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L’apartheid globale che vuole il T-tip
Bruno Amoroso
Il T-tip – Partenariato Transtlantico tra Usa e Ue per un mercato comune sul commercio e gli investimenti – è ormai in fase conclusiva e sarà sottoposto nei prosimi mesi alla approvazione dei 28 paesi membri dell’Ue. I contenuti di questo accordo non sono noti all’opinione pubblica perchè, secondo la tradizione “democratica” dell’Occidente, le cose serie si discutono in famiglia e solo dopo aver deciso sono sottoposte all’attenzione dei cittadini che, ovviamente, devono approvarle se non vogliono passare per guastafeste e irriducibili ignoranti sul modo come funziona oggi l’economia mondiale. Arriva dopo circa sette anni di elaborazione e trattative per recuperare il filo spezzato nel 1998 dall’opposzione popolare al progetto dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Il T-tip è la terza gamba del tavolo della Globalizzazione, cioè del nuovo potere affermatosi dagli anni Settanta, insieme a quella della finanza e dell’industria militare.
Il progetto viene presentato come una grande iniziativa di liberalizzazione e apertura dei mercati che introduce nella vasta area transatlantica regole comuni, uguali standard e controllo di qualità, e forme più omogenee di prezzi di mercato.
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Teorie economiche alternative
Implicazioni per la politica economica
di Fabio Petri
Ripubblichiamo, con il permesso dell'autore, un vecchio saggio di Fabio Petri del 26.1.1995 che ci sembra tuttavia ancora utile come introduzione all'importanza che una solida base di analisi economica ha per trarre valide conclusioni di politica economica [Sergio Cesaratto]
Premessa
C'è da chiedersi innanzitutto se problemi come la disoccupazione siano da considerare come mali inevitabili, da addebitare ai lavoratori che si ostinano a pretendere salari troppo alti, o se invece si tratti di qualcosa di curabile attraverso interventi governativi che non rendano necessaria una diminuzione dei salari. Questo è un primo gruppo di questioni per le quali aderire ad una scuola teorica o ad un'altra fa una grande differenza. Mi soffermerò su questa differenza e poi parlerò del problema del debito pubblico che è la questione di cui si più si parla in Italia. Come vedremo, anche in questo caso ci si chiederà: il debito pubblico nel nostro Paese va o no azzerato in tempi brevi, mediante un attivo del bilancio dello Stato -cioè tramite entrate dello Stato superiori alle spese?
Il punto da cogliere è che gli economisti non sono d'accordo su quale sia la migliore descrizione di come funziona un'economia di mercato, e proprio per questo non sono neppure d'accordo su quale siano le risposte - in termini di scelte di politica economica - da dare alle domande che ci siamo posti.
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Gli anni trenta prossimi venturi
di Annibale C. Raineri
Su il manifesto di mercoledì 30 settembre 2015 è uscito un intervento di Franco Bifo Berardi che consiglio. Pur non condividendone le conclusioni, penso che l’articolo di Bifo eviti di alimentare la nebbia con cui gli “intellettuali ed i politici di ciò che ancora si chiama sinistra” coprono l’evidenza. Ne riprendo alcuni elementi, riscrivendoli nel mio universo concettuale, sapendo di operare delle forzature.
1. La morte della sinistra era già stata certificata da Luigi Pintor nel suo testamento politico (l’ultimo editoriale su il manifesto, Senza confini, del 17 maggio 2003, che consiglio di imparare a memoria). È la premessa per cominciare a ragionare. Non si tratta di rinnegare una storia ricchissima di grandiose tensioni etiche, né di cancellare una ricchezza enorme di riflessioni teoriche (concetti e analisi storiche). Si tratta semplicemente di prendere atto di una fine. Punto. (Altra cosa è la lucida, ma difficilissima, analisi sul perché questa fine si è prodotta).
2. La prima operazione (preliminare) che Bifo consiglia è quella di una radicale pulizia linguistica. Elementare atto di verità, senza il quale è impossibile vedere il mondo, ché il vedere passa sempre per l’insieme dei significanti con cui le immagini vengono strutturate.
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La società "post-sindacale"
di Lelio Demichelis
Se sono morte le grandi narrazioni del passato, oggi trionfano le narrazioni d’impresa e di brand, lo storytelling d’impresa e di rete. Alienazione, mascherata da comunità e da collaborazione
Che il sindacato fosse in crisi lo sapevamo da tempo. Ma pensare di essere già entrati nella società post-sindacale, questo ancora non lo avevamo immaginato, né lo ritenevamo possibile. Eppure, se ha ragione Dario Di Vico (Più tutele in cambio di produttività. Benvenuti nella società post-sindacale, nel Corriere della sera del 27 settembre) questo è quanto si starebbe verificando e questo è negli obiettivi (o nei sogni) degli industriali – ma un incubo per la società e per la democrazia, perché se viene meno uno dei soggetti forti della rappresentanza del lavoro, se si scioglie anche il sindacato insieme alla società civile, se il sistema non ha più corpi intermedi, se viene meno il bilanciamento del potere dell’impresa, allora entriamo non solo in una società post-sindacale ma, e peggio in una società (non tanto post-democratica quanto) non-più-democratica. E allora vediamo di capire cosa sia o cosa potrebbe essere questa società post-sindacale e soprattutto se sia una rottura/cesura col passato o non sia invece, e piuttosto l’ultimo pericolosissimo stadio di un processo di incessante divisione/scomposizione del lavoro per la sua successiva totalizzazione/integrazione in un apparato d’impresa, di rete, di consumo. Un processo iniziato con la prima rivoluzione industriale (la fabbrica di spilli di Adam Smith, per semplificare), transitato per fordismo e taylorismo e organizzazione scientifica del lavoro, arrivato al toyotismo e ora alla rete.
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Intervista a Massimo Cacciari
a cura di Giacomo Bottos e Lorenzo Mesini
Massimo Cacciari è uno dei protagonisti della vita culturale italiana. Con questa intervista ci siamo però concentrati su una stagione precedente del suo impegno politico-filosofico, quella che va dagli anni dagli anni Sessanta agli anni Ottanta. Le ragioni di questo interesse stanno nella straordinaria importanza che quella fase assume, sia come periodo di transizione e di crisi che contribuisce a determinare un assetto del mondo i cui effetti si dispiegano tuttora, sia per la compenetrazione tra riflessione teorica e impegno politico che era prerogativa di quella stagione e che ora pare scomparsa. Le domande mirano dunque all’approfondimento di questa vicenda storico-teorica e al ruolo che Cacciari gioca in essa
Lei ha iniziato il suo percorso intellettuale e politico insieme ai principali esponenti dell’operaismo italiano (Mario Tronti, Antonio Negri, Alberto Asor Rosa). Quali sono i motivi per cui a suo parere quella stagione ha assunto un rilievo filosofico oltre che politico?
Credo che si tratti di questo: si è trattato dell’ultima stagione in cui è comparso un marxismo creativo. Non ci si trovava cioè di fronte ad una scolastica marxista ma ad un pensiero che riprendeva i temi filosofici di Marx. Questo era evidente in autori come Negri, che provenivano da un percorso di studi sulla tradizione del pensiero politico, sulla filosofia tedesca tra Otto e Novecento, sullo storicismo di Dilthey ed altri temi consimili. E questo vale anche per Tronti, che era stato uno degli ultimi allievi di Ugo Spirito e aveva iniziato a leggere Marx attraverso quella prospettiva, da un punto di vista molto lontano da quello gramsciano -per non dire ovviamente crociano- che andava allora per la maggiore. Si trattava quindi di una scuola di politica e di filosofia che credo fosse abbastanza innovativa nel quadro non solo italiano, ma anche europeo. Non a caso questo filone di studi ebbe poi grande diffusione anche fuori d’Italia.
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Marx e la critica del liberalismo
Stefano Petrucciani
Dal 22 al 24 ottobre prossimi si svolgerà nei pressi di Alessandria un convegno, organizzato dalla Fondazione Longo e dalla rivista “Critica Marxista”, dedicato alla riflessione sullo stato attuale della ricerca intorno al pensatore di Treviri. Qui anticipiamo, per gentile concessione dell'autore, una parte della relazione che vi terrà Stefano Petrucciani
Nell’epoca caratterizzata dall’egemonia ideologica del neoliberismo e dalla crisi delle teorie politiche ad esso alternative, di ispirazione socialista o radicale, può essere utile rileggere alcuni aspetti della critica marxiana del liberalismo, per capire se essa può avere ancora oggi una sua validità e, soprattutto, per comprendere quali sono i suoi punti di forza e quali quelli di debolezza.
1.C’è un Marx liberale
Ma prima di affrontare questo aspetto del discorso, è necessaria innanzitutto una precisazione: sarebbe del tutto errato considerare Marx semplicemente come un nemico del liberalismo; anzi, bisogna ricordare che la presenza di temi schiettamente liberali è una costante che attraversa tutto il suo pensiero, anche se nelle diverse fasi assume modalità estremamente differenti. L’esperienza politica di Marx, com’è noto, comincia proprio nel segno del liberalismo: negli articoli che pubblica sulla Gazzetta renana, tra il maggio del 1842 e il marzo del 1843, il giovane filosofo è impegnato in battaglie tipicamente liberali come quelle in difesa della libertà di stampa, contro la censura, per l’autonomia dello Stato e la laicità rispetto alle confessioni religiose. La libertà, scrive Marx intervenendo nel dibattito sulla censura, si identifica completamente con l’essenza dell’uomo[1]. Non solo, difendendo la libertà di stampa, Marx sottolinea (dimostrandosi così, nonostante la sua giovane età, un ottimo maestro di liberalismo) che “ogni forma di libertà presuppone le altre, come ogni membro del corpo presuppone gli altri. Ogniqualvolta vien posta in discussione una determinata libertà, è la libertà stessa che viene posta in discussione”[2] .
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Riforma costituzionale
I problemi che il referendum non può affrontare
di Quarantotto
1. L'approvazione, in dirittura d'arrivo, delle riforma costituzionale pone il problema (come vedremo, quasi solo "teorico") di rammentare l'intera gamma di problemi di violazione dei principi fondamentali della Costituzione che ne risultano coinvolti.
Non è a questo punto pensabile che il referendum si svolga nella piena consapevolezza di questi stessi problemi: se ciò fosse anche lontanamente ipotizzabile, la maggior parte di quelli sostanziali fra essi (cioè quelli relativi alla compromissione irrimediabile dei principi non revisionabili della stessa Costituzione), sarebbe stata già evidenziata (e risolta) in sede di ratifica del Trattato di Maastricht e, a maggior ragione, in sede di revisione dell'art.81 Cost.
2. Ma le condizioni, - culturali, mediatiche e politiche-, che avrebbero consentito tale possibilità di "resistenza" della legalità costituzionale sono, evidentemente, da tempo venute meno.
Basti dire che la motivazione e i presupposti politici di questa riforma sono stati definiti, e mediaticamente supportati in modo totalitario, su queste basi: "se facciamo le riforme che gli italiani chiedono da 20 anni, anche i populisti indietreggiano".
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Lettera a Slavoj Žižek sull'opera di Mao Tse-Tung
di Alain Badiou

Caro Slavoj,
La tua introduzione ai testi filosofi co-politici di Mao pubblicata da Verso è, come sempre, di grande interesse. Per cominciare direi, come è mia abitudine e di contro alla tua reputazione – frutto di una falsificazione del tutto francese – di uomo di spettacolo e di buffone del concetto (hanno detto altrettanto del nostro maestro Lacan, sentiamoci rassicurati!) che questa tua introduzione è leale, profonda e coraggiosa. È leale perché, lungi da ogni finzione e da ogni traballante retorica, esprime con esattezza il tuo rapporto ambivalente con la fi gura di Mao. Riconosci la novità e l’ampiezza della sua visione, ma la giudichi falsa e pericolosa da numerosi punti di vista. È profonda perché tagli corto, vai dritto a una questione cruciale e difficile, quella del pensiero dialettico contemporaneo nei suoi legami con la politica. Le tue considerazioni sulla negazione della negazione sono notevoli. Senza alcun dubbio, tu fai luce per la prima volta sulla ragione profonda del rifiuto di questa “legge” dialettica, avanzato da Stalin e da Mao, sapendo che attraverso tale rifiuto essi hanno frainteso il vero senso hegeliano: ogni negazione immanente è, nella sua essenza, negazione della negazione che essa è. Infine, il tuo è un testo coraggioso perché, come spesso fai, qui ti esponi alle critiche provenienti da ambo le parti. I discendenti controrivoluzionari dei nostri “nuovi filosofi ” grideranno, come già fanno, che tu e Badiou siete una coppia di partigiani attempati, e comunque pericolosi, di un comunismo sepolcrale.
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Che fine ha fatto il Mediterraneo?*
di Spartaco A. Puttini
Il Mediterraneo, come ricorda lo stesso nome, è sempre stato un “mare tra le terre”, un luogo di intersezione e incontro tra culture, popoli, storie diversi. Nel corso dei secoli l’incontro è stato, ovviamente, spesso scontro, ma anche in questi frangenti il ruolo cardinale di ponte tra popoli e culture, tipico del Mediterraneo, non è mai venuto meno. Centro privilegiato di scambi di merci e di idee fin dalle epoche più remote della storia umana, è stato fino ad oggi, attraverso varie peripezie, un luogo su cui si affacciavano diversità fortemente imparentate tra loro a causa della geografia, del clima, dei suoni e dei colori del suo “sistema”, della sua storia. Questo suo particolare carattere unitario e plurale permette di parlare dello spazio geopolitico mediterraneo come di un continente liquido.
Il punto più alto di integrazione del bacino mediterraneo fu trovato con l’unità, anche politica, dovuta alle conquiste di Roma antica. Ma la rottura di quella unità non è ascrivibile, contrariamente a quanto a prima vista si sarebbe indotti a pensare sulla scia di martellanti vulgate, all’espansione islamica del VII secolo d.c., con buona pace di Pirenne[1].
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La parola superflua di Erri De Luca
di Marco Gaetani
La vicenda dello scrittore Erri De Luca, processato per aver sostenuto in un’intervista che la linea ferroviaria per treni ad alta velocità in costruzione in Val di Susa debba essere a ogni costo «sabotata», è abbastanza nota per esimere dal richiamarla qui nel dettaglio. Ricostruzione precisa cui del resto procede lo stesso autore napoletano nella sezione intitolata «Cronaca» di un libretto pubblicato dall’editore principale di De Luca (Feltrinelli) proprio nei giorni del processo. Alle pagine di La parola contraria si può fare riferimento per alcune considerazioni che, a partire dall’episodio in questione (davvero «minuscolo» in rapporto a ciò che accade in Val di Susa, come scrive De Luca?), si tentano con il proposito di uscire dalla cronaca spicciola, di sfuggire al chiacchiericcio proliferante nell’immancabile (quanto falso) dibattito mediatico.
I fatti sono talmente incredibili, nella loro conclamata scandalosa evidenza, da risultare quasi imbarazzanti e non lasciare dubbi su chi abbia ragione e chi torto. Che si possa essere sottoposti a un’azione penale per aver esercitato il proprio diritto di parola dà la misura esatta del degrado dell’Italia contemporanea. Che in questo paese possano agire nel nome del popolo italiano magistrati come quelli che hanno incriminato De Luca fa comprendere dolorosamente lo sfacelo civile, morale e anche giuridico di un’intera comunità nazionale (istituzioni e società civile). Lo scrittore ha dunque facile gioco nel difendersi col suo scritto ad hoc, ricorrendo a una retorica tutto sommato controllata – ma qualche volta contrattaccando, ribaltando cioè l’autodifesa in orgoglioso «j’accuse» («L’accusa contro di me sabota il mio diritto costituzionale di parola contraria»; «Sto subendo un abuso di potere da parte della pubblica accusa che vuole impedire, dunque sabotare, il mio diritto di manifestazione verbale», ecc.).
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La sovversione dell’infelicità: analisi, prospettive, possibilità
di Cristina Morini e Andrea Fumagalli
Quando, qualche mese fa, dopo la firma del governo greco al memorandum, abbiamo cominciato a pensare alla necessità di organizzare una discussione franca su quello che ritenevamo essere il naufragio attuale di un’Europa sempre più determinata a generalizzare la povertà e a erigere muri, non sapevamo bene dove saremmo approdati. Franco Berardi ha azzardato che, sgravati dall’ansia di dover per forza dare “la linea”, avremmo potuto osservare alcuni lati nascosti del problema, oppure scoprire elementi che in altre occasioni ci erano sfuggiti. Il nostro cruccio a non era quello di riparare a qualche eccesso di ingenuità di cui eravamo stati vittime, per quanto avessimo oggettivamente considerato l’Oxi greco e la possibile rottura della trattativa tra Tsipras e la troika come essenziali per il fronte dell’opposizione al direttorio tedesco e ai suoi lacché – e lo rivendichiamo. Il punto era riuscire a mettere a fuoco, con l’aiuto di coloro che sarebbero intervenuti nel dibattito, una mappa per uscire da una condizione di stallo, evidente nella difficoltà di talune categorie teorico-pratiche, nella prova degli anni, riattivando una relazione con il nostro stesso contesto di azione e possibilmente fuori da esso. In tutto questo, forse non c’era una vera e propria regia, tuttavia sapevamo dove andare a cercare e soprattutto avevamo la disponibilità a metterci in ascolto.
Evidentemente, Effimera muove da una radice operaista che rende determinante il porre attenzione alle soggettività del/nel lavoro, dunque muove oggi dalla consapevolezza delle immense questioni teorico-pratiche aperte dai nuovi paradigmi produttivi e da processi di valorizzazione che interessano anche sessualità e corpi, sensibilità e inclinazioni emotive.
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Elogio della distanza
Informazione, potere, neoliberalismo
Federica Buongiorno intervista Byung-Chul Han
Byung-Chul Han insegna Kulturwissenschaft presso la Universität der Künste di Berlino, in Germania, ed è uno scrittore e teorico della cultura di origine coreane (è nato, infatti, a Seoul nel 1959). Dopo gli studi iniziali di metallurgia in Corea del Sud, ha conseguito il dottorato in Filosofia (1994) all’Università di Friburgo in Brisgovia con una tesi su Martin Heidegger e ha insegnato dapprima a Basilea e, fino al 2012, a Karlsruhe – dove è stato collega di un altro influente pensatore contemporaneo, Peter Sloterdijk. Sin dall’inizio la produzione di Han si connota per l’incrocio di più discipline e categorie interpretative, provenienti in massima parte dall’etica, dalla filosofia sociale e fenomenologica, dalla teoria culturale e dei media, ma anche dal pensiero religioso e dall’estetica. I suoi primi lavori, dal taglio accademico ma già eclettico, sono dedicati al pensiero di Heidegger (Heideggers Herz. Zur Begriff der Stimmung bei Martin Heidegger, Fink, Paderborn 1999); di Hegel (Hegel und die Macht. Ein Versuch über die Freundlichkeit, Fink, Paderborn 2005); e al concetto scientifico-culturale della morte (Todesarten. Philosophische Untersuchungen zum Tod, Fink, Paderborn 1999 e Tod und Alterität, Fink, Paderborn 2002).
A partire dagli anni 2000, con La società della stanchezza (tr. it. di F. Buongiorno, nottetempo, Roma 2012), Han costruisce un percorso intellettuale di critica dell’odierna società capitalistica e neo-liberale, rielaborando criticamente categorie e motivi della filosofia foucaultiana e post-foucaultiana, con particolare riferimento al pensiero di Giorgio Agamben, utilizzati per rileggere originalmente la filosofia classica di Hegel, Marx e Heidegger.
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Separazioni, divorzi e scissioni mancate
La riforma del Senato è servita
di Giorgio Salerno
La riforma del Senato è fatta. “Il sacrificio della patria nostra è consumato” direbbe oggi l’eroe foscoliano Jacopo Ortis. La legge costituzionale è passata con 179 voti favorevoli, 17 no (SEL e Fittiani), 7 astenuti e mezzo Senato assente. Una maggioranza ampia che supera di 18 voti i 161 necessari corrispondenti alla metà più uno dei componenti della seconda Camera.
Sono stati determinanti i 13 voti del gruppo di Verdini, i 2 della coppia Bondi-Repetti, i 3 del gruppo GAL ed i 2 in dissenso di Forza Italia. La minoranza Dem, fino a ieri forte di 29/30 dissidenti, è stata silente, allineata e dissolta. Hanno resistito votando no o astenendosi solo Mineo, Tocci, Casson e la senatrice Amato assente. Assistendo al dibattito, meritoriamente trasmesso in diretta dalla RAI e guardando le facce, i sorrisi, le strette di mano – singolare quella tra Verdini e Napolitano – mentre si faceva scempio della Carta costituzionale, tornavano a mente le accorate parole di Ugo Foscolo. Tuttavia si spera, diversamente da Jacopo Ortis, che non tutto sia perduto e che il referendum ribalterà questo vergognoso risultato.
E’ stato detto ed illustrato efficacemente che il combinato disposto tra Italicum e Senato prefigura una drastica diminuzione della democrazia, uno schiacciante prevalere dell’esecutivo sul parlamento ed un potere assoluto del Presidente del Consiglio sempre più dominus, uomo solo al comando.
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"Common decency" o corporativismo
Osservazioni sull'opera di Jean-Claude Michéa
di Anselm Jappe
Secondo alcuni, il capitalismo, chiamato anche economia di mercato più democrazia, vive, malgrado le sue crisi, una fase storica di grande espansione. Secondo altri, questi trionfi non sono altro che una fuga in avanti la quale maschera la sua situazione ogni giorno sempre più precaria. Ad ogni modo, si può dire che viviamo in un'epoca che non somiglia a nessun'altra. Questo appare del tutto evidente - salvo a quelli che hanno fatto della critica al capitalismo il loro mestiere. Si sarebbe potuto sperare che la fine definitiva del "socialismo di Stato", nel 1989, avesse anche messo fine a quel genere di marxismo legato, in un modo o nell'altro, alla modernizzazione "di recupero" che aveva avuto luogo negli "Stati operai". Il campo sembrava ormai sgombro per l'elaborazione di una nuova critica sociale, all'altezza del capitalismo postmoderno e capace di riprendere le questioni di base. Ma il rapido impoverimento delle classi medie, un'evoluzione che pressoché nessuno aveva previsto, ha ridato un vigore inaspettato a delle recriminazioni che rimproverano al sistema capitalista soltanto le ingiustizie della distribuzione, e i danni collaterali che producono, senza mettere mai seriamente in discussione la sua stessa esistenza ed il tipo di vita che impone. E' appoggiandosi spesso ai concetti più obsoleti del marxismo tradizionale, che troskisti elettorali, negriani ed altri cittadinisti espongono la loro richiesta di una diversa gestione della società industriale capitalista. Qui, la critica sociale si riduce essenzialmente al dualismo fra sfruttatori e sfruttati, dominanti e dominati, conservatori e progressisti, destra e sinistra, cattivi e buoni. Quindi, niente di nuovo sotto il sole. I fronti sono sempre gli stessi. Ed è un Karl Marx ridotto a cacciatore di "profitti immorali" che esercita nuovamente un diritto di presenza nei grandi media. La crisi finanziaria della fine del 2008, ha fatto tuttavia guadagnare dei punti a questa spiegazione del mondo.
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Generazione Millennial
Un’arma ideologica contro i giovani lavoratori
di Carlo Tommolillo
Pochi giorni fa (il 9 ottobre), il Censis ha presentato a Milano una ricerca realizzata per il Padiglione Italia di Expo 2015 intitolata «Vita da Millennials: web, new media, startup e molto altro. Nuovi soggetti della ripresa italiana alla prova». Oggetto dell’indagine sono i giovani italiani di età compresa tra i 18 e i 35 anni, i cosiddetti Millennials appunto. A questa ricerca è stato dato grande risalto, e molti dei principali giornali e agenzie di stampa nazionali hanno diffuso i risultati, a loro dire, incoraggianti di questo studio. Ma cosa sono i Millennials?
Con i termini Generazione Y, Millenial Generation o Millennials si indica la generazione dei nati in occidente tra gli anni ottanta e i primi duemila; seguono ai Baby Boomers (nati tra i ’50 e i ’60) e alla Generation X (nati tra i ’60 e gli ’80). Giornalisti e sociologi di tutto il mondo occidentale negli ultimi anni – oltre ad assegnare nomi fastidiosissimi a qualsiasi fenomeno – hanno descritto abitudini e caratteristiche di questa generazione: nati nell’era digitale, utilizzatori abituali di tecnologia, iscritti ai social network e sempre connessi in rete.
La ricerca del Censis pretende di dimostrare una straordinaria capacità di adattamento e spirito di sacrificio da parte della gioventù italiana, doti che sarebbero dovute ad un nostro innato spirito imprenditoriale: “alle barriere di accesso al mercato del lavoro e ai rischi di incaglio nella precarietà” ci spiega il Censis “i Millennials italiani hanno opposto una forza vitale partendo da una potenza italiana consolidata: l’imprenditorialità”.
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Camminare sul campo minato*
Oltre le promesse tradite del Neoliberismo
di Raffaele Sciortino
All'interno della 4 giornate romane di Sfidare il Presente si sono tenuti una serie di dibattiti interessanti, che ci auguriamo possano fornire qualche bussola utile alla costruzione di percorsi di contrapposizione e lotte sociali dentro la crisi. A tal proposito, riportiamo qui di seguito la sbobinatura dell'intervento di Raffaele Sciortino, ospite insieme a George Caffentzis, Davide Caselli e un' attivista di UIKI Onlus, del tavolo di discussione “Camminare sul campo minato. Oltre le promesse tradite dal Neoliberismo”.
La lucidità e la puntualità dell'intervento di Sciortino pensiamo sia un importante contributo alla discussione per quelle le realtà di compagn* che cercano di dare una lettura politica macro della fase attuale. L'intervento parte dal dato di fatto che il neoliberismo è vivo e vegeto, premettendo però che con “neoliberismo” non si vuol intendere una serie di politiche ma una "fase del capitale". Nel neoliberismo il capitale si ristruttura, si trasforma e ingloba vecchie e nuove istanze di lotta, a partire dall'onda lunga del '68, in cui il capitale ha saputo sussumere-trasformando istanze di classe e collettive in istanze di “autonomia individuale”.
Una prima fase della crisi si è chiusa oggi. Essa ha tentato un “salvataggio” capitalistico che non ha avuto alcun effetto duraturo: immissioni di liquidità e misure di austerity prima, scarico della crisi sull'Europa, frammentandola, poi. Da questa incapacità di rilancio economico, nascono forme di protesta massificate (Occupy, Indignados, paesi arabi e USA) capaci di costruire un immaginario di cambiamento pensato però non in termini radicali ma come capitalismo a misura d'uomo.
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La grammatica del dominio e la parola sabotaggio
di Girolamo De Michele
«Testimone di una volontà di censura della parola»: così Erri De Luca ha definito se stesso. Non può esserci migliore descrizione di quello che accade non a Erri De Luca, ma attraverso Erri De Luca – se non nelle parole dell’avvocato A.M., che difende la ditta promotrice della causa contro lo scrittore: «chiediamo che la sentenza emani in messaggio, che redarguisca giuridicamente e processualmente». Dunque si chiede che la parola di uno scrittore sia sanzionata in modo esemplare, affinché altri imparino e si regolino di conseguenza: l’inutile ridondanza degli avverbi in -mente risuona come il ribattere del martello sulla testa del chiodo piantato nel legno.
Il capo d’imputazione per aver constatato, rispondendo a una domanda, che gli attrezzi sequestrati ad alcuni compagni «servono a sabotare la TAV» non è “apologia”, ma “istigazione”: la differenza che passa fra un “hanno fatto bene” e un “andate e fate”. Si noti che il reato di istigazione a delinquere «riguarda, o dovrebbe riguardare, solo i comportamenti concretamente idonei a provocare la commissione di altri reati, ferma però la libertà di manifestazione del pensiero garantita dalla Costituzione»: così Giovanni Palombarini [qui], ex Procuratore Generale Aggiunto presso la Corte di Cassazione, che di certo non manca di esperienza e cognizione di causa.
Chiunque si sia occupato, anche solo per sostenere un esame universitario, di diritto, sa che il diritto è intrecciato con la logica e la retorica, e che questo viluppo non si scioglie: non bastasse il buon senso, si potrebbe citare l’autorità di Norberto Bobbio. La logica (modale) ci insegna a distinguere fra la possibilità e la necessità: e ci ammonisce che chiunque istituisca una connessione fra il presente e il futuro, a meno che non stia enunciando una legge scientifica – ogni corpo immerso in un liquido riceve(rà) una spinta dal basso all’alto ecc. – va a collocarsi nel campo del possibile.
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Ignazio Marino: verrebbe da ridere se non ci fosse da piangere
di Leonardo Mazzei
«Facciamola breve. Marino ha dimostrato un'incapacità assoluta, ha scelto di rimanere al suo posto quando un anno fa l'inchiesta sul malaffare romano avrebbe imposto lo scioglimento del consiglio e l'indizione di nuove elezioni, ha mostrato una dignità pari a zero quando ha accettato di farsi accudire dalla badante (parole sue, riferite a Gabrielli) inviatagli da Renzi, e potremmo continuare...»
Una classe dirigente alla frutta, altro che complotti!
Essendo politicamente uno zero, potremmo anche evitare di occuparci del signor Marino Ignazio Roberto Maria, chirurgo, senatore piddino, sindaco di Roma, trasvolatore seriale dell'Atlantico e candidato al guinness dei primati come re degli scontrini.
Ci tocca invece occuparci della cosa per almeno due motivi. Il primo è che, non più tardi di ieri, ci è capitato di vedere una discreta folla di scapestrati inneggiare al sindaco dimissionario in Piazza del Campidoglio. Il secondo è che il caso Marino non è frutto del caso, ma neppure di un complotto, essendo piuttosto una pittoresca ma significativa manifestazione del degrado complessivo della classe dirigente del paese.
Se il primo punto è semplice da inquadrare, è il secondo quello su cui focalizzare l'attenzione.
Partiamo dunque dal più semplice. La folla inneggiante ieri a Marino ci ricorda un po' quella che il 12 novembre 2011 festeggiava per il cambio della guardia a Palazzo Chigi tra l'uscente Berlusconi e l'entrante Monti. «Dal pagliaccio con la bandana al killer dei "mercati"», titolammo allora. In quel caso si brindava ad una cacciata senza affatto riflettere su quel che sarebbe venuto dopo. Oggi si manifesta invece per il timore del futuro, senza però fermarsi per un attimo a ragionare sui fatti che hanno portato Marino alle dimissioni.
Due situazioni apparentemente opposte, ma invece tenute assieme dallo stesso atteggiamento fideistico. Allora chi manifestava pensava che i mali dell'Italia, ed addirittura la stessa crisi economica, dipendessero da un solo uomo: il Buffone d'Arcore. Ora, probabilmente, alla luce di quel che è venuto dopo, molti avranno forse cambiato idea. Non lo sappiamo.
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L'avventura del pensiero
Paolo Bartolini intervista Silvano Tagliagambe
Una bellissima nostra intervista a Silvano Tagliagambe. Offriamo ai lettori un autentico saggio di alto valore culturale, fra i più degni della rubrica 'Pensieri Lunghi'
Prof. Tagliagambe, nei suoi studi, a cavallo tra filosofia, scienza e psicoanalisi, ha guardato al mistero della psiche da una prospettiva estesa e transindividuale. Può descrivere, oltre alle implicazioni teoriche della questione, gli effetti pratici ed etici di un approccio siffatto alla vita della mente?
Il modello della "mente estesa" è stato proposto ed efficacemente descritto da Gregory Bateson in una conferenza dal titolo Forma, sostanza, differenza, tenuta il 9 gennaio 1970 per il diciannovesimo Annual Korzybski Memorial, nella quale egli dava la seguente risposta alla domanda: "Che cosa intendo per 'mia' mente?": «La mente individuale è immanente, ma non solo nel corpo; essa è immanente anche in canali e messaggi esterni al corpo; e vi è una più vasta mente di cui la mente individuale è solo un sottosistema. [.] La psicologia freudiana ha dilatato il concetto di mente verso l'interno, fino a includervi l'intero sistema di comunicazione all'interno del corpo (la componente neurovegetativa, quella dell'abitudine, e la vasta gamma dei processi inconsci). Ciò che sto dicendo dilata la mente verso l'esterno» [1]. In estrema sintesi questo modello afferma che i processi mentali sono esempi di elaborazione cognitiva incorporata e distribuita. Il che significa:
a) Che non solo il cervello, ma anche il corpo e l'ambiente cooperano al raggiungimento dei nostri fini cognitivi;
b) Che ciò è ottenuto in un modo così fluido e interconnesso da originare un unico flusso causale integrato, nel cui ambito (e per gli scopi scientifici dell'analisi del comportamento) le usuali distinzioni di interno ed esterno perdono ogni utilità ed efficacia.
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Il genocidio indonesiano del 1965
Jorge Cadima*
Mezzo secolo fa si consumava una delle più grandi stragi della Storia.
A partire dall'ottobre del 1965, i militari indonesiani, con il sostegno attivo e diretto dell'imperialismo nordamericano, massacrarono circa un milione di comunisti, di sindacalisti e membri dei forti movimenti di massa indonesiani. Il genocidio indonesiano è uno degli episodi più sanguinosi della grande guerra di classe mondiale con cui l'imperialismo ha cercato di contenere e sconfiggere l'ascesa del potente movimento di liberazione nazionale e sociale della seconda metà del XX secolo, sull'onda della sconfitta del nazi-fascismo e dell'immenso prestigio dell'Unione Sovietica e del movimento comunista internazionale. Il genocidio indonesiano è un chiaro esempio di come la barbarie imperialista dei nostri giorni non sia un fenomeno nuovo, ma una caratteristica intrinseca e permanente del dominio imperialista. Come affermato nel 1967 dall'ex presidente Usa Richard Nixon,"con il suo patrimonio di risorse naturali, il più ricco della regione, l'Indonesia è il tesoro più grande del Sud-est asiatico" [1]. Per impossessarsi di questo "tesoro", l'imperialismo affogò nel sangue il popolo indonesiano. Dieci anni dopo, i militari indonesiani "filo-occidentali" scatenarono un nuovo genocidio contro il popolo di Timor Est, ancora una volta in stretto coordinamento con l'imperialismo statunitense.
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Esiste un "altro" movimento operaio?
di Paul Mattick
Quella che segue, è la recensione critica di Paul Mattick, scritta nel 1975, al libro di Karl Heinz Roth, "L'altro movimento operaio: storia della repressione capitalistica in Germania dal 1880 a oggi" (pubblicato in Italia, da Feltinelli, nel 1976). Si tratta di un importante punto di vista su alcune questioni ricorrenti in quegli anni nell'ambito dell'operaismo italiano, quali l'aristocrazia operaia e la designazione stessa di classe operaia, il riformismo ed il burocratismo sindacale.
L'analisi svolta da Roth nel suo libro, così come più generalmente quella della corrente detta "operaista", intende porsi dal punto di vista dei lavoratori più sfruttati ed oppressi; quel punto di vista, la cui resistenza costringerebbe il capitale a rispondere, a sua volta con la violenza, la repressione ed il progresso tecnologico. Si propongono quindi (gli "operaisti") di mettere in rilievo la condotta, presente e passata, di un soggetto rivoluzionario misconosciuto e denigrato ("l'operaio-massa") e di restituire significato radicale sia alle sue lotte selvagge, spontanee, autonome, che alla sua ostilità nei confronti di quell'ideologia del lavoro, produttivista e pro-capitalista, che anima le correnti dominanti del marxismo ufficiale. Una prospettiva, questa, che sfocia conseguentemente in una critica, altrettanto radicale, delle organizzazioni operaie tradizionali, sia riformiste che rivoluzionarie, e della separazione di cui esse si nutrono: l'economia e la politica, la coscienza e l'azione, la teoria e la pratica.
Ora, la critica svolta da Mattick alle tesi di Roth non si colloca in alcun modo nel quadro della difesa delle organizzazioni operaie tradizionali, né esprime paura o preoccupazione a fronte della spontaneità delle masse, dei movimenti autonomi, degli scioperi selvaggi.
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La truffa del Jobs Act
Ovvero come lo Stato sta regalando soldi alle imprese che licenziano e riassumono per accedere agli sgravi fiscali della Legge di Stabilità
scritto da Clash City Workers
Tante imprese hanno licenziato lavoratori assunti a tempo indeterminato per riassumerli dopo sei mesi con il nuovo contratto a "tutele crescenti" ed avere 8.000€ in regalo dal Governo sotto forma di sgravi fiscali. I lavoratori si trovano così con un contratto più precario del precedente e il Governo può esultare per l'aumento dei contratti a tempo indeterminato. Di seguito vi spieghiamo come è successo, i tentativi di lotta dei lavoratori per bloccare la truffa e perché è necessaria una risposta collettiva a quest'attacco. Qui invece potete riascoltare la diretta con Radio BlackOut
A inizio 2015 il governo ha varato i primi decreti che riformano il mercato del lavoro, il cosiddetto Jobs Act, con lo scopo dichiarato di aumentare l'occupazione stabile mediante un nuovo contratto a tempo indeterminato, denominato a “tutele crescenti”. In sostanza, chi è stato assunto col nuovo contratto in vigore dal 7 marzo, non dispone più della protezione contro i licenziamenti illegittimi garantito dal discusso articolo 18 che non tutelava i lavoratori da tutti i licenziamenti, ma soltanto da quelli riconosciuti come illegittimi in sede giudiziale. Col nuovo contratto, invece, si potrà essere licenziati anche senza giusta causa o giustificato motivo, perché a crescere non sono le tutele, ma soltanto l'indennizzo cui si ha diritto: due mensilità dell'ultima retribuzione considerata per il Tfr per ogni anno di servizio, con un minimo di quattro e un massimo di 24 mensilità. Un lavoratore può dunque venire licenziato in qualunque momento, senza una motivazione valida. Una volta avrebbe potuto ricorrere contro il licenziamento e, constatata l'illegittimità del provvedimento, poteva avere diritto al reintegro nelle vecchie mansioni, oltre al ricevimento degli arretrati. Ora, invece, anche nel caso in cui il giudice accertasse l'illegittimità del licenziamento, il lavoratore avrebbe soltanto diritto all'indennizzo, ma non ritornerebbe mai al suo posto. Un bel regalo per i padroni che potranno così liberarsi di lavoratori indesiderati, ad esempio perché particolarmente combattivi nel far rispettare i diritti loro e dei loro compagni sul luogo di lavoro.
Per altro, per ricevere l'indennizzo, il lavoratore dovrebbe intentare una causa all'azienda con tempi e costi crescenti che non tutti potrebbero sostenere, tanto più in assenza del reddito da stipendio.
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Chi ha ucciso Karl Marx?
Se la crisi sconfessa le teorie liberiste, meglio dare la colpa a Marx e Keynes.
di Ascanio Bernardeschi
“Non riconosco più le ragioni per cui ho demonizzato il capitale. Il mostro che fagocita tutto? Il Leviatano che succhia l'anima e il sangue dei lavoratori? Sconfesso quest'analisi. Il capitale è fatto dagli uomini, dalla loro intelligenza, dalla loro fantasia, dalle loro fatiche; è il risultato del lavoro, è ciò che gli uomini hanno fatto, è quanto di buono ci circonda e ci aiuta ad abitare il pianeta, a dominare una natura spesso ostile. Perciò è bene che chi ne è il detentore lo possa stabilmente possedere e ne tragga il giusto frutto” (Karl Marx, luglio 2015)
Avrei dovuto aspettarmelo, dal momento che l’Autore [1] – si legge nella quarta di copertina – è un docente universitario che ha iniziato la sua carriera alla Bocconi, luogo in cui si plasmano i cervelli in grado di produrre i disastri culturali e di giustificare quelli materiali che sono davanti agli occhi di tutti. Però il titolo era troppo accattivante, Marx & Keynes. Un romanzo economico, e l’invito nella stessa quarta di copertina prometteva “rigore scientifico, originalità narrativa, humor e suspense” con tanto di “finale imprevedibile”. Maledetta la mia curiosità! Così nello stand dei libri della festa di Rifondazione, non ho resistito alla tentazione di portarmi a casa il libro, per la modica cifra di 12 euro.
Non sono di palato fino, ma già nel primo capitolo mi ha infastidito un’affermazione secondo cui Marx avrebbe preferito il giornalismo all’accademia. Chi scrive della sua vita, sia pure in forma romanzata, dovrebbe sapere che l’attività giornalistica per quotidiani borghesi fu per il Moro un ripiego per mettere insieme il pranzo con la cena, visto che, dopo la laurea, pensava di ottenere la libera docenza a Bonn, dove insegnava il suo amico Bruno Bauer. Ma Bauer venne allontanato dall’Università. Non si schiuse così la carriera accademica di Marx, che passò al giornalismo diventando redattore della militante “Gazzetta renana”, prontamente interdetta dalla censura prussiana nel 1845.
Mi direte che un romanzo è anche frutto della fantasia. Ma allora perché promettere rigore? Meno sorprendente è un’altra affermazione di dolore attribuita al Marx fantastico per avere avuto come eredi/mostri Stalin, Mao, Che Guevara e Castro. Una dose di anticomunismo da parte di un bocconiano sta nel conto…
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L’economia dell’inganno
Il caso Volkswagen e il crony capitalism
di Maurizio Franzini
Maurizio Franzini cerca di collegare le riflessioni contenute nel libro appena pubblicato dai premi Nobel Akerlof e Shiller sull’economia dell’inganno e della manipolazione al caso recente, e clamoroso, che ha coinvolto la Volkswagen. Franzini sottolinea l’importanza delle riflessioni di Akerlof e Shiller che portano a considerare l’inganno endemico al mercato ma osserva che il caso Volkswagen prova che le forme dell’inganno sono molte, di diversa gravità e non possono essere contrastate soltanto con la regolazione
Il 22 settembre è stato pubblicato negli Stati Uniti il nuovo, e atteso, libro di due Nobel per l’economia, George Akerlof e Robert Shiller, dal titolo (singolare) “Phishing for Phools: The Economics of Manipulation and Deception” che potrebbe, un po’ liberamente, essere tradotto così: “A caccia di sprovveduti: l’economia della manipolazione e dell’inganno” .
La tesi centrale del libro è questa: l’idea di mercato che gli economisti hanno contribuito a diffondere è, quanto meno, parziale perché manca di considerare che il mercato (attraverso il profitto) fornisce un incentivo forte e sistematico a cercare vantaggi anche attraverso l’inganno e la manipolazione; peraltro, questi vantaggi si realizzano facilmente perché i consumatori possono essere manipolati e ingannati a causa sia delle limitate informazioni di cui dispongono sia delle falle che si aprono nella loro razionalità, – e che non sono né poche né occasionali come dimostrano numerose esperienze concrete (brillantemente documentate nel libro) e molti esperimenti di laboratorio.
Scrivono Akerlof e Shiller: “”Raramente i mercati liberi e non regolati premiano …l’eroismo di coloro che si astengono dal trarre vantaggio dalle debolezze psicologiche o informative dei consumatori. La concorrenza fa sì che i managers che si autodisciplinano in questo modo tendono a essere rimpiazzati da altri con meno scrupoli morali.
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Il velo alzato sul mondo dei morlock
Benedetto Vecchi
«Il regime del salario», le analisi di un gruppo di ricercatori e attivisti raccolte in un volume. Dal jobs act al job sharing, la discesa negli inferi della condizione lavorativa. Dai quali uscire senza sperare in facili scorciatoie
L’inferno degli atelier della produzione non è necessariamente un luogo dove ci sono forni accesi, rumori assordanti, caldo insopportabile e dove gli umani sono ridotti a bestie. Il lavoro può essere infatti svolto in ambienti lindi dove viene diffusa musica rilassante e piacevole; oppure in case dove la sovrapposizione tra vita e lavoro è la regola e non l’eccezione. L’immagine più forte del lavoro non è data certo da «Tempi moderni» di Charlie Chaplin. L’omino con baffetti, cappello e bastone risucchiato negli ingranaggi delle macchine rappresenta con lievità l’orrore della catena di montaggio. Strappa un sorriso di fronte la disumanità dell’organizzazione scientifica del lavoro. Ma la rappresentazione del lavoro non è viene più neppure dalla folla rabbiosa di Metropolis di Fritz Lang. Sono due film dove è presente l’imprevisto dell’insubordinazione, della rivolta. Ma in tempi di precarietà diffusa, occorre leggere le pagine o far scorrere i fotogrammi del film tratto dal libro di Herbert George Wells La macchina del tempo per avere la misura di come è cambiato il lavoro.
Il romanzo dello scrittore inglese è utile non tanto perché ci sono gli eloi, umani ridotti a ebeti che possono consumare di tutto in attesa di essere divorati dai morlock umani-talpa che vivono nel sottosuolo per produrre chissà cosa. La macchina del tempo è un testo significativo perché rappresenta una società che ha occultato gli atelier della produzione, li ha sottratti allo sguardo pubblico. Sono come le community gated delle metropoli: zone dove lo stato di eccezione – limitazione dei diritti e della libertà personale — è la normalità. Per gli attivisti e ricercatori del gruppo «Lavoro insubordinato» sono espressione di un regime che non conosce faglie distruttive e dove la crisi è la chance che il capitale ha usato per affinare e rendere più sofisticate, e dunque più potenti, le forme di assoggettamento e di compressione del salario del lavoro vivo. Lo scrivono in un ebook dal titolo programmatico Il regime del salario che può essere scaricato dal sito internet www.connessioniprecarie.org.
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