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Draghi e l’oracolo svelato
Antonio Lettieri
Il presidente della Bce ha realizzato tutto ciò che la politica monetaria può contro la crisi. Che – ha avvertito – non basta: serve anche la politica fiscale (ma non ha spazi) e più ancora le “riforme strutturali”, soprattutto la deregolazione del lavoro. L’ennesima riaffermazione di una linea economica fallimentare ma che cerca di distruggere il modello sociale europeo
La crisi finanziaria culminata negli Stati Uniti nell’autunno del 2008 col collasso della Lehman Brothers fu immediatamente paragonata a quella del 1929. Una rievocazione che generò un grande allarme a livello globale. Quale giudizio sulla crisi possiamo formulare a sei anni di distanza? Vi sono quattro punti che possono dare un senso al confronto.
1. Il primo riguarda il tracollo del sistema bancario che, in entrambe le crisi, ha fatto da innesco alla più generale crisi economica. Qui sta una prima rilevante differenza. La crisi bancaria dell’autunno del 1929 si aggravò irreparabilmente nei mesi e negli anni successivi. Erano già trascorsi più di tre anni, quando Franklin D. Roosevelt, giunto alla presidenza, di fronte al panico di massa, che creava lunghe file di risparmiatori di fronte agli sportelli delle banche, diventate icone memorabili della Grande Depressione, decise la chiusura temporanea di tutte le banche, mentre l’amministrazione si accingeva ad assumere iniziative straordinarie di riforma.
Per fortuna si tratta di scene consegnate alla storia. Profondamente diverso è stato il corso della crisi dei nostri giorni. La crisi bancaria americana dell’autunno nero del 2008 non è durata anni, ma un numero limitato di mesi. Nell’estate del 2009, dopo aver eseguito il primo stress test del dopo-crisi, Tim Geithner, ex presidente della Federal Reserve di New York, nominato da Barack Obama ministro del Tesoro, annunciò la fine dell’allarme rosso. Il salvataggio delle grandi banche americane era cosa fatta.
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L’Italia può uscire dall’euro?
Problemi e difficili soluzioni
di Enrico Grazzini
Si può uscire dalla trappola dell'euro e dell'Europa a guida tedesca? O saremo costretti a rimanere per sempre legati alle catene dell'eurozona, anche se l'euro-marco continua manifestamente a produrre una terribile crisi in tutta Europa, e in Italia in particolare? Quali sarebbero gli effetti dell'uscita dell'Italia? E' possibile lasciare la moneta unica e la politica deflazionistica ad essa indissolubilmente legata senza portare l'Italia alla rovina, ma anzi creando le condizioni per uno sviluppo sostenibile e autonomo?
La risposta non deriva solo da calcoli economici ma dipende dalle capacità politiche dei governi nazionali e dalle dinamiche internazionali. Infatti, dopo il dollaro, l'euro è la seconda valuta di riserva per le banche centrali di tutti i paesi del mondo e la sua rottura potrebbe provocare non solo la crisi della UE ma una crisi geopolitica internazionale. Non a caso l'euro è sostenuto, in quanto valuta internazionale non competitiva nei confronti del dollaro, anche dall'amministrazione Obama.
La tragedia dell'euro
E' indubitabile che, come hanno denunciato giustamente e con forza Alberto Bagnai1 e molti altri autorevoli economisti internazionali e nazionali, l'ingresso nell'euro sia stato un errore enorme e grossolano.
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Dall'Homo oeconomicus al fascismo finanziario
Federico Tulli intervista Andrea Ventura
L'inganno del Pil, il miraggio della felicità. La grave crisi economica che da anni attanaglia i cosiddetti Paesi avanzati affonda i suoi colpi senza soluzione di continuità provocando disoccupazione, iniquità sociale, clamorosi fallimenti e crack finanziari. Sin dai primi evidenti segnali di collasso (generalmente individuati nella truffa dei mutui subprime elaborata negli Usa oramai quasi 10 anni fa) la soluzione invocata in maniera praticamente univoca dagli economisti più in voga è la crescita. Questo nonostante negli ultimi decenni essa si sia legata a squilibri crescenti e di diversa natura: distribuzione del reddito sempre più disuguale, alterazione degli equilibri ambientali, perdita del legame tra aumento del Prodotto interno lordo e qualità della vita.
Sono molti gli elementi che chiamano pertanto a una riflessione su quale crescita debba essere cercata, superando l'idea che non sia necessario qualificarla e che i danni da essa provocati - quando non è pensata in modo armonico con il sistema in cui si inserisce - siano inevitabili e da affrontare separatamente.
Per orientarci in questo complesso scenario Cronache Laiche ha rivolto alcune domande ad Andrea Ventura, ricercatore presso la facoltà di Scienze politiche "Cesare Alfieri" dell'Università degli Studi di Firenze, curatore con la collega Anna Pettini, della raccolta di saggi Quale crescita. La teoria economica alla prova della crisi (L'Asino d'oro edizioni, 2014). Un volume che, con un linguaggio chiaro, concreto ed efficace, intreccia questioni centrali per il dibattito teorico - come la natura dei bisogni e la loro distinzione dalle esigenze, il tempo libero, la moneta, il ruolo degli economisti - con i temi dello sviluppo storico e dell'impegno politico.
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Yvon Quiniou, "Retour à Marx"
di Guido Grassadonio
Pubblicato in Francia nel 2013 dalla casa editrice Buchet-Chastel, Retour à Marx, di Yvon Quiniou, si colloca nel filone della “Marx renaissance”, dialogando in particolare con quell’area di studi marxologici e marxisti rappresentata da J. Bidet e L. Sève.
L’idea di fondo del volume è a primo acchito tutt’altro che originale: rianimare il marxismo come filosofia e come teoria/prassi politica, sulla spinta della crisi economica di vaste proporzioni che sta investendo l’occidente capitalistico, mettendo in discussione ordinamenti politici e idee da tempo sedimentate. E per fare questo, l’operazione teorica da compiere dovrebbe essere un, appunto, ritorno a Marx del marxismo, purificato dall’influenza nefasta del “cosiddetto” socialismo reale, fino a giungere a un superamento critico dello stesso leninismo.
YQ presenta il suo libro non come un testo “accademico”, ma come orientato a un pubblico il più possibile aperto; contemporaneamente il testo non ha però solo un orientamento didattico, ma propone alcune tesi di fondo e si colloca a pieno titolo all’interno del dibattito odierno attorno a Marx.
La tesi principale del testo è riassumibile in questa maniera: il comunismo è un’ipotesi tutt’altro che demolita dai fatti e nei fatti e, anzi, non ha ancora avuto alcuna esperienza “reale”, per motivi per lo più (ma non totalmente) comprensibili a partire dalle stesse teorie di Marx; solo “un’impostura semantica” ha potuto far credere che degli Stati socialisti/comunisti siano esistiti. La situazione attuale, poi, suggerirebbe sempre più la necessità morale di una svolta comunista in Occidente.
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Contro l’austerità per il primato dei diritti nella Costituzione
di Alfonso Gianni
Con la riforma dell’art 81, il Parlamento italiano si è assunto la storica responsabilità negativa di espungere la teoria keynesiana dalla nostra Carta. Per contrastare tale provvedimento è necessaria una mobilitazione dal basso: se il referendum rischia l’inammissibilità, ci sarebbe la strada della proposta di legge di iniziativa popolare...
Per cercare di apporre una foglia di fico su quello che stavano facendo, i sostenitori dell’inserimento nella nostra Carta del principio del pareggio di bilancio lo hanno chiamato “equilibrio tra le entrate e le spese”. Ma la sostanza rimane quella. Per la prima volta nella nostra Costituzione è stato posto un vincolo cogente sulla spesa pubblica, tale da mutilare una delle funzioni essenziali di uno Stato - la manovra di bilancio - e contraddire un filone fondamentale del pensiero economico del Novecento, quello che sostiene la necessità di aiutare lo sviluppo economico attraverso congrui e intelligenti investimenti pubblici e di farlo proprio nei periodi di crisi, anche in deficit.
In sostanza con quell’atto il parlamento italiano si è assunto la storica responsabilità negativa di espungere la teoria keynesiana dalla nostra Costituzione. A farlo è stata una maggioranza composita ed ibrida, guidata da Mario Monti. Dove non era giunto il neoliberismo nelle sue formulazioni classiche susseguenti al celebre manifesto di Mont Pelerin del 1947 e nelle sue espressioni politiche più coerenti è arrivato un governo, quale quello presieduto da Mario Monti, definito “tecnico”, che secondo alcuni avrebbe dovuto rappresentare una semplice transizione da Berlusconi verso una “democrazia normale”.
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La nemesi storica del capitale
Gigi Roggero intervista Christian Marazzi
Nonostante che si parli di necessità della crescita, le politiche economiche adottate in Europa sotto l’input tedesco vanno nella direzione opposta e la situazione rimane sempre critica. Christian Marazzi sottolinea come tale situazione prefiguri una sorta di nemesi del capitale. La sconfitta della classe operaia fordista negli ultimi trent’anni si ritorce oggi contro lo stesso capitale, orfano di un rapporto sociale antagonista che ne consentiva comunque la perpetuazione. La desalarizzazone e la decontrattualizzazione del lavoro (in una parola, la precarietà) è oggi infatti la causa principale del cul de sac in cui si dibatte la crisi, soprattutto europea.
***
Un secolo e mezzo fa Marx scriveva che non ci sono crisi permanenti, ma quella che oggi stiamo vivendo sembra averne le caratteristiche. Arrivati al suo ottavo anno, proviamo con Christian Marazzi a farne una periodizzazione, ad approfondire, mettere a verifica ed eventualmente ripensare le analisi che abbiamo fatto a partire dal 2007-2008. Ora qualcuno parla di una fase “post-austerity”: cominciamo con il capire se è davvero così e cosa questa fase significa realmente.
“Siamo nuovamente in una situazione in cui si addensano una serie di elementi di forte crisi, sicuramente nella zona euro ma anche su scala globale. Ciò avviene dopo un periodo durante il quale le politiche monetarie delle grandi banche centrali come la Federal Reserve, la Banca d’Inghilterra e la banca centrale giapponese, con forte iniezione di liquidità, avevano in qualche modo attenuato gli elementi strutturali della crisi.
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La morale della favola irlandese quattro anni dopo
di Alberto Bagnai
Nel post dei dieci milioni ho fatto notare che dove era un tempo dileggio e attacco personale si stava stabilendo un confronto costruttivo, basato su fatti osservabili. Questo a destra, perché a sinistra il confronto, come Leonardo ci ha illustrato (e poi ci torneremo) si basa sui sogni, il che lo rende fatalmente meno costruttivo, se non addirittura più distruttivo.
Devo dire che ho una certa nostalgia di un dibattito fact based. Il dibattito dream based, fra l'altro, porta una sfiga ladra: guardate com'è finita al povero Lennon (per fortuna Leonardo ha meno followers, il che abbatte la probabilità che ce ne sia uno sufficientemente sciroccato da abbattere lui)...
Nei miei primi interventi su lavoce.info l'atmosfera era assolutamente professionale, fact based e molto stimolante. Non so se ricordate La morale della favola irlandese. Quando lo pubblicai, i miei colleghi di dipartimento mi guardarono con altri occhi: "Hai pubblicato su lavoce.info!" (be', com'è andata poi lo sapete, comunque se Boeri vuole mandarci un lavoro io glielo pubblico...).
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La capitolazione finale: l'hausmanizzazione monetaria è compiuta
di Pasquale Cicalese
“..Se la Germania pretende di continuare a vendere più di quanto compra, e incita addirittura tutta l'Europa a seguirla nell'accrescere gli squilibri globali, o accetta moneta fasulla o il default dei debitori. Ancora una volta, in Europa un altro secolo breve è già cominciato.”. Guido Salerno Aletta, La zavorra parla tedesco, MilanoFinanza 23 agosto 2014.
Hanno il fuoco sotto il sedere. E gli rode, gli rode tanto. Hanno adottato all’unisono nel 2014 un nuovo verbo: investimenti! Come mai? Operano, secondo loro, dal lato della domanda e dell’offerta al contempo. Ne hanno necessità per un dato: dal 2008 nell’eurozona gli investimenti sono crollati del 20-25%, mai visto dal dopoguerra. Ma, aggiungono, devono essere corredati da “riforme strutturali”, in primis il mercato del lavoro. Sognano, come sognavano nell’estate del 2011. La Germania adottò il Piano Hartz IV del mercato del lavoro nel 2003 con i minijob, la contrattazione aziendale e con una feroce deflazione salariale.
Risultato? La percentuale degli investimenti in rapporto al pil in quel paese non arriva al 18% (esattamente il 17,9%) e lì ci sono 5 mila miliardi di euro di liquidità che non vengono investiti, parcheggiati in depositi e prodotti assicurativi e finanziari a rendimento zero; se lo si rapporta allo stato comatoso dell’economia italiana, dove la percentuale è pari al 17%, ci possiamo rendere conto che sbatteranno contro un muro. Nessuno in Europa ammoderna impianti, aumenta le spese in ricerca e sviluppo, costruisce infrastrutture, investe in alta ricerca: tutti operano in un sistema economico vecchio di almeno 20 anni. In Italia anche peggio: durante le Considerazioni Finali del 2009, quando ancora era governatore della Banca d’Italia, Draghi ebbe modo di affermare che “negli ultimi vent’anni la nostra è stata una storia di bassi consumi, bassi salari, bassi investimenti”.
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Il problema non è il debito pubblico — è il debito privato
Richard Vague
Su “The Atlantic” Richard Vague conferma che tutte le discussioni sul debito pubblico sono fumo negli occhi: tutte le recenti crisi finanziarie hanno avuto origine nel settore privato, come è molto facile dimostrare. Ma sui media mainstream di questo è vietato parlare, meglio continuare a rispondere alla domanda sbagliata
L’ex capo della Fed Alan Greenspan, discutendo sulla crisi finanziaria del 2008, ha scritto che “le bolle finanziarie capitano di tanto in tanto, e di solito con poco o nessun preavviso".
Questa conclusione deriva un’analisi delle crisi finanziarie diffuse nel mondo, partendo dal 19mo secolo, che ho condotto con i miei colleghi e riassunto nel nuovo libro The Next Economic Disaster. La logica della nostra conclusione è evidente nei diagrammi qui sotto.
Date un’occhiata a questo grafico:
Crisi del 2007-2008: PIL U.S.A., debito pubblico e debito private (in miliardi di dollari)
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Obama, Isis e medioriente: il ritorno dell'instabilità costruttiva?
di l.c.
Introduzione: venti di guerra medio-orientali
Ci risiamo. I venti di guerra tornano a soffiare sul Medio Oriente (in realtà non hanno mai smesso...). Nella notte alla vigilia dell'anniversario dell'attacco alle Torri Gemelle, Obama ha annunciato la nascita di una vasta coalizione volta a distruggere l'ISIS, l'Esercito Islamico dell'Iraq e del Levante.
A poche settimane dall'uccisione, in mondovisione, di due giornalisti americani rapiti in Siria tra il 2012 e il 2013, gli Stati Uniti si sono impegnati, per bocca del loro presidente, a “guidare un'ampia coalizione con l'intento di mettere fine alla minaccia terroristica di ISIS”. Il piano americano prevede quattro punti fermi.
In primis una campagna di attacchi aerei in Iraq e in Siria (“We will hunt terrorist wherever they are, that means I won't hesitate to take action in Syria as well as in Iraq.”).
In secondo luogo un sostegno in chiave di addestramento, equipaggiamento e intelligence alle forze operanti sul terreno che combattono ISIS (“Train and equip syrian opposition to fight against ISIL. We cannot rely on Assad regime that terrorizes its own people and will never regain legitimacy has lost...”) attraverso un rafforzamento dell'opposizione al regime di Assad come controbilanciamento alle forze di ISIS.
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Brevi note critiche al "Capitale nel XXI secolo" di Thomas Piketty
Sebastiano Isaia
C’è ingegno in questa testa:
se potesse uscire… (W. Shakespeare).
Scrive Thomas Piketty nel suo ormai celebre (e “monumentale”: 928 pagine nella sua versione italiana recentemente pubblicata da Bompiani) studio sul Capitale del XXI secolo: «La crescita moderna e la diffusione delle conoscenze hanno permesso di evitare l’apocalisse marxista, ma non hanno modificato le strutture profonde del capitalismo e delle disuguaglianze. […] Tuttavia, esistono strumenti in grado di far sì che la democrazia e l’interesse generale si riprendano il controllo del capitalismo e degli interessi privati, senza peraltro fare ricorso a misure protezionistiche e nazionalistiche» (1).
Sorvoliamo sull’«apocalisse marxista», suggestiva locuzione che allude a quell’ideologia crollista elaborata da non pochi zelanti epigoni che con il maestro di Treviri c’entrano assai poco (salvo che non si voglia inchiodare il poveretto a singole frasi di stampo “apocalittico”); chiediamoci piuttosto quando la democrazia e il cosiddetto «interesse generale» hanno avuto «il controllo del capitalismo e degli interessi privati». La mia risposta è: mai.
Come ogni intellettuale borghese che si rispetti, l’economista progressista francese crede – ancora oggi, nonostante tutto – alla sostanziale primazia del politico sull’economico (2), che secondo lui avrebbe caratterizzato i mitici «Trente glorieuse» o «golden age», ossia il periodo che va dal 1945 al 1975. Salvare il “lato buono” del Capitalismo (democrazia, diffusione delle conoscenze e delle competenze) segando gradualmente, attraverso misure economiche tese a colpire la rendita finanziaria (quale inusitata originalità di pensiero!), il lato cattivo di esso, «potenzialmente minaccioso per le nostre società democratiche e per i valori di giustizia sociale sui quali esse si fondano», è per Piketty una questione di «volontà politica».
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Vieni avanti, ennesimo cialtrone
di Olympe de Gouges
All’estero ha avuto molta eco il libro di Thomas Piketty dal titolo Il Capitale nel XXI secolo, e c’è da credere che anche in Italia, dove è appena uscito, farà molto discutere senza peraltro essere letto da molti che ne parleranno. Vale la pena acquistare e leggere questo libro di 928 pagine? Dipende da ciò che ci si aspetta e soprattutto se si è disposti a dare retta alle molte fraudolente bugie che racconta, e credere che l’origine della disuguaglianza di reddito sia anche la causa fondamentale delle crisi capitalistiche (e non semplicemente un effetto, per quanto dirompente), e che tale disuguaglianza possa essere ricomposta in qualche modo per via politica, con una tassazione progressiva della ricchezza. Ecco dunque in sintesi la tesi fondamentale di questo ennesimo cialtrone.
Dico subito che non m’interessa perdere tempo con tali cialtronate proposte a buon mercato dagli indirizzi e dalle scuole del pensiero borghese. Né sarà tema di questo post – ma di un prossimo – il trattamento che questo Achille Loria del XXI secolo riserva nel suo libro a Marx, volgarizzando e falsificando in modo indecente, nel sesto capitolo, la legge sulla caduta tendenziale del saggio di profitto, spacciandola anzi per sua, e sostenendo che la legge scoperta da Marx non avrebbe supporto ed evidenza matematica!
Va comunque ancora una volta rilevato che in alcun modo la teoria economia borghese, sempre più in crisi, ha interesse a fare riferimento alle leggi concrete e reali di movimento del sistema economico capitalista, perché ciò porterebbe in luce le contraddizioni reali ed oggettive del modo di produzione capitalistico, e ciò sarebbe oltremodo pericoloso dal punto di vista politico e dell’ordine sociale.
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1914: l’arte di ripensare l’epoca del grande conflitto europeo
Un saggio di Luciano Canfora
Roberto Donini
Avvicinarsi\allontanarsi come in un film
A volte le date e le ricorrenze della Storia, paiono davvero misteriosamente intrecciarsi e l’arte dello storico è rinvenire i capi del nodo. La riedizione del fulminante saggio di Luciano Canfora 1914 (Sellerio), la cui prima uscita è del 2006, ha questa sorte, celebra i 100 anni dell’avvio della grande guerra in presenza di un’Europa sofferente che vede ai suoi bordi l’accendersi di conflitti violentissimi. Nell’indagare meglio i densi di incroci temporali del libretto, partirò da una marginale nota autobiografica. L’ho letto esattamente nei giorni tra il 28 luglio (bombardamento di Belgrado e inizio della guerra tra Austria e Serbia) e il 2 agosto (inizio della guerra tra Germania e Francia) 100 anni esatti di distanza e per di più passeggiando tra le residue trincee dell’Adamello-Tonale-Brenta il cosiddetto fronte centrale italiano. Un’ immersione spazio-temporale che forse ha esaltato del testo anzitutto i caratteri cinematografici, o meglio cinetemporali. Infatti il testo ha il pregio narrativo di spostare il lettore nei giorni convulsi del precipitare della crisi (montaggio incrociato serrato tra cancellerie \ il finale del Padrino parte III), poi indietro (flashback) ai presupposti, nella bella epoque, e in avanti, agli scenari della “guerra civile europea” (flashforward). Ovviamente c’è un ritmo e una consistenza diversa tra i movimenti; all’accenno di passato e futuro, succede il dettaglio dell’attimo fuggente, di quell’estate di “fine Europa”.
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La mala ora dell’Ultraliberismo
di Romano A. Fiocchi
Viviane Forrester, Una strana dittatura, traduzione di Fabrizio Ascari, TEA, 2003.
Viviane Forrester (qui in uno scatto di Jean-Marc Armani) è morta l’anno scorso. Era di nazionalità francese. E di origine ebraica. Conosceva Georges Perec. Ho saputo di lei grazie a una bellissima videointervista a Perec degli anni Settanta, tuttora reperibile in rete e già citata in un mio articolo cortesemente ospitato da NI. Qui i modi fascinosi della Forrester fanno da contrasto con la voce burbera di Perec, lei in un cappottino scuro con una cintura che le stritola la vita, lui con un montone dal bavero alzato, i capelli e il pizzetto da scienziato pazzo, il suo gesticolare ossessivo. Il video è girato nei pressi di rue Vilin, le prime inquadrature proprio davanti a quello che era stato il negozio di parrucchiera della madre di Perec, deportata e morta probabilmente ad Auschwitz. Dalla descrizione di quei luoghi, oggi completamente stravolti, Perec prende spunto per parlare del suo ultimo libro e per illustrare quello che sarà il suo progetto più grandioso: La vita istruzioni per l’uso. La Forrester sorride, ascolta, fa domande con voce cinguettante, non lo chiama né monsieur Perec, né Georges ma per intero: Georges Perec, dandogli del Voi (che è poi il Lei francese).
Ebbene, mai avrei pensato che una figura tutta delicatezza e femminilità potesse sfoderare gli artigli da leone in un pamphlet pieno di rabbia trattenuta, centottantasei paginette che sono una sorta di “j’accuse” moderno lanciato contro un’intera ideologia: l’ultraliberismo.
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La via della pace. M5S e altri
Ci vuole una strada larga, subito
Francesco Santoianni e Giulietto Chiesa
Un botta e risposta fra Francesco Santoianni e Giulietto Chiesa sulla questione ucraina, il tema della pace e le remore del Movimento Cinque Stelle
Carissimo Giulietto
C'ero anche io, ieri a Napoli, ad applaudire la tua splendida conferenza sull'Ucraina e sulla imminenza di una ancora più devastante guerra. Davvero splendida. Problemi di tempo, non sono potuto intervenire dal pubblico, per cui mi esprimo qui su una tua affermazione e cioè sul Movimento Cinque Stelle unica forza sulla quale potere costruire una mobilitazione contro la guerra. Credo di poter contraddirti con cognizione di causa in quanto, da anni - a differenza di tanti altri compagni che non vogliono "sporcarsi le mani" - stando nel Movimento Cinque Stelle, ho cercato di schiodarlo dal suo sostanziale immobilismo, tentando anche di coinvolgerlo in iniziative contro la guerra.
L'ultimo mio fallimento in ordine di tempo è stata la mobilitazione per Gaza che pure sembrava nel cuore di molti attivisti Cinque Stelle a giudicare dai loro innumerevoli post su Facebook.
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Operazione Bird dog
Maurizio Donato*
Le politiche di riduzione salariale, il ruolo delle valute, il rapporto tra UE e USA sono questioni di attualità eppure non nuove. La loro storia affonda le radici in un periodo lontano e terribile, quello della guerra. L’articolo che segue racconta – in forma sintetica e in parte narrativa – le vicende che portarono all’introduzione nella Germania occupata del nuovo marco tedesco.
***
Era da un pezzo che voleva chiederglielo, solo non sapeva come. Joe era – quasi – suo amico, appunto, quasi. E poi in certi casi non sai proprio come farle certe domande, o se farle, ma la curiosità era tanta, erano ore che scaricavano casse su casse.
Che razza di nomi, Bizonia, Trizonia. Era un anno e mezzo prima, poco dopo Natale del ‘47, che aveva sentito per la prima volta quei nomi assurdi, e adesso un ordine ancora più assurdo, e soprattutto segreto, segretissimo.
Solo in pochissimi conoscevano bene la faccenda, e uno di questi era effe gi. Ma io non lo conoscevo; sì, in teoria avrei potuto chiederglielo, ma mi era bastata la sua faccia quando uno dietro di me gli aveva domandato: “Cibo per cani, vero?”
Certo, quella scritta sulle casse faceva pensare ai cani, ma che cavolo, ventimila casse di cibo per cani, e in segreto, poi. Ah, non tornava; armi, sì armi, forse bombe.
Il francese, sì il francese qualcosa doveva sapere, magari più di qualcosa.
Sigaretta?
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Il nostro 11 settembre
Tra strategia della tensione e album di famiglia ritoccati
Gianni Fresu
L’11 di settembre è una data marchiata col sangue sul calendario, oggi tutti la associamo all’attacco alle torri gemelle, ma fino al 2001 era l’esempio più lampante di cosa fosse capace una politica folle come quella messa in atto dal Governo degli Stati Uniti d’America nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale. L’11 settembre del 1973 non è un unicum di questa storia, prima c’era stato il 31 marzo 1964 in Brasile, dopo il 24 marzo del 1976 in Argentina. Ma la “guerra sucia” non fu confinata agli esotici paesaggi dell’America Latina. Negli stessi anni e con la medesima regia, essa fu combattuta con uguale intensità anche in Italia e solo per un puro caso non celebriamo un nostro 11 settembre, in compenso nessuno di noi può dimenticare la data del 12 dicembre 1969.
La storia italiana del dopoguerra – con le limitazioni alla propria sovranità e l’interdizione ad una normale dialettica politica – è stata spesso interpretata alla luce del concetto di «democrazia bloccata». Tale concetto, in gran parte dei casi, è stato ricondotto esclusivamente ai condizionamenti imposti dal fronteggiarsi sul piano internazionale dei due blocchi contrapposti e alla conseguente articolazione interna di tale scontro, veicolata dai due grandi partiti di massa italiani: la DC e il PCI. Se tutto questo non può che trovare puntuale conferma sul piano storico, esso costituisce solo una parte, seppur quella predominante, delle cause di ingessatura democratica del paese.
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Contro i mastini di Silicon Valley
Evgeny Morozov
«L’economia della condivisione» più che un’alternativa ai colossi della Rete è la forma più innovativa dell’industria basata sull’acquisizione e vendita dei dati personali. Una parola d’ordine populista che trova un alleato negli studiosi che denunciano i pericoli allo sviluppo cognitivo rappresentati dalla tecnologia
Nel bagno connesso, lo spazzolino da denti interattivo lanciato quest’anno dalla società Oral-B (filiale del gruppo Procter&Gamble) è una star: interagisce senza fili con il nostro cellulare mentre, sullo schermo, un’applicazione segue secondo per secondo le fasi della pulizia dei denti e indica gli angoli della cavità orale che meriterebbero maggiore attenzione. Abbiamo strofinato con sufficiente vigore, passato il filo interdentale, raschiato la lingua, risciacquato il tutto?
Ma c’è di meglio.
Come spiega con fierezza il sito che gli è dedicato, lo spazzolino connesso trasforma il gesto di spazzolare i denti in un insieme di dati che si possono rendere in forma di grafico o comunicare ai professionisti del settore. Che sarà di questi dati, è ancora oggetto di dibattito: ne manterremo l’uso esclusivo? O saranno catturati dai dentisti professionisti e perfino venduti a compagnie di assicurazione? Si aggiungeranno alla montagna di informazioni già disponibili nel granaio di Facebook e Google?
L’improvvisa presa di coscienza che i dati personali registrati dal più banale degli elettrodomestici dallo spazzolino elettrico al frigorifero potrebbero trasformarsi in oro ha sollevato critiche alla logica portata avanti dai mastodonti della Silicon Valley.
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David Harvey e l’accumulazione per espropriazione
Qualche considerazione su un’espressione equivoca
di Miguel Mellino
1. L’accumulazione per espropriazione e il nuovo spirito del comando capitalistico
Negli ultimi anni, il concetto marxiano di “accumulazione originaria” è stato oggetto di un rinnovato dibattito (Perelman 2001; Glassman 2006; Bonefeld 2008; Mezzadra 2008; Van Der Linden 2010). Si tratta di uno degli sviluppi più stimolanti di un più ampio processo di ripensamento delle categorie analitiche indotto sia dalle trasformazioni avvenute nei modi dell’accumulazione del capitale globale sin dalla fine degli anni novanta, sia dall’emergere di nuove forme e movimenti di resistenza in tutto il mondo.
E’ innegabile che fenomeni come il progressivo divenire rendita del capitale; l’invasione americana dell’Afghanistan e dell’Iraq; l’emergere della Cina e complessivamente dei cosiddetti BRICS come motori “produttivi” dell’economia mondiale; il boom dell’agrobusiness e del capitalismo “estrattivo” in molti dei paesi dell’ex Terzo mondo e dell’Est Europa; il fenomeno di una precarietà e/o disoccupazione di massa sempre più strutturale; il progressivo indebitamento dei ceti medi occidentali e non solo; la crisi economica che dal 2007 stringe nella propria morsa buona parte dei centri nevralgici dell’attuale capitale globale, così come la provocatoria determinazione dell’amministrazione Obama e dell’UE a perseverare nelle politiche neoliberiste di aggiustamento e di austerity degli ultimi vent’anni;
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Obama «l’inetto», perso il controllo, scatena una guerra
di Lucio Manisco
Accusato di inettitudine in patria, Obama rischia di perdere il controllo del Congresso. Il governatore del Texas dice che i terroristi possono essere già arrivati nel suo Stato. E così dichiara una nuova guerra al terrorismo. E l’Italia che fa? Si accoda. Anche se non si sa come
Gravitas, brevitas, l’eco ricorrente della «Cartago delenda» di Catone, anzi del «we shall fight on the beaches» di Winston Churchill ai Comuni contro la Germania nazista: così Barack Obama nel discorso di mercoledì notte alla nazione ed al mondo ha dichiarato guerra all’Isil, la quarta guerra in trent’anni al terrorismo in Medio Oriente.
Gli Stati Uniti non daranno tregua al barbarico califfato, lo frantumeranno e poi lo distruggeranno In Iraq, in Siria, nello Yemen, in Somalia ed in altre parti del mondo per tutelare la sicurezza del popolo americano. Come? Il Capo dell’Esecutivo non è entrato nei dettagli che arriveranno dopo, ma ha delineato strategia e traguardi di una guerra ad oltranza che si protrarrà oltre i due anni del suo rimanente mandato alla Casa Bianca: estensione dei bombardamenti aerei in corso – droni, F-16 e forsanco B-52 – sull’Iraq e sulla Siria, massicce forniture di nuove armi pesanti all’esercito iracheno e l’arsenale delle democrazie darà man forte anche alle forze irregolari curde (checché ne dica il nuovo governo di Baghdad).
Nessun «boot on the ground» a stelle e strisce, ma il contingente di consiglieri, istruttori e addetti alla Intelligence degli Stati Uniti salirà da 1.200 a 1.775. Le truppe di terra verranno fornite da una formidabile coalizione di quaranta Paesi, dieci europei, tra i quali l’Italia. Il tutto al costo di cinquecento milioni di dollari che incrementeranno un bilancio della Difesa più alto del totale di tutti gli altri bilanci della Difesa di Paesi avversari o amici nel resto del mondo.
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Crocifissioni riprese dallo smartphone
Antropologia politica di Isis
di Nique la Police
Già da diverse settimane ci chiedevamo in redazione cosa fosse Isis. Nel frattempo, oltre alla proclamazione dello stato islamico, piovevano immagini di esecuzioni, di decapitazioni, di feroci conflitti tra Siria ed Iraq. Questo articolo, che poi verrà rielaborato in forma di saggio e riversato sul sito academia.edu, cerca di rispondere a diverse domande su Isis al di là della contingenza giornalistica. Il lavoro è diviso in due sezioni. La prima, (Immagine, antropologia e politica di Isis) cerca di fissare delle categorie analitiche di lettura all'interno del concetto di barbaro, di immagine, di antropologia del politico. La seconda (Fonti di Isis) si occupa di commentare alcune fonti selezionate, video e articoli, prodotte da Isis o che riguardano materiale che tratta questo argomento. L'uso della dizione "Isis" invece che di quella, più corretta di "Is" (Islamic State, stato islamico) è dovuto alla sua maggiore diffusione. E anche alla forte evocatività, dovuta all'omonimia con Isis, la divinità egizia che si narrava proveniente dall'oltretomba. Suggeriamo a chiunque sia interessato a studiare i video linkati di scaricarseli visto che i link cambiano velocemente. A volte anche in poche ore. Per cui per i link che risultano vuoti si consiglia di cercare nella memoria cache di Google. Il materiale che arriva a disposizione di chi legge è comunque significativo.
Redazione - 9 settembre 2014
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Commissione UE: vince di nuovo la Merkel
di Leonardo Mazzei
Mentre l'Istat dà i numeri del nuovo Pil all'europea, Juncker dà i nomi di chi vigilerà sull'ortodossia austeritaria
Giornate di numeri per l'Europa. Ma anche di nomine. Ieri l'Istat ha sfornato il suo primo compitino per abbellire i conti. Altri ne seguiranno a breve. Oggi è toccato invece a Juncker l'annuncio della composizione dell'esecutivo dell'UE. Occhi puntati sul commissario agli Affari Economici, in pratica il successore del mitico Olli Rehn. Come previsto, sulla ruota di Bruxelles è uscito il nome del francese Pierre Moscovici, che avrà però due supervisori: il ben noto Jyrki Katainen, ed il meno conosciuto ma altrettanto "fidato" (per Frau Merkel, ovviamente) Valid Dombrovskis.
Che relazione c'è tra la notizia della "rivalutazione" del Pil e le nomine europee? In un certo senso nessuna: si tratta di due adempimenti già previsti da tempo, privi di ogni legame diretto od indiretto. Eppure, se ci pensiamo un legame c'è. Ed è quello che spesso tiene insieme sostanza ed apparenza delle cose.
La revisione nominale del Pil, che ovviamente non sposta di una virgola i dati della crisi, quelli della disoccupazione, eccetera, serve a dare un po' d'ossigeno ai decisori politici - illuminante, oltre che patetico, è il caso italiano, immortalato dalle furberie di quart'ordine di un Renzi -, mentre i nomi di Juncker servono a chiarire che la direzione di marcia del mostro eurista non cambia. Appunto, da una parte le apparenze, dall'altra la sostanza.
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Sulla crisi della democrazia
Un contributo alla critica del regime democratico
Sebastiano Isaia
Quanto più il singolo diventa impotente, tanto più si restringe la giurisdizione della coscienza. La coscienza regredisce (M. Horkheimer, Potere e coscienza).
Leggo da Il Post del 5 marzo 2014: «La “crisi della democrazia” è un tema che negli ultimi tempi è sempre più frequente nelle discussioni sullo stato del mondo e dei suoi paesi, ma anche sempre più banalizzato: una specie di modo di dire che spiega ogni cosa senza spiegare niente». Cercherò, nel modo più stringato possibile, di chiarire il mio punto di vista sul concetto di democrazia e sulla sua prassi, cosicché si possa capire da quale prospettiva approccio il tema in questione, il quale è ormai diventato una sorta di tormentone che ricorda molto da vicino, almeno a chi scrive, un altro evergreen tematico italiano: la crisi del cinema.
Gli intellettuali e i politici antiliberisti (statalisti) di “sinistra” e di “destra” fanno risalire l’attuale «crisi della democrazia» alla seconda metà degli anni Settanta del secolo scorso; essi insomma mettono tale fenomeno in una relazione di causa-effetto con la cosiddetta «controrivoluzione neoliberista» che porta i famigerati nomi di Margaret Thatcher e Ronald Reagan. La potente accelerazione del processo di globalizzazione alla fine degli anni Ottanta (crisi della sovranità nazionale, dominio della finanza sulla cosiddetta economia reale) e la crisi economica internazionale che travaglia l’Occidente (soprattutto il Vecchio Continente) dalla fine del 2007 avrebbero poi rafforzato tanto le cause quanto i sintomi di questa crisi, rendendola per certi versi permanente – strutturale.
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Renzi sta sbagliando tutto
Lucia Bigozzi intervista Antonio Maria Rinaldi
Analisi lucida ma impietosa sul Renzi-chef economico in versione Porta a Porta, con una sintesi estrema: “Siamo in un vicolo cieco”. Nella conversazione con Intelligonews, il professor Antonio Maria Rinaldi, economista e docente di Economia internazionale all’Università di Chieti-Pescara, svela tutti i nodi che Renzi non ha sciolto. E non solo…
Qual è la risposta dell’economista Rinaldi alla ricetta anti-crisi di Renzi declinata a Porta a Porta?
Non so da dove cominciare… Facciamo un po’ di chiarezza. Ormai Renzi ci ha abituato a forti annunci poi non supportati da fatti concreti. Anche questo è un modo di fare politica, ma in questo momento in Italia servono cose concrete. Non capisco un aspetto tra i tanti che mi lasciano perplesso.
Quale?
Posto che Renzi non è un economista, spero si avvalga della collaborazione e della consulenza di persone che hanno dimestichezza economica. Ecco, non capisco come mai non gli abbiano fatto comprendere in maniera precisa che tutti questi annunci sulla creazione di posti di lavoro come nel caso dei 150mila precari della scuola, non trovano un riscontro oggettivo nella pratica perché impongono di reperire adeguate coperture finanziarie e, oltretutto, non tornano rispetto alle dichiarazioni dello stesso presidente del Consiglio che non più di 48 ore fa ha confermato il blocco dei rinnovi contrattuali per il pubblico impiego perché non ci sono risorse. È oltremodo strano che il fatto che si annunci una riduzione del costo del lavoro. Vorrei che Renzi rispondesse a una mia domanda…
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Algoritmi del capitale
Matteo Pasquinelli
Sta per uscire Algoritmi del capitale. Accelerazionismo, macchine della conoscenza e autonomia del comune (Ombre corte, 2014), a cura di Matteo Pasquinelli. Il libro raccoglie i contributi di Franco Berardi "Bifo", Mercedes Bunz, Nick Dyer-Witheford, Stefano Harney, Christian Marazzi, Antonio Negri, Matteo Pasquinelli, Nick Srnicek, Tiziana Terranova, Carlo Vercellone, Alex Williams.
La limousine di un miliardario non ancora trentenne procede lentamente per le strade di New York, tagliando l’orizzonte verticale delle torri del capitale finanziario.
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