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Quando l’occhio del potere si fa ossessione pop
di Marco Cubeddu
Who watches the Watchmen?
Quis custodiet ipsos custodes? «Chi sorveglierà i sorveglianti stessi?»
La formula, resa celebre dal fumetto (poi film) Watchmen, è di Giovenale, ma il concetto, già alla base delle ironiche riflessioni di Platone sull’assurdità che i custodi avessero a loro volta bisogno di custodi, si è recentemente imposto come tema cruciale anche nella cultura pop, tanto da essere affrontato nell’ultimo 007, Spectre, nel terzo episodio della saga di Batman di Cristopher Nolan, The dark knight rises, passando per il romanzo The Circle di Dave Eggers e il capitolo più recente del videogioco Call of duty.
Nei giorni in cui Apple, con il sostegno di Google, Facebook e Microsoft, lotta contro l’FBI per definire in tribunale i rispettivi diritti e doveri dopo lo scandalo sulla sorveglianza di massa delle comunicazioni da parte della NSA (National Security Agency) e la Cina annuncia lo sviluppo di un software per prevenire atti terroristici (e contestazioni governative?), la sorveglianza informatica diventa colonna portante di alcune tra le più riuscite e sofisticate narrazioni contemporanee: dall’ultimo romanzo di Jonathan Franzen, a serie televisive di grande successo come House of cards, Homeland e Mr.Robot.
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Nuit Debout, una lotta ri-costituente
Jamila Mascat
Il movimento francese contro il Jobs act di Valls e Hollande dilaga in tutto il paese. La protesta degli studenti e dei precari contro la riforma del lavoro El Khomri coinvolge i ferrovieri e i portuali. In migliaia restano nelle piazze fino a notte fonda. La polizia sgombera, il giorno dopo ricominciano le occupazioni. A due settimane dal gigantesco sciopero contro il governo socialista, gli orologi sono fermi. Oggi in Francia è il 46 marzo
A più di cinque settimane dal primo sciopero di protesta contro la riforma del lavoro, il 9 marzo, la Loi El Khomri sembra un effetto goffamente indesiderato. La legge di troppo, quella che ha fatto traboccare il vaso dell’insofferenza ed è riuscita a coagulare la rabbia delle vite precarie di giovani e lavoratori esposti ai contraccolpi della crisi economica e sottoposti da oltre cinque mesi alla cappa asfittica dello stato di emergenza. E infatti ni chair à patron, ni chair à matraque (non siamo carne da macello per le imprese né per i manganelli) è diventato il ritornello della protesta.
Se la difesa dello statuto dei lavoratori sotto attacco è il primo punto all’ordine del giorno, la posta in gioco della mobilitazione è ben altra. Al coordinamento nazionale degli studenti medi, che sabato e domenica si è riunito per la prima volta a Nanterre, c’è perfino chi suggerisce di votare la rivoluzione. Nelle assemblee universitarie (miste, non miste, di dipartimento e interfacoltà), che si susseguono e si moltiplicano a scadenze ravvicinate, il lavoro è in questione: si discute delle 32 ore, dei sussidi di disoccupazione, di basic income e organizzazione sindacale.
C’è chi perora la causa dei contratti a tempo indeterminato, chi dice “lavorare tutti/lavorare meno” e chi, come Selim, al quarto anno di filosofia alla Sorbona, di lavoro salariato non vuole sentire parlare perché andrebbe abolito.
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Dani Rodrik, “Ragioni e torti dell’economia”
di Alessandro Visalli
L’economista turco Dani Rodrik (questo il suo blog) è sicuramente una delle star del panorama economico internazionale, docente ad Harvard e autore del famoso “trilemma” sulla globalizzazione lanciato dal suo libro “La globalizzazione intelligente”, della quale avevamo fatto questa lettura. In questo libro tenta una complessa difesa della professione economica, anche se in una versione in cui sono avanzate più modeste assunzioni sulla capacità di conoscere il mondo “vero” attraverso i suoi strumenti.
La tesi essenziale è piuttosto semplice, in prima lettura: la realtà sociale (e quindi economica) non si può conoscere né prevedere, tuttavia per agire in modo razionale è necessario compiere con il giusto metodo e le corrette aspettative le semplificazioni e modellazioni che la disciplina organizza. La contraddizione si risolve, nella sua proposta, grazie al pluralismo. Precisamente al pluralismo dei modelli.
Questa prospettiva è molto interessante e promettente, ma non riesce a convincermi pienamente. L’economista “eterodosso” in troppi punti mi appare ancora legato da fili resistenti al paradigma neoclassico, ed al suo realismo ingenuo di derivazione neopositivista, e non riesce a trarre complete conclusioni dal suo “allentamento” di aspettative. Rodrik si dice vicino ad una prospettiva pragmatista (più propriamente “neo”) ma alcuni avvertimenti tipici della tradizione sono esercitati in modo credo troppo debole. L’abbandono dell’idea di Verità come corrispondenza ad una Realtà prestrutturata (o auto-strutturata), implicata nel neo-positivismo, in favore dell’inclusione del nostro contributo concettuale (che è sempre sociale e linguisticamente definito) che include sempre i criteri di verificazione e quelli di verità, porterebbe infatti in caso di coerente applicazione agli enunciati tentati dall’economista di Harvard a diversi “non sequitur” nella catena delle argomentazioni. Almeno questa è l’impressione che ho tratto dalla lettura.
Il movimento del libro di Rodrik parte dal discredito reciproco, verso il quale intende lanciare ponti, tra i settori disciplinari ed accademici degli economisti professionali e degli altri scienziati sociali (sociologi, politologi). Una controversia che matura nel diverso utilizzo e concezione del metodo scientifico ed in particolare nell’uso dei modelli matematici.
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Petrolio, trivelle, politicanti, referendum e noi
di Clash City Workers
Sono ancora tante le idee confuse che circolano riguardo il referendum di domenica 17 Aprile, e in molti cadiamo nei trabocchetti del premier Renzi che ha esplicitamente invitato a boicottarlo.
Di seguito trovate l’utilissima analisi di una persona che si sporca le mani ogni giorno contribuendo ad organizzare i lavoratori in un sindacato conflittuale, che si è messo a studiare a fondo su cosa andremo a votare domenica, quali e di chi sono realmente gli interessi che il referendum mette in discussione. Si è anche chiesto fino a quale punto lo strumento referendario può essere efficacie in questo momento, quali le sue potenzialità e quali i suoi limiti che richiedono l’intervento di tutti, giorno per giorno.
* * *
Un piccolo contributo da parte di un compagno alla discussione sulle trivelle. Per realizzarlo, si è servito delle fonti avute dal Dott. Giuseppe Miserotti (ex presidente dell’Ordine dei Medici di Piacenza), da tutti i compagni dei movimenti NoTriv (in particolare Erika, i cui documenti interessantissimi vanno ben al di là dell’Italia e che qui non potevano essere inseriti per questioni di lunghezza) e da Nicola Armaroli (ricercatore al CNR di Bologna nonché direttore della rivista Sapere, ovvero la massima autorità in fatto di pubblicazioni scientifiche in Italia).
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Colonizzazione dell'immaginario e controllo sociale
di Renato Curcio
Incontro-dibattito sul libro L’Impero virtuale. Colonizzazione dell’immaginario e controllo sociale, Renato Curcio (Sensibili alle foglie, 2015) presso La casa in Movimento, Cologno Monzese (MI), 14 febbraio 2016
L’Impero virtuale, nonostante il titolo, non è un lavoro su internet; internet è solo lo sfondo, è un territorio che oggi fa parte dello spazio in cui viviamo e quindi in qualche modo, parlando di questo libro, lo attraverseremo. Non è neanche un sermone contro le tecnologie, che esistono fin da quando un uomo ha preso in mano una clava, ossia uno strumento, e che quindi accompagnano l’intera storia dell’umanità. Non si tratta dunque di essere né pro né contro, ma di mantenere vivo un pensiero critico – che in quest’epoca fa un po’ difetto – anche sugli strumenti, soprattutto quelli che non sono né secondari né trascurabili per il fatto che investono la nostra vita, sia lavorativa che relazionale. Intendo la nostra vita di specie, cioè una vita che è trasversale e ci mette sullo stesso piano di un cittadino cinese, spagnolo, del Sudafrica ecc. È una riflessione necessaria perché queste nuove tecnologie, a differenza di quelle precedenti della società industriale, si implementano a una velocità straordinaria, per cui abbiamo di fronte a noi un percorso di trasformazione sociale che va talmente veloce che la nostra capacità di coglierne il senso dello sviluppo, il significato e le implicazioni, come singoli cittadini e anche ricercatori e soprattutto come lavoratori che vivono in vario modo questi territori, è disorientata. Un disorientamento che assume due facce: quella dell’accettazione, spesso acritica, di queste tecnologie, come se fossero ormai una normalità; oppure un’accettazione molto dolorosa, perché chi deve fare i conti con un bracciale che monitorizza la sua vita lavorativa per ogni secondo di spazio e di tempo, ha certamente una relazione diversa con questi dispositivi rispetto a una persona che li utilizza in maniera acritica o superficiale.
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Sguardi incrociati sui luddisti ed altri distruttori di macchine
Il ruolo della tecnica nella problematica del mutamento sociale
di Michel Barillon
Quelli che ci trattano da "distruttori di macchine", dovremmo trattarli noi, in cambio, da "distruttori di uomini."
- Günther Anders [*1]
Per una rilettura della Rivoluzione Industriale
Recentemente, nello spazio di un anno, senza alcuna concertazione, le case editrici francesi hanno pubblicato quattro opere che riguardano la distruzione delle macchine [*2]. Fino ad allora, gli editori, riflettendo in questo l'attitudine della maggior parte degli storici, avevano dimostrato assai poco interesse alle rivolte contro le macchine avvenute all'alba della Rivoluzione industriale. Ciò era essenzialmente dovuto al fatto che quei movimenti venivano percepiti come la manifestazione di un "oscurantismo tecnologico", una reazione arcaica nei confronti di una dinamica storica che si presume si svolgesse sotto gli auspici del "Progresso". Lo attestano i manuali di storia: così, quando i fatti in questione non vengono puramente e semplicemente ignorati, vengono presentati come un "reazione primitiva" [*3]. Nell'arte della negazione, David S.Landes appare come un virtuoso: su circa 750 pagine di un libro consacrato alla nascita e alla crescita del capitalismo industriale, non dice niente dei disordini sociali che hanno segnato l'inizio dell'industria tessile in Inghilterra nei primi decenni del 19° secolo. Ai suoi occhi, "la Rivoluzione industriale insieme al matrimonio della scienza con la tecnica costituiscono il culmine di millenni di progresso industriale". E tale acme apre una nuova era di espansione illimitata, a partire da un "progresso cumulativo della tecnica e della tecnologia, un progresso autonomo" ancora più sfrenato dal momento che tradizioni e pregiudizi vengono abbandonati [*4].
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Il dolente risveglio degli avatar
Benedetto Vecchi
«Anime elettriche», un nuovo volume del gruppo di ricerca Ippolita. Proposte di una cura del sé dopo la riduzione della Rete a dispositivo di controllo sociale che colonizza l’immaginario
I social network non riflettono la realtà, semmai la manipolano all’interno di una stringente e profittevole logica del controllo sociale. È uno dei punti fermi di Anime elettriche (Jaca Book, pp. 118, euro 12), un agile, ma denso volume di Ippolita, il gruppo di mediattivisti milanesi e non solo che da circa un decennio analizza l’evoluzione della Rete e della network culture. Un gruppo di informatici, filosofi, antropologi e attivisti che ha avuto come «incubatore» gli hack lab fioriti negli anni Novanta del Novecento nei centri sociali, dove l’alfabetizzazione informatica si univa creativamente alla sperimentazione di un uso «alternativo», antagonista delle tecnologie digitali e della Rete.
Di quella stagione è rimasta intatta l’irriverente attitudine libertaria e la conseguente insofferenza verso ogni dogmatica attorno alla Rete, compresa quella che tutt’ora caratterizza la network culture. I componenti del gruppo hanno deciso di discutere, elaborare e scrivere collettivamente a partire da una pratica di condivisione «circoscritta» (il numero dei componente varia nel tempo, ma non supera mai le dieci persone). A testimonianza del loro lavoro vanno citati i volumi Open non è free (sul software non vincolato alle norme dominante sulla proprietà intellettuale), Luci e ombre su Google, Nell’acquario di Facebook, La rete è libera e democatica. Falso!.
Il panopticon digitale
Anime elettriche ha però le caratteristiche di un volume di svolta, quasi a ratificare una presa di congedo dal recente passato.
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La disoccupazione al di là del senso comune
di Giovanni Mazzetti
Quaderno Nr. 2/2016 a cura del Centro Studi e Iniziative per la riduzione del tempo individuale di lavoro e per la redistribuzione del lavoro sociale complessivo
Presentazione
Poco meno di vent’anni fa, nel 1997, aprivamo il nostro Quel pane da spartire. Teoria generale della necessità di redistribuire il lavoro sostenendo che “in quasi tutti i paesi economicamente sviluppati sta finalmente prendendo corpo un orientamento sociale embrionalmente favorevole ad una redistribuzione del lavoro. Ci sono titubanze, continui ripensamenti e aspre resistenze. C'è una grande difficoltà a concepire una riduzione d'orario che, al pari di quasi tutte quelle intervenute in passato, lasci il salario invariato o addirittura lo veda aumentare. Ma il problema sembra ormai essere stato comunque posto sul tappeto in modo irreversibile. L'elevata disoccupazione, che ha quasi ovunque raggiunto i più alti livelli dopo la crisi degli anni trenta, rafforza questa tendenza e sollecita qualche intervento pubblico diretto a favorire prime sporadiche redistribuzioni all'interno di singole aziende in crisi. In qualche raro caso sono le stesse parti sociali a concordare riduzioni del tempo di lavoro, come un espediente per evitare il puro e semplice licenziamento di una quota rilevante della forza-lavoro.”
Ma quella nostra anticipazione delle tendenze in atto era decisamente sbagliata. Faceva affidamento su una ragionevolezza del senso comune che non ha preso corpo nemmeno col precipitare della crisi degli ultimi dieci anni.
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Figli di nessuno. Storie conflittuali nell’alta Lombardia degli anni ’70
di Gioacchino Toni
Sergio Bianchi, Figli di nessuno. Storia di un movimento autonomo, Milieu edizioni, Milano, 2016, 336 pagine, € 15,90

«Credo che la ricchezza principale della nostra piccola esperienza militante fatta in quei paesi di provincia sia consistita nell’essere stati protagonisti di una rottura sociale unica dal dopoguerra in poi, dal punto di vista del voler rompere un assetto sociale, culture, forme esistenziali, modi di essere». S. Bianchi (p. 34)
Il libro di Sergio Bianchi, di cui è uscita nel marzo 2016 questa nuova edizione ampliata di un’ottantina di pagine rispetto all’edizione del 2015, racconta un periodo di storia conflittuale collettiva nell’alta Lombardia a cui ha preso parte in prima persona l’autore a partire dai primi anni ’70. In apertura di volume, Bianchi sottolinea come quelle insorgenze sociali che hanno investito anche la provincia alto-lombarda, originatesi sull’onda lunga del biennio ’68-’69, possono dirsi concluse nei primi anni ’90 con la diffusione in quei territori del progetto leghista.
Se il biennio ’68-’69 può essere visto come momento di detonazione di quell’onda lunga che poi investirà le realtà di provincia descritte nel volume, secondo Bianchi vale la pena spendere qualche pagina sul “pre-sessantotto” di quelle zone, periodo già precedentemente affrontato dall’autore sotto forma di romanzo (La gamba del Felice, 2006) [su Carmilla]. Il capitolo d’apertura di Figli di nessuno ricostruisce le trasformazioni subite dalla provincia a nord di Milano tra la metà degli anni ’50 e la fine degli anni ’60; quasi un quindicennio di lento ed inesorabile declino del mondo contadino distrutto dalla meccanizzazione della campagna a totale beneficio dei grandi proprietari terrieri e da una mentalità individualista che non ha saputo dar vita a soluzioni associative cooperativistiche.
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Il capitalismo tecnologico rinuncia alla democrazia
Evgeny Morozov
Basta sfogliare un quotidiano per rendersi conto che il capitalismo democratico transatlantico, che è stato il motore dello sviluppo economico dopo la seconda guerra mondiale, sta vivendo un periodo difficile. Fame, povertà, disoccupazione giovanile, sostanze chimiche nell’acqua potabile, mancanza di alloggi a prezzi sostenibili: tutte questi problemi sono tornati d’attualità anche nei paesi più ricchi.
La cosa non dovrebbe sorprendere: questo declino della qualità della vita, temporaneamente nascosto sotto il velo retorico dell’innovazione, ha radici profonde, e quarant’anni di politiche neoliberiste stanno finalmente presentando il conto.
Ma sommato alle conseguenze delle guerre mediorientali (prima i rifugiati e ora i sempre più frequenti attentati terroristici nel cuore dell’Europa), il disagio politico ed economico dell’occidente appare ancora più terribile. Non sorprende più di tanto che per i movimenti populisti antisistema, sia di destra sia di sinistra, sia così facile mettere in difficoltà le élite. Da Parigi a Flint, in Michigan, i governanti hanno dato tali prove di inettitudine e incompetenza che hanno finito per far sembrare Donald Trump un superuomo in grado di salvare il pianeta.
Sembra che il capitalismo democratico – quella strana creatura istituzionale che ha cercato di coniugare il modello economico capitalista (il governo implicito di pochi) con il sistema politico democratico (il governo esplicito di molti) – stia vivendo un’altra crisi di legittimità.
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Globalizzazione e decadenza industriale
Intervista a Domenico Moro
Globalizzazione e decadenza industriale è il titolo dell’ultimo libro dell’economista Domenico Moro. In questo libro Domenico analizza alcuni temi fondamentali legati allo sviluppo del capitalismo degli ultimi 50 anni. Il baricentro della sua analisi sta proprio nelle modificazioni strutturali che hanno prodotto questa nuova fase chiamata fase transnazionale della produzione industriale e come tali modificazioni diventano la leva per il formarsi di nuove sovrastrutture politiche e accordi internazionali finalizzati al controllo dei profitti e al dominio sul mercato in questa “nuova” era sociale. Abbiamo chiesto all’autore di aiutarci a dipanare alcuni nodi legati all’attuale conformazione storica del capitalismo analizzandone per grandi linee gli ultimi sviluppi al fine di cogliere alcune ricadute politiche immediate nel contesto europeo.
* * *
D. Domenico, il punto di partenza della tua analisi non poteva che essere lo sviluppo delle forze produttive e le caratteristiche della crisi che hanno prodotto la fase attuale detta del capitalismo transnazionale, ci potesti dire, magari usando delle parole chiavi, quali sono le caratteristiche principali di questa fase?
R. Alla metà degli anni ’70 il centro del capitalismo (Usa, Europa occidentale e Giappone) si è trovato in un grave crisi economica e politica per il riemergere della sovrapproduzione di capitale e della conseguente caduta del saggio di profitto, e per il successo delle lotte delle classi subalterne nel centro e nella periferia del sistema capitalistico mondiale.
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Gianroberto Casaleggio tra mito e realtà
Nique la Police
La prematura scomparsa di Gianroberto Casaleggio fornisce una serie di occasioni di analisi sul M5S alla vigilia delle elezioni romane
Casaleggio è stato uno dei due fondatori, assieme a Beppe Grillo, del movimento ma anche, tra i due, quello che è riuscito a collocare il messaggio di Grillo all'interno delle dinamiche della comunicazione così come sono emerse dalla seconda metà del decennio scorso.
Le parole d'ordine di Casaleggio, espresse nel suo lavoro politico (perché di tale si è trattato) sono state due: tecnologia ed organizzazione. Entrambe passavano dall'uso positivo delle tecnologie della comunicazione, dai desktop a tutta l'evoluzione del mondo mobile. E' questa mentalità che ha permesso ad un comico, che negli anni ‘80 faceva spettacoli tv per 20 milioni di persone, ma che negli anni ‘90 era un semiclandestino che vendeva i suoi show in cassette VHS, di far schizzare i propri contenuti direttamente a contatto con la politica e la dimensione elettorale. Lo stesso Grillo, in diverse occasioni ha scherzato ricordando il periodo tecnofobo (malattia invece mai scomparsa a sinistra) quando distruggeva i pc con il martello. Ancora oggi, per quanto le primarie online del movimento 5 stelle siano molto poco frequentate, l'ideologia ufficiale del M5S è quella del primato politico, in quanto opinione pubblica, rete di pc o di smartphone. Visto che, come documentato, ci sono state espulsioni a causa della formazione di catene Whatsapp "non riconosciute" di esponenti M5S, c'è da dire che il passo dalla distruzione dei Pc, alla definizione di ciò che è lecito nell'evoluzione della rete, è enorme.
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Le prefazioni del Manifesto
Colpo d'occhio sullo sviluppo del marxismo in Italia
di Francesco Galofaro
Introduzione
Perché scrivere una nuova prefazione di un testo? Con Genette (1987) sappiamo che ogni prefazione ha la funzione di orientare l'interpretazione del lettore. Se è così, le introduzioni al Manifesto del partito comunista costituiscono un documento di eccezionale interesse: dicono molto del modo in cui questo scritto, piccolo ma pericoloso, è stato interpretato nel corso dei suoi quasi 170 anni di vita. Un periodo in cui è stato continuamente ristampato mentre mutavano le sorti del movimento dei lavoratori, della filosofia marxista e delle forme di Stato che ad essa si ispiravano e si ispirano tutt'ora. Wikipedia conta una sessantina di edizioni italiane, ma basta dare un'occhiata al catalogo opac per rendersi conto che il computo è largamente incompleto. Fortunatamente, il numero delle prefazioni e delle introduzioni è minore; nonostante questo non è stato possibile reperirle tutte. Il nostro criterio è stato il seguente: abbiamo effettuato un campionamento di grappoli di testi a distanza di più o meno cinquant'anni. In questo modo si sono evidenziate alcune funzioni interessanti delle prefazioni:
- Bilancio della storia del movimento dei lavoratori dal 1848;
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Che succede in autunno se Renzi perde?
di Leonardo Mazzei
Se perderà il referendum costituzionale, Renzi si dimetterà oppure no? E con quale legge si andrebbe eventualmente a votare?
Adesso Renzi è davvero in difficoltà. Anche se non sarà per l'oggi, a breve il governo dei "rottamatori" rischia di finire rottamato. Nell'esecutivo guidato dal più giovane dei presidenti del consiglio della storia, sono proprio i ministri (e le ministre) più giovani quelli più invischiati nelle maglie di una diffusa rete affaristica. E quando inizia il conflitto con la magistratura è segno che nel blocco dominante qualcosa si è rotto. Le vicende di Craxi e Berlusconi qualcosa dovrebbero insegnare.
Nel percorso che condurrà alla «madre di tutte le battaglie», cioè il referendum costituzionale previsto per ottobre, avranno la loro importanza diversi passaggi. Tra questi, oltre agli sviluppi delle inchieste in corso, avremo (con un peso oggettivamente limitato) il referendum del 17 aprile sulle trivellazioni in mare e, soprattutto, le elezioni comunali nelle principali città d'Italia. Senza dimenticarci, perché sarà invece elemento fondamentale, l'andamento dell'economia ed i margini di flessibilità di bilancio che Renzi vorrà e, più ancora, riuscirà a strappare all'Europa per il 2017.
Dall'insieme di questi fattori sapremo in quali condizioni di forma il fiorentino arriverà sul ring d'autunno, quando - ne siamo convinti - sarà possibile mandarlo al tappeto con la vittoria del no. Naturalmente, ognuna delle questioni citate meriterebbe un'ampia trattazione. Ma non è questo lo scopo del presente articolo.
Qui vogliamo invece soffermarci su una domanda che circola in diversi ambienti, in particolare tra coloro che sono già mobilitati nei comitati per il NO a difesa della Costituzione.
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Francia: 4 ipotesi sulla macchina tempo del 37 marzo
di Marco Assennato
1. Uno squarcio, un evento.
È passato ormai più di un anno da quando scrivemmo che dopo i primi attentati terroristici a Parigi, si stava producendo un evento nei corpi sociali francesi: una finestra che mostrava un collettivo eccedente le sue determinazioni e che era in qualche misura urgente da tradurre in termini politici per evitarne unrecupero identitario e reazionario. Lo dicemmo in quello strano isolamento che accade quando ci si trova in mezzo a 4miloni di persone eppure inascoltati tra i commenti. Proliferavano allora analisi sulla componente bianca, non periferica, eurocentrica – per non dire degli esercizi di semiotica su chi era chi e chi non era Charlie. Insomma da una parte si mostrava uno spazio politico irriducibile alla spirale neoliberismo armato-terrorismo e dall’altra un doppio discorso declinato in storpiati vocabolari post-colonial e nell’oscena rappresentazione dei potenti del mondo. Si annunciarono così, lo Stato d’Emergenza e la stretta securitaria del governo. Eccoci: fino ad oggi quelle voci tacciono, o balbettano. Perché, diciamolo subito, in questa nuova esplosione democratica che attraversa la Francia, la composizione è stata, dall’origine, abbastanza classica. Operai e studenti uniti nella lotta che resistono ad una proposta di ristrutturazione del codice del lavorosalariato. Se non trovassi osceno e stupido il metodo direi: anche i Licei e le Università, sono “bianchi” e senza banlieues. Ma dov’è la whitenessin Francia? Erano forse bianchi i 4 milioni dell’11 gennaio 2015?
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Uscire dall’economia. Prove di dialogo fra Decrescita e Critica del Valore
di Massimo Maggini
Nel novembre 2014 è uscito per le edizioni Mimesis il libro Uscire dall’economia – un dialogo fra decrescita e critica del valore: letture della crisi e percorsi di liberazione, tratto da un incontro avvenuto in Francia nel 2011 fra Serge Latouche e Anselm Jappe.
Il libro ha avuto un buon successo, tanto da meritarsi anche un’edizione francese ampliata, uscita nel 2015 per le edizioni Libre & Solidaire, dal titolo Pour en finir avec l’économie – Décroissance et critique de la valeur.
Qui presentiamo l’introduzione all’edizione italiana, introduzione che ha avuto uno strano destino: elaborata seguendo anche le indicazioni degli autori, non ha incontrato i favori di Anselm Jappe per quanto riguarda l’edizione francese. Non essendoci né i tempi né le basi per modificarla senza aprire un lungo dibattito, l’introduzione che trovate qui sotto è apparsa, tradotta, praticamente in versione integrale, solo grazie ad un “sotterfugio” di Serge Latouche, che ha proposto di pubblicarla facendola anticipare da una avvertenza dove si dice che l’autore si prende interamente la responsabilità di quello che è scritto.
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Borghesia mafiosa e postfordista
Note sull'ultimo libro di Vincenzo Scalia
di Marco Palazzotto
Pubblichiamo la recensione di Marco Palazzotto del libro di Vincenzo Scalia che sarà presentato a Palermo il prossimo 12 aprile ai Cantieri Culturali della Zisa. Qui maggiori informazioni
Sono passati quasi 30 anni dalla pubblicazione del famoso articolo I professionisti dell’antimafia di Leonardo Sciascia sul Corriere della Sera del 10 gennaio 1987. Al netto delle polemiche scaturite intorno alla figura di Paolo Borsellino, la tesi di fondo dell’articolo era quella che in Sicilia il modo migliore per fare carriera era dichiararsi antimafioso.
Oggi potremmo parlare di Imprenditori morali, come li chiama Vincenzo Scalia, sociologo e criminologo palermitano prestato all’università britannica, autore della raccolta di saggi: “Le filiere Mafiose – Criminalità organizzata, rapporti di produzione, antimafia” edito da Ediesse e in distribuzione da pochi giorni.
Riprendendo la teorizzazione di Howard Becker che sosteneva che un fenomeno sociale viene classificato come crimine nella misura in cui suscita l’attenzione e la reazione della società, Vincenzo Scalia afferma che “gli imprenditori morali rappresentano una figura-ponte, nella misura in cui orientano l’attenzione dell’opinione pubblica, definiscono il fenomeno, elaborano le strategie di intervento, tracciano i principi che devono guidare l’intervento sul fenomeno sociale oggetto dell’attenzione”. Uno dei pregi del testo Le filiere mafiose è quello di evidenziare la profonda diversità dell’autore rispetto al panorama dei professionisti dell’antimafia e degli imprenditori morali che imperversano sui nostri giornali e le nostre tribune politiche da più di 30 anni.
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Michel Foucault: scrittura di sé e sperimentazione
di Daniele Lorenzini
In quella Svezia in cui dovevo parlare un linguaggio che mi era straniero, ho compreso che potevo abitare il mio linguaggio – con la sua fisionomia d’improvviso peculiare – come il luogo più segreto e più sicuro della mia residenza in quel luogo senza luogo che rappresenta il paese straniero nel quale ci si trova. […] Credo che sia stato questo a farmi venire voglia di scrivere. Dal momento che la possibilità di parlare mi era negata, ho scoperto il piacere di scrivere. Michel Foucault, Entretien avec Claude Bonnefoy, 1968[1]
Cinquant’anni fa Michel Foucault pubblicava Le parole e le cose
In che modo Michel Foucault ha concepito e praticato l’articolazione tra ciò che ha chiamato “soggettivazione” (il processo di costituzione della soggettività) e la scrittura, anche dal punto di vista personale – ovvero in relazione alla propria pratica di scrittura e alla costituzione della propria soggettività? È a questa domanda che mi propongo di rispondere, senza pretendere di fornire una risposta univoca o definitiva, ma cercando di mettere in luce la tensione che appare, in particolare nei testi degli ultimi anni di vita di Foucault, tra due grandi “modelli” del rapporto soggettivazione-scrittura: da una parte, il modello della scrittura come pratica di de-soggettivazione, come strumento utilizzato per “svincolarsi” (se déprendre) da se stessi e dalla propria “forma-soggetto”; d’altra parte, il modello della scrittura come esercizio spirituale la cui funzione è “ethopoietica”, cioè come strumento di costruzione “positiva” di sé – di soggettivazione, dunque, piuttosto che di de-soggettivazione.
La scrittura come esperienza di de-soggettivazione
Per descrivere il primo modello, farò riferimento a una serie di testi e di interviste dal tono fortemente “autobiografico”, nei quali Foucault parla del proprio modo di fare ricerca in ambito storico-filosofico e del proprio rapporto con la scrittura.
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Così l’austerità ha distrutto l’Europa
Thomas Fazi
Diversi studi hanno concluso che lo stato comatoso dell’economia europea – con tutte le sue ricadute sociali – è una conseguenza diretta delle politiche di austerità
Il fallimento delle politiche implementate in Europa dal 2010 in poi – un connubio di austerità fiscale, riforme strutturali (di impronta marcatamente neoliberista) e politiche monetarie espansive – è ormai sotto gli occhi di tutti. Oggi, a inizio 2016 – otto anni dopo lo scoppio della crisi finanziaria – il PIL reale dell’eurozona è ancora inferiore al picco pre-crisi (marzo 2008). Quello della Spagna è inferiore del 4,5 per cento. Quello del Portogallo del 6,5 per cento. Anche quei paesi che registrano tassi di crescita superiori alla media europea non se la cavano molto bene: il PIL reale della Germania, per esempio, è aumentato solo del 5,5 per cento rispetto al livello del 2008; quello della Francia del 2,7 per cento. Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno registrato un incremento superiore al 10 per cento.
L’eurozona nel complesso registra un tasso di crescita annuale stagnante – inferiore al 2 per cento – dall’inizio del 2012; oggi si aggira intorno all’1,6 per cento. Nel 2017 è prevista una lievissima accelerazione. Nello stesso periodo (2012-16), molti paesi – tra cui la Grecia, l’Italia ed il Portogallo – hanno registrato tassi di crescita vicini o inferiori a zero. Le politiche “non convenzionali” della BCE – quantitative easing, tassi di interesse negativi, ecc. –, per motivi ampiamente trattati su queste pagine, non hanno favorito la ripresa, né lo faranno in futuro.
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Logica del limite
Per una etica della complessità
Pierluigi Fagan
Vi ricordate l’apeiron? Iniziando le prime pagine di una qualsiasi storia della filosofia occidentale, dopo Talete e semmai qualche accenno alla sapienza arcaica, vi trovate Anassimandro. Di costui c’è arrivato un solo, piccolo, frammento che dice che l’inizio di tutte le cose è l’apeiron. Fiumi di parole sono state scritte su questo concetto e prima ancora sulla sua traducibilità ma in sostanza, sembrerebbe che la questione sia abbastanza semplice. Se la cosa è ciò di cui possiamo dire, vedere, toccare, pensare i contorni, cioè i limiti, prima della cosa c’è l’apeiron, ciò di cui non si può dire, vedere, toccare, pensare i limiti. Prima di partire per la tangenziale dell’infinito però, dovremmo sostare un attimo sul punto stretto. L’apeiron è un concetto negativo in relazione alla cosa, è la non-cosa, quello da cui proviene la cosa, lo cosa è un ritaglio di qualcosa di precedente più grande. Dire, fare, toccare, pensare la cosa significa dargli i limiti. Prima c’è l’apeiron, dopo c’è la cosa, la cosa introduce il concetto di limite. Su questo pensiero potremmo indugiare a lungo perdendoci in una nuvola di rimandi del prima (Esiodo, il Rg Veda) e del dopo (su fino ad Heidegger) ma andremo oltre perché a noi, qui, non interessa l’apeiron ma il concetto di limite. Diremo solo che, in sostanza, Anassimandro fonda una branca del pensiero filosofico, quella che poi Aristotele sistematizzatore del pensiero greco, chiamerà filosofia prima e noi oggi -ontologia-, discorso (logos) su ciò che è (ontos), discorso sulla cosa.
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Contraddizione, crisi sistemica e direzione per il cambiamento
Intervista a Wang Hui
Wang Hui è uno dei più importanti intellettuali critici della Cina. Una figura di spicco della ” nuova sinistra cinese”. Il suo lavoro ha cercato di tracciare le condizioni intellettuali e politiche della Cina contemporanea. Contro la ristrutturazione neoliberale della Cina, e dei suoi propagandisti ufficiali, il lavoro di Wang ha continuato a impegnarsi per un progetto di ala sinistra il cui scopo è stato fare un bilancio della storia e delle conseguenze della modernità cinese.
In questa intervista con la rivista “Foreign Theoretical Trends”, pubblicata originariamente in cinese e inclusa come appendice nel saggio “China ‘s Twentieth Century”, di recente pubblicazione, Wang disserta sulle linee di sviluppo in Cina e in tutto il Sud del mondo, sul patrimonio intellettuale e politico del maoismo, e sulle speranze di un nuovo movimento anti – capitalistica a livello globale.
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Foreign Theoretical Trends (di seguito, “Tendenze”): L’attuale dura crisi del capitalismo globale costituisce un punto di svolta storico per la Cina e il mondo. Quali cambiamenti pensa che ciò porterà nell’ordine internazionale? Per quanto riguarda le opzioni della Cina nel nuovo ordine mondiale, alcuni pensano che, poiché la scala della produzione manifatturiera cinese continua a crescere, proseguendo su questa strada la Cina potrà entrare nel club degli stati capitalisti sviluppati.
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Una sottile lotta di tutti contro tutti*
Camilla Panichi intervista Francesco Pecoraro
Quando ho terminato La vita in tempo di pace (Ponte alle Grazie, 2013) di Francesco Pecoraro, ho avuto la netta impressione di essere di fronte a un romanzo italiano senza precedenti. Ho deciso di intervistare l’autore. Ci siamo incontrati alcuni mesi fa a Roma in un giorno di diluvio universale che ricordava quello raccontato nel romanzo; ne è nata una conversazione di tre ore, da cui ho selezionato le seguenti parti. Francesco Pecoraro è autore anche di una raccolta di racconti, Dove credi di andare(Mondadori 2007); le prose inizialmente pubblicate sul suo blog con lo pseudonimo di Tashtego sono state raccolte nel volume Questa e altre preistorie (Le Lettere, 2008). Con La vita in tempo di pace Pecoraro ha vinto il premio Mondello, il Premio Volponi e il Premio Viareggio (cp). C = Camilla Panichi, P = Francesco Pecoraro.
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C: La tua formazione è di architetto. Come sei arrivato alla scrittura e quanto è stata determinante l’esperienza di scrittura sul blog? (link: http://tash-tego.blogspot.it/)
P: Ho iniziato a scrivere negli anni Ottanta, essenzialmente versi. Da un certo momento in poi, all’inizio degli anni Novanta ho cominciato a produrre prosa. Assieme a molto materiale sparso, scrissi un piccolo libro, mai pubblicato, di riflessioni sull’Isola, di cui alcuni spunti mi sono poi serviti per i capitoli Sofrano e Il senso del mare della Vita in tempo di pace.
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Toh, il "mercato" impone la decisione politica in €uropa (quindi in Italia)
di Quarantotto
1. Oggi più che mai, di fronte allo "stravagante" stupore mostrato dai media mainstream circa l'influenza del settore privato sulle decisioni politico-economiche, (cioè di livello legislativo), adottate dal settore pubblico, conviene rammentare l'analisi compiuta da Galbraith e riportata in un recente post.
Ve ne faccio una sintesi per linee essenziali che renda conto della istituzionalizzazione di tale influenza, al di là della questione del complesso militare-industriale (particolarmente influente negli USA per ben note ragioni strategiche internazionali):
"Che il settore privato stia conquistando un ruolo predominante rispetto al settore pubblico è evidente. Meglio sarebbe discuterne in modo comprensibile.
Per la verità, parlare del mito della contrapposizione di pubblico e privato non è molto originale dal momento che la prima assai autorevole testimonianza in questo senso risale niente meno che al presidente Dwight D. Eisenhower, con le sue denunce dello strapotere del complesso militare-industriale.
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Meno lavoro o più lavoro nell’età microelettronica?
Un problema annoso ancora irrisolto
di Giovanni Mazzetti
Quaderno Nr. 1/2016 a cura del Centro Studi e Iniziative per la riduzione del tempo individuale di lavoro e per la redistribuzione del lavoro sociale complessivo. Con questo saggio inizia l’attività di formazione on-line da parte del Centro Studi. Si prevede la pubblicazione a cadenza almeno mensile di documenti che in qualche modo inquadrino in modo semplice il problema della necessità di redistribuire il lavoro
Il presente saggio, di marzo 2016, Meno lavoro o più lavoro nell’età microelettronica?, riprende un tema che è stato recentemente approfondito dal libro di Riccardo Staglianò Al posto tuo (Einaudi 2016), nel quale è stata fornita una forte conferma della tesi a suo tempo enunciata nelle ricerche del Centro. In un serrato confronto con le tesi di Adam Schaff e di Paola Manacorda, si cerca di rispondere al quesito posto dal titolo, dimostrando che la società incontrerà crescenti difficoltà a riprodurre il rapporto di lavoro salariato. Le vicende degli ultimi trent’anni dimostrano la fondatezza di questa ipotesi, ulteriormente suffragata della moltitudine di esempi contenuti nel lavoro dello Staglianò.
Una varietà di teorie, una contraddizione o un malinteso?
Possono due studiosi che fanno riferimento ad un medesimo sistema teorico, giungere a conclusioni addirittura opposte nell'analisi delle conseguenze di lungo periodo del diffondersi della microelettronica? In altre parole, è giusto che esistano molte e diverse teorie dell'età microelettronica o è possibile e necessario giungere ad un'unica teoria, pur con le inevitabili differenze di accento su questo o quell'aspetto del problema, su questa o quella mediazione? E cioè, il giungere a conclusioni analitiche opposte, pur battendo la stessa via, non è forse il segno di una contraddizione nella rappresentazione teorica che le sostiene?
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Il passaggio dialettico a un’opera aperta
Sandro Mezzadra
Assente da decenni dagli scaffali, torna nelle librerie il libro del filosofo Helmut Reichelt «La struttura logica del concetto di capitale» (manifestolibri). Un saggio ritenuto ormai un classico che ha aperto la strada a una «nuova lettura» di Karl Marx
Tra le diverse forme che assunse negli anni Sessanta del Novecento, e in particolare attorno al 1968, il «ritorno a Marx» in Europa, ve ne sono almeno due che hanno continuato a esercitare una grande influenza nei dibattiti critici internazionali: la rilettura del Capitale promossa da Louis Althusser e l’operaismo italiano. Meno nota, quantomeno in Italia, è un’altra linea interpretativa, che si è venuta formando nella Repubblica Federale Tedesca – dall’interno della Scuola di Francoforte ma anche in polemica con i suoi esiti – e che ha finito per consolidare una specifica variante del «marxismo occidentale».
I lavori di Alfred Schmidt, Hans-Georg Backhaus, Helmut Reichelt, che sono all’origine di questa linea interpretativa, sono stati almeno in parte tempestivamente tradotti in Italia, e hanno contribuito ad alimentare la discussione (accademica e non) su Marx negli anni Settanta. Ma nella temperie del decennio successivo, quando la restaurazione imperante nel nostro Paese ha nei fatti bandito Marx e il marxismo dalle Università e dai cataloghi delle grandi case editrici, di questi autori si sono un po’ perse le tracce. E non ha ricevuto particolare attenzione il progressivo emergere, a cui ha dato un contributo fondamentale il lavoro di Michael Heinrich (la sua introduzione ai tre libri del Capitale è stata tradotta nel 2012 in inglese, per la Monthly Review Press), di quella che oggi viene definita Neue Marx-Lektüre, «nuova lettura di Marx». Tanto in Germania quanto nel mondo anglofono (e in particolare negli Stati Uniti) questa particolare interpretazione di Marx è al contrario al centro di vivaci dibattiti, con esiti che possono talvolta apparire sorprendenti.
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