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Lavoro produttivo e lavoro improduttivo

Un ostacolo da superare per le politiche di spesa?

di Dino Raiteri

500 karl marx statues are highlight of trier exhibition 300x225Nel Capitale il lavoro produttivo viene così descritto:

"La produzione capitalistica non é soltanto produzione di merce, é essenzialmente produzione di plusvalore. E' produttivo solo quell'operaio che produce plusvalore per il capitalista, ossia che serve all'autovalorizzazione del capitale. Se ci é permesso scegliere un esempio fuori della sfera della produzione materiale, un maestro di scuola é lavoratore produttivo se non si limita a lavorare le teste dei bambini, ma se si logora dal lavoro per arricchire l'imprenditore della scuola. Che questi abbia investito il suo danaro in una fabbrica di istruzione invece che in una fabbrica di salsicce, non cambia nulla nella relazione. Il concetto di operaio produttivo non implica dunque affatto soltanto una relazione fra attività ed effetto utile, fra operaio e produzione del lavoro, ma implica anche un rapporto di produzione specificamente sociale di origine storica che imprime all'operaio il marchio di mezzo diretto di valorizzazione del capitale". (Il Capitale, libro I, sezione 5°, capitolo 14°,pag.222; Editori riuniti, 7° ediz.).

Un' altra descrizione la si può trovare, ad es., in Mandel, Trattato di economia marxista, 1962, pag.302:

" In generale si può dire che ogni lavoro che crei, modifichi o conservi valori d'uso o che sia tecnicamente indispensabile alla loro realizzazione, é un lavoro produttivo, cioè aumenta i loro valore di scambio. In questa categoria rientrerà ... [quindi anche] il lavoro d'immagazzinamento, di manutenzione e di trasporto, senza cui i valori d'uso non possono essere consumati".

Una descrizione invece del lavoro improduttivo la si può trovare, nel Capitale, descritta in modo indiretto, ad es. per quanto riguarda la circolazione del capitale:

"Per il capitalista che fa lavorare altri per sé, la compera e la vendita diventano una funzione principale ... Comunque il tempo di compera e di vendita non crea alcun valore. Subentra un'illusione in virtù della funzione del capitale commerciale. Un commerciante ... per mezzo delle sue operazioni può accorciare per molti produttori il tempo di compera e di vendita. Egli é da considerare quindi come una macchina che diminuisce l'inutile dispendio di forza o serve a liberare tempo di produzione ... Egli [il commerciante] lavora quanto un altro, ma il contenuto del suo lavoro non crea né lavoro né prodotto. Egli stesso appartiene ai faux frais[costi improduttivi, ma necessari] della produzione ... La sua utilità consiste invece in ciò, che in questa funzione improduttiva viene impegnata una parte minore della forza-lavoro e del tempo di lavoro della società ... Oltre al vero e proprio comperare e vendere, tempo di lavoro viene speso nella contabilità, nella quale entra inoltre lavoro oggettivato, penna, inchiostro, carta, scrittoio, spese d'ufficio ... La divisione del lavoro, l'autonomizzarsi di una funzione, non la rende formatrice di prodotto e di valore se essa non lo é in sé, cioè prima di autonomizzarsi. Se un capitalista investe ex novo il suo capitale, deve investirne una parte nell'acquisto di un contabile ecc. e in mezzi di contabilità ... Questa parte del capitale é sottratta al processo di produzione e appartiene ai costi di circolazione, sottrazioni dal ricavato totale" (Libro II ,sez. 1°, cap.6°, pagg. 137-141).

E sul capitale commerciale, ad es., anche Mandel dice:

"A prima vista sembra che il capitale commerciale passi attraverso le stesse metamorfosi [denaro-merce-denaro'] del capitale industriale ... In realtà il capitale variabile [cioè] il capitale necessario all'acquisto della forza-lavoro impiegata nella distribuzione, non é affatto variabile, poiché non produce nessun valore nuovo, nessun plusvalore. La forza-lavoro acquistata dal capitalista commerciante gli permette solo di partecipare alla suddivisione generale del plusvalore, prodotto dagli operai produttori" (pag.301). Egli comunque riconosce che "Tuttavia é difficile tracciare una linea i divisione tra lavoro che produce nuovo valore e quello che non ne produce" (pag.302).

Date queste brevi indicazioni esemplificative sulle due tipologie di lavoro, vediamo col loro ausilio di esaminare i vari lavori del mondo d'oggi, tenendo presente l'avvertenza di Mandel: però se una linea, precisa di divisione appare problematica, non per questo tante attività non potranno non assegnarsi all'una o all'altra delle due tipologie.

Per inciso, teniamo presente come, oggi, l'attività manifatturiera, quella considerata per essenza produttiva di valore (valore d'uso e v. di scambio), viene sempre più sopravanzata, come numero di addetti, dalle molte attività terziarie, specie nei paesi a capitalismo maturo.

Consideriamo l'ambito manifatturiero: vi lavorano non solo operai, tecnici, ingegneri, informatici ecc. la cui attività genera valore, ma anche impiegati amministrativi, legali, esperti fiscali, addetti al personale, alla pubblicità: tali lavoratori non creano (o non aggiungono) valore per la merce, ma lo rendono possibile, facendo sì che l'attività produttiva ottemperi alle varie norme giuridiche, dirimendo eventuali controversie legali, occupandosi dell'assunzione o licenziamento del personale, delle loro situazioni personali e famigliari, facendo conoscere e reclamizzando quanto prodotto. E' dunque lavoro che toglie impedimenti all'attività produttiva o la facilita, ma non riguarda la natura e l'utilità intrinseca del prodotto. Di conseguenza, però, le loro retribuzioni poggiano sul lavoro di produzione (sulla ben nota formula D-M-D'). Anche a questi lavoratori viene estratto, come per gli altri, il plusvalore (cioè la loro parte giornata lavorativa che non vien pagata, come incessantemente ci ricorda Marx) e ciò servirà ad attenuare il loro aggravio sul lavoro produttivo, ma non per questo divengono produttivi.

Chiariamo alcuni punti circa il lavoro produttivo. In esso andrebbe compresi anche alcuni prodotti immateriali , le cui aziende che li creano potrebbero considerarsi una sorta di manifattura. Già da più di un secolo vi sono aziende che producono informazione (i giornali), si son poi aggiunte quelle di intrattenimento (cinema, radio, industria discografica, TV): informazione e spettacoli sono merci vendute e comprate e dal cui lavoro per la loro creazione si estrae valore e plusvalore. Nello spettacolo rientrano anche le società sportive, divenute ormai (per certi spettacoli di massa, quali ad es. calcio e base-ball) vere e proprie imprese economiche.

Oggi poi, ove si parla di società dell'informazione, abbiamo un ulteriore complesso di lavori produttivi: la creazione di una gamma sempre più vasta e sofisticata delle apparecchiature elettroniche (l'hardwere), la robotica, i software applicativi (via via più sofisticati), la costruzione di portali internet e loro prodotti (face-book e twitter), la creazione delle numerosissime applicazioni su telefonini e smartphone. Questa produzione sia materiale che immateriale rappresenta ormai, ad opera di aziende di livello planetario, una componente sempre più importante dell'economia mondiale che fa registrare una maggior capacità di accumulazione del capitale rispetto a quella produttrice di beni materiali c.d. tradizionali.

Il lavoro svolto nei laboratori e centri di ricerca, sia pubblici che privati (cioè aziendali), può considerarsi produttivo perché direttamente o meno contribuisce al valore delle merci prodotte o alla scoperta di nuove. Del resto già Marx sottolineava la fondamentale importanza della scienza per lo sviluppo del capitalismo.

Le attività di istruzione (in senso lato, dall'asilo all'università), produttrici anch'esse del bene immateriale istruzione, se, come esemplifica il Capitale, esercitate da privati, vanno annoverate in questa categoria. Egualmente può dirsi per i lavori di cura sanitaria e assistenza.

Come espresso dalla citazione di Mandel, le attività concernenti il trasporto delle merci, il loro immagazzinamento e conservazione vanno considerate produttive, poiché senza di esse il valore d'uso delle merci non potrebbe venir consumato: quindi, ad es., l'importante comparto della logistica vi rientra. Sono inoltre produttivi i lavori negli aeroporti e nei porti, altri comparti fondamentali di attività economica. Sono ovviamente produttivi tutti i lavori di trasporto delle persone.

Passiamo ora a lavori che in genere si potrebbero (si potrebbero, dico) definire, pur essi, produttivi.

Consideriamo il così detto settore terziario (privato): in un primo complesso possiamo includervi una grande varietà di lavori (e professioni), da quelli semplici come le pulizie (organizzate sovente in impresa) nei luoghi di lavoro o in quelli domestici, a quelli di cura agli anziani o ai disabili, a quelli più complessi come, ad es., elettricista o idraulico o tecnico informatico, sino a quelli sempre più complessi svolti da liberi professionisti, quali medici, avvocati, commercialisti, informatici di alto livello (tali lavori più complessi tendono spesso ad esser svolti in forma associata di impresa, anche a livello internazionale, ad es., imprese di consulenza aziendale, legale, pubblicitarie ecc.).

Nel produttivo va poi compresa la ristorazione, il settore alberghiero (esercitato sovente in forma d'impresa anche di grandi dimensioni, come le catene di alberghi), dei servizi turistici, delle agenzie viaggi, sino alle imprese che gestiscono le crociere (proprietarie delle relative grandi navi).

E veniamo al settore bancario e finanziario. Il Capitale quando tratta di capitale creditizio (Libro III,sez. 5°, cap.24, 25, 29) non sembrerebbe dare qualificazioni in merito. Ora, poiché il suo guadagno é rappresentato dall'interesse sul denaro prestato e detto interesse viene detratto dal profitto delle imprese o dal reddito del singolo prestatario (ad es. per l'acquisto di un appartamento) il lavoro bancario parrebbe annoverarsi tra quelli improduttivi. Invece,considerando che il capitale prestato é sostanzialmente una merce (un bene), utilizzato dall'impresa richiedente (o per l'acquisto di un bene o di un servizio da parte del singolo), la banca svolgerebbe lavoro produttivo, il cui prodotto sarebbe appunto l'interesse percepito

Altro fondamentale comparto finanziario é quello dell'intermediazione finanziaria (le c.d. finanziarie), che favorisce i rapporti fra domanda e offerta di fondi sui mercati finanziari; quelle imprese che svolgono intermediazione creditizia si possono classificare alla stregua delle banche; quelle che invece svolgono intermediazione mobiliare attraverso la prestazione di servizi di investimento titoli (lavoro ampiamente svolto pure dal sistema bancario) quali azioni, obbligazioni, derivati ecc. (pensiamo all'enorme peso di tali imprese sui mercati globali, come i colossali fondi d'investimento attraverso sofisticatissime operazioni mobiliari e relative molteplici figure di titoli) appaiono di incerta attribuzione. Da un lato, trattandosi di valori mobiliari, che il Capitale considera capitale fittizio, cioè non utilizzato per la produzione o il commercio o per qualche attività che torni utile alla produzione, tali imprese andrebbero giudicate improduttive. Detti valori mobiliari, tramite le transazioni di cui sono incessantemente oggetto (ormai, buona parte di esse avvengo automaticamente tramite programmi informatici), creano valore autonomo (quando non siano perdite), pur trattandosi di valore ormai sganciato da qualsiasi (originario) valore ricavato dalla produzione. Può ben dirsi un valore " di carta" (o di click elettronico), che oggi c'é e domani vale meno oppure niente: però si tratta pur sempre di un valore(un bene, insomma) scambiabile e monetizzabile, fondamento,tra l'altro, di enormi volumi monetari, che paiono supportare potentemente il quadro generale economico: tali attività finanziarie possiamo dunque considerarle produttive (comunque sui generis).

Altro importante comparto finanziario sono le compagnie di assicurazione: non credo possa considerarsi lavoro produttivo in quanto traggono i propri utili dal guadagno delle imprese che si assicurano o dal reddito del singolo privato; sarà certo utile allo svolgimento delle altre attività lavorative o alla vita dei singoli, ma detta utilità non crea un valore in sé, né aggiunge valore ad un qualche bene.

Veniamo ora ai lavori considerati improduttivi. Innanzitutto quell'enorme apparato costituito dal commercio. Dal negozietto e dalla bancarella sino alle multinazionali del commercio (ad es. Amazon o Walmart) esse sono aziende che non producono valore; il fatto che ai costi di produzione s'aggiungano quelli di commercializzazione, non aumenterà il valore intrinseco del bene in vendita. Viene invece prelevato parte del plusvalore estratto dal lavoro che crea quel determinato bene. Che la merce offerta dal negozio o da Internet (e-commerce) abbia per noi un costo maggiore del prezzo a cui il produttore cede il bene al commerciante, non significa che in tal modo si aumenti il valore del bene, mentre tale costo poggia pur sempre su quello di produzione. Che poi il lavoro commerciale sia indispensabile al produttore (che se no, dovrebbe interrompere l'attività produttiva per vendere alla gente quanto creato) non per questo aumenta il valore del bene.

Altro fondamentale comparto del lavoro improduttivo é costituito dall'impiego pubblico (burocrazia, magistratura, forze armate,polizia, istruzione pubblica, sanità ed assistenza pubbliche): é indubbio che rappresentino più o meno direttamente attività indispensabili per consentire la produzione, ma non creano valori d'uso.

Infine ricordiamo la categoria dei lavori (teoricamente produttivi) che si considerano improduttivi anche secondo il linguaggio corrente, cioè quelli svolti da aziende in perdita per lungo tempo (cosa che porta al fallimento), oppure in permanenza, tramite l'assunzione di tali imprese da parte degli apparati pubblici, in quanto non remunerative. Gli esempi classici di questo secondo tipo sono quelli dei servizi postali o di trasporto svolti per utilità pubblica in situazioni in cui in'impresa privata non sarebbe esercitabile. Le imprese in perdita, piuttosto diffuse nei decenni passati, anche per salvaguardare l'occupazione, sono in buona parte scomparse sotto la spinta neo liberista che ha investito la società odierna.

Abbiamo passato in rassegna le varie tipologie di lavori, tentando di ripartirli tra le due categorie, tenendo presente l'avvertenza di Mandel circa l'impossibilità di una precisa linea di demarcazione: si é consci che alcune assegnazioni potrebbero apparire problematiche. A questo punto un'obiezione più seria può esser avanzata: che utilità può avere ciò ai fini dell'analisi economica? Non si tratta di una semplice classificazione accademica? Del resto anche i lavoratori c.d. improduttivi ricevono un compenso monetario per il loro lavoro, acquistano beni, formano famiglie, pagano le imposte, con le loro spese contribuiscono alla domanda di beni e servizi, rendendo possibili i lavori produttivi.

Cominciamo con una considerazione: il consumo di beni e servizi da parte del lavoratore produttivo serve, come si esprime Il Capitale, alla riproduzione della forza lavoro; egli fa sì delle spese, ma esse sono effettuate col valore da lui prodotto (il salario), tali spese sono indispensabili alla sua vita, e quindi al capitalista per la produzione di nuovo valore.

Pensiamo invece al lavoratore improduttivo; da dove trae il compenso (pensioni e prestazioni assistenziali comprese) per il suo lavoro? Come dicevamo, da una parte dei profitti delle aziende che producono valore, non dal valore da essi stessi prodotto, come avviene per i lavoratori produttivi. Nel caso poi dei lavoratori pubblici il loro salario (e le relative pensioni e prestazioni assistenziali) viene erogato dagli apparati pubblici, che traggono le loro risorse da imposte e tasse, oppure da obbligazioni pubbliche, cioè da debiti contratti sul mercato mobiliare, quindi non certo dalla creazione di valore. Che poi detti lavoratori paghino pur essi imposte e tasse, significa solo che di fatto restituiscono agli apparati parte di quello ricevuto dai medesimi. Robert Kurz (v. più sotto) si spinge ad affermare che anche un bene od un servizio prodotti con un lavoro produttivo divengano improduttivi, se consumati da un lavoratore improduttivo o da un non lavoratore.

Va inoltre considerato tutto l'enorme apparato infrastrutturale di una stato moderno (strade, autostrade, ferrovie, porti, acquedotti, ospedali, scuole ecc.); la sua costruzione e manutenzione, gravando sugli apparati pubblici (benché oggi si tenda a passarle in parte al settore privato), non può certo considerarsi produttiva, vista l'origine delle risorse pubbliche.

Ora, le spese pubbliche sono coperte, come detto, dalle imposte, prelevate dagli utili aziendali e dalle imposte sui salari del lavoro sia produttivo che improduttivo, ma ormai la copertura di tali spese necessita sempre più del ricorso al mercato borsistico in cui sono collocati i suoi titoli obbligazionari, cioè contraendo debito. Oggi il debito pubblico (coi relativi interessi) risulta sempre più rilevante, sovente enorme.

Agli inizi dell'economia capitalistica nelle aziende i lavoratori improduttivi (sostanzialmente addetti alla contabilità) erano molto pochi; relativamente pochi erano gli addetti al comparto pubblico e a quello commerciale. Ingrandendosi l'economia (col supporto di scienza e tecnica), le necessità organizzative sempre più complesse di supporto alla produzione (divenuta a sua volta più grande e complessa) hanno richiesto la presenza sia di lavoratori improduttivi che di lavoratori negli apparati pubblici(ovviamente improduttivi). Ad esempio, già verso la metà del secolo scorso in una grande azienda i lavoratori improduttivi (che possiamo sommariamente definire "impiegati") erano quasi pari ad operai e tecnici, (il cui numero era in proporzione calato in a causa dell'uso sempre più ampio di macchinari nei cicli di produzione).

Le conseguenze di tale grandioso fenomeno mi sembrano ben descritte, ad es., da Robert Kurz (v. il sito Blak Blog Franco Senia in data 8-11-2017, L'ascesa del denaro al cielo)

"Nell'epoca che va dalla fine della prima guerra mondiale alla fine degli anni Settanta, la crisi strutturale delle "spese generali" sistemiche attraverso il lavoro improduttivo, le finanze statali e l'inflazione si presentava solo come problema collaterale; era cioè limitata a crisi temporanea, oppure strutturalmente a basso livello. La causa di questo apparente superamento del problema ... é da cercare nelle caratteristiche dell'espansione fordista. L'espansione - anch'essa il risultato della prima guerra mondiale - delle nuove industrie, con la produzione automobilistica in posizione centrale, ha coperto per più di mezzo secolo la crisi strutturale nata dalla contemporanea espansione del lavoro improduttivo. A dir meglio, siamo qui di fronte a un intreccio paradossale di espansione simultanea di lavoro produttivo e di quello improduttivo. Da un lato il fordismo ha mobilitato nuove masse di lavoro produttivo, in dimensioni sino ad allora impensabili, proprio questo sviluppo era reso possibile solo dalla repentina estensione della logistica sociale, delle condizioni infrastrutturali e così via; dunque dall'incremento del lavoro improduttivo. La sproporzione nell'espansione dei due fattori opposti ha posto più volte all'ordine del giorno il problema della crisi strutturale (soprattutto a livello delle finanze statali); ma in fin dei conti, l'espansione del lavoro improduttivo poteva ancora venir "alimentata" sul lungo periodo con l'espansione contemporanea del lavoro produttivo nelle industrie fordiste; in altre parole, la crescita assoluta della reale sostanza di valore compensava l'aumento assoluto e relativo dei settori improduttivi" (paragrafo 7).

Quindi l'espansione della produzione sarebbe inscindibile da quella dei lavoro improduttivi, benché tale fenomeno abbia il suo positivo equilibrio. Ma per Kurz questa positività andrebbe tramontando:

"Già la crisi petrolifera, a metà degli anni Settanta, dimostrò che la stagnante creazione di valore delle industrie fordiste sopportava male ormai i costi aggiuntivi. Cominciò allora un movimento in senso contrario, il cui fenomeno più visibile é la strutturale disoccupazione di massa in tutti i settori fordisti ... Il motore centrale di questo processo é stato,a partire dai primi anni Ottanta, la rivoluzione microelettronica che fece sciogliere come neve al sole il nucleo occupazionale dell'industria ... Si può dire che con la rivoluzione microelettronica, il cui potenziale é lungi dall'essere esaurito, si é arrestato, partire dagli anni Ottanta, insieme con l'espansione fordista anche l'allargamento del lavoro produttivo e quindi della reale creazione di valore; ormai anzi il lavoro produttivo retrocede su scala globale. Ciò significa che già oggi non esiste più il meccanismo storico della compensazione che ha sorretto l'espansione simultanea del lavoro capitalisticamente improduttivo" (idem).

Quanto scritto, ormai più di vent'anni fa (1995), conserva fondamentalmente sia la sua validità analitica, sia il suo valore previsionale. Va però ricordato il nuovo fondamentale settore produttivo rappresentato, come si diceva prima, dalla produzione microelettronica (materiale ed immateriale); esso si aggiunge a quegli altri comparti che abbiamo ritenuti produttivi (es. banche e finanza): allora si può dire che l'equilibrio tra produttivo e no possa dirsi ristabilito? Mi parrebbe azzardato.

Ci limitiamo qui ai paesi di più antica industrializzazione (Europa, USA, Giappone), poiché le nuove potenze (Cina, India, Sud-Est Asia, Brasile ecc.) si possono ancora, in linea di massima, considerare nella fase fordista, benché essa, é prevedibile, sarà più breve.

E' fuor di dubbio che il comparto produttivo elettronico rappresenti un compenso rispetto all'arretramento del manifatturiero, in parte trasferitosi nei nuovi paesi industriali, ove i salari sono molto più bassi, minore é la pressione sindacale ed ecologica. Un'altra compensazione é data dal comparto finanziario del mercato borsistico, fonte di reddito per le aziende di ogni tipo (dal manifatturiero, al finanziario), per molti organismi pubblici e per il singolo privato. Per inciso, va ricordato che parte dell'utile delle imprese manifatturiere (incluse quelle elettroniche) é ricavato dal gioco del mercato borsistico (quanto? non facile da rilevare).

Ma in detrazione, per così dire, va conteggiata l'enorme perdita di posti di lavoro nel manifatturiero, sia per il detto trasferimento produttivo, nonché per la sempre crescente presenza di macchinari e robotica, sia delle apparecchiature elettroniche e software nelle industrie, sia per la crescente adozione di nuovi metodi di organizzazione lavorativa (ad es. l'industria 4.0). Analogo fenomeno si riscontra nel settore bancario e in genere nel c.d. lavoro impiegatizio a causa della rivoluzione microelettronica e suoi continui sviluppi. Da anni assistiamo ad una progressiva emarginazione lavorativa, assolutamente non compensata dai nuovi lavori produttivi creati dal progresso tecnologico; nei settori tradizionali (specie nei servizi), poi, prende sempre più piede il lavoro part-time involontario e precario.

Il crescente fenomeno della disoccupazione e sottoccupazione grava sul welfare, anche con l'aumento dei lavori improduttivi (assistenza sociale, formazione professionale per eventuali reinserimenti lavorativi ecc.). Da anni poi si assiste al progressivo allungarsi della vita, che comporta l'aumento delle spese pensionistiche, sanitarie e assistenziali. Tuttavia l'aumento delle professioni di cura alla persona (addetti alle case di riposo e badanti), dà luogo a lavori produttivi, se svolti da privati.

Il senso d'insicurezza crescente, spinge a un rafforzamento delle spese (anche di personale e mezzi) per garantire la sicurezza: pensiamo ai costi per proteggersi dal terrorismo (sicurezza nei trasporti e luoghi pubblici, indagini ecc.).

Ricordiamo poi una categoria di spese che da sempre é stata una delle più rilevanti nei bilanci statali , quella legata agli armamenti; l'ammontare di tali spese é proporzionale alla potenza (o politica di potenza) di uno Stato. Le forze armate hanno in comune con le aziende l'esigenza di essere ammodernate e oggi come avviene con l'introduzione dell'elettronica nei macchinari e nell'organizzazione delle aziende, così avviene per i vari rami dell'esercito: tali spese hanno tendenza a crescere costantemente.

Il grande afflusso di migranti nella UE e negli USA, richiede spese più che ragguardevoli in strutture, personale e mantenimento, senza contare gli interventi (che vanno organizzandosi in Europa) a favore di stati Africani, per ostacolare i flussi.

A tali spese vanno aggiunte quelle rilevantissime degli interessi che si devono pagare sul mercato borsistico per le obbligazioni pubbliche, affinché detto mercato rinnovi periodicamente la sottoscrizione delle medesime e consenta la tenuta dei rilevantissimi disavanzi pubblici.

In ultimo, non certo per importanza, vanno ricordate le spese per fronteggiare (in misura invero del tutto insufficiente) il diffuso inquinamento (aria, acqua, terra); esse gravano sia sulle aziende private, sia sugli apparati pubblici. La questione ecologica (si consenta questo inciso) si fa sempre più pressante, sebbene si tenda a sottovalutare il suo potenziale catastrofico; é vero che sono sorti nuovi importanti filoni produttivi (prodotti per la creazione di energia pulita, materiali antinquinanti ecc.), ma le prospettive per le industrie agricole, estrattive e manifatturiere pongono ardui dilemmi: riduzioni drastiche (quando non interruzioni di attività), ridimensionamento dei consumi energetici, diversi stili di vita, oppure caduta verso un pianeta sempre più invivibile. In realtà la scienza economica(sia liberista, keynesiana o marxista), non ha ancora assunto davvero la dimensione ecologica come un ambito entro cui svolgere l'attività umana: tutte le trattazioni ordinarie dei vari temi economici dimenticano la marcia inesorabile del degrado terrestre.

E' quindi probabile (tornando in argomento) che, oggi, una verifica condotta in modo scientifico tra il volume degli introiti dei lavori produttivi e delle spese costituite da quelle improduttive registri uno squilibrio a favore di queste ultime. Vi sarebbe però un settore economico, che abbiamo qualificato produttivo, cioè quello dell'intermediazione borsistica dei titoli che, dati i suoi enormi volumi di utili, sembrerebbe (forse) in grado di appianare lo squilibrio, ripristinando l'equilibrio dell'epoca fordista, magari con più ampio margine. Come detto, qui il denaro proviene dallo scambio dei titoli e dai loro dividendi; tutti sanno che il valore dei titoli é per sua natura molto più volatile di quello di un bene concreto, prova ne siano le continue oscillazioni del mercato borsistico, nonché le sue crisi piccole e grandi, ove il guadagno si trasforma facilmente in perdita. Non per nulla si parla di economia cartacea, alludendo ad una sua intrinseca inconsistenza. Quindi detto lavoro produttivo, che, va ricordato, contribuisce a reggere l'economia globale (ben lungi dall'essere un sua appendice, come ancora agli inizi del 900), appare di natura ambigua, pronto a dare tanto utili quanto perdite (anche totali), in misura non comparabile con gli altri comparti economici.

Eppure non va dimenticato quanto patrimonio di aziende e di singoli vi sia rappresentato in maniera permanente; non solo, ma il capitale azionario di un'azienda quotata in borsa, assume indirettamente un ruolo nella sua attività produttiva (contribuisce a formare il proprio patrimonio), mentre gli utili ricavati dal mercato borsistico possono venir impiegati nella produzione. Non dimentichiamo poi la colossale consistenza dei fondi pensione,soprattutto nel mondo anglosassone, che mantengono milioni di persone.

Allora con questo tipo di finanza ci troviamo di fronte ad un fondamentale lavoro produttivo del mondo d'oggi? In questo lavoro particolare il denaro, rappresentato dalla grande varietà di titoli, produce nuovo denaro, ma lo produce in modo volatile, variabile giornalmente, suscettibile di crolli ove vanno in fumo cifre enormi. Non per nulla Kurz parla di economia o capitalismo da casinò. Appare allora chiara la fragilità di tale enorme attività, ma fondamentale una volta che si rifletta quanto l'economia odierna faccia riferimento ad essa, pur soggetta allo spettro (che si ritiene o si spera improbabile) di un crollo generale, tale da travolgere il mondo: si dice che la crisi del 2008-2009 ci andasse molto vicino. Con tale "pilastro" l'equilibrio di cui parla Kurz per l'età fordista, parrebbe, oggi, lontano.

Ricordiamo che dopo la crisi di cui sopra l'economia globale, in questi ultimi tempi, sta crescendo, ma a ritmi ridotti (anche se in alcuni paesi, come la Germania, la crescita è più marcata); esiste il sospetto che la stagnazione post-crisi (invece di un vero ciclo espansivo) permanga, tanto più che i tassi bancari continuano a rimaner bassi e continuino le immissioni di denaro da parte di Banche centrali (ad es. il quantitative easing nella UE). Molti analisti poi prevedono una nuova crisi(quando non un crollo) entro il 2020, originata dai debiti crescenti del mondo finanziario (le cui attività permangono sostanzialmente incontrollate), debiti che le Banche centrali non sarebbero del tutto attrezzate a fronteggiare.

Colleghiamo tutto quanto precede alle tesi secondo cui la via d'uscita dalla crisi-stagnazione, provocata dalle politiche neoliberiste, risiederebbe in robuste politiche di spesa pubblica (ricalcando le orme del keynesismo), come già praticate nei trent'anni successivi alla 2°guerra mondiale.

A parte il fatto che tali politiche si svolgevano in un ambito economico che era prevalentemente nazionale o di unione di alcuni stati (ad es. il Mercato comune europeo) non invece affatto globale, come ora, connotato da forte connessione produttiva e finanziaria, bisogna riflettere sul fatto che le politiche di spesa, aumenterebbero i debiti pubblici, già ingenti, quando non enormi, debiti che si sommerebbero in alcuni casi a quelli privati (pur essi consistenti).

E dove si dirigerebbero tali nuove spese? In infrastrutture, lavori pubblici, attività di salvaguardia ecologica, politiche di welfare, assunzioni di personale pubblico; inoltre verrebbe richiesto un aumento dei salari, reddito per i senza lavoro ecc., insomma una redistribuzione delle risorse (più sommessamente, anche una decurtazione dei redditi maggiori).

Il debito pubblico (e in parte privato), diverrebbe sempre più gravoso: l'unica via per recuperare risorse (a parte l'aumento delle imposte sui redditi e patrimoni dei ceti ricchi e benestanti, presumibilmente del tutto insufficiente rispetto alla necessità) starebbe nel ricorso ad una maggior emissione di obbligazioni pubbliche sui mercati finanziari. Ma i mercati (liberisti per natura) vedrebbero con ostilità emissioni conseguenti a tali misure e chiederebbero interessi alquanto maggiori, oppure diserterebbero addirittura le aste di collocamento: i rischi di dissesto pubblico si farebbero seri. Tra l'altro, le imposte di cui sopra, provocherebbero una fuga di capitali, che con una finanza globalizzata non sarebbe facile impedire.

Un'altra osservazione: una politica di spesa implica anche un aumento dei salari e di conseguenza un aumento dei costi di produzione, costi che debbono confrontarsi su un mercato globale, svantaggiando le esportazioni e favorendo delocalizzazioni produttive. Potrebbero inoltre innescarsi fenomeni inflattivi.

Una vigorosa politica di spesa non allenterebbe la pressione dei lavori improduttivi, visto che un maggior reddito disponibile (a parte le gravi incognite poc'anzi indicate) stimolerebbe sì un aumento della domanda da parte di aziende e singoli, ma parte dei consumi sarebbero effettuati, come sopra si diceva, da lavoratori improduttivi o da non lavoratori, i cui redditi o il cui sostentamento gravano sulla spesa pubblica e sui profitti delle aziende. L'aumento de consumi poi non va quasi mai a esclusivo vantaggio della produzione nazionale, ma si rivolge (anche in misura non trascurabile) pure a beni importati, pensiamo, ad es., all' enorme commercio estero cinese. Il fatto é che nel mondo attuale una politica di spesa che cerchi di sottrarsi all'imperante economia liberista, va incontro ad ostacoli tali, che in poco tempo si ritorcerebbe contro quegli stati che le propugnassero, minando il consenso a quei governi.

Impossibile allora uscire dall'attuale gabbia economica? Se una politica keynesiana appare impraticabile, s'impone una conversione ben più marcata: ossia una politica socialista che conduca oltre il capitalismo. Ciò non significa certo ripristinare il c.d. "socialismo reale" esistito nel secolo scorso. Invece i concetti fondamentali andranno pensati, combinando analisi marxista e analisi ecologica (poiché un pericolo inedito, rispetto a venti- trent'anni fa, si é inserito con forza nel mondo: la reale e abbastanza prossima possibilità di trovarci a immersi in un ambiente sempre più invivibile fisicamente). La produzione di beni e servizi complessi andrebbe demandata a entità pubblico- statali, le quali più che statali dovrebbero basarsi sulla collaborazione dei lavoratori, mentre la piccola impresa e l'agricoltura (l'agribussines andrebbe eliminato) resterebbero ai privati o a cooperative; in agricoltura andrebbero avvantaggiate le produzioni locali e tradizionali. Sanità, welfare, istruzione dovrebbero pur esse (su un sostegno pubblico) basarsi sulla cooperazione di lavoratori e fruitori. L'attività bancaria andrebbe molto ridimensionata, adeguandola alle nuove esigenze. Ovviamente l'enorme mercato dei titoli verrebbe abolito. I progressi tecnologici dovrebbero portare anche all'abbreviazione dei tempi di lavoro, così da consentire una piena occupazione. Amministrazione e legislazione andrebbero molto semplificate. Lo Stato (o qualcosa di più consono al socialismo) avrebbe compiti di indirizzo programmatico sulla vita economica e civile. Ovviamente sparirebbero (o sarebbero assai ridotte) le disparità di reddito. La vita diverrebbe più sobria, finirebbe il consumismo, anche perché il disastro ecologico ci minaccia. Complesso appare il discorso sui rapporti internazionali e con le relative organizzazioni (ONU, FMI ecc.). Si può prospettare un collaborazione - unione fra gli stati che iniziassero il cammino verso il socialismo, mentre con quelli capitalisti e con le organizzazioni internazionali vi dovrà essere prudenza, comunque con l'obiettivo di promuovere le idee socialiste.

Questi rapidi tratti per un'ipotesi di società socialista (meglio, ecosocialista) lasciano naturalmente aperta la domanda fondamentale: come iniziare a realizzarla? La risposta richiede innanzitutto studio e riflessione: andrà comunque costruita attraverso fasi successive, tenendo però ben fermo che la gradualità (secondo me inderogabile) cova anche distruttive insidie: arresto del processo, distorsioni, involuzioni, in definitiva, fallimento.

L'avvio potrebbe proprio consistere in una politica di spesa, non considerata, però, una soluzione definitiva, bensì solo il passo iniziale. Ma tale politica dovrà assolutamente contrastare i gravi inconvenienti illustrati più sopra. E qui s'impongono ipotesi tecniche alquanto elaborate che lo scrivente non é in grado di prospettare.

Si potrebbero comunque abbozzare, in ipotesi, alcune misure adottabili durante la fase di transizione: 1) nazionalizzare le grandi banche; 2) creare una moneta per uso interno nello Stato (onde proteggere i cittadini da inflazioni) e contemporaneamente un moneta per le operazioni estere agganciata a valute forti(nel caso degli Stati europei potrebbe essere l'euro); 3) aumentare i redditi bassi e medio-bassi e garantire adeguato reddito a chi non può lavorare; 4) istituire un regime di dazi che incoraggi le produzioni interne, favorendo così l'occupazione e recuperando gli eventuali disoccupati provocati da dazi posti, di conseguenza, dagli altri Stati ; 5) potenziare le produzioni ecologiche e di risparmio energetico; 6) istituire enti pubblici per commercializzare i prodotti agricoli e zootecnici, sottraendoli a privati e supermercati che dettano prezzi poco remunerativi per agricoltori e allevatori; 7) introdurre imposte sui patrimoni medio-alti, rendite e redditi medio-alti; contemporaneamente adottare misure contro l'esportazione di capitali; 8) poiché sorgeranno difficoltà più o meno gravi circa la collocazione dei titoli pubblici sul mercato internazionale, prendere misure adeguatamente elaborate(anche qui, come si diceva, non in grado di indicare) per farle acquistare, ad es. anche dalle grandi banche nazionali; 9) costruire un approccio teorico e pratico, in prospettiva socialista, ai sempre nuovi sviluppi dell'Itc (robotica, intelligenza artificiale, la c.d. "smart city", ecc.); 10) propagandare i temi della cooperazione, del volontariato sociale, della necessità di iniziare la decrescita e il progressivo abbandono riguardo al consumismo, della salvaguardia ecologica, del riequilibrio e rieducazione nell'uso dei social media.

Questa potrebbe essere un'ipotesi da cui avviare il cammino verso la società socialista. Quella che mi sembra chiara é, durante questo cammino, l'esigenza inderogabile di una radicalità sia nelle singole progettazioni che nei successivi adempimenti, orientati con chiarezza verso una società socialista. Senza questa radicalità di pensiero e azione si sfocerebbe solamente in un keynesismo, che non potrà che venir travolto e riassorbito dal capitalismo globalizzato. Una società socialista é incompatibile con l'attuale globalizzazione: questo andrà tenuto ben fermo, pena il naufragio del processo di transizione.

Il compito é senz'altro grande, ma teniamo presente quanto già affermava più di un secolo fa Rosa Luxemburg: "Socialismo o barbarie". E se ci guardiamo intorno con occhi disincantati si può constatare come l'imbarbarimento appaia già su più fronti del nostro quotidiano.

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