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Polanyi, Hayek e le aporie del reddito di cittadinanza
di Riccardo Evangelista
1. Introduzione
Mentre in Italia la discussione è ancora in divenire, dal gennaio 2017 la Finlandia ha iniziato la sperimentazione del reddito di cittadinanza, fissato per l’occasione a 560 euro mensili. Da un primo sguardo emergono modalità di attuazione piuttosto singolari, se non stravaganti: sono stati infatti sorteggiati 2000 cittadini tra i 25 e i 63 anni, che riceveranno l’assegno indipendentemente dal salario ma in alternativa al sussidio di disoccupazione. Lo scopo, a detta del governo presieduto dal centrista Juha Sipilä, è di valutare le conseguenze dell’erogazione monetaria, percepita dai riceventi come sicura, sulla propensione ad accettare un lavoro. I risultati saranno resi noti solo nel 2019, momento in cui verrà deciso se continuare, modificare o interrompere l’esperimento.
Nel frattempo che il caso finlandese dispieghi i suoi effetti, emerge l’opportunità di alcune considerazioni il più possibile generali, troppo spesso trascurate in favore di analisi empiriche talvolta col fiato corto. Nonostante le modalità specifiche di attuazione siano ovviamente rilevanti per un giudizio non parziale, così come le questioni finanziarie sulla sostenibilità delle erogazioni, lo scopo del presente contributo è diverso: verrà proposta una breve riflessione teorica che provi ad indagare i presupposti fondamentali del reddito di cittadinanza nell’ambito delle scelte complessive di politica economica. Per farlo si proverà a interrogare due autori che la questione del reddito di cittadinanza se la sono già posta, arrivando a giudizi molto diversi ma comunque estremamente interessanti.
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Stakanovismo e controriforme nel capitalismo neoliberista
di Paolo Massucci*
Il potere di condizionamento dei messaggi ideologici nella presente fase del capitalismo
In una edificante serata del popolare festival di San Remo di quest’anno abbiamo avuto il piacere di assistere alla presentazione di una “nuova” figura nel panorama ideologico neoliberista: quella dello Stachanov nostrano. Si tratta di un impiegato pubblico modello, il quale, in quarant’anni di lavoro, non ha fatto neppure un giorno di malattia ed inoltre ha accumulato ben 239 giorni di ferie non godute. Ci si potrebbe chiedere -se fosse cosa seria- se la ricerca medica stia studiando il caso, per scoprire i segreti della “salute miracolosa”. Invece, riguardo ai 239 giorni di ferie non godute -se fosse vero-, saremmo curiosi di sentire anche il parere della moglie, se mai ne avesse.
E’ notizia di questi stessi giorni che Boeri, presidente dell’INPS, il quale si è distinto per il tentativo -ad oggi fallito- di sacrificare la pensione di reversibilità per i superstiti, intenderebbe intensificare i controlli medico-fiscali per i dipendenti pubblici assenti per malattia. E, con l’occasione, richiederebbe di aumentare, da quattro a sette, le ore giornaliere di reperibilità per le visite di controllo del medico fiscale per i dipendenti in malattia del settore privato, uniformando così la durata della reperibilità dei dipendenti privati a quella dei dipendenti pubblici. Per questi ultimi infatti detta durata era già stata portata da quattro a sette ore dal ministro Brunetta del governo Berlusconi.
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La questione nazionale e il compito del proletariato italiano
Michele G. Basso
In una recente intervista alla Gabbia, Toni Negri ha definito le nazioni “cose barbare, cose tribali”. Potremmo notare, ispirandoci a un famosa battuta di Marx al tempo della Prima Internazionale, che Negri non sta parlando in esperanto, ma in una delle lingue delle barbare nazioni, l’italiano, e che, inoltre, tramite altre barbare lingue nazionali (inglese, francese, tedesco…) è riuscito a raggiungere una cultura di tutto rispetto. Dice che gli Stati Uniti si credevano imperiali e hanno perso il controllo della globalizzazione. Si tratta di posizioni abbastanza diverse da quelle sostenute in “Impero”, il libro scritto con Michael Hardt. Là affermavano: “La storia delle guerre imperialiste, interimperialiste e antimperialiste è finita. La storia si è conclusa con il trionfo della pace. In realtà, siamo entrati nell’era dei conflitti interni e minori. Ogni guerra imperiale è una guerra civile: un’operazione di polizia – da Los Angeles a Granada (forse s’intendeva Grenada), da Mogadiscio a “Sarajevo”…(1)
Il libro fu ultimato poco prima della guerra in Kossovo, ma la concezione dell’Impero fu subito smentita dalla storia, perché le guerre in Jugoslavia, in Afghanistan e in Iraq non erano certo operazioni di polizia. Chi ha visto le foto di bambini deformi di Falluja, a causa dell’uranio impoverito, inevitabilmente pensa ad Hiroshima. Più in là, Hardt e Negri scrivevano: “Nello spazio liscio dell’Impero non c’è un luogo del potere – il potere è, a un tempo, ovunque e in nessun luogo. L’Impero è un’utopia, un non-luogo”.
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Immaginazione strategica e partito
di Josep Maria Antentas
Pubblichiamo questa lunga e stimolante riflessione sulla forma partito di Josep Maria Antentas, professore di sociologia alla Università autonoma di Barcelona (UAB) e membro del Consiglio consultivo della rivista "Viento Sur", dell'area politica Anticapitalistas interna a Podemos. L'articolo è uscito sull'ultimo numero della rivista, che potete consultare qui
1. Partito-movimento. Dopo decenni di crisi delle forze politiche della sinistra e di rifugio nei movimenti sociali, l’attuale rinascita della battaglia politico-elettorale e di nuovi strumenti politici si dà sotto il segno della necessità di ripensare e di rinnovare la nozione stessa di partito. Frutto di un lungo arretramento della sinistra politica dalla fine degli anni Settanta in poi, la (diseguale) crisi dei partiti è stata di contenuto (programma), di forma (organizzazione) e di pratica. In sintesi una crisi di progetto, di senso e di strategia. L’eterno risorgere della “questione del partito” nasconde precisamente una discussione più ampia sulla strategia politica, la natura della lotta e la relazione tra il politico e il sociale.
La nozione di partito-movimento riassume bene la vocazione di intraprendere un rinnovamento movimentista del partito, con una certa analogia con il concetto del sindacalismo movimentista (social movement unionism) sviluppato nel mondo anglosassone rispetto ai sindacati. Utilizzato in ambito accademico da Kitschelt (2006) per riferirsi ai partiti antiautoritari e verdi emersi negli anni Ottanta in vari Paesi europei, il termine può essere formulato in un senso più ampio.
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Il nemico interno
di Alexik

“Ritenuta la straordinaria necessità ed urgenza di introdurre strumenti volti a rafforzare la sicurezza delle città e la vivibilità dei territori e di promuovere interventi volti al mantenimento del decoro urbano” …
È particolarmente istruttivo soffermarsi sul testo del Decreto Minniti in materia di ‘Sicurezza delle città’ mentre scorrono in sottofondo le immagini degli espianti degli uliveti di Melendugno, per l’avvio dei cantieri del “Trans Adriatic Pipeline”.
E’ illuminante come alcune centinaia di dipendenti del Ministero dell’Interno si siano fatti interpreti, con la semplicità e l’immediatezza propria della comunicazione non verbale dei manganelli, del contenuto profondo dei concetti enunciati dal Decreto, quali “sicurezza”, “vivibilità dei territori”, “decoro”, “benessere delle comunità territoriali”, e della loro articolazione pratica nell’ambito delle politiche di governo.
Le cariche sui sindaci, inoltre, raffigurano plasticamente cosa si intenda per ‘collaborazione interistituzionale per la promozione della sicurezza’, qualora i primi cittadini non vogliano ridurre il proprio ruolo a meri persecutori di mendicanti e poveracci in genere, ma pretendano (temerari!) di rappresentare i bisogni e i desideri della gente che li ha eletti.
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Europa, 60 mal portati
di Carlo Clericetti
C'è chi con l'età diventa più saggio e tollerante, e chi invece sempre più acido, rigido e pretenzioso, rischiando di divenire inviso anche a chi gli voleva bene. Se l'Europa fosse una persona ricadrebbe in questo secondo caso. L'immagine di popoli che si legavano sempre più tra loro in nome della pace e di una maggiore prosperità e aiutavano chi era più indietro a migliorare la sua condizione man mano è diventata quella in cui alla solidarietà si è sostituita la competizione, alla pari dignità l'egemonia di qualcuno su tutti gli altri, all'aiuto a chi è in difficoltà l'imposizione di penitenze, secondo torti e ragioni stabiliti dalla logica del più forte.
Le radici di una costruzione disastrosa
Non ci si può stupire che questo sia accaduto. Questa trasformazione risponde esattamente all'evoluzione ideologico-culturale che negli ultimi quarant'anni ha investito quasi tutto il mondo. Prima degli anni '80 anche i liberali (per lo meno, la maggior parte di loro) avevano una visione per cui una più equa distribuzione della ricchezza era opportuna per il buon funzionamento della società e lo Stato non era visto solo come una macchina inefficiente e dissipatrice di risorse che il settore privato avrebbe impiegato meglio. Non dimentichiamo che William Beveridge, il barone britannico considerato il fondatore del moderno welfare, era appunto un liberale, come lo era John Maynard Keynes.
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Introduzione a Per la Critica dell'Economia Politica
di Stefano Garroni
Nel primo §. (Individui autonomi. Idee del XVIII secolo), l’argomento di Marx è facilmente riassumibile. L’economia politica ha come oggetto la produzione materiale, la quale è svolta da individui, che lavorano in certe condizioni sociali; è naturale, dunque, (nel senso di “è ovvio”, “va da sé”) che il discorso dell’economia politica prenda le mosse dagli individui, che operano in condizioni socialmente determinate. E’ pur vero che nel Settecento si è andato imponendo un altro modo di procedere, ovvero, si è ritenuto di poter iniziare il discorso dell’economia politica a partire dall’individuo isolato, dal Robinson Crusoe (il personaggio dell’omonimo romanzo settecentesco di Daniel De Foe). ma si tratta di un’illusione dell’epoca (la robinsonata), la quale consegue, per un verso, dal tentativo di legittimare l’individualismo, proprio dell’economia borghese; per un altro, dalla cecità di chi non comprende come anche l’individuo isolato sia possibile, solo, perché esiste una certa maniera di organizzare la società, che appunto esprime se stessa attraverso individui isolati.
Questo è, di primo acchito, il discorso che Marx fa. E’ vero, tuttavia, che guardando le cose più a fondo -per così dire con uno sguardo più sospettoso e scaltrito -, la faccenda si rivela più complessa.
Il fatto stesso che Marx ponga il tema del ‘punto di partenza’ (Ausgangspunkt) significa, implicitamente, richiamare Hegel, il quale aveva iniziato, ad es., la sua Scienza della logica (Wisenschaft der Logik) proprio affrontando la questione dell’Ausgangspunkt. Ed Hegel è richiamato anche nel proseguo.
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André Gorz, “Metamorfosi del lavoro”
di Alessandro Visalli
Il libro del filosofo Andrè Gorz, che ci ha lasciato nel 2007 essendo nato nello stesso anno in cui Mauss dava alle stampe il suo “Saggio sul dono” e Gyorgy Lukacs il suo saggio sulla “reificazione”, che abbiamo riletto attraverso Honneth, è del 1988. Siamo nell’anno precedente al crollo dell’impero sovietico ed alla svolta che in tutto l’occidente e nel mondo ne consegue; l’internazionalizzazione del capitale non ha ancora avuto l’accelerazione che prenderà per tutti gli anni novanta e duemila, fino al necessario esito del 2007, ma il testo in qualche modo la prevede.
Gorz, anzi, ne vede una delle cause di fondo, la profonda trasformazione delle ragioni del lavoro nel modo di produzione del capitalismo avanzato, e propone una soluzione organica: una nuova direzione utopica alla quale tendere.
Bruno Trentin, nel suo “La città del lavoro”, scritto tra il 1994 ed il 1997, quando da due anni è uscita l’edizione italiana del saggio (1992), descrive a pag 34 la proposta di Gorz nel contesto del suo richiamo alla “democrazia dei consigli” (di fabbrica), ovvero di quel mutamento dell’asse rivendicativo del sindacato, che cerca di andare oltre la tradizione “meramente distributiva e compensativa degli effetti più devastanti dell’uso unilaterale e autoritario di un’organizzazione del lavoro di per se stessa oppressiva e alienante”.
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Il reddito di base oltre l'algoritmo digitale
di Benedetto Vecchi
Un’automobile senza autista. Droni che consegnano pacchi acquistati in Rete. Software che scrivono articoli per giornali o che compilano rapporti in base a una mole di dati elaborati in tempo reale. Sono solo alcuni esempi di una nuova ondata di automazione di alcuni lavori o attività prerogativa fino a una manciata di anni fa degli umani. Per raggiungere l’obiettivo di una nuova generazione di macchine che svolga attività cognitive le imprese e i governi, in particolare quelli di Stati Uniti, Cina, Regno Unito e Germania, investono centinaia di milioni di euro all’anno. Google, ad esempio, ha destinato alla produzione di automobili senza autista qualcosa come trenta milioni di euro nel 2014 solo per il software, arrivando a mettere su strada un prototipo che consente di percorrere alcune delle high way più trafficate della California senza nessun incidente. Il futuro del pianeta vede quindi il lavoro come una “risorsa scarsa” prerogativa di un numero limitato di persone molto qualificate, mentre la maggioranza della popolazione sopravvive con lavoretti, salari al di sotto della soglia di povertà e economia di sussistenza.
Un pianeta dove la distopia dello scrittore di fantascienza Herbert George Wells, narrata ne La macchina del tempo, continua a disturbare il sonno di chi vede nella “società digitale” una nuova Gerusalemme.
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Una spiritualità laica per salvarci dalle insidie del Minotauro
di Silvano Tagliagambe
Un invito alla lettura del nuovo libro di Paolo Bartolini "Desiderio illuminato e spiritualità laica. La radice cristiana per una fede non dogmatica"
Abitare il "tra": questo è il principio epistemologico ed etico che mi accomuna al denso e interessante libro di Paolo Bartolini. La radice cristiana per una fede non dogmatica, la cui ricerca è alla base del Desiderio illuminato dell'autore di esplorare i possibili percorsi di confronto con la Spiritualità laica. Desiderio che fa i conti, innanzi tutto, con l'imprescindibile esigenza di ripensare il nostro universo culturale per renderlo disponibile ad accogliere ciò che di vitale e positivo può provenirci da fuori.
Ed è qui che emerge tutto l'enorme potenziale di conoscenze e azione insito nel concetto di spazio intermedio, di cui troviamo un'espressione diretta nel Vangelo quando Gesù dice «Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt. 18,20), passo nel quale quel "in mezzo a loro" può essere tradotto anche con "tra loro", appunto.
Ma è soprattutto nel pensiero-linguaggio cinese, come osserva il filosofo Francois Jullien, il quale consacra da anni la sua vita al confronto con questa cultura, che si ha una valorizzazione di questo tipo di spazio:
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Un percorso nell'essere in comune
Marxisti antimoderni
di Marco Iannucci*
Presentiamo la prima parte di un saggio di Marco Iannucci, amico di Jacques Camatte e traduttore italiano di alcuni suoi scritti. Il testo integrale è stato da noi pubblicato ed è disponibile nella serie «I libri del Covile» a: www.ilcovile.it e anche su Sinistrainrete qui. In calce un carteggio tra autore e redazione
Svolgo alcune considerazioni a mo’ di premessa
E' fonte ogni volta di stupore per me constatare quanto poco si parli di «capitale». I canali attraverso i quali viene formata l’opinione pubblica, a cominciare da quelli che operano nei paesi dell’occidente industrializzato, non forniscono praticamente mai degli strumenti per interpretare il mondo contemporaneo alla luce della posizione dominante occupata dal capitale. Eppure non è difficile constatare che i fenomeni che determinano in modo decisivo la forma di vita dell’umanità attuale, in quanto forma di vita sociale, sono fenomeni del capitale.
Accade così che negli stessi mezzi di informazione di massa venga data ogni giorno la massima evidenza ad argomenti come: crisi finanziaria e uscita dalla crisi, recessione o espansione, prodotto interno lordo che cala o, finalmente, cresce («la crescita!»), domanda interna ed estera che ristagna o aumenta, aziende che chiudono o aprono o si fondono, andamenti degli indici delle varie Borse, prezzo del petrolio greggio e quotazione dell’oro, cambio Euro-Dollaro, aste dei titoli di stato, spread tra gli interessi sulle emissioni di uno stato rispetto a un altro, deficit di bilancio, debito pubblico e rischio di default di questo o quello stato, tasse e politiche fiscali, decisioni del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale, della Federal Reserve, della Banca Centrale Europea, dei ministri delle finanze e cosi via ... ma del capitale no, di quello non si parla.
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Michèa, “Il vicolo cieco dell’economia”
di Alessandro Visalli
Questo libro di Michèa reca come sottotitolo “sull’impossibilità di sorpassare a sinistra il capitalismo”, e rappresenta un tentativo di sviluppare una critica che vada alle radici del capitalismo stesso. Michéa, in circa 100 pagine, produce una serrata ricostruzione sulla stessa linea de “I misteri della sinistra”, volta a mettere in luce la profonda integrazione della sinistra con il liberalismo, che a volte dice di combattere, e di questo con il razionalismo occidentale e l’illuminismo.
Nulla di particolarmente nuovo, dunque.
L’orgogliosa tesi, così come nel libro letto precedentemente, ma di ben 11 anni successivo, è che il socialismo ben inteso si differenzia dal movimento politico liberale “di sinistra”, in modo diretto ed esplicito. Come dirà nel 2013, il movimento socialista non è, e non è mai stato “di sinistra”. L’alleanza contro il tradizionalismo reazionario, cementata nel 1800, è oggi da superare, per il filosofo francese, perché la modernità contemporanea ha ormai da tempo passato il segno dopo il quale lo sradicare ed il mobilitare diventa distruttivo. Il ruolo progressista del capitalismo (contro la reazione) è, insomma, venuto meno.
Il capitalismo esprime infatti una pulsione all’acritica esaltazione dell’efficienza e della competitività individuale, ad esso connaturata, ovvero del progresso come mobilitazione costante dei potenziali (ma, più, profondamente della iscrizione come potenziale nello sviluppo quantitativo di ogni dimensione di vita, concepita come “risorsa”), che è profondamente problematico per l’ispirazione del socialismo (che come dice la parola stessa, parte all’opposto dal fatto della vita sociale).
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Antropocene, capitalismo fossile, capitalismo verde, eco-socialismo. Dov’è l’uscita?
di Michael Löwy
Recensione di Ian Angus, Facing the Anthropocene. Fossil Capitalism and the Crisis of the Earth System, New York, Monthly Review Press, 2016 e Richard Smith, Green Capitalism. The God that Failed, World Economics Association Book Series, vol. 5, 2016.
Negli Stati Uniti, le pubblicazioni di ecologia critica si rivolgono a un pubblico in crescita, come testimonia il successo dell’ultimo libro di Naomi Klein (This Changes Everything). All’interno di questo campo si sviluppa anche, e sempre di più, una riflessione ecosocialista di ispirazione marxista alla quale si iscrivono i due autori qui recensiti.
Uno dei promotori attivi di questa corrente di pensiero è la Monthly Review, insieme alla sua casa editrice. È quest’ultima a pubblicare il libro importante, e assai attuale, sull’Antropocene di Ian Angus, ecosocialista canadese e editore della rivista on line Climate and Capitalism. Si tratta di un libro salutato con entusiasmo tanto da scienziati come Jan Zalasiewicz o Will Steffen – tra i principali promotori dei lavori sull’Antropocene – quanto da ricercatori marxisti come Mike Davis e Bellamy Foster (1), o da ecologisti di sinistra come Derek Wall dei Verdi inglesi.
A partire dai lavori del chimico Paul Crutzen – premio Nobel per le scoperte sul buco dell’ozono -, del geofisico Will Steffen ed altri, la conclusione che siamo entrati in una nuova era geologica distinta dall’Olocene comincia a essere largamente ammessa. Il termine “Antropocene” è il più utilizzato per designare questa nuova epoca, che si caratterizza per i profondi cambiamenti nel sistema-terra risultanti dall’attività umana.
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Sul presunto donmilanismo
Ovvero perché Mastrocola dovrebbe studiare di più la storia della scuola italiana
di Vanessa Roghi
Vale la pena di prenderlo sul serio l’articolo uscito oggi sul Domenicale del «Sole 24 Ore», quello di Paola Mastrocola sul “donmilanismo”.
Vale la pena anche se la prima reazione sarebbe quella di liquidarlo con un post su facebook, ecco la solita storia, un altro articolo a favore dell’appello dei 600, la grammatica è di destra o di sinistra?, l’italiano non lo parla più nessuno, si stava meglio quando si stava peggio e via dicendo. Ma non si può. Perché in questo ennesimo articolo pubblicato dal Domenicale su quello che Mastrocola definisce “donmilanismo” si gioca in un certo senso il futuro della scuola pubblica, poiché è attraverso la costruzione di un discorso pubblico condiviso sulla scuola che si elaborano le ideologie, si pensano le leggi, si immaginano e si scrivono le riforme. Anche a partire dalla storia specifica della pubblica istruzione in questo paese e dal senso che oggi attribuiamo ad essa. L’invenzione di una tradizione democratica e di sinistra “contro la grammatica” di cui don Milani sarebbe stato l’ispiratore, Tullio De Mauro l’interprete e le maestre delle scuole elementari (intrise di un altro male gravissimo, il “rodarismo”) il braccio armato, è un’operazione culturale molto precisa che ha la sua genealogia e come tale va letta. Qui riassumerò alcuni passaggi.
Andiamo per ordine.
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L’Europa compie sessant’anni: facciamole la festa
di Alessandro Somma
Mentre si celebrano i sessant’anni del Trattato di Roma che avviò l’avventura europea occorre chiedersi se l’Europa, divenuta un Superstato di polizia economica, sia riformabile dall’interno, come sostiene ad esempio Varoufakis. Oppure se – in assenza di conflitto sociale e di un ceto politico disponibile alla disobbedienza istituzionale – sia necessario tornare alla dimensione nazionale per poter ripensare poi l’Unione come costruzione resistente al progetto neoliberale
Ancora scioccati per l’esito del referendum sulla Brexit, lo scorso settembre i Capi di Stato e di governo dell’Unione europea si sono riuniti a Bratislava per discutere di come recuperare la fiducia dei cittadini scossi da “paure riguardo a migrazione, terrorismo e insicurezza economica e sociale”[1]. Le paure del primo tipo hanno ricevuto un’attenzione particolare, sfociata nell’impegno solenne a evitare “i flussi incontrollati dello scorso anno” e a “ridurre ulteriormente il numero dei migranti irregolari”. Si è subito istituita una guardia costiera europea per contrastare con la forza l’arrivo dei migranti, e deciso di collaborare con i governi più o meno autoritari dei Paesi di provenienza o di transito per impedire le partenze. Il tutto ripreso in occasione di altri vertici, convocati per rafforzare la volontà di rispettare gli accordi con il despota di Ankara e di intensificare i rapporti con Al-Sarraj, Presidente del traballante governo libico di unità nazionale[2].
Anche la volontà di rilanciare la costruzione europea come baluardo per la sicurezza interna ed esterna dei cittadini è stata declinata in modo concreto: si intensificheranno i controlli antiterrorismo e si amplierà la cooperazione in materia di difesa.
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Guerra alla guerra: Brecht e Fortini
di Donatello Santarone
I saw the charred Iraqi lean
towards me from bomb-blasted screen,
his windscreen wiper like a pen
ready to write down thoughts for men,
his wind screen wiper like a quill
he’s reaching for to make his will.1
Sono le prime tre strofe di 92 del poemetto di 184 versi in tetrapodie giambiche2 a rima baciata A Cold Coming – Un freddo venire, del poeta britannico Tony Harrison. Nato nel 1937 a Leeds, città industriale dello Yorkshire, da una famiglia della working class (il padre era fornaio), studia i classici greci e latini presso l’Università di Leeds e si immerge nella grande tradizione letteraria inglese (da Blake a Shelley, da Keats a Yeats). Dopo aver molto viaggiato (insegna per un periodo in Nigeria e in Cecoslovacchia, visita Cuba, Mozambico, Leningrado, passa diversi periodi di lavoro negli Stati Uniti), oggi vive a Newcastle. Con Ted Hughes e Seamus Heaney, Harrison è uno dei massimi poeti britannici del secondo dopoguerra (una selezione di sue poesie edite nel 1984 dalla Penguin vendette più di mezzo milione di copie, un record per un libro di poesie).
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Lo spettro del governo tecnico
di Renato Caputo
Di fronte al fallimento del populismo renziano i poteri forti spingono per un governo tecnico, necessario per consentire al paese di essere fra gli stati guida in un’Europa a due velocità
I poteri forti europei, dinanzi alle intemperanze populiste di Renzi – che lo hanno portato a cavalcare demagogicamente la contrarietà, ormai generalizzata nei ceti popolari, alle misure liberiste imposte dalla Ue – sembrano ormai decisi a puntare su un nuovo cavallo. Gentiloni, anche per le sue origini aristocratiche, ha abbandonato le riserve renziane a seguire senza ritrosie le politiche di austerity imposte dalla troika. Anche perché, coperto a sinistra dai fuoriusciti del Pd, che gli hanno giurato fedeltà, e a destra da Berlusconi, gli unici rischi reali li corre a causa della volontà di Renzi di andare al più presto alle urne, prima che i poteri forti e gli elettori dei ceti medio-bassi lo abbandonino.
Tale ipotesi è però considerata troppo rischiosa dai poteri forti italiani ed europei per il rischio di un ulteriore avanzamento di forze ancora più populiste come quelle grilline e, dunque, preferiscono puntare, con Schäuble in prima fila, sull’affidabilità del governo Gentiloni, che sembra incarnare quel governo sostanzialmente tecnico, invocato da “The Economist” nel momento in cui si comprese che il plebiscito chiesto da Renzi il 4 dicembre non avrebbe avuto successo. Tanto più che a una soluzione “tecnica” dell’attuale crisi politica ha detto di puntare lo stesso “grande” vecchio che trama per ritessere le fila di un nuovo centrosinistra, dal momento che D’Alema ha auspicato una compagine governativa che abbia il governo Ciampi come punto di riferimento.
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Perché l'uscita dall'euro è internazionalista
di Domenico Moro
Parte Prima. L’ideologia dominante è il cosmopolitismo non il nazionalismo
È possibile definire realisticamente una linea politica internazionalista in Europa soltanto mettendo al suo centro il tema dell’uscita dall’euro. Eppure, a sinistra molti continuano a opporsi all’uscita dall’euro, adducendo due tipologie di motivazioni, di carattere economico e politico-ideologico. Sebbene le motivazioni economiche siano certamente importanti, ritengo che a incidere maggiormente sul rifiuto a prendere persino in considerazione l’ipotesi di uscire dall’euro, fra la sinistra e più in generale, siano le motivazioni politico-ideologiche. Infatti, le motivazioni politico-ideologiche appaiono meno “tecniche” e maggiormente comprensibili. Soprattutto, fanno riferimento a un senso comune profondamente radicato nella sinistra e nella società italiana.
La principale motivazione politico-ideologica ritiene l’uscita dall’euro politicamente regressiva, perché rappresenterebbe il ritorno alla nazione. Ciò significherebbe di per sé il ritorno al nazionalismo e l’assunzione di una posizione di destra, con la quale ci si allineerebbe implicitamente alle posizioni del Font National in Francia e della Lega Nord in Italia. Una variante di questa posizione ritiene che il ritorno alla nazione, oltre che di destra, sia inadeguato allo svolgimento di lotte efficaci, a causa delle dimensione ormai globale raggiunta dal capitale.
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60 anni dal Trattato di Roma: l'€uropa è stata un pieno successo
di Quarantotto
1. Mentre sale la tensione per i problemi di ordine pubblico che potrebbero verificarsi in una Roma super-blindata mentre va in scena la paradossale commemorazione dei 60 anni del Trattato CEE, è un esercizio diffuso sui media italiani quello di interrogarsi su cosa potrà venire fuori dall'incontro tra capi di Stato e capi di governo europei che si radunano in una città che, almeno nelle intenzioni, (ri)diverrebbe un "simbolo" dell'€uropa unita.
2. In fondo, pur nella sua versione allargata, la situazione è la medesima che si prospettava per il vertice di Ventotene dello scorso agosto.
La imminente formalizzazione del recesso del Regno Unito ai sensi dell'art.50 del Trattato e la crisi di governo italiana conseguente all'esito del referendum, non hanno mutato sostanzialmente il quadro e né potevano farlo: ognuna delle dinamiche in atto non molti mesi fa si è confermata e, semmai, rafforzata.
La stessa novità dell'atteggiamento degli Stati Uniti, legata all'elezione di Trump, non pare decisiva in un senso o nell'altro, dato che non si è manifestata in decisioni formali dell'Amministrazione USA, e né, comunque, ha innescato atteggiamenti nuovi da parte delle potenze €uropee che guidano l'eurozona (il cuore di tutta la vicenda, com'è del tutto evidente).
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Lo spettro di Marx
Andrea Vitale
Il pensiero di Marx è per tutti i sostenitori del capitalismo un’ossessione costante, da esorcizzare in tutti i modi. Nessun credito può esser dato da parte loro a chi ha sostenuto la necessità di un diverso ordinamento sociale, senza padroni e sfruttamento. In epoche di crisi, in cui si palesano violentemente tutte le contraddizioni insite nell’economia di mercato, questa preoccupazione è destinata a crescere in maniera esponenziale. L’espressione teorica del movimento degli operai verso la loro liberazione va cancellata, fatta passare come una sterile e dannosa utopia.
L’ultimo esempio in questo senso lo abbiamo avuto lo scorso mercoledì 15 marzo su Il Fatto Quotidiano. Ne è stato autore Marco Ponti, professore ordinario di Economia applicata al Politecnico di Milano, uno che è fiero di essere definito “un pericoloso comunista-liberista”, oltre ad essere imprenditore, esser stato consulente di molti ministri dei trasporti ed economici, consigliere di amministrazione di alcune società pubbliche e collaboratore della Commissione Europea. Dall’alto di questo curriculum di tutto rispetto, “garanzia” di sicura imparzialità di giudizio, il Ponti pubblica un articolo dal titolo significativo “Lo spettro di Karl Marx sulla sinistra anti mercato”, il cui occhiello ne rivela subito lo spirito: “LA LEZIONE. Senza concorrenza le forze produttrici si sviluppano pochissimo e i beni comuni tendono a essere distrutti. Il capitalismo non è il male assoluto”.
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L’Europa fra Trump e Merkel
Intervista a Raffaele Sciortino
Riprendiamo dall'Istant book sull'Unione Europea a cura della nostra redazione l'intervista a Raffaele Sciortino
Le dinamiche dei rapporti transatlantici sono fondamentali per tracciare il futuro della Ue. Partiamo dai nuovi scenari: dopo la Brexit, cosa comporta l’avvento di Trump nel rapporto con l’Ue ‐ ed in particolare con la Germania?
Partiamo da quest’ultima. È ancora presto per individuare la direzione precisa che la dinamica Usa‐Germania prenderà, se si aprirà cioè un vero e proprio corso di collisione e dove porterà, ma per intanto è importante che il rapporto si stia mostrando apertamente per quello che è: sempre meno un rapporto, per quanto asimmetrico, tra alleati e sempre più una relazione a rischio di esplosione tra portatori di interessi divergenti, immediati e strategici. Trump sta facendo saltare il tavolo dell’ipocrita “unità dell’Occidente” che nella sua lettura nazional‐populista è diventata troppo costosa se non insostenibile per gli Usa, sul piano militare ed economico, e troppo conveniente per i partner, in primo luogo per la Germania. Il perché di questa svolta “imprevista” (per i più) abbiamo cercato di sondarlo nei mesi scorsi analizzando le ragioni profonde del fenomeno Trump1: gli States sono decisamente in difficoltà sia sul piano geopolitico che su quello economico e sociale interno nonostante la decantata “ripresa” obamiana (ma l’hanno vista solo i circuiti finanziari e poco altro). La risposta del neopresidente, che trova riscontri in una parte dell’establishment e fa leva sui leftbehind della globalizzazione, non può che comportare un profondo rimescolamento di carte nelle relazioni economiche e geopolitiche internazionali.
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Le contraddizioni sociali del capitalismo
di Nancy Fraser
Pubblichiamo un estratto da La fine della cura (Mimesis)
Come il regime liberale prima di esso, così anche l’ordine statal-capitalistico si dissolse nel corso di una crisi prolungata. A partire dagli anni Ottanta, gli osservatori lungimiranti potevano vedere emergere i lineamenti di un nuovo regime, destinato a diventare il capitalismo finanziario dell’epoca presente.
Globale e neoliberale, sta promuovendo tagli pubblici e privati del welfare nello stesso momento in cui recluta le donne nella forza lavoro salariata. Sta dunque scaricando il peso del lavoro di cura sulle famiglie e sulle comunità, mentre diminuisce la loro capacità di svolgerlo. Il risultato è una nuova organizzazione dualistica della riproduzione sociale, mercificata per coloro che possono permettersela e privatizzata per quanti non possono farlo, visto che alcune componenti della seconda categoria forniscono lavoro di cura per coloro che appartengono alla prima in cambio di (bassi) stipendi. Nel frattempo, la combinazione della critica femminista e della deindustrializzazione ha definitivamente privato il “salario familiare” di ogni credibilità.
Quell’ideale ha fatto così posto all’attuale e più moderno principio del “doppio reddito familiare”.
Il vettore principale di tali sviluppi e la caratteristica distintiva di questo regime è l’inedita centralità del debito.
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Semiotica e Moneta
di Carlo Sini
Denaro e informazione sono entrambi segni della civilizzazione umana. La loro connessione con il linguaggio è evidente. Il loro valore si basa sulla fiducia nella creatività del lavoro umano. La minaccia odierna è di ridurre denaro e informazione a mera merce

In una celebre pagina della Ricchezza delle nazioni Adam Smith si chiede se la tendenza umana a trafficare, a barattare, a scambiare una cosa con un’altra non sia se non la conseguenza della facoltà della ragione e della parola. Vi sarebbe dunque un nesso profondo tra economia e linguaggio, denaro e parola, e in effetti denaro e linguaggio sono due sistemi di segni che caratterizzano in modo eminente l’umano. Uno scambio semiotico come questo non ha riscontro nel mondo animale, se non per cenni embrionali in ogni senso incomparabili.
Che cosa è segno ricordiamolo qui in forma molto sintetica: segno, diceva Peirce, è qualcosa che sta al posto di qualcos’altro; quindi è qualcosa che rappresenta qualcos’altro sulla base dell’uso sociale, ovvero delle risposte comuni. Stando «al posto di», il segno favorisce dunque lo scambio, fornisce una cosa per un’altra o che vale come rappresentante di quell’altra, e ciò fondamentalmente in vista dello scambio di beni e di informazioni. Cioè del possesso di qualcosa e dell’acquisto di conoscenze. È interessante osservare che beni e informazioni si possono scambiare le parti; infatti anche il possesso di un bene informa: se vado in giro su una Ferrari, implicitamente informo che non sono un poveraccio. Se invece so come vanno le cose in luoghi difficilmente accessibili ma per me significativi, è evidente che il possesso di queste informazioni riveste per me la natura di un bene.
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Dal diario di un impaziente
Note sparse su sinistra, Europa, sovranità
di Mimmo Porcaro
Schivare il concreto
E’ da quando ho compreso il nesso tra Unione europea, dominio di classe e crisi irredimibile della sinistra, è da quel difficile passaggio (dovuto alla dura esperienza del secondo governo Prodi, da me vissuta direttamente anche a livello comunitario, ad una rilettura dei classici e poi ai testi di Bagnai, Cesaratto, Barra Caracciolo, Giacché ed altri) che mi torna spesso in mente una frase di Elias Canetti: “Schivare il concreto è uno dei fenomeni più inquietanti dello spirito umano”. Schivare il concreto, per la sinistra, significa per esempio schivare il problema del potere, e quindi il problema dello stato. Da convinto marxista so bene che è caratteristica specifica del capitalismo quella di esercitare il dominio di classe attraverso i meccanismi apparentemente impersonali e neutri dell’economia (non altrettanto bene lo sanno coloro che continuano a dire che l’euro è “solo una moneta”…). Ma so anche che, perché questi meccanismi apparentemente solo economici funzionino è necessario, Marx dixit, l’intervento disciplinante dello stato. E so (da Giovanni Arrighi) che alle fasi di crescita in cui il dominio si esercita in forma prevalentemente economica (finanziarizzazione e globalizzazione) succedono le fasi di crisi in cui lo stato ritorna prepotentemente sulla scena, e diviene evidente che chi lo controlla decide se si esce dalla crisi in direzione progressiva, ossia col socialismo, oppure con la guerra e con una nuova forma di capitalismo.
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Col cadavere in bocca. Sul quarantennale del '77
di Il Lato Cattivo
«Ultimo mohicano / sampietrino in mano
solo qui nella via / e la barricata
dove l'han portata? / Non c'è proprio più.»
(Gianfranco Manfredi)
In questo inizio d'anno punteggiato di commemorazioni molto interessate e poco interessanti (vedi «C17» et similia) tocca sorbirsi anche il quarantennale del movimento del '77. E così sia. Allora largo al ricordo su ordinazione, alla parola di chi c'era e vuole raccontare, al pianto rituale degli offesi e dei caduti. In fondo, perché no? A nulla vale deprecare l'operazione memorialistica, che è vecchia – se non proprio quanto il mondo – almeno quanto il massacro dei comunardi, commemorati a scadenza ormai annuale presso il Mur des Fédérés. Le celebrazioni per l’anniversario del '77 italiano cadono ogni decina d'anni: frequenza tutto sommato ragionevole. Basta solo non chiedere ciò che è impossibile avere. A quale veglia è d'uso esprimere critiche o riserve sul morto in onore del quale ci si riunisce? Tutti sanno che anche l'individuo più mediocre passa per un grand'uomo il giorno del suo funerale, finanche sulla bocca di chi in vita ne diceva peste e corna.
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