere concessioni, mentre rappresentano l’essenza dell’essere umano, sono libertà fasulle. Come si può pretendere la libertà di mangiare, bere, vestirsi quando il sistema economico, e quindi le cause materiali, non forniscono i mezzi per il compimento di questa libertà attraverso l’azione?

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tysm

Il Novecento «oltre» il Novecento: Mario Tronti

di Damiano Palano

capture-20141016-074641-cropNel gennaio 2003, assistendo ai funerali di Gianni Agnelli, Marco Revelli si immergeva tra la folla che sfilava dinanzi al feretro dell’«Avvocato» per ricercare le orme di quella che – ancora pochi anni prima – era stata la «capitale del lavoro», e forse anche l’unica vera «città-fabbrica» italiana. In realtà ben poco era rimasto dei miti dell’industrialismo novecentesco. Il Lingotto, in cui era ospitata la camera ardente, non mostrava più nulla della sua vecchia natura di tempio modernista della produzione. Tra i volti disciplinatamente in fila per rendere il proprio omaggio alla salma, gli operai non erano neppure riconoscibili. E anche il rituale funebre finiva col sembrare abissalmente distante dalla geometria dell’ordine della Fabbrica, assumendo piuttosto i contorni di una manifestazione tardo-ottocentesca. «Non è stato un funerale ‘industriale’», scriveva Revelli, ma un rito «d’ancien régime», «che ha scoperto, sotto la patina del secolo industriale, una Torino di longue durée, radicalmente monarchica nel proprio immaginario collettivo, nella gestualità, nei linguaggi simbolici, nella struttura delle fedeltà e dei comportamenti, popolana più che popolare, cortigiana più che disciplinata». Dinanzi al feretro, veniva così a riemergere un immaginario pre-industriale, tutto costruito su una polarità elementare: «il corpo del sovrano e la folla informe dei ‘suoi’ sudditi», «la ‘persona’ nella quale il corpo sociale si rappresenta e riconosce, e la massa informe di chi senza quel simbolo non sarebbe».

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goofynomics

La morale della favola irlandese quattro anni dopo

di Alberto Bagnai

le-scogliere-irlandesiNel post dei dieci milioni ho fatto notare che dove era un tempo dileggio e attacco personale si stava stabilendo un confronto costruttivo, basato su fatti osservabili. Questo a destra, perché a sinistra il confronto, come Leonardo ci ha illustrato (e poi ci torneremo) si basa sui sogni, il che lo rende fatalmente meno costruttivo, se non addirittura più distruttivo.

Devo dire che ho una certa nostalgia di un dibattito fact based. Il dibattito dream based, fra l'altro, porta una sfiga ladra: guardate com'è finita al povero Lennon (per fortuna Leonardo ha meno followers, il che abbatte la probabilità che ce ne sia uno sufficientemente sciroccato da abbattere lui)...

Nei miei primi interventi su lavoce.info l'atmosfera era assolutamente professionale, fact based e molto stimolante. Non so se ricordate La morale della favola irlandese. Quando lo pubblicai, i miei colleghi di dipartimento mi guardarono con altri occhi: "Hai pubblicato su lavoce.info!" (be', com'è andata poi lo sapete, comunque se Boeri vuole mandarci un lavoro io glielo pubblico...).

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economiaepolitica

Operazione Bird dog

Maurizio Donato*

bizoniaLe politiche di riduzione salariale, il ruolo delle valute, il rapporto tra UE e USA sono questioni di attualità eppure non nuove. La loro storia affonda le radici in un periodo lontano e terribile, quello della guerra. L’articolo che segue racconta – in forma sintetica e in parte narrativa – le vicende che portarono all’introduzione nella Germania occupata del nuovo marco tedesco.

 ***

Era da un pezzo che voleva chiederglielo, solo non sapeva come. Joe era – quasi – suo amico, appunto, quasi. E poi in certi casi non sai proprio come farle certe domande, o se farle, ma la curiosità era tanta, erano ore che scaricavano casse su casse.

Che razza di nomi, Bizonia, Trizonia. Era un anno e mezzo prima, poco dopo Natale del ‘47, che aveva sentito per la prima volta quei nomi assurdi, e adesso un ordine ancora più assurdo, e soprattutto segreto, segretissimo.

Solo in pochissimi conoscevano bene la faccenda, e uno di questi era effe gi. Ma io non lo conoscevo; sì, in teoria avrei potuto chiederglielo, ma mi era bastata la sua faccia quando uno dietro di me gli aveva domandato: “Cibo per cani, vero?”

Certo, quella scritta sulle casse faceva pensare ai cani, ma che cavolo, ventimila casse di cibo per cani, e in segreto, poi. Ah, non tornava; armi, sì armi, forse bombe.

Il francese, sì il francese qualcosa doveva sapere, magari più di qualcosa.

Sigaretta?

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economiaepolitica

Le insostenibili leggerezze del Jobs Act

Andrea Fumagalli

image18La riforma del lavoro di Giuliano Poletti n. 78 (comunemente chiamato Jobs Act) potrebbe violare il diritto comunitario[1]. Lo hanno segnalato in molti a partire da Giugno: i parlamentari del M5S, l’Associazione giuristi democratici, il sindacato Usb. In agosto anche la CGIL ha deciso di farsi sentire presso la Commissione Ue. La Cgil, così come chi l’ha preceduta, insiste su un punto in particolare: la legge 78, eliminando l’obbligo di indicare una causale nei contratti a termine, “sposta la prevalenza della forma di lavoro dal contratto a tempo indeterminato al contratto a tempo determinato, in netto contrasto con la disciplina europea che, al contrario, sottolinea l’importanza della … stabilità dell’occupazione come elemento portante della tutela dei lavoratori”[2].

Quali sono le strategie che il governo di Renzi intende perseguire per la definitiva normalizzazione  del mercato del lavoro italiano? Analizziamo dunque le ragioni economiche che stanno alla base del Jobs Act, partendo da tre ordini di considerazioni.

Primo: nel periodo pre-crisi, 2002-2008, gli occupati complessivi sono aumentati di 1,164 milioni di unità. Contemporaneamente, gli inoccupati sono calati di 366.000 (vedi Tabella 1). Tali dati possono essere interpretati, come è stato fatto, alla luce degli effetti di flessibilizzazione del mercato del lavoro indotti dagli interventi legislativi promulgati nel 1997 (pacchetto Treu), 2001 (riforma del contratto a tempo determinato), 2003 (Legge Maroni).

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manifesto

Thomas Piketty, il pragmatico dell’utopia light

Russell Jacoby

540964l sag­gio di Tho­mas Piketty Le Capi­tal au XXIe siè­cle è un feno­meno sia socio­lo­gico sia intel­let­tuale. Cri­stal­lizza lo spi­rito della nostra epoca come fece, a suo tempo, The Clo­sing of the Ame­ri­can Mind di Allan Bloom. Quel libro, che denun­ciava gli studi sulle donne, sul genere e sulle mino­ranze nelle uni­ver­sità sta­tu­ni­tensi, oppo­neva la medio­crità del rela­ti­vi­smo cul­tu­rale alla ricerca dell’eccellenza asso­ciata, nello spi­rito di Bloom, ai clas­sici greci e romani. Ebbe pochi let­tori era par­ti­co­lar­mente pom­poso ma ali­men­tava il sen­ti­mento di una distru­zione del sistema edu­ca­tivo sta­tu­ni­tense, e degli stessi Stati uniti, a causa dei pro­gres­si­sti e della sini­stra. Un sen­ti­mento che non ha affatto perso vigore. Le Capi­tal au XXIe siè­cle (Il Capi­tale nel XXI secolo) si inqua­dra nello stesso regi­stro inquieto, a parte il fatto che Piketty viene dalla sini­stra e che la con­tro­ver­sia si è spo­stata dall’educazione al campo eco­no­mico. Anche in mate­ria di inse­gna­mento, il dibat­tito si foca­lizza ormai sul peso dei debiti di stu­dio e sulle bar­riere suscet­ti­bili di spie­gare le disu­gua­glianze scolastiche.

L’opera tra­duce un’inquietudine pal­pa­bile: la società sta­tu­ni­tense, come l’insieme delle società del mondo, par­rebbe sem­pre più ini­qua. Le disu­gua­glianze si aggra­vano e fanno pre­sa­gire un futuro gri­gio. Le Capi­tal au XXIe siè­cle avrebbe dovuto inti­to­larsi Le disu­gua­glianze nel XXI secolo.

Sarebbe ste­rile cri­ti­care Piketty per la sua inca­pa­cità di rag­giun­gere obiet­tivi che egli non si era dato. Tut­ta­via, tes­serne le lodi non è suf­fi­ciente.