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Donald Trump alla Casa Bianca: e ora?
di Moreno Pasquinelli
L'onda lunga che ha portato alla Brexit ha sospinto, con la potenza di uno tsunami, Donald Trump alla Casa Bianca. Un buon auspicio in vista del 4 dicembre.
E' la sanzione, per certi versi spettacolare, che siamo ad un giro di boa della situazione mondiale.
Proprio dal centro dell'impero arriva il de profundis del ciclo della globalizzazione neoliberista. Arriva, questo de profundis, proprio dal luogo da dove esso, con Reagan, iniziò e s'irradiò per tutto il mondo, spazzando via l'Unione Sovietica, concimando la restaurazione del capitalismo in Cina, schiacciando i movimenti politici e sindacali dei lavoratori salariati.
E' già la fine della globalizzazione? E' già la sepoltura del neoliberismo? No, non lo è ancora, contrariamente a certe sentenze frettolose e superficiali che, a sinistra, già leggiamo questa mattina.
Le potentissime forze oligarchiche che hanno tenuto in pugno le sorti del mondo per quattro decenni sono ancora tutte ai loro posti di comando: controllano le borse e le banche sistemiche, sono alla testa dei conglomerai finanziari e dei consigli di amministrazione delle più potenti multinazionali, tirano i fili delle università e dei think tank, spadroneggiano nel mondo della cultura e dell'informazione, hanno infiltrato gli Stati ed i loro apparati coercitivi.
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L’incoerenza economica delle ricette di Donald Trump
Francesco Daveri
L’impegno a proteggere i perdenti della globalizzazione con la disdetta del Nafta e aliquote fiscali più basse ha portato Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. Ma, al contrario di quanto promesso dal tycoon, l’aumento del deficit pubblico farà salire il disavanzo commerciale Usa
Il malessere americano che ha fatto vincere Trump
Donald Trump eredita un paese che cresce stabilmente intorno al 2 per cento annuo e con un tasso di disoccupazione sceso di poco al di sotto del 5 per cento della forza lavoro. È un paese molto diverso da quello che aveva trovato il suo predecessore, Barack Obama, alla fine del 2008. Allora, fallita Lehman Brothers, il Dow Jones era sceso sotto i 9000 punti (dai 13mila di fine 2007) e l’economia era in recessione da quattro trimestri, il che portò la disoccupazione sopra al 9 per cento nei primi mesi del 2009. I numeri che Obama lascia in eredità a Trump sono in tutto simili alle medie secolari che hanno contrassegnato da decenni il buon funzionamento dell’economia americana che, nonostante tutto, è rimasta il motore trainante dello sviluppo mondiale.
Eppure, se Trump ha vinto, è perché in America c’è malessere. Se non ci fosse, un candidato come Bernie Sanders sarebbe stato etichettato come un socialista rétro e non sarebbe certo arrivato a contendere la candidatura alla presidenza degli Stati Uniti a Hillary Clinton nelle primarie del partito democratico. Se in America non ci fosse malessere, il partito repubblicano non avrebbe indicato come candidato alla Casa Bianca un estremista no-global (anche pieno di scheletri nell’armadio) lontano dalla tradizione liberista del Grand Old Party come Donald Trump.
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Elezioni USA: Trump è il nuovo presidente
di Guido Salerno Aletta
Vi propongo, di seguito, un bell'articolo di Guido Salerno Aletta, che su Milano Finanza analizza il risultato delle elezioni Usa. Al termine, trovate una bella analisi di Amundi sui possibili riflessi dell'esito elettorale. L'analisi è datata 26 ottobre e considera i diversi scenari alla luce delle successive elezioni Usa
E’ il voto di protesta della classe media americana, il driver dei risultati elettorali americani, che indicano un consenso nei confronti di Donald Trump molto più ampio di quanto era stato previsto dai sondaggi.
Si conferma invece un dato di fondo, tanto ben presente alla stessa Federal Reserve quanto trascurato da coloro che guardano solo all’andamento degli indici di Borsa: la polarizzazione del lavoro, un dato su cui la Governatrice Janet Yellen ha insistito più volte, è una tendenza assai più preoccupante dell’obiettivo tecnico, già raggiunto da tempo, di ridurre la disoccupazione americana al 5%.
Se all’inizio del suo primo mandato, nel gennaio del 2009, Barack Obama aveva dichiarato che la crisi di Wall Street rappresentava una grande occasione di cambiamento, si deve concludere che questo obiettivo non è stato raggiunto. L’America, all’improvviso, si scoprì povera. Anche oggi lo è.
Sin dalla metà degli anni novanta, la classe media americana aveva azzerato il tasso di risparmio, mentre la crescita dei consumi e del benessere veniva trainata esclusivamente dalle spese finanziate con le carte di credito e dai mutui, spesso sub-prime. Fu il progressivo rialzo dei tassi, deciso per frenare la bolla immobiliare, a mandare in fallimento milioni di famiglie.
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Trump presidente, lo schiaffo del popolo alle élites
di Marco D'Eramo
Piano B cercasi disperatamente. Così potrebbe riassumersi la reazione della stampa mondiale all’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati uniti. L’ansiosa domanda “E adesso?” traspare in tutti commenti, dall’inevitabile, prevedibile “allarme per l’inarrestabile avanzata del populismo mondiale”, ai liberals come Krugman che si strappano i capelli per non aver capito nulla del paese in cui vivono, allo “scenario dell’orrore” di cui parla la Süddeutsche Zeitung, allo sgomento dei mercati finanziari, all’amara, e sempre più attuale constatazione che è più facile eleggere un candidato nero piuttosto che una presidente donna.
L’ansia è mascherata da considerazioni più o meno dotte sulla rivincita dei bianchi maschi senza titolo di studio (ma non dovevano essere un gruppo in fatale declino demografico?), sull’astensione dei neri e degli ispanici che sono venuti a mancare a Hillary Clinton, sulla disaffezione dei giovani progressisti che avevano militato per Bernie Sanders, sull’atteggiamento dei media, che sotto l’ipocrisia della par condicio, o del cerchiobottismo, hanno picchiato molto più su Clinton che su Trump, sulle donne che hanno sì preferito Clinton ma non abbastanza da compensare le perdite nell’altro genere. E così via.
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Trump Tryumph: una previsione lucida
di PierLuigi Fagan
Fine Luglio, Moore fa la sua previsione che anticipa il trionfo di Trump basandosi su cinque considerazioni. Nel frattempo i grandi media sbagliavano tutto
Onore a Michael Moore, evidente testimonianza di quando la testa ti funziona bene.
Fine Luglio, Moore fa la sua previsione che anticipa il trionfo di Trump basandosi su cinque considerazioni:
1. Clinton perderà la Rust Belt, la cintura della ruggine a nord dei Grandi Laghi: Michigan, Ohio, Pennsylvania e Wisconsin.
2. Trump è l'ultima speranza per il declino dell'uomo bianco dell'America profonda.
3. Clinton è piena di impresentabilità.
4. La poco meno di metà del partito democratico che ha votato Sanders non sarà elettorato attivo in favore di Clinton.
5. Effetto vaffanculo.
Aggiungerei l'Effetto "Ravenna" per l'élite dominante americana: il riferimento storico va indietro fino al tempo in cui l'élite dell'Impero romano d'Occidente se ne stava protetta dalle paludi ravennati a discettare sul futuro di un impero che non c'era più e su cui il mondo barbaro aveva preso abbondantemente il sopravvento.
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L’America rifiuta Hillary; Trump è il nuovo presidente
di Michele Paris
Se c’è una buona notizia nella quasi incredibile vittoria di Donald Trump è che all’America e al mondo sarà risparmiata una nuova presidenza di un membro della famiglia Clinton. Detto questo, l’ingresso di Trump alla Casa Bianca aprirà nelle prossime settimane una serie di scenari e porrà interrogativi a dir poco inquietanti. Le responsabilità per il successo del candidato Repubblicano sono in ogni caso da attribuire per intero al Partito Democratico, alla sua deriva destrorsa, alle politiche anti-sociali e guerrafondaie dell’amministrazione Obama e all’incapacità di offrire una prospettiva progressista a ciò che resta del proprio elettorato di riferimento, presentando invece una candidata tra le più screditate e reazionarie della storia degli Stati Uniti.
Le reali speranze di successo di Hillary Clinton erano svanite in fretta nelle prime ore della notte italiana, quando il leggero vantaggio registrato in stati considerati decisivi come Florida, North Carolina e Ohio ha ben presto lasciato spazio alla rimonta di Trump. La Florida, in particolare, sembrava poter essere ancora una volta in bilico fino alla fine del conteggio, ma i suoi 29 “voti elettorali” sono stati assegnati alla fine senza incertezze a Trump, in grado di raccogliere circa 130 mila voti in più della rivale.
Uno ad uno, sotto gli occhi increduli degli “anchormen” della CNN e di altri network filo-Democratici, quasi tutti gli “swing states” che Trump era in effetti obbligato a conquistare, e nei quali l’ex segretario di Stato era data in vantaggio, sono finiti nella colonna Repubblicana. Probabilmente, oltre che in Florida, fondamentale è stata la superiorità di Trump in North Carolina e in Ohio, stato quest’ultimo vinto da Obama sia nel 2008 che nel 2012.
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Trump. Fine della globalizzazione e crisi di egemonia
di Rete dei Comunisti
La non inaspettata vittoria di Trump, per chi ha la giusta percezione delle dinamiche sociali reali, conferma una crisi di egemonia della borghesia in particolare nei paesi imperialisti, dagli USA all’Europa, dove il sistema politico “democratico” non tiene più le profonde contraddizioni che il capitalismo attuale sta producendo. Lo sviluppo distorto, ma coerente con il presente modo di produzione, l’idea delle propria invincibilità acquisita dopo la vittoria sull’URSS, la crisi sistemica che significa offuscamento delle prospettive di crescita e di emancipazione stanno producendo una situazione inedita storicamente e che la vulgata di sinistra tende a rappresentare come populismo, fascismo, ma che va analizzata in ben altro modo.
In realtà siamo di fronte ad un passaggio storico, uguale per spessore a quello avuto nel ’91 ma di segno politico diverso, che produce la fine formale della globalizzazione ed una vera e propria crisi di egemonia della Borghesia e del Capitale, esattamente nei termini in cui ne parla Gramsci. Una crisi che parte dal dato strutturale e sociale ma che ora si riversa in quello politico istituzionale, dove emerge l’irrazionalità propria del sistema capitalistico; da Trump al M5S, passando per i Pirati in Islanda e la Brexit, è questo che si sta imponendo nei paesi che sono – va detto chiaramente e senza mezze misure – imperialisti, leninisticamente imperialisti.
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Le ombre della Clinton Foundation
di Girolamo Tripoli
Sono una delle più grandi dinastie degli Stati Uniti. I Clinton sono sulla scena politica statunitense dagli anni 70, prima con Bill e poi anche con Hillary. E forse è proprio questo che gli ha permesso di costruire una rete globale di donatori senza pari.
Ma facciamo un passo indietro. Bill e Hillary hanno fondato – nel 1997 – la Clinton Foundation, una fondazione diversa da qualsiasi altra nella storia. È un impero filantropico globale gestito da un ex presidente degli Stati Uniti, con l’obiettivo di risolvere molti dei problemi più difficili al mondo.
Avviata in modo modesto – e inizialmente focalizzata sulla biblioteca personale di Bill – è via via cresciuta in modo molto ambizioso. Attualmente conta oltre 2000 dipendenti. Più specificatamente, i fondi raccolti dalla fondazione vengono spesi direttamente sui programmi aperti dalla società e non vengono donati ad altre organizzazioni di beneficenza.
Lo stesso ex presidente in passato ha dichiarato al Washington Post: “La fondazione è una macchina geniale che può trasformare qualcosa di intangibile in qualcosa di tangibile: il denaro“.
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Hacker, brogli, terrorismo: il panico è l'ultima arma contro Trump
di Fulvio Scaglione
Paura e delirio negli Usa. Dall’Armageddon finanziario alla presunta rivolta dell’Fbi, al ritorno del terrorismo in caso di vittoria di The Donald. Ma ha senso dipingere Trump come il mostro dell’Apocalisse per far vincere Hillary?
Ora, va bene tutto. Le elezioni presidenziali sono un momento ad alta tensione, emozionante, coinvolgente. Per chi ci crede, possiamo pure dire che sono un passaggio decisivo per gli assetti della più grande democrazia del mondo. Ma è possibile che gli americani, al momento di scegliersi un Presidente, cosa che in ogni caso fanno una volta ogni quattro anni e non ogni quattro secoli, siano così spaventati? Possibile che una nazione che ha sedici diverse agenzie diintelligence per le quali, tra il 2001 (Torri Gemelle) e il 2014 ha speso più di 500 miliardi di dollari, debba far tremare i propri cittadini?
Nelle ultime settimane i media americani, fedelmente riprodotti da quelli europei e italiani in particolare, hanno lanciato una serie di allarmi sempre più isterici e incredibili. Almeno tre negli ultimissimi giorni. Si è cominciato con il crollo delle Borse. Appena l'Fbi ha ri-cominciato a indagare su Hillary Clinton, e i sondaggi della signora candidata hanno mostrato qualche segnale di affanno, i giornali come il New York Times, che con la Clinton si sono schierati, hanno preso ad annunciare l'Armageddon finanziario prossimo venturo. Perché? Donald Trump, se eletto Presidente, potrebbe provocare disastri economici? Forse sì. Ma allora perché il tanto stimato Barack Obama, della cui linea politica la Clinton vuol essere l'erede, nei suoi otto anni non ha generato una nuova età dell'oro della finanza? Tra l'altro, invocare sul candidato preferito la benedizione di Wall Street non pare una grande idea. Dal 2008 la piccola e media borghesia americana lotta con i disastri provocati proprio dall'alta finanza e con la politica, così efficacemente messa alla berlina da papa Francesco, di salvare le banche e non la gente.
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Sul ciglio delle (loro) elezioni
di Piotr
Oltre a quelli internazionali, nascono gravi conflitti interni anche in seno alla Superpotenza, che non è immune dalla crisi sistemica. Primo segno: queste elezioni USA
La Russia sta cercando in tutti i modi - sia nei negoziati diplomatici sia nel suo appoggio pratico - di unire in un unico dossier tutti i conflitti, dal quello nella Novorussia, a quello in Siria, nell'Iraq a quello nello Yemen e ora anche quello in Libia. Il motivo dovrebbe essere evidente anche: sono tutti legati e parte della stessa strategia.
Una strategia che ha visto tre tappe:
1) decisione nel 2001 (vedi "rivelazioni" del generale Wesley Clark),
2) pianificazione tra il 2006 e il 2008)
3) implementazione a partire dalle "primavere arabe" (benedetta dal discorso al Cairo di Obama). A cui si è aggiunto l'«inserto» ucraino, ad uso e consumo dell'Europa; una sorta di fuori programma offerto dalla coppia Clinton-Nuland.
Il fatto che l'Arabia Saudita sia impresentabile sotto tutti i punti di vista, permette agevolmente di indirizzare gli sforzi dei pacifisti (mi riferisco qui a quelli sinceri, non ai doppiopesisti) su battaglie focalizzate contro di essa [1].
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Elezioni USA: la posta in gioco
di Giuseppe Masala
Bisogna capire che lo scontro in atto in USA in questo momento è un vero e proprio tornante della storia al pari dei tragici eventi del Settembre 2001. Questo al di là dell’antipatia personale o la simpatia per uno dei due concorrenti principali ed è ancora più chiaro se non ci si lascia intossicare dalla terrificante campagna elettorale in corso: una enorme macchina del fango tesa a screditare l’avversario con ogni mezzo e con ogni sorta di notizia manipolata.
In realtà stiamo assistendo ad uno scontro tra due fazioni dell’élite americana che hanno trovato nei due contendenti i loro front-man elettorali.
La posta in gioco è cosa deve essere l’Impero americano nei prossimi decenni e come uscire o almeno stabilizzare la sua evidente crisi. Le visioni in lotta sono le seguenti:
1) I neoconservatives che hanno in Hillary la loro bandiera, vogliono continuare nell’esperienza della “guerra al terrorismo” ovvero nella guerra imperialista tendente a far guadagnare agli USA l’uscita dalla crisi allargando a tutto il mondo la loro sfera d’influenza anche con l’utilizzo delle armi oltre che con le rivoluzioni colorate.
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None of the above
di Lucio Manisco
Hillary Clinton o Donald Trump? Una scelta storica, drammatica dell’elettorato statunitense? Malgrado l’ossessiva attenzione dei mass media apatia, astensionismo e il grande filtro del Collegio Elettorale determineranno l’esito della consultazione
Fuga di cervelli: un amico che ha trovato impiego alla Columbia University e che sedici anni fa mi era venuto a trovare a New York mi chiede di accertare se nell’edificio dove abitavo ci siano appartamenti in affitto. Chiamo Joe, l’anziano portiere afro-americano: ci sono tre appartamenti vuoti per via della crisi economica – risponde con voce tesa e rabbiosa. Teme l’esito elettorale di domani? “I don’t give a f… about it” – non me ne frega niente – qui si parla solo della vittoria dei Cubs, un disastro.. I Chicago Cubs la squadra di baseball che non vinceva da 108 anni ha battuto i favoriti Cleveland Indians trionfando nel campionato delle World Series: è come se in Italia il Crotone vincesse il campionato di serie A e la Champions League.
Gli afro americani come Joe, il 13,3% della popolazione USA di 321 milioni, e cioè 40 milioni circa di abitanti, diserteranno in massa le urne. Non solo per la delusione lasciata loro da Obama, delusione che ha confermato la loro preesistente ostile estraneità allo establishment bianco, ma anche per l’appoggio incondizionato di Hillary e Donald alla polizia che negli ultimi dodici mesi ha ucciso più di duecento neri nelle città americane.
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La riforma costituzionale: pericoli in agguato
di Giovanna Baer
Il prossimo 4 dicembre si terrà il referendum costituzionale, ma il dibattito politico sembra essersi spostato su un tema diverso e apparentemente sconnesso da quanto previsto dalla legge di riforma del-la Costituzione del 15 aprile 2016 (legge Renzi-Boschi): in particolare, l’attenzione è rivolta alle modifiche da apportare alla nuova legge elettorale, il cosiddetto Italicum (1). Si tratta della solita schizofrenia italiana oppure i due temi sono strettamente correlati? Entriamo nel dettaglio delle due leggi per comprendere – e il lettore scuserà i tecnicismi, ma non se ne può fare a meno.
Perché un referendum?
L’Ufficio centrale per il referendum della Corte di Cassazione ha dichiarato legittimo il seguente quesito referendario:
“Approvate voi il testo della legge costituzionale concernente ‘Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del titolo V del-la parte II della Costituzione’ approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016?”(2).
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Marxismo e teoria della forma valore*
di Endnotes
Introduzione
La forma valore del prodotto del lavoro è la forma piú astratta, ma anche piú generale, del modo di produzione borghese, che ne risulta caratterizzato come un genere particolare di produzione sociale, e quindi anche storicamente definito.1
[...] Marx era stato chiaro: ciò che contraddistingueva il suo approccio, e che fa di esso una critica piuttosto che una continuazione dell’economia politica, era la sua analisi dell forma valore. Nella sua celebre esposizione di «Il carattere feticistico della merce e il suo segreto» egli scrive:
Ora, l’economia politica ha bensí analizzato, seppure in modo incompleto, il valore, la grandezza di valore, e il contenuto nascosto in tali forme. Ma non si è nemmeno posto il quesito: perché questo contenuto assume quella forma? Perché, dunque, il lavoro si rappresenta nel valore, e la misura del lavoro mediante la sua durata temporale si rappresenta nella grandezza di valore del prodotto del lavoro? Formule che portano scritta in fronte la loro appartenenza ad una formazione sociale in cui il processo di produzione asservisce gli uomini invece di esserne dominato, valgono per la loro coscienza borghese come ovvia necessità naturale quanto lo stesso lavoro produttivo.2
Nonostante affermazioni del genere da parte di Marx, la connessione tra forma valore e feticismo — il rovesciamento perverso all’interno del quale gli uomini sono dominati dai risultati della loro stessa attività — non ha avuto un gran ruolo nell’interpretazione del Capitale fino al 1960.
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Dal successo al declino
Le piccole imprese e il paradosso dell’economia della conoscenza
di Ugo Pagano
Ugo Pagano, partendo da un’affermazione di Marcello De Cecco del 2013, riconduce il successo e il successivo declino del modello italiano di piccole imprese al mutamento intervenuto nel contesto in cui viene prodotto, tutelato e utilizzato quel particolare fattore produttivo che è la conoscenza e sostiene che il declino è iniziato quando, in seguito a iniziative del governo americano, la conoscenza da bene pubblico è divenuta, a livello globale, bene privato. Pagano indica anche le implicazioni di policy della sua analisi
In un’intervista a La Repubblica del 2013 Marcello De Cecco così rispondeva al giornalista che gli domandava cosa mancasse all’Italia per essere la Germania:
Intanto una politica industriale. E quindi, a monte, una classe politica in grado di concepirla. Noi siamo stati a lungo, e incomprensibilmente continuiamo ad essere, orgogliosi di un tessuto industriale parcellizzato, quello delle Pmi. Siamo stati così bravi a venderlo – il “capitalismo dal volto umano” e altre scemenze – che anche Clinton veniva a Modena per studiarlo. Salvo poi continuare, loro, a puntare sulla grande industria. Come si può competere nella globalizzazione con unità produttive da una dozzina di persone? Finché potevamo svalutare la lira ha funzionato…
Per De Cecco svalutazioni della lira e deterioramento della qualità dell’industria italiana erano parte di un circolo vizioso per il quale egli non aveva alcuna nostalgia. Anche per questo, nonostante le sue pungenti critiche alle politiche tedesche, De Cecco rimase sempre dell’idea che l’Italia non dovesse uscire dall’euro e dovesse invece dotarsi di una struttura produttiva adeguata alle sfide globali superando i problemi posti dal nanismo delle sue imprese.
Ma cosa c’è alla radice del declino del modello italiano basato sulle piccole imprese? La tesi che sosterrò è che vi è soprattutto il mutato contesto nel quale viene prodotto, tutelato e utilizzato quel particolare fattore produttivo che è la conoscenza.
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Un nuovo materialismo
di r.f.
Con il primo numero di “Consecutio rerum” proseguiamo e approfondiamo il progetto teorico-politico che ha caratterizzato i primi sette numeri della precedente rivista “Consecutio temporum”, da noi realizzata e diretta a partire dal 2001.
Costretti a interrompere la pubblicazione della precedente rivista per la pretesa della proprietà della testata d’interferire con il nostro programma editoriale, diamo vita alla nuova “Consecutio rerum”, con una variazione di titolo lieve, ma pure significativa nel verso di una radicalizzazione del nostro intento filosofico ed etico-politico iniziale. Giacché il passaggio dalla connessione dei “tempi” a quella delle “cose” stringe il nostro percorso ancor più nella proposizione di un nuovo campo di ricerca e di critica quale vuole essere quello di un “nuovo materialismo”.
Nuovo materialismo, perché riteniamo che il vecchio materialismo, quello più celebre d’ispirazione storica e marxista, sia un paradigma teorico ormai consumato e inutilizzabile. Già lo stesso Marx, in alcune sue pagine, a dir il vero assai poco frequentate, sulle formazione storiche precapitalistiche lo aveva messo, forse inavvertitamente, in discussione. Ma per noi è chiaro che la capacità delle relazioni economiche di farsi princìpi di totalizzazione dell’intera vita, individuale e sociale, vale solo nella modernità capitalistica e che dunque decade ogni pretesa, com’è accaduto con il materialismo storico, di generalizzare la vecchia metafora di struttura materiale e sovrastruttura spirituale all’intero percorso della storia umana.
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Huma Abedin e Hillary Clinton
Viaggio nello Stato Profondo Americano
di Federico Pieraccini
La vicenda che potrebbe decidere le prossime elezioni presidenziali negli Stati Uniti è una storia a più livelli, che merita di essere raccontata accuratamente
‘Sexting’, Weiner e le email.
Tutto è iniziato con un’inchiesta dell’FBI in merito ad uno scandalo di ‘sexting’. Una ragazza di 15 anni avrebbe ricevuto delle foto compromettenti da Anthony Weiner, ex marito della top Advisor di Hillary Clinton, Huma Abedin. La tipica inchiesta in cui tutti i dispositivi informatici dell’aggressore vengono revisionati dall’FBI per verificarne il contenuto in cerca di indizi o prove.
Il problema è che il PC di Anthony Weiner non è un laptop qualunque, è il PC che condivide con la sua allora compagna Huma Abedin. Dalle poche informazioni trapelate, pare che la divisione Newyorkese dell’FBI, incaricata di indagare sulla vicenda, per molto tempo abbia taciuto dell’enorme archivio di oltre 650,000 email rinvenute, fino a quando, pochi giorni fa il direttore dell’FBI ha rivelato con una lettera al congresso di ritenere questi dati pertinenti per un’altra indagine in corso ai danni di Hillary Clinton. Una rivelazione enorme che ha destato molto clamore, visti i pochi giorni alle elezioni, causando enormi problemi alla campagna elettorale dei democratici.
La domanda più appropriata da farsi è per quale motivo il direttore del FBI Comey abbia deciso di informare il congresso, scatenando un prevedibile fuoco di critiche.
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L'affermazione della sovranità nazionale popolare di fronte all'offensiva del capitale
R. Morgantini intervista Samir Amin
Le analisi che riguardano la crisi che scuote - in modo strutturale – il sistema capitalista attuale, risultano essere di una pietosa sterilità. Menzogne mediatiche, politiche economiche anti-popolari, ondate di privatizzazioni, guerre economiche e "umanitarie", flussi migratori. Il cocktail è esplosivo, la disinformazione è totale. Le classi dominanti si fregano le mani di fronte a una situazione che permette loro di conservare e affermare la loro superiorità. Proviamo a comprendere qualcosa. Perché la crisi? Quale è la sua natura? Quali sono attualmente e quali dovrebbero essere le risposte dei popoli, delle organizzazioni e dei movimenti interessati a un mondo di pace e di giustizia sociale? Intervista con Samir Amin, economista egiziano e studioso delle relazioni di dominio (neo)coloniale, presidente del Forum mondiale delle alternative.
* * * *
Da molti decenni i tuoi scritti e le tue analisi ci consegnano elementi di analisi per decifrare il sistema capitalista, le relazioni della sovranità nord-sud e le risposte dei movimenti di resistenza dei paesi del Sud. Oggi, siamo entrati in una nuova fase della crisi sistemica capitalista. Quale è la natura di questa nuova crisi?
La crisi attuale non è una crisi finanziaria del capitalismo ma una crisi di sistema.
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Tempesta perfetta. Dieci interviste per capire la crisi
di Noi restiamo
Prima prova editoriale della Campagna Noi Restiamo, pubblicata da Odradek, raccoglie le interviste di dieci economisti – Riccardo Bellofiore, Giorgio Gattei, Joseph Halevi, Simon Mohun, Marco Veronese Passarella, Jan Toporowski, Richard Walker, Luciano Vasapollo, Leonidas Vatikiotis, Giovanna Vertova – sulla crisi
A distanza di otto anni dall’inizio dell’attuale crisi economica, sono ancora molte le spiegazioni che si guardano bene dal mettere in luce le contraddizioni insite nelle economie di mercato come quella dei Paesi membri dell’Unione Europea. La maggioranza delle analisi si concentra infatti sul ruolo del presunto interventismo da parte dello Stato in economia – rappresentato dall’elevato debito pubblico – e sulla scarsa competitività dei Paesi mediterranei – misurata in costi del lavoro troppo elevati, imposizione fiscale sui profitti asfissiante, alta rigidità del mercato del lavoro. Le ricette di politica economica scaturite da questo tipo di proposte si sono rivelate fallimentari a tal punto da aggravare la crisi stessa. L’esempio principe è la così detta “austerità espansiva”, dimostratasi fallimentare sul piano teorico ed empirico prima che su quello pratico. [1]
Le dieci interviste ad economisti non allineati raccolte in “Tempesta Perfetta”, edito da Odradek e curato dal collettivo Noi Restiamo, hanno come obiettivo quello di sfatare le analisi della vulgata. Il punto di vista così fornito è realmente critico e foriero di nuove prospettive, pur non mancando di una certa eterogeneità di pensiero e proposte. Ne sono un esempio le risposte alla prima domanda, con la quale si vogliono inquadrare le ragioni della crisi in due spiegazioni: quella sottoconsumistica, secondo la quale il deteriorarsi della quota salari ha comportato un calo generali dei consumi, seppur limitato dal credito esteso praticamente senza garanzie; e quella afferente al sotto-investimento, fenomeno che può essere ricondotto alla legge della caduta tendenziale del saggio di profitto elaborata da Karl Marx.
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Ciò che è non appare, ciò che appare non è
Gianfranco La Grassa
L’unica cosa che appare pressoché sicura è che Renzi, (vedi qui e qui) appena rientrato dagli Usa e dopo il duetto con Obama, ha l’appoggio di quest’ultimo per entrambe le posizioni prese. Tuttavia, sappiamo che in merito ai due problemi, gli Stati Uniti sono decisamente contrari all’austerità e alla rigida posizione della UE (e soprattutto della Germania) in merito – così come si era già riscontrato all’epoca della grave crisi greca – e manifestano una dura contrapposizione alla Russia sia per l’Ucraina che per la Siria; per cui, sono favorevoli alle (anzi sono promotori delle) sanzioni economiche verso Mosca, considerata l’aggressore, esattamente come espresso dalla Merkel (“Chiediamo la fine degli attacchi. Non solo abbiamo detto che potremmo imporre sanzioni alla Siria, ma anche sanzioni contro tutti gli alleati della Siria. Questo si applica alla Russia”).
Se fossimo affetti da quel rozzo economicismo attribuito, sbagliando di grosso, a Marx, potremmo dire che Renzi è spinto all’attenuazione del suo atteggiamento anti-russo dalla situazione difficile in cui verrebbero a trovarsi alcuni settori produttivi italiani che esportano in Russia. Troppo semplice a mio avviso. Non c’è un solo attore sulla scena politica mondiale che dica effettivamente quel che pensa e il cui gioco persegua gli scopi apparentemente voluti. Questo è abbastanza normale in politica e in ogni tempo; tuttavia, in periodi come questi, data la sempre accentuata subordinazione alla potenza predominante, le manovre dei paesi europei hanno un superiore tasso di ambiguità e autentico inganno.
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Dodici piccoli indiani (d'America)
di Marcello Benfante
“Pour épater les bourgeois era il motto(Dwight Macdonald, Masscult & Midcult)
Il vaso di Pandora
Mi è capitato di fare qualche piccola ed estemporanea considerazione sull’assegnazione del Nobel per la letteratura a Bob Dylan.
La sensazione che ho provato nell’apprendere questa sorprendente notizia è stata in un primo tempo una sorta di euforia, di felice stupore. Poi all’improvviso sono stato assalito da una vaga tristezza, da un’ombrosa inquietudine.
Come mai? Non si trattava certo di un’offesa alla maestà del Nobel, che è un concetto del tutto estraneo al mio temperamento e alle mie convinzioni. Tanto meno di un dubbio circa il valore estetico dei testi di Bob Dylan, che è indiscutibilmente notevole.
E allora? Ci ho pensato un po’ su, ripercorrendo le fasi della mia giovinezza di ammiratore di Dylan (insieme a molti altri tra cui Woody e Arlo Guthrie, Joan Baez, Pete Seeger, Leonard Cohen eccetera) e finalmente ho capito.
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"Rottamare Maastricht"
di Fabio Petri
Fabio Petri, Recensione (intervento alla presentazione) del libro “Rottamare Maastricht”, di A. Barba, M. D’Angelillo, S. Lehndorff, L. Paggi, A. Somma (Deriveapprodi), Roma, 27 ottobre 2016
Lo scopo del libro, dall’Introduzione di Paggi, è aiutare ‘la costruzione di un movimento anti-Maastricht diverso da quello populista’, sottrarre al populismo ‘il monopolio della critica della situazione esistente’; combattere Maastricht come cultura, concezione del mondo, proposta di civiltà; a tal fine aiutare a ‘trasformare la protesta sociale in conflitto distributivo e in alternativa politica’, aiutare ‘la costruzione di un movimento ancora inesistente’, per la qual cosa ‘occorre mettere sul tappeto il problema di una filosofia di governo alternativa e di un programma che indichi, in primo luogo sotto il profilo concettuale, alcuni punti di scorrimento verso un’Europa politica della crescita’.
Il libro non si spinge a proporre esplicitamente questa filosofia di governo alternativa o programma (l’Introduzione si limita a indicare il bisogno di più democrazia più salario più produttività, ma senza entrare nel come raggiungere questi obiettivi); piuttosto fornisce analisi preliminari per dimostrare la necessità di aprire il dibattito; tre messaggi in particolare emergono dai cinque contributi.
Primo messaggio, che emerge dai contributi di Paggi e Somma: la storia di come si arriva a Maastricht è storia di abbandono, e tradimento, dell’idea originaria di una unione politica europea collaborativa, unificante; Maastricht ha di fatto creato con la moneta unica un ostacolo a tale obiettivo, perché aumenta le differenze e i conflitti tra i paesi membri dell’euro, ponendoli in concorrenza l’uno con l’altro.
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La patologizzazione del dissenso
di C.J. Hopkins
Da CounterPunch traduciamo un azzeccato articolo che descrive, con sfumature satiriche, l’imponente opera di delegittimazione del dissenso (ogni genere di sostanziale dissenso rispetto alla direzione unica indicata dalle classi dirigenti) svolta quotidianamente dai media. Non cambia molto che si tratti di Trump, Sanders, Putin, Le Pen, Brexit, sinistra, destra, anarchici, wikileaks: i media dell’establishment buttano tutti nello stesso mucchio di disdicevoli populisti che non vale la pena ascoltare, tanto meno confutare. Perfino lo stesso riconoscimento dell’esistenza dell'”establishment”, delle “classi dirigenti” e dei loro interessi in contrapposizione a quelli della gente comune, tende ad essere sancito, in questa distopia orwelliana (per ora morbida), come segno di devianza, di complottismo patologico.
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Secondo gli organi di informazione mainstream, nel suo recente discorso a West Palm Beach Donald Trump avrebbe dato definitivamente di matto. Gesticolando furiosamente con le sue piccole mani, alla maniera inconfondibilmente hitleriana, avrebbe sputato fuori una serie di parole in codice innegabilmente inneggianti all’odio antisemita … vale a dire parole tipo “establishment politico”, “élite globali”, ma anche, sì, “banche internazionali”. Si sarebbe addirittura spinto al punto di affermare che le “corporation” [le grandi aziende] e i loro “lobbisti” avrebbero messo in gioco milioni di dollari per queste elezioni, e che stiano cercando di fare applicare il TPP [il “trattato transpacifico per il commercio”] non per il bene dei cittadini americani, ma solamente per arricchire se stessi.
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Gerusalemme est. Quello che le risoluzioni non dicono
di Militant
«L’Unesco nega l’identità del popolo ebraico». «La risoluzione nega il legame religioso di Israele con il Muro del Pianto e il Monte del Tempio». «La decisione di cancellare le radici giudaico-cristiane dei luoghi santi di Gerusalemme è “l’inizio della fine”». «L’Unesco riscrive la storia: il Monte del Tempio e il Muro del pianto non sono luoghi legati all’ebraismo». Sono queste le affermazioni catastrofiche con le quali, nelle ultime due settimane, è stata descritta dai media una risoluzione approvata dall’Unesco – l’agenzia dell’Onu che si occupa di patrimonio culturale ed educazione – intitolata Palestina occupata e contenente una condanna dell’occupazione israeliana. La risoluzione, proposta da sette paesi islamici (Egitto, Algeria, Marocco, Libano, Oman, Qatar e Sudan), è stata approvata con 24 voti a favore, 6 contro (Usa, Germania, Gran Bretagna, Lituania, Estonia, Olanda) e 26 astensioni, tra cui quella dell’Italia, della Francia e della Spagna.
L’approvazione di questa risoluzione è stata interpretata dal governo israeliano – e, di riflesso, dai media, sempre supini ai poteri dominanti – come un disconoscimento del legame ebraico con Gerusalemme est. Israele ha quindi sospeso la collaborazione con l’Unesco.
In molti, ovviamente, si sono stracciati le vesti anche in Italia.
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Il 'No' e la sfida costituente
di Francesco Brancaccio, Francesco Raparelli
"La sfida che abbiamo di fronte col referendum è quella di ripensare il potere costituente in termini . Le lotte necessitano di consolidare istituzioni e contropoteri." Un articolo in anteprima da "Alternative per il Socialismo", numero 42: "Sabbia nell'ingranaggio"
L'opposizione alla riforma costituzionale Renzi-Boschi è, fino in fondo, opposizione alla catastrofe neoliberale che sta dilaniando l'Europa. Non occorre essere raffinati costituzionalisti, infatti, per cogliere tra le righe della riforma l'obiettivo, inequivocabile, di cancellare la democrazia parlamentare. In combinazione con l'Italicum, il «monocameralismo imperfetto» accentra i poteri nelle mani dell'esecutivo e favorisce la (piena) sostituzione dell'amministrazione per conto del mercato alla politica in rappresentanza del popolo.
Che il meccanismo della rappresentanza, decisivo per la democrazia liberale (moderna), sia da tempo andato in pezzi è cosa nota. Di più: l'abbiamo voluto! L'hanno voluto in questi ultimi decenni i movimenti sociali che, nel segno e nel senso dei contro-poteri, dell'autogoverno e della proliferazione istituzionale, hanno radicalmente criticato il principio (sovrano) di rappresentanza. Il recente fenomeno grillino, poi, se letto a partire dal rilievo della democrazia digitale, è indubbia esemplificazione – carica di difetti, intendiamoci – del rifiuto diffuso per la delega, sia essa (ancora) tradizionalmente partitocratica o, piuttosto, tecnocratica. Ma sappiamo bene che si tratta di processi assai distinti: quello di Renzi è un “golpe del mercato”, secondo il dogma della stabilità/governabilità, contro quel che resta dei contrappesi parlamentari. Flebili quanto si vuole, largamente neutralizzati, nell'ultimo ventennio, dalla legislazione fatta di decreti e voti di fiducia, ma pur sempre presenti.
Sappiamo anche, però, che una semplice difesa di ciò che è stato non basta. Insufficiente per battere Renzi, inadeguata per fare i conti con la trasformazione della costituzione materiale del Paese.
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