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Cos'è destra, cos'è sinistra
di Fulvio Grimaldi
Infamoni curdi, Regeni e Fratelli Musulmani, Marò, Albertazzi, Berlinguer-Ingrao-Iotti, varie ed eventuali...

Tutti noi ce la prendiamo con la Storia
ma io dico che la colpa è nostra
è evidente che la gente è poco seria
quando parla di sinistra o destra. (Giorgio Gaber “E pensare che c’era il pensiero”, 1991)
Una nazione di fucilatori ed eroi
Tutti a festeggiare il rientro dei marò dall’India. Eroi baciati a destra e sinistra. Noi festeggeremo quando constateremo, dopo cinquant’anni, che hanno smesso di fucilare poveretti inermi per conto di padroni privati a cui lo Stato li aveva affittati. E, soprattutto, quando a mogli, madri, padri e figli di due pescatori, nei quali solo energumeni certi di immunità potevano fingere di aver visto dei pirati, avranno avuto giustizia. E non da una magistratura dell’Aja di cui si sa chi serve, come la Corte Internazionale di Giustizia, che processa solo gente con la pelle scura, o come Il Tribunale dell’Aja per la Jugoslavia, che ammazza gli imputati di cui non riesce a provare la colpa. Intanto alla Pinotti, nel bacio a Girone, gli rimanga in bocca il sapore di un morto ammazzato.
Su Albertazzi i vermi prima ancora di essere sepolto
Con Giorgio Albertazzi è morto un grandissimo attore, a 92 anni, sul palcoscenico, da Adriano imperatore. Un uomo che ha cosparso la Terra di conoscenza, cultura, poesia, verità.
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Le pillole azzurre del capitale
di Cristina Morini
Una lettura del libro di Federico Chicchi, Emanuele Leonardi e Stefano Lucarelli Logiche dello sfruttamento. Oltre la dissoluzione del rapporto salariale (Ombre Corte, pag. 126, 12 euro)
L’algoritmo definitivo del futuro, ovvero la produzione di predizioni che ci riguardano distillate da informazioni sulla nostra esistenza raccolte attraverso la rete, sta lì, acquattato nelle varie infomacchine digitali che usiamo. “Saprà tutto quello che siamo riusciti a insegnargli sulla vita umana” rappresentando “uno strumento di introspezione fantastico: uno specchio, uno specchio digitale, uno specchio capace di prendere vita”[1]. Secondo alcuni frontiera del biopotere foucoltiano, si configura come un lavoro invisibile che, utilizzando le determinazioni che vengono dai nostri dati e percorsi online, si propone prossimamente di afferrare i pensieri che abitano gli arcipelaghi preconsci, non ancora affiorati alla consapevolezza in forma di desiderio compiuto o immaginazione: “l’accelerazione infosferica porta, per così dire, l’inconscio alla superficie della relazione sociale contemporanea”[2], seguendo le parole di Franco Berardi. Futuro della macchina che evoca e genera un processo di inveramento delle idee, prova a materializzarle e a indirizzarle commercialmente per trarne profitti e ottenere “individui liberi ma condizionati” (l’accento sta sull’avversativo). Nel frattempo, Kenneth Griffin di Citadel e James Simons di Renaissance Technologies hanno raggiunto l’apice della classifica 2015 dei gestori hedge found proprio utilizzando strategie algoritmiche elaborate dai computer, con guadagni di 1,7 miliardi di dollari ciascuno e rendimenti intorno al 15 per cento.
Così, insomma, scopriamo vivendo che le previsioni sulla redditività e il potere di controllarle sono il vero valore nell’economia finanziarizzata contemporanea: “il valore del capitale immateriale è essenzialmente una finzione borsistica”[3], aveva sottolineato André Gorz.
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L'evoluzione della teoria di Darwin
di Pierluigi Fagan
La sopravvivenza del più adatto, questa è la sintesi che condensò l’intuizione e la successiva teoria su essa basata di Charles Darwin. Non è, nello specifico, una frase di Darwin ovvero non fu Darwin a dare questa sintesi, essa quindi è una ricezione, come venne recepito il discorso del naturalista. Queste ricezioni, dovendo sussumere tanto in poco (l’Origine delle specie è abbastanza voluminoso e l’argomento di cui tratta è complesso ed originariamente poco determinato nello specifico), fanno scelte linguistiche che vengono operate da mentalità orientate epistemicamente, a loro volta orientate a comunicare qualcosa ad altre menti epistemicamente orientate secondo i codici vigenti in una data epoca.
Cosa succede se pluralizziamo la frase se cioè il condensato del pensiero darwiniano diventasse “la sopravvivenza dei più adatti”? Apparentemente poco ma in realtà, invece, si crea subito una scena diversa. In questa scena non c’è più l’Uno contro Tutti ma i Molti. Questi Molti poi potrebbero ben essere in competizione tra loro e con Altri per sopravvivere ma anche in competizione con Altro. Questo “altro” sarebbe l’impersonale fronte naturale, l’ambiente, il contesto in cui ogni situazione biologica è di sua natura posta. In effetti, il registro naturale che è ciò che affascinava Darwin, è spesso il venirsi a creare di progressivi affinamenti di organi o di prestazioni di organismi, relativamente al loro ambiente. La gran parte di queste caratteristiche fenotipiche, non sono volte alla competizione inter-individuale ma alla fitness con l’ambiente. Del resto, Darwin titolò la sua opera al plurale, parlò delle” specie” e terminò il volume con la famosa dichiarazione di meraviglia per questo bellissimo e complesso spettacolo delle diversità biologiche, un vero inno all’autocreazione del Molteplice[1] che è la “vita”. L’essenza dell’intuizione di Darwin sembra proprio essere il come la relazione con l’ambiente modelli le varie specie.
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Da Keynes a Gramsci
Il filo della pace impossibile nell'internazionalismo dei mercati
di Quarantotto
Nozioni elementari, un tempo note e oggi del tutto dimenticate (nell'insegnamento scolastico e specialmente nelle Università):
1. C'è un articolo di Keynes assurto ormai a rinnovata fama, almeno nel recente, e non casuale, dibattito attuale legato a globalizzazione e federalismo liberoscambista imperniato sull'euro: "National Self-Sufficiency", originato da una conferenza tenutasi all'Università di Dublino il 19 aprile 1933, e pubblicato in varie riviste economiche anglosassoni e anche italiane (in Italia, nel 1933 e nel 1936, con il titolo "aggiustato" di "Autarchia economica", non si sa se dovuto al traduttore o alla "diplomazia" dello stesso Keynes; cfr; la ripubblicazione dell'articolo stesso nel libro J.M.Keynes "Come uscire dalla crisi", raccolta di scritti a cura di Pierluigi Sabbatini, pagg.93 e seguenti; sul punto del titolo italianizzato, v.nota * alla stessa pag.93).
L'articolo non risulta disponibile in rete nella sua versione integrale e per la citazione di vari ulteriori brani rinviamo, ex multis, a questa fonte.
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Anime elettriche, corpi digitali
Linee di fuga e tattiche di resistenza nella gabbia 2.0
di Marco Dotti
Attivo dal 2005, il collettivo di mediattivisti e ricercatori Ippolita è tra le voci più acute e critiche della rete. Hacker libertari, hanno da poco pubblicato un lavoro, "Anime elettriche", in cui ci mostrano il "dietro le quinte" della società del controllo. Li abbiamo incontrati
«A cosa stai pensando?», recita il celebre form di inserimento di Facebook. La confessione è uno dei più potenti dispositivi di manipolazione e colonizzazione dell'immaginario messi in campo dal web 2.0. Nell'illusione di divertirci, incontrarci, conoscersi o di promuovere i nostri progetti, lavoriamo per l'espansione di un mercato relazionale che mescola pratiche narcisistiche e pornografia emotiva. È la servitù volontaria che ci consegna a quella che il collettivo haker Ippolita, che abbiamo incontrato, chiama l'algocrazia, un un esperimento socio-economico e culturale incardinato su algoritmi. Perché i "social" commerciali sono macchine. Macchine per formare soggetti oltre che strumenti per disegnare e profilare caratteri. In ogni caso, spiega Ippolita, «si tratta di sistemi di apprendimento basati sull’addestramento tramite risposte indotte, per creare automatismi performativi».
Poco imposta se la si chiama economia delle identità o comportamentale, economia della condivisione o del dono, osserva Ippolita in Anime elettriche, da pochi giorni il libreria per i tipi di Jaca Book. Al centro della questione - ed è una questione capitale - c'è sempre e comunque un problema: il tentativo di «estrarre valore economico dalla capacità umana di incontrarsi, comunicare, mostrarsi, generare senso e articolare la complessità dei legami sociali».
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Modernità in chiaroscuro
Splendori e miserie dei diritti umani
di Alessandra Ciattini
In un'interessante lezione Federico Martino ha ricostruito la storia dei diritti umani, mostrando la stretta relazione che essi intrattengono con l'individualismo occidentale e con il costituirsi della borghesia. Tale legame di classe ostacola però la loro efficace applicazione
Il passato 6 maggio Federico Martino, storico del diritto e professore emerito dell'Università di Messina, ha tenuto un'interessante lezione sui diritti umani, il cui titolo coincide con quello del presente articolo. La lezione è stata tenuta nell'ambito del corso di Antropologia culturale, disciplina il cui oggetto precipuo è rappresentato dallo studio delle differenze tra le forme di vita sociale che si sono succedute nella storia e che coesistono nella società contemporanea, sia pure ormai inserite in un unico sistema politico-economico profondamente conflittuale. In ambito antropologico l'indagine sulle differenze è sempre accompagnata dalla riflessione sulla possibilità di individuare un denominatore comune che possa fungere da elemento di raccordo tra le diversità che, in seguito ai processi migratori degli ultimi decenni, costellano la nostra vita quotidiana.
Federico Martino ha esordito indicando quali erano i presupposti metodologici a cui si richiamava per illustrare sia pure rapidamente la storia di tali principi fondativi della nostra forma di organizzazione sociale, rimarcando al contempo le criticità che sono strettamente connesse alla loro applicazione, assai spesso ispirata alla volontà di ingerenza ed espansione.
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Ancora sull’Helicopter Money
Money Rain o Money in a Bottle? Ovvero, Prince o i Police?
di Amedeo Di Maio e Ugo Marani*
I richiami alla teoria economica al tempo delle crisi paiono talora imprevedibili e fantasiosi; oggi, tanto per fare un esempio, il superamento di una recessione internazionale che si approssima al decennio di vita viene ipotizzato tramite il varo di misure del tutto radicali, così tanto da superare il pensiero keynesiano e approdare, come per incanto, al suo più tenace oppositore, Milton Friedman.
Paradosso di certo: si scava nel pensiero del più ostinato critico delle politiche keynesiane, anche quando il monetarismo sembra caduto in disgrazia, e si arriva, nel massimo del radicalismo corrente, a resuscitare l’immagine dell’elicottero che, volando sopra di noi, elargisce, per conto della banca centrale, moneta legale ai cittadini di un’economia depressa e afflitta da disoccupazione involontaria.
Supponiamo adesso che un giorno un elicottero sorvoli questa comunità e lanci 1000 dollari dal cielo, che, ovviamente, verrebbero frettolosamente raccolti dai membri della comunità. (Friedman, 1969).
L’intento della provocazione di Friedman in questo passo oggigiorno frequentemente ripreso dalla pubblicistica, specializzata e non, era molteplice:
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Da Occupy Wall Street a Bernie Sanders
Carlo Formenti
Il 26 maggio Jaca Book manda in libreria Un outsider alla Casa Bianca, l’autobiografia politica di Bernie Sanders, scritta con Huck Gutman (282 pp., euro 18). L’edizione italiana è accompagnata da un testo di Marco D’Eramo e dalla postfazione di Carlo Formenti, che proponiamo qui per gentile concessione dell’editore
Bernie Sanders è un populista? Sicuramente si autodefinisce tale (in più occasioni ha dichiarato «sono socialista e populista»). Rivendicazione che suona male alle orecchie di una sinistra europea che, pur se simpatizza per lui, è abituata ad associare il populismo ai movimenti nazionalisti e xenofobi di casa propria (nemmeno l’esordio sullo scenario europeo di movimenti come Podemos è riuscito a scalzare del tutto tale pregiudizio). E ancor più suona male sulle pagine dei big media americani, i quali, unanimemente schierati con i candidati «ufficiali» dei due grandi partiti tradizionali, Democratici e Repubblicani, associano Sanders a Donald Trump – l’uomo che sfida l’ establishment repubblicano come Sanders sfida quello democratico – considerando entrambi espressione di un fenomeno politico che, soprattutto se uno di loro dovesse vincere la corsa presidenziale, minaccia di sovvertire gli equilibri della società, dell’economia e del sistema politico americani. Ma Sanders e Trump si somigliano davvero (politicamente parlando, visto che, in quanto individui, non potrebbero essere più diversi)? E ancora: il populismo rappresenta davvero una minaccia per la democrazia? Proviamo ad abbozzare qualche risposta a partire dal secondo interrogativo.
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Dov'è il comunismo?
Profitto, plusvalore, guadagno e ricchezza reale
Gianfranco Pala
È il caso di rammentare sùbito – onde evitare tanti equivoci nati da una lettura troppo affezionatamente ammiratrice di Marx – che lui quando coniò il titolo del futuro iv libro storico del Capitale <“Teorie sul plusvalore”> lo pensò unicamente in quanto rivolto alla ricerca, del tutto tralasciata o ignorata dagli economisti borghesi (classici e volgari), dell’“origine sociale del profitto” —— ovvero del guadagno dell’imprenditore [proprietario privato] capitalista in sèguito allo scambio contro denaro di merci ottenute entro quello specifico modo di produzione. Ma devono essere chiare due questioni, sia che: 1) questa particolare analisi è circoscritta soltanto al modo di produzione e circolazione della merce capitalistica (dove c’è valore e plusvalore); 2) un qualsiasi proprietario privato, in altri modi di produzione (per ora solo precedenti, i <futuri> per la loro significazione sono ineffabili), può trasformare il mero denaro che possiede, in qualsiasi altro oggetto che desideri o trarne eventualmente un vantaggio monetario. Tuttavia unicamente la rappresentazione del capitale in denaro diviene tale solo e soltanto se esso denaro\capitale è funzionalmente legato a comprare come merce la forza-lavoro altrui per valorizzarsi: ma un vantaggioso guadagno monetario [che gli agenti e i contabili del capitale denotano come “profitto” – e per Marx il tasso del profitto ha cause empiriche e forme diverse dal tasso di plusvalore che pure lo determina concettualmente] si può ottenere in tanti modi diversi dall’uso funzionale della forza-lavoro altrui non pagata, cioè dall’aver trasformato quel <denaro in quanto tale> in capitale per far produrre plusvalore mediante pluslavoro.
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Anamorfosi dello Stato. La gestione dell’ordine in Europa
Salvatore Palidda
Le pratiche adottate dalla polizia francese negli ultimi mesi, e in particolare fra la fine d’aprile e il 18 maggio, hanno scioccato la maggioranza dei manifestanti pacifici e provocato danni e ferite a molti di loro. Il 17 maggio la polizia ha inscenato manifestazioni di protesta contro le violenze anti-flics e il 18 i servizi d’ordine dei sindacati hanno picchiato duramente alcuni cosiddetti casseurs. Le testimonianze e i dibattiti su questi fatti sono numerosi (si vedano i reportage di Médiapart, qualche tv e anche di «Le Monde» e «Libération»)1 . Manca però una riflessione più approfondita e anche una prospettiva comparativa con fatti simili riscontrati, su un periodo più lungo, in altri paesi sedicenti democratici2 .
I fatti
Indurimento, deriva e deregolamentazione incontrollati, involuzione violenta: definizioni come queste, adottate da diversi commentatori delle recenti pratiche poliziesche, indicano che si sarebbe di fronte a un cambiamento inatteso. Tali fatti sono avvenuti nella congiuntura della scelta del governo d’imporre la legge El Khomri di riforma delle norme che regolano i rapporti di lavoro (una sorta di job act), manifestamente ispirata alla logica liberista. I capi dello Stato e del Governo, François Hollande e Manuel Valls, hanno affermato con fermezza di voler escludere qualsiasi negoziazione con i parlamentari «dissidenti» e con sindacati e scioperanti.
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Il debito pubblico italiano: fardello insostenibile o esempio di virtù?
di Marco Rotili
Il debito italiano. Introduzione
Da ormai oltre un trentennio, quanto meno dalla famigerata intervista su “La Repubblica” ad Enrico Berlinguer nel 1981 (tema all’ordine del giorno “la questione morale”), il debito pubblico italiano è elemento centrale del nostro dibattito politico. Ma se al tempo del Berlinguer “moralizzatore” e del pentapartito “spendaccione” (visione ovviamente partigiana e non rispondente pienamente al vero, come vedremo), i termini della questione si ponevano rispetto all’esigenza di una maggiore sobrietà dei costumi e di legalità degli atti/fatti dell’azione amministrativa, dall’inizio degli anni ’90, con l’introduzione dei parametri di Maastricht, il dibattito è gioco forza sceso dall’ambito teorico, per arrivare a porsi come “problema all’ordine del giorno”.
Diciamo che l’eccesso di debito pubblico ha condizionato, attraverso la teoria del “vincolo esterno”, molte (se non la maggior parte) delle nostre scelte di politica economica nazionale. E obiettivamente i parametri di contabilità nazionale hanno sempre fatto apparire il nostro paese come la “pecora nera” all’interno dell’Unione Europea, con un debito pubblico estremamente elevato (ben oltre il 100% del Pil dal 1992, con picchi odierni sino al 132%) nonché poco sostenibile (il disavanzo si è mantenuto oltre il 7% del Pil sino al 1997, per poi attestarsi, in media, nell’intorno del 3%).
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Uscire dall'Euro?
Domenico Moro
L'analisi di quanto accaduto a partire dall'introduzione dell'euro e soprattutto dallo scoppio della crisi nel 2007-2008 dimostra la necessità di mettere a tema la disgregazione dell'area euro. Su questo bisogna fare due precisazioni. La prima è che l'obiettivo primario deve essere la Uem (Unione economica e monetaria) e non la Ue nel suo complesso. Nonostante la Ue sia una istituzione tutt'altro che neutrale dal punto di vista di classe e funzionale alle istanze del capitale, è l'euro lo strumento attraverso cui passa la ristrutturazione capitalistica a livello continentale. Senza di esso il capitale perderebbe gran parte della sua capacità di imporre politiche antipopolari e alla Ue mancherebbe il braccio operativo. La seconda è che il nostro primo compito consiste nel chiarire la necessità della disgregazione dell'area euro. Il come questo debba avvenire è importante, ma è successivo. La disgregazione dall'euro può avvenire in modi diversi: per mutua decisione di tutti i Paesi partecipanti, oppure per decisione unilaterale di uno o di più Paesi. La mia opinione è che l'uscita dall'euro anche unilaterale di uno o più Paesi non debba più essere considerata un tabù, bensì come una opzione praticabile e soprattutto necessaria. Tuttavia, il quando e il come ciò possa avvenire non è indifferente, ed è legato alle condizioni del contesto generale e della lotta di classe, sebbene già oggi, come accennerò più avanti, sia necessario inserire l'uscita dall'euro in una elaborazione programmatica più complessiva.
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Nel ground zero della Politica
Benedetto Vecchi
«Non ti riconosco», un viaggio nella crisi del «made in Italy» a firma di Marco Revelli per Einaudi. Un libro sulla fine della grande fabbrica e dei distretti industriali, orfani di qualsiasi progetto di liberazione sociale
Un lungo viaggio per l’Italia, facendo tappa nelle città, le regioni, i luoghi che ne hanno scandito la storia nel lungo Novecento. È quanto fa Marco Revelli nel volume Non ti riconosco (Einaudi, pp. 250, euro 20). Il punto di partenza non poteva che essere Torino, la città operaia per eccellenza che Revelli conosce benissimo. Lì è cresciuto come intellettuale, lì è cresciuto politicamente. A questa company town ha dedicato altri libri e innumerevoli di articoli e saggi. Torino era il luogo di un modello di società da cambiare per costruire una «città futura». Non è andata così, come è noto.
Torino è diventata il ground zero del Novecento italiano. Di quella classe operaia che ha incendiato le menti di molti militanti ci sono solo flebili tracce, il resto sono aree dismesse, terreni inquinati, rottami, ruggine e una immensa sequenza di templi del consumo che ne hanno ridisegnato la geografia, anche sociale. Il centro storico è stato però ripulito, rimesso a nuovo; i sindaci che si sono succeduti negli ultimi dieci, venti anni hanno solo accompagnato l’approfondirsi della sua morte come città simbolo dell’Italia industriale. Alcuni con pragmatismo, altri con complice subalternità ai piani della Fiat di abbandonare la città per proiettarsi sul palcoscenico impalpabile della finanza. Come in tanti altri luoghi, gli operai cacciati dalla fabbrica non hanno avuto altra alternativa che sopravvivere alla lenta, ma progressiva desertificazione sociale; l’élite invece si è «deterritorializzata», recidendo i suoi legami con il territorio, altra parola magica che tutto dice per non affermare nulla.
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Si può arginare l'uso capitalistico del digitale?
Necessaria una rivoluzione nel nostro modo di pensare
Intervista a Sergio Bellucci
Quali sono le ripercussioni della rivoluzione digitale del XXI secolo incombenti sull’ assetto sociale e politico europeo?
Il digitale rappresenta più che una rivoluzione, rappresenta un passaggio di paradigma. Per alcuni versi è molto più profondo di qualsiasi cambiamento sociale, culturale ed economico concepibile da un’idea politica. Dall’altro sembra che possa riproporre una dialettica tra le classi. Ma di nuova generazione. Oggi se il digitale resta confinato, egemonizzato dal capitalismo globale e a dimensione planetaria, rischia di produrre una società suddivisa tra pochissimi ricchi e tantissimi poveri, tra una piccola parte di sfruttatori e una massa sterminata di sfruttati. La metafora creata da Occupy Wall Street è la più efficace: l’1% contro il 99% del mondo.
Quali cambiamenti ha apportato sulla nostra società e sullo scenario politico?
È cambiata la forma della socializzazione. Quando cambia la natura e la modalità con le quali gli umani si scambiano le relazioni, cambia tutto. E la politica non può restare al palo, pena la propria decadenza, la propria marginalità, la messa in fuori gioco. Ma non è solo un problema dei partiti. Anche le istituzioni, le forme codificate tra l’Ottocento e il Novecento delle nostre democrazie sono investite da nuove domande, da nuove richieste di partecipazione e di decisione.
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La teoria marxiana del valore. Le confutazioni
di Ascanio Bernardeschi
Se si legge Marx con le lenti di Ricardo, la sua teoria appare contraddittoria. Occorre invece avere chiara la sua netta rottura con l'economia classica
La difficoltà o l'impossibilità di misurare gli oggetti non implica che essi non esistano o che non siano regolati da determinate leggi. Nella meccanica quantistica, per esempio, secondo il principio di indeterminazione di Heisenberg, è impossibile misurare con precisione, nello stesso istante, sia la posizione che la velocità di una particella. Però la teoria di Marx è stata criticata per via della difficoltà di misurare il lavoro sociale necessario a produrre una merce oppure di stabilire a quanto tempo di lavoro semplice corrisponde un'ora di un lavoro complesso, maggiormente specializzato. È agevole rispondere che per Marx è il mercato a stabilire il tempo lavoro necessario a produrre una merce. Se la misura immanente del valore è il tempo di lavoro, quella “fenomenica esterna” è il denaro, quale rappresentante di ricchezza astratta e quindi di un certo tempo di lavoro. È il mercato che verifica se e in che misura il lavoro prestato è lavoro socialmente necessario. Così pure, Marx non si è mai sognato di cercare di risolvere il “puzzle” [1] della riduzione del lavoro complesso a lavoro semplice, limitandosi casomai a indicare come ciò sia possibile in via teorica. Anche nei suoi esempi numerici, ha quasi sempre utilizzato il denaro come misura del valore. La sua teoria non serve a determinare in vitro il valore delle merci, ma a scoprire le leggi di movimento del modo di produzione capitalistico e metterne a nudo le contraddizioni. Essa deve essere valutata sulla base della sua capacità o meno di raggiungere questo obiettivo e naturalmente sulla base della sua coerenza interna.
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Le ragioni del no all'arretramento costituzionale*
di Domenico Gallo
Quali sono le ragioni della nostra critica alla Costituzione quale è stata riscritta dal governo, voluta da Renzi e propagandata dalla Boschi?
Innanzi tutto il metodo. La Costituzione non e’ un regolamento di condominio, non è una legge ordinaria, è qualcosa che si pone al confine tra la storia e il diritto; nella Costituzione entra il senso delle vicende storiche del Paese. La Costituzione del ’48 è l’espressione di una vicenda storica particolarmente dura per il nostro Paese. La Costituzione rappresenta cio’ che unisce gli italiani e li trasforma in una comunita’ in cui tutti si possano riconoscere e in cui tutti possano riconoscere di avere un destino comune. Quindi la Costituzione non è frutto di un indirizzo politico di maggioranza, non puo’ essere scritta da una fazione. In effetti la Costituzione fu approvata da un’Assemblea costituente eletta col metodo proporzionale, che rappresentava tutte le opzioni politico-culturali presenti nella societa’ italiana; il lavoro di questo corpo costituzionale fu portato a termine con un’approvazione quasi all’unanimita’; ci furono 453 voti su 515, quindi la stragrande maggioranza del popolo italiano approvo’ la Costituzione che adesso viene messa in questione.
L’attuale riforma è la piu’ vasta, la piu’ organica che sia stata mai proposta dal ’48 ad oggi, se si fa eccezione della riforma di Berlusconi che non è mai diventata legge perche’ fu bocciata nel referendum del 2006; quindi giustamente il nostro documento dice che questo disegno di legge sostituisce la Costituzione italiana con un’altra.
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Napoli fa 90!
A proposito di elezioni, lotta al Governo Renzi e futuro che ci attende
Premessa
In queste pagine vogliamo condividere la nostra lettura della fase economica e politica, esprimere il nostro punto di vista sulla prossima tornata amministrativa a Napoli, e sui compiti che ci attendono se vogliamo provare a contrastare la crisi e le politiche che da ormai otto anni ci stanno massacrando. Speriamo soprattutto che questo documento possa diventare la base di futuri confronti.
Prima di iniziare ci teniamo però a socializzare questa riflessione, una preoccupazione e una speranza che non ci fa dormire la notte.
I tempi che stiamo vivendo sono davvero eccezionali. Dal 2008 gran parte del mondo è in preda a una crisi economica epocale, la più grave di sempre. Le classi dominanti non hanno la minima idea di come uscire da questa crisi, perché per uscirne bisognerebbe toccare i loro profitti e le loro ricchezze, e non vogliono che questo accada. Non vogliono concederci nulla, anche perché sanno che la fame vien mangiando... Quindi restringono gli spazi di espressione, manganellano ogni protesta, ci fanno fare ulteriori sacrifici, tagliano servizi sociali, aumentano tasse, tolgono diritti.
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Da Napoli una via per la rottura della Ue
Italexit. Relazione introduttiva
di Giorgio Cremaschi
Sono convinto che in un futuro, speriamo più vicino possibile, ci si chiederà con compassione ed incredulità come sia stato possibile che le decisioni fondamentali del nostro paese, e di molti altri, siano state sottoposte al vaglio ed al giudizio meticoloso di controllori esterni. Come sia stato possibile che un parlamento eletto, seppure con un sistema truffaldino, abbia accettato di rinunciare alla sua sovranità per delegarla ad autorità esterne non elette da nessuno. E soprattutto ci si chiederà come sia stato possibile che le decisioni sul lavoro, sulle pensioni, sulla sanità, sulla scuola, sul sistema produttivo, sulle stesse regole democratiche, siano state prese in funzione del giudizio su di esse da parte di sconosciuti burocrati installati e Bruxelles dalla finanza, dalle banche, dal potere economico multinazionale. Ci si chiederà come sia stato possibile che le generazioni precedenti abbiano rinunciato a decidere sugli aspetti fondamentali della propria vita sociale, economica e politica, accettando il potere quasi assoluto di una entità astratta chiamata Europa. Entità astratta dietro la quale si sono nascosti gli interessi concreti delle élites economiche, delle classi più ricche e delle caste politiche e burocratiche di tutti paesi del continente. Tutte queste élites non avrebbero mai avuto la forza di imporre paese per paese, ognuna direttamente contro il proprio popolo, quella drammatica distruzione delle conquiste sociali e democratiche che oggi stiamo vivendo.
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Saggio medio del profitto e prezzo di produzione
di Giorgio Paolucci
Abbiamo deciso di ripubblicare l’articolo Saggio medio del profitto e prezzo di produzione perché in esso, al di là delle più recenti modificazioni capitalistiche e degli avvenimenti, spesso dolenti, della storia mondiale, l’analisi ivi espressa sulla «formazione del saggio medio di profitto in relazione al processo di formazione dei prezzi» resta più che valida, anzi, diremmo, operante: in primis tale articolo, edito sul numero 5 della IV serie della rivista «Prometeo» (settembre 1981), riproponendo la posizione di Marx con estrema esattezza e puntualità, funge da lettura propedeutica per chiunque volesse tentare una comprensione storica dei fenomeni della «concentrazione dei mezzi di produzione», «del fenomeno della caduta tendenziale del saggio di profitto», e di quella che, circa trenta anni fa, era già la «crescente espansione del dominio parassitario del capitale finanziario».
In contrasto con le tesi degli economisti liberali e dei corifei del capitale, i quali volevano utilizzare il terzo libro del Capitale per sminuire la teoria del valore-lavoro, i «rilievi critici» di Marx a Ricardo vengono riproposti in Saggio medio del profitto e prezzo di produzione per ribadire con chiarezza come la «formazione di un saggio del profitto implica che i prezzi delle merci differiscano dai loro valori». Un assunto di primaria importanza se si vuole concepire, con Marx, la realtà economica odierna, in cui la «forza imperialistica», esercitata da ognuno dei vari centri di potere della borghesia mondiale, viene utilizzata al fine di incidere sulla «ripartizione» del «plusvalore complessivo», cioè mondiale.
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L’economia sovietica: parabola di un capitalismo atipico
di Edoardo De Marchi
Presentazione
Come abbiamo scritto nel nostro primo editoriale, questo blog ospiterà e produrrà sia interventi sulla congiuntura politica, sia più ampie riflessioni sulla fase storica attuale, sia testi teorici di diversa lunghezza ma di apprezzabile densità. A quest’ultima categoria appartiene lo scritto che, estrapolandolo da un suo lavoro in progress, Edoardo De Marchi ha voluto predisporre proprio per Socialismo 2017. Si tratta di una interessante sintesi dell’intera esperienza economica sovietica, ispirata alle letture di Charles Bettelheim e Gianfranco la Grassa ma avente una propria autonoma direzione. Al di là degli accordi e dei dissensi, Socialismo 2017 sceglie o chiede testi che rimettano all’ordine del giorno la discussione sul socialismo e lo facciano con serietà teorica e culturale: si vedrà facilmente che il bel contributo di De Marchi corrisponde in pieno a questi requisiti.
EDOARDO DE MARCHI – Ha insegnato Storia nella secondaria superiore e discipline economiche presso l’Università di Venezia. Si è dedicato a studi relativi all’intreccio fra evoluzione dei paradigmi economici e trasformazioni del capitalismo, pubblicando vari testi su questi temi. Tra gli ultimi ricordiamo Verso un nuovo capitalismo , Unicopli 2007 (con G. La Grassa) e L’economia politica del capitalismo industriale, Unicopli 2011.
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L’incapacità di comprendere il presente: come criticare il M5S
di Militant
Molto, troppo, ha fatto discutere la nostra posizione pubblica riguardo alle prossime elezioni romane, svelando il solito nervo scoperto della sinistra residuale rispetto alle elezioni: da passaggio prettamente tattico vengono sempre affrontate con l’ansia da prestazione data dall’evento, a cui dare la massima rilevanza strategica sia nel caso dei votanti a prescindere sia nel campo dell’astensionismo purista. Niente di nuovo. L’ovvia marea di commenti ha però fatto emergere una questione a suo modo interessante, questa sì imprevista. Nel criticare giustamente le caratteristiche politiche del Movimento 5 Stelle, abbiamo scoperto che il Movimento di Grillo viene concepito nientemeno che partito “fascista” o addirittura “neofascista”.
La questione è di estremo interesse, perché la critica serrata ad un soggetto politico ha un suo valore se viene centrata, se cioè si hanno le capacità interpretative per comprendere i suoi limiti, il suo ruolo sociale, il paesaggio politico nel quale è inserito, le ragioni sociali della sua nascita e della sua forza. Una critica sconclusionata non interessa tanto l’aspetto teorico della vicenda, in questo caso marginale, ma inficia gli strumenti da predisporre per l’agire politico della sinistra nella società.
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Sfatiamo i luoghi comuni più popolari sulla guerra moderna
The Saker
Come sarebbe una guerra fra Russia e Stati Uniti?
Questa è la domanda che mi sento fare più di frequente. Questa è anche la domanda a cui sento dare le risposte più bizzarre e sbagliate. Mi sono già occupato della questione in passato e chi fosse interessato all’argomento può fare riferimento ai seguenti articoli:
- Ricordando le importanti lezioni della guerra fredda
- Cercando di dare un senso al martello da un miliardo di dollari di Obama
- Perché l’equilibrio nucleare russo-americano è più solido che mai
- Un breve ripasso sulle armi nucleari russe e americane
- L’equilibrio russo-americano in fatto di armi convenzionali
Non avrebbe senso ripetere nuovamente tutto in questa sede, perciò cercherò di affrontare il problema da un punto di vista differente, ma raccomando comunque caldamente a chi fosse interessato di trovare il tempo di leggere questi articoli che, anche se scritti per la maggior parte nel 2014 e nel 2015, sono tuttavia fondamentalmente ancora validi, sopratutto nella metodologia usata per affrontare il problema. Ciò che mi propongo di fare oggi è sfatare alcuni stereotipi popolari sulla guerra moderna in generale. La mia speranza è che, smentendoli, vi possa fornire qualche strumento per andare oltre tutte quelle stupidaggini che i media corporativi amano presentare come “analisi”.
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Il referendum, lo SCUORUM, e la guerra civile
di Alberto Bagnai
Premessa
Vorrei cominciare con una cosa che col titolo (già di per sé criptico per molti) apparentemente non c'entra nulla. Un grande classico, questo:
"Our export industries are suffering because they are the first to be asked to accept the 10 per cent reduction. If every one was accepting a similar reduction at the same time, the cost of living would fall, so that the lower money wage would represent nearly the same real wage as before. But, in fact, there is no machinery for effecting a simultaneous reduction. Deliberately to raise the value of sterling money in England means, therefore, engaging in a struggle with each separate group in turn, with no prospect that the final result will be fair, and no guarantee that the stronger groups will not gain at the expense of the weaker."
Che a beneficio dei diversamente familiari con la lingua dell'Impero potrei tradurre così:
"Le nostre imprese esportatrici stanno soffrendo perché sono le prime alle quali si chiede di accettare una riduzione del 10% [dei salari, NdC]. Se ognuno accettasse una simile riduzione allo stesso tempo, il costo della vita diminuirebbe [perché i prezzi diminuirebbero di altrettanto, NdC], e quindi un salario inferiore in termini monetari equivarrebbe più o meno allo stesso salario reale [potere d'acquisto, NdC] di prima. Ma, in effetti, non c'è alcun meccanismo che possa mettere in pratica una simile riduzione simultanea. In Inghilterra, innalzare deliberatamente il valore della sterlina significa, quindi, impegnarsi a lottare separatamente con ciascun gruppo di interessi, senza alcuna prospettiva che il risultato finale sia equo, né alcuna garanzia che il gruppo più forte non prevarrà a spese del più debole".
Inutile dire (a voi) che la stessa cosa si otterrebbe, in Italia, innalzando deliberatamente il valore della lira.
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Volo Egyptair, regolamento di conti ad alta quota
di Federico Dezzani
I cieli dell’Egitto, di questi tempi, sono più pericolosi del triangolo delle Bermude, soprattutto per gli aerei che transitano da uno scalo di un Paese alleato del presidente Abd Al-Sisi: il disastro del volo Egyptair MS804 presenta forti analogie con l’attentato al volo russo Metrojet 9268, perpetrato ufficialmente “dall’ISIS”. Il mezzo di trasporto, la tratta percorsa ed il momento della quasi certa esplosione sono vocaboli di un preciso lessico terroristico, con cui gli ambienti atlantici esprimono il loro disappunto per l’intraprendenza francese in Egitto ed Libia, in contrasto con gli interessi angloamericani. L’attentato denota un salto di qualità nel contesto internazionale, spostando la lotta per gli assetti mediorientali dentro al ristretto “patto di sindacato” della NATO.
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I parallelismi tra il volo Egyptair MS804 ed il Metrojet 9268
Appartiene agli anni ’50-’60, l’epoca dei primi voli commerciali transoceanici col puntuale scalo alle isole Azzorre, il mito del triangolo delle Bermude: era il tratto di oceano “maledetto” tra l’arcipelago delle Bermude, l’isola di Puerto Rico e la penisola della Florida, dove si narrava che aeroplani e navi scomparissero sovente nel nulla.
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Il fantasma di Deleuze in place de la République
di Julius (This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.)
«La differenza fra le persone comuni ed i professori universitari consiste nel fatto che questi ultimi sono arrivati all'ignoranza dopo lunghi e difficili studi.» (Oscar Wilde - Aforismi).
C'è qualcosa di profondamente corrotto nel regno del pensiero radicale alla francese. Non utilizzo il termine "corrotto" in senso morale, ma nel senso delle merci "andate a male" dal momento della loro produzione. Ovviamente, il fenomeno non attiene all'oggi e lo spettacolo politico-culturale che offre la place de la République ne è solo la manifestazione più recente. Nel supermercato delle ideologie che in quella piazza ha montato i suoi stand, il postmodernismo occupa il posto principale. In particolare il "deleuzismo", il quale, in maniera del tutto evidente, costituisce uno dei denominatori comuni al cittadinismo mille volte riciclato e aggiornato che regna ai piedi della statua della dea tutelare dello Stato esagonale, e che punteggia i discorsi dei politici alla moda, a cominciare da Lordon. Vista la mitologia favorevole che ha permesso di nobilitare il deleuzismo, di attribuirgli il titolo di pensiero sovversivo, e visto il ruolo che gioca attualmente, vale la pena di tornare brevemente sul percorso di Deleuze e dei suoi accoliti, senza pretendere esaustività ma mostrando quali sono state le sue prese di posizione durante i periodi chiave della storia con cui si sono confrontati. Deleuze fa parte di quei personaggi che, all'indomani del maggio 68, avevano la pretesa di essere dei filosofi impegnati in attività originali e di aprire dei percorsi di riflessione e di azione che andavano oltre i confini tracciati e bloccati dal militantismo tradizionale. Benché le sue prese di posizione non esauriscano la questione dell'analisi critica della sua "cassetta degli attrezzi" concettuale, le prime dipendono dalla seconda e in molti casi ne rivelano il senso. Cosa che i riciclatori di oggi preferiscono occultare.
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