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Aristotele, Platone: la democrazia e la riforma costituzionale
Luca Grecchi
Aristotele
Gli storici della filosofia antica sono generalmente poco propensi ad utilizzare il pensiero classico per analizzare tematiche contemporanee. Questo in quanto gli antichi si sono occupati di questioni differenti, simili solo per analogia (ossia appunto con qualche differenza) rispetto alle nostre. Tuttavia, molti studiosi sono a mio avviso frenati, in questo genere di comparazione, dallo storicismo, ossia dalla falsa convinzione secondo cui il valore di ogni pensiero è sempre e solo limitato al relativo contesto storico. Poiché lo storicismo è, come evidente, l’anticamera del relativismo, dunque della negazione autocontraddittoria della verità (la quale, quando sussiste, vale invece sempre), ritengo che questa norma possa, almeno in alcuni casi, essere trascesa.
Nella fattispecie, mi sembra possibile dire qualcosa sul rapporto fra il pensiero di Aristotele sulla democrazia e la recente riforma costituzionale sulla quale il 4 dicembre 2016, come cittadini italiani, saremo chiamati ad esprimerci. Da studioso di filosofia, dunque non propriamente esperto del tema, quanto sono riuscito a comprendere – leggendo analisi di studiosi autorevoli – è che la attuale riforma condurrà, a fronte di piccoli risparmi di spesa, ad una discreta riduzione della democrazia. Questo è sicuramente grave, ma forse non gravissimo, per il semplice motivo che di democrazia ne abbiamo oramai talmente poca, che quanto si potrebbe perdere, in proporzione, non sarà comunque molto.
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Uscire dal capitalismo: come e con chi
di Alessandro Somma
Come rovesciare le sorti del conflitto tra i “luoghi in cui vivono i corpi di coloro che chiedono cibo, casa, lavoro e affettività” e i “flussi di segni di valore, merci, servizi, informazioni e membri delle élite che li governano”? Due volumi di recente pubblicazione – “La variante populista” di Carlo Formenti e “Postcapitalismo” di Paul Mason – si interrogano, da prospettive diverse, sulle modalità di superamento del capitalismo.
La letteratura di sinistra sui guasti del capitalismo e sul modo di porvi rimedio è oramai sterminata, e comprende inviti sempre più incalzanti a ripristinare il controllo della politica sull’economia attraverso il recupero della dimensione nazionale: la sola dimensione capace di contrastare efficacemente “il potere del denaro”, e per questo vera e propria “condizione dell’esercizio effettivo della sovranità popolare”[1]. Sarebbe in questo modo possibile una sorta di ritorno cosiddetti fantastici trent’anni del capitalismo, l’epoca tra gli anni Cinquanta e Settanta del secolo scorso in cui l’ordine economico venne forzato a convivere con un ordine politico votato a realizzare un’accettabile redistribuzione delle risorse.
Peraltro la fine di quell’epoca ha coinciso con il ritorno a quanto si è definita in termini di normalità capitalistica[2], caratterizzata dall’indisponibilità dell’ordine politico a correggere gli esiti derivanti dal funzionamento dell’ordine economico.
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Referendum, quali conseguenze?
Alfio Mastropaolo
È fuori di dubbio che il testo che sarà sottoposto a referendum il 4 dicembre rappresenti il superamento della “Repubblica fondata sul lavoro” e che corrisponda a una nuova configurazione dei rapporti di potere
Cos’è una costituzione? La risposta non è affatto ovvia. Secondo un giurista autorevole come Mario Dogliani, che l’ha scritto sull’ultimo numero di Democrazia e Diritto è “un potere che sappia unire, metter pace, suscitare fiducia, rendere tangibile la speranza di un futuro e di un benessere comune”. È un’idea di sapore habermasiano, cui è sotteso nientemeno che il “patriottismo della costituzione”.
Ognuno fa il suo mestiere. A ragionare in termini di potere, una costituzione è piuttosto, per citare ancora Dogliani, “un potere forte che sappia imporsi”. Che s’impone materialmente, che s’impone simbolicamente, con la precisazione che il potere simbolico, la reputazione è, di tutte le forme di potere, la più irresistibile. Ma sempre di potere si tratta. Le costituzioni sono perciò documenti scritti dai vincitori. Che naturalmente proclamano di porsi dalla parte dell’universale, perché l’universale gode di straordinaria reputazione, ma che in realtà rappresentano il loro punto di vista particolare.
Viste le costituzioni nella prospettiva del potere, i vincitori le scrivono per due ragioni. La prima per risparmiare potere. Sono marchingegni utili a renderlo invisibile, ad automatizzarlo, a farne routine. Più elevata è la reputazione di cui godono le costituzioni, più e meglio funzionano. Per questo sono consacrate da liturgie solenni. Naturalmente, lo schieramento dei vincitori è transeunte, si ridefinisce senza posa, ma le democrazie beneducate hanno l’accortezza di evitare gli sconquassi.
Coloro che scrivono una costituzione dichiareranno che è per sempre.
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Decisioni complicate attendono Donald Trump
di Federico Pieraccini
La vittoria di Donald Trump è stata colta con sorpresa, infondendo insperato entusiasmo agli osservatori internazionali. Coloro che si occupano di politica estera hanno immediatamente preso nota delle grandi promesse fatte durante la campagna elettorale. Durante i 18 mesi di rincorsa alla presidenza, Trump ha evocato numerose politiche internazionali di distensione e cooperazione. Rimangono di primaria importanza regioni come Europa, Medio Oriente ed Asia, storicamente rilevanti per Washington. Quale potrebbe essere, realisticamente, una dottrina credibile in politica estera per Donald Trump?
Donald Trump è stato eletto contro il volere di tutto l’apparato statale, mediatico, militare, spionistico, ma la vera battaglia inizia adesso. Il primo passo per il presidente eletto coinvolge la nomina del suo staff.
E’ un compito difficile e complicato che potrebbe modellare il futuro atteggiamento dell’amministrazione Trump. Il giusto mix imporrebbe al neo presidente un’assegnazione nei ruoli chiave dell'amministrazione di persone ritenute adatte, ma anche in linea con le aspettative dell’establishment. Trump si ritiene una persona di successo soprattutto grazie alla sua capacità di negoziazione, lo ha ribadito ripetutamente durante tutta la campagna elettorale.
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La “variante populista” che fa discutere
di Carlo Formenti
Carlo Formenti – autore del recente libro "La variante populista" – replica alla critica di Cristina Morini apparsa su Alfabeta2
La “requisitoria” di Cristina Morini nei confronti di “La variante populista” apparsa su Alfabeta2 impone una replica. Sarò sintetico, limitandomi a esaminare le critiche che giudico palesemente infondate e a ribadire i motivi di dissenso nei confronti del paradigma teorico cui Cristina si ispira. In particolare, affronterò i seguenti temi: evoluzione della stratificazione del lavoro in relazione alle mutazioni del modo di produzione; composizione politica; Gramsci e il populismo; rifiuto delle posizioni “neofrontiste” assunte da parte delle sinistre radicali e antagoniste nei confronti del populismo di destra.
Cristina mi riconosce di essere stato (quando ero ancora “buono”?) fra i primi ad analizzare l’evoluzione delle forme del dominio capitalistico, e della resistenza a tali forme, associate alla rivoluzione digitale. Dopodiché mi rimprovera di essere regredito a una visione “lavorista”, dimenticando tutto quanto avevo teorizzato da La fine del valore d’uso a Cybersoviet. Incasso il riconoscimento anche se associato, come altri che lo hanno preceduto, a un fraintendimento: fin dai tempi di Incantati dalla Rete avevo infatti espresso il mio dissenso nei confronti della tesi sul presunto ruolo rivoluzionario “immanente” al general intellect. In merito a tale tema (e in particolare alle tesi di Negri e Gorz sulla presunta autonomizzazione del lavoro vivo dal capitale) rinvio a quanto scritto nel mio libro e alle opere di Dardot e Laval che, a mio parere, hanno avanzato argomenti definitivi sull’argomento.
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Usa, il programma economico di Trump
Vincenzo Comito
Dall’ostilità verso i trattati commerciali alla volontà di tagliare le tasse alle imprese. Una analisi del programma economico del neopresidente Usa
Individuare con una certa accuratezza il programma economico che Donald Trump intende portare avanti appare un esercizio complicato. Questo per diverse ragioni.
Intanto perché c’è la sostanziale vaghezza di almeno alcuni punti delle sue enunciazioni programmatiche, ciò che appare, peraltro, abbastanza usuale nel caso di molti progetti politici, ma che in questo caso è aggravata dai grandi mutamenti che il neo-eletto preannuncia; di solito poi le azioni effettive dei governanti si scostano quasi sempre, almeno per una parte, dai programmi annunciati all’inizio, sia per ragioni opportunistiche, che per la realtà degli equilibri in gioco e degli interessi con cui ci si deve confrontare ex-post; infine, in particolare in alcuni campi, il presidente Usa ha poteri limitati e molte delle decisioni devono passare per il Congresso, che pur essendo a maggioranza repubblicana, su alcune questioni importanti ha delle idee differenti da quelle di Trump. Questo peraltro non appare certo un elemento consolatorio, visto che gli stessi repubblicani su molti temi hanno idee persino peggiori di quelle pessime del magnate.
Purtuttavia, alcune cose sembrano abbastanza assodate ed appare difficile che il presidente e il congresso tornino sui loro passi su di esse, mentre altre si presentano come più incerte. In queste note cerchiamo così di intravedere almeno alcune delle decisioni che si vanno preparando.
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Il nostro cielo, la loro terra
Micro-ontologia di un conflitto locale
di Tommaso Guariento
"Crediamo che la distinzione più importante della sinistra di oggi si trovi tra coloro che si attengono ad una politica del senso comune [folk politics] basata su localismo, azione diretta ed inesauribile orizzontalismo e coloro che delineano ciò che deve dovrebbe chiamarsi una politica accelerazionista, a proprio agio con una modernità fatta di astrazione, complessità, globalità e tecnologia. I primi si ritengono soddisfatti con la creazione di piccoli spazi temporanei di relazioni sociali non capitalistiche, evitando i problemi reali connessi a nemici che sono intrinsecamente non locali, astratti, e profondamente radicati nelle infrastrutture di tutti i giorni. Il fallimento di tale politica è si trova fin dal principio costruito al suo interno. Al contrario, una politica accelerazionista cerca di preservare le conquiste del tardo capitalismo, e allo stesso tempo di andare oltre ciò che il suo sistema di valore, le sue strutture di governance e le sue patologie di massa permettano” [Alex Williams, Nick Srnicek, Manifesto per una politica accelerazionista (2013)].
“No HIV-TBC dagli IMMIGRATIS!!! Vitto e alloggio gratis ai TERREMOTATI” [Striscione del sit-in del gruppo “Abano dice no!” 14 Settembre 2016].
1. Cortocircuiti
Certi eventi ci costringono a prendere posizione di fronte alla realtà complessa dei fenomeni politici. Nel territorio dove vivo, la provincia di Padova, è accaduto recentemente un fatto insopportabile, ultimo anello di una catena di piccoli movimenti che si sono accumulati producendo una manifestazione cittadina.
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L’Occidente si è trumpato il cervello
di Roberto Quaglia
Queste elezioni americane sono senza alcun dubbio state le più incredibili da parecchi decenni a questa parte. Quanto di ciò che abbiamo visto sia reale e quanto sia invece abile teatro lo scopriremo solo nel tempo. Le opzioni principali sono due: o le cose sono come sembrano, oppure sono come non sembrano.
Iniziamo con la prima opzione.
Trump ha vinto le elezioni americane contro tutti i pronostici, contro tutti i sondaggi, contro il coro di tutti i media occidentali compattamente schierati contro di lui, contro l’opinione univoca e compatta dei ceti “liberal” di cultura medio-alta.
Più che fare un’analisi politica di questo avvenimento, opera in cui al momento si sbizzarriscono tutti, è interessante soffermarsi su alcune considerazioni che attengono più alla sociologia, che alla politica.
Perché i giornalisti e gli intellettuali mainstream in questa faccenda si sono sbagliati tutti e completamente? Prima incapaci di capire che Trump si sarebbe aggiudicato la nomination repubblicana, poi incapaci di capire che avrebbe vinto. E già in precedenza incapaci di prevedere l’esito del Brexit.
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Per capire la crisi più lunga
di Ernesto Screpanti
Sei lezioni di economia (Imprimatur, Reggio Emilia, 2016, 17 Euro) di Sergio Cesaratto è un libro importante che esce in un momento di grande confusione d’idee e di grande incertezza economica e politica. La lunga ondata di egemonia neoliberista che ha devastato il mondo negli ultimi 40 anni lo ha infine fatto naufragare nella grande crisi da cui non siamo ancora usciti. E ora il cittadino disorientato si guarda intorno in cerca di nuovi strumenti di comprensione della realtà. Questo libro di Cesaratto gli può essere d’aiuto, sia perché fornisce un’analisi approfondita della crisi in corso, sia perché lo fa usando strumenti teorici alternativi a quelli su cui si fonda l’egemonia liberista.
Il libro si divide in due parti. I primi tre capitoli presentano la ricostruzione storica di un sistema teorico di grande prestigio, che la teoria economica dominante però ha cercato di relegare nel sottomondo dell’eterodossia. Il primo capitolo espone l’approccio del sovrappiù sviluppato da Smith, Ricardo e Marx. Il secondo tratta della teoria neoclassica, versione raffinata di quella che Marx chiamava “economia volgare”. Il terzo si concentra sulla rivoluzione keynesiana. Ma non è un libro di storia del pensiero. Cesaratto presenta l’oggetto della sua ricostruzione come materia viva. Rilegge quella storia con gli occhiali di Marx, Keynes e Sraffa, e approda all’esposizione di un sistema teorico che è “se non del tutto giusto quasi per niente sbagliato”. In questo sistema i redditi non di lavoro sono spiegati non come remunerazioni dei contributi produttivi di fantomatici fattori di produzione, ma come un sovrappiù prodotto dai lavoratori.
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L’Euro e il contesto internazionale
di Jacques Sapir
Un importante articolo di Sapir disegna i processi mondiali ed europei verificatisi negli ultimi trent’anni: la fine dell’Unione Sovietica e la preoccupazione per lo strapotere degli Stati Uniti hanno spinto la Francia ad avviare una costruzione europea che però è subito andata fuori dal suo controllo per diventare preda della globalizzazione e devastare le economie e le istituzioni del mezzogiorno europeo; l’impossibilità degli Stati Uniti di conservare il ruolo di iperpotenza ha infine messo in crisi la globalizzazione e sta ricreando la situazione normale di un mondo diviso in Stati sovrani che, si spera, cerchino e trovino la via della cooperazione.
* * * *
La nascita dell’euro risale a un periodo in cui si poteva credere, o almeno avere l’illusione, della fine delle Nazioni. Se le possibilità di una moneta unica per i paesi della Comunità economica europea erano state evocate molto presto, dalla fine degli anni ’60 all’inizio degli anni ’70 e in particolare dal «Piano Werner»[1], è nel 1989 che sono state prese le decisioni che miravano a fare dell’Unione economica e monetaria (UEM), e dunque dell’Euro, uno dei pilastri della futura Unione europea generata dall’«Atto unico» del 1984, e di cui il trattato di Maastricht avrebbe scritto il copione [2].
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Trump-l’oeil
Organizzarsi contro il «mostro» nel privato inquieto d’America
La vecchia classe operaia è morta, ma in qualche momento della sua agonia deve aver eletto il 45esimo presidente degli Stati Uniti d’America. Impossibile concludere altrimenti dopo aver assistito alla sequela di commenti che indicano nella white working class la principale responsabile della resistibile ascesa di Donald Trump. Ancora più del suo orientamento elettorale, è questo eterno ritorno della classe operaia che lascia sbigottiti. Non era stata spazzata via da automazione e terziario cognitivo e condannata all’impotenza sociale? E invece eccola qui: viva, vegeta, votante e decisiva nel rovesciare quello che era stato il successo di Obama negli Stati della Rust Belt per consegnarli a Trump.
Conviene allora guardarla in faccia questa classe operaia maschia e bianca. Sono davvero questi i fascisti, i razzisti e i maschilisti in cui Trump si specchia compiaciuto? Sono almeno sessant’anni che gli intellettuali liberal americani ci mettono in guardia sulle tendenze autoritarie congenite alla classe operaia. Un modo come un altro per risolvere il loro problema teorico e insieme politico: gli operai, dicevano, erano diventati membri della classe media, ma alcuni di loro presentavano il fastidioso inconveniente di non comportarsi come tali. Quando non si davano alla lotta di classe, preferivano inseguire le manie «paranoidi», bigotte e razziste della destra «pseudoconservatrice» di McCarthy prima e Goldwater poi, la sua logica dell’«identità» bianca e cristiana contro quella dell’«interesse», virtù della ragione che per non meglio precisati motivi farebbe votare democratico.
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La critica radicale del lavoro, e la sua incompatibilità strutturale con il principio spettacolare
di Benoit Bohy-Bunel
I. La legittimità teorica e pratica della critica radicale del lavoro
Nella filosofia di Hegel (dialettica del padrone e del servo), nella filosofia kantiana (Idea di una storia universale da un punto di vista cosmopolita), e più tardi nella filosofia arendtiana (La crisi della cultura, Condizione dell'uomo moderno), per citare soltanto i tre contributi più importanti nella filosofia moderna del lavoro, il concetto di "lavoro" viene confuso con un puro e semplice "metabolismo con la natura", vale a dire: con l'atto di trasformare il materiale grezzo presente nella natura al fine di sopravvivere.
Ora, questa essenzializzazione della categoria del lavoro, definita pertanto come categoria "trans-storica", si ritrova innanzitutto nei discorsi ideologici degli economisti "borghesi", che hanno tutto l'interesse a naturalizzare le forme strutturanti il sistema capitalistico, per mantenere il pregiudizio secondo cui tale sistema sarebbe insuperabile. Infatti, nel contesto "teorico", presentare il lavoro come una dimensione "arcaica" o "originale" della vita umana "in generale", come una "attività" propria all'essere umano "in generale", come una componente originale di qualsiasi sopravvivenza umana "in generale", è un modo insidioso di presentare la moderna società delle merci, che ha fatto di questo "lavoro" il suo principio di sintesi totalizzante, come se fosse la realizzazione logica del "destino" dell'uomo.
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La crisi della Grande Distribuzione
di Visconte
In un articolo apparso recentemente sulla rivista Collegamenti Wobbly, Stefano Capello ha descritto efficacemente lo straordinario sviluppo della Grande Distribuzione Organizzata (GDO) in Italia nel periodo precedente alla “grande crisi” del 2007/2008. Questo sviluppo ha portato all’esplosione di un numero sproporzionato, e a volte demenziale, di punti vendita (ipermercati e centri commerciali) nelle periferie delle grandi città. Fra le cause di questa esplosione Capello elenca:
“la liberalizzazione del commercio con la riduzione progressiva di ogni limite di orario di apertura e di tipologia di vendita, i finanziamenti pubblici volti alla riqualificazione delle aree dismesse dell’industria, la comodità per la criminalità organizzata di utilizzare la GDO come lavatrice per il riciclaggio del denaro sporco”. (1)
Per quanto riguarda le amministrazioni comunali, da quando il settore è stato liberalizzato, nel 1999, le licenze edilizie sono state concesse a pioggia, ma ai Comuni fa anche comodo avere i centri commerciali sul proprio territorio : un ipermercato di grandi dimensioni a Milano paga di IMU e tasse per rifiuti qualcosa attorno al milione di euro all’anno. Sulla opportunità offerta alla criminalità organizzata basta segnalare che nel 2015 l’economia sommersa e illegale in Italia (dall’evasione fiscale al traffico di stupefacenti, dal contrabbando al gioco d’azzardo, alla prostituzione ecc.) ammonta a oltre 200 miliardi di euro, secondo il report dell’ISTAT.
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“TrumpExit”?
Fabrizio Marchi
Avevo inizialmente pensato di lanciarmi, come al solito, in una delle mie lunghissime analisi per riflettere sulle elezioni americane e sulle ragioni che hanno portato all’affermazione di Trump.
Poi ci ho ripensato, per due motivi fondamentali. Il primo che è che mi sto esercitando ad essere quanto più possibile sintetico (anche perché sollecitato da molti in tal senso…). Il secondo perché in effetti le ragioni della sconfitta di Clinton e dei “democratici” e del trionfo di Trump sono tutto sommato molto semplici pur, paradossalmente, nella loro complessità, e la cosa più giusta da fare è soltanto quella di cercare di spiegarle nel modo più semplice e chiaro possibile.
La crescita esponenziale delle destre neopopuliste in America e in Europa è la conseguenza inevitabile di un processo storico-politico che, dalla caduta del muro di Berlino ad oggi, ha visto la “sinistra”, in tutte o quasi le sue declinazioni (ivi compresa la grandissima parte di quella sedicente “antagonista”), diventare del tutto organica politicamente e ideologicamente al sistema dominante, al punto di essere considerata dai “padroni del vapore” più funzionale e adatta (rispetto alla destra) a garantirne la “governance”. Tutto ciò contestualmente alla scomparsa di una Sinistra di classe, adeguata ai tempi, quindi non statica e non dogmatica, capace di interpretare le contraddizioni vecchie (ma tuttora attualissime) e nuove (in questo caso, quando va bene, si brancola nel buio…) prodotte dal sistema capitalista.
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Le (vere) ragioni del sì
Perché la riforma costituzionale è necessaria, e pure l'Italicum
di Vincenzo Marineo
Parola del Governo
Aveva le idee chiare chi ha scritto il testo con il quale il Governo ha presentato al Senato, l’8 aprile del 2014, la legge di riforma costituzionale [1].
Ecco come sono state spiegate le ragioni della riforma:
“Lo spostamento del baricentro decisionale connesso alla forte accelerazione del processo di integrazione europea e, in particolare, l’esigenza di adeguare l’ordinamento interno alla recente evoluzione della governance economica europea […] e alle relative stringenti regole di bilancio […]; le sfide derivanti dall’internazionalizzazione delle economie e dal mutato contesto della competizione globale; le spinte verso una compiuta attuazione della riforma del titolo V della parte seconda della Costituzione […], e l’esigenza di coniugare quest’ultima con le rinnovate esigenze di governo unitario della finanza pubblica connesse anche ad impegni internazionali: il complesso di questi fattori ha dato luogo ad interventi di revisione costituzionale rilevanti, ancorché circoscritti, che hanno da ultimo interessato gli articoli 81, 97, 117 e 119, della Carta, ma che non sono stati accompagnati da un processo organico di riforma in grado di razionalizzare in modo compiuto il complesso sistema di governo multilivello articolato tra Unione europea, Stato e Autonomie territoriali, entro il quale si dipanano oggi le politiche pubbliche.” [2] Occorre allora “uno sforzo riformatore lungimirante e condiviso, che sappia tenere assieme in modo coerente le riforme costituzionali, elettorali, dei regolamenti parlamentari e i conseguenti ulteriori interventi sul piano istituzionale, regolamentare e amministrativo”. [3]
Ma, si dirà, queste sono solo belle parole.
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La divisione sessuale del lavoro alle origini del dominio maschile
Una prospettiva marxista
di Christophe Darmangeat
Di tutti i temi trattati da Engels, ormai centotrenta anni fa, nell’Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, quello dell’oppressione delle donne è senza alcun dubbio tra quelli ancora oggi più carichi di implicazioni. Le femministe più coerenti, in effetti, hanno sempre ritenuto di doversi appoggiare su una chiara comprensione delle cause e dei meccanismi di ciò contro cui lottavano. Ora, dopo la redazione dell’opera di Engels, le conoscenze allora ancora balbettanti circa le società primitive e la preistoria sono avanzate a passi da gigante, rendendo effimeri non pochi sviluppi. Col presente scritto, dunque, ci si propone di indicare lungo quali assi andrebbero aggiornate le argomentazioni marxiste riguardo questa tematica, alla luce delle scoperte accumulatesi da allora (1).
Le posizioni marxiste tradizionali
Nel corso della seconda metà del XIX secolo, nel momento in cui l’archeologia e, ancor più l’antropologia, iniziavano a malapena a costituirsi in quanto scienze, una serie di indizi concordanti militavano a favore del’idea secondo la quale il dominio maschile non era sempre esistito. Johann Jacob Bachofen (1861), mobilitando al contempo l’analisi dei miti degli antichi greci e alcuni elementi archeologici, giungeva alla conclusione che, prima delle epoche storiche, note per il regno indiscusso del sesso maschile, le società greche – e al di là di queste, tutte le società umane – avevano attraversato un lungo periodo segnato dal «diritto materno». Era diffusa anche la convinzione secondo la quale tale matriarcato primitivo, prima di venir rovesciato dagli uomini, fosse culminato in una forma suprema e militarizzata, il cosiddetto amazzonato.
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“No a riforma che sottrae al Parlamento decisione su dichiarazione di guerra”
R. Guadagnini intervista il generale Fabio Mini*
Riforme, democrazia, governabilità e inganni. Ne parliamo con una voce fuori dal coro, un uomo che per 46 anni è stato nelle Forze Armate e oggi si definisce molto progressista. Ci racconta di una legge ‘immaginaria’ e di un Parlamento ‘defraudato’, di una maggioranza non rappresentativa del Paese e di una ‘guerra fredda interna’ all’Italia. Di spazi informativi pubblici a favore del marketing governativo e di una grande festa della dis-unità a cui, volenti o no, siamo tutti invitati.
* * * *
D. Generale Fabio Mini cosa pensa delle riforme costituzionali?
R. Non sono contrario alle riforme costituzionali, ma sono nettamente contrario a questa riforma. Respingo il sillogismo che chi vota “sì” vuole un’Italia “efficiente, stabile e responsabile, e quindi capace di esercitare il suo ruolo in Europa” e chi vota No vuole “un’Italia idiosincratica ed eccentrica, eternamente prigioniera delle proprie ombre”. E’ un sillogismo apodittico che squalifica sul piano intellettuale chi lo propone e offende chi non lo condivide. E’ il primo segnale che la riforma proposta intende dividere gli italiani ed io penso invece che una Costituzione debba unire i cittadini.
D. Il fronte del No è molto variegato e ispirato da ideologie addirittura opposte: come si conciliano?
R. Personalmente, mi schiero con il No proposto da un Movimento di cittadini e non da un partito, mi riconosco negli idealisti e non negli ideologi, nelle persone responsabili che pensano al futuro dell’Italia unita e non in coloro che operano per dividerla ulteriormente e intendono affondare la nave per assumere il comando di una scialuppa.
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Inventare il nuovo. Storia e politica in Jean-Paul Sartre
di Luca Basso
Sappiamo che c’è soltanto un valore d’arte e di verità: la “prima mano”, l’autentica novità di ciò che si dice, la “piccola musica” con cui la si dice. Sartre è stato questo per noi (per la generazione che aveva vent’anni al momento della Liberazione). Chi seppe dire qualcosa di nuovo (nouveau) allora, se non Sartre? Chi ci insegnò dei nuovi modi di pensare? Per quanto fosse brillante e profonda, l’opera di Merleau-Ponty era professorale e per molti aspetti dipendeva da quella di Sartre [...] I temi nuovi [...], un certo nuovo stile, una nuova maniera polemica e aggressiva di porre i problemi venivano da Sartre. Nel disordine e nelle speranze della Liberazione si scopriva e si riscopriva tutto: Kafka, il romanzo americano, Husserl e Heidegger, le infinite riarticolazioni del marxismo, lo slancio verso un nuovo romanzo [...] Tutto è passato per Sartre, non solo perché, in quanto filosofo, aveva il genio della totalizzazione, ma perché sapeva inventare il nuovo (inventer le nouveau).
Gilles Deleuze, “È stato il mio maestro”
[...] la negazione non è semplice distruzione della determinazione ma momento subordinato alla libera produzione di qualcosa di completamente “nuovo” (nouveau). Non è la semplice distruzione del marmo per negazione della sua forma data che darà la statua [...] Il momento essenziale è quindi la “creazione”, cioè il momento dell’immaginario e dell’invenzione (invention).
Jean-Paul Sartre, Quaderni per una morale
[...] in talune circostanze, un gruppo in fermento nasce e opera là dove non c’erano che assembramenti e, attraverso tale effimera formazione sociale, ciascuno intravede statuti nuovi (statuts nouveaux) (il Terzo Stato come gruppo con l’aspetto della nazione, la classe come gruppo in quanto produce i suoi apparati di unificazione, ecc.) e più profondi ma “da creare” [...]
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Finita la sp€ndibilità della bufala della globalizzazione
Inizia la solfa del "protezionismo-brutto"
di Quarantotto
Una necessaria premessa introduttiva.
Trump, appena eletto, su domanda di un giornalista, indica, come futuro segretario del Treasury, Steven Mnuchin: questi ha lavorato per 17 anni a Goldman&Sachs, succedendo al padre in una carriera pluridecennale presso la stessa banca. Tra le esperienze lavorative di Mnuchin anche un periodo presso il Soros Fund Management, nonchè la produzione di film, anche importanti, come la serie X-men e Avatar.
Secondo Zerohedge, l'alternativa a Mnuchin sarebbe il "JPMorgan CEO Jamie Dimon": sottolinea il blog che milioni di supporters di Trump sarebbero delusi da nomine del genere, e che "l'unica ragione per cui un banchiere diventa segretario del tesoro è quella di poter vendere tutte le proprie stock options, al momento di assumere la carica pubblica, senza dover pagare alcuna tassa".
Siano indicazioni fondate o meno, quel che è certo è che Trump non parrebbe, allo stato, disporre "delle risorse culturali" sufficienti per svolgere, anche solo in parte, un programma che include la reintroduzione del Glass-Steagall, la monetizzazione del debito (riacquistando quello già emesso), nonché il por fine alla stagione dei grandi trattati liberoscambisti.
E' pur vero che ove neppure tentasse di far ciò entrerebbe in conflitto con la base sociale (la working class) che lo ha eletto: ma, in compenso, come sottolinea Politico, si vedrebbe "riabilitato" da Wall Street e godrebbe di solidi appoggi bi-partisan nelle Camere.
Dunque, che sia lui il liquidatore del globalismo finanziario e il paladino del ritorno a economie nazionali meno aperte, rimane un punto interrogativo, una supposizione tutta da dimostrare.
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Fuori dal tunnel: cattivi e primitivi
di Sandro Moiso
Come scriveva Jean Baudrillard nel 2002, (Jean Baudrillard, La violenza del globalein Power Inferno, Raffaello Cortina Editore 2003, pag. 63) a dare scacco al sistema nel mondo attuale potranno essere soltanto specifiche particolarità che non costituiscono obbligatoriamente un’alternativa, ma che appartengono sicuramente ad un altro ordine. Si trattava, per il filosofo, sociologo e semiologo francese “di uno scontro quasi antropologico tra una cultura universale indifferenziata e tutto ciò che, in qualsiasi campo, conserva qualche tratto di un’alterità irriducibile”.
Anche se queste parole erano state scritte a seguito di una riflessione sull’allarme suscitato dall’attacco alle Twin Towers nel settembre del 2001, col passare del tempo è diventato sempre più evidente che le interpretazioni dei conflitti sociali e di classe date nel corso del ‘900 non sono più in grado di per sé di spiegare le dinamiche sottostanti ai movimenti reali che si oppongono all’attuale modo di produzione e di dominio e, ancor meno, di determinarne tattiche e strategie.
E’ un intero sistema di categorie e di ideologie che è in qualche modo fallito.
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Sweet black Angel. Autobiografia di una rivoluzionaria
di Giovanni Di Benedetto
Well, she isn’t no singer
And she isn’t no star
But she sure talk good
And she move so fast
But the gal in danger
Yeah, the gal in chains
But she keep on pushing
Rolling Stones, Sweet black angel
Sull’edizione online del New York Times del 3 Novembre scorso, in un articolo intitolato Voters Express Disgust Over U.S. Politics in New Times/CBS Poll Jonathan Martin, Dalia Sussman e Megan Thee-Brenan hanno sostenuto, sulla base di un recente sondaggio della CBS, che la stragrande maggioranza dell’elettorato americano sarebbe stata, letteralmente, disgustata dalla campagna presidenziale. Otto elettori su dieci avrebbero detto che la campagna elettorale è stata di una volgarità respingente e caratterizzata da una crescente tossicità. Ma, soprattutto, è emerso che “Mrs. Clinton, the Democratic candidate, and Mr. Trump, the Republican nominee, are seen as dishonest and viewed unfavorably by a majority of voters” (sia la Clinton, il candidato democratico, che Trump, il candidato repubblicano, sono visti come disonesti e considerati sfavorevolmente dalla maggioranza dei votanti).
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Trump vince perdendo meno voti di Hillary!
di Michele Nobile
La vittoria elettorale di Donald Trump ha suscitato notevole clamore, quasi fosse destinato a diventare un novello Ronald Reagan. Certamente, la conquista della presidenza e delle due camere da parte di repubblicani radicalizzati verso destra è cosa che promette male per i lavoratori, i comuni cittadini statunitensi e gli immigrati. Non a caso Trump ha ricevuto sincere congratulazioni dalla destra pseudopopulista europea: da Marine Le Pen e dal padre, dall'ungherese Viktor Orbán, dall'austriaco Heinz-Christian Strache, l'olandese Geert Wilders, dal britannico Farage, dagli italiani Matteo Salvini, Roberto Fiore (Forza Nuova), via via fino a Putin, il caso più significativo. Non che nella postdemocrazia europea socialiberisti tipo Hollande o Renzi promettano chissà cosa…
Tuttavia, per le ragioni che seguono, non ritengo che il successo di Trump, in realtà un insuccesso di Hillary Clinton, costituisca una svolta per l'opinione pubblica statunitense, di sicuro non nel senso di una rivolta indirizzata a destra e in senso xenofobo dei forgotten men and women – un'allusione che evita termini sgradevoli come working class o working poor o unemployed. La questione cruciale - tanto più con le tendenze elettorali della postdemocrazia - è che la ripartizione dei voti validi è determinante ai fini istituzionali e del governo ma può non essere significativa per comprendere lo stato d'animo di un popolo in quel determinato momento o delle tendenze profonde e delle motivazioni1 . Ed è questo che mi interessa ora.
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Karl Marx, il filosofo più "mondano"
Zoltan Zigedy
Karl Marx salta fuori nei posti più improbabili. Due decadi e mezza dopo che molti tra i noti intellettuali europei e statunitensi avevano gioiosamente annunciato che d'ora in avanti le idee di Marx sarebbero state irrilevanti, il Wall Street Journal ci offre un dibattito sorprendentemente misurato sul suo pensiero sotto il titolo "Il filosofo più mondano" (The Most Worldly Philosopher, 10.12.2016). L'autore, Jonathan Steinberg, rampollo emerito di Cambridge e professore all'Università di Pennsylvania, conclude così: "Marx ha lasciato un'eredità di idee potenti che non possono essere abbandonate come una obsoleta fantasia di un clima intellettuale scomparso" e ciò ha stimolato "… la crescita dei partiti Marxisti e di milioni di persone che hanno accettato quell'ideologia per tutto il corso del XX secolo. Quella era la filosofia certamente più in voga."
Mi piacerebbe credere che gli editori del WSJ, che hanno stampato il seguente occhiello sull'articolo a tutta pagina, stessero godendosi un buffo intermezzo nell'odierna patetica stagione elettorale: "Agli oppressi è concesso una volta ogni pochi anni di decidere quali particolari rappresentanti della classe dominante possano rappresentarli e reprimerli" La felice citazione, attribuita a Marx da Lenin (più probabilmente una parafrasi di Engels) non ha mai cittadinanza nei discorsi degli amici dei due mali meno peggiori i quali sbraitano ogni quattro anni che sono le elezioni a cambiare tutto.
Il professor Steinberg sfrutta l'opportunità di una recensione di un libro attuale su Karl Marx di Gareth Stedman Jones per condividere alcuni dei suoi punti di vista su Marx. E, a giudicare da alcune delle sue attribuzioni al libro di Jones, ciò è buona cosa. Stedman Jones, come molti dei suoi contemporanei d'accademia, un tempo si riteneva una sorta di marxista, ma solo finché Marx rimase di moda.
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Trump, la globalizzazione del vaffa
Dalla Brexit alla Amerexit?
di Fulvio Grimaldi
In nessun paese i politici formano una sezione della nazione così separata e così potente come nell'America del Nord. Quivi ognuno dei due grandi partiti che si scambiano a vicenda il potere viene a sua volta governato da gente per cui la politica è un affare, che specula sui seggi tanto delle assemblee legislative dell'Unione quanto dei singoli Stati. /.../ Ci sono due grandi bande di speculatori politici che entrano in possesso del potere, alternativamente, e lo sfruttano con i mezzi più corrotti e ai più corrotti fini; e la nazione è impotente contro questi due grandi cartelli che si presumono al suo servizio, ma in realtà la dominano e la saccheggiano". (Friedrich Engels)
Premetto che la vignetta del grande Apicella su Trump-Lenin che spazza via la marmaglia capitalista è un’ottima intuizione grafica, ma anche un’ aspettativa appesa a fili di ottimismo che per ora non si sa se siano cordame da barca, o tela di ragno. E tutti coloro che danno per sicure e assicurate sia le prospettive nefaste, che quelle fauste, a seconda dei punti di vista, avranno probabilmente modo di aggiustare il tiro e, in qualche caso, svuotare il caminetto e gettarsi la cenere sul capo. I saggi latini dicevano “nemo propheta in patria”. Dovremmo aggiornarci alla civiltà del Bar Sport: “omnes prophetae in patria”.
Mi è stato dato di sfuggire ai primi scomposti ululati dell’italiota stampa delle larghe intese, con i soliti acuti strazianti del “manifesto”, ma ho ampiamente recuperato nei giorni successivi. Ero in volo quando la vittoria impossibile di Donald Trump, il candidato anatemizzato dall’universo mondo (che poi è solo quello nord-occidentale e nemmeno un settimo dell’umanità ) manco fosse Dart Fener, da ipotesi onirica si materializza in fatto, solido quanto le Montagne Rocciose che hanno contribuito a produrlo. La bomba Trump, hybris distopica per lo stato di cose esistente, mi è esplosa dagli schermi di un albergo a Berlino dove mi trovavo per l’invito a un talkshow televisivo. Prima della autoproclamata “comunità Internazionale” (in sostanza la NATO) a riprendersi, una Angela Merkel improvvisamente ritrovatasi senza tutor e, dunque, malferma, assicura al neo-eletto collaborazione, ma gli pone anche una non lieve condizione-auspicio: “purchè ci uniscano i nostri valori”.
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Sinistra è conservazione?
di Riccardo Achilli
E’ noto che la sinistra, spiazzata nei suoi riferimenti ideologici dalla crisi, pressoché contemporanea, del comunismo e della socialdemocrazia classica, abbia maturato un rapporto tormentato e sostanzialmente insoluto rispetto alla modernità del pensiero unico che si è imposta negli ultimi trent’anni. Anche semanticamente, termini come “riformismo” e “progressismo”, che sembravano essere nel DNA stesso della sinistra, sono divenuti il grimaldello con il quale l’avversario storico ha smantellato il capitalismo welfaristico dei Trenta Gloriosi.
Questo spinge molti a riflettere sul nesso fra la ricostruzione/riaffermazione dei valori e del radicamento sociale della sinistra in termini di difesa, o possibilmente ricostituzione, del sistema di tutele e di diritti che, seppur in forte destrutturazione già a partire dalla metà degli anni Ottanta nei Paesi anglosassoni(e nel nostro Paese in realtà sin dai primi anni Ottanta, con il regresso e l’indebolimento del movimento sindacale conseguente allo shock petrolifero del 1980) è sprofondato definitivamente con il riordino neoliberista susseguente alla crisi del 2008.
Il ragionamento più definito in tal senso l’ho ascoltato, recentissimamente, in un convegno cui ho partecipato. Il succo è questo: il processo di ristrutturazione neoliberista degli ultimi trent’anni ha devastato i riferimenti sociali tradizionali cui la sinistra si rivolgeva. La classe operaia ha perso il suo ruolo propulsivo, irretita da nuove organizzazioni del lavoro che da un lato la precarizzano, riducendo il legame di classe con i mezzi di produzione, e dall’altro ne spezzano l’unitarietà, ed infine le conferiscono valori tipici della borghesia (i criteri del kai zen e del toyotismo, come anche la variabilizzazione del salario legata alla compartecipazione agli utili aziendali, spesso presente nelle grandi imprese di fatto, producono collaborazione di classe ed introiezione di valori come la competizione, l’efficienza, la partecipazione attiva al miglioramento continuo).
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