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AI, Lavoro e Capitale
di Paolo Di Marco
1- AI
Ne suo articolo seminale (Computer Machinery and Intelligence, Mind 1950) Turing non chiede cosa sia l’intelligenza -compito disperato, dice- ma sostituisce la domanda con un’altra, rappresentata dal ‘gioco dell’imitazione’: una persona in una stanza deve indovinare mediante una serie di domande se il soggetto al di là della parete sia uomo o donna o, successivamente, macchina. Questo verrà poi chiamato test di Turing e rappresenta tuttora il criterio principe del riconoscimento di una Intelligenza Artificiale (in breve AI).
Ma c’è un problema: l’equivalenza fra le due domande è ingannevole; Turing non ci dice che la macchina al di là della parete è intelligente, ma che è indistinguibile. E nel 1950, dato lo stato delle conoscenze sull’intelligenza, questo poteva essere considerato soddisfacente.
Questa attenzione al risultato (il cosa), indipendentemente dal modo di raggiungerlo (il come), viene mantenuta in tutti gli sviluppi successivi, a partire dal convegno ‘fondativo’ del ’56 organizzato a Dartmouth da McCarthy, dove filosofia e scienze neurocognitive sono del tutto marginali rispetto al nucleo matematico-ingegneristico (‘quando il seminario inizierà avremo un accordo eccezionale sulle questioni filosofiche e linguistiche così potremo perdere poco tempo con quelle quisquilie’ scrive Minsky). Il risultato principale del convegno è porre le basi della ‘AI simbolica’ come insieme di regole per la manipolazione di simboli matematici.
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Per costruire il socialismo del secolo XXI non serve rileggere il passato con le vecchie categorie
Serve analizzare il presente da prospettive inedite
In merito a uno scambio epistolare fra il sottoscritto e gli amici del Forum Italiano dei Comunisti
di Carlo Formenti
Da qualche tempo gli amici del Forum italiano dei comunisti mi hanno inserito in una loro mailinglist. Qualche settimana fa mi hanno inviato un file che contiene un libro di Roberto Gabriele che ha lo stesso titolo del mio blog (lo potete scaricare al seguente indirizzo). Mi hanno chiesto di darne un giudizio critico e di stendere eventualmente una prefazione (o una postfazione) in vista della pubblicazione che, se ho ben inteso, è prevista dopo l'estate in corso. Ho letto con attenzione il testo in questione, tuttavia, a mano a mano che procedevo nella lettura sono passato da una benevola aspettativa (dovuta al fatto che gli amici del Forum, rispetto alla galassia dei partitini, gruppi e gruppuscoli neocomunisti residuati dallo sfascio di PCI, PdRC e cespugli vari, hanno almeno il merito di rifiutare la scorciatoia di una illusoria riaggregazione per sommatoria dell'esistente), a una profonda irritazione, dovuta al fatto che, ancora una volta, l'attenzione si concentra prevalentemente sul passato alla ricerca di errori e tradimenti e di un mitico "filo rosso" che marcherebbe la continuità di un genuino orientamento comunista dal Manifesto del 1848 ai giorni nostri. Sull'onda di tale irritazione ho risposto all'invito di cui sopra con la mail che riproduco quasi integralmente qui di seguito (solo con qualche minima correzione e integrazione).
(...) ho la sensazione che tutti voi di area neo-post comunista leggiate poco o almeno con poca attenzione le cose che vado scrivendo sul blog e/o sui miei libri. Altrimenti vi sareste resi conto che sono lontanissimo dal taglio memorialista-nostalgico di approcci come quello di Gabriele (e di molti, ahimè quasi tutti, gli altri amici del giro). Per essere brutalmente franco e per semplificare al massimo:
1) non credo più da tempo che esista qualcosa come il socialismo “scientifico” di cui si parla nel libro.
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Una nuova dottrina di guerra eurasiatica?
di Enrico Tomaselli
“Il generale esperto logora il nemico tenendolo costantemente sotto pressione. Lo fa correre dappertutto adescandolo con vantaggi illusori”.
Sun Tzu
L’evoluzione delle dottrine belliche è determinata per un verso da quella tecnologica (nuove armi, nuovi strumenti offensivi o difensivi impongono approcci diversi al combattimento – si pensi ai velivoli senza pilota), ma per un altro è l’esperienza stessa del combattimento a forgiare il nuovo pensiero militare. Tutti i grandi pensatori militari, infatti, siano essi occidentali od orientali, hanno sempre tratto le proprie riflessioni da una pregressa esperienza (diretta o meno) della guerra.
Storicamente, l’evoluzione del pensiero strategico si è addensata poi nella elaborazione di dottrine più specifiche, costruite anche in base alla natura e alla portata degli interessi dei paesi nel cui ambito queste venivano sviluppate. Se guardiamo ai decenni successivi alla fine della WWII, possiamo osservare come il pensiero strategico abbia avuto il suo sviluppo – com’è logico – essenzialmente negli Stati Uniti e nell’URSS. In entrambe i casi, è stato ovviamente risucchiato nel ristretto ambito del confronto tra queste due potenze. Durante l’intero corso della guerra fredda, il pensiero strategico occidentale e sovietico è stato caratterizzato dalla presenza delle armi nucleari (innovazione tecnologica) e dall’evoluzione di quanto sviluppato nel corso del precedente conflitto mondiale (esperienza di combattimento).
Gli anni successivi alla seconda guerra mondiale, infatti, hanno visto sia Washington che Mosca sviluppare un modello speculare, le cui caratteristiche principali sono state: creazione di grandi blocchi integrati di alleanze politico-militari (NATO e Patto di Varsavia), sviluppo di un arsenale atomico, sia in funzione potenzialmente offensiva che di deterrenza, costruzione di un modello di forze armate basato sulla mobilità e sulla massiccia presenza di corazzati.
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Il metodo di Marx contro Zizek
di Alfonso Strazzullo
“Una delle trappole più subdole che insidiano i marxisti è la ricerca del momento della Caduta, quando le cose hanno preso la piega sbagliata nella storia del marxismo: fu già Engels con la sua concezione positivista-evoluzionista del materialismo storico? Sono stati il revisionismo e l’ortodossia della Seconda Internazionale? È stato Lenin? O è stato Marx stesso nella sua ultima opera, dopo aver abbandonato il suo umanesimo giovanile (come alcuni “marxisti umanisti” hanno sostenuto decenni fa)? L’intero argomento deve essere respinto: non c’è nessuna opposizione, la Caduta è necessariamente inscritta nelle origini stesse. (Per dirla tutta, una simile ricerca dell’intruso che ha infettato il modello originario e ne ha causato la degenerazione non può che riprodurre la logica dell’antisemitismo). Ciò significa che, anche se – anzi, soprattutto se – si sottopone il passato marxista a una critica spietata, bisogna prima riconoscerlo come “proprio”, assumendosene la piena responsabilità, non sbarazzarsi comodamente della “cattiva” piega delle cose attribuendola a un intruso estraneo (il “cattivo” Engels che era troppo stupido per capire la dialettica di Marx, il “cattivo” Lenin che non ha capito il nucleo della teoria di Marx, il “cattivo” Stalin che rovina i nobili piani del “buon” Lenin, ecc.)”.
Mi è giunta tra i meandri del Telegram questa citazione con cui sono assurdamente d’accordo, tranne, paradossalmente, che con il nucleo stesso del ragionamento di Zizek.
L’autore sloveno (col quale ho un rapporto strano, mi diverte, mi affascina, mi disgusta e mi fa incazzare allo stesso tempo) mi trova assolutamente d’accordo con l’osservazione del fatto che spesso si immagina un marxismo in un modo o nell’altro puro, non pervertito, originario per così dire, inseguendo una forma ideologica tipica della religione e non della scienza (tolgo, per questo, la filologia, essendo la prima scienza o il primo approccio scientifico tra ciò che oggi chiamiamo “discipline umanistiche”, la prima forma laica di studio della scrittura, che perde la S maiuscola che aveva in ambito teologico) e ha a sua volta ragione nel ribadire che la struttura logica dell’antisemitismo è esattamente questa (per dirla con Eco, è la struttura logica dell’urfascismo).
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La Meloni, la Cina, l’auto
di Vincenzo Comito
La presidente del Consiglio ha avuto colloqui di alto livello, a partire da quello con Xi. Ma non si è portata alcun dossier aperto. Anche sull’auto e l’ingresso di produttori cinesi in Italia, mentre si decidono dazi in Europa, non si notano passi avanti
I risultati degli incontri della Meloni in Cina
La gran parte degli atti e delle dichiarazioni dei membri di questo governo, a partire da quelli di Giorgia Meloni, si possono, almeno a parere di chi scrive, tranquillamente classificare in tre ampie categorie: quelli negativi, quelli di pura propaganda, quelli infine del tutto inutili. Per quello almeno che si sa, il viaggio della presidente del Consiglio in Cina appartiene a quest’ultima categoria sia sul fronte economico che su quello politico.
Il successo del viaggio nel paese asiatico di una delegazione straniera si misura il più delle volte con il peso economico dei progetti da realizzare annunciati; si parla così di accordi, cifrati di solito in dollari, per 1 miliardo, 5 miliardi, 20 miliardi e così via. Di tutto questo nei documenti degli incontri non c’è alcuna traccia e neanche un vago accenno. Il ministro D’Urso assicura che le intese concrete seguiranno. Vedremo…
Cina e Italia hanno firmato in effetti un accordo triennale che, dopo il recente raffreddamento dei rapporti tra i due paesi, in teoria delinea dei meccanismi per rafforzare e rilanciare la cooperazione in diversi ambiti. L’elenco è molto lungo e comprende quasi tutto; sono citati i settori dell’industria e del commercio, gli investimenti, la tutela della proprietà intellettuale e delle indicazioni geografiche, l’agricoltura e la sicurezza alimentare, l’ambiente e lo sviluppo sostenibile, la cultura e il turismo, il contrasto alla criminalità organizzata, senza infine dimenticare l’istruzione. Come ha scritto qualcuno, una bella cornice, ma manca il quadro.
Si è poi parlato in particolare di veicoli elettrici e di energia pulita, oltre che di intelligenza artificiale.
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La scienza del valore
recensione di Ascanio Bernardeschi
Michael Heinrich, La scienza del valore. La critica marxiana dell’economia politica tra rivoluzione scientifica e tradizione classica, a cura di Riccardo Bellofiore e Stefano Breda, tr. it. di Stefano Breda, Pgreco edizioni, Milano 2023, pp. 559, € 26,60.
Per troppi anni in Italia non sono circolati adeguatamente gli importantissimi studi che si basano sulla nuova edizione critica delle opere di Marx ed Engels (Mega2). Una significativa rottura di questo assordante silenzio vi fu nel 2001 con la pubblicazione da parte di Roberto Fineschi di Ripartire da Marx, di cui recentemente è uscita un’edizione aggiornata intitolata La logica del capitale (Istituto Italiano per gli Studi Filosofici Press, Napoli 2021). Sempre Fineschi ha curato la pregevole nuova edizione del primo libro del Capitale includente un volume di apparati che documenta importanti varianti fra le varie edizioni. Naturalmente vi sono stati altri saggi in materia di autori italiani, ma la prima traduzione importante di un’opera di uno studioso straniero mi pare sia il quasi introvabile Dialettica della forma di valore, di Hans Georg Backhaus (Editori Riuniti, Roma 2009). C’è pertanto da salutare con soddisfazione l’uscita, verso la fine del 2023, della traduzione di un grande lavoro di Michael Heinrich, la cui prima edizione in tedesco risale al 1991, poi rivisitata notevolmente in successive edizioni: Die Wissenschaft vom Wert. Die Marxsche Kritik der politischen Ökonomie zwischen wissenschaftlicher Revolution und klassischer Tradition. Breda ci avverte opportunamente che la traduzione di Wissenschaft con scienza non dà conto completamente del significato originale e potrebbe indurre il lettore a un accostamento alle scienze esatte, mentre il termine tedesco è usato per indicare in generale attività sistematiche per la produzione di conoscenza. Basti pensare – esemplifico – al titolo della grandiosa opera di Hegel, Die Wissenschaft der Logik, la nota Scienza della logica.
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Venezuela, il manuale di un golpe
di Lorenzo Poli
Nel luglio 2024, il Woodrow Wilson International Center for Scholars (o Wilson Center) - uno degli United States Presidential Memorial, fondato a Washington DC come parte dello Smithsonian Institution, riconosciuto come uno dei primi dieci più importanti think tank al mondo - ha pubblicato un paper dal titolo “Venezuela Desk – How to stop a coup”, ovvero “come fermare un colpo di Stato in Venezuela”. Un titolo che potrebbe trarre in inganno, in quanto potrebbe far pensare ad un documento che voglia prevenire un colpo di Stato, ma in realtà si tratta del suo opposto: il dossier illustra i piani golpisti di stampo fascista che gli Stati Uniti avevano preparato per le elezioni presidenziali del 28 luglio contro il governo socialista di Nicolas Maduro. A scrivere il dossier è stato Mark Feierstein, già funzionario del Dipartimento di Stato dell’USAID e del National Democratic Institute, nonché elemento chiave nella “sporca guerra” contro la Rivoluzione Sandinista in Nicaragua negli anni Novanta, nel colpo di Stato contro Fernando Lugo in Paraguay e nel creare il noto piano strategico venezuelano per destabilizzare il governo di Nicolás Maduro da quando è entrato in carica nel 2013. In questo paper, Feierstein, presenta in sette pagine una sorta di tabella di marcia per programmare l’ennesima “rivoluzione colorata”, come teorizzata da Gene Sharp, al fine detronizzare Maduro rivelando e dando conferma di questo.
Il documento ammette che il raggruppamento dell’opposizione venezuelana anti-Maduro è una strategia degli Stati Uniti; che Washington ricatta il governo bolivariano con le sanzioni e con il blocco economico; che la sua intenzione è quella di coinvolgere i governi europei, di Colombia e del Brasile per fare pressione prima e dopo le elezioni del 28 luglio e che gli Stati Uniti vogliono penetrare il Consiglio Nazionale Elettorale (CNE).
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Israele come mondo
Il tecno-colonialismo 4.0
di Eddie e Ste
Riceviamo e pubblichiamo questo articolo, che uscirà a settembre nel terzo numero dell’aperiodico di critica sociale “il pensiero critico”. Cosa dimostra il massacro in corso a Gaza? Tra le altre cose, questo; «la sorveglianza automatizzata si trasforma in arma di guerra automatizzata» (Stephen Graham, Villes sous contrôle. La militarisation de l’espace urbain). Che significa affermare che il modello-Israele è la tendenza di tutte le società tecnocapitalistiche? Tra le altre cose, questo: de nobis fabula narratur.
Il conflitto globale in divenire, e in particolar modo il genocidio in atto a Gaza, oltre a suscitare doverose mobilitazioni, azioni di sabotaggio, occupazioni e boicottaggi in svariate parti del mondo, sta anche generando contributi alla messa in discussione dell’intero modello occidentale, rendendo maggiormente evidente come la sua ristrutturazione in chiave iper-tecnologica sia finalizzata alla gestione capillare degli individui e dei territori.
A nostro avviso non c’è niente di meglio del modello democratico israeliano che possa rappresentare ciò che è il fine ultimo del progetto denominato smart world. Come già ribadito in altre occasioni, siamo di fronte a una ristrutturazione sociale che avrà conseguenze devastanti sull’intero vivente, e ciò che comporterà lo possiamo vedere chiaramente in Palestina: analisi dei territori, raccolta dati sugli individui, elaborazione e predizione algoritmica, calcolo dei danni collaterali, confinamento e infine attacco militare.
E’ un dato di fatto che gli sviluppi tecnologici testati in Palestina (ma in generale nelle guerre) vengono venduti all’occidente per essere utilizzati all’interno dei contesti urbani, diventando parte fondamentale della trasformazione in corso. Lo Stato di Israele è a oggi leader mondiale per ciò che riguarda le tecnologie biometriche e l’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Traguardo raggiunto in decenni di occupazione, durante la quale ha potuto sperimentare tutto ciò direttamente sulla popolazione palestinese. Ci teniamo a sottolineare inoltre, che sono molteplici i progetti direttamente commissionati e finanziati da alcuni Stati occidentali, il che evidenzia ulteriormente quali strumenti si prefiggono di utilizzare anche qui da noi.
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Avanti barbari!
di Sandro Moiso
Louisa Yousfi, Restare barbari. I selvaggi all’assalto dell’Impero, DeriveApprodi, Roma 2023, pp. 96, 12 euro
Alle 22 in punto la radio della polizia penitenziaria gracchia frasi in arabo. Carcere minorile Ferrante Aporti di Torino: la rivolta iniziata poco dopo le 20 è in atto ormai da più di due ore. Incendio nelle celle, negli uffici, nei corridoi. Botte agli agenti. «Si sono presi una nostra radio, attenti alle comunicazioni: sentono tutto» dice quello della penitenziaria. No, è peggio. I detenuti del minorile – una cinquantina, forse appena di più – si sono impossessati di gran parte del carcere. (Notte tra i 1° e il 2 agosto 2024, da un articolo di Federico Femia e Caterina Stamin su “La Stampa”)
Come sempre, a essere sinceri, le recensioni di libri altrui non possono che costituire dei pretesti per parlare di argomenti che premono ai recensori. Tale osservazione vale anche in questa occasione, in cui il bel saggio di Louisa Yusufi, pubblicato lo scorso anno da DeriveApprodi in Italia, ma uscito originariamente in Francia nel 2022, permette a chi scrive di trattare un problema che travalica la “linea del colore” e della “barbarie” inclusa nei confini delle banlieue francesi per mettere in discussione il concetto di civiltà tout-court, all’interno di tutto il modo di produzione e riproduzione basato sui principi del capitale e dell’appropriazione privata della ricchezza socialmente prodotta.
Il titolo del testo della Yousfi rinvia, inevitabilmente, al motto “rimanere umani” che da anni accompagna manifestazioni e proposizioni ricollegabili alla rivendicazione in difesa dei diritti delle fasce più deboli e povere della popolazione e, in particolare, delle condizioni di vita dei migranti e degli immigrati, accompagnandosi spesso anche ai discorsi sulla guerra e le sue cruente e spietate logiche di violenza e sterminio. Non a caso il suo presunto ideatore, Vittorio Arrigoni noto come Vik, proprio a Gaza era stato ucciso nell’aprile del 2011 da una cellula jihadista salafita che si opponeva a qualsiasi tipo di intervento umanitario occidentale nell’enclave palestinese.
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Euromissili statunitensi in Germania per difenderci?
di Francesco Cappello
Un missile nucleare Usa, schierato in Europa, può colpire Mosca, un analogo missile schierato dalla Russia può colpire le capitali europee, ma non Washington. Gli USA vogliono anche in Italia gli euromissili, come a Comiso negli anni ’80?
Con l’espansione della NATO a Est sino ai confini della Federazione Russa, che include la volontà di inglobare l’Ucraina, è stato violato il principio di indivisibilità della sicurezza secondo cui la sicurezza di alcuni non può essere raggiunta a discapito di quella di altri. L’ultimo atto di tale follia atlantista è stata l’inclusione di Finlandia e Svezia. La Finlandia condivide con la Russia quasi 1400 km di confine. È stato, di conseguenza, provocato il collasso del sistema di sicurezza euro Atlantico che dev’essere ricostruito al più presto come chiesto a più riprese da Lavrov e dallo stesso Putin se davvero si volesse un ritorno alla Pace.
Nell’ambito del summit di Washington per i 75 anni della NATO, è stata firmata una Lettera di Intenti su ELSA, l’European Long-Range Strike Approach, sottoscritta dai ministri della Difesa di Italia, Francia, Germania e Polonia. Il ministro della difesa Crosetto ha dichiarato che: “L’iniziativa getta le basi per una cooperazione integrata e a lungo termine tra le nostre Nazioni per rafforzare le capacità europee di difesa e deterrenza, sviluppando la base industriale del settore”.
In pratica, quindi, il primo atto per riattivare un certo settore della produzione bellica che come di consueto consiste nello squilibrare la relativa deterrenza.
Nel frattempo che gli europei si organizzano per incrementare la loro capacità di sviluppare e produrre, autonomamente, capacità nel campo degli attacchi militari a lungo raggio, è comunque importante che procedano ad acquisti direttamente dalle statunitensi Lockeed Martin, Northmann Group e altre.
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Extinction, evoluzione e bugie verdi
di Howard Moss

Per questo mese presentiamo tre libri recensiti da Howard Moss sulla rivista mensile inglese «Socialist Standard». Queste opere trattano temi a nostro avviso assai interessanti: una storia cooperativa della vita sulla Terra; un'analisi del processo di estinzione della biosfera da parte del sistema capitalistico; un esame dettagliato delle presunte "benefiche" politiche green.
* * * *
Esseri sociali
Selfish Genes to Social Beings. A Cooperative History of Life, di Jonathan Silvertown, Oxford University Press, 2024, pp. 236.
Questo è un libro notevole. Cerca di coprire, in un paio di centinaia di pagine, l'intera storia di quattro miliardi di anni della vita sulla Terra, quindi ovviamente non solo della vita umana. L'autore, specialista in ecologia evolutiva, fa del suo meglio, senza sottrarsi ai necessari tecnicismi biologici, per renderlo comprensibile al lettore comune, ai non specialisti.
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Penultimi Uomini: le super alienazioni delle nuove povertà
di Luca Musella
“Lino dovrebbe fare il lavapiatti”: è il mantra della cerchia sociale e familiare di Lino. Del resto, anche lui si ripete che, certamente, dovrebbe fare il lavapiatti.
La società civile, quanto i migliori della politica, sostengono che quelli come Lino dovrebbero fare i lavapiatti. Così Lino trascorre le giornate cercando di fare il lavapiatti ma, ogni ristoratore che consulta ripete il suo stesso mantra: “Lino dovresti fare il lavapiatti, ma non nel mio ristorante”.
La perversione di un labirinto del genere, quindi, palesa la sua macelleria non solo nelle dinamiche economiche, ma nelle narrazioni che se ne fanno, corrompendo il cervello di chi cade quanto la fame.
Un blackout di logica che annienta i Penultimi Uomini, togliendogli anche la capacità di elaborare una progettualità credibile: spingendoli sempre più verso la cronicizzazione. Non è solo il problema di soldi, ma la stessa percezione ulcerosa della propria condizione.
L’indice di povertà assoluta è superato in questi casi da un nuovo parametro: l’indice di povertà percepita. Il come ci si vede e si viene guardati nelle tortuosità delle sconfitte: uno specchio che ti rimanda una immagine malata, fragile, indigeribile.
I meccanismi aggreganti presenti nel Terzo Mondo rendono fisiologiche, quindi condivisibili, condizioni di miseria. Basti pensare alla casa, che seppur una capanna fatta di lamiera, è certamente più amena di un cartone per strada.
Poi, se la condizione di accampato avviene dentro un accampamento, innesca meccanismi di scambio, di microeconomia, di socialità e di amore. Mentre una società livida e basata sul consumismo crea una pena accessoria all’ergastolo di povertà: alienazione perpetua.
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La società dell’ansia di Vincenzo Costa
di Davide Sali
E se mi viene bene,
se la parte mi funziona,
allora mi sembra di essere
una persona.
G. Gaber, Il comportamento
Il testo “La società dell’ansia” di Vincenzo Costa è una piccola, ma preziosa, bussola per orientarsi dentro la giungla di disagio emotivo che attraversa le società occidentali e, in particolare, i più giovani. Nonostante, si presenti come un librettino agile e di lettura scorrevole, esso è ricco di una profonda e rara consapevolezza teorica, che l’autore sa far fruttare nel migliore dei modi. Costa è professore di filosofia teoretica e uno degli studiosi più affermati di fenomenologia; tuttavia, egli sa calare il complesso apparato concettuale della fenomenologia – in particolare, tanto dell’analitica esistenziale heideggeriana, quanto della psicopatologia fenomenologica di Binswanger e Minkowski – nell’analisi dei fenomeni sociali ed emotivi e questo, va detto, è un approccio quasi totalmente assente in chi si occupa di politica e società. Per cui, questo libretto è particolarmente prezioso anche per questo aspetto teorico, oltre che per la finezza delle sue analisi nel merito. Tutto ciò è testimonianza di un fatto tanto vero quanto inattuale: la filosofia, per quanto il sistema universitario ci provi, non può essere compartimentata e dà il meglio di sé quando riesce a essere un’analisi transdisciplinare e trasversale.
Ci sembra di poter rilevare tre aspetti fondamentali del testo: il primo (coincidente col primo capitolo) è l’aspetto teorico e metodologico per inquadrare il tema, il secondo (secondo, terzo e quarto capitolo) mette a fuoco il tema dell’ansia tanto nelle sue dinamiche esistenziali, quanto nelle sue condizioni sociali, il terzo è invece trasversale a tutto il testo e agisce sottotraccia: si tratta dell’indicazione di possibili vie d’uscita dal disagio.
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Compagni Cittadini: dal Diritto al lavoro al Reddito di cittadinanza. La svolta Liberal
di Leo Essen
I
Alla fin degli anni Ottanta, Honecker sulla Traband guidò il corteo funebre della Classe Lavoratrice mondiale. Per i più avveduti, come il Partito Comunista Italiano, cominciò la Stagione dei Diritti. Anche il sindacato, con Trentin, inaugurò la sua Stagione dei diritti. Dai diritti di Cittadinanza – così vennero chiamati – si passò, per logica conseguenza, al Reddito di Cittadinanza.
Un ciclo iniziato con il discorso di Nixon del 1971 si chiuse nella caciara generale: tra orfani del PCI e orfani del Socialismo reale, si faceva a gara a chi la sparasse più grossa.
Il grande sacerdote che battezzò la stagione dei Diritti fu l’ordo-liberale Ser Ralf Dahrendorf. Non deve assolutamente stupire scoprire che molta della fuffa che è stata venduta negli ultimi 15 anni in Italia e nel mondo dalla nuova destra, anche il precetto che questi temi trascendono la politica e dunque la destra e la sinistra, si trovino in Dahrendorf, e vengano direttamente dagli anni Ottanta.
I più rimuovono questo ricordo, anche se esso riaffiora nel desiderio di ritorno a un’infanzia felice, quando lo Stato, nei panni di Fanfani o di Stalin, dispensava serenità e benessere.
Nel 1971 la festa finì. La crescita dell’economia non garantiva più l’assorbimento delle forze attive. Nei paesi dell’OCSE, a fronte di una crescita del 3-4%, si registrava una disoccupazione del 10% e oltre. Il legame tra economia e benessere si era rotto. Riemergeva una nuova povertà – la povertà in mezzo all’abbondanza. La società borghese – questo è il grande tema di Dahrendorf -, con la sua divisione sociale del lavoro, ci aveva trasformati tutti in lavoratori, ognuno dipendente dal lavoro per vivere e per studiare, e persino per divertirsi.
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E allora Hamas? La violenza degli oppressi e i dilemmi della sinistra occidentale
di Fabio Ciabatti
Enzo Traverso, Gaza davanti alla storia, Editori Laterza, 2024, pp. 95, € 12,00
La violenza è l’unico modo per affermare la propria umanità da parte di chi subisce una brutale oppressione. Inutile fare appello alla sua essenza umana astratta, sferrare un pugno al volto del suo carnefice è l’unico mezzo per riacquisire la propria dignità. La violenza repressiva è la negazione dell’uguaglianza e quindi dell’umanità stessa. La violenza vendicatrice, all’opposto, crea uguaglianza, ma questa è soltanto negativa, un’uguaglianza nella sofferenza. Per questo, non bisogna mai dimenticarlo, uno dei compiti più difficili è trasformare la violenza sterile e vendicativa in violenza liberatoria e rivoluzionaria. Credo che questo sia un buon punto di partenza per chi vuole esprimere la doverosa e piena solidarietà con la lotta del popolo palestinese mantenendo allo stesso tempo uno sguardo lucido sulle posizioni in campo.
Queste considerazioni sulla violenza si possono trovare nel pamphlet Gaza davanti alla storia di Enzo Traverso, sebbene non appartengano direttamente all’autore che le riprende da Jean Améry, un sopravvissuto ai campi di sterminio della Seconda guerra mondiale. Si tratta di riflessioni che partono proprio dalla condizione dei prigionieri nei lager nazisti. Se qualcuno si scandalizzasse per il paragone tra i palestinesi perseguitati dal colonialismo sionista e gli ebrei vittime del genocidio hitleriano si deve notare che è lo stesso Améry che, riflettendo sugli scritti di Fanon, accosta “l’oppresso, il colonizzato, il detenuto del campo di concentramento, forse anche lo schiavo salariato sudamericano” nelle sue considerazioni sulla violenza.1
Il rovesciamento tra la vittima di ieri e il carnefice di oggi non è l’unica inversione di cui prende atto Traverso riflettendo sulla tragedia di Gaza.
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"Nei prossimi 10 anni vivremo una dedollarizzazione sostanziale"
Alessandro Bianchi intervista Jeffrey Sachs
E’ con profonda emozione, non lo nascondiamo, che abbiamo avuto l’onore di incontrare nella sua presenza romana di questi giorni per una serie di conferenze, il direttore del Centro per lo sviluppo sostenibile della Columbia University e presidente del Sustainable Development Solutions Network delle Nazioni Unite, il Professore Jeffrey Sachs.
Su l’AntiDiplomatico traduciamo in modo compulsivo i suoi scritti e le sue dichiarazioni, perché consideriamo con fermezza il Professor Sachs la bussola più importante da seguire nelle acque tempestose in cui navighiamo in questo periodo. Come si è arrivati all’abisso della potenziale conflagrazione totale? E’ la prima di una serie di domande che fluiscono come un fiume in piena nella nostra intervista per "Egemonia”. "Abbiamo avuto cinque presidenti di fila (Clinton, Bush, Obama, Trump, Biden) che ci hanno portato ciascuno più vicino alla guerra nucleare". Le origini del male sono da individuare nella scellerata politica neoconn che dagli anni ’90 è divenuta legge negli Stati Uniti e, attraverso la Nato, in Europa. Nessuno più del Professor Sachs riesce a spiegarlo nel dettaglio. "L'Europa ha rinunciato alla propria sicurezza, alla propria autonomia e al proprio benessere economico assecondando gli Stati Uniti", sostiene il Professore. Il conflitto in Ucraina dopo il golpe di Maidan è servito a rendere i paesi del continente europeo protettorati a tutti gli effetti di Washington, staccando ogni legame economico e commerciale con Mosca, la fonte più importante di possibile indipendenza e autodeterminazione. Gli atti terroristici ai gasdotti Nord Stream, il più grande attacco contro le infrastrutture logistiche dell’Europa dalla fine della seconda guerra mondiale, hanno determinato un punto di non ritorno.
Ma la sete dei neoconn, non è sazia e per mantenere in piedi il potere unilaterale dinanzi ad un mondo che per entropia diventerà multipolare sta portando all’escalation finale, come stiamo assistendo non solo in Ucraina, ma in Medio Oriente e nel nuovo attacco alla sovranità del Venezuela.
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Intelligenza mortale. AI e armi autonome letali
di Giovanna Cracco
“Quanto ci eravamo proposti era nientemeno che di comprendere perché l’umanità, invece di entrare in uno stato veramente umano, sprofondi in un nuovo genere di barbarie.” Dialettica dell’illuminismo,
Max Horkheimer e Theodor W. Adorno
In un video prodotto da Future of Life (1) uno sciame di mini droni, grandi quanto il palmo di una mano, fuoriesce da un furgone e si dirige verso un’università; una volta raggiunta vi penetra attraverso i muri utilizzando piccole cariche esplosive, si muove all’interno tra le diverse aule scatenando il panico tra gli studenti, ne individua alcuni e li uccide, facendo detonare 3 grammi di esplosivo a pochi centimetri dalla fronte. L’operazione non è gestita da remoto da un operatore umano, né per quanto riguarda il volo, né per l’individuazione del bersaglio, né per l’ordine di ‘fare fuoco’: i droni sono totalmente autonomi. L’intelligenza artificiale che li muove, singolarmente e collettivamente in uno sciame coordinato, utilizza un GPS per raggiungere l’università, sensori e telecamere per muoversi all’interno della struttura sulla base della mappa precaricata dell’edificio, e un sistema di riconoscimento facciale per individuare gli studenti ‘bersaglio’, i cui dati sono stati prelevati dai social network tramite algoritmi di profilazione che monitorano post, like, immagini ecc. I droni appartengono alla categoria dei killer robot o lethal au- tonomous weapon (LAW), ‘armi autonome letali’, e il cortometraggio di fantasia di Future of Life vuole denunciare la pericolosità dell’intelligenza artificiale applicata all’ambito militare.
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Verso la grande guerra globale?
di Enrico Tomaselli
In modo forse inevitabile, e forse non del tutto previsto, sembra che le cose stiano precipitando, assumendo un moto sempre più accelerato; tutto sembra indicare che la Grande Guerra Globale in atto, e che oppone l’occidente collettivo a un asse di paesi che ne mettono in discussione l’egemonia, stia sempre più scivolando dall’attuale fase ibrida verso una fase calda, di guerre guerreggiate che si estenderanno a macchia di leopardo, sino a rischiare di riunirsi in un unico scontro totale.
A determinare questo mutamento del quadro stanno intervenendo svariati fattori, alcuni dei quali assai significativi.
Quello forse meno evidente, eppure più inquietante, è la situazione interna agli Stati Uniti. Tra il tentativo fallito di assassinare il più quotato candidato presidenziale (con il palese placet dei servizi segreti), e il vero e proprio golpe bianco che ha costretto Biden a rinunciare alla corsa per la rielezione – e, di fatto, alla Presidenza in corso – è chiaro che gli USA si presentano agli occhi del mondo come una potenza che, al culmine di una crisi di portata epocale, invece di reagire serrando i ranghi si divide in maniera drammatica. Il risultato è che i prossimi sei-sette mesi saranno ancora teatro di uno scontro di potere senza esclusione di colpi, con le diverse anime dell’establishment e del deep state ormai giunte a una resa dei conti. Ciò per un verso crea un enorme vuoto di potere, sia interno (chi comanda davvero, oggi, a Washington?) che internazionale, e per un altro rende gli Stati Uniti un’anatra zoppa, incapace di offrire una sponda, o anche solo una interlocuzione affidabile, ad amici e nemici. E, per dirla con Gramsci, “in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”.
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Israele non è pazzo, è solo MAD
di Daniel Nammour, Sharmine Narwani - thecradle.co
Sin da prima della sua nascita, Israele ha perseguito in modo molto deliberato e razionale una 'strategia MAD' nei confronti dei suoi nemici e dei suoi alleati, addestrandoli ad accettare il suo cattivo comportamento in ogni momento
Durante le ore notturne tra il 30 e il 31 luglio, Israele ha preso di mira due alti funzionari dell’Asse della Resistenza per assassinarli, entrambi con un’anzianità senza precedenti in questa fase del conflitto.
In primo luogo, il comandante di Hezbollah Fuad Shukr è stato ucciso in un attacco aereo israeliano contro il suo edificio residenziale nel popoloso sobborgo di Beirut di Dahiyeh, lasciando diversi civili morti e oltre 70 feriti.
Il secondo obiettivo, alle 2 del mattino del 31 luglio, è stato il leader dell’ufficio politico di Hamas Ismail Haniyeh – una figura centrale nei negoziati per il cessate il fuoco – che si trovava a Teheran per partecipare alla cerimonia di insediamento del Presidente iraniano entrante Masoud Pezeshkian.
Nel giro di poche ore, Israele è riuscito a colpire tre membri dell’Asse della Resistenza: Libano, Palestina e Iran. In questo modo, Tel Aviv ha violato tutta una serie di leggi internazionali, convenzioni diplomatiche e pratiche consuetudinarie che proibiscono gli omicidi politici, oltre a violare clamorosamente l’integrità territoriale di due Stati membri delle Nazioni Unite.
Dalla sua guerra contro Gaza, Israele ha rapidamente guadagnato lo status di paria globale, non solo per il suo genocidio in diretta streaming che ha ucciso almeno 40.000 civili palestinesi – di cui 15.000 bambini – ma anche per le sentenze e le deliberazioni senza precedenti ancora in corso presso la Corte Penale Internazionale (CPI) e la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) sui crimini di guerra di Israele.
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Rivoluzioni colorate. Genesi, applicazione e crisi di uno strumento di guerra ibrida
di Laura Ruggeri
Relazione presentata a un convegno in Umbria, 29 giugno 2024
Immagino che tutti voi sappiate che cosa si intende quando si parla di rivoluzioni colorate e possiate elencarne almeno alcune. In realtà la lista è molto lunga visto che uno dei teorici di queste rivoluzioni, Gene Sharp, scrive il suo libro The Politics of Nonviolent Action (La politica dell'azione nonviolenta ) già nel 1973. Quel libro si basava su una ricerca che Sharp aveva condotto quando studiava ad Harvard alla fine degli anni Sessanta e che era stata finanziata dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. A quel tempo l'Università di Harvard era l'epicentro dell'establishment intellettuale della Guerra Fredda — vi insegnavano Henry Kissinger, Samuel Huntington, Zbigniew Brzezenski. E anche la CIA era di casa.
A prima vista potrebbe sembrare strano che i temi su cui lavorava Gene Sharp fossero di grande interesse sia per la CIA che per il Dipartimento della Difesa. In realtà non è strano per nulla. Organizzare la società civile per usarla come un esercito irregolare avrebbe permesso di attaccare il nemico sul proprio terreno invece di scatenare un conflitto militare, opzione troppo pericolosa per gli USA dal momento che l'Unione Sovietica era una potenza nucleare. Un cambio di regime permetterebbe di raggiungere gli obiettivi desiderati ma senza il rischio di un'escalation militare. Ricordiamo che la sconfitta subita in Vietnam era ancora cocente e aveva lasciato una ferita profonda nella psiche degli americani, l'opinione pubblica era fermamente contraria all'idea di sacrificare in guerra un'intera generazione.
E così assistiamo a un fenomeno interessante: dalla fine degli anni Settanta alla fine degli anni Ottanta il budget destinato all'intelligence cresce a ritmi ancora più sostenuti del budget militare.
Poiché l'immagine della CIA era sempre più compromessa — era noto il suo coinvolgimento in colpi di stato militari, omicidi e torture di leader e militanti comunisti — occorreva creare altre organizzazioni, legato alla CIA, ma con un'immagine presentabile, una sorta di restyling, in modo da attrarre nuove reclute.
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Dal rifiuto dell’universalità hegelomarxista alla frantumazione postmoderna delle identità
Sputando troppo su Hegel si finisce prima o poi per sputare anche su Diotima
di Stefano G. Azzarà - Università di Urbino
Premessa
In un’intervista rilasciata al giornale liberista-conservatore “Il Foglio”, la filosofa Adriana Cavarero – una delle maggiori teoriche italiane del femminismo della differenza sessuale – ha espresso di recente le sue preoccupazioni per gli sviluppi della «teoria del gender fluid» e per le rivendicazioni politiche maturate in seno alle «avanguardie lgbt»1. In questa composita «galassia», dice, è emersa via via una profonda «polemica» nei confronti del femminile e persino una volontà di censura «verso l’uso della parola donna». Nella «neolingua» che questo movimento va proponendo – con un’arroganza rafforzata dalla sintonia con le dinamiche linguistiche di stampo terroristico del “politicamente corretto” oggi dominante –, sarebbe «vietato dichiarare che i sessi sono due» e sarebbe vietato soprattutto – appunto – «l’uso della parola donna». La quale «non può essere detta né scritta», perché implicherebbe la cancellazione escludente, repressiva e genocidaria (non dissimile da quella operata dalla «destra», dai «conservatori» e dai «neocattolici») della sussistenza di una pluralità indefinita e cangiante di distinti orientamenti «intersex» e delle rispettive autopercezioni di genere, ciascuna con la propria legittimità e i propri diritti (in primo luogo il diritto alla genitorialità, tramite quella pratica che dai fautori viene chiamata “gestazione per altri” mentre dai detrattori è denigrata come “utero in affitto”).
Ecco, perciò, che queste frange «vogliono che non si dica che le donne partoriscono, ma che “le persone con utero” partoriscono», e così via. E si propongono di rompere, mediante i loro divieti morali, la «gabbia teorica» che sarebbe sottesa a quella visione binaria del mondo che si attarda a nominare i “maschi” e le “femmine” e della quale il femmminismo sarebbe appunto complice.
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Il mercato a scuola
di Salvatore Bravo
La vera rivoluzione è la partecipazione. La rivoluzione comunitaria-comunista non è semplice ridistribuzione dei beni materiali e soddisfazione dei diritti individuali e sociali, la rivoluzione è il popolo che prende la parola nei corpi medi e nella politica. Le rivoluzioni hanno sempre reso secondaria tale aspirazione, ponendo le condizioni per il declino delle conquiste rivoluzionarie. La scuola è il corpo medio per eccellenza: è il corpo medio sospeso tra famiglia e mondo del lavoro, in cui si impara a prendere la parola, ad ascoltare e a decidere assieme. L’attacco alla scuola e alla sua riduzione a semplice “arte e mestieri”, in cui si forma l’operaio-tecnico ubbidiente cela da sempre il timore della partecipazione. Le recenti proposte in attuazione con cui gli istituti tecnici sono riqualificati con la formula 4+2, descolarizzeranno la scuola trasformandole in officine, i cui alunni risponderanno ai bisogni del mercato-imprenditori, è l’ultima tappa di questa china conservatrice-reazionaria iniziata con l’autonomia delle scuole. Si forma il tecnico ridimensionando l’uomo.
Dove vi è sottomissione il potere diventa dominio e reca con sé la reificazione dei popoli e dei singoli. La scolarizzazione quale forma di controllo e formazione di personalità da inserire nel mercato produce personalità anonime; le resistenze personali sono vinte con l’abbaglio della carriera e con la minaccia della marginalità sociale. Circola nell’istituzione scolastica il disprezzo verso ogni attività non funzionale al mercato. Si induce alle scelte programmate mediante un’operazione di “ridimensionamento programmato” di talune discipline e di intronizzazione delle discipline che consentono al mercato di proliferare e radicarsi. Su tutto brilla ancora una volta la figura dell’uomo-imprenditore. Le nuove forme di razzismo e di discriminazione sono striscianti; si lascia formalmente inalterata la forma giuridica della democrazia, ma si agisce per svuotarla di senso nei luoghi deputati alla formazione.
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L’eterna strage di Bologna
di This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.
Il 2 Agosto del 1980 il destino del nostro paese fu irrimediabilmente segnato quando una bomba contenuta in una valigetta, abbandonata nella sala d’attesa della Stazione di Bologna, esplose uccidendo 85 persone e ferendone quasi 200. La strage di Bologna è l’evento luttuoso più grave in termini di perdite umane della nostra storia repubblicana. E’ l’apice del disegno criminale della complessa “strategia della tensione”. E’ il punto più alto della crudeltà umana consumata ai fini politici di complessi e occulti giochi di potere. Le strage di Bologna è una moltitudine di corpi che saltano in aria dilaniati sull’altare di un sacrificio che serve alla destabilizzazione dell’ordine democratico. Ma è anche una città che si ricompone nella sua dignità e si mobilita usando autobus, taxi e ogni mezzo a disposizione per soccorrere i feriti e trasportarli in ospedale, in un vero e proprio scenario bellico. La strage di Bologna è lo spartiacque fra un’epoca di sangue e di lotta politica e l’inizio del consumo e della supremazia della merce. Pochi giorni fa, nel silenzio di media e social, intenti come sempre a consumare quel che resta del nostro cervello, il boato di quello scoppio si è fatto sentire a più di 40 anni di distanza in un’aula di tribunale. E’ stata emessa lo scorso 8 Luglio, infatti, la sentenza d’appello che conferma l’ergastolo come esecutore materiale a Paolo Bellini e mantiene l’impianto accusatorio parallelo per i mandanti e i finanziatori, confermando la tesi sostenuta da molti storici sulla famigerata “strategia della tensione”. A meno di sorprese in Cassazione, ora si conoscono i nomi dei 5 esecutori materiali (di cui 3 già condannati in via definitiva in altri processi), ma soprattutto si conoscono i nomi di chi ideò, organizzò e finanziò l’atto più vile, meschino e infame del quale io abbia mai conosciuto l’esistenza.
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Critica della Wertkritik. Risposta ad Afshin Kaveh
di Collettivo Le Gauche
Premessa
Questo scritto è una risposta, su sollecitazione del mio amico Afshin Kaveh, a un suo articolo apparso su l’Anatra di Vaucanson. Si tratta infatti di una elaborazione di alcune critiche che mi è capitato di rivolgergli nelle nostre discussioni. Da queste critiche locali ho deciso di ricavare uno scritto più articolato di critica alla Wertkritik, su quelli che secondo me sono i suoi limiti interni e che a mio avviso la rendono una teoria poco “praticabile”. La speranza è quella di accendere un dibattito che in Italia fatica a prendere piede.
Se infatti in Germania, Francia e Brasile la Wertkritik è ormai un argomento comune nel dibattito a sinistra, in Italia la “critica del valore” è stata relegata ai margini di un dibattito già di per sé specialistico. Non c’è da sorprendersi in merito. Lo stato pietoso dell’editoria comunista in Italia è sotto gli occhi di tutti. Mentre fiumi di inchiostro continuano a essere spesi per il buon Gramsci, per Berlinguer e per il PCI, all’appello mancano testi fondamentali del dibattito marxista internazionale. Pensiamo alla completa assenza dei testi di J. B. Foster, autore fondamentale in materia ecosocialista. O pensiamo alla mancanza di Capitalism di Anwar Shaikh, forse il testo più importante di economia marxista scritto dopo il Capitale. Se non fosse stato per l’azione lungimirante di Bellofiore poi, chissà se avremmo mai avuto la traduzione di La Scienza del Valore di Heinrich.
In merito a questo scritto, credo che per onestà intellettuale sia importante specificare che io non sono un esperto della Critica del Valore. Oltre ai vari articoli che ho letto (naturalmente Kaveh, ma anche Hemmens, Frola, Jappe e Wolf Bukowski) gli scritti che conosco sono principalmente Il Collasso della Modernizzazione di Robert Kurz e il Manifesto contro il Lavoro del Gruppo Krisis, di cui facevano parte lo stesso Kurz assieme a Norbert Trenkle e Ernst Lohoff prima della rottura.
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Trump & Vance: disimpegno dall’Ucraina, guerra in Medio Oriente?
di Roberto Iannuzzi
Dall’addio di Biden al discorso di Netanyahu al Congresso, all’incognita Trump, il futuro internazionale appare incerto mentre Washington si avvita in una delle crisi più gravi della sua storia
Ancora una volta, la scorsa settimana, Washington è tornata sotto i riflettori dell’attenzione internazionale. A essere al centro di tale attenzione, però, è la crisi che si sta dipanando ai vertici della prima superpotenza mondiale.
Innanzitutto, l’improvvisa quanto singolare decisione del presidente Joe Biden di rinunciare alla propria ricandidatura alle presidenziali, domenica 21 luglio, dopo che soltanto la sera prima egli aveva twittato: “sono le elezioni più importanti della nostra vita. E io le vincerò”.
Una decisione comunicata attraverso una lettera forse non scritta di proprio pugno, su carta non intestata, con una firma secondo alcuni non sua, diffusa attraverso un tweet.
Complotto democratico?
L’inaspettato annuncio è avvenuto mentre Biden era ufficialmente in isolamento per Covid, nella sua casa al mare nel Delaware. Esso ha colto di sorpresa l’intero staff della Casa Bianca, che non ne era a conoscenza.
Per giorni il presidente non ha rilasciato alcuna dichiarazione davanti a una telecamera. Martedì 23 è ufficialmente tornato, apparentemente provato, alla Casa Bianca. Il fratello minore di Joe, Frank Biden, ha dichiarato alla CBS che lo stato di salute del presidente ha in effetti giocato un ruolo importante nella sua decisione di rinunciare alla ricandidatura.
Una smentita alle dichiarazioni dello stesso Joe, che alcune settimane prima aveva affermato di essere in buona forma, e che nessuno dei suoi medici riteneva che egli avesse problemi cognitivi o neurologici.
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